Tag - calcio

I mondiali dello sfruttamento
Giovedì 11 Giugno ha preso il via l’edizione 2026 della Coppa del Mondo di calcio maschile. Archiviata la cerimonia inaugurale, alle 21 a scendere in campo – nella spettacolare cornice dello stadio Azteca di Città del Messico – sono stati i padroni di casa del Messico che hanno facilmente regolato (2 a 0 il risultato finale) il Sudafrica guidato in panchina dal belga Hugo Broos. Se in campo lo spettacolo è stato abbastanza deludente nonostante le suggestive riprese – quasi da videogame – della regia internazionale, quel che è accaduto all’esterno dello stadio avrebbe meritato quantomeno una menzione. Esattamente quella che i media internazionali hanno volutamente evitato. Infatti mentre in campo (e sugli spalti) si celebrava una supposta «festa dei popoli», all’esterno dell’impianto di Città del Messico una parte di quello stesso popolo – vale a dire quello messicano – protestava contro un Mondiale sempre più elitario e per una crisi idrica senza precedenti. Una crisi aggravata dalle concessioni alla società Televisa, il più importante gruppo radiotelevisivo del Messico che – guarda caso – è anche quello che sta trasmettendo i Mondiali, per l’enorme speculazione immobiliare che ha accompagnato l’evento sportivo. Parliamo di un pozzo che si  trova in un raggio inferiore ai 500 metri di lontananza da quello che serve la comunità locale, con l’evidente rischio di sottrarre il diritto collettivo all’acqua e alla salute. All’esterno dell’Azteca si sono poi radunati anche sindacati, collettivi di familiari di desaparecidos e studenti per chiedere giustizia e verità per i 43 studenti della scuola di Ayotzinapa ma anche per gli oltre 130.000 desaparecidos dell’intero paese. Proteste sparite dal racconto della prima giornata della Coppa del Mondo con una censura certosina fatta dal potere mediatico, mentre quello politico autorizzava la polizia a manganellare e reprimere la protesta.  Il 12 giugno, invece, è toccato alla nazionale di un altro dei tre paesi ospitanti, ovvero il Canada di Alphonso Davies e dello juventino Jonathan David, fare il proprio esordio in quel di Toronto. Avversaria dei canadesi è stata quella Bosnia di Edin Džeko che ha estromesso l’Italia dal Mondiale. Partita che, esattamente come la precedente, ha detto ben poco da un punto di vista tecnico, con un pareggio 1 a 1 che, probabilmente, non soddisfa a pieno nessuna delle due nazionali, ma che ricorderemo per i cori in favore della Palestina della tifoseria bosniaca e per le dimostrazioni pro-palestina avvenute in città dove alcuni tifosi hanno invitato la Fifa a estromettere Israele da tutte le competizioni.  Alle 4 del mattino (ora italiana) del 13 giugno è stato, invece, il turno degli Stati uniti di Pochettino, che hanno fatto il loro esordio nel Mondiale di casa battendo con un secco 4 a 1 un Paraguay apparso onestamente fin troppo brutto per essere vero. Teatro del debutto statunitense è stato il SoFi Stadium di Los Angeles, dove, fino a pochi giorni prima del fischio d’inizio del Mondiale, aleggiava concretamente lo spettro di uno sciopero destinato a mettere in crisi l’organizzazione del torneo. Circa 2.000 lavoratori e lavoratrici dello stadio, rappresentati dal sindacato Unite Here Local 11, che conta tra i propri iscritti e iscritte oltre 32.000 addetti del settore alberghiero e della ristorazione tra California meridionale e Arizona, avevano – infatti – votato con il 96% dei consensi l’autorizzazione a uno sciopero. Parliamo di cuochi, cassieri, baristi, lavapiatti, addetti alle concessioni alimentari e alle suite. Ovvero tutte quelle figure lavorative che, puntualmente, scompaiono dalla narrazione patinata del grande evento sportivo, ma senza i quali lo show non andrebbe avanti. Il negoziato con Legends Global, la società che gestisce il servizio di food & beverage dello stadio, era fermo da settimane. I lavoratori e le lavoratrici avevano denunciato offerte salariali giudicate irricevibili, con aumenti nell’ordine di 25 centesimi alla volta. Un’inezia che assume i contorni della vergogna se rapportata agli introiti miliardari generati dal Mondiale, dal Super Bowl e dalle future Olimpiadi di Los Angeles, eventi che hanno trasformato (e trasformeranno) il SoFi Stadium in una delle infrastrutture sportive più redditizie degli Stati uniti. Alla fine, però, la minaccia di sciopero ha costretto Legends Global a tornare al tavolo negoziale e il sindacato ha ottenuto un accordo definito storico, ufficializzato successivamente con il 99% dei voti favorevoli degli iscritti. L’intesa prevede aumenti salariali significativi: gli addetti ai punti ristoro passeranno da circa 27 a 40 dollari l’ora, i cuochi arriveranno anch’essi a 40 dollari l’ora, mentre tutti i lavoratori non soggetti alle mance riceveranno un incremento di 9 dollari orari. Per i lavoratori e le lavoratrici che percepiscono gratifiche automatiche, come camerieri e baristi, è previsto un aumento del 30% delle mance. L’accordo introduce, inoltre, bonus specifici per i grandi eventi, ovvero una maggiorazione del 50% della paga per tutte le partite del Mondiale e il doppio della retribuzione per il Super Bowl. Sono state ottenute anche tutele contro l’esternalizzazione dei posti di lavoro e un contributo multimilionario da parte di Legends destinato a un fondo per la costruzione di alloggi per i lavoratori e le lavoratrici del settore dell’ospitalità. Un contratto che resterà in vigore fino al 30 aprile 2028, vale a dire un mese prima delle Olimpiadi di Los Angeles. La mobilitazione, tuttavia, non riguardava soltanto i salari. Lo sciopero voleva essere anche uno strumento di pressione nei confronti della Fifa affinché impedisse la presenza dell’Ice – la controversa agenzia federale statunitense incaricata del controllo delle frontiere e dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione – negli impianti durante il torneo e riconoscesse ai lavoratori il diritto di interrompere il lavoro qualora la presenza degli agenti generasse un ragionevole timore per la propria sicurezza o per quella dei tifosi. Ed è proprio questo uno degli aspetti più significativi dell’accordo raggiunto. Il contratto riconosce, infatti, ai lavoratori e alle lavoratrici il diritto di scioperare durante il Mondiale qualora ritengano che gli agenti federali rappresentino una minaccia per il personale o per il pubblico presente allo stadio. Una clausola senza precedenti nel contesto dei grandi eventi sportivi statunitensi, nata dalle preoccupazioni espresse dagli stessi lavoratori. «Prima ancora di parlare di salari o dei bonus legati al Mondiale, i nostri iscritti ci hanno detto: non permetteremo all’Ice di terrorizzarci», ha dichiarato il co-presidente del sindacato Kurt Petersen.  