L’orrore dell’atomo sull’Europa

Pressenza - Friday, October 9, 2026

Democrazia, segreto militare e il grido nucleare di Steadfast Noon. La NATO mette a rischio le nostre vite 

Testare la capacità di risposta rapida dell’Alleanza Atlantica: è questo l’obiettivo di STEADFAST DART 2026, la più grande esercitazione NATO del 2026, che dimostra la capacità dell’Alleanza di dispiegare e integrare rapidamente le forze, rafforzando la presenza e la prontezza operativa nell’Europa centrale.

Oltre 10.000 militari provenienti da 13 Paesi Alleati hanno preso parte alle attività addestrative. In primo piano l’Italia, che ha assunto il Comando della Forza di Reazione Rapida della NATO e della componente terrestre dell’Esercitazione.

In questo quadro, il NATO Rapid Deployable Corps e la Multinational Division South sono stati schierati in Bassa Sassonia, nell’area di Brema, in appena 40 giorni, tra gennaio e febbraio.

La complessa attività di proiezione, coordinata e condotta dal Comando Operativo di Vertice Interforze con il Comando dei Supporti Logistici, ha previsto l’impiego di 3 unità navali e 24 aeromobili, tra velivoli cargo e passeggeri, oltre a 3 convogli ferroviari, 6 elicotteri e 11 autocolonne stradali.

Lo sforzo logistico ha consentito la movimentazione di circa 6.000 metri lineari di materiali, mezzi e attrezzature, in condizioni meteorologiche particolarmente impegnative, segnate da nevicate lungo le principali direttrici terrestri e aeree, e da onde fino a 12 metri sull’Oceano Atlantico.

Il cielo dell’autunno europeo torna periodicamente a misurarsi con lo spettro della deterrenza nucleare attraverso Steadfast Noon, l’esercitazione annuale in cui la NATO testa la prontezza delle proprie forze aeree nel trasporto e nell’impiego simulato di ordigni atomici.

Dietro il linguaggio asettico e tecnocratico della pianificazione strategica si cela tuttavia una frattura profonda che attraversa il cuore delle democrazie occidentali, toccando direttamente l’Italia e ponendo interrogativi cruciali sulla trasparenza istituzionale, sul controllo parlamentare e sull’etica della sicurezza internazionale.

In un’epoca segnata dal ritorno di conflitti ad alta intensità e dalla progressiva erosione dell’architettura universale del disarmo, il riproporsi di queste manovre impone una riflessione radicale sulla natura stessa del nostro modello di convivenza democratica.

La questione fondamentale sollevata da questa tipologia di manovre non riguarda unicamente la postura di difesa dell’Alleanza Atlantica nei confronti di potenziali avversari globali o la calibrazione degli equilibri geopolitici tra superpotenze. Essa investe la qualità stessa della sovranità democratica interna. Il coinvolgimento attivo di assetti nazionali, come i cacciabombardieri Tornado dislocati presso la base aerea di Ghedi, in scenari che prevedono l’uso di bombe atomiche tattiche B61, avviene troppo spesso in un vuoto di dibattito pubblico e parlamentare.

Decisioni di una portata etica, politica e strategica inimmaginabile — che compromettono l’incolumità intera di un Paese e ne definiscono il ruolo geopolitico in spregio ai principi costituzionali di ripudio della guerra — vengono sistematicamente sottratte al vaglio delle Camere e al controllo dei rappresentanti eletti dai cittadini, riducendo il Parlamento a notaio di scelte compiute altrove.

Ad aggravare questa opacità si aggiunge il velo impenetrabile del segreto militare, che avvolge non solo i dettagli operativi delle rotte, ma persino la geografia dei territori coinvolti nelle simulazioni di sgancio e le reali procedure di sicurezza adottate sui territori locali. Questa cortina di riservatezza, giustificata frettolosamente con esigenze di sicurezza strategica e alleata, crea una pericolosa dissonanza in un ordinamento democratico maturo: i cittadini si trovano a subire i rischi potenziali di una escalation nucleare o di un incidente catastrofico senza disporre degli strumenti minimi per conoscere, valutare o contestare le scelte compiute in loro nome.

Si realizza così un cortocircuito istituzionale in cui la collettività è chiamata a sobbarcarsi interamente il rischio esistenziale, ma è privata del diritto fondamentale di conoscere la natura e la portata di quel rischio.

In un contesto internazionale caratterizzato da tensioni crescenti, dalla modernizzazione degli arsenali atomici e dalla caduta dei tradizionali canali di dialogo bilaterale e multilaterale, alimentare la retorica e la pratica della deterrenza atomica all’insaputa dell’opinione pubblica rappresenta non solo un azzardo calcolato sulla pelle delle popolazioni, ma un vero e proprio vulnus costituzionale.

La dottrina della deterrenza si fonda sulla logica perversa della minaccia reciproca e della distruzione assicurata, una filosofia che ripugna ai principi fondamentali di cooperazione e pace tra i popoli e che rischia, al minimo errore di calcolo o in un momento di acuta crisi diplomatica, di trasformare la simulazione in una tragedia irreversibile.

La denuncia mossa da movimenti, reti per la pace e intellettuali si inserisce dunque in un solco di altissimo valore civile e politico: ricordare che la sicurezza non può prescindere dai principi di legalità, informazione e responsabilità democratica.

Pretendere che il Governo riferisca immediatamente alle Camere, che si avvii una riflessione pubblica trasparente sul disarmo e che si ponga fine al coinvolgimento del nostro Paese in operazioni che evocano la minaccia della distruzione atomica non è un atto di ingenuità strategica o di isolazionismo politico.

Al contrario, rappresenta l’esercizio fondamentale di quel diritto alla vita, alla pace e alla sovranità popolare che nessuna ragion di Stato, per quanto ammantata di necessità geostrategiche, dovrebbe mai permettersi di calpestare.

 

Laura Tussi