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Spazio Regaldi: al via la C8PA 2026
Inizierà il prossimo lunedì 13 aprile la quinta edizione del C8PA, il torneo di calcio popolare autogestito che negli anni è diventato un appuntamento atteso e partecipato da squadre, associazioni e comunità del territorio. Un torneo che mette al centro ciò che conta davvero: accessibilità, inclusione, rispetto, mutualismo e autogestione. Il C8PA non è solo un calendario di partite: è un’esperienza collettiva che rivendica un’idea diversa di sport. Qui il calcio è uno strumento per costruire relazioni, attraversare differenze, creare comunità. In campo scendono squadre con storie, percorsi e identità diverse, unite da un principio comune: il calcio appartiene a chi lo pratica, non a chi lo compra. L’organizzazione è interamente autogestita: tempi, spazi, regole e responsabilità vengono condivisi tra le realtà partecipanti. È questo il cuore del torneo: un modello sportivo dal basso, dove la partecipazione vale più del risultato e il gioco è occasione di incontro, confronto e crescita collettiva. Uno dei più prestigiosi premi è infatti il Barotto di Legno, trofeo destinato all’ultima classificata. Spazio Regaldi Situato in Barriera di Milano, Via Claudio Monteverdi, 4, 10154 Torino, lo Spazio Sportivo Autogestito Regaldi è un campo sportivo comunale nel cuore di Torino, autogestito da diverse realtà del territorio. Qui il calcio diventa molto più di un gioco: è uno spazio aperto e condiviso, attraversato ogni giorno da squadre popolari, rifugiati, associazioni e abitanti del quartiere. Un luogo dove si costruiscono relazioni, si pratica inclusione e si dà forma concreta a un’idea di comunità basata sulla partecipazione Formula del torneo Il C8PA 2026 si articola in quattro gironi settimanali (lunedì, martedì, mercoledì e giovedì), ciascuno composto da quattro squadre. Ogni girone disputa un calendario completo di gare tra aprile e maggio, con partite alle 20:00 e alle 21:00. Al termine della fase a gironi, il torneo prosegue con: Quarti di finale: 25–28 maggio Semifinali / Barotto: 1–4 giugno Finali: 9–10 giugno aprile Pagina web https://c8pa.wp-234.workers.dev/ Profilo Instagram https://www.instagram.com/torneoc8pa Facebook https://www.facebook.com/share/1CVs1REC6t/?mibextid=wwXIfr Redazione Torino
April 8, 2026
Pressenza
Il calcio di chi può pagarselo e dei campetti sintetici
C’È IL CALCIO INTRATTENIMENTO FINE A SE STESSO, IL CALCIO DELLA VITTORIA COME UNICO TEMA DI INTERESSE, IL CALCIO CHE POCHE FAMIGLIE POSSONO PERMETTERSI DI PAGARE A BAMBINI E BAMBINE. È PRIMA DI TUTTO IL CALCIO DEI CAMPI SINTETICI SEMPRE PIÙ COSTOSI DA INSTALLARE E MANTENERE, OSPITATI IN CENTRI SPORTIVI CHIUSI E SEPARATI DALLA CITTÀ E DAI QUARTIERI. “SE NON PROVIAMO IN QUALCHE MODO A RIMETTERE MANO ANCHE A QUESTO NODO, URBANISTICO, ECONOMICO, SOCIALE – SCRIVE GIOVANNI CASTAGNO, INSEGNANTE, TRA I PROMOTORI ESQUILINO FC DI ROMA, SQUADRA NATA ALL’INTERNO DELL’ESPERIENZA DELLA SCUOLA APERTA PARTECIPATA DI DONATO DI ROMA – CON PROPOSTE SERIE, IN TOTALE DISCONTINUITÀ CON QUELLO CHE È STATO FATTO NEGLI ULTIMI DECENNI NON SOLO RISCHIEREMO DI ASSISTERE A ULTERIORI DISFATTE DEL NOSTRO CALCIO D’ÉLITES, IL CHE, SAREBBE IL MINORE DI MALI, MA A VIVERE IN CITTÀ SEMPRE PIÙ BRUTTE E INOSPITALI. E QUESTO FORSE SÌ, POSSIAMO PROVARE INSIEME A EVITARLO…” -------------------------------------------------------------------------------- Foto Esquilino FC di Roma, squadra nata all’interno dell’esperienza della Scuola aperta partecipata della Di Donato/Manin -------------------------------------------------------------------------------- “Lo vogliamo dire che non è più possibile che una