In difesa di Victor Serge

Jacobin Italia - Saturday, September 5, 2026

Per decenni, chiunque scrivesse di Victor Serge doveva iniziare spiegando chi fosse e perché dovesse interessarci. Nonostante un’enorme eredità letteraria, era stato letteralmente cancellato dalla storia sovietica, una figura dimenticata persino da gran parte della sinistra. La storia raramente è clemente con i vinti, e Serge si è schierato dalla parte degli sconfitti, con coloro che si rifiutavano di scendere a compromessi con il capitalismo o di arrendersi allo stalinismo. Il prezzo da pagare è stato alto, ma la sua voce eloquente e la sua penna potente non hanno potuto impedire che venisse messo da parte, ignorato o mal compreso, condannato a una vita di povertà. Quattro dei suoi libri, e altri scritti inediti, sono stati confiscati dalla censura sovietica (Glavlit), sebbene lo consacrino come un uomo che appartiene al nostro futuro.

Chi era Serge? Operaio, militante, intellettuale, internazionalista per esperienza e convinzione, e sempre povero, visse dal 1890 al 1947. Ha partecipato a tre rivoluzioni, trascorrendo un decennio in diverse prigioni ed essendo politicamente attivo in sette paesi. Ha pubblicato più di trenta libri lasciando migliaia di pagine di opere inedite. Nato Victor Kibalchich in Belgio da genitori anarco-populisti russi in esilio, è morto in esilio in Messico come pensatore e scrittore socialista indipendente e non dogmatico. Ha trascorso la maggior parte degli anni dal 1919 al 1936 in Unione sovietica, come parte di una generazione rivoluzionaria che aspirava a creare una società socialista.

Sono stati però sconfitti da Joseph Stalin, che ha instaurato una dittatura burocratica e autoritaria governando in nome del comunismo. Serge ha dedicato il resto della sua vita a comprendere le promesse e i fallimenti dell’esperimento sovietico, non per rinunciare al socialismo, ma per salvarlo dalla catastrofe dello stalinismo. Si è opposto al capitalismo prima come anarchico, poi come bolscevico. Si è opposto alle pratiche antidemocratiche del bolscevismo e in seguito a Stalin come esponente dell’opposizione di sinistra. Ha discusso con Lev Trockij dall’interno della sinistra antistalinista e si è opposto sia al fascismo che all’emergente Guerra fredda come marxista rivoluzionario irriducibile. Le sue posizioni lo hanno posto spesso in contrasto con i suoi contemporanei occidentali, causandogli molta sofferenza e isolandolo proprio dal movimento a cui aveva dedicato tanti anni, correndo grandi rischi.

Eppure non si è lasciato sopraffare dal pessimismo. Non ha vacillato mai nel suo impegno per la creazione di una società che difendesse e promuovesse la libertà, la dignità e la condizione umana. Per Serge la democrazia non era un accessorio del socialismo, ma la sua condizione indispensabile. Attraverso i suoi saggi, memorie, taccuini, romanzi e articoli giornalistici, ha cercato di comprendere le sconfitte del ventesimo secolo per illuminare le possibilità del futuro, auspicando un rinnovamento del pensiero e della pratica socialista. Scrivendo dall’esilio in Messico negli ultimi anni della sua vita, ha lasciato un monito ai «dogmatici fossilizzati» che credevano che la rivoluzione europea fosse inevitabile dopo la guerra.

Un’epoca oscura si sta aprendo davanti all’Europa e al mondo. I migliori rivoluzionari sono stati annientati dalle sconfitte passate e dalla guerra. Dovrà trascorrere del tempo prima che si formino nuovi quadri. I vecchi programmi e le vecchie routine socialiste sono stati superati e devono essere rinnovati. Lo stalinismo, vittorioso grazie al sostegno incondizionato e alle concessioni fatte dagli Alleati, sarà più pericoloso che mai […] Se vogliamo salvare l’Europa, dobbiamo cominciare riunendo tutte le forze democratiche libere per poter semplicemente praticare l’arte di non estinguersi.