LEGGI ANCHE… FIFA, UEFA E SUPERLEGA. I BUONI, I BRUTTI E I CATTIVI Luca Pisapia Sul tavolo c’era anche la questione della raccolta dei dati personali richiesti per gli accrediti Fifa e il timore che tali informazioni potessero essere condivise con le autorità federali. Petersen ha spiegato che la Fifa non ha accettato di garantire formalmente che i dati dei lavoratori e delle lavoratrici non vengano trasmessi al Dipartimento per la Sicurezza Interna, limitandosi ad assicurare che in futuro non saranno raccolte informazioni sensibili non strettamente necessarie ai fini dell’accreditamento. Una preoccupazione che, è bene dirlo, travalica ampiamente i cancelli del SoFi Stadium. Negli ultimi mesi – infatti – sindacati, associazioni e organizzazioni per i diritti dei migranti hanno dato vita a campagne come «No ICE in the Cup», nate dalla convinzione che il più importante evento sportivo del pianeta non possa trasformarsi in un laboratorio di controllo sociale, paura e discriminazione nei confronti delle comunità migranti che, tra l’altro, costituiscono una parte fondamentale della forza lavoro impiegata negli stadi, negli alberghi, nella ristorazione e nei servizi d’accoglienza legati ai Mondiali. Come recita uno dei manifesti della campagna, vorrebbero che il Mondiale fosse sicuro e gioioso per tutti. Un’affermazione apparentemente banale, quasi scontata, che assume però un significato profondamente politico nel contesto degli Stati uniti di Trump, attraversati da un inasprimento delle politiche migratorie e da un clima di crescente insicurezza per milioni di persone con background migratorio.  Un timore tutt’altro che infondato se si guarda alla gestione dei controlli e dei visti che ha accompagnato anche (e addirittura) l’arrivo delle delegazioni delle diverse nazionali negli Stati uniti. Nei giorni scorsi, all’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan è stato negato l’ingresso nel paese nonostante un regolare visto. La Fifa ha, immediatamente, fatto sapere che dunque non potrà arbitrare alcuna partita di questa edizione della Coppa del Mondo, facendo così svanire il sogno di Artan di diventare il primo somalo a dirigere una partita ufficiale di un Mondiale; l’attaccante iracheno Aymen Hussein è stato sequestrato e interrogato per 7 ore al suo arrivo a Chicago mentre il fotografo ufficiale della delegazione, Talal Salah, ha trascorso più di dieci ore sotto ispezione e alla fine gli è stato negato l’ingresso negli Stati uniti, senza alcun tipo di spiegazione ufficiale. Non tanto meglio è andata alle delegazioni di Uzbekistan e Senegal neanche fossero narcos con controlli direttamente sulla pista d’atterraggio, con tanto di metal detector e cani antidroga. Per non parlare delle migliaia di tifosi e tifose provenienti da Scozia, Senegal, Marocco, Congo e da tutti quei paesi finiti nella black-list statunitense che si sono visti ritirare o negare i visti a poche ore dalla partenza e nonostante avessero già speso migliaia di euro per viaggi, alloggi e biglietti per assistere alle partite.  I tifosi e tifose di tutto il mondo stanno toccando con mano il processo di mercificazione selvaggia del calcio che ha trasformato il gioco più bello e popolare al mondo in un prodotto «premium» accessibile – per lo più – a chi dispone di una considerevole capacità di spesa. Così l’edizione statunitense del Mondiale è gia passata alla storia come la più costosa di sempre per il pubblico. E il tutto coincide con la prima edizione in cui la Fifa ha assunto il controllo totale della vendita dei biglietti, che hanno fatto registrare una decisa impennata dei prezzi rispetto al recente passato. Basti pensare che il costo dei tagliandi è circa il doppio rispetto alla scorsa edizione (Qatar 2022) e addirittura quattro volte superiori rispetto a Usa ‘94, anche tenendo conto dell’inflazione. Il biglietto più economico per una partita della fase a girone costa circa 200 dollari mentre quello meno costoso per la finale parte da 2.030 dollari. A far schizzare i prezzi dei tagliandi è stato anche il sistema del dynamic pricing voluto dalla Fifa che ha fatto sì che per 95 delle 104 partite previste i prezzi sono aumentati nel corso della vendita, con un incremento medio del 35%. La stessa Fifa ha previsto ricavi, dalla sola vendita dei biglietti, per circa 3 miliardi di dollari contro circa 1 miliardo incassato nell’edizione qatariota.  Non deve meravigliare, quindi, se si è parlato di sticker shock, lo shock del prezzo. A Miami, all’inizio di giugno, il costo medio del biglietto più economico disponibile per una partita della fase a gironi sfiorava i 960 dollari. Per assistere all’esordio degli Stati uniti, i prezzi sul mercato secondario superavano i 900 dollari. Diversi media hanno stimato che un tifoso intenzionato a seguire il Brasile per tutta la fase a gironi arriverà a spendere circa 3.800 dollari. Un tifoso dell’Argentina (se dovesse arrivare fino alla finale) potrebbe spendere oltre 30.000 dollari tra voli internazionali, trasferimenti interni, pernottamenti e biglietti dello stadio. I voli tra le città ospitanti oscillano facilmente tra i 250 e i 600 dollari a tratta nei periodi di maggiore affluenza. Gli hotel nelle grandi metropoli coinvolte, da Los Angeles a Miami, da New York a Dallas, hanno registrato aumenti consistenti rispetto alle normali tariffe stagionali, con molte strutture che superano i 300 o i 400 dollari a notte. A questi costi vanno aggiunti i trasporti urbani, i pasti e le spese legate a un sistema di mobilità costruito su distanze enormi e fortemente dipendente dall’automobile privata.  