
Ahmet Altan / Vite armene
Pulp Magazine - Saturday, September 5, 2026Ahmet Altan è uno scrittore e giornalista turco: è stato imprigionato in Turchia dopo il tentato golpe del 2016 contro il governo del presidente Erdoğan, condannato all’ergastolo e liberato solamente nel 2021. Nel 1998 ha dato inizio al suo “Quartetto Ottomano”, che racconta la nascita della Turchia moderna. Quest’anno è stato pubblicato da e/o, con la traduzione di Nicola Verdame, il romanzo conclusivo del Quartetto, Ti cerco, amata, dove il legame tra il soldato turco Ragıp e l’infermiera armena Efronya deve affrontare le profonde e crudeli lacerazioni di un impero. Con un profondo spirito critico e con la malinconia viscerale che caratterizza la narrativa turca, l’autore racconta un tassello buio della storia contemporanea: il genocidio armeno.
Ragıp Bey è un soldato nel corpo militare dell’Impero Ottomano, impegnato nella difesa del paese nella Prima guerra mondiale. Dopo la vittoria a Çanakkale contro gli inglesi, in quella che viene ricordata come la Campagna di Gallipoli, Ragıp Bey viene elogiato da amici e superiori: il suo obiettivo è ottenere il titolo di pascià che viene conferito per gli sforzi bellici, in onore di una promessa fatta alla madre e per eguagliare il fratello Cevat Pascià. Al suo ritorno a Istanbul, però, la gioia per la vittoria si scontra con una triste notizia: Ragıp scopre che la sua amata Efronya è stata deportata in quanto armena.
Nei primi decenni del Novecento, l’Impero Ottomano si trova tristemente ancorato al proprio glorioso passato, incapace di riconoscere e fronteggiare i problemi che affliggono il paese. Mentre il popolo affronta carestie e patisce la fame, il governo è impegnato a far brillare la propria immagine. Come spesso accade, nel corso di questa nostra Storia da cui non impariamo mai abbastanza, trovare un capro espiatorio a cui addossare tutte le problematiche appare essere sempre la soluzione più veloce ed efficace, senza mai rivelarsi quella scelta giusta, morale e longeva con cui i paesi riconoscono le proprie colpe. Così la preoccupazione politica per una possibile insurrezione degli armeni diventa la motivazione ufficiale a supporto dell’inizio della deportazione di massa della popolazione armena. «Puoi mai deportare della gente solo perché sei preoccupato?», si chiede un ragazzo turco, Nizam, all’interno del romanzo: «se la preoccupazione è l’unico criterio, chiunque può preoccuparli».
Efronya è un’infermiera armena e la donna amata da Ragıp Bey. In questo clima di paura e odio, mentre Ragıp è impegnato a Çanakkale, Efronya viene strappata dalla sua casa a Istanbul e condotta dai militari che controllano le stazioni e le strade della Turchia fino ad Aleppo, in Siria. Impotente di fronte alla violenza e alla crudeltà dell’esercito turco, Efronya si trova a collaborare con coloro che condividono con lei la fatale colpa di essere armeni e a fare affidamento sulla compassione di chi si trova risparmiato dall’odio turco.
Con Ti cerco, amata Altan crea uno spazio vivo, dove il sentimento di impotenza e di incredulità diffuso nella popolazione verso la linea del governo si scontra con la tesi crudele dell’esercito e dei potenti. L’autore dona spesso voce al militare Mehmed Talat Pascià, ritenuto una delle menti dietro l’organizzazione delle deportazioni, il quale afferma come esse siano necessarie per purificare l’Impero e far sì che sia popolato interamente da turchi musulmani. Al contempo Altan sottolinea la compassione e la solidarietà diffuse nella popolazione, unite alla perplessità e allo sconcerto di vedere i propri politici trasformarsi in carnefici: «Capisco che per la patria si voglia combattere il nemico […] ma questi, più che il nemico, ammazzano i figli di questo paese. Si possono mai toccare le donne?» si chiede Ragıp. «Se un impero immenso come quello ottomano ha paura dei bambini, lasciamolo crollare».
L'articolo Ahmet Altan / Vite armene proviene da Pulp Magazine.