I mondiali dello sfruttamento
Giovedì 11 Giugno ha preso il via l’edizione 2026 della Coppa del Mondo di
calcio maschile. Archiviata la cerimonia inaugurale, alle 21 a scendere in campo
– nella spettacolare cornice dello stadio Azteca di Città del Messico – sono
stati i padroni di casa del Messico che hanno facilmente regolato (2 a 0 il
risultato finale) il Sudafrica guidato in panchina dal belga Hugo Broos. Se in
campo lo spettacolo è stato abbastanza deludente nonostante le suggestive
riprese – quasi da videogame – della regia internazionale, quel che è accaduto
all’esterno dello stadio avrebbe meritato quantomeno una menzione. Esattamente
quella che i media internazionali hanno volutamente evitato. Infatti mentre in
campo (e sugli spalti) si celebrava una supposta «festa dei popoli», all’esterno
dell’impianto di Città del Messico una parte di quello stesso popolo – vale a
dire quello messicano – protestava contro un Mondiale sempre più elitario e per
una crisi idrica senza precedenti. Una crisi aggravata dalle concessioni alla
società Televisa, il più importante gruppo radiotelevisivo del Messico che –
guarda caso – è anche quello che sta trasmettendo i Mondiali, per l’enorme
speculazione immobiliare che ha accompagnato l’evento sportivo. Parliamo di un
pozzo che si trova in un raggio inferiore ai 500 metri di lontananza da quello
che serve la comunità locale, con l’evidente rischio di sottrarre il diritto
collettivo all’acqua e alla salute. All’esterno dell’Azteca si sono poi radunati
anche sindacati, collettivi di familiari di desaparecidos e studenti per
chiedere giustizia e verità per i 43 studenti della scuola di Ayotzinapa ma
anche per gli oltre 130.000 desaparecidos dell’intero paese. Proteste sparite
dal racconto della prima giornata della Coppa del Mondo con una censura
certosina fatta dal potere mediatico, mentre quello politico autorizzava la
polizia a manganellare e reprimere la protesta.
Il 12 giugno, invece, è toccato alla nazionale di un altro dei tre paesi
ospitanti, ovvero il Canada di Alphonso Davies e dello juventino Jonathan David,
fare il proprio esordio in quel di Toronto. Avversaria dei canadesi è stata
quella Bosnia di Edin Džeko che ha estromesso l’Italia dal Mondiale. Partita
che, esattamente come la precedente, ha detto ben poco da un punto di vista
tecnico, con un pareggio 1 a 1 che, probabilmente, non soddisfa a pieno nessuna
delle due nazionali, ma che ricorderemo per i cori in favore della Palestina
della tifoseria bosniaca e per le dimostrazioni pro-palestina avvenute in città
dove alcuni tifosi hanno invitato la Fifa a estromettere Israele da tutte le
competizioni.
Alle 4 del mattino (ora italiana) del 13 giugno è stato, invece, il turno degli
Stati uniti di Pochettino, che hanno fatto il loro esordio nel Mondiale di casa
battendo con un secco 4 a 1 un Paraguay apparso onestamente fin troppo brutto
per essere vero. Teatro del debutto statunitense è stato il SoFi Stadium di Los
Angeles, dove, fino a pochi giorni prima del fischio d’inizio del Mondiale,
aleggiava concretamente lo spettro di uno sciopero destinato a mettere in crisi
l’organizzazione del torneo. Circa 2.000 lavoratori e lavoratrici dello stadio,
rappresentati dal sindacato Unite Here Local 11, che conta tra i propri iscritti
e iscritte oltre 32.000 addetti del settore alberghiero e della ristorazione tra
California meridionale e Arizona, avevano – infatti – votato con il 96% dei
consensi l’autorizzazione a uno sciopero. Parliamo di cuochi, cassieri, baristi,
lavapiatti, addetti alle concessioni alimentari e alle suite. Ovvero tutte
quelle figure lavorative che, puntualmente, scompaiono dalla narrazione patinata
del grande evento sportivo, ma senza i quali lo show non andrebbe avanti.