famiglia debba pagare 1.000 euro all’anno per iscrivere un figlio alla scuola calcio? Ma se ne ha tre come fa?” Così Fabio Caressa. In quell’abbastanza vetusto e superato salottino su Sky in cui, sei uomini appassionati di calcio, giornalisti sportivi ed ex calciatori, dal discusso Di Canio, a Bergomi, a Marchegiani passano la loro domenica sera o le serate delle partite di coppa campioni. È una trasmissione che non vedo mai perché rimette in scena settimanalmente quell’ormai superato rituale del maschio italiano che discute di calcio come fosse una cosa seria, andando avanti per ore, commentando fino agli aspetti più microscopici un fallo o un gesto tecnico. Non ci sono donne, se non quando si tratta di menzionare il messaggio di un ascoltatore, uomo. O di riportare la dichiarazione di un altro addetto ai lavori, uomo, che ai microfoni di un’altra testata ha rilasciato una “importante” dichiarazione, quasi sempre a un altro uomo. Ma all’indomani della disfatta (ennesima) azzurra, mentre navigavo su youtube senza particolari scopi, me lo sono ritrovato proposto dalla mia profilazione, dopo che avevo visto un frammento della conferenza stampa del presidente della Figc, Gabriele Gravina, curioso di scoprire quali rocambolesche e funamboliche trovate avrebbe condiviso con la stampa. Ecco. Prima di entrare nel merito di un argomento che mi sta chiaramente a cuore visto il lavoro che svolgo. Fermiamoci un attimo sul “circo mediatico”. Una parte del problema risiede sicuramente qui, nella narrazione che i media nel nostro paese fanno del calcio, nell’arretratezza dei contenuti, dei modi, degli stili che si continuano ad adottare rispetto ad altri paesi dove pure è vero che esistono contraddizioni, ma il quadro appare sicuramente meno sconfortante. Il “circo mediatico” che, questo non da ieri, dai Biscardi ai pendolini di Maurizio Mosca, passando per le Domeniche sportive di Pecci e Panatta (almeno un po’ più ironico e divertente) Italo Cucci o Zazzeroni, con derive nel passato forse ancora peggiori di queste dell’epoca “interessante” per dirla con Zizek che ci sta toccando in sorte, ha accompagnato le vicende di questo sport alimentando un vuoto siderale di cultura, di riflessione, di proposte etiche e valoriali. Esempi virtuosi se ne trovano pochissimi, certo, ma se paragoniamo, pur nella diseducativa proposta sportiva televisiva programmi come “il processo alla tappa” di Sergio Zavoli, a queste ridicole formule, magari non sguaiate, ma di un vuoto culturale cosmico, in confronto appunto a esempi di programmi che invece davano un senso più profondo, più umano, all’impresa sportiva come quella del ciclismo, ci rendiamo conto del essere di fronte a un problema culturale profondissimo. Generazioni intere di appassionati si sono nutriti e continuano a nutrirsi di contenuti propri di un’ideologia che fa dell’intrattenimento fine a se stesso il proprio principale motore. Della vittoria l’unico tema di interesse. Del risultato sportivo l’unico totem sul quale sacrificare tutto il resto. Della polemica arbitrale la ragione principale di esistere. Scelte politiche Quando però, come l’altra sera, di torti arbitrali non si può parlare (per la verità in occasione della partita un pochino qualcuno ha anche tentato di farlo) di vittoria neppure, perché arriva l’ennesima delusione, si è messi di fronte a problemi che per anni si è fatto finta di non vedere cercando di concentrare l’attenzione solo ed esclusivamente sugli aspetti più superficiali del fenomeno sportivo, eliminando tutto il resto. D’altronde non è forse questo il paese in cui si fanno dimettere sottosegretari condannati solo per nascondere la sconfitta a un referendum che