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La scuola è un’impresa – di Cristina Morini
Che i ragazzi odiano la scuola e amano il gioco lo dite voi. Noi contadini non ci avete interrogati […] Tutta la vostra cultura è costruita così. Come se il mondo foste voi.   Scuola di Barbiana, Don Lorenzo Milani, Lettera a una professoressa, Libera Editrice Fiorentina, 1967, p. 13. Forse il problema potrebbe [...]
May 18, 2026
Effimera
Scuola tecnica e governo del sapere
La riforma degli istituti tecnici introdotta dal Dm 29/2026 interviene in modo strutturale sull’assetto dell’istruzione tecnica, modificando quadri orari, organizzazione del biennio, ruolo delle discipline e ampliando significativamente le quote di flessibilità curricolare. Tra i suoi elementi principali si collocano la riduzione del tempo scuola, il rafforzamento delle discipline di indirizzo nel primo biennio e il consolidamento del raccordo con il sistema produttivo. Si tratta di un intervento che non può essere letto come un semplice riordino organizzativo. È proprio a partire dalle modifiche concrete del curricolo che emerge una trasformazione più profonda del rapporto tra sapere, formazione e produzione. -------------------------------------------------------------------------------- La riforma del curricolo: struttura, tempi, flessibilità La riforma incide innanzitutto sulla dimensione materiale dell’insegnamento. La riduzione del monte ore complessivo e l’introduzione di ampie quote di flessibilità producono un curricolo meno stabile, più variabile e maggiormente dipendente dalle scelte delle singole istituzioni scolastiche. La presenza di ore “a disposizione della scuola” consente una modulazione continua del percorso formativo. Allo stesso tempo, il rafforzamento delle discipline di indirizzo nel primo biennio contribuisce a ridefinire l’equilibrio tra area generale e area di indirizzo, con una riduzione della funzione orientativa iniziale del percorso e una maggiore tendenza alla specializzazione precoce. Questi elementi incidono direttamente sulla struttura della formazione, sull’organizzazione didattica e sulla stabilità degli organici. Mutazione delle discipline: dalla struttura al modulo È nella trasformazione delle discipline che la riforma mostra uno dei suoi effetti più rilevanti. Le discipline non vengono eliminate, ma ridefinite: aggregate in ambiti, rese modulari, subordinate a obiettivi trasversali. In questo passaggio perdono progressivamente il proprio statuto di riferimento autonomo e vengono integrate in un sistema orientato alla produzione di competenze. Ciò che viene meno non è soltanto un’organizzazione del sapere, ma una sua funzione: la disciplina come spazio di temporalità lunga, di costruzione critica, di distanza dall’immediatezza dell’utilità. La competenza, al contrario, si definisce per spendibilità, trasferibilità e misurabilità, risultando pienamente coerente con un sistema che richiede adattabilità continua. Flessibilità e organizzazione: variabilità e instabilità La flessibilità curricolare rappresenta uno degli strumenti centrali della riforma. Presentata come ampliamento dell’autonomia, essa produce una crescente variabilità nell’organizzazione didattica: redistribuzione delle ore, competizione tra discipline, dipendenza da scelte locali. Questa configurazione incide direttamente anche sul lavoro docente, determinando instabilità nella composizione delle cattedre, frammentazione degli insegnamenti e possibilità di ridefinizione continua degli equilibri interni. La flessibilità non si limita a modificare il curricolo: ne trasforma le condizioni materiali di funzionamento. Capitalismo cognitivo e crisi della forma disciplinare Queste trasformazioni si comprendono pienamente solo se collocate nel contesto del capitalismo contemporaneo. Nel passaggio al capitalismo cognitivo, il sapere ha cessato di essere un semplice presupposto della produzione per diventare esso stesso forza produttiva immediata. Le analisi di Antonio Negri sul general intellect hanno mostrato come linguaggio, relazioni e capacità cognitive diffuse costituiscano oggi il terreno primario della valorizzazione. In questo contesto, la crisi della disciplina appare come un fenomeno strutturale. Il sapere non è più confinabile in ambiti chiusi, ma si configura come cooperazione sociale diffusa, mobile, reticolare. Da questo punto di vista, il superamento della rigidità disciplinare riflette una trasformazione reale della soggettività contemporanea. Dalla cooperazione alla cattura del sapere Il punto decisivo non è però la crisi della disciplina in sé, ma la direzione che essa assume. Nel capitalismo cognitivo, la cooperazione sociale non si emancipa automaticamente. Il sapere diffuso non diventa autonomo: viene organizzato, misurato e reso produttivo. La riforma degli istituti tecnici si colloca in questo spazio. Interdisciplinarità, competenze e flessibilità non vengono sviluppate come strumenti di autonomia del sapere, ma come dispositivi di organizzazione della cooperazione cognitiva. Il curricolo non si limita a riconoscere questa trasformazione: la governa. Produzione di soggettività e indebolimento del soggetto critico A questo livello emerge il carattere più profondo della riforma. La scuola non trasmette soltanto conoscenze, ma contribuisce alla produzione di soggettività, cioè alla formazione di modi di pensare, agire e collocarsi nel mondo. La flessibilità curricolare, l’enfasi sulle competenze e il rafforzamento del rapporto con il lavoro contribuiscono a costruire soggetti caratterizzati da adattabilità, disponibilità e capacità di muoversi in contesti instabili. Soggetti orientati a valorizzare ciò che è immediatamente spendibile e a interiorizzare logiche di funzionamento proprie del sistema produttivo. In questo senso, il punto non è la scomparsa del soggetto critico, ma la progressiva erosione delle condizioni che ne consentono l’emergere. Riduzione dei tempi, subordinazione del sapere all’utilità