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Ceuta, Mbappé e il pallone oltre i confini
Domenica 20 settembre, sono da poco passate le 16.15 italiane quando al Metropolitano di Madrid prende il via il derby tra Atlético e Real Madrid. La partita finirà 2-1 per i padroni di casa (reti di Grimaldo e dell’ex Juventus David per l’Atlético e di Rudiger per il Real), ma a far discutere sarà quel che accade sugli spalti. Tredici minuti dopo il calcio d’inizio, dal Fondo Sur dello stadio – casa del Frente Atlético gruppo del tifo organizzato dell’Atlético notoriamente di estrema destra – compare uno striscione: «Ceuta es España. Ni se arruga, ni se tapa» («Ceuta è Spagna. Non si accartoccia e non si copre»).  Per capire il significato di quello striscione bisogna tornare a martedì 15 settembre, quando al Martínez Valero di Elche va in scena la sfida tra i padroni di casa e il Real Madrid. I calciatori delle due squadre entrano in campo indossando una maglietta bianca con la scritta «Todos somos caballas», iniziativa promossa in solidarietà con la popolazione di Ceuta. La parola caballas è il termine con cui vengono indicati gli abitanti della città autonoma spagnola. Tutti la indossano. O quasi. Kylian Mbappé, Vinícius Júnior e Ibrahima Konaté fanno qualcosa che forse nessuno si aspettava: tengono la maglietta ripiegata, impedendo che la scritta sia completamente visibile. Mbappé e Vinícius la tolgono prima del saluto tra le due squadre, mentre Konaté la tiene stretta in mano.  Il giorno successivo, a seguito delle tantissime polemiche, Mbappé chiarisce la propria posizione: afferma di essere completamente solidale con Ceuta e con tutte le vittime, ma spiega anche di aver voluto rivolgere un pensiero alle persone migranti che hanno perso la vita e a quelle che continuano a vivere condizioni difficili. L’attaccante francese, con quel gesto, ha voluto evitare di scegliere quale sofferenza considerare maggiormente degna di attenzione. Il gesto dei tre giocatori, però, aveva già incrinato quella che fino a quel momento era stata presentata come una semplice iniziativa di solidarietà, aprendo una discussione sul significato stesso di quella campagna. Del resto, se questa fosse stata davvero soltanto una manifestazione bonaria di solidarietà, il rifiuto di mostrare integralmente il messaggio non avrebbe provocato reazioni così scomposte. Quella maglietta aveva ormai assunto un significato politico ben preciso.  LEGGI ANCHE… EUROPA IL CONFINE BLINDATO DI CEUTA Nathan Akehurst Lo hanno confermato – indirettamente – le parole con cui Javier Tebas ha criticato i tre calciatori del Real Madrid sostenendo che si trattasse di un atto istituzionale, accettato dai club nel quale non avrebbe dovuto trovare spazio l’opinione personale dei giocatori. Affermazione fatta nonostante il Real Madrid di Florentino Perez – di certo non un bolscevico – avesse già chiarito di aver lasciato libera scelta ai calciatori sull’aderire o meno a quella campagna. Un episodio che mostra, ancora una volta, come il calcio non sia affatto separato dalla politica. Alla fine di luglio, infatti, decine di migliaia di persone avevano attraversato la frontiera tra il Marocco e Ceuta. Secondo i dati riportati in seguito, circa 72.000 persone avrebbero attraversato il confine nei due giorni della crisi, mentre l’organizzazione Caminando Fronteras ha documentato 141 morti nelle giornate immediatamente successive, considerando entrambi i lati della frontiera. Una crisi migratoria che – come prevedibile – ha avuto un fortissimo clamore mediatico, riportando sotto la luce dei riflettori il rapporto conflittuale tra Madrid e Rabat e la questione della sovranità su Ceuta e Melilla.  I due territori, sono, infatti, il simbolo della presenza coloniale europea in Africa e, dal 1956, anno dell’indipendenza marocchina, Rabat ne rivendica la sovranità. Due città in cui si manifestano con maggiore evidenza le contraddizioni dell’imperialismo europeo e del sistema degli Stati-nazione. Questioni complesse che hanno lasciato rapidamente il posto alla becera propaganda dell’ultradestra spagnola (ed europea) non appena è esplosa «la crisi». I migranti (per giunta musulmani) sono tornati a essere la minaccia per l’Europa cristiana in un remake delle crociate mentre «invasione» è diventata la parola chiave attraverso cui l’ultradestra spagnola ha rilanciato la sua propaganda securitaria. Frontiere da difendere, identità nazionale da proteggere e migranti da respingere sono i temi su cui si sta giocando la partita.  