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Silo, la guerra del futuro contro il presente.
Lo storico Mike Davis, studioso di città e popolazioni e ambienti collassati, in un famoso articolo si chiede who will build the Ark; come, con quali forze e intelligenze, su quali precedenti e contro quali sistemi costruire le istituzioni, la volontà politica, un paradigma urbano “to raise our imaginations to the challenge of the Anthropocene”. “Chi” dovrebbe costruire questa arca per Davis siamo noi, il collettivo umano, in una “regressione verso l’utopia”, circondati da catastrofi e calamità, effetti del cambiamento climatico e della disperazione di imperi e sistemi ecocidi. L’alternativa al “noi”, dall’altra parte dello spettro, è qualcosa che la fantascienza ha spesso immaginato ed esplorato. Conosciamo le conseguenze quando sono “loro” –  keiretsu o megacorps, i padroni segreti del mondo di Jon Ronson o i miliardari di Douglas Rushkoff in Survival of the Richest (Norton, 2022), la federazione scandinava di Arpaia o la Vault-tec di Fallout – a costruirla un’arca. Come bunker o stazione orbitale o sistema tecnocratico, versioni di ecofortezze a diversi livelli di tecnologia e di novum,  non importa: l’alternativa al “noi” è distopica. Ed è proprio quello che succede in Silo. Serie di romanzi brevi e racconti, scritti da Hugh Howey, pubblicati tra il 2011 e il 2013 (in Italia Fanucci, dal 2023), la saga è stata adattata in una serie Tv, attualmente alla terza stagione, con Rebecca Ferguson come protagonista. Nel cast anche Rashida Jones, David Oyelowo, Common, Tim Robbins, Harriet Walter, Avi Nash, Rick Gomez e Chinaza Uche. In breve. Qualche centinaio di anni nel futuro, poco meno di diecimila persone vivono in un Silo, una struttura verticale sotterranea composta da 144 piani. Il bunker è autosufficiente, senza un ascensore. L’elettronica è limitata, risorse e riproduzione e istruzione sono strettamente controllate, i ricordi delle persone non vanno oltre una, due generazioni. Nessuno ricorda chi ha costruito il bunker o chi ha scritto le norme di sopravvivenza e coesistenza civile chiamate il Patto. Reati comuni vengono puniti duramente e la pena capitale consiste nell’uscire dal bunker, dotati di una tuta e una scorta di ossigeno, per “andare a pulire” l’unica telecamera puntata all’esterno in superficie su un mondo devastato, in cui l’aria è tossica. La popolazione è convinta di rappresentare gli unici sopravvissuti della razza umana e che un giorno, dopo altre generazioni di sacrifici, potranno uscire dal silo, raggiungere la superficie e ricominciare. La struttura fisica e il tessuto narrativo che tiene insieme la popolazione è un complesso sistema di contenimento fatto di disinformazione, manipolazione, controllo biopolitico. Questa popolazione è un’umanità a cui è stata negata la luce del sole e l’aria. La protagonista, Juliette Nichols, comincia una scalata, reale e figurata, verso la verità e la superficie, oltre l’apparenza del mito e delle cose. Shift, secondo libro della saga e fonte principale degli eventi della terza stagione della serie televisiva, si svolge nell’ambito temporale tipico della speculative fiction ovvero pochi secondi nel futuro. Il protagonista è un membro del Congresso, Donald Keene. Il 2050 descritto da Howey è un mondo riconoscibile, senza grandi crisi o catastrofi di altri romanzi o degli scenari da climate change della nostra tempolinea. Ci sono tensioni in Medio Oriente proprio tra Iran e Israele, gli Stati uniti sono ancora una potenza egemone, l’introduzione di smart nanobot sta permettendo di risolvere “hard problem” della medicina. Questa pace da eterno presente è apparente. Un complesso di decine di Silo viene costruito in Georgia, nella contea di Fulton, e sono studiati ed equipaggiati per la sopravvivenza umana per cinque secoli. Nel romanzo, in occasione del congresso nazionale del Partito Democratico, un attacco nucleare spinge delegati e membri eletti a rifugiarsi nei silo. Sono salvi, controllati, nell’illusione del controllo. Sarà così per generazioni. “Forse crediamo tutti di poter essere la prima generazione che non morirà» proseguì, «che vivrà in eterno.» Inarcò le sopracciglia. «Ormai ci aspettiamo di arrivare a centotrent’anni, magari di più, come se fosse un nostro diritto. Quindi eccoti la mia teoria…» Si protese verso di lui. Donald era già a disagio per la piega che aveva preso quella conversazione. «Un tempo i figli erano il nostro lascito, giusto? La nostra occasione per imbrogliare la morte, per tramandare piccoli frammenti di noi. Ma adesso speriamo di poter semplicemente tramandare noi stessi.”