immediata e compressione degli spazi di autonomia rendono più difficile la costruzione di forme di pensiero capaci di distanza, riflessione e critica. Parallelamente, si rafforza la produzione di soggettività funzionali: non semplicemente disciplinate dall’esterno, ma modulate dall’interno dei processi. Territorio, impresa e asimmetrie Il rafforzamento del rapporto con il sistema produttivo locale introduce una ulteriore dimensione di criticità. La territorializzazione del curricolo comporta una dipendenza strutturale dalle condizioni economiche locali, con il rischio di subordinare la progettazione didattica alle esigenze produttive e di determinare una crescente differenziazione tra territori. In assenza di garanzie forti di uniformità, questo processo può tradursi in un ampliamento dei divari e in una ridefinizione diseguale delle opportunità educative. Guerra, crisi e nuove forme del comando Questa riforma si colloca in una congiuntura segnata da crisi sistemiche, tensioni internazionali e ristrutturazioni produttive. In tale contesto, la formazione assume una funzione strategica: non solo produzione di competenze, ma costruzione di soggettività adeguate a un mondo caratterizzato da instabilità e crescente gerarchizzazione. La flessibilità e l’adattabilità diventano tratti centrali non solo del lavoro, ma dell’identità. La scuola si configura così come uno spazio di produzione di soggetti capaci di muoversi dentro contesti incerti, interiorizzando logiche di adattamento e disponibilità. Si tratta di forme nuove di disciplinamento: non più basate su imposizioni esterne rigide, ma su una modulazione interna delle condotte. Conclusione La riforma degli istituti tecnici non rappresenta semplicemente un aggiornamento del sistema educativo. Essa segna un passaggio nella trasformazione del sapere in dispositivo: uno spazio in cui la cooperazione cognitiva viene organizzata, indirizzata e resa funzionale alla valorizzazione. Il nodo non è la difesa della disciplina contro la competenza, ma il conflitto tra autonomia del sapere e sua cattura nei processi del capitale. È in questo spazio che la scuola torna a essere un terreno politico centrale: non come residuo del passato, ma come luogo in cui si gioca la forma delle soggettività future. Questo contributo è già apparso su MicropolisUmbria, qui
May 15, 2026
ROARS
Primo maggio: il contratto è un impiccio, più potere all’Associazione Nazionale Presidi
Buon primo maggio agli insegnanti. E grazie al sindacato dei dirigenti (ANP), che ci ricorda sempre con parole semplici come stanno le cose. -------------------------------------------------------------------------------- Nuovi fondi europei “di rilevanza strategica” sono in arrivo, scadenze insostenibili per i tempi della collegialità scolastica,  ancora una volta un impaccio per i dirigenti dell’Associazione Nazionale Presidi (ANP). L’Associazione da tempo infatti denuncia l’anacronismo  dei decreti delegati, in contrasto con la nuova visione verticale ed efficiente della scuola dell’autonomia.  Via lacci e lacciuoli  è il consueto adagio che puntella i comunicati del sindacato dei dirigenti, più o meno regolarmente (qui, ad esempio) > “La governance degli organi collegiali della scuola, risalente ai decreti > delegati del 1974, va profondamente innovata perché contrasta con le > prerogative dirigenziali entrate in vigore, insieme all’autonomia, il 1° > settembre 2000. > > Che sia la volta buona?” Troppe responsabilità senza potere, dicono oggi. Obblighi per gli insegnanti solo sulla carta, il loro contratto normativo è vecchio e non al passo coi tempi.  Le 80 ore previste per le attività funzionali non bastano più, vanno aumentate per coprire la formazione imposta dal PNRR su  “aree cruciali per la qualità dell’insegnamento”. Serve, scrivono: > “il riconoscimento contrattuale della formazione come parte integrante e > obbligata dell’orario di servizio, con un innalzamento del monte-ore > funzionale che tenga conto delle vere esigenze del sistema. > > La formazione dei docenti è un investimento per il Paese, non un peso per la > categoria.” I dirigenti fanno appello al Ministro Valditara. Ricordiamo solo due o tre cose. 1. Il dirigente scolastico italiano può contare su un salario che è il 100% più alto di qualsiasi docente. 2. I docenti italiani hanno salari tra i più miseri dell’area OCSE. 3. La forchetta tra i due salari è tra le più ampie di area OCSE. 4. Ma soprattutto, ricordiamo che dietro ogni dichiarazione del sindacato dirigenti, espressa in nome di principi impellenti di efficienza e buona amministrazione e con la lingua felpata del riformismo scolastico (responsabilità, formazione necessaria, comunità educante, qualità, innovazione didattica) c’è un preciso modello di scuola, che non cambia. Il modello è riassumibile con uno slogan su cui ci eravamo già espressi tempo fa, quando i dirigenti pensarono bene di sfruttare l’occasione della crisi pandemica per invocare un cambiamento radicale dell’organizzazione scolastica: Fine della scuola della Costituzione e pieni poteri al capo. Lo riproponiamo, in occasione della festa dei lavoratori. Buon Primo maggio, e buon ripasso. > Associazione Nazionale Presidi: fine della scuola della Costituzione e pieni > poteri al capo  
May 1, 2026
ROARS
Test INVALSI e personalizzazione: la riproduzione delle disuguaglianze