Anche in Italia la vicenda di Ceuta è stata utilizzata in questa direzione, con il governo Meloni che ha annunciato – e messo in atto – misure di controllo sui collegamenti con la Spagna, millantando il rischio di un effetto domino della crisi migratoria, e sospendendo gli accordi di Schengen.  Nulla di cui sorprendersi né tanto meno di nuovo, «solo» l’ultradestra che prova a svolgere il proprio compito trasformando quella che è una contraddizione prodotta da un sistema politico, economico e sociale fortemente iniquo in una questione di «sicurezza». Così nella propaganda dell’ultradestra, il migrante diventa il nemico visibile verso cui indirizzare la rabbia del popolo e dietro cui nascondere le cause strutturali alla base delle migrazioni, delle guerre, delle disuguaglianze e dello sfruttamento. A questa narrazione hanno provato a rispondere associazioni, collettivi e movimenti solidali, contestando la propaganda anti migranti e provando a sottrarre alla disumanizzazione voluta dal potere politico e mediatico le oltre cento persone morte. Due visioni diametralmente opposte che, come spesso accade, hanno trovato nel mondo del calcio uno degli spazi ideali dove portare avanti quello che è uno scontro per l’egemonia culturale.  L’11 settembre l’Asociación Valenciana de Empresarios aveva lanciato la campagna «Todos somos caballas», con l’obiettivo dichiarato di esprimere solidarietà alla popolazione e al tessuto economico di Ceuta. Nel giro di pochi giorni, l’iniziativa aveva trovato, come detto, il sostegno de La Liga di Javier Tebas, che ha difeso pubblicamente la campagna sostenendo che non si trattasse di una rivendicazione politica, e di diverse squadre tra cui Levante, Villarreal, Betis, Elche e Real Madrid che hanno portato in campo una maglietta con su stampato lo slogan della campagna. LEGGI ANCHE… CALCIO PRENDERE POSIZIONE, NONOSTANTE IL CALCIO Andrea Ponticelli - Gabriele Granato Un messaggio che, nel bene e nel male, non poteva in alcun modo essere ritenuto neutrale né tanto meno privo di conseguenze. A maggior ragione se esposto davanti a milioni di spettatori e spettatrici. Nonostante il potere mediatico voglia convincerci del contrario.  «Todos somos caballas», del resto, prende una questione complessa e la ricodifica, semplificandola e rimandando a un sentimento immediatamente riconoscibile che ci parla di solidarietà ma anche di appartenenza e identità nazionale. Un modo per diffondere un messaggio e imporre una determinata visione della società, sfruttando la potenza evocativa e il linguaggio universale del calcio. Il potere, d’altronde, non si conserva soltanto attraverso l’esercizio della forza bruta. Si conserva – e si rafforza – anche quando una determinata rappresentazione della realtà riesce a presentarsi come naturale, spontanea oseremmo dire inevitabile. «Ceuta è Spagna». «Difendere Ceuta significa difendere noi stessi». «Chi mette in discussione quel messaggio sta mettendo in discussione la nostra comunità». Sono passaggi apparentemente naturali ma attraverso i quali si costruisce un «noi» e, inevitabilmente, un «loro». E il calcio è uno dei luoghi migliori dove costruire e rafforzare questa visione. Lo stadio, in questo senso, diventa uno spazio di produzione ideologica. Se così non fosse, tra l’altro, sarebbe difficile spiegare quanto accaduto a seguito della scelta dei tre calciatori delle merengues.  