[1] Rimanendo ancora vaghi e oscuri sul dettaglio di trama e svolgimento per evitare spoiler, nell’ultimo capitolo della saga, Dust, si svolge lo showdown tra i protagonisti dei primi due capitoli e l’avversario. Il centro dell’azione è il futuro, quale futuro deve svolgersi per gli abitanti dei Silo. Una volta svelato l’ultimo mistero e l’ultima verità sullo stato del pianeta, i protagonisti riuniti e l’ultimo antagonista si adoperano: dalle loro azioni, tutta la trama e la vicenda, si deciderà il futuro dell’umanità tra i futuri possibili. Un reboot della civiltà, un antropocene controllato, una qualche forma di plenitude che riesca a contenere il pensiero dell’estinzione e i mezzi per compierla, il fallimento del progetto e conseguente estinzione. È immediato il rimando nella genealogia di temi e trope alla Penultima verità di Philip Dick. Il velo della realtà che Nicholas St. James e i protagonisti di Howey devono strappare è simile. Nella saga dei Silo le domande sulla natura della realtà e l’idea creativa della saga stessa sono arricchite e strutturate sul rischio esistenziale e le sue accidentali concezioni del tempo. I protagonisti si avventurano nelle strutture manifeste e segrete, fisiche e narrative, e la bravura dello scrittore, riconosciuta dal successo avuto, è questo svolgersi di azione e svelamento, sfida tecnica e fisica e approssimarsi alla verità nascosta. Nella saga Juliette Nichols, l’elemento divergente nella popolazione generale, si muove in una civiltà di sopravvissuti senza cultura perché senza passato, dove oggetti del passato dimenticato sono fuorilegge perché contengono “idee”. È un’idea creativa rilevante della saga. I fondatori, i costruttori del Silo, questi salvatori dell’umanità dall’estinzione, devono anche loro controllare il passato per dominare il futuro. La trama del presente dell’azione è il campo di battaglia. Come romanzo dell’Antropocene, Silo svolge la guerra del futuro contro il passato. L’umanità nel mondo creato da Huwey, una così simile alla nostra, coglie dall’albero delle tecnologie, altra immagine rilevante tra gli studiosi del rischio esistenziale, una cosiddetta “biglia nera”, una tecnologia che quando utilizzata renderà il rischio di estinzione insostenibile. Gli esseri umani quando inventano qualcosa estraggono da un vaso una tecnologia rappresentata da una biglia. Le biglie sono di solito bianche, ovvero con applicazioni positive come gli antibiotici o grigie come ad esempio l’energia atomica e il suo potenziale “dual use”. Autori come Bostrom ipotizzano l’esistenza di biglie nere, tecnologie capaci di aumentare il rischio esistenziale dell’umanità. Una biglia apparentemente grigia viene estratta in Shift ma presto, molto presto la verità del colore della biglia diventa manifesta. Questo rischio in Silo è considerato dai Fondatori talmente grave, talmente imminente, da cominciare a preparare un’arca e interrompere un futuro per loro inaccettabile. Insieme all’immortalità, il feticcio delle elite è il controllo del futuro. Entrambi sono sottotraccia e centrali nell’opera di Huwey. Pur non essendo caratterizzati come contemporanei e più potenti Bond Villain, i fondatori, oltre le intenzioni, creano nei Silo una cosiddetta Desired Dystopia, uno degli scenari di grave danno al futuro dell’Umanità. Lettori e lettrici come i protagonisti scopriranno quale è stato il calcolo dei fondatori, in un esempio mirabile della capacità della fantascienza di mettere in scena paradigmi e immaginari: un’apocalisse per evitare un’apocalisse. Prodotto narrativo probabilmente figlio di piani e scenari della guerra fredda, piani che prevedevano, per fermare l’avanzata sovietica ad esempio, di usare armi nucleari tattiche con il risultato di “distruggere la Germania o l’Europa occidentale per salvare la Germania o l’Europa occidentale” per non rischiare prima una sconfitta convenzionale e creare deterrenza contro uno scontro nucleare globale. In Silo la guerra nucleare fa parte dell’inganno. L’ingegnerizzazione della sopravvivenza è ancella di una Controlled/designed apocalypse. Howey mette in scena un trope e qualcosa che diventa sempre più evidente in questa tempolinea: chi organizza per salvare dall’apocalisse è colui che l’ha causata, in modo diretto e palese, non metaforico. “Alcune persone sembravano non aver perso la testa. Una di queste era Anna. Donald scorse il senatore vicino a una tenda più piccola che coordinava il flusso del traffico. Dove stavano andando? Si sentiva come svuotato, mentre veniva scortato insieme agli altri. Il cervello impiegò molto a elaborare quello che aveva visto. Esplosioni nucleari. La vista dal vivo di ciò che era sempre stato confinato a sgranati filmati di guerra. Bombe vere, che detonavano per davvero. Vicino. Le aveva viste. Perché non era completamente cieco? Non era così che succedeva?“[2] Le differenze tra la serie Tv e il materiale originale sono principalmente nello svolgimento, nell’esistenza o cancellazione di personaggi. Il nucleo essenziale della trama, dei temi, delle funzioni narratologiche vengono mantenute e sviluppate. I romanzi prendono più tempo, i turning point arrivano dopo pagine di evoluzioni e di dialoghi, rendono meno frenetico il tempo in una ambiente controllato come un bunker generazionale, la potenza e bellezza del medium libro. Misteri, il porsi le domande giuste sullo stato del mondo arriva con lo sviluppo dei personaggi. Ci sono dettagli nelle storie di questi personaggi: i loro archi sono sovrapposti alle direttrici dei misteri sulla natura e storia del loro mondo. C’è una grande ironia accidentale forse, quei dettagli che solo la scrittura come lavoro dell’inconscio riesce a creare. In Shift i primi abitanti dei Silo sono membri del Partito democratico e i silo sono costruiti in prossimità del centro congressi che li ospita in una contea, Fulton Country, centrale nelle polemiche in occasione delle ultime elezioni presidenziali. Nella serie