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Tifosi del Celtic contro l’acquisto di un calciatore del Maccabi Netanya
I tifosi del Celtic FC chiedono con forza alla società della squadra di calcio scozzese di bloccare l’acquisto dell’attaccante ivoriano Jocelin Ta Bi dal Maccabi Netanya, un accordo di trasferimento dal valore di 2 milioni di sterline (circa 2,68 milioni di dollari) per l’attaccante del club. Scotland for Palestine riporta […] L'articolo Tifosi del Celtic contro l’acquisto di un calciatore del Maccabi Netanya su Contropiano.
Gli Agnelli, la Juve e il capitalismo italiano
Articolo di Vincenzo Scalia La Exor, cassaforte della famiglia Agnelli, proprietaria della Juventus, ha rispedito al mittente l’offerta presentata dal fondo bitcoin Tether (guinzaglio in inglese) per rilevare la società più titolata d’Italia, tifata da un terzo degli appassionati di calcio del nostro paese. Le motivazioni addotte al rifiuto dell’offerta hanno fatto leva sui sentimenti e sull’identità, ricordando che il controllo della società bianconera, da oltre un secolo in mano ai proprietari della Fiat, ha un significato che, al di là della resa dell’asset Juventus, attiene alla sfera sentimentale.  Una risposta che sembra chiudere la partita, ma in realtà apre una serie di riflessioni sia sullo stato del capitalismo italiano, sia su quella del calcio. A leggere tra le righe si capisce che la questione non è tanto quella del sentimento, quanto del valore dell’offerta. Gli attuali proprietari sanno che la Juventus, malgrado gli affanni degli ultimi anni, rappresenta un marchio appetibile per gli investitori e la valutano 2 miliardi di euro, molto al di sopra del miliardo e rotti offerto da Tether. Di sentimentale, in questo, c’è ben poco.  Inoltre, non si capisce come mai, se la Juventus suscita il richiamo ai sentimenti, non si possa dire lo stesso delle altre attività controllate dai proprietari della squadra torinese. A partire dalla gestione di Sergio Marchionne il settore automobilistico è stato sistematicamente smantellato, con la chiusura di stabilimenti come Termini Imerese, mentre altri poli produttivi, come Mirafiori, attendono con ansia di conoscere il loro futuro, con le voci di chiusura che circolano insistenti. La scelta di dismettere i marchi storici di famiglia è già stata portata avanti vendendo l’Iveco, uno dei comparti storici della produzione di veicoli industriali, nonché di indiscussa qualità, l’estate scorsa. È poi di questi giorni la vendita prossima dei quotidiani La Stampa, da anni proprietà della famiglia Agnelli, e de La Repubblica a una proprietà greca in cui comparirebbe anche lo sceicco saudita Bin Salman, distintosi per il brutale omicidio del suo compaesano giornalista Khassoggi.  Si tratta di precedenti che lasciano pensare a una prossima cessione del club bianconero di fronte a un’offerta ritenuta più vantaggiosa, segnando il culmine di una parabola che, iniziata alla fine degli anni Ottanta, ha riguardato non soltanto la famiglia Agnelli ma anche il capitalismo italiano nel suo complesso. Alla fine del 1987, l’allora amministratore delegato Fiat, Cesare Romiti, quello della marcia dei 40.000 che pose fine allo sciopero dei 35 giorni, proclamò che la strategia del gruppo sarebbe stata quella di «differenziare gli investimenti». In altre parole, si scelse di non investire sulla modernizzazione del comparto produttivo. Una scelta esplicitata con il licenziamento di Vittorio Ghidella, responsabile del settore auto, che insisteva sulla necessità di puntare sull’auto elettrica, in un periodo in cui la Fiat avrebbe potuto giocarsi qualche carta. La finanziarizzazione del capitalismo italiano, catalizzata da Tangentopoli – che sancì il termine del sostegno all’industria assistita – e dalla globalizzazione, seguì alla scelta strategica del principale gruppo privato italiano.  In altre parole, si è trattato della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti, non soltanto in termini di licenziamenti, casse integrazioni e prepensionamenti a carico della collettività. Gli aspetti relativi alla distruzione dei saperi, delle professionalità, delle comunità che si formano e gravitano attorno al tessuto produttivo, del deperimento economico, rappresentano i frutti avvelenati della differenziazione degli investimenti. Sfoltito l’ambito materiale, gli eredi degli Agnelli si stanno volgendo a quello immateriale, sempre più fondamentale in una società basata sulla centralità crescente della sfera cognitiva. Identità, idee, emozioni, innervano le relazioni sociali. Il capitalismo immateriale fa di tutto per invaderle, per ridurle alle logiche binarie, per anteporre il brand alle rappresentazioni collettive. Quest’ultimo aspetto è centrale in relazione al calcio. Le squadre si formano come articolazione sportiva di comunità locali e nazionali, di cui incarnano i valori e le aspirazioni. Una tendenza che negli ultimi vent’anni tende a venire sempre meno, fagocitata dalla spinta a ridurre lo sport a un’ennesima industria dell’intrattenimento.  