L’ammonimento di Serge coglieva il pensiero rivoluzionario, ma risolutamente indipendente, di un uomo che insisteva sull’impossibilità di un socialismo senza libertà e democrazia. Come disse nel 1942:

Vogliamo partecipare alla costruzione di un socialismo restituito alla sua dignità e ai suoi veri obiettivi, cosa possibile solo attraverso un’organizzazione di uomini liberi. Vogliamo idee oneste e chiare all’interno di un sano movimento operaio, rinvigorito dalla competizione fraterna e dal libero dibattito. Dal cuore della democrazia, del socialismo e del movimento operaio minacciati, difendiamo soprattutto la libertà di opinione e la dignità umana del militante, i diritti delle minoranze e lo spirito critico. Combattiamo senza sosta, e non smetteremo di combattere, contro il controllo del pensiero, il culto del leader, l’obbedienza passiva e gli spregevoli stratagemmi dei partiti soggetti a una cieca disciplina, nonché contro l’uso sistematico di menzogne, calunnie e assassinii.

Riscoprire Serge non è un’operazione di salvataggio. L’impasse si è sbloccata: la pubblicazione dei suoi Carnet (Quaderni, 1936-1947) da parte di Agone, le nuove edizioni delle Memorie di un rivoluzionario e dei suoi romanzi da parte di New York Review of Books, e ora due importanti nuove biografie – Victor Serge: Unruly Revolutionary di Mitchell Abidor e Il giovane Victor Serge di Claudio Albertani – segnano una sorta di rinascita di Serge. Siamo entrati in un periodo in cui il compito non è più semplicemente quello di presentare la sua eredità letteraria e rivoluzionaria, ma di difenderla. Scriviamo da diverse tradizioni politiche – anarchismo, Opposizione di Sinistra, socialismo rivoluzionario – ma siamo uniti dalla comune convinzione che la biografia di Abidor, pur ricca di documentazione d’archivio, travisi il soggetto. L’eredità di Serge non è quella di un uomo che ha abbandonato il socialismo per l’anticomunismo della Guerra fredda. È quella di un pensatore socialista che ha rifiutato ogni capitolazione – allo stalinismo, al liberalismo, alla disperazione – e che ha pagato a caro prezzo quel rifiuto.

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Provenire da tradizioni politiche e intellettuali distinte ci libera dalla tentazione di confinare Victor Serge in un’unica interpretazione tendenziosa e di sottoporlo al giudizio del senno di poi, come se ogni fase della sua vita puntasse inevitabilmente al suo presunto anticomunismo successivo. Che si provenga dall’anarchismo, dal trotskismo, dal socialismo rivoluzionario o da altre correnti di sinistra, una cosa dovrebbe rimanere comune: il rifiuto di trasformare una vita segnata da lotte, sconfitte e resistenza in un processo fatto di insinuazioni. È da questa comune preoccupazione – non dall’accordo su ogni questione politica – che ci accostiamo alla biografia di Abidor. Eppure è proprio questo che Abidor fa fin troppo spesso. Il libro contiene materiale prezioso, tra cui documenti importanti e racconti toccanti, ad esempio degli anni di Serge in Francia. Il problema non è che Abidor sia severo con Serge; è che il suo approccio interpretativo centrale ci appare profondamente viziato. Egli psicologizza Serge, mette in dubbio la sua sincerità e il suo carattere morale, ed esagera aneddoti e frasi estrapolate dal contesto. L’uso fazioso di materiale reale finisce per produrre un’immagine distorta di Serge. La falsificazione non implica necessariamente l’invenzione di fatti; può consistere nel riorganizzarli in modo tale che non corrispondano più al loro contesto originale.