Tv i primi abitanti sono selezionati, a caso, troppo a caso, comprendendo almeno due individui provenienti da ogni paese del mondo, un’arca con una selezione da arca. L’intelligenza artificiale che calcola le possibilità di sopravvivenza del Silo mostrata nella serie Tv non esiste nei romanzi ma il nucleo rimane: fa parte di un sistema di controllo, è un altro strumento del grande inganno. L’altro protagonista, il deputato Keen, nei libri è uno dei fondatori e costruttori dei Silo, la serie tv lo svolge tra gli innocenti, negandogli colpa e nucleo tragico. Il controllo ideologico, delle capacità tecniche, del pensiero è affidato al Judicial. Nella serie è rappresentata come una forza di polizia per l’ordine pubblico e una polizia politica. Nei romanzi è una forza più occulta, insidiosa, che non si espone e si muove nell’ombra, più simile alla psicopolizia orwelliana. È un altro risultato accidentale. Il piano dei fondatori, la cui sopravvivenza dell’umanità è solo apparentemente l’obiettivo principale, è quello di contenere il potenziale umano. I sistemi antiumani, nella storia come nella fiction, subiscono una reazione. Di questo i Fondatori della serie come i miliardari che costruiscono bunker sono coscienti. Il protocollo Safeguard e come impedire la sua attivazione è un altro motore dell’azione. Juliette e come lei i precedenti sindaci e capi rivolta, viene messa nella posizione di dover svolgere un sacrificio, corpi e vite per il futuro, un altro futuro possibile quindi incerto, sicuramente omicidiario. Costretta a un nuovo realismo, in cerca di immaginari e ideali che sono appena fantasmi, devastati, condizionati, dai reset di memoria. Rimane la teoria dei giochi nella tattica insurrezionale e una leva per binari incerti. Meme che resistono, segni che non tutto dell’umano può essere manipolato. È una grande storia sui limiti del controllo, dei limiti dell’ingegnerizzazione umana, di quei misteriosi fortunati blocchi che definiscono il libero arbitrio, il gene della rivolta e della sopravvivenza. Tutto il comportamento di Juliette e dei suoi compagni manifesta questa resistenza ancestrale, forse l’unica cosa che impedisce la vera apocalisse: un’altra profonda fine dell’umanità, gli umani che smettono di essere umani. Questo è il motivo profondo che partecipa del tempo profondo che attraversa la saga. Quella che appare come una cattedrale dell’antropocene diventa una fortezza appena ecologica. La sopravvivenza umana sembra quasi accessoria, quello che i Fondatori fanno è preservare quanto più possibile della megastruttura accidentale del pianeta di cui scrive in The stack di Bratton. Nei Silo portano il mindset delle elite da Fine impero, da tardo capitalismo L’avventura per i personaggi, su e giù per il Silo, dentro e fuori il contenimento, avanti e indietro nel tempo del futuro interrotto, è aumentare la componente umana della megastruttura dei Silo. L’utopia della città sopravvivente perfetta ipotizzata su carta è un panopticon distopico eterno fino a quando le scorte di lampade per l’agricoltura o l’Antropocene passi e venga davvero resettato. È un mondo che non è fatto per gli umani e gli umani non possono non ribellarsi. “Poi fissò Donald. «Lo sai perché andammo in Iran la prima volta? Il nucleare non c’entrava niente, te lo assicuro. Ho strisciato in ogni buca che sia mai stata scavata tra le loro dune, e quei ratti stavano dando la caccia a un tesoro assai più prezioso del nucleare. Avevano scoperto come attaccarci senza essere visti, senza doversi far saltare in aria, e senza alcuna ripercussione.» Donald non era certo di essere autorizzato a sapere quelle cose. «Gli iraniani non l’avevano scoperto da soli, erano riusciti a mettere le mani su un progetto israeliano.» Il senatore sorrise. «E noi dovemmo metterci subito al passo».“[3] La serie è un grande romanzo dell’Endgame: la tecnologia permetterà di vivere più a lungo, non ci sarà più bisogno di bambini, gli umani sono sempre meno necessari e l’umanità è “bella” ma è anche troppa. La politica non risolve, non media, non riesce a creare cooperazione ed è sempre più apocalittica in parole e azioni. Il tempo è fuor di sesto e passa incontrollato e una vera biglia nera viene estratta. La soluzione è il Silo, dicono i fondatori, in un distacco quasi transumano dal resto del collettivo, animati da buoni sentimenti eppure pronti a creare un inferno sulla terra e un inferno sotto la terra, una versione del lifeboat scenario. Dove il cielo stellato è diventato un mito, Dio è una parola dimenticata, gli oggetti dell’infanzia sono archeotech e si stanno esaurendo, il contenimento dell’umano deve essere continuo pena una nuova, piccola, ennesima apocalisse. La plenitude contro l’estinzione dell’élite è una follia che porta, rivolta dopo rivolta, silo dopo silo, sempre più vicini all’estinzione. La fantascienza distopica come genere nell’Antropocene svolge lo stesso compito della fiaba per noi, gli abitanti dell’adolescenza tecnologica. Evoca immagini ed esempi di quello che si sta svolgendo proprio di fronte agli occhi dei viventi. La saga di Hugh Howey ne è un grande esempio. 1. Hugh Howey, Shift, trad. Giulio Lupieri, Fanucci, 2023 ↑ 2. Ibid. ↑ 3. Indeed. ↑   L'articolo Silo, la guerra del futuro contro il presente. proviene da Pulp Magazine.