La difesa di Ceuta non è, ovviamente, una prerogativa in sé dell’estrema destra. Come si diceva la questione è complessa e non si può non considerare che esiste una popolazione civile che vive in una situazione difficile e che ha tutto il diritto di essere sostenuta. Ma il modo in cui anche una parte del mondo del calcio ha trasformato questa solidarietà in una parola d’ordine identitaria non può essere trascurato. Non ci troviamo di fronte a una genuina manifestazione di solidarietà verso Ceuta quanto dinanzi al tentativo dell’ultradestra di costruire e modellare il concetto di identità nazionale attraverso il calcio. Il problema, per chi scrive, non è neanche che la politica utilizzi il calcio. La politica lo ha sempre fatto. Il problema è quale visione del mondo riesce a diventare senso comune attraverso l’utilizzo che la politica fa del calcio. La destra lo ha capito da tempo. Ha compreso che lo stadio non è soltanto un luogo dove ci si incontra per sostenere la propria squadra del cuore. È uno spazio sociale nel quale è possibile produrre immaginario e fare aggregazione. In poche parole, un luogo dove poter fare egemonia.  E la questione nazionale, legata al concetto di identità, è una delle questioni su cui l’ultradestra batte maggiormente per trasformare le contraddizioni sociali figlie del sistema capitalista in una continua caccia al nemico in cui lo straniero è costretto, suo malgrado, a interpretare il ruolo del cattivo. Una propaganda che trasforma i confini in sinonimo di sicurezza e la patria nel rifugio immaginario per evadere da una società attraversata da profonde disuguaglianze. Questa dell’ultradestra è un’operazione ideologica estremamente efficace perché non solo sposta l’attenzione dai problemi strutturali della nostra società ma anche perché riesce a mischiare le carte e rendere meno visibile il vero nemico. Non più sfruttati contro sfruttatori ma «noi» contro «loro». Così mentre il lavoratore, la precaria, la disoccupata viene invitata a riconoscersi nella propria nazionalità prima ancora che nella propria appartenenza di classe, chi possiede capitale, imprese e potere economico rimane nell’ombra libero di agire indisturbato. E lo fa, anche, sfruttando il linguaggio universale del calcio.  Perché, come spesso diciamo, il calcio non vive in una bolla al di fuori della società. Il calcio è influenzato dal mondo che lo circonda che, a sua volta, è influenzato da ciò che avviene nel mondo del calcio. E se la borghesia ha compreso, da tempo, il valore politico del pallone, sarebbe un errore ancor più grave lasciare che siano soltanto le destre a occuparne lo spazio fisico e simbolico. La nostra risposta non può – però – essere una generica quanto illusoria richiesta di «neutralità» che rischia di diventare semplicemente il paravento dietro cui si nasconde l’egemonia di chi ha già il potere di scegliere quali messaggi siano considerati accettabili e condivisibili. La questione è, dunque, capire quale politica, quale visione e quali valori vogliamo veicolare attraverso il calcio. Perché mentre ci chiedono di scegliere tra Ceuta e i migranti, tra la difesa delle nostre frontiere e chi la attraversa, tra «noi» e «loro», il compito di chi guarda il calcio con gli occhi della classe dovrebbe essere esattamente l’opposto: ricomporre ciò che la propaganda dell’ultradestra vuole rappresentare come naturalmente contrapposto e separato. *Andrea Ponticelli, attivista da più di dieci anni nelle lotte di Napoli e provincia, fa parte del progetto di Calcio&Rivoluzione di cui è tra i principali promotori. Gabriele Granato, attivista sociale, frequentatore di stadi e collezionista di t-shirt da gioco, è appassionato di sport e politica ed è tra i fondatori del progetto Calcio&Rivoluzione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia Chi ha paura della Gen Z Acquista l’ultimo numero della rivista L'articolo Ceuta, Mbappé e il pallone oltre i confini proviene da Jacobin Italia.
September 30, 2026
Jacobin Italia
Romanzo mondiale di Marco Niro
Il Campionato del mondo di calcio è finito da poco, ma avendo ben presente i vari avvenimenti che lo hanno caratterizzato, Romanzo mondiale. Il gioco sporco del potere, scritto da Marco Niro, fondatore del collettivo Tersite… Leggi tutto L'articolo Romanzo mondiale di Marco Niro sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
La mefitica palude del calcio
Guardiola già lo sapeva e come tutti gli stranieri di rango si è tenuto lontano dalla nostra palude. Malagò non è in controllo: ha dovuto tenersi lo stesso staff esecutivo precedente e non è riuscito per ora a imporre Mancini. Maldini è un viziato arrogante: non si muove neppure da […] L'articolo La mefitica palude del calcio su Contropiano.