Essendo un anarchico, ci si sarebbe potuti ragionevolmente aspettare che la critica di Abidor si concentrasse sulla decisione di Serge di aderire al Partito bolscevico nel 1919, segnando la sua rottura con l’anarchismo della giovinezza. Ma non è così. Nel suo resoconto della giovinezza di Serge, Abidor tratta il movimento anarco-individualista, di cui Serge fu un membro attivo per quasi un decennio, con scarsa simpatia. Ancor più grave è il suo atteggiamento nel trattare il ruolo di Serge nell’affare Liabeuf, la campagna politica del 1910 che culminò nell’esecuzione dell’operaio Jean-Jacques Liabeuf. Abidor osserva che il giornalista socialista Gustave Hervé fu processato per dichiarazioni pubbliche, mentre Serge no. Pur riconoscendo che non esistono prove documentali che spieghino perché Serge sfugga al processo, invita comunque il lettore a dedurre che la sua immunità fosse il risultato di dubbi rapporti con la polizia. La mancanza di prove funge più da invito al sospetto che da motivo di cautela storica.

Abidor riserva le sue critiche più aspre a Serge per gli ultimi anni della sua vita. A quel tempo, lavorando in un isolamento sempre maggiore, Serge aveva approfondito la sua analisi dello stalinismo. Alcuni dei giudizi espressi nella sua corrispondenza, nei suoi appunti e negli scritti successivi sono oggetto di dibattito e recano l’inconfondibile impronta delle straordinarie circostanze in cui furono redatti. La violenza dello stalinismo, il ricordo dei processi di Mosca, la catastrofe della Seconda guerra mondiale, l’assassinio di Trotsky e l’isolamento politico di Serge durante il suo ultimo esilio in Messico pesarono profondamente sul suo pensiero. Riconoscere questo inasprimento di tono, tuttavia, non avvalora l’interpretazione di Abidor. Si tratta forse di una conversione da parte di Serge a un anticomunismo rozzo e volgare? Noi non lo crediamo.

Abidor interpreta Serge attraverso la propria lente – che definisce il suo «paradigma interiore» – e dubita della sua sincerità, come se Serge esprimesse opinioni che non condivideva. La sua tesi centrale è che Serge, negli ultimi anni della propria vita, sia diventato un convinto anticomunista. Basa questa affermazione su una premessa errata: l’idea che l’Unione sovietica sotto Stalin rappresentasse ancora, seppur in modo distorto, il progetto socialista. In effetti, Abidor accetta l’idea che l’Urss fosse uno Stato comunista, una posizione sorprendente per chi ha avuto un’affinità con la tradizione anarchica. La definisce persino «l’unico Stato socialista» senza prendere seriamente in considerazione l’analisi di Serge secondo cui lo stalinismo rappresentava un sistema antitetico al socialismo, antisocialista e disumano. Nelle pagine conclusive della biografia, Abidor scrive che l’insistenza di Serge sulla protezione della libertà politica e della democrazia «lo trasformò in un nemico intransigente del comunismo». Non potrebbe esserci affermazione più chiara dell’accettazione da parte di Abidor della definizione stessa di comunismo data da Stalin al suo sistema – una definizione che avrebbe fatto rabbrividire Karl Marx e che Serge si impegnò per tutta la sua vita a confutare.

Fortunatamente, non c’è bisogno di speculare: le idee di Serge sono chiaramente documentate nei suoi saggi e articoli, in particolare in Per un rinnovamento del socialismo, scritto in Messico negli anni Quaranta e pubblicato in francese su Masses: Socialisme et Liberté (giugno 1946). Lì, Serge afferma che «il collettivismo non è, come si potrebbe essere tentati di supporre, sinonimo di socialismo, e può persino assumere forme antisocialiste di sfruttamento del lavoro e disprezzo per l’umanità». La definizione di socialismo di Serge pone meno enfasi sulla struttura economica della società e più sulla sua organizzazione politica e giuridica, ovvero sui diritti umani, la libertà e la democrazia.