Da tre decenni le riforme scolastiche seguono una logica unica, ben riassunta in un recente articolo, il cui autore è un economista: la scuola non funziona, i dati dei test standardizzati lo dimostrano, la soluzione sta nell’ottimizzare l’insegnamento. In Italia questa agenda assegna ai test INVALSI un ruolo sempre più centrale: misura delle competenze individuali, bussola per le risorse PNRR, parte del curriculum digitale degli studenti e oggi anche indicatore predittivo di probabili insuccessi futuri. Eppure quei test riproducono puntualmente la mappa geografica sociale ed economica del paese. La risposta dei governi è: “personalizzazione” -tutor artificiali, potenziamento delle soft skills, orientamento verso filiere differenziate – e non fa che istituzionalizzare quella segmentazione, legittimando la costruzione tramite i dati di una sorta di “biografia cognitiva” digitale per ogni studente, che lo qualifica in termini di presunte fragilità, eccellenze, “talenti”. Ma senza agire sulle cause strutturali dei divari, la retorica dell’ uguaglianza guidata dai dati conduce non solo al fallimento annunciato, ma alla riproduzione e alla conservazione con maggiori giustificazioni di prima. -------------------------------------------------------------------------------- L’intervento “La scuola che non riduce i divari. Aumentare le risorse non basta”  scritto dall’economista Trento  (e prontamente rilanciato)  offre una sintesi “da manuale” del discorso pubblico sulla scuola a sostegno delle politiche educative di circa tre decenni. Un’agenda che, con poche differenze e in maniera spesso disorganica, è stata applicata in tutti i paesi capitalisti sviluppati: i corposi documenti dell’OCSE prodotti da fine anni 90 ad oggi sono utili per farsene un’idea. Gli argomenti di quel discorso, in breve, sono questi. La scuola non funziona. Ce lo dicono i dati dei test standardizzati, non solo e non tanto in termini di media quanto di varianza. I test INVALSI censuari (2,5 milioni di studenti ogni anno) descrivono una distribuzione delle “competenze cognitive” non uniforme. La scuola non riesce a colmare i divari. Che fare, dunque? Le risorse, i salari dei lavoratori, le infrastrutture contano poco. Ciò che conta è il miglioramento interno del sistema: ciò che l’insegnante fa, e come lo fa, in classe. E quindi le ricette sono: più formazione dei lavoratori, didattica “orientata alle competenze”, intervento personalizzato sugli studenti “in difficoltà”, nuove tecnologie. È questa la logica apparentemente ferrea, perché lineare e legittimata da dati quantitativi, che ha inchiodato la scuola italiana all’agenda di riforme che ben conosciamo. Le politiche derivate dai finanziamenti del PNRR sono fondate sui dati dei test: gli esiti dei test hanno guidato l’attribuzione delle risorse e rappresenteranno -più o meno esplicitamente- il traguardo rigoroso di valutazione della loro efficacia. Proviamo a entrare nel merito di questo discorso. 1. Il presupposto dell’argomentazione è di tipo economico (“il legame tra ciò che il sistema assorbe e ciò che produce”) e l’unica logica applicabile è quella dell’efficienza nella produzione di capitale umano. Il richiamo ai valori di uguaglianza è quindi tutto interno al quadro contabile di risorse/risultati misurabili tramite i test: la scuola diventa equa se produce risultati equi nei test. 2. I dati standardizzati sono assunti come misura delle competenze cognitive degli studenti e i livelli INVALSI conseguiti diventano indicatori individuali irrinunciabili per chi abbia a cuore l’equità del sistema-scuola. 3. Non si discute come e cosa, concretamente, misurino quei test, né si discute di quante risorse la costruzione e la messa in opera della metrica richiedano. Il fatto che anno dopo anno gli esiti riproducano robustamente la mappa sociale, economica e culturale dei contesti di provenienza degli studenti non induce nemmeno lontanamente a considerare l’ipotesi di farne a meno, per utilizzare indicatori sociodemografici consolidati (ISTAT) ma non ingombranti sul piano educativo e didattico 4. Se si crede che la qualità della scuola derivi dalla distribuzione del capitale umano misurato dalla metrica INVALSI, allora basterà individuare con sempre maggiore precisione (nuovi costrutti, nuove tecnologie di misura, nuove correlazioni possibili, ad esempio grazie all’Intelligenza Artificiale) gli allievi più fragili e “trattarli” singolarmente. Garantire un livello minimo di competenze di base, certamente. Ma anche orientarli verso “filiere” più consone (riforma dei tecnici e professionali), o accompagnarli con tutor artificiali (sperimentazione sull’Intelligenza Artificiale del Ministro Valditara per i “fragili”) o potenziarne soprattutto le soft skills (sperimentazione sulle competenze non cognitive, per scuole con alti tassi di “profili di studenti a rischio di insuccesso”). La chiamiamo “personalizzazione”. Di fatto, stiamo affidando alla logica capillare dei dati standardizzati la definizione di politiche pubbliche da cui derivano azioni differenziate e stiamo istituzionalizzando la segmentazione sociale e digitale degli studenti, di cui costruiamo una sorta di “biografia cognitiva” qualificandoli in funzione di presunte fragilità o eccellenze. Il tutto, con un’aggravante. Gli esiti dei test vanno assumendo valore predittivo (ad es. editoriale INVALSI “Prevedere l’insuccesso scolastico si può” del 25.5.25), come misura della probabilità del rischio di insuccesso scolastico del singolo. Eppure, contenuti dei test, gestione dell’incertezza degli esiti, delle soglie tra un livello e un altro, tecniche automatizzate di correzione sono tutti aspetti non trasparenti né accessibili pubblicamente. Si considerano tecnici, quindi di poco interesse per i cittadini, e tuttavia sono aspetti profondamente politici, soprattutto se attribuiamo agli esiti INVALSI valore certificativo (D.lgs 62/17) e per di più li inseriamo nel curriculum digitale dello studente (L.164/25). È quello che accadrà ai futuri “maturandi”.  Se i dati INVALSI diventano strumento e criterio di definizione e valutazione delle scelte pubbliche, il risultato è il governo tecnocratico della scuola, la scomparsa della politica e anche della democrazia. Non c’è democrazia senza dibattito pubblico sui fini e sui mezzi, e non solo sull’efficienza. Le procedure d’urgenza del PNRR e l’approvazione forzata dei vari bandi di “Scuola Futura” nei collegi docenti, pena la minaccia di commissariamento,  sono un buon esempio dello stato della democrazia e dell’autonomia scolastica oggi.   L’articolo è apparso su Domani del 23.4.26.