È il caso della Juventus, la cui popolarità nazionale va messa in relazione con la massiccia immigrazione meridionale nella Torino degli anni Cinquanta e Sessanta, dove il tifo bianconero costituiva un canale di socialità alternativo in risposta all’esclusione che siciliani, pugliesi e calabresi subivano dalla società locale, ma anche dalla classe operaia torinese. Granata, comunista, che vedeva con diffidenza i terun arruolati con la lettera del prete in catena di montaggio, che accettavano stipendi da fame e facevano deteriorare le condizioni di lavoro e i salari. Eppure fu da questa frattura che si generarono i fatti di piazza Statuto, che nacquero le sollevazioni spontanee, che partì un ciclo di lotte destinato a durare fino alla marcia dei 40 mila del 1980.  Furino, Anastasi, Longobucco, Causio, Brio, meridionali che giocavano nella Juventus, rappresentavano la proiezione delle aspirazioni a una vita migliore delle centinaia di migliaia di Gasparazzo (operaio meridionale immortalato nelle vignette di Lotta Continua) che lavoravano negli stabilimenti Fiat e miravano a riprendersi la città. Il seguito di cui la squadra bianconera gode al Sud e nelle Isole, riflette il tentativo di sanare la ferita della migrazione. Si rimaneva uniti tifando per la stessa squadra. Discorsi analoghi potrebbero trovarsi nei dualismi tra Roma e Lazio, Genoa e Sampdoria, Milan e Inter, o nelle rivalità in nome del campanilismo e della fede politica contrapposta di altre tifoserie. Tutto questo patrimonio di memoria e aggregazioni collettive, nel calcio odierno, vengono liquidate o soppresse, in nome del marchio da valorizzare e della vittoria agganciata al conseguimento degli utili. Da oltre un decennio, il calcio italiano, è diventato terra di conquista di investitori che fanno capo a oscuri fondi stranieri, soprattutto statunitensi, attratti in Italia da faccendieri specializzati nell’acquisizione e nella vendita di proprietà calcistiche. Lo stesso fondo Tether, pur formalmente presieduto da imprenditori torinesi, ha la sua sede legale in El Salvador, evidentemente attratto da una legislazione fiscale favorevole. Fino ad ora, le proprietà globali che hanno investito nel nostro calcio non hanno avviato politiche aziendali finalizzate al potenziamento dei settori giovanili o al coinvolgimento attivo delle tifoserie nella gestione delle società calcistiche. Seguendo le leggi della valorizzazione della rendita, hanno puntato a far quadrare i bilanci, a investire per periodi di tempo limitati, forse in relazione alla necessità di far circolare le risorse in loro possesso, oppure a valorizzare le squadre di loro proprietà in relazione alla possibilità di operare in circuiti esclusivi. Pensiamo al Como, squadra rivelazione della serie A, che non schiera nemmeno un italiano tra i titolari. La società lariana è stata rilevata da un fondo indonesiano che ha intravisto la possibilità di operare in un milieu caratterizzato dalla presenza di ultramiliardari globali che posseggono la residenza, formale o di fatto, in riva al Lago. Scegliendo di creare, utilizzando l’ossatura e la tifoseria della vecchia società, un giocattolo destinato a sollazzare i vip globali. Un progetto che nel breve termine sta rendendo, ma che a lungo andare, dato che si tratta di una squadra senza grosso seguito, confinata all’ambito locale, finirà come è finita col Parma e col Chievo, a discapito delle tifoserie e della comunità locali. Come sta succedendo a Livorno, dove la proprietà brasiliana, dopo avere investito nella squadra amaranto e averla riportata nel calcio professionistico, di colpo ha bloccato anche l’erogazione degli stipendi, facendo presagire una fine drammatica per il calcio labronico. Di fallimenti, finanziari e sportivi, è costellato il calcio italiano. Delle 146 società professionistiche in vita negli anni Novanta, ne rimangono oggi 90, alcune delle quali sempre a rischio di cancellazione. Una situazione drammatica, che si rispecchia nella mancata partecipazione agli ultimi due campionati mondiali della nostra Nazionale, nonché nel rischio di non qualificarsi nemmeno stavolta. Sarebbe necessaria una politica di intervento attivo su un settore nevralgico della vita nazionale, indagando sulla natura delle proprietà, regolamentando le acquisizioni, programmando una politica orientata verso le tifoserie locali e la valorizzazione dei settori giovanili. Invece si chiede di liberalizzare le scommesse, e si punta il dito sugli ultrà, additati come responsabili del degrado del sistema-calcio e avamposti di penetrazione della criminalità organizzata. Molto probabilmente, se si indagasse a fondo sui passaggi di proprietà e sugli investitori, verrebbe alla luce uno scenario diverso. Forse, più che del guinzaglio, sarebbe necessario un contropotere sportivo.  *Vincenzo Scalia è professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico, Argentina e Inghilterra. Il suo ultimo libro è Incontri troppo ravvicinati? (manifestolibri, 2023). L'articolo Gli Agnelli, la Juve e il capitalismo italiano proviene da Jacobin Italia.