LEGGI ANCHE… CALCIO PRENDERE POSIZIONE, NONOSTANTE IL CALCIO Andrea Ponticelli - Gabriele Granato Respingimenti, scioperi, costi e previsioni di spesa rendono l’evento sportivo che più di ogni altro esalta la retorica dell’inclusione e della popolarità quello che, nei fatti, incarna al meglio i meccanismi di sfruttamento e sopraffazione che regolamentano una società sempre più sovradeterminata dalle regole del capitalismo contemporaneo. La logica che oggi contraddistingue anche il mondo del calcio si rivela in tutta la sua brutalità. La Fifa, i grandi sponsor e l’industria dell’intrattenimento hanno trasformato il calcio nella merce per eccellenza: confezionata con cura, distribuita su scala planetaria, capace di generare profitti immensi e di attrarre investimenti altrettanto grandi. Un fenomeno che ha trasformato il tifoso in cliente. Lo stadio in piattaforma commerciale su scala nazionale e internazionale, dove anche le emozioni e le passioni sono state sussunte e inserite organicamente nel ciclo della messa a profitto.  Ma come ci ricorda Marx, dietro la produzione di ogni merce si nasconde il lavoro umano. Dietro lo spettacolo di un Mondiale ci sono mani che cucinano, puliscono, trasportano, accolgono, montano, smontano e sorvegliano. C’è una forza lavoro senza la quale lo show semplicemente si fermerebbe. Il plusvalore che alimenta i bilanci record di Infantino&Co. non nasce dal nulla (o dalla bravura imprenditoriale) come il potere politico vorrebbe farci credere, ma nasce dalla differenza tra la ricchezza prodotta da milioni di lavoratori e lavoratrici e la quota infinitamente più ridotta che torna loro sotto forma di salario. Per questo le minacce di sciopero dei lavoratori e lavoratrici del SoFi Stadium rappresentano – nulla più – dell’emergere della contraddizione tra capitale e lavoro nel cuore del più grande evento sportivo del pianeta.  In fondo, il calcio continua a essere uno straordinario specchio del mondo. E il mondo che questo Mondiale ci restituisce è quello dominato da una classe dirigente che prova a produrre ricchezza senza precedenti facendo leva sul senso di insicurezza, sullo sfruttamento della manodopera e sull’esclusione sociale. Ma è anche il mondo in cui chi è sfruttato può ancora organizzarsi, scioperare, interrompere la catena dello sfruttamento e rivendicare una diversa distribuzione della ricchezza che contribuisce a creare.. Se si riesce, anche solo per un momento, a costringere chi muove i fili di questo enorme circo a guardare negli occhi le donne e gli uomini che ne sostengono l’intera architettura, siano essi (e esse) lavoratori, tifosi o semplicemente cittadini di questo mondo, allora si potrà dire di aver ottenuto una prima, importante, vittoria. *Andrea Ponticelli, attivista da più di dieci anni nelle lotte di Napoli e provincia, fa parte del progetto di Calcio&Rivoluzione di cui è tra i principali promotori. Gabriele Granato, attivista sociale, frequentatore di stadi e collezionista di t-shirt da gioco, è appassionato di sport e politica ed è tra i fondatori del progetto Calcio&Rivoluzione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo I mondiali dello sfruttamento proviene da Jacobin Italia.
June 15, 2026
Jacobin Italia
Un posto dove giocare
LA STORIA DI DUE PORTE DA CALCIO RIMOSSE DA UN PARCO E APPRODATE AL TIBURTINO III RACCONTA MOLTO PIÙ DI UNA VICENDA DI QUARTIERE. PARLA DI SPAZIO PUBBLICO, INFANZIA, SPORT POPOLARE E DEL DIRITTO DEI BAMBINI A GIOCARE SENZA ESSERE SCHIACCIATI DALLA BUROCRAZIA O DALLA LOGICA DELLA PRESTAZIONE. IN FONDO, DIETRO QUELLE PORTE, C’È UN’IDEA SEMPLICE E RADICALE: UNA CITTÀ EDUCA ANCHE QUANDO LASCIA SPAZIO A UN PALLONE Finalmente iniziano i mondiali di calcio maschili? No. L’interesse per questa edizione è stato già ampiamente limitato negli ultimi mesi e non certo per l’esclusione, l’ennesima, dell’Italia Finalmente è stato trovato un posto (e che posto!) per le porte che erano state sistemate inizialmente nel parco di Carlo Felice dalla scuola calcio dell’Esquilino Football Club. Dal parco erano state rapidamente rimosse perché non erano state richieste le autorizzazioni necessarie a sistemarle lì e qualche cittadino “preoccupato” dal fatto che i bambini le stessero effettivamente usando e che effettivamente ci stessero giocando, disturbato forse dall’ormai inusuale rumore, dall’inusuale confusione che tanto “fastidio” arreca alla cittadinanza “per bene”, che vuole “dormire” sonni tranquilli, si era lamentato invitando l’amministrazione a farle rimuovere. Si poteva forse ragionare sul “senso” di quell’azione e sul risultato prima di toglierle: bambini che nuovamente si ritrovano al parco per giocare a pallone in un paese che ha per decenni, certo, in un’altra era dal punto di vista democratico, fatto dello spazio pubblico il luogo per antonomasia dell’incontro e della formazione motoria, libera e autogestita. Considerate le riflessioni che in queste settimane hanno occupato le pagine dei giornali, a ridosso dell’inaugurazione dell’ennesima edizione dei mondiali di calcio maschili alla quale non parteciperemo, si poteva forse immaginare una soluzione diversa, ma la preoccupazione rispetto alla legittimità dell’operazione ha prevalso. Via le porte. Si poteva forse aprire un tavolo tecnico e verificare insieme alla cittadinanza, all’associazione degli amici del parco, d’accordo con l’Esquilino FC sulla “operazione porte da calcio”, come procedere. Invece si è preferito la strada più breve e veloce. Rimuoverle. La meno coraggiosa, confessiamocelo. E così, oltre al danno, togliere ai bambini del territorio uno spazio finalmente impreziosito da porte “vere” con cui giocare a pallone come si faceva una volta, per strada, si poteva unire la beffa di vedere abbandonate quelle porte chissà dove. Ma grazie a una bellissima collaborazione tra il circolo dell’Arci Concetto Marchesi di Tiburtino III, l’Osteria Scuppiata Itinerante Anticapitalista, grazie alle moltissime realtà sociali e culturali che si sono unite e hanno collaborato alla riuscita dell’iniziativa, dalla Borgata Gordiani, all’Atletico