Lavorando in isolamento, privato della generazione rivoluzionaria che aveva compreso dall’interno sia il marxismo che lo stalinismo, Serge si trovava a dover affrontare i contorni del mondo del dopoguerra. Nel suo manoscritto inedito Économie Dirigée et Démocratie (Economia Diretta e Democrazia ), Serge analizza la «pianificazione» sovietica come l’antitesi della democrazia e della pianificazione stessa: non la regolamentazione consapevole della società da parte di produttori liberamente associati, come definita da Marx, bensì comandi perentori (ukases) emanati dall’alto, impossibili da eseguire se non sulla carta. Descrive l’Urss per quello che era: un sistema che operava attraverso il terrore contro la propria popolazione, gestito dalla dittatura staliniana del segretariato e della polizia segreta. Non aveva nulla in comune con gli ideali dell’Ottobre. Una lettera di Serge a René Lefeuvre, inclusa nell’edizione del 1984 di 16 Fusillés à Moscou (16 colpiti a Mosca), mostra un uomo preoccupato per la pubblicazione da parte di Lefeuvre di un rapporto ritenuto non sufficientemente critico nei confronti dell’imperialismo americano – un netto contrasto con la rappresentazione riduttiva di Abidor: «Capisco che la minaccia stalinista la allarmi. Ma questo non deve farci perdere di vista la nostra visione d’insieme. Non dobbiamo fare il gioco del blocco anticomunista; e, a giudicare dai primi numeri di Masses, meritiamo di essere criticati per averlo fatto».

Un sentimento simile emerge anche nei Quaderni. Nel settembre del 1944, scrisse che «la battaglia è aperta tra il Partito comunista totalitario e la democrazia socialista». Chiarì subito che l’opposizione decisiva non era più, come nel 1917-1918, tra rivoluzione socialista e reazione capitalista, ma anche tra totalitarismo stalinista e socialismo democratico. Nel 1942, a proposito della Spagna, scrive che gli obiettivi della rivoluzione democratica «possono essere raggiunti solo dalle masse socialiste» e devono essere superati con misure radicali di «nazionalizzazione che implichino una pianificazione». Nel settembre del 1944, contrapponendo il «Partito comunista totalitario» alla «democrazia socialista», Serge formula l’alternativa in termini di «totalitarismo stalinista» contro «socialismo democratico», senza fare alcuna concessione al liberalismo occidentale. In un’intervista rilasciata a Protean Magazine nel dicembre 2025, Abidor dichiara: «[Serge] voleva essere un intellettuale newyorkese. Alla fine della sua vita, se avesse potuto essere qualsiasi cosa al mondo, sarebbe stato un intellettuale ebreo newyorkese». Questa è una costruzione forzata e non dimostrabile. Serge non stava percorrendo la traiettoria dell’ambiente intellettuale newyorkese – la parabola di Max Eastman e Max Shachtman, ossia la storia ben nota degli ex trotskisti che si spostano a destra verso il Congresso per la Libertà Culturale, l’apparato culturale della Cia. Questa è una traiettoria storica reale, ma non è quella di Serge.

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Abidor interpreta il rispetto che Serge ha sempre avuto per l’individuo come antimarxista, il che significa fraintendere sia Marx che Serge, i quali consideravano questo valore sia come punto di partenza che come conclusione. Marx sosteneva che la libertà umana e l’autorealizzazione fossero possibili solo con l’abolizione del capitalismo, che riduce l’individuo a merce. Rosa Luxemburg insisteva sulla libertà di pensiero individuale, soprattutto per i propri nemici. E così faceva anche Serge. L’esperienza politica di Serge non lo portò a rinunciare al socialismo dopo il trionfo di Stalin, bensì ad arricchirlo con una dichiarazione dei diritti umani. In Per un rinnovamento del socialismo, pubblicato su Masses: Socialisme et Liberté (giugno 1946), Serge auspicava un aggiornamento del pensiero marxista alla luce della psicologia, della scienza e delle nuove formazioni sociali. Si trattava di un rinnovamento, non di un rifiuto. Lavorando in isolamento, privato della generazione rivoluzionaria che aveva compreso dall’interno sia il marxismo che lo stalinismo, Serge si confrontava con i contorni del mondo del dopoguerra, tentando di analizzare una formazione in divenire. Riusciva a intuire le tendenze, ma morì proprio mentre la Guerra fredda prendeva forma, prima che le sue implicazioni fossero pienamente evidenti.