Il negoziato con Legends Global, la società che gestisce il servizio di food &
beverage dello stadio, era fermo da settimane. I lavoratori e le lavoratrici
avevano denunciato offerte salariali giudicate irricevibili, con aumenti
nell’ordine di 25 centesimi alla volta. Un’inezia che assume i contorni della
vergogna se rapportata agli introiti miliardari generati dal Mondiale, dal Super
Bowl e dalle future Olimpiadi di Los Angeles, eventi che hanno trasformato (e
trasformeranno) il SoFi Stadium in una delle infrastrutture sportive più
redditizie degli Stati uniti.
Alla fine, però, la minaccia di sciopero ha costretto Legends Global a tornare
al tavolo negoziale e il sindacato ha ottenuto un accordo definito storico,
ufficializzato successivamente con il 99% dei voti favorevoli degli iscritti.
L’intesa prevede aumenti salariali significativi: gli addetti ai punti ristoro
passeranno da circa 27 a 40 dollari l’ora, i cuochi arriveranno anch’essi a 40
dollari l’ora, mentre tutti i lavoratori non soggetti alle mance riceveranno un
incremento di 9 dollari orari. Per i lavoratori e le lavoratrici che
percepiscono gratifiche automatiche, come camerieri e baristi, è previsto un
aumento del 30% delle mance. L’accordo introduce, inoltre, bonus specifici per i
grandi eventi, ovvero una maggiorazione del 50% della paga per tutte le partite
del Mondiale e il doppio della retribuzione per il Super Bowl. Sono state
ottenute anche tutele contro l’esternalizzazione dei posti di lavoro e un
contributo multimilionario da parte di Legends destinato a un fondo per la
costruzione di alloggi per i lavoratori e le lavoratrici del settore
dell’ospitalità. Un contratto che resterà in vigore fino al 30 aprile 2028, vale
a dire un mese prima delle Olimpiadi di Los Angeles.
La mobilitazione, tuttavia, non riguardava soltanto i salari. Lo sciopero voleva
essere anche uno strumento di pressione nei confronti della Fifa affinché
impedisse la presenza dell’Ice – la controversa agenzia federale statunitense
incaricata del controllo delle frontiere e dell’applicazione delle leggi
sull’immigrazione – negli impianti durante il torneo e riconoscesse ai
lavoratori il diritto di interrompere il lavoro qualora la presenza degli agenti
generasse un ragionevole timore per la propria sicurezza o per quella dei
tifosi.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più significativi dell’accordo raggiunto.
Il contratto riconosce, infatti, ai lavoratori e alle lavoratrici il diritto di
scioperare durante il Mondiale qualora ritengano che gli agenti federali
rappresentino una minaccia per il personale o per il pubblico presente allo
stadio. Una clausola senza precedenti nel contesto dei grandi eventi sportivi
statunitensi, nata dalle preoccupazioni espresse dagli stessi lavoratori. «Prima
ancora di parlare di salari o dei bonus legati al Mondiale, i nostri iscritti ci
hanno detto: non permetteremo all’Ice di terrorizzarci», ha dichiarato il
co-presidente del sindacato Kurt Petersen.
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Luca Pisapia
Sul tavolo c’era anche la questione della raccolta dei dati personali richiesti
per gli accrediti Fifa e il timore che tali informazioni potessero essere
condivise con le autorità federali. Petersen ha spiegato che la Fifa non ha
accettato di garantire formalmente che i dati dei lavoratori e delle lavoratrici
non vengano trasmessi al Dipartimento per la Sicurezza Interna, limitandosi ad
assicurare che in futuro non saranno raccolte informazioni sensibili non
strettamente necessarie ai fini dell’accreditamento.