April 27, 2026
ROARS
Il mondo che Meloni inventò
di Mario Sommella (*).   La fabbrica della realtà: istruzioni per abitare il Paese più bello del mondo (quello immaginario)   Cari concittadini, una buona notizia: viviamo nel migliore dei Paesi possibili. Lo sappiamo per certo perché ce l’ha appena comunicato la premier dal banco del governo, con la compostezza di chi legge un bollettino meteorologico nel quale c’è sempre il
Centro Archeologico Monumentale: lo stato dell’arte raccontato in Commissione Giubileo
Centro Archeologico Monumentale: non sono le perle che fanno il collier ma il filo. di Paolo Gelsomini Riflessioni a margine della Commissione Speciale Giubileo presieduta da Dario Nanni tenutasi lo scorso 2 aprile con interventi di Walter Tocci, Delegato del Sindaco al Piano di Riqualificazione dell’area dei Fori Imperiali e del Progetto CArMe (Centro Archeologico Monumentale) e del Sovrintendente capitolino Claudio Parisi Presicce. Vai alla registrazione della Commissione Speciale Giubileo del 2 aprile 2026 Vai alla scheda del progetto CArMe su romasitrasforma E’ in fase di attuazione il Programma Operativo che ha individuato le opere realizzabili entro il triennio 2025-27. Questo primo intervento complessivo, che prelude al successivo Piano Strategico finalizzato a proiettare nelle prossime consiliature gli sviluppi successivi, ha utilizzato i fondi del PNRR, correggendone però la logica frammentata di interventi puntuali legati ad opere non inserite in un contesto di trasformazione urbana complessiva dell’area archeologico-monumentale centrale. Per ribadire questa finalità è stata significativa la citazione di Parisi Presicce della frase di Flaubert: “ Non sono le perle che fanno il collier ma il filo”. Quale sia questo filo si può capire dagli obiettivi, enunciati dallo stesso Sovrintendente, che sono stati alla base del lavoro di riqualificazione dell’area centrale portata avanti dal progetto CArMe di Walter Tocci. Innanzitutto tutti gli interventi sono stati concepiti per creare le condizioni per una visione più completa dei monumenti e delle loro relazioni con il contesto spaziale e temporale dei luoghi. La percezione del singolo monumento non si può cogliere solo a livello planimetrico, ma con la restituzione della terza dimensione ottenuta con dei rialzi di colonne, capitelli e trabeazioni – per quanto possibile – come è stato fatto alla Basilica Ulpia e al Tempio della Pace. Ma occorre restituire anche una dimensione spaziale alle opere, inserendole in un paesaggio storico, con attraversamenti trasversali che superino la lettura direzionale dell’asse dello stradone che per quasi cento anni ha spaccato la valle dei Fori, separandoli artificiosamente ed interrompendo quella narrazione continua che era alla base dell’urbanistica romana. Così l’intervento di via dei Fori è stato diviso in vari sub interventi: * la sistemazione dell’area pedonale tra piazza Venezia e Largo Corrado Ricci, con la sistemazione dei marciapiedi che non avranno più la funzione di separazione con la carreggiata centrale utilizzata per gli autobus, almeno fino al completamento della stazione Venezia della metro C che renderà inutile il trasporto pubblico su gomma; * la pavimentazione in sanpietrini con inserti in travertino disegnati sopra le tracce dei perimetri degli antichi Fori imperiali; * la creazione di terrazze di affaccio sopra i Fori imperiali, i cui lavori partiranno dopo il completamento delle prime due fasi che permetteranno lo svolgimento della parata del 2 giugno; * il ripristino del collegamento trasversale sulla via Bonella per unire l’area dei Fori alle chiese dei SS. Luca e Martina e di San Giuseppe dei Falegnami al carcere Mamertino, con l’intenzione di ricondurre quell’area all’innesto con l’anello della nuova Passeggiata archeologica; * la creazione di un altro collegamento trasversale da Campo Carleo passando sopra l’area di S.Urbano; * un collegamento funzionale tra Largo Corrado Ricci e la parte pedonale dell’ultimo tratto di via Cavour. Tutta la visione dell’area dei Fori è inserita nel contesto perimetrato dall’anello della nuova Passeggiata archeologica tracciata dai lati del quadrilatero formato dalle già completate via di San Gregorio sotto il colle Celio, via San Teodoro che apre verso il Campidoglio e il Velabro, dalla via dei Cerchi già cantierizzata, con nuovo ingresso al Palatino e con la prevista realizzazione del Museo della Città e di un Laboratorio del CArMe, e naturalmente dalla via dei Fori Imperiali con le sue trasformazioni sopra accennate. Naturalmente non vanno sottaciute le opere già realizzate, come l’apertura del Belvedere Cederna, la riqualificazione della Casina Vignola Boccapaduli a Porta Capena con destinazione d’uso di infopoint e punto di cerniera con l’Appia Antica, la Casina Salvi al Parco del Celio, con il recupero dell’originale funzione di cafe du parc che il primo ottocento gli aveva assegnato, ma anche come luogo di studio per i giovani, il museo della Forma Urbis e dell’annesso giardino vitruviano, l’infopoint al Clivo di Acilio, tra un ingresso della stazione Colosseo della metro C e il Belvedere Cederna. All’interno del Parco del Celio è in fase di realizzazione un intervento di consolidamento