Spot 10.11.25 Aurora Vanchiglia Transfemminista – Due chiacchiere con l’associazione Disform – Come sta il giornalismo sportivo italiano? – Notizie flash dallo sport
L’Aurora Vanchiglia Transfemminista torna alla guida di questa puntata di SPOT ma non è sola! In questa puntata facciamo due chiacchiere con l’associazione DISFORM, che si occupa di formazione, sensibilizzazione e inclusione nello sport. Qui il questionario sul Safeguarding: Safeguarding nello sport, quanto ne sai e come lo vivi? https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSdDTVVCzfmehioNmC56zYLx9gRt5vvXsGGvhn0ZclGD2dSDyA/viewform Per info seguitel3 qui! https://disform.it https://www.instagram.com/thewayyoufeelin/ Ci chiediamo inoltre: come sta il giornalismo sportivo italiano? Male, molto male. I giornali sportivi sono concentrati quasi esclusivamente sul calcio italiano, in particolare sulla Serie A maschile, aprendo lo sguardo all’estero solo quando si tratta di approfondire le competizioni europee che coinvolgono le squadre italiane. I corpi femminili vengono dissezionati e messi in mostra solo se in costume e quando appartengono a compagne, madri o sorelle di calciatori maschi più famosi. Calcio femminile, questo sconosciuto. Come sempre, il tutto è accompagnato da musica, chiacchiere a vanvera e dalla consueta lingua tagliente di Mingus
Palestina, la squadra che lotta oltre il 90°
Articolo di Andrea Ponticelli, Gabriele Granato Il sogno della nazionale di calcio maschile della Palestina di accedere alle semifinali della Coppa Araba si è concluso al minuto 115 della partita contro l’Arabia Saudita, quando – sul risultato di 1 a 1 – Mohamed Kanno, centrocampista dell’Al Hilal di Simone Inzaghi, ha insaccato alle spalle di Rami Hamedeh la rete del definitivo 2 a 1. Arabia Saudita in semifinale e Palestina a casa, sempre che così si possa dire per una nazionale costretta da anni a giocare lontana dalla propria terra e dalla propria gente.  Questo l’amaro verdetto del campo che ha giustamente gettato tutte e tutti i tifosi della Palestina nello sconforto. Perché non solo ci avevano sperato ma – visto l’andamento della partita – ci avevano anche creduto. Emozioni contrastanti che solo chi ama il gioco del calcio potrà mai provare. E dopo tutto, forse, è proprio questo a rendere il calcio così bello e popolare. Un gol subito a 5 minuti dai calci di rigore che sa di beffa. Si conclude così la cavalcata della Palestina nella Coppa Araba. Ma in questo percorso non vi è sconfitta, semmai una delle più grandi vittorie nella storia dello sport palestinese: una vittoria di identità, resistenza, libertà e orgoglio nazionale. La Palestina mai era arrivata così lontano nella competizione continentale. Nelle precedenti apparizioni non aveva nemmeno mai ottenuto una vittoria, tanto meno era riuscita a superare il girone eliminatorio. Mai aveva mostrato un livello di gioco e una determinazione così alti. E proprio per questo, quanto raggiunto in questa competizione e, prima ancora, nelle qualificazioni mondiali 2026 e nella Coppa d’Asia 2024, non rappresentano solo una pagina sportiva di tutto rilievo, ma una vera e propria testimonianza storica. È il risultato di una resistenza strutturale, quotidiana, fisica e mentale, contro l’occupazione e le politiche di apartheid israeliane.  Una squadra che ha superato ogni ostacolo immaginabile, che gioca sistematicamente lontana dalla propria terra: nessuna delle partite casalinghe della nazionale palestinese si è disputata in Palestina. L’Occupazione, le restrizioni di movimento e il genocidio in corso rendono impossibile ospitare competizioni di qualsiasi livello. Senza considerare il fatto che a oggi la quasi totalità delle infrastrutture sportive è stata rasa al suolo. Durante la preparazione per la Coppa d’Asia 2024, le sessioni di allenamento sono state più volte interrotte da allarmi e notizie provenienti da Gaza, dove si facevano (e si fanno ancora) i conti con una delle offensive sioniste più violente degli ultimi decenni. A novembre 2023, mentre la squadra si radunava per la prima fase di preparazione, i bombardamenti israeliani su Khan Younis distruggevano le abitazioni di almeno due membri dello staff tecnico, lasciandoli senza notizie dei propri familiari. Alcuni giocatori della nazionale, come il difensore Mohammed Saleh e il centrocampista Mahmoud Wadi, entrambi di Gaza, hanno dichiarato pubblicamente di aver perso amici d’infanzia e cugini sotto le bombe. Eppure sono rimasti, hanno giocato. Hanno trasformato il dolore in concentrazione. Ed anche in quel caso hanno riscritto la storia contribuendo alla qualificazione della Palestina – per la prima volta nella sua storia – agli ottavi di finale della Coppa d’Asia.  Il capitano Mus’ab Al-Battat in conferenza stampa, prima della partita decisiva contro Hong Kong, aveva parlato di una squadra unita non solo da un obiettivo sportivo, ma da un destino condiviso. Il destino di chi deve superare checkpoint, burocrazie oppressive, visti negati e trasferte forzate anche solo per raggiungere il ritiro. Un destino che costringe atleti professionisti ad allenarsi in campi sabbiosi, con attrezzature precarie, in impianti bombardati e devastati. Eppure, tutto questo non ha impedito, un anno dopo, durante le qualificazioni ai Mondiali del 2026, a Oday Kharoub di siglare il gol che per 94 minuti ha fatto sognare la Palestina contro l’Oman. Non ha impedito a Tamer Seyam di guidare l’attacco con lucidità, o a Rami Hamadeh di parare due rigori cruciali nella fase precedente delle qualificazioni. Le storie individuali dei giocatori si intrecciano con quella collettiva della nazione.  