July 28, 2026
Contropiano
Mondiali di calcio e diaspora: oltre l’ossessione per la differenza
Nelle scorse settimane, seguendo il Campionato Mondiale di calcio, mi sono accorto che passavo quasi più tempo a leggere i giornali, i commenti sui social e le polemiche che a guardare le partite. Non certo perché il calcio mi interessi meno: mi sembrava però che il vero spettacolo si giocasse […] L'articolo Mondiali di calcio e diaspora: oltre l’ossessione per la differenza su Contropiano.
July 28, 2026
Contropiano
E Guardiola disse “no”
Pep Guardiola ha detto no. Non farà il Commissario tecnico della nazionale italiana di calcio, bisognevole di un Cristo capace di resuscitare i morti. I maligni dicono che il “no” sarebbe stato persino ben accolto in Federazione. Il problema, come diceva già prima Malagò, non stava nei soldi da dargli, […] L'articolo E Guardiola disse “no” su Contropiano.
July 24, 2026
Contropiano
Calcio. Sta a noi cambiare le regole del gioco
E finalmente è calato il sipario sul mondiale di Trump e Infantino. L’immagine più rappresentativa, ed eloquente, è il tentativo del Presidente USA, insieme al suo fido scudiero, di imbucarsi nella photo opportunity finale durante i festeggiamenti. L’arroganza di un potere violento e ridicolo. Sarebbero talmente tante le cose di […] L'articolo Calcio. Sta a noi cambiare le regole del gioco su Contropiano.
July 21, 2026
Contropiano
L’americanizzazione della Coppa del mondo resterà
I Mondiali del 2026 hanno avuto tre paesi ospitanti, ma saranno sempre ricordati come un evento americano. E come la maggior parte delle cose americane nell’ultimo decennio, Donald Trump ne ha fatto un evento incentrato su se stesso. Bombardare una nazione partecipante, vantarsi a gran voce di aver corrotto il gioco, intromettersi nella finale… anche se Trump ha avuto un paio di periodi insoliti lontano dai riflettori, le sue mani coperte di trucco sono state ovunque. E nonostante le presenze record (e, cosa ancora più importante per l’organizzatore Fifa, i ricavi ), gli emozionanti momenti calcistici e i momenti virali dei tifosi dimostrino che questo Mondiale non sia stato un totale fallimento, qualcosa non quadra. Abbiamo assistito a prezzi dei biglietti esorbitanti e alla conseguente atmosfera fiacca; un numero limitato di tifosi in grado di viaggiare dall’estero; un approccio commerciale dilagante, stridente persino per un’organizzazione senz’anima e orientata al profitto come la Fifa. Gli aspetti peggiori di questo Mondiale sono stati i più «trumpiani». Gli Stati uniti hanno lasciato il segno sul calcio mondiale, e lo sentiremo. La progressiva americanizzazione del calcio, in atto da tempo, è stata suggellata da questo torneo, che ha unito spietata finanziarizzazione e dilagante corruzione, influenzando il gioco come mai prima d’ora. Purtroppo, tutto ciò sopravviverà a Trump e all’organizzazione dei Mondiali da parte degli Stati uniti. NON È POI COSÌ MALE, VERO? Tuttavia, viste le basse aspettative che circondavano un Mondiale che fungeva anche da testimonianza dell’amicizia tra Trump e il presidente della Fifa Gianni Infantino, molti sono rimasti piacevolmente sorpresi. Sul campo, dove gli amministratori corrotti di solito riescono a combinare meno guai, è stato un successo generale. La Spagna ha giocato il suo solito calcio soffocante e bellissimo, e Lionel Messi ci ha ricordato quanto siamo fortunati ad assistere alle sue gesta. La Germania ha trovato nuovi ed entusiasmanti modi per dimostrare di non essere più una potenza calcistica, e questa volta nessuno cercherà di dare la colpa al politicamente corretto per il loro fallimento. Sebbene a tratti macchinoso e costretto a fare più calcoli, il formato allargato a quarantotto squadre ha funzionato discretamente bene, anche se in gran parte si trattava di una strategia per vendere più biglietti e per consentire alla Fifa di consolidare il proprio sostegno in Asia e