si era convinti di vincere? E il calcio per certi versi incarna perfettamente questi vizi di cui il potere, alle nostre latitudini, mostra di fare una fatica enorme a liberarsi. Ma la Storia ha pronte spesso svolte che non si vuole vedere arrivare. Ed è possibile che oggi ci si trovi di fronte a una di queste. Vedremo. Intanto, da appassionati, ma anche da osservatori di fenomeni complessi, come il calcio, siamo consapevoli che i problemi di questo sport che in parte hanno condotto agli insuccessi oggi sotto gli occhi di tutti dipendono da scelte politiche, economiche, sociali che hanno ricadute molto più grandi di quelle esclusivamente sportive. Cosa scopriamo oggi secondo commentatori e giornalisti? Cosa si sente dire oggi chi si occupa di calcio, chi ne è appassionato, chi allena o semplicemente gioca o fa giocare i propri figli in una scuola calcio? Scopre che sotto i propri occhi stavano emergendo contraddizioni insanabili. Su tutte e con aspetti sfaccettati di cui fino alla disfatta era raro sentirsi lamentare quella economica. I costi che oggi vanno sostenuti per giocare al calcio non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli di chi come me ha cominciato a giocare nelle prime scuole calcio che si affacciavano timidamente alla fine degli anni Settanta all’orizzonte, in un sistema-calcio ancora in buona misura egemonizzato da strada, oratori e campetti. Gli esclusi Convinti che un’ampia fascia della popolazione non abbia difficoltà a sostenere quella spesa non molti non hanno pensato come invece fosse ancora grande la fascia di quelli per cui è impossibile. Per esempio molte famiglie straniere. Di fatto la stragrande maggioranza delle squadre di calcio giovanile è composta esclusivamente da italiani. Quindi, come per quanto riguarda il materiale, iscriversi è un sacrificio troppo grande per molte famiglie. La conseguenza indiretta è aver favorito un clima di aspettative eccessive, di desideri eccessivi che intossicano il clima del calcio giovanile e lo avvelenano spingendo molti a lasciare e quelli che continuano a investire molte più energie di quanto non si facesse prima nel percorso sportivo pur di arrivare più avanti possibile. Anche tralasciando le ricadute psicologiche e sociali prodotte dal drop-out dei giovani atleti che lasciano perdere perché non riescono a sottostare a queste logiche ci rendiamo conto che è ormai diffusissima la pratica di pagare una squadra perché il proprio figlio abbia una opportunità in più e possa proseguire nonostante non sempre il suo rendimento sembri essere all’altezza delle richieste strettamente sportive? Centri sportivi separati dai quartieri Ma la diffusione capillare e precocissima del calcio attraverso la disseminazione di centri specializzati – centri sportivi chiusi e separati dalla città e dai quartieri – dove oggi si allarga la proposta addirittura a bambini che non hanno ancora compiuto cinque anni, dove si sono convinti genitori e famiglie bisognose di attività per i propri bambini a iscriverli così piccoli, è un fenomeno ancora più perverso. Contiene al suo interno un processo di espulsione dallo spazio pubblico e di reclusione in quello privato del calcio, che nonostante la diffusione di testi sulle metropoli contemporanee, da Mike Davis a David Harvey, non si è abbastanza ragionato. Uno sport come il calcio non può vivere, in termini di popolarità, sia nell’accento simbolico, che in quello materiale, cioè della sua diffusione, se lo si rinchiude. Se si spezza il circuito virtuoso, agonismo-campetto, campetto-agonismo. E le nostre città sono ormai concepite, poiché sottoposte a una divisione rigida del lavoro e degli spazi, a un processo di valorizzazione