Perché con un genocidio ancora in corso, una nazione sotto Occupazione da oltre 75 anni, con centinaia di migliaia di persone costrette ad abbandonare la propria terra, diventa impossibile separare ciò che avviene sul campo da gioco da ciò che accade fuori. La nazionale palestinese è oggi molto più di una squadra: è il volto sportivo di una nazione che lotta per esistere, è una voce che si alza in mezzo al silenzio assordante dell’opinione pubblica internazionale, è un simbolo che racchiude in sé l’orgoglio di un popolo sotto assedio. Ogni passaggio, ogni gol, ogni bandiera sventolata sugli spalti è un atto di resistenza. La nazionale di calcio palestinese è la rappresentazione plastica del concetto di «calcio come spazio di identità politica»: un’arena in cui, più che una partita, si disputa il diritto stesso alla rappresentanza, alla visibilità, all’autodeterminazione. Perché in Palestina, lo sport non è mai stato solo sport. È cultura, è politica, è resistenza quotidiana. E in questa prospettiva, la nazionale palestinese non gioca solo per raggiungere un obiettivo sportivo, ma per un popolo intero in cerca di pace e libertà.  Il risultato sportivo, proprio per questo – per quanto importantissimo – diventa quasi secondario. Perché la Palestina ha già vinto. Ha vinto dimostrando che può competere ad alti livelli nonostante l’Occupazione e un genocidio in corso. Ha vinto conquistando la solidarietà di milioni di tifosi e tifose in tutto il mondo che anche giovedì sera hanno in qualche modo seguito le imprese di calciatori assurti a simboli di un’intera nazione. Ha vinto ogni volta che il nome «Palestina» è stato pronunciato negli stadi, scritto nelle cronache sportive, trasmesso in diretta sulle tv internazionali. Ha vinto contro l’invisibilità e la complicità di una parte del mondo. Sicuramente di quella che ci governa.  Le imprese della nazionale palestinese assumono una portata immediatamente politica. Giocare una partita internazionale equivale, per la Palestina, a essere riconosciuta come soggetto tra i soggetti. Il calcio diventa una forma di rappresentanza internazionale che supera confini, barriere e veti. In assenza di uno Stato riconosciuto pienamente dalla comunità internazionale, la nazionale diventa la Palestina stessa. Una bandiera. Un inno. Un gruppo di giocatori che corre per milioni di persone. Ogni partita è lotta per affermare la propria esistenza, ogni dribbling è una sfida contro l’Occupazione. È una forma di diplomazia sportiva, di rappresentanza non ufficiale ma potentissima. Il calcio per la Palestina è memoria collettiva, identità culturale, progetto politico. È uno strumento che sposta narrazioni, apre spazi, costruisce ponti. È un modo per dire: noi ci siamo, con il nostro nome, la nostra bandiera, la nostra gente. Come ha detto Susan Shalabi, vicepresidente della Federazione Calcistica Palestinese (Pfa) «la squadra nazionale è diventata un simbolo delle nostre aspirazioni nazionali, del desiderio di vivere in pace come le altre nazioni sotto il sole». La lezione che arriva dalla partecipazione della Palestina a queste competizioni è quindi profonda. Lo sport in una prospettiva gramsciana è anche campo di egemonia politica e culturale: un luogo dove si costruisce consenso, si modellano identità, si esercita potere. E quando una squadra come quella palestinese riesce a imporsi, a farsi ascoltare, a generare entusiasmo e solidarietà, sta compiendo una vera «war of position». Sta mostrando che esiste un’altra narrazione possibile, che resiste ai tentativi di cancellazione e marginalizzazione. E in questo spazio conquistato, lo sport si trasforma in resistenza. La delusione per il risultato, quindi, deve trasformarsi immediatamente in orgoglio. In ulteriore determinazione ad andare avanti e a non mollare. Perché chi ha seguito questo cammino, chi ha guardato le partite della Palestina, chi ha visto le immagini provenienti dagli stadi, chi ha ascoltato i cori e letto i nomi dei giocatori, sa che ha assistito a qualcosa di più importante di semplici partite di competizioni sportive. La Palestina ha dato corpo e volto alla propria storia attraverso il calcio. Ha cantato, corso, lottato. E lo ha fatto con incredibile dignità e determinazione. E questo resterà, al di là di tutto, perché come ha detto il centrocampista della nazionale, Mohammed Rashid, nonostante le forze israeliane «cercano di uccidere i nostri sogni, non permetteremo loro di ostacolarci. Non smetteremo mai di sognare». Il cammino in Coppa Araba si ferma qui. Ma è un punto di partenza, non un traguardo. Come detto dal centravanti della nazionale Oday Dabbagh all’indomani dell’eliminazione dalle qualificazioni mondiali questa non è la fine. È solo un’altra pagina della loro storia, una storia scritta con il sacrificio, con la passione e con lo spirito indomabile della Palestina: «Continueremo a usare il calcio come messaggio per mostrare al mondo che in Palestina ci sono anche altre cose. Continueremo ad andare avanti. Il sogno non è finito, è solo rimandato». Perché le imprese sportive della Palestina sono la prova che si può costruire qualcosa di importante anche nelle condizioni più avverse. È il seme di una nuova generazione che sogna, crede, resiste, lotta. E che sa che un giorno, quella bandiera che oggi sventola negli stadi e nelle strade di mezzo mondo in segno di solidarietà, sventolerà su un campo del Mondiale a rappresentare una terra finalmente libera. Perché la Palestina non è solo una squadra. È un popolo. E il popolo palestinese, ogni volta che cade, si rialza. Più forte. E più unito. *Andrea Ponticelli, attivista da più di dieci anni nelle lotte di Napoli e provincia, fa parte del progetto di Calcio&Rivoluzione di cui è tra i principali promotori. Gabriele Granato, attivista sociale, frequentatore di stadi e collezionista di t-shirt da gioco, è appassionato di sport e politica ed è tra i fondatori del progetto Calcio&Rivoluzione. L'articolo Palestina, la squadra che lotta oltre il 90° proviene da Jacobin Italia.