September 5, 2026
Pulp Magazine
Sono un uomo in bilico
di Marco Sommariva* Quando tutti parlano e nessuno ascolta: la metropoli incomprensibile di Budai come specchio del nostro presente. Recensione al libro Epepe di Ferenc Karinthy Trent’anni fa iniziai a …
Agustina Bazterrica / Domanda urgente, risposta inquietante
La devastazione climatica ha distrutto il futuro, quel che resta è l’orrore, la barbarie e la morte, quest’ultima forse la condizione meno infelice di tutte. Uno scampolo di aggregazione umana, che civiltà non si può proprio definire, resiste fra le mura di un vecchio monastero dov’è sorta una religione febbrile e allucinata, fatta di un linguaggio autoreferenziale e a malapena comprensibile, regole costruite intorno alla mortificazione del corpo e della psiche e rituali basati sull’uccisione e sulla mutilazione. Un’adepta senza nome, che pure aspirerebbe a scalare la gerarchia di questo terrificante gruppo di sopravvissuti, compie un atto di resistenza senza speranza tenendo un diario che scrive di nascosto, quando può e con i mezzi che trova, attività che con tutta probabilità le costerebbe la vita se venisse scoperta ma che al tempo stesso sembra permetterle di ricordare qualcosa del mondo per com’era prima. Se la distopia viene percepita solitamente come una filiazione o per meglio dire un sottogenere della fantascienza, Le indegne di Agustina Bazterrica vira più verso l’horror con un’ambientazione claustrofobica e senza una via d’uscita credibile che per certi aspetti ricorda il nichilismo di The Road, di McCarthy, a cui è forse accomunabile proprio nella misura in cui ambedue i romanzi sono ambientati in una situazione di desertificazione quasi totale, che rispondono alla domanda sul cosa ci possa essere dopo la caduta con un responso che ha poco o nulla di confortante. Sempre rimanendo nella sfera dei rimandi reciproci della letteratura contemporanea, è interessante rilevare come Le indegne abbia più di un punto di contatto con Polpa (Neo Edizioni), di Flor Canosa, scrittrice argentina proprio come Bazterrica che racconta la biopolitica nella forma di un romanzo distopico in cui la mortificazione del corpo, in particolar modo di quello femminile, diventa strumento di potere. La divergenza fra i due romanzi, che ne rende il confronto interessante, avviene quando in Polpa lo strazio della carne diventa un ariete per sfondare un muro di oppressione basato sull’ottundimento dei sensi mentre in Le indegne è proprio la mutilazione degli organi deputati alla percezione uno degli strumenti che il potere ha per perpetuare sé stesso attraverso i propri codici e i propri rituali. Le scelte delle due autrici si allontanano, non a caso, di fronte a uno dei nodi tematici intorno a cui i loro romanzi si costruiscono e che li rendono attuali: la pervasività del potere, la capillarità del controllo e il corpo come strumento intorno a cui costruire la politica, nel bene e nel male. Così come non è un caso se le due autrici vengono da un paese, l’Argentina, che ha vissuto una delle dittature più feroci del ventesimo secolo. La scelta di Bazterrica, nel discorso sul potere comune alle due autrici, è quella di analizzare gli elementi costitutivi del potere posizionandosi dopo il collasso di una società strutturata propriamente detta, a cavallo di una dialettica fra la barbarie da un lato del muro e l’oppressione più malata e radicale dall’altra, due poli opposti del grado zero dell’uomo come animale politico, vestigia degli atteggiamenti che ne hanno caratterizzato la Storia qui cristallizzati in una coazione a ripetere che sembra mangiarsi ogni possibilità di futuro. Quella di Bazterrica è una risposta semplice, cruda e agghiacciante nella sua lucidità perché dalle rovine della struttura e della sovrastruttura in cui pensava di poter vivere per sempre l’uomo non può che ricavare una parodia distorta di una versione semplificata della realtà che, come specie, ha sempre conosciuto. In tal senso anche la conservazione di una forma abbozzata di sapere in un manoscritto all’interno di un monastero è, come già è successo in passato, un atto di speranza che implica la fede in un domani solo che, in un futuro in cui il mondo è compromesso fino in fondo e forse sempre meno adatto a ospitare la vita umana, assuma una sfumatura tragica che attraversa le pagine dell’intero romanzo.   L'articolo Agustina Bazterrica / Domanda urgente, risposta inquietante proviene da Pulp Magazine.