Africa. Le debuttanti Uzbekistan, Giordania e Curaçao hanno portato una ventata di novità, mentre l’altra esordiente, Capo Verde, ha offerto prestazioni notevoli. Gli stadi erano gremiti, persino per le partite della fase a gironi meno pubblicizzate. La richiesta di biglietti ha superato ogni aspettativa, e i tifosi non si sono lasciati scoraggiare nemmeno dai prezzi esorbitanti . A tratti, il torneo è sembrato soprattutto la dimostrazione di un consumistico, e inarrestabile, potere di acquisto (e/i di debito, con carta di credito) durata sei settimane che una competizione calcistica. Ha inoltre lasciato spazio a quell’amore, molto radicato tra le persone, a essere derubati sfacciatamente. Chi altri ammetterebbe allegramente di aver pagato 4.000 dollari per una partita della fase a gironi, senza aggiungere, tra l’altro, che non ammetterebbe mai che ne valeva la pena? LEGGI ANCHE… CALCIO I MONDIALI SONO LA STORIA DEL CAPITALISMO Andrea Natella Un altro motivo per cui gli stadi si sono riempiti dipende semplicemente dalla diversità della popolazione statunitense. Le immense e orgogliose diaspore hanno garantito che nessuna squadra rimanesse senza sostegno. E questo, almeno per una breve fase, ha trasformato il torneo di Trump in una sorta di sogno liberale e positivo. Pochi altri paesi sono abbastanza diversificati da poter realizzare un evento del genere su tale scala, e la Coppa del mondo ha spesso offerto l’opportunità di celebrare la vita degli immigrati. Anche questo ha permesso di offrire un’alternativa alla ristretta interpretazione dell’identità americana propria del trumpismo. Gli Stati uniti sembrano aver impressionato anche i tifosi internazionali che sono riusciti ad arrivare. C’erano i tifosi scozzesi che, allegramente, hanno insegnato a Boston come si beve. Molti tifosi europei sono diventati virali quando si sono stupiti delle dimensioni delle corsie dei supermercati e delle porzioni dei fast food. (Resoconti come quello di Freddy hanno facilmente suscitato entusiasmo tra gli americani di ogni schieramento politico, desiderosi di positività). Ma nel complesso, molti visitatori hanno trovato gli Stati uniti e la sua gente molto più affascinanti di quanto le aspettative create dai reportage internazionali incentrati su Trump avessero previsto. Anche gli stadi di football climatizzati da 5 miliardi di dollari sembravano diversi da qualsiasi cosa la maggior parte dei tifosi avesse mai visto, ma questo anche perché la maggior parte del mondo preferisce sovvenzionare lo sport giovanile piuttosto che gli stadi sportivi di proprietà di miliardari . Per fortuna, i legittimi timori pre-torneo che l’Immigration and Customs Enforcement (Ice) potesse sfruttare le partite come facile pretesto per arrestare gli immigrati non si sono concretizzati. Sebbene l’operato della polizia americana abbia avuto un impatto diretto limitato sui Mondiali, la brutalità dell’Ice, che è riuscita a uccidere diverse persone anche durante il torneo e a essere comunque considerata irreprensibile, è un segno della sua condotta. Per gran parte dei Mondiali, sembrava che la Fifa e Trump fossero riusciti a mettere a segno un vero e proprio colpo di scena in termini di pubbliche relazioni, superando le aspettative e generando un’atmosfera positiva. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! RUBARE LA SCENA Quella benevolenza poteva durare solo finché Trump avesse mantenuto il suo inopportuno silenzio riguardo al torneo. Tuttavia, essendo Trump quello che è, prima o poi avrebbe cercato di far parlare di sé. L’intervento diretto del presidente per fare pressione sulla Fifa affinché annullasse la squalifica per cartellino rosso inflitta all’attaccante della nazionale maschile statunitense Folarin Balogun prima della partita a eliminazione diretta contro il Belgio è stato un abuso di potere clamoroso. Che la mente confusa di Trump abbia pensato che il modo migliore per