MESSICO E MONDIALI DI CALCIO 2026: “NON C’E’ GIOCO PULITO IN UNA TERRA DERUBATA”
Venerdì 5 dicembre il John F. Kennedy Center for the Performing Arts di Washington, Usa, ospita i sorteggi per i Mondiali di Calcio 2026, in calendario tra Canada, Usa e Messico. Alla cerimonia ha annunciato la propria presenza il presidente Usa, Donald Trump, nuovo sodale globale di Gianni Infantino e della multinazionale del pallone (ma, soprattutto, degli affari), cioè la Fifa. Una liason che, proprio venerdì, potrebbe vedere Infantino premiare il tycoon, con un premio inventato di sana pianta sul momento, il cosiddetto “Premio per la pace”. Si tratta del “FIFA Peace Award: Football Unites the World”, annunciato da Infantino senza alcun preavviso al Consiglio FIFA:  molti delegati avrebbero appreso dell’esistenza del premio…direttamente dal comunicato stampa. Nel frattempo, lo stesso Trump ha già ribadito che vieterà l’ingresso negli States ai tifosi di quei Paesi – in primis, Haiti – che considera “indesiderati”, nell’ambito della guerra contro i migranti in corso dentro i confini Usa. Non solo: lo stesso tycoon sta provando a convincere la Fifa – pare senza risultati, al momento – a escludere il Messico dai Mondiali stessi, con la scusa dei rischi di sicurezza per squadre e tifosi. Il tutto mentre a Città del Messico gli interventi infrastrutturali già in corso verso l’estate 2026 stanno provocando crisi idriche, impennate degli affiti e la cacciata delle classi popolari dalle zone più “appetibili” per turisti occidentali, gentrificazione e speculazione immobiliare. Su quest’aspetto, Radio Onda d’Urto ha raggiunto Andrea Cegna, curatore della newsletter sul Latino America “Il Finestrino”, oltre che nostro collaboratore. Ascolta o scarica
Spot 05.11.25 Aurora Vanchiglia – I primi movimenti Ultras Femminili – Partite fuori porta – Il soft power dell’arabia raggiunge qualsiasi sport – Ancora Barbra Banda
L`Aurora Vanchiglia Transfemminista torna alla guida di questa puntata di SPOT con una domanda importante: Chi controlla lo sport? I primi movimenti Ultras Femminili Dalle prime tifose invisibili degli anni ’30 alle “Fossa Girls” e alle “Donne Rossonere” degli anni ’70-’80: le donne conquistano le curve, trasformandole in spazi di libertà e resistenza, dove il tifo diventa azione politica e collettiva. È Milano, ma a Perth Nel 2026 Milan-Como si giocherà in Australia. La Serie A si sposta a 14.000 km da casa per motivi economici, mentre tifosi e giocatori protestano. Il calcio italiano è un prodotto da esportare, lontano da chi lo vive ogni settimana. Il soft power saudita Supercoppe europee, tornei internazionali, WrestleMania e persino Electronic Arts: l’Arabia Saudita usa lo sport e i videogiochi per riscrivere la propria immagine e aumentare la propria influenza culturale nel mondo. Ancora Barbra Banda Elizabeth Eddy (Angel City FC) firma sul New York Post un editoriale in cui chiede che nella NWSL giochino solo chi superi test genetici. La lega e l’Orlando Pride difendono Barbra Banda: “Top player, ogni attacco d’odio è inaccettabile.” mentre le compagne di Eddy si dissociano: “Parole transfobiche e razziste.” La polemica esplode per la foto di Banda accanto all’articolo: “Usarla in quel contesto è offensivo e razzista.” La domanda che ci facciamo, alla fine di tutto, è: Quanto potere stiamo cedendo per lo spettacolo? E cosa resta del gioco, quando non siamo più noi a giocare? Fonti e altre cose utili: https://www.ansa.it/sito/notizie/magazine/numeri/2025/03/07/donne-ultra-in-curva-a-tifare-e-sfatare-il-tabu_1db910b1-815c-4c1c-8880-f27a053af61e.html?utm https://lavialibera.it/it-schede-1968-donne_ultras_volevo_essere_il_guerriero?utm https://journals.openedition.org/diacronie/13538?lang=fr&utm_source=chatgpt.com#tocto1n2 https://www.rivistacontrasti.it/ragazze-ultras-donne-curva-slastorino-anni-70/?utm_source=chatgpt.com https://www.ultimouomo.com/milan-como-perth-quanto-guadagna-serie-a https://sport.sky.it/calcio/serie-a/2025/10/13/milan-como-australia-maignan > Milan-Como in Australia fa discutere, ma è un’opportunità enorme per la Serie > A e il calcio italiano
CORRISPONDENZA DEL ROJAVA: GLI STADI…DELLA RIVOLUZIONE
Radio Onda d’Urto si trova in Rojava, nei territori del Nord e dell’Est della Siria controllati dall’Amministrazione autonoma democratica guidata dai principi del confederalismo democratico. La corrispondenza arrivata in Redazione il 22 ottobre 2025: “In uno stadio, il 12 marzo 2004, durante una partita di pallone, si accende una delle scintille che nei decenni hanno alimentato il fuoco della rivoluzione confederale diventata realtà nel luglio 2012 in Rojava. Allo stadio di Qamishlo, città a maggioranza curda, si disputava il match tra la squadra di casa e la squadra di Deir Ezzor, città a maggioranza araba. Durante la partita, i tifosi ospiti iniziarono a inneggiare a Saddam Hussein per i massacri che il suo regime aveva compiuto contro la popolazione curda del nord dell’Iraq. I tifosi del Qamishlo reagirono. La polizia del regime Baath siriano intervenne attaccando la tifoseria curda e uccise 9 persone. Al corteo funebre, la folla intonò slogan contro il regime di Bashar al Assad e la polizia aprì il fuoco uccidendo altre 23 persone. In seguito a questi fatti la rivolta divampò in tutte le città curde della Siria settentrionale. La rivolta di Qamishlo è considerata la prima sollevazione di massa in Rojava e uno dei semi della rivoluzione iniziata 8 anni più tardi. Oggi, sempre in uno stadio, dall’11 al 13 ottobre 2025, si sono celebrate le conquiste raggiunte dall’Amministrazione autonoma democratica della Siria del Nord e dell’Est. Il dialogo in corso tra lo stato turco e il movimento di liberazione curdo, insieme all’efficace autodifesa delle Forze Siriane Democratiche che ha permesso di raggiungere un fragile accordo di cessate il fuoco con l’autoproclamato governo di Damasco, permettono infatti al processo rivoluzionario di poter