San Lorenzo, al Kung-Fu della Luna e la tartaruga dell’Esquilino, dalla Capoeira del Kilombo Urbano, dalla Ciclofficina di Centocelle, allo Yoga Riot, allo Skatebord di Beat SB, le porte hanno trovato una seconda casa al Tiburtino III. Anche il Tiburtino non è più la borgata dove Vittorio De Seta andò a girare lo sceneggiato televisivo “Diario di un maestro”, all’inizio degli anni Settanta. Quel pullulare di bambini e bambine che scorrazzano nelle immagini dello sceneggiato per le strade del quartiere tra prati e campi sterrati inseguiti dal loro maestro, un vago ricordo. Nel film il calcio non ha molto spazio, ma le scene in cui Bruno D’Angelo, interpretato da Bruno Cirino, trasposizione cinematografica di Albino Bernardini, figura quasi mitologica della pedagogia democratica nel nostro paese, prova a capire le ragioni dell’emarginazione e dell’insuccesso scolastico dei ragazzi che gli erano toccati, nella classe differenziale alla quale lo avevano assegnato, ancora oggi emozionanti. Tra caccia alle lucertole, fionde per colpire barattoli abbandonati per la strada, gare di motorini, il maestro Bernardini-D’Angelo segue i suoi ragazzi un po’ ovunque, entra nelle loro baracche, fa lezione in mezzo ai campi e accompagna Remo fino al mercato di Piazza Ungheria ai Parioli. Lì impara che il suo alunno invece di frequentare la scuola vende le teste d’aglio per 100 lire alle ricche borghesi. Lo sceneggiato mostra come quella del maestro sia un’esperienza di vera e propria “osservazione partecipante”, che fin dai primi giorni di scuola lo mette in condizione di riflettere sulle difficoltà immediate di quei ragazzi che difficilmente potevano essere preoccupati dalla storia del Risorgimento o della Prima guerra mondiale e avevano bisogno di un insegnamento diverso. Emblematica la scena in cui discute proprio del senso oppressivo della scuola con il direttore che lo viene a trovare nella sua classe e rimane quasi scioccato dal fatto che la predella della cattedra si sia trasformata in una libreria dove ora i ragazzi possono sistemare i loro lavori. Ecco, le riprese interne invece furono girate nelle aulee dell’allora Scuola statale d’arte, oggi Liceo artistico Enzo Rossi di via del Frantoio, proprio a due passi dal circolo dell’Arci dove sono state sistemate le porte. In qualche modo ci piace pensare che tra quell’esperienza e l’arrivo delle porte al Tiburtino III si sia stabilita una connessione pedagogica e anche politica. La seconda edizione dei “Giochi tiburtini” patrocinata dal comitato romano della Uisp è stata infatti organizzata proprio per informare il quartiere del fatto che un campetto da calcio è ora a disposizione e augurarsi che quegli spazi un tempo così ricchi di umanità si possano riempire di nuovo.   Anche per correre appresso a un pallone: nel campo ora riqualificato e liberamente accessibile al territorio dove campeggiano le porte che secondo l’amministrazione non potevano rimanere nel Parco di Carlo Felice dove erano state sistemate dai genitori dell’Esquilino FC. La speranza è che moltiplicando l’esistenza di luoghi come questi, si possa contendere all’approccio competitivo nel quale sono immersi i bambini, oggi egemonico, il loro interesse per il gioco. La speranza è che organizzando iniziative che si ispirino a un modo diverso di concepire l’attività fisica, lo sport, il gioco, sia possibile per loro fare esperienze più ricche e positive di quanto non avvenga oggi, impegnati come sono in campionati, tornei, partite in cui il desiderio di vittoria, portato ai suoi massimi eccessi, stritola e compire quello del divertimento più spensierato. Peggio. Il divertimento è diventato la vittoria. E se non si ottiene quella si torna tristi e abbattuti a casa come dopo una sconfitta nella finale di champions league. Come il maestro D’Angelo prova a smontare il sistema oppressivo della scuola autoritaria degli anni Settanta e a segnalare riprendendo una vecchia espressione di Bruno Ciari, che è proprio la scuola a creare il disadattamento dei bambini, così oggi è in corso una partita difficilissima tra chi vorrebbe sottrare il calcio agli interessi economici che lo hanno trasformato in un business e i protagonisti di questa trasformazione violenta e ingiusta. Quando i genitori di Esquilino FC, durante le giornate delle vacanze di Natale, si diedero appuntamento per fissare le porte al campetto di Carlo Felice a questo pensavano, questo avevano in mente. Se l’amministrazione nonostante le ripetute sollecitazioni, nonostante il numero enorme di attività promosse in quello spazio, nonostante l’urgenza, non raccoglieva la proposta di ragionare su una ridefinizione di quello spazio di terra, perché potesse ospitare con modalità più “strutturate” il calcio, allora ci avrebbe pensato l’Esquilino FC acquistando con le quote dei soci delle porte e sistemandole nel parco perché i bambini e le bambine del quartiere potessero usarle liberamente. E funzionava. Perché i bambini e le bambine del quartiere hanno subito “preso la palla al balzo” e sfruttato la presenza delle porte per ricominciare a giocare liberamente. Per fortuna, alla fine, alla maggioranza della cittadinanza, ai media che si interessarono alla storia, ad alcuni volenterosi genitori dell’Esquilino FC che cominciarono a scriverne e parlane, sembrò un grande errore. Per fortuna, per una volta la reazione, se non indignata, sicuramente di incomprensione prevalse e dopo alcune giornate di intesi scambi telefonici con rappresentanti delle istituzioni ci si accordò perché dopo la rimozione delle porte a Carlo Felice si aprisse un ragionamento sulla ridefinizione dell’area, da anni sempre rinviato a data da destinarsi. Ora un tavolo tecnico si è aperto con l’obiettivo di definire un progetto di collaborazione anche a Carlo Felice ma intanto sapere che quelle bellissime porte non sono state perse e acquistate inutilmente e invece si trovano al Tiburtino III e a disposizione di quel territorio, riempie di orgoglio chi ama il calcio popolare e inclusivo, di chi crede ancora che non ci possa essere emancipazione senza educazione. L'articolo Un posto dove giocare proviene da Comune-info.
