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L’orrore dell’atomo sull’Europa
Democrazia, segreto militare e il grido nucleare di Steadfast Noon. La NATO mette a rischio le nostre vite  Testare la capacità di risposta rapida dell’Alleanza Atlantica: è questo l’obiettivo di STEADFAST DART 2026, la più grande esercitazione NATO del 2026, che dimostra la capacità dell’Alleanza di dispiegare e integrare rapidamente le forze, rafforzando la presenza e la prontezza operativa nell’Europa centrale. Oltre 10.000 militari provenienti da 13 Paesi Alleati hanno preso parte alle attività addestrative. In primo piano l’Italia, che ha assunto il Comando della Forza di Reazione Rapida della NATO e della componente terrestre dell’Esercitazione. In questo quadro, il NATO Rapid Deployable Corps e la Multinational Division South sono stati schierati in Bassa Sassonia, nell’area di Brema, in appena 40 giorni, tra gennaio e febbraio. La complessa attività di proiezione, coordinata e condotta dal Comando Operativo di Vertice Interforze con il Comando dei Supporti Logistici, ha previsto l’impiego di 3 unità navali e 24 aeromobili, tra velivoli cargo e passeggeri, oltre a 3 convogli ferroviari, 6 elicotteri e 11 autocolonne stradali. Lo sforzo logistico ha consentito la movimentazione di circa 6.000 metri lineari di materiali, mezzi e attrezzature, in condizioni meteorologiche particolarmente impegnative, segnate da nevicate lungo le principali direttrici terrestri e aeree, e da onde fino a 12 metri sull’Oceano Atlantico. Il cielo dell’autunno europeo torna periodicamente a misurarsi con lo spettro della deterrenza nucleare attraverso Steadfast Noon, l’esercitazione annuale in cui la NATO testa la prontezza delle proprie forze aeree nel trasporto e nell’impiego simulato di ordigni atomici. Dietro il linguaggio asettico e tecnocratico della pianificazione strategica si cela tuttavia una frattura profonda che attraversa il cuore delle democrazie occidentali, toccando direttamente l’Italia e ponendo interrogativi cruciali sulla trasparenza istituzionale, sul controllo parlamentare e sull’etica della sicurezza internazionale. In un’epoca segnata dal ritorno di conflitti ad alta intensità e dalla progressiva erosione dell’architettura universale del disarmo, il riproporsi di queste manovre impone una riflessione radicale sulla natura stessa del nostro modello di convivenza democratica. La questione fondamentale sollevata da questa tipologia di manovre non riguarda unicamente la postura di difesa dell’Alleanza Atlantica nei confronti di potenziali avversari globali o la calibrazione degli equilibri geopolitici tra superpotenze. Essa investe la qualità stessa della sovranità democratica interna. Il coinvolgimento attivo di assetti nazionali, come i cacciabombardieri Tornado dislocati presso la base aerea di Ghedi, in scenari che prevedono l’uso di bombe atomiche tattiche B61, avviene troppo spesso in un vuoto di dibattito pubblico e parlamentare. Decisioni di una portata etica, politica e strategica inimmaginabile — che compromettono l’incolumità intera di un Paese e ne definiscono il ruolo geopolitico in spregio ai principi costituzionali di ripudio della guerra — vengono sistematicamente sottratte al vaglio delle Camere e al controllo dei rappresentanti eletti dai cittadini, riducendo il Parlamento a notaio di scelte compiute altrove. Ad aggravare questa opacità si aggiunge il velo impenetrabile del segreto militare, che avvolge non solo i dettagli operativi delle rotte, ma persino la geografia dei territori coinvolti nelle simulazioni di sgancio e le reali procedure di sicurezza adottate sui territori locali. Questa cortina di riservatezza, giustificata frettolosamente con esigenze di sicurezza strategica e alleata, crea una pericolosa dissonanza in un ordinamento democratico maturo: i cittadini si trovano a subire i rischi potenziali di una escalation nucleare o di un incidente catastrofico senza disporre degli strumenti minimi per conoscere, valutare o contestare le scelte compiute in loro nome. Si realizza così un cortocircuito istituzionale in cui la collettività è chiamata a sobbarcarsi interamente il rischio esistenziale, ma è privata del diritto fondamentale di conoscere la natura e la portata di quel rischio. In un contesto internazionale caratterizzato da tensioni crescenti, dalla modernizzazione degli arsenali atomici e dalla caduta dei tradizionali canali di dialogo bilaterale e multilaterale, alimentare la retorica e la pratica della deterrenza atomica all’insaputa dell’opinione pubblica rappresenta non solo un azzardo calcolato sulla pelle delle popolazioni, ma un vero e proprio vulnus costituzionale. La dottrina della deterrenza si fonda sulla logica perversa della minaccia reciproca e della distruzione assicurata, una filosofia che ripugna ai principi fondamentali di cooperazione e pace tra i popoli e che rischia, al minimo errore di calcolo o in un momento di acuta crisi diplomatica, di trasformare la simulazione in una tragedia irreversibile. La denuncia mossa da movimenti, reti per la pace e intellettuali si inserisce dunque in un solco di altissimo valore civile e politico: ricordare che la sicurezza non può prescindere dai principi di legalità, informazione e responsabilità democratica. Pretendere che il Governo riferisca immediatamente alle Camere, che si avvii una riflessione pubblica trasparente sul disarmo e che si ponga fine al coinvolgimento del nostro Paese in operazioni che evocano la minaccia della distruzione atomica non è un atto di ingenuità strategica o di isolazionismo politico. Al contrario, rappresenta l’esercizio fondamentale di quel diritto alla vita, alla pace e alla sovranità popolare che nessuna ragion di Stato, per quanto ammantata di necessità geostrategiche, dovrebbe mai permettersi di calpestare.   Laura Tussi