lavorare per sviluppare con maggior forza il modello del confederalismo democratico ispirato dalle idee socialiste di Abdullah Ocalan: la democrazia diretta delle comuni, il ruolo di avanguardia delle donne e della gioventù, l’ecologia sociale e l’economia comunale basata sulle cooperative. In questo contesto, la sesta edizione del Festival “Sheid Bawer Agir” ha visto l’inaugurazione del nuovo stadio di Kobane, città simbolo della rivoluzione per la sua resistenza all’assedio di Daesh più di dieci anni fa. “Gli stadi di Qamishlo, Kobane e Raqqa, in modi diversi, raccontano – spiegano inviate-i di Radio Onda d’Urto – la rivoluzione in Rojava: una rivoluzione della mentalità e della società. Una rivoluzione fiorita in 14 anni di guerra civile siriana, di bombardamenti e invasioni via terra dello stato turco, di guerra contro Daesh. Non bisogna dimenticare che tuttora, nonostante il teorico cessate il fuoco e le trattative in corso, 3 dei 7 cantoni che compongono l’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est sono occupati da esercito turco e milizie jihadiste (Afrin, Serekaniye e Gire Spi). Inoltre, le milizie jihadiste ora inquadrate nell’esercito di Damasco e le numerose cellule dormienti di Daesh attaccano regolarmente le posizioni delle Forze Siriane Democratiche o delle forze di sicurezza interna dell’amministrazione, che finora hanno sempre respinto i tentativi di destabilizzazione o di avanzata sul terreno. Nonostante tutto questo, proprio come ha dimostrato la resistenza di Tishreen nei mesi scorsi, la società non ha mai perso la propria determinazione: anche sotto i peggiori attacchi, è visibile e tangibile la consapevolezza, di gran parte della società, del valore e dell’importanza dell’alternativa socialista e realmente democratica che qui si sta costruendo”. Attraverso la storia di alcuni degli stadi del Rojava – tra i quali anche lo “Stadio nero” di Raqqa, che fu utilizzato come prigione da Daesh – in questa corrispondenza inviate-i di Radio Onda d’Urto raccontano una parte della situazione attuale della regione e della rivoluzione confederale. Il servizio contiene anche un’intervista a Hewa Bekir, co-presidente del Ministero dello sport della gioventù dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est, sull’importanza dello sport per la rivoluzione. Ascolta o scarica Di seguito, altri scatti arrivati a Radio Onda d’Urto dagli stadi del Rojava:
Ultrà in Olanda: un arresto arbitrario
Al netto della passione calcistica, proviamo ad immaginare per un attimo uno scenario distopico. Una partita di calcio, tifosi che in trasferta vengono fermati dalla polizia mentre camminano nel centro di una città straniera. Identificati, picchiati, arrestati, insultati. In fine espulsi e rimpatriati col divieto di recarsi allo stadio, nonostante […] L'articolo Ultrà in Olanda: un arresto arbitrario su Contropiano.
La serie A emigra in Australia
Articolo di Andrea Ponticelli, Gabriele Granato La notizia ha fatto rapidamente il giro del mondo: Milan e Como giocheranno una partita ufficiale di Serie A in Australia, a Perth, nel febbraio 2026. Una decisione senza precedenti nel calcio italiano, che segna un nuovo capitolo nella strategia di internazionalizzazione del campionato. Ufficialmente, la motivazione è tecnica: lo stadio di San Siro sarà indisponibile per via dei lavori legati alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina. Ma nessuno si illude che sia davvero solo questo il motivo. Se il problema fosse meramente logistico, esisterebbero soluzioni ben più razionali e già sperimentate in passato. Basti pensare che quando, in passato, alcune squadre si sono trovate con lo stadio in ristrutturazione, non si è mai ipotizzato di trasferire partite all’estero. Si è sempre cercato lo stadio più vicino e logisticamente accessibile: una soluzione sportivamente sensata, rispettosa dei tifosi e della competizione. Il Como, ad esempio, dopo il ritorno in Serie A, ha dovuto affrontare il problema della probabile indisponibilità del proprio impianto. E la Lega, in quell’occasione, non ha certo spedito la squadra a migliaia di chilometri di distanza: ha semplicemente autorizzato il club a giocare temporaneamente al Bentegodi di Verona, lo stadio più adatto e disponibile in attesa della conclusione dei lavori di ristrutturazione del Sinigaglia. È dunque evidente che la scelta di far disputare Milan-Como a Perth non è una necessità tecnica, ma una scelta economica e simbolica. Serve a esportare il brand, a offrire una vetrina globale alla Serie A, a compiacere sponsor e broadcaster internazionali. Non è un caso che la stessa Lega abbia parlato di opportunità strategica per espandere il mercato in Asia e Oceania. Il calcio italiano, insomma, segue un copione ormai consolidato in Europa: il tentativo di trasformare il campionato in un prodotto globale, allontanandolo dai suoi territori naturali. Un problema che non è soltanto italiano poiché la deriva è generale. Né è riprova il fatto che anche la Liga spagnola ha annunciato e ufficializzato che una partita del campionato 2025/26, quella tra Villarreal e Barcellona del 20 dicembre prossimo, si giocherà a Miami, negli Stati uniti. E la motivazione come si può leggere nella nota pubblicata dalla Liga è puramente economica: «l’obiettivo è promuovere la crescita internazionale, ampliare la base globale di tifosi e rafforzare la posizione della Liga come una delle competizioni più importanti al mondo, preservandone al contempo l’integrità. L’iniziativa permetterà inoltre ai milioni di tifosi statunitensi della Liga di vivere un’esperienza dal vivo». Siamo dunque di fronte a una tendenza ormai strutturale: i campionati nazionali diventano strumenti di marketing internazionale, laboratori di esportazione del marchio-calcio. La globalizzazione del pallone, iniziata con tournée estive e amichevoli internazionali, ora invade anche le competizioni ufficiali. E se da un lato gli sponsor, le