della rendita finanziaria feroce e inarrestabile. A meccanismi per i quali gli spazi di cui ha bisogno il calcio non sono tollerabili. Non sono possibili. Se noi non cogliamo questo elemento fondamentale non comprendiamo nulla di quanto non stia succedendo in questo momento nel nostro paese. E non comprendiamo neanche, vittime di un provincialismo arrogante e presuntuoso, che il capitalismo stesso assume forme diverse e sa rispondere alle proprie contraddizioni evitando di avvitarsi in spirali di crisi poi irreversibili nelle maggiori metropoli del pianeta. Città come New York, Parigi, Londra, Madrid, Barcellona, non sono meno di Roma o di Milano, sottoposte alla morsa di fenomeni transnazionali potentissimi, eppure hanno saputo trovare dei contrappesi, adottare delle misure che ponessero rimedio a ricadute che altrimenti avrebbero determinato conseguenze dal punto di vista sociale assai pericolose per la sopravvivenza del sistema stesso. Qui da noi invece, almeno da trent’anni, a fronte di una incapacità del sistema di redistribuire le enormi risorse generate dal calcio professionistico, società di medie e piccole dimensioni hanno dovuto adattarsi alla richiesta degli utenti di adeguarsi a terreni sintetici sempre più costosi da installare e mantenere. Per una piccola scuola calcio con uno spazio relativamente limitato a disposizione rientrare da un investimento di decine di migliaia di euro è diventato sempre più complesso. La vecchia e polverosa pozzolana Anche in questo caso la costruzione di un immaginario distorto ha giocato un ruolo molto importante. La vecchia e polverosa pozzolana ha progressivamente trovato sempre maggiori resistenze se non un vero e proprio disprezzo da parte di chi sognava di calcare il morbido prato dell’Olimpico e si immaginava campione senza esserlo. Si è di fatto sostanzialmente affermata l’idea di sublimare quel sogno vendendo una sua versione “tarocca”, quella della contraffazione che però ha incontrato un grande favore. Il verde è lo stesso, ma tra quella vera e quella finta c’è la stessa distanza che intercorre tra un intervento in anticipo di Franco Baresi e lo scomposto takle di un Bastoni qualsiasi. Restare al parco, rimanere nello spazio pubblico, una scelta minoritaria, controcorrente, tipica di quegli irriducibili romantici che riscuotono simpatie ma ai quali tutti rapidamente voltano le spalle. Il calcio è di tutti, e anche il sogno di poterlo praticare ad alti livelli. Ma non tutti ci possono riuscire. Pensare invece di poter rivendere un pezzettino di quel sogno a tutti è stata una mossa dal punto di vista economico geniale, ma dal punto di vista culturale, sociale e ambientale terribile. Adesso immaginare di smontare le decine di campi di sintetico che si sono diffusi in giro per le nostre città velleitario. Pensare di riportare a giocare i bambini nel fango d’inferno e a sporcarsi di polvere d’estate ingenuo. Eppure se non proviamo in qualche modo a rimettere mano a questo nodo, urbanistico, economico, sociale con proposte serie, in totale discontinuità con quello che è stato fatto negli ultimi decenni non solo rischieremo di assistere a ulteriori disfatte del nostro calcio d’élites, il che, sarebbe il minore di mali, ma a vivere in città sempre più brutte e inospitali. E questo forse sì, possiamo provare insieme a evitarlo. -------------------------------------------------------------------------------- Giovanni Castagno, insegnante a Roma, da anni promuove attraverso lo sport anche progetti educativi e interculturali con l’Esquilino FC. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il calcio di chi può pagarselo e dei campetti sintetici proviene da Comune-info.