June 12, 2026
Comune-info
[2026-06-18] UN CALCIO AL POTERE. Gioco e lotta sociale [presentazione libro] @ CSOA Forte Prenestino
UN CALCIO AL POTERE. GIOCO E LOTTA SOCIALE [PRESENTAZIONE LIBRO] CSOA Forte Prenestino - via Federico delpino, Roma, Italy (giovedì, 18 giugno 19:30) CSOA Forte Prenestino giovedì 18/06/2026 dalle 19:30 Forte Infoshop presenta "UN CALCIO AL POTERE. Gioco e lotta sociale" di Gabriel Kuhn (Eleuthera 2026) ne parliamo con: - Pierpaolo Casarin (curatore dell'edizione italiana) - Luca Pisapia (giornalista e scrittore) - Andrea Greco (Atletico San Lorenzo) modera il Duka. … Il calcio appassiona e divide: da una parte troviamo quanti ritengono impossibile conciliare l’attivismo politico con l’entusiasmo per un fenomeno sempre più compromesso e asservito alle logiche economiche, dall’altra tutti coloro che, nonostante queste contraddizioni, continuano a guardare al calcio come a un possibile strumento di riscatto e trasformazione sociale. Kuhn appartiene alla seconda categoria. La stessa di Camus quando scriveva «tutto quello che so sulla moralità e sui doveri degli uomini lo devo al calcio». Il calcio è un’industria dal fatturato multimiliardario. Professionalizzazione e commercializzazione sono la cifra della sua immagine nel mondo. Eppure, questo gioco conserva un’anima ribelle, forse più di qualsiasi altro sport il cui destino è stato quello di essere cooptato da affaristi e politici corrotti. In questa indagine a tutto campo sui nessi fra calcio e politica, Kuhn non solo ne ripercorre la storia facendone emergere luci e ombre, ma si confronta con quegli aspetti combattuti da chi aspira a un cambiamento radicale della società, come il nazionalismo, l’intolleranza o la commistione con ambienti di destra. Al tempo stesso racconta di un altro calcio – quel «gioco del popolo» mantenuto vivo da molti calciatori, squadre e intere comunità – ed esplora gli approcci e le prospettive alternative di un calcio egualitario e autorganizzato. Un omaggio a tutti coloro che ai mega stadi e alle dirette televisive preferiscono ancora la gioia di giocare assieme nei vicoli e nei campi fangosi. www.eleuthera.it/scheda_libro.php?idlib=622 Gabriel Kuhn (Innsbruck 1972), vive e lavora a Stoccolma. Studioso delle micro-società, ha scritto numerosi testi sulle dinamiche interne di queste comunità circoscritte. Per Eleuthera ha pubblicato nel 2018 "La vita all'ombra del Jolly Roger". … Difendi e diffondi autogestione! www.forteprenestino.net
June 11, 2026
Gancio de Roma
Romanzo mondiale. Il gioco sporco del potere – Marco Niro
(letto da Francesco Masala) – una storia che sembra di fantasia, ma purtroppo sa di realtà, direbbe Tersite Rossi (Garrincha edizioni, 2026, 15 euro) Ai tempi di Gigi Riva, Georges Best, Diego Maradona, Roberto Baggio, Gianfranco Zola (fra gli altri) il romanzo di Marco Niro sarebbe stato classificato come fantacalcio, o romanzo d’anticipazione (per i pessimisti). Invece oggi questo romanzo
Prendere posizione, nonostante il calcio
C’è una frase che accompagna, oramai da decenni, qualsiasi discussione finisca per intrecciare questioni prettamente sportive (nel nostro caso calcistiche) con quelle più propriamente politiche o sociali. Una delle formulette maggiormente abusate del nostro tempo e – con buona pace di chi la pronuncia convintamente – anche una delle più false, è concetto costruito a tavolino dal potere politico secondo cui «non bisogna mischiare sport (calcio) e politica». Il sistema calcio non è una bolla avulsa dal mondo che lo circonda e in cui, esso stesso, si sviluppa. Non è un universo parallelo impermeabile ai conflitti, alle ingiustizie, alle tensioni sociali e culturali che attraversano la società. Il calcio è, al contrario, uno dei più grandi fenomeni sociali di massa, ancora oggi, esistenti. E proprio per questo è per sua natura inevitabilmente sociale e politico. Politico non nel senso banale e stucchevole del tifo partitico, ma nel senso più profondo e alto possibile del termine. Il calcio ha la capacità, più unica che rara, di produrre immaginario, di costruire identità collettive, di orientare linguaggi, modelli culturali e – perfino – la percezione stessa del mondo. Il calcio produce emozioni e costruisce consenso. E lì dove si muove il consenso, esisterà sempre una dimensione politica. Come diceva Antonio Gramsci, del resto, qualsiasi rapporto di egemonia è necessariamente un rapporto pedagogico, il che implica che il dominio, sia esso politico o culturale, non si esercita soltanto attraverso la forza o mediante le istituzioni classiche di cui ogni società si è dotata, ma anche (e soprattutto diremmo noi) attraverso la capacità delle classi dominanti di plasmare la visione del mondo, di modellare il senso comune, ovvero ciò che le persone considerano normale o meno, giusto o sbagliato, accettabile o intollerabile, di far interiorizzare i suoi valori. Partendo da questo assunto sorge spontaneo domandarsi come si possa, anche solo lontanamente, pensare che il calcio, in quanto fenomeno sociale di massa e linguaggio universale tra i più potenti del pianeta, possa essere neutrale o totalmente scollegato dalla realtà che lo circonda e – quindi – dalla dimensione politica che caratterizza la società. I calciatori e le calciatrici non sono macchine senza coscienza programmate per correre dietro a un pallone. Sono esseri umani. Sono cittadini e cittadine che, con tutti i privilegi del caso, vivono nel nostro stesso mondo segnato da guerre, genocidi, disuguaglianze, razzismo, inquinamento e sfruttamento. Proprio come noi hanno le loro idee, una loro sensibilità, le loro paure e le loro convinzioni. Ed è sacrosanto, per non dire naturale, che possano e vogliano esprimerle.  