Serge morì nel novembre del 1947. La Dottrina Truman era stata proclamata nel marzo dello stesso anno; il Congresso per la Libertà Culturale risale al 1950. L’intera architettura ideologica dell’anticomunismo del dopoguerra non emerse se non dopo la sua morte. Proiettare tale struttura su Serge non è interpretazione. È un anacronismo tendenzioso, così come è anacronistico supporre, come fa Abidor sottovoce nell’intervista a Protea, che Serge «avrebbe» appoggiato gli americani in Vietnam.

Abidor attribuisce grande importanza al fatto che Serge abbia lavorato come corrispondente dal Messico per The New Leader, considerandola una prova della sua convergenza ideologica con la socialdemocrazia di destra. La verità è più prosaica: Serge non aveva soldi e quasi nessun mezzo per guadagnarsi da vivere in Messico. Viveva di scrittura, ma lo Stato sovietico gli precluse sistematicamente ogni possibilità di pubblicazione. Manuel Alemán, futuro presidente del Messico, ammise che vi erano forti pressioni sovietiche per negare a Serge qualsiasi mezzo di espressione pubblica. Quindi Serge scriveva ovunque riuscisse a pubblicare e, nel caso de The New Leader, veniva pagato. Si rifiutò anche di sottomettersi alla censura: disse a Nancy e Dwight Macdonald che la rivista permetteva un pluralismo che la stampa trotskista stessa non tollerava. Allo stesso tempo, Serge scriveva per Politics, la rivista socialista libertaria diretta da Dwight Macdonald. Ecco dunque il Serge dei suoi ultimi anni: non un anticomunista né un fautore della Guerra fredda, ma un pensatore socialista che cerca di rinnovare la tradizione in condizioni estremamente avverse. Soprattutto, era un grande scrittore. Evoca l’atmosfera degli anni Venti e Trenta all’interno dell’Unione sovietica e del movimento comunista, e descrive i dilemmi degli anni Quaranta con un senso di immediatezza e chiarezza. È sorprendente che Abidor non sottolinei l’importanza dei romanzi e delle poesie di Serge per comprendere la tragedia di una rivoluzione che si autodistrugge.

Cinque mesi prima della sua morte, in una lettera datata 22 giugno 1947 e indirizzata a Podoliak, pseudonimo dello scrittore ucraino Hryhory Kostiuk, Serge dichiarò: «Rimango – irremovibilmente – un socialista, un sostenitore del socialismo democratico. Il sistema contro cui ho combattuto e continuo a combattere – e che lei conosce bene – lo considero una forma di totalitarismo; vale a dire, qualcosa di nuovo eppure profondamente disumano e antisocialista». Kostiuk non era né un liberale occidentale né un anticomunista della Guerra fredda; era un intellettuale rivoluzionario ucraino che aveva vissuto in prima persona il terrore sovietico, direttore di Vaplite, una rivista su cui Serge aveva pubblicato. Questo non è il ritratto di un uomo che si adagia sull’anticomunismo della Guerra fredda. È quello di un uomo che lotta per far sentire la propria voce contro l’isolamento, affermando con fermezza la necessità di un impegno socialista contro il totalitarismo stalinista.