February 10, 2026
Pulp Magazine
Manuela Ceretta, Alessandro Dividus e Federico Trocini / Un labirinto di distopie
La fondazione dedicata allo storico Luigi Firpo si è distinta negli ultimi decenni, fra le numerose tematiche affrontate, anche per una particolare attenzione allo studio dell’immaginario utopico. L’utopia, infatti, costituì uno dei principali interessi del grande studioso torinese, la cui prefazione all’Utopia di More fu persino plagiata da Silvio Berlusconi. Fra le diverse iniziative promosse dalla Fondazione su questa tematica, spicca il convegno internazionale dell’anno 2000, i cui interventi confluirono poi nel volume Nell’anno 2000. Dall’utopia all’ucronia, curato da Bruno Bongiovanni e Gian Mario Bravo, che rappresenta ancora oggi un riferimento cruciale per chi si occupi di scenari utopici/distopici/ucronici nell’ambito italiano e non solo. In questa linea si pone il congresso internazionale del 2023, Contemporary Dystopian Imaginaries, che vede fra i promotori proprio una delle autrici del volume suddetto, cioè Manuela Ceretta – ora professoressa ordinaria di Storia del pensiero politico presso l’Università di Torino. Recentemente, parte dei lavori di questo evento è confluita in questo libro agevole (Immaginari distopici contemporanei) che va oltre una mera raccolta dei soli atti del convegno. Il volume risulta di particolare interesse anche per il lettore non specialista, nonostante il taglio accademico della pubblicazione, in virtù dell’accessibilità sia dei saggi ivi contenuti sia dell’argomento trattato, ormai pienamente al centro dell’immaginario della società contemporanea. Con un’impostazione interdisciplinare che alterna saggi di comparatistica, pensiero politico, media e cultural studies, la raccolta è segmentata in quattro nuclei tematici che accompagnano il lettore nel delineare l’evoluzione degli scenari distopici dalla loro comparsa definita – Zamjatin, Huxley e Orwell, con incursioni nella letteratura anti-utopistica del Settecento (Swift e dintorni) – per arrivare alla stretta contemporaneità, con particolare attenzione alla produzione estetica nel suo complesso, letteraria, cinematografica e seriale. Il primo nucleo, Distopie e società digitale, si concentra sul ruolo della distopia nella società attuale condizionata dai social network, dalla pervasività della rete e dalla comparsa delle intelligenze artificiali Large Language Model. Prendendo spunto dall’analisi degli episodi più significativi di Black Mirror e dei romanzi distopici di Dave Eggers – esempi ricorrenti in diversi saggi dell’opera – gli interventi delineano subito quello che sarà il vero leitmotiv della raccolta, ovvero il carattere ambiguo della distopia contemporanea, rispetto a quella classica della prima metà del Novecento. Già nel secondo dopoguerra, infatti, autrici come Ursula Le Guin e Margaret Atwood fanno da apripista alla caratteristica peculiare delle distopie contemporanee successive al crollo dei grandi totalitarismi: il sostanziale dissolvimento della distinzione fra utopia e distopia, all’insegna dell’ustopia immaginata da Atwood o della ambiguous utopia accennata da Le Guin nel suo capolavoro The Dispossessed: se nel Racconto dell’ancella, la Repubblica di Gilead non può che risultare desiderabile – e non certo distopica – per la galassia sovranista rampante nel mondo occidentale, in The Dispossessed la società anarchica di Anarres è tutto fuorché perfetta e ideale. Questa impossibilità di distinguere nettamente nella contemporaneità la distopia dall’utopia – nonché il suo collocarsi in un presente prossimo al nostro invece che in un futuro relativamente lontano – viene ben circoscritta nella prima parte e risulta una costante anche nelle altre tre: proprio perciò un po’ dispiace che, per ovvie ragioni cronologiche legate ai tempi di elaborazione dei contenuti, non abbia potuto trovare spazio negli interventi l’analisi di due delle serie TV distopiche più conturbanti del panorama televisivo attuali, quali Severance di Ben Stiller e la recentissima Pluribus di Vince Gilligan, nelle quali le conclusioni cui giungono molti dei saggi dell’antologia risultano ancora più evidenti. Tenendo conto di questo aspetto fondamentale, gli altri nuclei risultano si focalizzano maggiormente su tematiche più limitate. Nel secondo, Corpi, immagini ed emozioni, il problema del corpo nella distopia contemporanea viene affrontato attraverso la lente degli studi post-coloniali e di genere, ma anche di quelli inerenti alla disabilità e all’invecchiamento – come nel saggio di Ceretta e Doria, forse quello più significativo della sezione. Il terzo nucleo, Economia, lavoro e ambiente, affronta invece le letture distopiche delle società tardo-capitaliste e delle loro problematiche, come la fine del lavoro, la crisi climatica ed ecologica e anche la retorica del merito nel saggio di Alessandro Dividus: particolarmente interessante risulta il contributo di Valentina Romanzi sulle distopie di Dick e Doctorow, soprattutto in merito a quanto scrive sul capolavoro Ubik, al netto dei debiti dichiarati verso il lavoro critico di Carlo Pagetti. Chiude la raccolta la sezione più strettamente politica del volume, Potere, conflitti e violenza, di cui si segnalano, in particolare, i saggi di Angelo Arciero sulle distopie contemporanee della sorveglianza – e le loro affinità e divergenze con quanto scritto da Orwell e Foucault – e quello di Federico Trocini, il quale mette in relazione il pamphlet di William Luther Pierce, The Turner Diaries (ormai lettura obbligata per il suprematismo bianco), con i romanzi anti-islamici di Pierfrancesco Prosperi, una saga in sensibile anticipo rispetto al testo più significativo del filone, ovvero Sottomissione di Houellebecq. Completano la sezione i saggi di Lara Righi e Donatella Possamai sulle distopie della Russia post-sovietica – da segnalare soprattutto il secondo sull’opera di Dmitrij Glukhovsky (costretto all’esilio per sfuggire all’arresto dopo le sue considerazioni sull’“operazione militare speciale” in Ucraina) – e quello di Gabriele Catania sul rapporto controverso fra la lettura distopica e le previsioni geopolitiche (un campo in cui gli scenari speculativi non risultano molto lungimiranti). Nonostante la densità degli argomenti affrontati in poco meno di trecento pagine, va ribadita l’accessibilità dell’antologia anche per il lettore non specialistico, sia per lo stile fluido degli interventi sia in virtù della capillare diffusione presso il grande pubblico di molte delle opere esaminate, ormai pienamente parte del nostro inconscio collettivo contemporaneo, come i saggi contenuti in Immaginari distopici contemporanei non mancano di evidenziare.   L'articolo Manuela Ceretta, Alessandro Dividus e Federico Trocini / Un labirinto di distopie proviene da Pulp Magazine.
