Servando Rocha / L’odio dentro alla Transición democratica

Pulp Magazine - Wednesday, August 26, 2026

Ormai assediati da una cronaca nera spesso piena di narrazioni tossiche sulle cosiddette “baby gang” – con una declinazione peculiare della definizione di “maranza” che si è poi rivelata essere funzionale a una legge repressiva descritta, appunto, come “anti-maranza” – può forse sorprendere ogni narrazione memorialistica o storica che riporti il fenomeno europeo delle “bande giovanili” ad almeno sessant’anni fa. Mod e teddy boys, senz’altro, a partire dalla culla britannica delle sub- o contro-culture, ma anche – com’è spesso accaduto con la macchina dei sogni, e degli incubi, hollywoodiana – una chiara importazione europea dell’immaginario statunitense, ad esempio con un film oggi considerato un classico piuttosto innocuo come West Side Story.

Tuttavia, quando il film arriva nelle sale spagnole, tra il 1962 e il 1963, gli adolescenti della penisola «non hanno mai visto niente di simile» – scrive Servando Rocha all’interno del suo monumentale volume, in realtà principalmente dedicato a José Luis “Dum Dum” Pacheco, ex pugile (e molto altro) di Madrid, oggi settantasettenne: è un titolo del 2021 L’odio dentro, ora meritoriamente tradotto in Italia da Readerforblind nella godibilissima traduzione di Alessandro Gianetti. Tornando a West Side Story, «Veder[lo] fu indimenticabile» racconta, nel libro, una delle tante persone intervistate da Rocha. «L’idea di riunirsi tra bande per picchiarsi a vicenda nacque da quel film. Vederlo ci fece impazzire. Al cinema, nei corridoi, urlavamo, davamo calci al pavimento e alcuni si mettevano a ballare». Ed è così che, riprende a raccontare Rocha, «gruppi di adolescenti, molti dei quali ragazzini, ma con volti segnati e sguardi di sfida, ballano e combattono. Lo fanno ogni fine settimana. Usano coltelli a serramanico e catene, tutto ciò su cui possono mettere le mani in vicoli e vicoletti. Le città del dopoguerra sono delle vere miniere e il bottino è sempre in bella vista; è facile trovare una barra di ferro dimenticata, pietre o tubi presi in prestito dalle case in demolizione».

Tra questi c’è Dum Dum Pacheco, appunto, che entra nella banda degli Ojos Negros – dominante in alcune parti delle periferie meridionali di Madrid – e finisce presto in carcere per aggressione; quando ne esce, si arruola nella Legione spagnola, che poi abbandonerà per dedicarsi, infine, alla boxe. Una traiettoria, dunque, interna, o perlomeno compiacente, con alcune aree di estrema destra, e in un’epoca di franchismo pieno, capace così di delineare una precisa afferenza – per quanto senza diretta appartenenza – politica anche per le azioni di bande come gli Ojos Negros. Dum Dum Pacheco, che non esita a fare «giochi di parole che solo lui trova divertenti», in occasione di una dichiarazione rilasciata alla rivista franchista Fuerza Nueva, dichiara: «Sono di Fuerza Nueva e ho una bella faccia», con la sempre puntuale traduzione di Gianetti che  si trova a dover ricorrere a una nota a piè di pagina per esplicitare il doppio senso – non troppo sofisticato, in origine – della parola facha usata da Pacheco, da intendersi sia come “faccia” che come diminutivo di “fascista”.

Non dev’essere dunque stato facile per Rocha – editore e autore di Santa Cruz de la Palma, classe 1974, cresciuto negli ambienti dell’underground anarco-situazionista – confrontarsi con «un personaggio eccessivo, estremo e quasi irreale» diametralmente opposto alle proprie posizioni e inclinazioni. Tuttavia, l’esito della scommessa, per la scrittura di Rocha, si rivela in tutto e per tutto positivo, non solo per la scrittura fluviale (e inarrestabile, anche nell’esperienza di lettura) delle 650 pagine dell’edizione italiana, ma anche per la capacità di attraversare, con piglio documentaristico e in generale con notevole acume, la storia del franchismo e del post-franchismo sottraendosi alle luci degli stroboscopi e delle paillettes della movida della Transición per immergersi in una zona buia (che non si è nemmeno estinta del tutto, per quanto riguarda il radicamento politico, se si guarda alle risorgenze più recenti dell’estrema destra spagnola).

Per raccontare un personaggio certamente singolare ed eterodosso e al tempo stesso del tutto integrato in quella zona oscura – «un delinquente che era solo un ragazzino, un legionario che si è fatto strada a pugni, un pugile quasi suicida, un sognatore dal cuore sempre spezzato, un uomo coraggioso e temerario che non si è mai arreso, un cattivo attore nel teatro della vita, qualcuno che lotta contro il tempo» – Rocha ha esplicitamente adottato la formula barthesiana, dalla Camera chiara, del «vedere gli occhi che hanno visto gli occhi». Non ne è uscita una visione distorta o contaminata, anzi: Rocha si è guardato bene, ad esempio, dal farsi influenzare dall’autobiografia pubblicata nel 1976 dallo stesso Pacheco e intitolata, sempre senza mezzi termini, Mear sangre (“Pisciare sangue”). Rocha ha voluto invece raccogliere innumerevoli testimonianze vis à vis e recuperare, al contempo, una bibliografia molto ampia – diligentemente inclusa in coda al libro – allo scopo di creare un ritratto di un personaggio che è anche il racconto, in filigrana, di varie decadi della storia spagnola.

«Quando sono buono, sono buono; quando sono cattivo, sono divertente», amava ripetere Dum Dum Pacheco: quella di Rocha è invece un’opera buona, e anche divertente (o meglio, coinvolgente, per un volumone che è anche un page turner), che non può mancare negli scaffali – che necessitano, in effetti, di essere assai capienti – di chi si voglia interessare alla storia delle sub- o contro-culture del secondo Novecento e della contemporaneità.

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