società, le Leghe e i broadcaster internazionali esultano dall’altro c’è chi ha reagito in maniera decisamente meno entusiasta alla notizia. L’Uefa ha concesso l’autorizzazione solo «in via eccezionale», specificando – con un comunicato ufficiale – che l’esperimento non dovrà diventare un precedente: «la Uefa contribuirà attivamente al lavoro in corso condotto dalla Fifa per garantire che le regole future sostengano l’integrità delle competizioni nazionali e lo stretto legame tra i club, i loro tifosi e le comunità locali». È un monito chiaro, ma che rischia di rimanere inascoltato. Perché dietro a questa decisione non c’è soltanto un episodio isolato: c’è un intero modo di concepire lo sport nel XXI secolo. Adrien Rabiot, centrocampista francese del Milan, è stato tra i primi a esprimere perplessità in un’intervista rilasciata a Le Figaro definendo totalmente pazzesca la decisione. Rabiot ha spiegato che si tratta di una trasferta insensata dal punto di vista sportivo e fisico, un viaggio di 17 ore che spezza i ritmi del campionato e non tiene conto del benessere dei calciatori. Ma soprattutto, ha denunciato la logica che sottintende la decisione: «sono accordi economici affinché il campionato abbia una certa visibilità, tutto questo è al di sopra di noi. È pazzesco fare così tanti chilometri per far giocare una partita fra due squadre italiane in Australia. Dobbiamo adattarci. Come sempre. Si parla molto dei calendari e della salute dei giocatori, ma tutto questo sembra davvero assurdo». Parole dirette, spontanee, che hanno scatenato un’ondata di polemiche. A rispondere al nazionale francese è stato direttamente Luigi De Siervo, amministratore delegato della Lega Serie A, con dichiarazioni di una durezza unica: «Rabiot si scorda, come tutti i calciatori che guadagnano milioni di euro, che sono pagati per svolgere un’attività, cioè giocare a calcio. Dovrebbe avere rispetto dei soldi che guadagna e assecondare maggiormente quello che è il suo datore di lavoro, cioè il Milan, che ha accettato e spinto perché questa partita si potesse giocare all’estero». Una frase che ha fatto il giro dei social e che, meglio di mille analisi, racconta il modo di pensare di chi oggi gestisce il calcio come un’azienda globale. Perché, al di là del tono paternalistico, quella risposta contiene un messaggio politico pericoloso: se vieni pagato, non puoi protestare. Non importa se lo stipendio è alto o basso, se la decisione è giusta o sbagliata: chi detiene il potere economico rivendica il diritto di decidere e chi lavora deve eseguire in silenzio. Un’idea autoritaria del lavoro che non è diversa da quella che troviamo in molti altri settori dell’economia contemporanea. De Siervo ha, semplicemente, reso evidente l’arroganza di chi oggi detiene il potere economico e mediatico nel calcio e, per estensione, nella società. L’idea sottintesa è quella di cui sopra: chi viene pagato (molto o poco che sia) non ha diritto di parola. Deve limitarsi a «fare il suo lavoro». Il lavoratore, anche quando è un privilegiato, come nel caso di Rabiot, viene ridotto a un semplice ingranaggio di una macchina produttiva che non va in alcun modo fermata. Il lavoratore deve generare plusvalore, far crescere il brand, rispettare la catena di comando. Se osa criticare, viene accusato di ingratitudine. Se non peggio… Ma la realtà è che senza i lavoratori, senza chi scende in campo, non ci sarebbe alcun business. Né guadagno, né spettacolo, né prodotto. Che si tratti di una fabbrica o di un campo da calcio, il capitale senza forza-lavoro non produce nulla. E questo vale anche per un calciatore milionario: può essere privilegiato, ma resta pur sempre un lavoratore e il fatto che guadagni milioni non toglie nulla alla legittimità della sua critica: il diritto di esprimere dissenso, del resto, non si dovrebbe misurare in base allo stipendio. LA MERCIFICAZIONE DEL CALCIO L’affaire Milan-Como in Australia è, però, solo l’ultimo tassello di un processo lungo e profondo: la trasformazione del calcio da fenomeno sociale e popolare in prodotto commerciale globale. Negli ultimi trent’anni, il calcio mondiale ha conosciuto una rivoluzione silenziosa ma radicale. Le logiche del profitto hanno sostituito quelle della partecipazione. I bilanci hanno preso il posto dei sogni. Gli stadi sono diventati veri e propri centri commerciali. I club, un tempo radicati nelle loro città, oggi si comportano come multinazionali. Un tempo la squadra era espressione della comunità: il Torino, ancor più della Juventus, era Torino, il Napoli era Napoli, il Milan e l’Inter erano Milano, la Fiorentina era Firenze e così via.Oggi, invece, la squadra è un brand da esportare, un logo da monetizzare, un contenuto da vendere su piattaforme globali. Karl Marx scriveva che nel capitalismo il «valore di scambio» tende a soffocare il «valore d’uso» delle cose. Applicato al calcio, questo significa che la funzione sociale e identitaria dello sport – il suo valore d’uso, appunto – viene oscurata dal suo valore economico, dal profitto che può generare. La squadra non è più simbolo di una città, ma un marchio da monetizzare; la partita non è più rito collettivo, ma contenuto da esportare; il tifoso non è più parte di una comunità, ma un cliente. Il risultato è un calcio alienato, dove i protagonisti – tifosi, giocatori, città – perdono centralità. Il tifoso non è più un soggetto attivo, ma un cliente da fidelizzare. Il calciatore non è più un interprete, ma un prodotto da valorizzare. Il club non è più un simbolo, ma una società commerciale con sede legale chissà dove. Questa deriva capitalistica dello sport produce profitti, ma svuota il calcio del suo significato più profondo. Il legame tra squadra e territorio, che per più di un secolo è stato il cuore del calcio, si spezza. Si rompono i legami identitari, quelli che trasformavano la domenica allo stadio in un rito collettivo, una festa popolare, un linguaggio comune tra