gestire un evidente caso di corruzione in campo fosse quello di vantarsene gli si addice perfettamente. Che Infantino ceda alle pressioni politiche della Fifa non è una novità, ma farlo per influenzare direttamente l’esito della partita è un nuovo livello di bassezza, che ha trovato una sorta di giustizia karmica solo nella clamorosa disfatta degli Stati uniti contro il Belgio, nonostante il vantaggio iniziale. Anche l’ex presidente della Fifa, Sepp Blatter, si è unito alle critiche contro Infantino. Sicuramente ha un conto in sospeso: Infantino ha assunto la carica nel 2016 dopo che Blatter era stato costretto a dimettersi a causa di uno scandalo di corruzione. Dato il passato di Blatter, non è certo un buon segno se critica il tuo giudizio etico. Eppure, l’aperta sottomissione di Infantino ai despoti ha raggiunto un nuovo minimo storico. Almeno Blatter e i suoi simili sapevano come essere un po’ più discreti nella loro corruzione, mentre Infantino è stato contagiato dalla propensione trumpiana a ostentare le proprie malefatte nel modo più evidente possibile. Il caso di Balogun è stato il più discusso, ma probabilmente non il più eclatante, su come Trump abbia effettivamente influenzato il calcio. Ferendo lo spirito fraterno dello sport internazionale, il fatto che una nazione ospitante abbia bombardato l’Iran, altro partecipante al Mondiale, durante tutta la competizione, non solo è stato un evento senza precedenti, ma ha avuto anche ripercussioni sportive. A causa della guerra, il campionato iraniano, in cui gioca la maggior parte della nazionale, è stato sospeso per mesi prima del torneo. Poco prima dell’inizio, l’Iran è stato costretto a trasferire la base della squadra dagli Stati uniti al Messico, con visti di breve durata concessi solo per le singole partite, che obbligavano i giocatori a tornare immediatamente a Tijuana, e con alcuni membri dello staff impossibilitati a entrare negli Stati uniti per le partite. Nonostante l’evidente svantaggio sportivo dei giocatori iraniani, visibilmente stanchi, e la pura depravazione morale degli Stati uniti nell’imporre tali regole, la Coppa del Mondo è proseguita come se nulla di straordinario stesse accadendo.E sebbene la vibrante celebrazione della vita degli immigrati americani fosse spesso davvero commovente, la Coppa del Mondo si è dovuta affidare alle diaspore per riempire gli stadi, poiché entrare nel paese era praticamente impossibile. Il sistema di controllo delle frontiere degli Stati uniti si è occupato del lavoro sporco, in modo che le retate dell’Ice non si verificassero mai durante il torneo. Iran, Haiti, Costa d’Avorio e Senegal avevano tutti almeno un divieto parziale di viaggio verso gli Stati uniti, nonostante partecipassero alla competizione. LEGGI ANCHE… CALCIO I MONDIALI DELLO SFRUTTAMENTO Andrea Ponticelli - Gabriele Granato UN PROGETTO INQUIETANTE Tutti gli aspetti peggiori di questa Coppa del mondo – la corruzione, la cinica speculazione finanziaria e l’insistenza nel voler stravolgere lo sport più amato al mondo – rischiano di radicarsi ulteriormente. Se i tifosi di altri paesi non sono altrettanto a loro agio quanto quelli statunitensi nello sborsare somme esorbitanti per i biglietti, forse farebbero meglio ad abituarsi. Anche se i prezzi dovessero diminuire in futuro, è improbabile che tornino ai livelli pre-2026. L’eccessiva finanziarizzazione di questa Coppa del mondo, in stile statunitense, manifestatasi in modo evidente nel sistema di «prezzi dinamici» che ha reso l’acquisto dei biglietti simile alle scommesse sportive e alla deleteria diffusione delle scommesse sportive, probabilmente accompagnerà anche le future competizioni. È improbabile che scompaiano anche le «hydration break» obbligatorie – una modifica al formato della competizione imposta dalla Fifa per consentire una maggiore pubblicità anche quando non necessaria a causa della temperatura. La Fifa ha apportato