Una preoccupazione che, è bene dirlo, travalica ampiamente i cancelli del SoFi
Stadium. Negli ultimi mesi – infatti – sindacati, associazioni e organizzazioni
per i diritti dei migranti hanno dato vita a campagne come «No ICE in the Cup»,
nate dalla convinzione che il più importante evento sportivo del pianeta non
possa trasformarsi in un laboratorio di controllo sociale, paura e
discriminazione nei confronti delle comunità migranti che, tra l’altro,
costituiscono una parte fondamentale della forza lavoro impiegata negli stadi,
negli alberghi, nella ristorazione e nei servizi d’accoglienza legati ai
Mondiali. Come recita uno dei manifesti della campagna, vorrebbero che il
Mondiale fosse sicuro e gioioso per tutti. Un’affermazione apparentemente
banale, quasi scontata, che assume però un significato profondamente politico
nel contesto degli Stati uniti di Trump, attraversati da un inasprimento delle
politiche migratorie e da un clima di crescente insicurezza per milioni di
persone con background migratorio.
Un timore tutt’altro che infondato se si guarda alla gestione dei controlli e
dei visti che ha accompagnato anche (e addirittura) l’arrivo delle delegazioni
delle diverse nazionali negli Stati uniti. Nei giorni scorsi, all’arbitro somalo
Omar Abdulkadir Artan è stato negato l’ingresso nel paese nonostante un regolare
visto. La Fifa ha, immediatamente, fatto sapere che dunque non potrà arbitrare
alcuna partita di questa edizione della Coppa del Mondo, facendo così svanire il
sogno di Artan di diventare il primo somalo a dirigere una partita ufficiale di
un Mondiale; l’attaccante iracheno Aymen Hussein è stato sequestrato e
interrogato per 7 ore al suo arrivo a Chicago mentre il fotografo ufficiale
della delegazione, Talal Salah, ha trascorso più di dieci ore sotto ispezione e
alla fine gli è stato negato l’ingresso negli Stati uniti, senza alcun tipo di
spiegazione ufficiale. Non tanto meglio è andata alle delegazioni di Uzbekistan
e Senegal neanche fossero narcos con controlli direttamente sulla pista
d’atterraggio, con tanto di metal detector e cani antidroga. Per non parlare
delle migliaia di tifosi e tifose provenienti da Scozia, Senegal, Marocco, Congo
e da tutti quei paesi finiti nella black-list statunitense che si sono visti
ritirare o negare i visti a poche ore dalla partenza e nonostante avessero già
speso migliaia di euro per viaggi, alloggi e biglietti per assistere alle
partite.
I tifosi e tifose di tutto il mondo stanno toccando con mano il processo di
mercificazione selvaggia del calcio che ha trasformato il gioco più bello e
popolare al mondo in un prodotto «premium» accessibile – per lo più – a chi
dispone di una considerevole capacità di spesa. Così l’edizione statunitense del
Mondiale è gia passata alla storia come la più costosa di sempre per il
pubblico. E il tutto coincide con la prima edizione in cui la Fifa ha assunto il
controllo totale della vendita dei biglietti, che hanno fatto registrare una
decisa impennata dei prezzi rispetto al recente passato. Basti pensare che il
costo dei tagliandi è circa il doppio rispetto alla scorsa edizione (Qatar 2022)
e addirittura quattro volte superiori rispetto a Usa ‘94, anche tenendo conto
dell’inflazione. Il biglietto più economico per una partita della fase a girone
costa circa 200 dollari mentre quello meno costoso per la finale parte da 2.030
dollari. A far schizzare i prezzi dei tagliandi è stato anche il sistema del
dynamic pricing voluto dalla Fifa che ha fatto sì che per 95 delle 104 partite
previste i prezzi sono aumentati nel corso della vendita, con un incremento
medio del 35%. La stessa Fifa ha previsto ricavi, dalla sola vendita dei
biglietti, per circa 3 miliardi di dollari contro circa 1 miliardo incassato
nell’edizione qatariota.