strutturale, risanamento e restauro conservativo finanziato dal PNRR per un importo di 10 milioni, ma alle spalle dell’Antiquarium è comparsa una grande struttura in travi e pilastri in acciaio che contiene un notevole volume vista Palatino, ben visibile da via San Gregorio, di cui ancora non ci risulta chiara la funzione e la destinazione d’uso. Inoltre al Parco del Celio ancora non appare chiara la relazione con il soprastante Tempio del Divo Claudio e del collegamento con l’ottocentesca via Claudia della vasta area verde che lambisce il Tempio, e che è ancora divisa da una recinzione dall’area dell’Antiquarium, e dei futuri terrazzamenti con vista Colosseo, Palatino ed arco di Costantino. In forte ritardo la sede tranviaria dell’Archeotram, linea importante che collegherà il percorso archeologico-monumentale che dal Museo Archeologico Nazionale vicino alle Terme di Diocleziano porterà a Piramide transitando attraverso i palazzi imperiali di Esquilino, la Porta Appia, il Celio (con un tratto di binari inerbati da via Claudia alla Forma Urbis), il Palatino, Il Circo Massimo (con interconnessioni trasportistiche verso l’Appia Antica), e appunto a Piramide, con possibilità di proseguimento verso piazza dei Partigiani con interconnessione con la Stazione Ostiense. Infine, un’idea già formulata nel progetto CArMe e ripetuta da Walter Tocci nella Commissione: quella di riqualificare in ciascuno dei Municipi un’area archeologica connessa simbolicamente con i Fori, come una sorta di gemellaggio, ma anche con un collegamento fisico mediante linee su ferro e percorsi ciclopedonali. Le aree saranno definite in accordo con le istituzioni municipali sulla base di due criteri: punti di innesto di più ampie riqualificazioni di reti ecologiche e di itinerari culturali; luoghi espressivi di centralità sociali e culturali, come fossero dei “Fori” dei rispettivi Municipi. Ultima, ma non ultima per importanza, la questione delle alberature. Non ci addentriamo qui in questa complessa e delicata questione, ma registriamo che del verde si è parlato in Commissione solo riguardo alla nuova vegetazione a bassa manutenzione situata sul lato Palatino della via San Gregorio con scelta accurata delle specie da parte dell’Università, e della progettazione della riqualificazione vegetazionale del Parco del Celio da parte del Dipartimento Ambiente. In proposito ricordiamo che il verde fa parte del contesto e del paesaggio archeologico e come tale andrebbe trattato.  Paolo Gelsomini Vai a. Progetto CArMe – Centro Archeologico Monumentale di Roma – cronologia e materiali 7 aprile 2026 Per osservazioni e precisazioni scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com
April 7, 2026
carteinregola
Pasqua di sangue: ancora omicidi sul lavoro
di Vito Totire (*). L’8 aprile a Bologna incontro della «Rete Nazionale Lavoro Sicuro». Pasqua di morte nei cantieri e nelle campagne. E sia detto senza offesa nei confronti dei cristiani: QUESTI NON RISORGERANNO Ancora morte sul lavoro in Italia; prima la notizia del “suicidio” del giovane bracciante Alagie Singathe morto nella baraccopoli di Torretta Antonacci, a San Severo in
Il dibattito sulla scuola: autonomia, autoritarismo, che fare
Continua la discussione sulla scuola sollevata dal documentario D’istruzione pubblica e dal  libro Contro la scuola neoliberale (Nottetempo). Fra i molti temi sollevati vorremmo fissarne tre per noi importanti: il tema dell’autonomia scolastica, quello dell’autoritarismo e il che fare.   -------------------------------------------------------------------------------- Continua la discussione sulla scuola sollevata dal documentario D’istruzione pubblica e dal  libro Contro la scuola neoliberale (Nottetempo). Fra i molti temi sollevati vorremmo fissarne tre per noi importanti: il tema dell’autonomia scolastica, quello dell’autoritarismo e il che fare. 1) Autonomia scolastica. Non basta affermare che l’autonomia scolastica sarebbe nata a sinistra negli anni Settanta (decreti delegati, eliminazione delle classi differenziali, coprogettazione, …), per poi diventare di destra negli anni Ottanta in mano a Comunione e liberazione. L’elefante nella stanza dei processi globali, non solo italiani!, degli anni Novanta continua ad essere – non capiamo se inconsciamente o intenzionalmente – rimosso. Si tratta di processi tanto profondi, identificabili nel passaggio dal fordismo al postfordismo, che la distinzione stessa di destra e sinistra diventa secondaria: furono governi di centro-destra e di centro-sinistra in tutta Europa e negli Usa ad assecondare questa tendenza storica del sistema. Basteranno, crediamo, due citazioni, sufficientemente eloquenti. Nel Patto per il lavoro sottoscritto nel 1996 dal governo Prodi e dalle parti sociali si legge: > «L’assenza nel nostro Paese di un’offerta sufficientemente dimensionata e > articolata di professionalizzazione per giovani ed adulti per un verso, la > rigidità e impermeabilità della scuola dell’altro, hanno determinato una > grande dispersione di risorse umane, una frattura fra sistema formativo e > lavoro che rischia di avere ricadute negative sul nostro sistema produttivo. > […] In questo contesto l’autonomia consentirà alle istituzioni scolastiche di > dialogare