January 10, 2026
Pulp Magazine
[2025-11-13] "Born in Flames" di Lizzie Borden (1983) • VERSO IL 25 NOVEMBRE x NON UNA DI MENO @ CSOA Forte Prenestino
"BORN IN FLAMES" DI LIZZIE BORDEN (1983) • VERSO IL 25 NOVEMBRE X NON UNA DI MENO CSOA Forte Prenestino - via Federico delpino, Roma, Italy (giovedì, 13 novembre 21:30) Giovedì 13 novembre 2025 VERSO IL 25 NOVEMBRE x NON UNA DI MENO CSOA Forte Prenestino & CinemaForte proiettano: "BORN IN FLAMES" (USA 1983) 80' di Lizzie Borden > inizio proiezione ore 21:30 • in lingua originale inglese sottotitolato in italiano - ingresso a libera sottoscrizione … "BORN IN FLAMES" Dieci anni dopo una rivoluzione culturale social-democratica negli Stati Uniti, la fondatrice radicale della Woman’s Army viene uccisa in circostanze misteriose. In risposta a questo, nasce una coalizione femminista di donne di tutte le etnie, classi e preferenze sessuali per ribaltare il Sistema. Born in Flames è un film fantascientifico punk queer del 1983 diretto, prodotto e co-sceneggiato dalla femminista radicale intersezionale Lizzie Borden. Ambientato dieci anni dopo la rivoluzione più pacifica degli Stati Uniti, il film ci mostra il modo distopico con cui le questioni di molti gruppi di minoranze, liberali, organizzazioni per i diritti dei gay e femministe sono affrontate dal governo. ... trailer del film: https://vimeo.com/235626875?fl=pl&fe=vl ... https://forteprenestino.net/.../cinema/3450-born-in-flames https://www.facebook.com/events/1129275545984512
November 5, 2025
Gancio de Roma
Gaza brucia – di Gennaro Avallone
A Gaza, capitalismo, imperialismo, colonialismo e i gruppi umani che concretamente ne incarnano e realizzano le logiche di funzionamento si mostrano per quello che storicamente sono: modi di produzione e governo che tendono a distruggere tutto ciò che ritengono inutile o di ostacolo al proprio dominio. È questo che il Governo e l'esercito di [...]