Siamo rimasti sorpresi dalla recensione di Ian Birchall su Jacobin, data l’alta stima che nutriamo per lui come storico. Indubbiamente, la sua recensione è più equilibrata del testo di Abidor, ma resta preoccupante che Birchall trovi convincente la conclusione di Abidor secondo cui «nei suoi ultimi anni, Serge considerava il comunismo il nemico principale». Birchall riconosce che si possono solo fare congetture su cosa Serge avrebbe pensato riguardo alla Corea o al Vietnam, ma ciononostante suggerisce per Serge una traiettoria politica che nei suoi scritti non trova riscontro. Questo punto è tanto più rilevante se si considera che lo stesso Birchall aveva precedentemente citato la lettera di Serge a Lefeuvre come prova del contrario. Quella lettera rivela un Serge allarmato dallo stalinismo, ma che si rifiuta esplicitamente di fare il gioco di un blocco anticomunista. Ci obbliga a resistere a interpretazioni eccessivamente semplicistiche: Serge non cessa di essere socialista solo perché identifica lo stalinismo come una minaccia centrale. Egli tenta, in circostanze tragiche, di mantenere una posizione rivoluzionaria indipendente tra il regime autoritario burocratico stalinista e il blocco capitalista occidentale.

Abidor, dal canto suo, confonde la retorica con l’analisi. Le polemiche di un esule non costituiscono un programma politico. L’amarezza di un emarginato non è una dottrina. Un uomo braccato dallo stalinismo a Città del Messico, che vive in un mondo di assassinii, minacce e vendette, può pronunciare dichiarazioni terribili. Ma non si ottiene nulla trasformando queste affermazioni in un certificato di appartenenza a una famiglia politica definitivamente consolidata. Victor Serge era un uomo passionale e complesso, un anticonformista della politica, ma mai un rinnegato. Una biografia non dovrebbe né condannarlo né assolverlo, ma piuttosto cercare di comprenderlo, di leggere la sua vita e la sua opera secondo i loro stessi criteri. C’è una differenza tra scrivere la storia e condurre un processo.

Serge, come ogni essere umano, era soggetto a errori e contraddizioni. Messo alla prova da tante avversità, cercando di ripensare al significato della democrazia socialista nel mondo del dopoguerra, fu un oppositore di sinistra critico che non abbandonò mai il socialismo, a differenza di coloro che soccombettero alla retorica del «dio fallito». Non trasformò il fallimento dello stalinismo nel fallimento del socialismo. Non rinunciò all’emancipazione collettiva. Al contrario, cercò di liberare il socialismo dalla sua deformazione burocratica e totalitaria. Per questo motivo, dobbiamo, in conclusione, contrapporre alla logica inquisitoria di Unruly Revolutionary la testimonianza del poeta Octavio Paz, che incontrò Serge in Messico nel 1942:

Fui subito attratto da Serge. Parlai a lungo con lui e conservo ancora due delle sue lettere […] Nulla poteva essere più lontano dalla pedanteria dei dialettici del calore umano di Serge, della sua semplicità e della sua generosità. Un’intelligenza sensibile e vitale. Nonostante le sue sofferenze, le sue battute d’arresto e i lunghi anni di aride dispute politiche, era riuscito a conservare la sua umanità. Doveva questo, senza dubbio, alle sue radici anarchiche; e anche al suo grande cuore […] Per me, Victor Serge era l’epitome della fusione di due qualità opposte: l’intransigenza morale e intellettuale unita alla tolleranza e alla compassione.

*Claudio Albertani è uno storico e professore presso l’Università Autonoma del Messico. È autore di Rebelión y anarquía: El joven Victor Serge (1890–1919) . Insieme a Claude Rioux, ha curato i Carnets di Victor Serge (1936–1947). Suzi Weissman è professoressa emerita di scienze politiche al Saint Mary’s College of California. È autrice di Victor Serge: The Course Is Set on Hope e Victor Serge: A Political Biograph. Conduce il programma Beneath the Surface su Kpfk 90.7 FM a Los Angeles e realizza podcast per Jacobin Radio. Christian Dubucq è il traduttore francese della biografia del giovane Victor Serge scritta da Claudio Albertani. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

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