Anzi è auspicabile che lo facciano perché in una società globalizzata come la nostra un calciatore, specialmente se di fama mondiale, non è soltanto un atleta ma un vero e proprio modello culturale. Una figura pubblica capace di parlare a centinaia di milioni di persone. I Cristiano Ronaldo e Messi di turno hanno – addirittura – un’influenza maggiore di quella di interi governi, partiti politici e media. In un’epoca in cui la fiducia nelle istituzioni tradizionali è letteralmente crollata, il volto e la voce di un calciatore può arrivare laddove nessuno riesce. Un semplice gesto fatto o una frase detta può fare il giro del mondo attraverso smartphone e social network ed entrare nelle case di centinaia di milioni di persone. E allora la domanda che ci si dovrebbe porre non è tanto perché un calciatore prende posizione ma perché dovrebbe restare in silenzio. LEGGI ANCHE… FIFA, UEFA E SUPERLEGA. I BUONI, I BRUTTI E I CATTIVI Luca Pisapia Da questo punto di vista, l’episodio che ha visto protagonista la stella del Barcellona, Lamine Yamal, durante i festeggiamenti per la vittoria della Liga è paradigmatico. Diversi video hanno mostrato il diciottenne blaugrana – che stava assieme ai suoi compagni sul pullman scoperto che attraversava le strade della città catalana – prendere dalla folla una bandiera palestinese e sventolarla davanti a centinaia di migliaia di persone. Immagini che hanno fatto immediatamente il giro del mondo, inondando qualsiasi tipo di media. Un gesto spontaneo che nella sua semplicità ha sprigionato una potenza evocativa incredibile. Perché il momento esatto in cui il talento del Barcellona ha afferrato e sventolato al cielo quella bandiera, la retorica alimentata strumentalmente del potere politico secondo cui il calcio è uno spazio neutro e super-partes si è frantumata in mille pezzettini, dimostrandosi più debole di quanto non si creda. A riprova di ciò basta dare uno sguardo alle reazioni. Tutte scomposte e per nulla neutre.  L’allenatore tedesco del Barcellona Hansi Flick, ha preso le distanze dall’iniziativa del suo giocatore, dichiarando che sono cose che normalmente non gli piacciono, che la sua priorità erano i festeggiamenti con i tifosi e che loro giocano a calcio per rendere felici le persone. Un modo elegante per dire che quella di Yamal è stata una decisione del tutto personale.  Una posizione che ricalca perfettamente la retorica dominante secondo cui un calciatore può – ovviamente – avere delle opinioni, purché restino private, soprattutto se in contrasto con i desiderata del potere politico. Un calciatore può avere le sue idee e portare avanti i suoi ragionamenti, ma senza mettere in discussione il sistema. Può, insomma, esistere come individuo ma soltanto all’interno dei confini dell’intrattenimento del mondo del calcio. Molto più aggressiva, e non c’è da meravigliarsi, la reazione del ministro israeliano della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, che ha attaccato frontalmente il giovane talento del Barça affermando che «Chi sceglie di identificarsi con la bandiera del terrorismo non dovrebbe sorprendersi se gli israeliani lo odiano», aggiungendo che qualcuno dovrebbe spiegare a Lamine Yamal che stava sventolando la bandiera di un’entità inesistente, dietro la quale scorrono fiumi di sangue, terrorismo e uccisione di ebrei. Ed è proprio analizzando queste reazioni che emerge il punto centrale della questione. Se davvero sport e politica fossero separati come il potere politico e mediatico vogliono farci credere, perché un gesto compiuto da un calciatore di fama mondiale che rimane nel campo del simbolico avrebbe provocato delle reazioni di questa portata? La verità è che il potere politico, così come quello mediatico, conosce perfettamente la forza evocativa dello sport. La conoscono i governi. La conoscono i media. La conoscono le multinazionali che investono miliardi nel calcio. Ed è proprio per questo che il potere politico, da anni, alimenta la retorica della neutralità. A ben vedere quel non bisogna mischiare sport e politica ha un significato ben preciso: non mettere in discussione i rapporti di forza che regolano questa società.   LEGGI ANCHE… LA FIFA DECIDE SU ISRAELE Andrea Ponticelli - Gabriele Granato Perché un calcio che prende posizione non è un problema in assoluto. Non lo è, infatti, quando deve alimentare una fetta di mercato legato al business che ruota attorno al mondo del calcio, quando serve come base di consenso al politico di turno, quando c’è da creare qualche campagna istituzionale per ripulire l’immagine delle massime istituzioni del mondo del calcio o ancora quando è funzionale alle operazioni di sport washing e soft power degli stati. Diventa, invece, improvvisamente «inopportuno» quando un atleta utilizza la propria visibilità per parlare di oppressione, colonialismo, razzismo, sessismo, guerra, genocidio o diritti umani. Quando, dunque, il calcio prende una posizione in contrapposizione con quelli che sono i valori e le idee del potere politico e mediatico. Ma il calcio è