generazioni. Il calcio smette di funzionare, per dirla con le parole dell’antropologo francese Marc Augé, come un fenomeno religioso in cui numerosi individui provano gli stessi sentimenti che esprimono attraverso il ritmo e il canto. DA SUPPORTER A CUSTOMER Il tifoso, nel modello economico neoliberista del calcio, è stato trasformato in cliente. Un tempo partecipava alla vita del club: ne condivideva i successi e le sconfitte, ne custodiva la memoria, ne tramandava l’identità. Oggi è un consumatore di contenuti: abbonato a piattaforme, acquirente di maglie, follower sui social. Le società non cercano più di coinvolgerlo, ma di vendergli esperienze. Questo cambio di paradigma è emblematico: si passa dal calcio come appartenenza e identità al calcio come intrattenimento. E come ogni forma di intrattenimento contemporaneo deve essere redditizia, scalabile, globalizzata. Una partita in Australia non serve ai tifosi del Milan o del Como: serve a chi investe nella Lega, a chi compra i diritti Tv, a chi vuole far crescere il marchio in Oceania. Ma il prezzo di questa trasformazione è altissimo. Alienare la squadra dal proprio territorio significa spezzare il legame che ha reso il calcio il fenomeno popolare più potente del Novecento. Eduardo Galeano lo aveva capito bene. Per lui il calcio rappresentava la casa del popolo, una casa che perde la sua magia quando viene strappata via dal suo habitat.  Spostare una partita come Milan-Como a migliaia di chilometri dai suoi tifosi significa rompere quel legame costruito in decenni di storia, di appartenenza, di identità. Significa dire a chi va allo stadio ogni settimana che la sua presenza non è poi così importante, che conta molto di più un nuovo mercato televisivo o un contratto con uno sponsor che la sua presenza sugli spalti. E infatti, ogni volta che un club gioca lontano dalla sua gente, un pezzo di quella anima se ne va. Ogni volta che una società cambia logo per sembrare più internazionale, o che uno stadio viene demolito per fare posto a un centro commerciale, il calcio si svuota un po’ di più. IL CAPITALISMO SPORTIVO E LA LOGICA DEL PROFITTO La Serie A, in questo contesto, non è un’eccezione: segue la strada tracciata da Premier League, Liga e Ligue 1, risultando per certi versi apripista. L’obiettivo, ad ogni modo, è sempre lo stesso: aumentare i ricavi. I diritti televisivi sono il vero motore economico del calcio moderno: rappresentano oltre il 60% degli introiti dei principali campionati europei. Ma questi ricavi dipendono da un mercato globale sempre più competitivo, dove la visibilità diventa moneta. Chi non cresce, retrocede. Chi non esporta, muore. La Lega Serie A, nel tentativo di rincorrere i colossi inglesi e spagnoli, ha imboccato la stessa strada: giocare ovunque, a qualsiasi ora, per chiunque, pur di vendere il proprio prodotto. Ma questa rincorsa ha un costo umano e sociale. Le società investono miliardi per attirare nuovi fan in Asia, mondo arabo o America, ma nel frattempo perdono contatto con i loro tifosi storici, con i settori popolari degli stadi, con i quartieri, con i bambini e le famiglie che non possono più permettersi un biglietto. È la logica del capitalismo declinata nello sport: il profitto prevale sul valore comunitario. Ogni decisione è giustificata in nome del «mercato», anche quando distrugge ciò che rendeva unico questo sport. E così, nel nome della crescita economica, il calcio rischia di suicidarsi. Perché come diceva Galeano «la storia del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere. A mano a mano che lo sport si è fatto industria, è andato perdendo la bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare».  IL CALCIO COME BENE COMUNE E allora, di fronte a questa deriva, non basta lamentarsi o costruire falsi miti, supposte età dell’oro del calcio facendo leva su un generico senso di nostalgia. Bisogna, piuttosto, riaffermare che il calcio è un bene comune e non un segmento delle economie nazionali e internazionali. E come ogni bene comune, ha bisogno di regole che ne garantiscano l’equilibrio, che proteggano chi lo detiene per diritto e lo vive. Le istituzioni calcistiche dovrebbero riconoscere che il valore del calcio non è solo economico, ma soprattutto sociale, culturale, affettivo e identitario. Restituire voce ai tifosi, coinvolgerli nelle scelte strategiche, reinvestire una parte dei profitti nei vivai, nei campi di periferia, nelle comunità locali: sono solo alcuni passi possibili. Come dicevamo non si tratta di essere nostalgici, ma di difendere la natura intrinseca del calcio: quella di linguaggio universale, di spazio d’incontro, di identità collettiva. Perché un calcio che si gioca a 17.000 chilometri da casa, davanti a un pubblico piuttosto casuale (non provate a chiamarli tifosi), è un calcio che ha perso la sua anima. E quando il calcio perde la sua anima, non resta che un prodotto spurio da vendere sul mercato. Se vogliamo che resti qualcosa di più, dobbiamo ricordarci che il calcio, prima ancora di essere business, è un fatto umano e sociale. Un gioco nato per unire, per far sognare, per far emozionare, non per fatturare. E se oggi qualcuno come De Siervo pensa di poter ridurre tutto a una questione di stipendi e contratti, allora il problema non è Rabiot che alza la voce ma un sistema e una società che hanno dimenticato cosa significa davvero giocare. Perché il calcio, come la vita, non è solo questione di denaro: è questione di appartenenza, di memoria, di libertà. E quella libertà, come ogni libertà, va difesa. *Andrea Ponticelli, attivista da più di dieci anni nelle lotte di Napoli e provincia, fa parte del progetto di Calcio&Rivoluzione di cui è tra i principali promotori. Gabriele Granato, attivista sociale, frequentatore di stadi e collezionista di t-shirt da gioco, è appassionato di sport e politica ed è tra i fondatori del progetto Calcio&Rivoluzione. L'articolo La serie A emigra in Australia proviene da Jacobin Italia.