October 9, 2026
Pressenza
Le basi USA in Italia sono una minaccia per la pace, la democrazia e la nostra sicurezza
Le basi militari americane in Italia non sono tutte della NATO, alcune sono il frutto degli accordi post-bellici con un Paese vincitore (gli USA) che decise, all’indomani della Seconda guerra mondiale, di dislocare truppe e logistica militare in varie regioni del paese, in aree giudicate strategiche. Le basi USA sono un importante ingranaggio della macchina da guerra statunitense, ma hanno anche una funzione logistica in caso di guerre combattute in altre aree del Globo, specie quelle nell’area mediorientale e mediterranea. Le funzioni originarie erano anche di deterrenza, o di aperta minaccia, in Paesi nei quali operavano forti e radicati movimenti comunisti (come appunto in Italia). Nel corso degli anni alcune basi sono state ripensate, diminuiti i militari effettivi, le basi sono rimaste al loro posto adeguandosi via via ai nuovi scenari di guerra, compatibilmente con gli interessi e le necessità dell’apparato bellico statunitense, del resto quali e quanti armi siano custodite in basi USA dislocate in territorio italiano non è dato sapere. Per ricevere informazioni abbiamo atteso decenni acquisendole solo grazie a Wiki­leaks, nella seconda metà del dopo guerra le basi sono servite per addestrare Gladio in funzione anticomunista. Il nostro Paese ha garantito fino ai nostri giorni una piattaforma geostrategica unica in Europa alle forze militari americane, Camp Darby è definita da più parti una delle basi militari più grandi tra quelle fuori dal continente USA. E sulla presenza militare statunitense in Italia leggiamo: «Oggi le installazioni militari statunitensi operative in Italia sono otto, distribuite lungo tutta la penisola con funzioni complementari. Ospitano complessivamente oltre 12.000 militari, ai quali si aggiungono i più di 21.000 della VI Flotta della US Navy – con 40 navi e 175 aerei – di stanza nel Mediterraneo con base a Napoli» (clicca qui). Il dispositivo militare USA in Italia, dentro e fuori la NATO, è assai ramificato, come leggiamo su Il Fatto Quotidiano: «nel Mediterraneo e nel fianco sud della NATO, il territorio italiano è uno dei principali nodi logistici della presenza militare americana. In Italia operano circa tredicimila militari statunitensi distribuiti in decine di infrastrutture, in un sistema regolato da tre diversi trattati: il NATO Sofa del 1951, il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 e il Memorandum d’Intesa “Shell Agreement” del 1995». E, ancora, sempre dalla stessa fonte un ulteriore passaggio esemplificativo del ruolo strategico dell’Italia: «Se Aviano e Ghedi rappresentano il vertice della deterrenza nucleare, il baricentro operativo verso il Mediterraneo si trova in Sicilia, nella base di Sigonella. L’installazione è un hub aeronavale per la marina statunitense e ospita droni da sorveglianza e velivoli da ricognizione. Fondamentale in questo quadrante è anche la base di Niscemi, dove opera il MUOS, un potente sistema di comunicazioni satellitari che garantisce il collegamento tra tutti i velivoli, droni, navi e sottomarini americani. Accanto ai poli operativi esistono nodi logistici fondamentali come Camp Darby a Pisa, uno dei maggiori depositi di munizioni USA fuori dal territorio americano. Nel Veneto, a Vicenza, il complesso di Caserma Ederle ospita il quartier generale delle forze terrestri statunitensi in Italia». È bene sapere che il contenuto degli accordi bilaterali che regolano l’uso delle basi sono in gran parte segreti, dal versante italico c’è tutto l’interesse a non diffondere dati e contenuti, qualcosa sappiamo invece dagli USA con il Governo americano che stipula contratti con le aziende produttrici di armi destinate al Mediterraneo ossia alle basi USA sui nostri territori, per fare un esempio i droni della Global Hawk a Sigonella. L’Italia nel corso degli anni ha sempre risposto positivamente alle richieste USA prova ne sia quanto avvenuto con la base di Camp Darby collegata via acqua al porto di Livorno e via ferrovia alla rete infrastrutturale civile. Il ruolo degli Enti locali in queste opere è stato di attiva collaborazione, al resto ci hanno pensato politici locali e nazionali imponendo l’obbligo di riservatezza a tutela della sicurezza nazionale e internazionale, quell’obbligo agitato insieme al Codice penale che prevede anni di carcere per chi diffonda notizie che la popolazione locale dovrebbe invece avere specie in tempi di guerra. Le basi USA sono una minaccia per la pace, lo sono state per la democrazia e lo sono oggi per la nostra sicurezza. Ecco perché abbiamo organizzato un presidio venerdì 10 aprile scorso a Pisa, ore 16 Piazza XX settembre. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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