Limbo: così la Questura di Udine ostacola sistematicamente il diritto di chiedere asilo
Nelle procedure legate alle persone straniere, i luoghi fisici non sono soltanto
degli spazi di espletamento di procedure ordinarie, ma dei veri e propri simboli
per sondare l’effettivo accesso ai diritti fondamentali, come il diritto di
asilo e un letto.
Sono spazi difficili da attraversare, angusti e senza sedie, spazi di attesa e
di restrizione. Nella loro stessa conformazione lanciano un chiaro messaggio:
“nessun diritto è gratuito”.
Stando alla normativa italiana ed europea, tra la manifestazione (anche a voce)
della volontà di chiedere asilo e la formalizzazione di tale richiesta
dovrebbero intercorrere dai 3 ai 10 giorni: se una persona giunta in Italia si
presenta per la prima volta in questura, dovrebbe essere presto identificata,
sottoposta a un’informativa legale e immediatamente smistata nei centri di
accoglienza del territorio.
Potrebbero sembrare delle formalità per un cittadino italiano nato in Italia,
per il quale un ritardo della pubblica amministrazione è soltanto l’ennesimo
fastidio di una ragnatela burocratica, ma per una persona straniera il rispetto
dei tempi previsti dalla legge segna la differenza fra una notte trascorsa in
strada o in un letto.
I luoghi di identificazione delle persone migranti disattendono il ruolo che
dovrebbero avere – luoghi amministrativi, di mera gestione di pratiche –
diventando spazi politici, in cui il potere è a senso unico ed è esercitato in
maniera arbitraria e abusiva.
Come le linee geografiche tra gli Stati, anche i muri dei centri di accoglienza,
i CPR, le prefetture e le questure inscenano qualcosa di più dell’ordinaria
amministrazione. E come dei confini invisibili innalzati all’interno
dell’infrastruttura statale, mantengono un’architettura basata su razza,
territorialità e classe sociale.
LIMBO
Il 16 giugno l’équipe di strada dell’associazione udinese Ospiti in Arrivo ha
pubblicato “Limbo“. Il report, sottoscritto da Rete DASI FVG e da altre
associazioni del Friuli Venezia Giulia 1, emerge dal monitoraggio all’entrata
della questura di Udine, in uno di quegli spazi di esercizio arbitrario del
potere continuamente attraversati dalle persone straniere.
Da fine gennaio a fine maggio, gli attivisti e le attiviste hanno presidiato
l’ingresso della questura per alcune ore al giorno con l’obiettivo di rilevare i
tempi di presentazione formale delle richieste di asilo e le modalità di
interazione tra richiedenti asilo e personale della questura.
Il report riporta i grafici dei dati, le statistiche e le interviste raccolte
durante queste osservazioni.
È un marciapiede quello dove le persone straniere attendono il proprio turno
all’ingresso della questura di Udine. Non ci sono posti a sedere o separatori
per mettere in fila persone con richieste diverse, non ci sono pensiline per
ripararsi dalla pioggia.
All’ingresso della questura, dove chiarire le ragioni della propria presenza
sarebbe fondamentale per avviare le procedure, non ci sono quasi mai mediatori
linguistici a cui le persone migranti possano rivolgersi.
I fatti più inquietanti emersi dal monitoraggio di Ospiti in Arrivo sono due:
1. La questura di Udine disattende sistematicamente le tempistiche entro cui,
secondo la normativa, la pubblica amministrazione dovrebbe provvedere a
formalizzare le richieste di asilo: alcuni intervistati hanno riferito di essere
di attesa di formalizzare la propria richiesta di asilo anche da 35 giorni. In
questo limbo e in assenza di documenti, non hanno potuto accedere ai servizi
essenziali: cure mediche, cibo, un posto dove dormire.
2. Il personale fotocopia il passaporto delle persone straniere e sullo stesso
foglio scrive a matita la data e l’orario in cui tornare in questura per la
formalizzazione della richiesta di asilo. Chi non si presenta con un passaporto
viene rimandato a data da destinarsi.
La proposizione della richiesta di asilo viene quindi vincolata al possesso di
un documento di riconoscimento. Questa prassi è illegittima.
TUTTO TACE
L’associazione ha trasmesso il dossier alla stessa Questura di Udine chiedendo
di rispondere dei profili di illegittimità riscontrati dal monitoraggio, ma a
oggi non è arrivata alcuna risposta concreta e non sono state messe in atto
delle misure operative per far fronte ai ritardi sistematici.
Nella speranza che un organo istituzionale prenda misure concrete, Ospiti in
Arrivo ha inoltrato il report all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i
Rifugiati (UNHCR). Interpellata, UNHCR si è detta disponibile a un incontro con
gli attivisti, anche se non è stata definita una data.
Ha inoltre dichiarato che “l’accesso alla procedura di asilo non dovrebbe mai
essere ostacolato da difficoltà operative o amministrative” e che vi è
disponibilità a collaborare “per favorire misure che garantiscano un accesso
tempestivo ed effettivo alla procedura di asilo”.
Tuttavia, non ci sono evidenze che siano state fatte pressioni sull’ufficio
immigrazione della Questura di Udine, né che i responsabili siano stati
richiamati al rispetto delle procedure. Le dichiarazioni dell’Alto Commissariato
arrivano tardi: l’inaccessibilità alla procedura di asilo a Udine è un fatto
riscontrato da anni da associazioni e ONG che si occupano di richiedenti asilo.
Una prassi che si ripete con sistematica violenza durante tutto l’anno, non
soltanto nei mesi in cui la presunta eccezionalità dei “flussi” potrebbe essere
utilizzata come attenuante. È quindi impossibile che UNHCR non ne fosse al
corrente ben prima del 16 giugno.
A un mese dalla pubblicazione del report, queste dichiarazioni restano formule
di circostanza se non sono accompagnate da azioni concrete a tutela delle
persone che vogliono chiedere asilo.
Ma non si ferma il mare con le mani. Dietro questo silenzio incessante, queste
vite non si fermano. Se le questure italiane perseverano nel loro tentativo di
spegnere la vitalità delle persone in movimento, i volontari continuano a
intercettare i loro bisogni e i loro desideri reali.
Le persone migranti continuano ad autodeterminarsi: c’è chi si cura da solo una
lunga ferita alla coscia procurata durante la rotta, chi continua a fare domande
e ad affidarsi alle persone solidali.
“Un gruppetto”, racconta un’attivista dell’associazione, “ha imparato a dire in
italiano «per piacere ascoltami» e «ho bisogno di fare asilo»”, quasi a voler
scavalcare quei confini invisibili innalzati impunemente da piantoni e
poliziotti sul marciapiede di una strada qualunque. “Altri hanno cominciato a
studiare l’italiano nelle scuole gratuite del territorio, perché in Italia ci
vogliono restare.”
Al bieco e abusante silenzio di tutte le istituzioni, si continua a rispondere
con rabbia, ma anche con umanità e speranza.
1. Consulta il rapporto ↩︎