efficacemente con tutti i soggetti interessati, sociali e > istituzionali, e di rendere flessibile e personalizzare il percorso formativo. > […] > > È necessario […] attivare un sistema di ricognizione permanente della > quantità/qualità dell’offerta formativa che ne verifichi la coerenza con gli > effettivi fabbisogni della domanda di lavoro richiesta dal sistema produttivo > anche settoriale; […] > > riordinare l’assetto complessivo del sistema scolastico. Rivedere e > riqualificare i programmi scolastici anche attraverso l’introduzione di > metodologie didattiche idonee ad attivare abilità e a valorizzare propensioni > in un rapporto costruttivo e dinamico con il mondo del lavoro». Nelle Linee guida per la diffusione della qualità della scuola del 2001 (governo Amato; al Ministero dell’istruzione c’era Tullio De Mauro) si legge: > «È noto che la scuola dell’autonomia […] si propone come un soggetto culturale > che attende al proprio ruolo e ai propri compiti con mentalità > imprenditoriale, capacità progettuale, spirito di iniziativa e senso di > responsabilità, razionalizzando e ottimizzando le proprie risorse e facendo sì > che i risultati siano coerenti con gli obiettivi prefissati. […] L’autonomia > scolastica si accompagna necessariamente al processo di valutazione del > sistema […] atto di responsabilità necessario». Dunque l’autonomia come strumento di realizzazione del new public management neoliberale e della profonda ristrutturazione dei compiti dello Stato (da Stato sovrano a Stato regolatore): questo si fa fatica a vedere. E c’è una ragione. La lotta contro “il carrozzone” statale, come lo chiama Raimo, condotta dalla sinistra a partire dagli anni Sessanta-Settanta, negli anni Novanta si è trovata affiancata proprio dal processo “riformista” neoliberale, che ha fatto una bandiera della lotta al medesimo carrozzone, alla sua burocrazia, corruzione, inefficienza, nel nome della scanzonata flessibilità del mercato e della spontanea creatività della società civile. Difficile fare l’esame di coscienza. Più facile immaginare che la deformazione ideologica a una cosa buona e pura sia provenuta solo dalla destra. 2) Autoritarismo. Siamo convinti che neoliberalismo e autoritarismo possano andare perfettamente d’accordo e non ci appassiona la diatriba se pesi di più il primo o il secondo. Non è su questo piano che stanno gli argomenti decisivi. Gli strumenti con i quali si governa autoritariamente cambiano nel tempo. Non viviamo più in una società disciplinare (Foucault), ma in una società del controllo (Deleuze): «Riformare la scuola, riformare l’industria, l’ospedale, l’esercito, il carcere: ma ciascuno sa che queste istituzioni sono finite, a scadenza più o meno lunga. Si tratta soltanto di gestire la loro agonia e di tenere occupata la gente fino all’installazione di nuove forze che premono alle porte. Queste sono le società del controllo che stanno per sostituire le società disciplinari» (Deleuze, Poscritto sulla società del controllo). La società in cui viviamo governa coi numeri, con la valutazione generalizzata, con l’autoefficientamento dei soggetti e l’interiorizzazione di norme prestazionali, … Chi continua a considerare come problema prioritario e, diciamo, strutturale, l’autoritarismo scolastico e dei docenti, che non hanno più alcuna appartenenza di ruolo e di ceto a dar loro una qualche forma di privilegio e diritto al comando, forse è bene che aggiorni le proprie analisi (o la propria bibliografia, volendo).   3) La scuola dopo Valditara. Bisognerà fare i conti con il fatto che in un certo senso in molti “non l’abbiano vista arrivare”. La scuola di Valditara è l’ultimo atto di un’involuzione neoliberale che ha molti padri nobili, da Berlinguer, Gelmini, Moratti, Renzi, Fedeli e Bianchi e che nasce da un contesto di ristrutturazione internazionale della conoscenza ormai ben documentato. Il tentativo del Ministro del Merito è quello di ri-politicizzare a destra la questione scolastica, conquistando consensi tra i lavoratori e le famiglie offrendo soluzioni rapide ed efficienti, apparentemente tecniche, a problemi politici complessi (decreto Caivano, metal detector, condotta). Ma se oggi persino i parlamentari del PD che 10 anni fa sottoscrissero la Buona scuola e il Jobs Act ci sembrano Che Guevara, noi siamo chiamati a uno sforzo in più: riannodare costantemente i fili della storia politica, unire i puntini. È solo in una prospettiva di rottura radicale con il paradigma neoliberale dell’istruzione che sarà possibile costruire un’alternativa. La crisi della scuola non può essere affrontata su un piano limitato o tecnico (gestione, formazione, organizzazione). Il problema va posto su un piano più esigente, che riguarda simultaneamente molti aspetti dell’intero sistema sociale. Potremmo, per cominciare, dismettere il nostro vocabolario manageriale. Una nuova parola da pronunciare nei collegi, nel sindacato, nelle associazioni e nelle sedi politiche potrebbe essere A.BO.LI.ZIO.NE. Chiediamo di abolire il 4+2 di Valditara,  il Decreto 62 della Buona Scuola che inserisce i test INVALSI nel curriculum degli studenti, la legge 79 di Bianchi sulla formazione e il reclutamento insegnanti. Apriamo cantieri e dibattiti. E mettiamoci al lavoro.