April 2, 2026
Comune-info
“La Rete della Kefiah”, il documentario sulla solidarietà con la Palestina nel calcio
La Rete della Kefiah è un documentario indipendente che racconta – attraverso la voce dei protagonisti e delle protagoniste – il movimento di solidarietà che si è creato nel mondo del calcio attorno alla questione palestinese. Abbiamo scelto simbolicamente la Kefiah palestinese perchè al suo interno sono rappresentati tre simboli […] L'articolo “La Rete della Kefiah”, il documentario sulla solidarietà con la Palestina nel calcio su Contropiano.
March 11, 2026
Contropiano
calcio e sponsor finanziari illegali
L’industria europea del calcio è finita nelle maglie delle sponsorizzazioni di gruppi finanziari ad alto rischio, marchi di Cryptovalute e trading che investono milioni sulle grandi squadre, ma comportano un vero e proprio gioco d’azzardo per i piccoli investitori, ovvero i tifosi. Nonostante molti di questi gruppi finanziari siano catalogati come “ad alto rischio” o addirittura “non autorizzati ad operare” in alcuni paesi, il mercato delle sponsorizzazioni è in continua crescita. Il mondo del calcio è una vetrina scintillante e promuovere aziende volte alla speculazione e al gioco d’azzardo in borsa è una minaccia concreta per chi decide di investire i propri risparmi su un marchio che associa alla squadra del cuore. ne parliamo con Lorenzo Buzzoni autore di “Crypto e tarding: calcio e tifosi nella rete di sponsor finanziari non autorizzati” uscito su Altreconomia ( https://altreconomia.it/crypto-e-trading-calcio-e-tifosi-nella-rete-di-sponsor-finanziari-non-autorizzati/)
March 9, 2026
Radio Blackout
Spot 04.02.26 Aurora Vanchiglia Transfemminista vs. Falene, Cittadella Women e Utopiadi
In questa puntata di SPOT, a cura dell’Aurora Vanchiglia Trasfemminista, non siamo sol3! Commenteremo le notizie assieme alla squadra amica di calcio transfemminista: le Falene! Musica, notizie dal mondo dello sport popolare e non solo, chiacchiere da bar e i soliti errori in consolle vi aspettano. Link Utili: https://www.calciofemminileitaliano.it/calcio-femminile/eccellenza/il-cittadella-women-si-ritira-le-calciatrici-stanche-di-essere-prese-in-giro-e-di-promesse-mai-mantenute/ https://www.calciofemminileitaliano.it/calcio-femminile/eccellenza/cittadella-women-le-ragazze-del-settore-giovanile-qualcuno-ha-deciso-di-trarre-vantaggio-dalla-nostra-dedizione-cancellati-anni-di-sacrifici/ https://cio2026.org Falene: https://nessunofuorigioco.it/falene https://www.instagram.com/nessun_fuorigioco
February 16, 2026
Radio Blackout - Info
PALESTINA: L’ESERCITO OCCUPANTE ISRAELIANO MINACCIA DI DEMOLIZIONE IL CAMPO DI CALCIO DI AIDA CAMP
Striscia di Gaza: sono almeno 430 i palestinesi uccisi da Israele in tre mesi di cosiddetto “cessate il fuoco”, 5 in media al giorno, mentre Israele fa sapere di aver definito “nuovi piani militari” per lanciare altre aggressioni militari contro Gaza. I media israeliani parlano di marzo come mese individuato per il possibile attacco.  Oltre alle uccisioni dirette,  a Gaza si muore anche per freddo, fame, malattie. 4 persone decedute solo martedì 13 gennaio 2026, nel crollo di alcuni ruderi, spazzati dal vento e dalle piogge continue, mentre – nonostante le promesse di Netanyahu – il valico principale, quello di Rafah, rimane sigillato. Da Gaza alla Cisgiordania. Anche qui proseguono le violenze e le uccisioni, da parte sia dei coloni che dell’esercito israeliano. “La quotidianità è sempre più segnata da incursioni militari, arresti arbitrari e una crescente ondata di aggressioni da parte dei coloni contro i civili palestinesi”, denuncia Fabian Odeh, cittadino italo palestinese che viaggia spesso in Cisgiordania, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. “La sottrazione – prosegue Odeh – di risorse e territori è sistematica, vengono