
Primo Levi / Ai giovani
Pulp Magazine - Friday, October 9, 2026C’è qualcosa di sottilmente sovversivo nel ripubblicare oggi, in piena crisi del rapporto tra scuola e memoria storica, il corpus dei dialoghi che Primo Levi intrattenne per oltre vent’anni con studenti di ogni ordine e grado. Il volume einaudiano, curato da Fabio Levi per la collana “Einaudi tascabili. Scrittori”, raccoglie le lettere e le trascrizioni di incontri che videro Levi dialogare con le scuole, entrando nelle classi di tutta Italia o rispondendo per lettera alle domande degli studenti. Il titolo, tratto da una delle sue risposte, non è un vezzo editoriale ma una dichiarazione di poetica civile: Levi non si concedeva mai il lusso della distanza olimpica dal proprio pubblico più giovane, anche quando quel pubblico gli poneva domande ingenue, feroci, sproporzionate.
Il libro merita di essere letto non come reliquia commemorativa ma come manuale implicito di pedagogia della testimonianza. I ragazzi, spesso alunni delle scuole medie, arrivano a lui dopo aver letto Se questo è un uomo o La tregua e, a partire da quei libri, lo interrogano sull’esperienza nel lager, sulla storia e sul presente, ma anche sulle paure, le scelte e le responsabilità personali. Ciò che colpisce, rileggendo oggi queste pagine, è la totale assenza di paternalismo: Levi tratta i suoi interlocutori da pari a pari, rifiutando sia la retorica del monumento vivente sia la scorciatoia consolatoria. Quando un tredicenne gli chiede se odia i tedeschi, non riceve né un’assoluzione né un anatema, ma una distinzione storica e morale costruita pazientemente, frase dopo frase. È un Levi didatta nel senso più alto del termine: uno che non spiega, che insegna a ragionare.
Questa raccolta epistolare restituisce anche un ritratto meno noto dell’uomo, lontano dal monumento e vicino alla pratica quotidiana della testimonianza: uno scrittore che considerava il confronto con le nuove generazioni non un dovere accessorio ma una parte essenziale del proprio lavoro, affidando alla parola chiara, alla precisione e all’ascolto un compito formativo profondo. Non stupisce che l’operazione editoriale scelga di presentare questi testi come un corpus che parla della memoria come ricerca ed esercizio critico, dell’educazione come confronto, e del valore etico di una letteratura da non limitarsi a leggere, ma da discutere, interrogare, condividere. È esattamente il contrario di ciò che la scuola italiana, oggi, tende a fare. Se si preferisce glissare sul 25 aprile e sulla Resistenza, secondo le più o meno manifeste indicazioni ministeriali, sulla Shoah invece si fonda una liturgia annuale, eretta non a caso in parallelo al Giorno del Ricordo, a scopo di equiparazione con le foibe: un rito del 27 gennaio da consumare e archiviare, anziché uno strumento di pensiero critico permanente.
Ed è proprio qui che il libro apre — inevitabilmente, per chiunque lo legga con onestà intellettuale e non con devozione agiografica — una domanda scomoda, che i curatori non pongono ma che aleggia su ogni pagina: che cosa direbbe oggi, Primo Levi, a una classe di quattordicenni che gli chiedessero conto di Gaza? Non è una domanda oziosa né una provocazione a buon mercato. Levi non fu mai un testimone silenzioso davanti alla politica dello Stato d’Israele. Nel 1982, all’indomani dell’invasione israeliana del Libano e dei massacri di Sabra e Shatila, firmò insieme ad altri intellettuali ebrei italiani un appello che chiedeva le dimissioni di Menachem Begin, e non si sottrasse a dichiarazioni pubbliche in cui affermava di provare vergogna per ciò che veniva compiuto in nome di un popolo che aveva conosciuto lo sterminio. Non era antisionismo di maniera, ancora meno negazione del diritto di Israele a esistere: era piuttosto l’esercizio, applicato senza sconti a sé stesso e alla propria comunità, dello stesso rigore morale che pretendeva dai propri lettori quando li invitava a distinguere sempre, mai a generalizzare, mai a confondere un popolo con i propri governanti. È lo stesso Levi che, negli incontri raccolti in questo volume, ripete ai ragazzi che la memoria della Shoah non è un salvacondotto morale eterno, ma un’ipoteca che impone responsabilità precise, verificabili nel presente.