intrinsecamente politico. Lo è sempre e non soltanto quando un calciatore prende posizione. Al più, in quel momento, semplicemente, viene buttato giù il muro di ipocrisia che da anni è stato alzato attorno al mondo del calcio, la cui storia – peraltro – è intrisa di politica. Dai mondiali italiani del periodo fascista a quelli della dittatura argentina del 1978, dalla resistenza antifranchista del Barcelona alle proteste antirazziste degli atleti afroamericani fino ai gesti simbolici di giocatori che hanno sfidato guerre, apartheid e discriminazioni. Proprio come quello di Lamine Yamal. Un gesto che ha avuto un impatto enorme e che è stato amplificato da milioni di utenti social. Sulle principali piattaforme, migliaia di tifosi e tifose, attivisti e attiviste hanno condiviso e «celebrato» il coraggio del giovane calciatore, parlando di responsabilità morale, solidarietà e coraggio di esporsi. Immagini che sono arrivate fino in Palestina dove la Federazione Calcistica Palestinese (Pfa) ha voluto ufficialmente e pubblicamente ringraziare il calciatore del Barcellona, dedicandogli un apposito post, e dove alcuni street artist hanno trasformato quella scena in un murales, rendendo l’istantanea di Yamal con la bandiera palestinese un simbolo culturale e politico che va ben oltre il terreno di gioco. Un’immagine che è già diventata iconica.  E, forse, è proprio questo il motivo per cui quella bandiera sventolata al cielo da Yamal ha fatto tanto rumore. Perché – oggi come oggi – le immagini contano più di tante parole. Perché l’immaginario che si può costruire attorno a una singola immagine può avere degli effetti dirompenti. Perché vedere uno dei volti più celebri del calcio mondiale schierarsi apertamente al fianco del popolo palestinese può produrre un effetto sociale, politico e culturale enorme, soprattutto tra le nuove generazioni. E qui che torniamo a Gramsci. L’egemonia politica e culturale, come detto, funziona quando le persone interiorizzano l’idea e i valori che si prova a imporre. In questo caso quando le persone danno per naturale che certi spazi, come il mondo del calcio, debbano restare apolitici. Ma dichiarare neutro qualcosa di profondamente connotato socialmente è già di per sé un atto politico. È una scelta ideologica. Dire che il calcio deve restare fuori dalla politica significa lasciare che il mondo del calcio continui a essere occupato soltanto dal potere politico, economico e mediatico. Per questo il gesto di Yamal è stato importante. Perché nella sua semplicità ha avuto la capacità di ricordare a tutto il mondo che le figure pubbliche non solo hanno il diritto ma anche la responsabilità di utilizzare la propria voce. In un mondo dove la comunicazione è praticamente tutto, il silenzio dei personaggi più influenti è una forma di conservazione dell’esistente. Al contrario, prendere parola vuol dire mettere in discussione il racconto dominante, aprire contraddizioni e anche cambiare il senso comune. Ed è proprio questo che fa paura. Perché un ragazzo di diciotto anni che sventola una bandiera della Palestina può fare quello che spesso la politica (almeno una certa politica) non è in grado o non vuole fare. Può ricordare che il calcio appartiene al popolo e che, come ogni fenomeno di massa, riflette inevitabilmente le contraddizioni, i conflitti e le lotte che si sviluppano nella società. E allora sì, è importante che i calciatori prendano posizione. Non nonostante il calcio. Ma proprio perché il calcio conta così tanto. *Andrea Ponticelli, attivista da più di dieci anni nelle lotte di Napoli e provincia, fa parte del progetto di Calcio&Rivoluzione di cui è tra i principali promotori. Gabriele Granato, attivista sociale, frequentatore di stadi e collezionista di t-shirt da gioco, è appassionato di sport e politica ed è tra i fondatori del progetto Calcio&Rivoluzione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Prendere posizione, nonostante il calcio proviene da Jacobin Italia.
May 16, 2026
Jacobin Italia
Spot 13.05.26 Aurora Vanchiglia Transfemminista – In Bundesliga cercano di cambiare l’egemonia maschile una persona alla volta? Borja Iglesias contro omofobia, razzismo, sessismo e Pro-pal
In questa puntata di metà maggio in compagnia dell’Aurora Vanchiglia Transfemminista: Marie-Louise Eta, 34 anni, prima donna ad allenare nei 5 grandi campionati europei. Una nomina storica, tra insulti sessisti rispediti al mittente dal club. Nel frattempo Kathleen Krüger diventa la prima donna DS della storia del calcio d’élite nella squadra dell’Amburgo. Carolina Morace denuncia la disparità di trattamento dei titoli vinti dalle allenatrici rispetto agli allenatori, che crea delle barriere fortissime per ottenere la Licenza UEFA Pro. Borja Iglesias si dipinge le unghie, subisce insulti omofobi, e i tifosi del Celta Vigo rispondono presentandosi allo stadio con lo smalto. Ma Borja ci piace anche anche perchè si espone su razzismo, sessismo e a favore della Palestina Dal calcio femminile: Morelli sbaglia un rigore dato per sbaglio di proposito mostrando che anche nei campionati pro esiste il nostro amato fair-play, Cantore segna la doppietta più veloce della storia NWSL, la Roma femminile vince il suo terzo scudetto. Ferrieri Caputi, miglior arbitra del mondo nel 2025, arbitra la Serie B. In Francia la seconda classificata dirige la Ligue 1. Ordinario sessismo all’italiana.