demolite le infrastrutture vitali e si espandono gli insediamenti. Violenze che negano anche l’accesso alle situazioni più normali: andare all’università è pericoloso. Pochi giorni fa l’attacco dell’esercito con l’incursione all’ateneo di Birzeit, vicino a Ramallah: l’esercito ha sparato pallottole vere e ferito almeno una dozzina di studenti”. Altre situazioni che altrove sarebbero normali, in Cisgiordania sono a rischio, come il gioco del calcio. Negli ultimi giorni infatti si è parlato con insistenza dell’abbattimento per volere israeliano del campo sportivo del campo profughi di Aida, vicino Betlemme, a pochi metri dal muro dell’apartheid voluto da Tel Aviv. Quello di Aida Camp è uno dei pochissimi spazi ricreativi rimasti e proprio per questo nel mirino dell’esercito e dell’occupazione. L’ordine di demolizione, in scadenza in queste ore, è stato al momento rinviato, ma solo di una settimana. Una petizione per salvarlo rivolta a Fifa e Uefa si sta avvicinando al mezzo milione di firme ed è stata già siglata da decine di realtà sportive popolari italiane e internazionali.  Della situazione in Cisgiordania Occupata, di quanto accaduto a Birzeit e della situazione di Aida Camp su Radio Onda d’Urto l’intervista a Fabian Odeh, cittadino italopalestinese spesso in West Bank. Ascolta o scarica  
January 13, 2026
Radio Onda d`Urto
Tifosi del Celtic contro l’acquisto di un calciatore del Maccabi Netanya
I tifosi del Celtic FC chiedono con forza alla società della squadra di calcio scozzese di bloccare l’acquisto dell’attaccante ivoriano Jocelin Ta Bi dal Maccabi Netanya, un accordo di trasferimento dal valore di 2 milioni di sterline (circa 2,68 milioni di dollari) per l’attaccante del club. Scotland for Palestine riporta […] L'articolo Tifosi del Celtic contro l’acquisto di un calciatore del Maccabi Netanya su Contropiano.
January 11, 2026
Contropiano
Gli Agnelli, la Juve e il capitalismo italiano
Articolo di Vincenzo Scalia La Exor, cassaforte della famiglia Agnelli, proprietaria della Juventus, ha rispedito al mittente l’offerta presentata dal fondo bitcoin Tether (guinzaglio in inglese) per rilevare la società più titolata d’Italia, tifata da un terzo degli appassionati di calcio del nostro paese. Le motivazioni addotte al rifiuto dell’offerta hanno fatto leva sui sentimenti e sull’identità, ricordando che il controllo della società bianconera, da oltre un secolo in mano ai proprietari della Fiat, ha un significato che, al di là della resa dell’asset Juventus, attiene alla sfera sentimentale.  Una risposta che sembra chiudere la partita, ma in realtà apre una serie di riflessioni sia sullo stato del capitalismo italiano, sia su quella del calcio. A leggere tra le righe si capisce che la questione non è tanto quella del sentimento, quanto del valore dell’offerta. Gli attuali proprietari sanno che la Juventus, malgrado gli affanni degli ultimi anni, rappresenta un marchio appetibile per gli investitori e la valutano 2 miliardi di euro, molto al di sopra del miliardo e rotti offerto da Tether. Di sentimentale, in questo, c’è ben poco.  Inoltre, non si capisce come mai, se la Juventus suscita il richiamo ai sentimenti, non si possa dire lo stesso delle altre attività controllate dai proprietari della squadra torinese. A partire dalla gestione di Sergio Marchionne il settore automobilistico è stato sistematicamente smantellato, con la chiusura di stabilimenti come Termini Imerese, mentre altri poli produttivi, come Mirafiori, attendono con ansia di conoscere il loro futuro, con le voci di chiusura che circolano insistenti. La scelta di dismettere i marchi storici di famiglia è già stata portata avanti vendendo l’Iveco, uno dei comparti storici della produzione di veicoli industriali, nonché di indiscussa qualità, l’estate scorsa. È poi di questi giorni la vendita prossima dei quotidiani La Stampa, da anni proprietà della famiglia Agnelli, e de La Repubblica a una proprietà greca in cui comparirebbe anche lo sceicco saudita Bin Salman, distintosi per il brutale omicidio del suo compaesano giornalista Khassoggi.  