March 30, 2026
ROARS
Cinque anni di scuola sono troppi: dopo l’alternanza, ecco il 4+2 osteggiato dai docenti
Il caso di un istituto di Roma solleva interrogativi sul rispetto della democrazia scolastica. Dopo che il Collegio dei docenti e il Consiglio d’Istituto avevano respinto la candidatura al nuovo percorso quadriennale tecnico-professionale (4+2), la dirigente scolastica ha deciso di procedere autonomamente con la richiesta di attivazione. I docenti hanno denunciato la scelta attraverso una mozione rimasta senza risposta. L’episodio si inserisce in un contesto più ampio di progressivo indebolimento degli organi collegiali e di trasformazione della scuola, sempre più orientata verso una stretta integrazione con il mercato del lavoro. La vicenda riapre così il dibattito sul ruolo democratico della scuola pubblica e sul futuro dell’istruzione tecnico-professionale in Italia.   -------------------------------------------------------------------------------- Il 5 dicembre scorso il collegio dell’IIS Domizia Lucilla di Roma respinge la proposta della dirigente relativa alla “candidatura per l’attivazione del percorso quadriennale (4+2) – Filiera formativa tecnologico-professionale – Indirizzo Agrario – a.s. 2026/2027”; ovvero decide di non candidarsi per attivare il percorso quadriennale. Il seguente Consiglio d’Istituto conferma la delibera. Nonostante questi due atti (vincolanti ed immediatamente efficaci) la Dirigente Scolastica monocraticamente decide di procedere, presentando la candidatura dell’istituto. I docenti della scuola le inviano una mozione (e per conoscenza alle organizzazioni sindacali, che poi hanno diffuso la notizia) in cui si chiede il rispetto della delibera del Collegio Docenti del 5/12/2025 con la quale veniva respinto il progetto di quadriennalizzazione. Richiesta cui non è stata fornita alcuna risposta. Non si tratta probabilmente né di una svista, né di incuria ma di un comportamento che trova riscontro in tante violazioni della democrazia scolastica; un principio della Scuola della Costituzione che, insieme alla libertà di insegnamento, rende ciascun istituto lo strumento che la Repubblica ha in mano per adempiere al proprio compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione. Non è perciò il caso di sottovalutare episodi come questi; non si tratta di innocui “incidenti”, ma di un preciso intento che – coniugato a molte altre violazioni – sta caratterizzando un percorso autoritativo che ricalca – mutatis mutandis – analoghe iniziative, dalla deriva securitaria che comprime le libertà personali e collettive, nonché il diritto alla partecipazione, al tentativo di imbrigliare la magistratura sotto l’egida dell’Esecutivo, fino al sempre più grave depotenziamento del Parlamento. La funzione di alcuni organi collegiali, come il Collegio dei docenti, appunto – nella prospettiva squisitamente costituzionale di una scuola della Repubblica laica, democratica, inclusiva e pluralista – configurava nelle intenzioni del legislatore una particolare prospettiva, che ci fondava sull’originaria equiordinazione degli organi medesimi, innervando di una tensione democratica le scuole e, di conseguenza, il Paese. Tutto questo è andato scemando nel corso degli anni seguenti, a partire dall’autonomia scolastica (l. Bassanini 59/97 e poi dpr 275/99), dalla istituzione della dirigenza scolastica (dlgsl 165/01), fino alla sedicente “Buona Scuola” di Renzi, nel 2015, (che ha valorizzato oltremodo il dirigente scolastico e il suo “staff”) solo per toccare le fasi più drammatiche della trasformazione. Quello che spesso non si è capito (o non si è voluto capire) non solo da parte degli insegnanti, ma – soprattutto – da parte di cittadini e cittadine è che non esiste democrazia vera senza una scuola veramente democratica; e che, quindi, la perdita di senso degli organi collegiali, cui stiamo assistendo da moltissimo tempo, non è tanto e solo un problema della scuola, ma una ferita per l’intera società. Proviamo a entrare nel merito: la “Filiera formativa tecnologico-professionale” (oggetto della delibera ignorata), introdotta con il DL 144/22, unisce 4 anni di scuola superiore tecnica o professionale con 2 anni di specializzazione presso un ITS Academy. Si tratta di uno delle grandi riforme strutturali del sistema di istruzione, foraggiato copiosamente da fondi PNRR, che ha decretato la perfetta continuità del dicastero di Patrizio Bianchi con quello di Giuseppe Valditara. La filosofia alla base è che gli studi tecnico-professionali devono garantire