Ahmet Altan / Vite armene
Ahmet Altan è uno scrittore e giornalista turco: è stato imprigionato in Turchia
dopo il tentato golpe del 2016 contro il governo del presidente Erdoğan,
condannato all’ergastolo e liberato solamente nel 2021. Nel 1998 ha dato inizio
al suo “Quartetto Ottomano”, che racconta la nascita della Turchia moderna.
Quest’anno è stato pubblicato da e/o, con la traduzione di Nicola Verdame, il
romanzo conclusivo del Quartetto, Ti cerco, amata, dove il legame tra il soldato
turco Ragıp e l’infermiera armena Efronya deve affrontare le profonde e crudeli
lacerazioni di un impero. Con un profondo spirito critico e con la malinconia
viscerale che caratterizza la narrativa turca, l’autore racconta un tassello
buio della storia contemporanea: il genocidio armeno.
Ragıp Bey è un soldato nel corpo militare dell’Impero Ottomano, impegnato nella
difesa del paese nella Prima guerra mondiale. Dopo la vittoria a Çanakkale
contro gli inglesi, in quella che viene ricordata come la Campagna di Gallipoli,
Ragıp Bey viene elogiato da amici e superiori: il suo obiettivo è ottenere il
titolo di pascià che viene conferito per gli sforzi bellici, in onore di una
promessa fatta alla madre e per eguagliare il fratello Cevat Pascià. Al suo
ritorno a Istanbul, però, la gioia per la vittoria si scontra con una triste
notizia: Ragıp scopre che la sua amata Efronya è stata deportata in quanto
armena.
Nei primi decenni del Novecento, l’Impero Ottomano si trova tristemente ancorato
al proprio glorioso passato, incapace di riconoscere e fronteggiare i problemi
che affliggono il paese. Mentre il popolo affronta carestie e patisce la fame,
il governo è impegnato a far brillare la propria immagine. Come spesso accade,
nel corso di questa nostra Storia da cui non impariamo mai abbastanza, trovare
un capro espiatorio a cui addossare tutte le problematiche appare essere sempre
la soluzione più veloce ed efficace, senza mai rivelarsi quella scelta giusta,
morale e longeva con cui i paesi riconoscono le proprie colpe. Così la
preoccupazione politica per una possibile insurrezione degli armeni diventa la
motivazione ufficiale a supporto dell’inizio della deportazione di massa della
popolazione armena. «Puoi mai deportare della gente solo perché sei
preoccupato?», si chiede un ragazzo turco, Nizam, all’interno del romanzo: «se
la preoccupazione è l’unico criterio, chiunque può preoccuparli».
Efronya è un’infermiera armena e la donna amata da Ragıp Bey. In questo clima di
paura e odio, mentre Ragıp è impegnato a Çanakkale, Efronya viene strappata
dalla sua casa a Istanbul e condotta dai militari che controllano le stazioni e
le strade della Turchia fino ad Aleppo, in Siria. Impotente di fronte alla
violenza e alla crudeltà dell’esercito turco, Efronya si trova a collaborare con
coloro che condividono con lei la fatale colpa di essere armeni e a fare
affidamento sulla compassione di chi si trova risparmiato dall’odio turco.
Con Ti cerco, amata Altan crea uno spazio vivo, dove il sentimento di impotenza
e di incredulità diffuso nella popolazione verso la linea del governo si scontra
con la tesi crudele dell’esercito e dei potenti. L’autore dona spesso voce al
militare Mehmed Talat Pascià, ritenuto una delle menti dietro l’organizzazione
delle deportazioni, il quale afferma come esse siano necessarie per purificare
l’Impero e far sì che sia popolato interamente da turchi musulmani. Al contempo
Altan sottolinea la compassione e la solidarietà diffuse nella popolazione,
unite alla perplessità e allo sconcerto di vedere i propri politici trasformarsi
in carnefici: «Capisco che per la patria si voglia combattere il nemico […] ma
questi, più che il nemico, ammazzano i figli di questo paese. Si possono mai
toccare le donne?» si chiede Ragıp. «Se un impero immenso come quello ottomano
ha paura dei bambini, lasciamolo crollare».
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