Primo Levi / Ai giovani
C’è qualcosa di sottilmente sovversivo nel ripubblicare oggi, in piena crisi del
rapporto tra scuola e memoria storica, il corpus dei dialoghi che Primo Levi
intrattenne per oltre vent’anni con studenti di ogni ordine e grado. Il volume
einaudiano, curato da Fabio Levi per la collana “Einaudi tascabili. Scrittori”,
raccoglie le lettere e le trascrizioni di incontri che videro Levi dialogare con
le scuole, entrando nelle classi di tutta Italia o rispondendo per lettera alle
domande degli studenti. Il titolo, tratto da una delle sue risposte, non è un
vezzo editoriale ma una dichiarazione di poetica civile: Levi non si concedeva
mai il lusso della distanza olimpica dal proprio pubblico più giovane, anche
quando quel pubblico gli poneva domande ingenue, feroci, sproporzionate.
Il libro merita di essere letto non come reliquia commemorativa ma come manuale
implicito di pedagogia della testimonianza. I ragazzi, spesso alunni delle
scuole medie, arrivano a lui dopo aver letto Se questo è un uomo o La tregua e,
a partire da quei libri, lo interrogano sull’esperienza nel lager, sulla storia
e sul presente, ma anche sulle paure, le scelte e le responsabilità personali.
Ciò che colpisce, rileggendo oggi queste pagine, è la totale assenza di
paternalismo: Levi tratta i suoi interlocutori da pari a pari, rifiutando sia la
retorica del monumento vivente sia la scorciatoia consolatoria. Quando un
tredicenne gli chiede se odia i tedeschi, non riceve né un’assoluzione né un
anatema, ma una distinzione storica e morale costruita pazientemente, frase dopo
frase. È un Levi didatta nel senso più alto del termine: uno che non spiega, che
insegna a ragionare.
Questa raccolta epistolare restituisce anche un ritratto meno noto dell’uomo,
lontano dal monumento e vicino alla pratica quotidiana della testimonianza: uno
scrittore che considerava il confronto con le nuove generazioni non un dovere
accessorio ma una parte essenziale del proprio lavoro, affidando alla parola
chiara, alla precisione e all’ascolto un compito formativo profondo. Non
stupisce che l’operazione editoriale scelga di presentare questi testi come un
corpus che parla della memoria come ricerca ed esercizio critico,
dell’educazione come confronto, e del valore etico di una letteratura da non
limitarsi a leggere, ma da discutere, interrogare, condividere. È esattamente il
contrario di ciò che la scuola italiana, oggi, tende a fare. Se si preferisce
glissare sul 25 aprile e sulla Resistenza, secondo le più o meno manifeste
indicazioni ministeriali, sulla Shoah invece si fonda una liturgia annuale,
eretta non a caso in parallelo al Giorno del Ricordo, a scopo di equiparazione
con le foibe: un rito del 27 gennaio da consumare e archiviare, anziché uno
strumento di pensiero critico permanente.
Ed è proprio qui che il libro apre — inevitabilmente, per chiunque lo legga con
onestà intellettuale e non con devozione agiografica — una domanda scomoda, che
i curatori non pongono ma che aleggia su ogni pagina: che cosa direbbe oggi,
Primo Levi, a una classe di quattordicenni che gli chiedessero conto di Gaza?
Non è una domanda oziosa né una provocazione a buon mercato. Levi non fu mai un
testimone silenzioso davanti alla politica dello Stato d’Israele. Nel 1982,
all’indomani dell’invasione israeliana del Libano e dei massacri di Sabra e
Shatila, firmò insieme ad altri intellettuali ebrei italiani un appello che
chiedeva le dimissioni di Menachem Begin, e non si sottrasse a dichiarazioni
pubbliche in cui affermava di provare vergogna per ciò che veniva compiuto in
nome di un popolo che aveva conosciuto lo sterminio. Non era antisionismo di
maniera, ancora meno negazione del diritto di Israele a esistere: era piuttosto
l’esercizio, applicato senza sconti a sé stesso e alla propria comunità, dello
stesso rigore morale che pretendeva dai propri lettori quando li invitava a
distinguere sempre, mai a generalizzare, mai a confondere un popolo con i propri
governanti. È lo stesso Levi che, negli incontri raccolti in questo volume,
ripete ai ragazzi che la memoria della Shoah non è un salvacondotto morale
eterno, ma un’ipoteca che impone responsabilità precise, verificabili nel
presente.