la corrispondenza capillare tra domanda e offerta in funzione dei “fabbisogni di ciascun settore e territorio”. E’ destinata a rafforzare la connessione scuola-lavoro, che coinvolge gli istituti tecnici e professionali, i centri di istruzione e formazione regionale e le allora nascenti fondazioni para-aziendali, denominate ITS Academy. La scuola diventa formazione precoce al lavoro decontrattualizzato. Cinque anni sono troppi: la rapidità – alla faccia dei tempi distesi dell’apprendimento – è il “nuovo” valore, per esaltare il quale nasce l’idea di una filiera integrata [il cui “prodotto finito” sono gli studenti, mentre il negozio è il mercato del lavoro locale, ndr], da formalizzare con un “patto tra imprese, tessuto produttivo e scuole”. Occhieggiando alle promozioni dei supermercati, il ministro l’ha chiamata il 4+2: diplomi di istruzione secondaria di II grado in 4 anni invece che in 5, con la promessa di incanalare direttamente i giovani nelle catene produttive del loro territorio. Tale “filiera” si basa sul modello organizzativo dei Campus e dei partenariati: accordi regionali, con fondazioni ITS e rappresentanti del mondo dell’impresa. I “risultati di apprendimento”, auspicabilmente inalterati, sarebbero garantiti dalle perenni flessibilità didattico-organizzative e innovazione metodologica, ma il taglio di un anno di istruzione, oltre ad avere – nel breve e lungo termine – una ricaduta catastrofica sull’occupazione, ha prodotto un decurtamento delle discipline generaliste, essendo l’istruzione tecnico-professionale fondata, per sua stessa natura, sugli insegnamenti tecnici. “Abbiamo previsto che dirigenti, manager e imprenditori potranno insegnare negli istituti tecnico-professionali, abbiamo previsto di rafforzare l’alternanza scuola-lavoro e l’apprendistato formativo, dedicare più ore a tutta quella formazione che passa dai laboratori e dal raccordo con le imprese”: così il ministro Valditara concluse il suo intervento al 38° convegno di Capri dei Giovani Imprenditori. Gli insegnanti? Una parte di loro appartengono alla scuola secondaria che è ente di riferimento dell’ITS coinvolto; altri provengono (anche per il 70%) dal mondo del lavoro (le norme prevedono che siano almeno il 50%). E così – senza alcuna cautela e senza alcun rispetto per il dettato dell’art. 97 c. 3 (“agli impeghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge”) – ecco proporre i nuovi “docenti”, privi di titolo, ma dotati di quel “know how” (sic!) che solo potrà garantire la realizzazione della “svolta”: lo svecchiamento della scuola; l’annullamento della didattica tradizionale (della quale – è di tutta evidenza – dirigenti, manager e imprenditori non sono titolati a sapere); le mani libere delle aziende su una forza lavoro in nuce, sempre più inconsapevole e sfornita di ciò che un tempo si chiamò cultura, cittadinanza, emancipazione, libertà, consapevolezza dei propri diritti. Retaggi di un passato “vecchio” e che, a ben vedere, rappresenterebbero solo un’oziosa perdita di tempo rispetto al raggiungimento dell’obiettivo. Dopo e in continuità con l’alternanza scuola lavoro e le sue declinazioni, siamo al cospetto del più potente attacco del privato al sistema formativo nazionale, la scuola-industria, che ha rappresentato un passaggio ulteriore per la subordinazione dell’istruzione alle esigenze del mercato del lavoro, con la conseguente differenziazione territoriale che ne deriverà. A questo si sono opposti – violati nella loro legittima opposizione – i docenti dell’IIS Domizia Lucilla.   L’articolo è tratto dal blog de “Il Fatto Quotidiano” dell’11 Marzo 2026: https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/11/riforma-scuola-4-2-domizia-lucilla-notizie/8317981/   Ad integrazione dell’articolo, rendiamo pubblici: -la richiesta sindacale all’USR Lazio di revoca attivazione filiera 4+2 -la mozione dell’assemblea dei lavoratori dell’Istituto romano: USB a USR Lazio – richiesta revoca attivazione filiera tecnologico professionale presso IIS Domizia Lucilla Mozione assemblea sindacale Domizia Lucilla 28.01.2026  
March 30, 2026
ROARS
Cesena: l’urbanistica contrattata e i…
… i problemi irrisolti. Magari la ricchezza aiuta le decisioni frettolose. di Davide Fabbri   PESSIMO ACCORDO DI URBANISTICA CONTRATTATA ALL’OSSERVANZA DI CESENA Il caso della costruzione di due ville a ricchi capitalisti cesenati. In cambio di tali edificazioni il Comune ha ottenuto in cessione gratuita l’area per realizzare il Polo dell’Infanzia (asilo nido e scuola dell’infanzia) di via Pietro