Non deve meravigliare, quindi, se si è parlato di sticker shock, lo shock del
prezzo. A Miami, all’inizio di giugno, il costo medio del biglietto più
economico disponibile per una partita della fase a gironi sfiorava i 960
dollari. Per assistere all’esordio degli Stati uniti, i prezzi sul mercato
secondario superavano i 900 dollari. Diversi media hanno stimato che un tifoso
intenzionato a seguire il Brasile per tutta la fase a gironi arriverà a spendere
circa 3.800 dollari. Un tifoso dell’Argentina (se dovesse arrivare fino alla
finale) potrebbe spendere oltre 30.000 dollari tra voli internazionali,
trasferimenti interni, pernottamenti e biglietti dello stadio. I voli tra le
città ospitanti oscillano facilmente tra i 250 e i 600 dollari a tratta nei
periodi di maggiore affluenza. Gli hotel nelle grandi metropoli coinvolte, da
Los Angeles a Miami, da New York a Dallas, hanno registrato aumenti consistenti
rispetto alle normali tariffe stagionali, con molte strutture che superano i 300
o i 400 dollari a notte. A questi costi vanno aggiunti i trasporti urbani, i
pasti e le spese legate a un sistema di mobilità costruito su distanze enormi e
fortemente dipendente dall’automobile privata.
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Respingimenti, scioperi, costi e previsioni di spesa rendono l’evento sportivo
che più di ogni altro esalta la retorica dell’inclusione e della popolarità
quello che, nei fatti, incarna al meglio i meccanismi di sfruttamento e
sopraffazione che regolamentano una società sempre più sovradeterminata dalle
regole del capitalismo contemporaneo.
La logica che oggi contraddistingue anche il mondo del calcio si rivela in tutta
la sua brutalità. La Fifa, i grandi sponsor e l’industria dell’intrattenimento
hanno trasformato il calcio nella merce per eccellenza: confezionata con cura,
distribuita su scala planetaria, capace di generare profitti immensi e di
attrarre investimenti altrettanto grandi. Un fenomeno che ha trasformato il
tifoso in cliente. Lo stadio in piattaforma commerciale su scala nazionale e
internazionale, dove anche le emozioni e le passioni sono state sussunte e
inserite organicamente nel ciclo della messa a profitto.
Ma come ci ricorda Marx, dietro la produzione di ogni merce si nasconde il
lavoro umano. Dietro lo spettacolo di un Mondiale ci sono mani che cucinano,
puliscono, trasportano, accolgono, montano, smontano e sorvegliano. C’è una
forza lavoro senza la quale lo show semplicemente si fermerebbe. Il plusvalore
che alimenta i bilanci record di Infantino&Co. non nasce dal nulla (o dalla
bravura imprenditoriale) come il potere politico vorrebbe farci credere, ma
nasce dalla differenza tra la ricchezza prodotta da milioni di lavoratori e
lavoratrici e la quota infinitamente più ridotta che torna loro sotto forma di
salario. Per questo le minacce di sciopero dei lavoratori e lavoratrici del SoFi
Stadium rappresentano – nulla più – dell’emergere della contraddizione tra
capitale e lavoro nel cuore del più grande evento sportivo del pianeta. In
fondo, il calcio continua a essere uno straordinario specchio del mondo. E il
mondo che questo Mondiale ci restituisce è quello dominato da una classe
dirigente che prova a produrre ricchezza senza precedenti facendo leva sul senso
di insicurezza, sullo sfruttamento della manodopera e sull’esclusione sociale.
Ma è anche il mondo in cui chi è sfruttato può ancora organizzarsi, scioperare,
interrompere la catena dello sfruttamento e rivendicare una diversa
distribuzione della ricchezza che contribuisce a creare.. Se si riesce, anche
solo per un momento, a costringere chi muove i fili di questo enorme circo a
guardare negli occhi le donne e gli uomini che ne sostengono l’intera
architettura, siano essi (e esse) lavoratori, tifosi o semplicemente cittadini
di questo mondo, allora si potrà dire di aver ottenuto una prima, importante,
vittoria.
*Andrea Ponticelli, attivista da più di dieci anni nelle lotte di Napoli e
provincia, fa parte del progetto di Calcio&Rivoluzione di cui è tra i principali
promotori. Gabriele Granato, attivista sociale, frequentatore di stadi e
collezionista di t-shirt da gioco, è appassionato di sport e politica ed è tra i
fondatori del progetto Calcio&Rivoluzione.
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