tali modifiche senza che i tifosi statunitensi dovessero fare pressioni. Lo stesso vale per lo spettacolo di quasi mezz’ora in stile Super Bowl nell’intervallo della finale (di solito la pausa dura solo quindici minuti). Nessuno ha chiesto che Justin Bieber e i Bts interrompessero la competizione sportiva più importante del mondo, eppure è successo lo stesso. Che piaccia o no, la Fifa sosterrà con fermezza che è stato un successo strepitoso. Al di fuori delle competizioni internazionali, il calcio è da tempo sempre più dominato da miliardari e fondi di private equity speculativi. I cambiamenti introdotti dai Mondiali non faranno altro che consolidare ulteriormente la presa del capitale sul calcio globale, e il fatto che queste riforme vengano testate sul palcoscenico più importante ne faciliterà l’applicazione ad altre competizioni. L’avidità aziendale che infetta il calcio non è una novità: le radici operaie di questo sport sono state brutalmente minate nel corso dei decenni. Ma ora minaccia di rendere il calcio irriconoscibile. E poiché la Fifa, l’istituzione più importante di questo sport, è un’organizzazione senza scrupoli, il clientelismo intensificatosi durante un Mondiale influenzato da Trump probabilmente impedirà a chiunque di fermare tutto ciò. Forse Infantino si è spinto troppo oltre e (a differenza delle ultime due volte) e probabilmente dovrà affrontare una vera opposizione alle elezioni presidenziali Fifa del prossimo anno. Eppure, sembra ancora intoccabile. Ha risposto alle feroci critiche provenienti dall’Europa proponendo un’ulteriore espansione della Coppa del mondo, questa volta da quarantotto a sessantaquattro nazioni, in un tentativo neanche troppo velato di assicurarsi i voti delle federazioni asiatiche, africane e centroamericane che trarrebbero vantaggio da una soglia di partecipazione più bassa. Con i Mondiali del 2030 che si preannunciano come un evento mastodontico distribuito su tre continenti, e l’edizione del 2034 in programma in Arabia Saudita, il potenziale per ulteriori episodi di corruzione e «sportswashing» è enorme, a prescindere da chi sia al timone della Fifa. E anche se la Coppa del mondo si spostasse in tutto il mondo, l’egocentrismo provinciale degli Stati uniti – un paese ospitante pieno di commentatori che si vantano di non capire la cultura sportiva – verrà esportato. Un maggior numero di paesi partecipanti allarga il campo, eppure l’ossessione della Fifa per i profitti a tutti i costi ridurrà la presenza globale di tifosi che potranno effettivamente assistere alle partite. L’evento multicontinentale del 2030 sarà logisticamente ancora più complesso, e probabilmente anche più costoso per i tifosi, rispetto a quello attuale. E, come il Qatar nel 2022, l’Arabia saudita nel 2034 si rivelerà probabilmente una destinazione inospitale e poco attraente per le tifose e le persone LGBTQ+. Il declino a lungo termine del calcio fa sì che tutto ciò sembri una logica conseguenza di quanto accaduto nel 2026. Ma se il 2026 ci insegna qualcosa, dovrebbe essere che non deve per forza andare così. Nonostante tutto, sei settimane di football in Nord America hanno portato gioia al mondo. Hanno dimostrato – se non sempre – che anche nelle condizioni più ostili, il football può unire le persone e contribuire a ricostituire il concetto di comunità e appartenenza. È questo potere che ci mostra che questo sport deve essere protetto, non usato contro di noi. Le vittorie in termini di accessibilità economica e di creazione di comunità, come quelle ottenute nella New York di Zohran Mamdani, dimostrano che le istituzioni marce del calcio possono essere sfidate. Dobbiamo solo farlo prima che non ci sia più nulla da riconquistare. *Dave Braneck è un giornalista di Berlino che si occupa di sport e politica. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo L’americanizzazione della Coppa del mondo resterà proviene da Jacobin Italia.