È allora lecito — anzi, doveroso, per chi lo legge oggi senza trasformarlo in un
santino — chiedersi cosa avrebbe risposto a uno studente che, nel 2026, gli
avesse domandato conto delle decine di migliaia di morti civili a Gaza, degli
ospedali colpiti, della fame usata come arma, di un governo israeliano che
include ministri apertamente suprematisti e che persegue una politica di
colonizzazione permanente della Cisgiordania. È difficile immaginare che l’uomo
che si vergognò pubblicamente per Sabra e Shatila — un’operazione militare di
dimensioni incomparabilmente minori — avrebbe trovato eufemismi per descrivere
ciò che accade oggi. È altrettanto difficile immaginare che avrebbe usato la
propria storia di sopravvissuto come scudo retorico per un governo che continua
a perpetrare quello che buona parte degli osservatori internazionali, giuristi e
persino ex alti ufficiali israeliani descrive ormai apertamente come genocidio.
E non avrebbe avuto remore, verosimilmente, a chiamare Benjamin Netanyahu per
quello che le sue politiche — l’alleanza organica con l’estrema destra
messianica, lo smantellamento dello stato di diritto, l’uso della guerra come
strumento di sopravvivenza politica personale — rivelano: non un semplice
conservatore di destra, ma l’incarnazione di una deriva autoritaria e
etnonazionalista che, senza indulgere all’iperbole, può a buon diritto definirsi
fascista.
Si tratta, va detto con onestà, di un esercizio controfattuale, e come tutti gli
esercizi controfattuali va maneggiato con la cautela che si deve ai morti che
non possono più parlare per sé stessi. Ma è un controfattuale legittimo perché
fondato su un dato biografico solido: Levi non separò mai la memoria
dall’attualità, non trattò Auschwitz come un evento sigillato nel passato ma
come una lente attraverso cui giudicare il presente, ogni presente, incluso
quello del proprio popolo e del proprio Stato d’elezione morale. Chi oggi invoca
la sua figura per giustificare il silenzio, o peggio la complicità, di fronte a
Gaza, tradisce esattamente il metodo che queste pagine documentano con tanta
cura: un metodo fatto di domande scomode accettate, non eluse, e di risposte che
non risparmiavano nessuno, tantomeno i propri.
Resta, alla fine della lettura, un cortocircuito che il libro non risolve e
forse non intende risolvere: l’operazione editoriale, con la sua confezione
elegante e la sua vocazione scolastica, rischia di consegnare agli insegnanti
italiani un Levi imbalsamato, buono per la liturgia del Giorno della Memoria ma
accuratamente scollegato dalla capacità di giudizio politico che egli stesso, in
queste stesse pagine, pretendeva dai suoi giovani interlocutori. È un tradimento
comodo: si cita il sopravvissuto, si tace il polemista che nell’82 chiese la
testa di Begin.
Perché la verità, sgradevole per chi preferisce Levi imbalsamato in una teca, è
che il sionismo oggi al potere a Gerusalemme — quello di Jabotinsky riverniciato
da Begin e portato alle estreme conseguenze da Netanyahu e dai suoi ministri
messianici, Ben Gvir e Smotrich in testa — non è una degenerazione recente né un
incidente di percorso: è la realizzazione compiuta del proprio programma
originario, culto della forza, disprezzo del diritto, progetto di sostituzione
etnica scambiato per destino biblico. Chiamarlo fascismo non è iperbole
polemica, è diagnosi tecnica. E chi invoca Auschwitz per blindarlo da ogni
critica non onora Levi: lo seppellisce una seconda volta, sotto la lapide più
pesante che esista, quella dell’ipocrisia postuma. Insegnare Levi a scuola, in
questo senso, dovrebbe voler dire proprio questo: non fermarsi alla lettera del
testo, ma raccogliere la sfida che lui stesso lanciava, sessant’anni fa, a
ragazzini che oggi sarebbero nonni. La sfida di non credere agli idoli —
nessuno, nemmeno quelli costruiti sulla memoria della propria sofferenza.
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