September 17, 2025
Effimera
La distopia rovesciata delle politiche migratorie
Con Semuren (Castelvecchi, 2024), Francesco Vietti ribalta il baricentro delle migrazioni globali. Nel romanzo l’Italia è dilaniata da una guerra civile e devastata dalla crisi climatica; la Cina diventa l’approdo di imponenti flussi migratori. È un’opera narrativa intensa, sorretta da una trama che si snoda con ritmo e tensione crescente, e al tempo stesso uno strumento di riflessione sulle politiche migratorie contemporanee e sul funzionamento materiale e simbolico dei confini. Al centro della storia ci sono due personaggi: Francesco, un italiano in fuga, e Shen Fu, un giornalista cinese incaricato di documentare il collasso dell’Europa. Le loro traiettorie, inizialmente distanti e asimmetriche, si incrociano in un finale sorprendente che restituisce densità umana e ambivalenza politica all’intera narrazione. > Elemento cardine dell’opera è la frontiera, colta nella sua duplice > dimensione: da un lato, le politiche di contenimento sempre più sofisticate e > repressive; dall’altro, i molteplici tentativi di attraversamento che > testimoniano una persistente capacità d’azione. Vietti esaspera – senza mai renderle inverosimili – le tecnologie e le pratiche già in campo nel nostro presente, ottenendo un effetto straniante e perturbante: ciò che oggi appare come tendenza diventa, nel suo futuro, struttura dominante. Il paesaggio che ne risulta non è però segnato solo da muri, sorveglianza e guardie di confine. Semuren è anche racconto di possibilità. La capacità di agire – individuale e collettiva – si manifesta in forme impreviste, nonostante un contesto politico radicalmente ostile. Il quadro geopolitico immaginato da Vietti riflette e rilancia alcune delle trasformazioni in corso: l’erosione dell’egemonia statunitense, l’emergere di nuovi attori globali – in primis la Cina – e un salto di scala nelle dinamiche autoritarie. I confini che Semuren mette in scena sono radicalmente aggressivi, ma non insormontabili. Resta sempre un certo grado di porosità. Questa ambivalenza attraversa anche uno dei luoghi centrali nel romanzo: la città murata di Kowloon in Cina, immenso ghetto abitato da migranti. Vietti la descrive con attenzione minuziosa, restituendo un ambiente caotico e verticale, soffocante e denso di vita. In questo spazio informale si condensano disperazione, relazioni inedite, audaci economie sotterranee. Come per i confini, anche qui l’oppressione non è assoluta: emergono pratiche di convivenza, forme di socialità, controcondotte. La città murata è specchio della complessa dialettica tra esclusione e inclusione, mai definitiva. > Opera inquieta e coinvolgente, Semuren ci mostra un futuro che è in dialogo > serrato con il nostro presente. Alcuni degli scenari immaginati – come i > centri per migranti in Albania – si sono concretizzati mentre il libro era > ancora in lavorazione. Non si tratta di un mero esercizio di distopia, ma di > una proiezione plausibile delle attuali linee di tendenza. Anche nella sua conclusione, il romanzo non concede illusioni facili. Il governo della mobilità è uno dei dispositivi portanti attraverso cui prende forma il mondo e il suo volto è feroce. E tuttavia, Semuren non è un’opera rassegnata: nella trama e nella costruzione dell’universo narrativo, Vietti lascia spazio all’imprevisto e all’azione. Le politiche di radicale esclusione accelerano, ma la possibilità di contestarle resta aperta. Ed è in questo margine, fragile ma ostinato, che che c’è spazio per immaginare un esito radicalmente differente. Immagine di copertina di CEphoto, Uwe Aranas, wikicommons SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. Vi chiediamo di donare tramite paypal direttamente sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La distopia rovesciata delle politiche migratorie proviene da DINAMOpress.
May 2, 2025
DINAMOpress
Triangulum di Masande Ntshanga
NEL FUTURO PROSSIMO DI UN SUDAFRICA DISTOPICO: ANNO 2040 Triangulum Δ Masande Ntshanga 28 Novembre 2023/di Adele Akinyi Manassero CATEGORIE: Libreria  / Narrativa  / Romanzo Tempo di lettura: 5 minuti * Triangulum, Masande Ntshanga, Pidgin Edizioni, 2023, traduzione dall’inglese di Stefano Pirone. Dopo Il Reattivo (Pidgin Edizioni, 2017), torniamo a parlare del sudafricano Masande Ntshanga con la sua seconda opera, Triangulum (2019), tradotta in Italia dallo stesso Stefano Pirone per Pidgin Edizioni e dal 7 novembre sugli scaffali delle librerie. Il romanzo inizia in un futuro non troppo lontano. Siamo negli anni ‘40 di questo secolo e la dottoressa Naomi Buthelezi, docente universitaria di scrittura creativa e scrittrice di fantascienza, spiega di aver ricevuto l’incarico di visionare e analizzare dei materiali che annunciano la fine del mondo nel 2050. Un pacco anonimo, contenente delle registrazioni audio e due manoscritti di una fonte anonima femminile, è infatti stato consegnato all’Agenzia Spaziale Nazionale Sudafricana (SANSA). L’obiettivo dell’indagine della dott.ssa Buthelezi, insieme al presidente e direttore della SANSA il dottor Hessler, è quello di discernere quanto ci sia di fantastico e quanto di reale. Ciò che apparentemente potrebbe apparire un’opera di fantasia, ha predetto