Si tratta di precedenti che lasciano pensare a una prossima cessione del club bianconero di fronte a un’offerta ritenuta più vantaggiosa, segnando il culmine di una parabola che, iniziata alla fine degli anni Ottanta, ha riguardato non soltanto la famiglia Agnelli ma anche il capitalismo italiano nel suo complesso. Alla fine del 1987, l’allora amministratore delegato Fiat, Cesare Romiti, quello della marcia dei 40.000 che pose fine allo sciopero dei 35 giorni, proclamò che la strategia del gruppo sarebbe stata quella di «differenziare gli investimenti». In altre parole, si scelse di non investire sulla modernizzazione del comparto produttivo. Una scelta esplicitata con il licenziamento di Vittorio Ghidella, responsabile del settore auto, che insisteva sulla necessità di puntare sull’auto elettrica, in un periodo in cui la Fiat avrebbe potuto giocarsi qualche carta. La finanziarizzazione del capitalismo italiano, catalizzata da Tangentopoli – che sancì il termine del sostegno all’industria assistita – e dalla globalizzazione, seguì alla scelta strategica del principale gruppo privato italiano.  In altre parole, si è trattato della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti, non soltanto in termini di licenziamenti, casse integrazioni e prepensionamenti a carico della collettività. Gli aspetti relativi alla distruzione dei saperi, delle professionalità, delle comunità che si formano e gravitano attorno al tessuto produttivo, del deperimento economico, rappresentano i frutti avvelenati della differenziazione degli investimenti. Sfoltito l’ambito materiale, gli eredi degli Agnelli si stanno volgendo a quello immateriale, sempre più fondamentale in una società basata sulla centralità crescente della sfera cognitiva. Identità, idee, emozioni, innervano le relazioni sociali. Il capitalismo immateriale fa di tutto per invaderle, per ridurle alle logiche binarie, per anteporre il brand alle rappresentazioni collettive. Quest’ultimo aspetto è centrale in relazione al calcio. Le squadre si formano come articolazione sportiva di comunità locali e nazionali, di cui incarnano i valori e le aspirazioni. Una tendenza che negli ultimi vent’anni tende a venire sempre meno, fagocitata dalla spinta a ridurre lo sport a un’ennesima industria dell’intrattenimento.  È il caso della Juventus, la cui popolarità nazionale va messa in relazione con la massiccia immigrazione meridionale nella Torino degli anni Cinquanta e Sessanta, dove il tifo bianconero costituiva un canale di socialità alternativo in risposta all’esclusione che siciliani, pugliesi e calabresi subivano dalla società locale, ma anche dalla classe operaia torinese. Granata, comunista, che vedeva con diffidenza i terun arruolati con la lettera del prete in catena di montaggio, che accettavano stipendi da fame e facevano deteriorare le condizioni di lavoro e i salari. Eppure fu da questa frattura che si generarono i fatti di piazza Statuto, che nacquero le sollevazioni spontanee, che partì un ciclo di lotte destinato a durare fino alla marcia dei 40 mila del 1980.  