July 20, 2026
Jacobin Italia
Spot 01.07.26 Aurora Vanchiglia Transfemminista – Lo Ius solis sportivo proposto dalla FIGC, film e corti da vedere: “Pioneras: solo querían jugar” e “We’ll Go Down in History”
In questa puntata abbiamo parlato di: Ius soli Sportivo: Tra le prime dichiarazioni della nuova presidenza della FIGC c’è la proposta di uno “ius soli sportivo” più rapido: dare la cittadinanza ai giovani calciatori stranieri prima che vengano tentati da altre nazionali di calcio. Ma se il talento apre scorciatoie, perché per tutt3 gli altri ragazz3 cresciut3 in Italia la cittadinanza resta un miraggio fino ai 18 anni? La cittadinanza non è un affare meritocratico. In spagna è appena uscito nelle sale “Pioneras: solo querían jugar”, il film che racconta la prima nazionale di calcio femminile spagnola: ragazze dai 13 ai 20 anni che negli anni ’70 sfidarono il franchismo per giocare. Nel 1971 la loro prima partita ufficiale riempì lo stadio, ma il regime rispose con umiliazioni in tv, mentre si cercava di insabbiare ovunque il calcio femminile — con l’aiuto della FIFA. Ancora film, ancora documentari: “We’ll Go Down in History”, è un documentario sulla @trukunitedfc , la prima squadra di calciatric3 trans* e non binarie del Regno Unito, fondata da Lucy Clark, allenatrice, nonchè prima arbitra trans*. Il documentario è disponibile gratuitamente qui https://www.youtube.com/watch?v=vvizW2Yxibc
Spot 01.07.26 Aurora Vanchiglia Transfemminista – Lo Ius solis sportivo proposto dalla FIGC, film e corti da vedere: “Pioneras: solo querían jugar” e “We’ll Go Down in History”
In questa puntata abbiamo parlato di: Ius soli Sportivo: Tra le prime dichiarazioni della nuova presidenza della FIGC c’è la proposta di uno “ius soli sportivo” più rapido: dare la cittadinanza ai giovani calciatori stranieri prima che vengano tentati da altre nazionali di calcio. Ma se il talento apre scorciatoie, perché per tutt3 gli altri ragazz3 cresciut3 in Italia la cittadinanza resta un miraggio fino ai 18 anni? La cittadinanza non è un affare meritocratico. In spagna è appena uscito nelle sale “Pioneras: solo querían jugar”, il film che racconta la prima nazionale di calcio femminile spagnola: ragazze dai 13 ai 20 anni che negli anni ’70 sfidarono il franchismo per giocare. Nel 1971 la loro prima partita ufficiale riempì lo stadio, ma il regime rispose con umiliazioni in tv, mentre si cercava di insabbiare ovunque il calcio femminile — con l’aiuto della FIFA. Ancora film, ancora documentari: “We’ll Go Down in History”, è un documentario sulla @trukunitedfc , la prima squadra di calciatric3 trans* e non binarie del Regno Unito, fondata da Lucy Clark, allenatrice, nonchè prima arbitra trans*. Il documentario è disponibile gratuitamente qui https://www.youtube.com/watch?v=vvizW2Yxibc
July 17, 2026
Radio Blackout
Spot 01.07.26 Aurora Vanchiglia Transfemminista – Lo Ius solis sportivo proposto dalla FIGC, film e corti da vedere: “Pioneras: solo querían jugar” e “We’ll Go Down in History”
In questa puntata abbiamo parlato di: Ius soli Sportivo: Tra le prime dichiarazioni della nuova presidenza della FIGC c’è la proposta di uno “ius soli sportivo” più rapido: dare la cittadinanza ai giovani calciatori stranieri prima che vengano tentati da altre nazionali di calcio. Ma se il talento apre scorciatoie, perché per tutt3 gli altri ragazz3 cresciut3 in Italia la cittadinanza resta un miraggio fino ai 18 anni? La cittadinanza non è un affare meritocratico. In spagna è appena uscito nelle sale “Pioneras: solo querían jugar”, il film che racconta la prima nazionale di calcio femminile spagnola: ragazze dai 13 ai 20 anni che negli anni ’70 sfidarono il franchismo per giocare. Nel 1971 la loro prima partita ufficiale riempì lo stadio, ma il regime rispose con umiliazioni in tv, mentre si cercava di insabbiare ovunque il calcio femminile — con l’aiuto della FIFA. Ancora film, ancora documentari: “We’ll Go Down in History”, è un documentario sulla @trukunitedfc , la prima squadra di calciatric3 trans* e non binarie del Regno Unito, fondata da Lucy Clark, allenatrice, nonchè prima arbitra trans*. Il documentario è disponibile gratuitamente qui https://www.youtube.com/watch?v=vvizW2Yxibc