un attacco eco-terroristico sulla montagna della Tavola a Cape Town da poco verificatosi, descrivendo con dovizia di particolari dove e come furono installate le cariche esplosive nel 2026, e non può quindi essere ignorata. «IN QUALSIASI CIRCOSTANZA, QUESTE TESTIMONIANZE DEVONO ESSERE PRESENTATE COME UN’UNICA COMUNICAZIONE. NON È POSSIBILE DARE UN SENSO A UNA DI ESSE SENZA LE ALTRE. QUESTA CONDIZIONE NON È NEGOZIABILE. PER AMORE DELLA VERIDICITÀ E DEL DETTAGLIO – E A MIO RISCHIO PERSONALE – MI SONO SOTTOPOSTA A UNA TERAPIA DI REGRESSIONE IPNOTICA PER RICORDARE LE INFORMAZIONI CHE DESIDERAVO FORNIRE A QUESTO UFFICIO, MA SONO ANCORA UMANA, O PERLOMENO LO SONO STATA, E PER COMPRENDERMI È NECESSARIO COMPRENDERE LA VITA CHE HO VISSUTO, E CHIEDO CHE QUESTA ACCOMPAGNI IL TESTO.» Attraverso i ricordi audio sbobinati e le memorie della mittente anonima, Triangulum abbraccia quarant’anni di Sudafrica dalla fine degli anni ’90 al futuro prossimo, passando per le fasi finali dell’apartheid, la crisi economica e si proietta verso i disastri ecologici che attendono l’umanità. Conosciamo la narratrice da ragazza quando, affascinata da un libro, Diari degli UFO, che apparteneva alla madre, inizia ad avere delle visioni di una macchina fluttuante che emette un ronzio metallico: che si tratti di allucinazioni o di alieni che cercano di comunicarle qualcosa? Quando il caso di tre ragazze rapite assume una rilevanza nazionale, la narratrice inizia ad investigare nella speranza di trovare una connessione con la scomparsa della madre avvenuta anni prima e i presunti avvistamenti alieni. «STANOTTE LA MACCHINA TORNA CON IL TRIANGOLO RIVOLTO A SINISTRA, ESPANDENDOSI TRA LE DUE MACCHIE DEL SOFFITTO. È TARDI, CIRCA UN’ORA DOPO MEZZANOTTE, E NON RIESCO A CAPIRE SE STO SOGNANDO O MENO QUANDO SENTO DORIS PIANGERE.» La narrazione procede ad incastro, ma fino alla fine non lascia intravedere il quadro completo, tenendo incollatə alla pagina. La storia segue la protagonista diventare adulta fra esperimenti scientifici su persone indigenti e contatti con cellule eco-terroristiche in un futuro distopico dove i big data e gli interessi di grandi aziende e di uno Stato colluso esacerbano le disuguaglianze e l’oppressione dei cittadini. Masande Ntshanga è riuscito a costruire un ingranaggio complesso che rompe i confini tra i generi, attraversando la fantascienza afrofuturistica, la distopia, il romanzo di spionaggio, il mistero e, da una certa angolatura, l’autofiction. Un’opera che merita il giusto tempo per essere letta e assaporata, perfetta per le lunghe sere invernali. Δ Con Triangulum, Pidgin Edizioni inaugura la nuova collana Mangrovie e non vediamo l’ora di scoprire quali altre opere la seguiranno! Nominato per il Nommo Award nel 2020 come Miglior Romanzo di Fantasia di un autore africano, Triangulum, secondo una notizia di Okayafrica di circa un anno fa, è stato selezionato per la trasposizione a serie TV con la regia del sudafricano Sibs Shongwe-La Mer.✎ INCIPIT «Sono una donna che agisce secondo la propria volontà e il proprio desiderio. Non cercate di contattarmi dopo questa comunicazione. Con ogni probabilità, non sarò più qui. Queste righe segnano l’inizio del biglietto che il mio collega, il dottor Joseph Hessler, mi ha consegnato tre anni fa, insieme ad altri materiali che ero stata incaricata di raccogliere in un dossier destinato a informare una relazione della Difesa dello Stato. Non ho inviato le informazioni. I materiali sono invece diventati il seguente manoscritto che, con l’aiuto dell’ormai defunto dottor Hessler, ho preparato per il pubblico come TRIANGULUM.» Ringraziamo infine di cuore Pidgin Edizioni per il dono di Triangulum! Tags: Afrofuturismo, Cape Town, distopia, evidenza, inglese, letteratura postcoloniale, Mangrovie, Masande Ntshanga, Pidgin Edizioni, sci-fi, science fiction, Sudafrica CORRELATI TRIANGULUM DI MASANDE NTSHANGA 28 Novembre 2023 / 0 Commenti Continua a leggere https://www.afrologist.org/wp-content/uploads/2023/11/Masande-Ntshanga_Triangulum_copertina.jpg 1200 1600 Adele Akinyi Manassero https://afrologist.org/wp-content/uploads/2019/02/Logo-bozza-Letture-afropolitane-con-libro-tutta-scritta-con-A-bis-1030x202.png Adele Akinyi Manassero2023-11-28 14:47:542023-11-28 14:47:54Triangulum di Masande Ntshanga VIAGGIO NELLA SCONFINATA IMMAGINAZIONE DI NNEDI OKORAFOR 29 Agosto 2021 / 0 Commenti Continua a leggere https://www.afrologist.org/wp-content/uploads/2021/08/Nnedi-Okorafor-Binti-e-Chi-teme-la-morte_slider.jpg 844 1500 Adele Akinyi Manassero https://afrologist.org/wp-content/uploads/2019/02/Logo-bozza-Letture-afropolitane-con-libro-tutta-scritta-con-A-bis-1030x202.png Adele Akinyi Manassero2021-08-29 11:28:442021-08-29 11:28:44Viaggio nella sconfinata immaginazione di Nnedi Okorafor © Afrologist LAGOS INVASA DAGLI ALIENI. 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November 28, 2023
Afrologist
Le porte di Tannhäuser #1
Prima puntata della nuovissima trasmissione di Fantascienza di Radio Wombat. Abbiamo parlato di Distopie, Utopie ed Ucronie cercando di capirne le differenze e vederne la trasformazione avvenuta alla fine dell’800. Per parlare di ciò, mille spunti, riflessioni, suggerimenti di lettura, musica è tanto immaginare!