Spot 13.05.26 Aurora Vanchiglia Transfemminista – In Bundesliga cercano di cambiare l’egemonia maschile una persona alla volta? Borja Iglesias contro omofobia, razzismo, sessismo e Pro-pal
In questa puntata di metà maggio in compagnia dell’Aurora Vanchiglia Transfemminista: Marie-Louise Eta, 34 anni, prima donna ad allenare nei 5 grandi campionati europei. Una nomina storica, tra insulti sessisti rispediti al mittente dal club. Nel frattempo Kathleen Krüger diventa la prima donna DS della storia del calcio d’élite nella squadra dell’Amburgo. Carolina Morace denuncia la disparità di trattamento dei titoli vinti dalle allenatrici rispetto agli allenatori, che crea delle barriere fortissime per ottenere la Licenza UEFA Pro. Borja Iglesias si dipinge le unghie, subisce insulti omofobi, e i tifosi del Celta Vigo rispondono presentandosi allo stadio con lo smalto. Ma Borja ci piace anche anche perchè si espone su razzismo, sessismo e a favore della Palestina Dal calcio femminile: Morelli sbaglia un rigore dato per sbaglio di proposito mostrando che anche nei campionati pro esiste il nostro amato fair-play, Cantore segna la doppietta più veloce della storia NWSL, la Roma femminile vince il suo terzo scudetto. Ferrieri Caputi, miglior arbitra del mondo nel 2025, arbitra la Serie B. In Francia la seconda classificata dirige la Ligue 1. Ordinario sessismo all’italiana.
Spot 13.05.26 Aurora Vanchiglia Transfemminista – In Bundesliga cercano di cambiare l’egemonia maschile una persona alla volta? Borja Iglesias contro omofobia, razzismo, sessismo e Pro-pal
In questa puntata di metà maggio in compagnia dell’Aurora Vanchiglia Transfemminista: Marie-Louise Eta, 34 anni, prima donna ad allenare nei 5 grandi campionati europei. Una nomina storica, tra insulti sessisti rispediti al mittente dal club. Nel frattempo Kathleen Krüger diventa la prima donna DS della storia del calcio d’élite nella squadra dell’Amburgo. Carolina Morace denuncia la disparità di trattamento dei titoli vinti dalle allenatrici rispetto agli allenatori, che crea delle barriere fortissime per ottenere la Licenza UEFA Pro. Borja Iglesias si dipinge le unghie, subisce insulti omofobi, e i tifosi del Celta Vigo rispondono presentandosi allo stadio con lo smalto. Ma Borja ci piace anche anche perchè si espone su razzismo, sessismo e a favore della Palestina Dal calcio femminile: Morelli sbaglia un rigore dato per sbaglio di proposito mostrando che anche nei campionati pro esiste il nostro amato fair-play, Cantore segna la doppietta più veloce della storia NWSL, la Roma femminile vince il suo terzo scudetto. Ferrieri Caputi, miglior arbitra del mondo nel 2025, arbitra la Serie B. In Francia la seconda classificata dirige la Ligue 1. Ordinario sessismo all’italiana.
May 14, 2026
Radio Blackout
TURCHIA: LA PROMOZIONE IN SÜPER LIG DELL’AMEDSPOR, “LA SFIDA CURDA AL CALCIO TURCO”
L’Amedspor (Amed SFK), la squadra di calcio della città curda di Amed (Diyarbakir in turco), nel Kurdistan turco (Bakur), ha raggiunto la promozione in Süper Lig, massima serie del calcio professionistico in Turchia, per la prima volta nella sua storia. La conquista sportiva, in questo caso, ha anche un valore politico: l’Amedspor, infatti, è la squadra simbolo della comunità curda all’interno dello stato turco. I suoi colori, il rosso, il bianco, il verde e – talvolta – anche il giallo, sono i colori della nazione curda. La scelta stessa di utilizzare il nome curdo della città, Amed, e non quello turco (Dyiarbakir), testimonia il valore e il ruolo politico e sociale, oltre che sportivo, della società. “La scelta di nominare la società con questa parola è già una scelta politica, contro l’ondata di turchizzazione che è stata avviata con la fondazione della Repubblica di Turchia nel 1923”, spiega ai microfoni di Radio Onda d’Urto Murat Cinar, giornalista e autore dell’articolo “Amedspor, sbarca in serie A la sfida curda al calcio turco”, pubblicato su Il Manifesto. “La società calcistica Amedspor nasce nel 1972, quindi quasi cinquant’anni dopo la Repubblica di Turchia, e nonostante i diversi percorsi di assimilazione avviati nel frattempo, sceglie il nome storico, in lingua curda, della città”, aggiunge Cinar. Quelli dell’Amedspor sono colori che “in diversi angoli dell’area mediorientale (Iraq, Siria, Iran, Turchia) è possibile trovare nelle bandiere di diverse formazioni politiche, anche armate, oppure nelle realtà associative e nei centri culturali curdi”, continua Murat Cinar. “Per questo – spiega Cinar – sono ritenuti problematici, perché l’esistenza del Kurdistan è sempre stata negata dalla Repubblica di Turchia, così come dagli altri paesi citati, dove la popolazione curdofona è stata soggetta a discriminazioni e assimilazioni. Amedspor dà visibilità e rappresentanza a quella fetta di storia che è sempre stata ignorata, per questo è un fenomeno”. I due gruppi del tifo organizzato che supportano la squadra, UltrAmed e Barikat, si dichiarano antifascisti e sono storicamente vicini alle lotte di lavoratori e lavoratrici, così come ai movimenti sociali e alle istanze del movimento di liberazione curdo. “Si tratta di una tifoseria molto impegnata e schierata che si è dimostrata solidale con alcuni scioperi di lavoratori, quando ci sono proteste in Turchia si sono dimostrati più volte solidali, hanno fatto coreografie contro i femminicidi, e ovviamente quando ci sono state tensioni nelle altre aree del Kurdistan si sono fatti sentire, anche con coreografie giganti”, aggiunge ancora Murat Cinar ai nostri microfoni. L’Amedspor e i suoi tifosi sono accusati dalla destra nazionalista turca di essere “portavoce dei separatisti” e “fiancheggiatori dei terroristi”. “Le trasferte sono sempre state difficili per questa squadra perché ha subìto diversi casi di discriminazione e violenza”, conclude Cinar. “Nonostante questo – aggiunge – i tifosi hanno continuato a gridare slogan in curdo e portare le bandiere di questi colori, anche in trasferta”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Murat Cinar, giornalista, collaboratore de Il Manifesto, dove ha pubblicato l’articolo “Amedspor, sbarca in serie A la sfida curda al calcio turco”. Ascolta o scarica.
May 13, 2026
Radio Onda d`Urto