È allora lecito — anzi, doveroso, per chi lo legge oggi senza trasformarlo in un santino — chiedersi cosa avrebbe risposto a uno studente che, nel 2026, gli avesse domandato conto delle decine di migliaia di morti civili a Gaza, degli ospedali colpiti, della fame usata come arma, di un governo israeliano che include ministri apertamente suprematisti e che persegue una politica di colonizzazione permanente della Cisgiordania. È difficile immaginare che l’uomo che si vergognò pubblicamente per Sabra e Shatila — un’operazione militare di dimensioni incomparabilmente minori — avrebbe trovato eufemismi per descrivere ciò che accade oggi. È altrettanto difficile immaginare che avrebbe usato la propria storia di sopravvissuto come scudo retorico per un governo che continua a perpetrare quello che buona parte degli osservatori internazionali, giuristi e persino ex alti ufficiali israeliani descrive ormai apertamente come genocidio. E non avrebbe avuto remore, verosimilmente, a chiamare Benjamin Netanyahu per quello che le sue politiche — l’alleanza organica con l’estrema destra messianica, lo smantellamento dello stato di diritto, l’uso della guerra come strumento di sopravvivenza politica personale — rivelano: non un semplice conservatore di destra, ma l’incarnazione di una deriva autoritaria e etnonazionalista che, senza indulgere all’iperbole, può a buon diritto definirsi fascista.
Si tratta, va detto con onestà, di un esercizio controfattuale, e come tutti gli esercizi controfattuali va maneggiato con la cautela che si deve ai morti che non possono più parlare per sé stessi. Ma è un controfattuale legittimo perché fondato su un dato biografico solido: Levi non separò mai la memoria dall’attualità, non trattò Auschwitz come un evento sigillato nel passato ma come una lente attraverso cui giudicare il presente, ogni presente, incluso quello del proprio popolo e del proprio Stato d’elezione morale. Chi oggi invoca la sua figura per giustificare il silenzio, o peggio la complicità, di fronte a Gaza, tradisce esattamente il metodo che queste pagine documentano con tanta cura: un metodo fatto di domande scomode accettate, non eluse, e di risposte che non risparmiavano nessuno, tantomeno i propri.
Resta, alla fine della lettura, un cortocircuito che il libro non risolve e forse non intende risolvere: l’operazione editoriale, con la sua confezione elegante e la sua vocazione scolastica, rischia di consegnare agli insegnanti italiani un Levi imbalsamato, buono per la liturgia del Giorno della Memoria ma accuratamente scollegato dalla capacità di giudizio politico che egli stesso, in queste stesse pagine, pretendeva dai suoi giovani interlocutori. È un tradimento comodo: si cita il sopravvissuto, si tace il polemista che nell’82 chiese la testa di Begin.
Perché la verità, sgradevole per chi preferisce Levi imbalsamato in una teca, è che il sionismo oggi al potere a Gerusalemme — quello di Jabotinsky riverniciato da Begin e portato alle estreme conseguenze da Netanyahu e dai suoi ministri messianici, Ben Gvir e Smotrich in testa — non è una degenerazione recente né un incidente di percorso: è la realizzazione compiuta del proprio programma originario, culto della forza, disprezzo del diritto, progetto di sostituzione etnica scambiato per destino biblico. Chiamarlo fascismo non è iperbole polemica, è diagnosi tecnica. E chi invoca Auschwitz per blindarlo da ogni critica non onora Levi: lo seppellisce una seconda volta, sotto la lapide più pesante che esista, quella dell’ipocrisia postuma. Insegnare Levi a scuola, in questo senso, dovrebbe voler dire proprio questo: non fermarsi alla lettera del testo, ma raccogliere la sfida che lui stesso lanciava, sessant’anni fa, a ragazzini che oggi sarebbero nonni. La sfida di non credere agli idoli — nessuno, nemmeno quelli costruiti sulla memoria della propria sofferenza.
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