Furino, Anastasi, Longobucco, Causio, Brio, meridionali che giocavano nella Juventus, rappresentavano la proiezione delle aspirazioni a una vita migliore delle centinaia di migliaia di Gasparazzo (operaio meridionale immortalato nelle vignette di Lotta Continua) che lavoravano negli stabilimenti Fiat e miravano a riprendersi la città. Il seguito di cui la squadra bianconera gode al Sud e nelle Isole, riflette il tentativo di sanare la ferita della migrazione. Si rimaneva uniti tifando per la stessa squadra. Discorsi analoghi potrebbero trovarsi nei dualismi tra Roma e Lazio, Genoa e Sampdoria, Milan e Inter, o nelle rivalità in nome del campanilismo e della fede politica contrapposta di altre tifoserie. Tutto questo patrimonio di memoria e aggregazioni collettive, nel calcio odierno, vengono liquidate o soppresse, in nome del marchio da valorizzare e della vittoria agganciata al conseguimento degli utili. Da oltre un decennio, il calcio italiano, è diventato terra di conquista di investitori che fanno capo a oscuri fondi stranieri, soprattutto statunitensi, attratti in Italia da faccendieri specializzati nell’acquisizione e nella vendita di proprietà calcistiche. Lo stesso fondo Tether, pur formalmente presieduto da imprenditori torinesi, ha la sua sede legale in El Salvador, evidentemente attratto da una legislazione fiscale favorevole. Fino ad ora, le proprietà globali che hanno investito nel nostro calcio non hanno avviato politiche aziendali finalizzate al potenziamento dei settori giovanili o al coinvolgimento attivo delle tifoserie nella gestione delle società calcistiche. Seguendo le leggi della valorizzazione della rendita, hanno puntato a far quadrare i bilanci, a investire per periodi di tempo limitati, forse in relazione alla necessità di far circolare le risorse in loro possesso, oppure a valorizzare le squadre di loro proprietà in relazione alla possibilità di operare in circuiti esclusivi. Pensiamo al Como, squadra rivelazione della serie A, che non schiera nemmeno un italiano tra i titolari. La società lariana è stata rilevata da un fondo indonesiano che ha intravisto la possibilità di operare in un milieu caratterizzato dalla presenza di ultramiliardari globali che posseggono la residenza, formale o di fatto, in riva al Lago. Scegliendo di creare, utilizzando l’ossatura e la tifoseria della vecchia società, un giocattolo destinato a sollazzare i vip globali. Un progetto che nel breve termine sta rendendo, ma che a lungo andare, dato che si tratta di una squadra senza grosso seguito, confinata all’ambito locale, finirà come è finita col Parma e col Chievo, a discapito delle tifoserie e della comunità locali. Come sta succedendo a Livorno, dove la proprietà brasiliana, dopo avere investito nella squadra amaranto e averla riportata nel calcio professionistico, di colpo ha bloccato anche l’erogazione degli stipendi, facendo presagire una fine drammatica per il calcio labronico. Di fallimenti, finanziari e sportivi, è costellato il calcio italiano. Delle 146 società professionistiche in vita negli anni Novanta, ne rimangono oggi 90, alcune delle quali sempre a rischio di cancellazione. Una situazione drammatica, che si rispecchia nella mancata partecipazione agli ultimi due campionati mondiali della nostra Nazionale, nonché nel rischio di non qualificarsi nemmeno stavolta. Sarebbe necessaria una politica di intervento attivo su un settore nevralgico della vita nazionale, indagando sulla natura delle proprietà, regolamentando le acquisizioni, programmando una politica orientata verso le tifoserie locali e la valorizzazione dei settori giovanili. Invece si chiede di liberalizzare le scommesse, e si punta il dito sugli ultrà, additati come responsabili del degrado del sistema-calcio e avamposti di penetrazione della criminalità organizzata. Molto probabilmente, se si indagasse a fondo sui passaggi di proprietà e sugli investitori, verrebbe alla luce uno scenario diverso. Forse, più che del guinzaglio, sarebbe necessario un contropotere sportivo.  *Vincenzo Scalia è professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico, Argentina e Inghilterra. Il suo ultimo libro è Incontri troppo ravvicinati? (manifestolibri, 2023). L'articolo Gli Agnelli, la Juve e il capitalismo italiano proviene da Jacobin Italia.
December 15, 2025
Jacobin Italia