
Woke: i diritti sono tutti uguali
Jacobin Italia - Monday, August 24, 2026
Il dibattito che si è aperto sulla cosiddetta (dalla destra) cultura «woke» probabilmente sarà dimenticato tra qualche settimana, come spesso avviene nella politica italiana. Basterà che la ripresa delle attività proponga i temi di attualità politica per vedere defunta una riflessione sulla cultura di fondo delle forze progressiste. Ammesso che quello che è in corso sia esattamente questo.
In ogni caso, questa discussione, nata dalle posizioni di Alexandria Ocasio-Cortez, la deputata di orientamento socialista Usa più nota dopo Bernie Sanders e che ha parlato di un «woke 1.0 come follia» riferendosi a una fase iniziale della cultura che proviene dalle comunità afroamericane («stay woke») come reazione e risposta alle pratiche di razzializzazione subite dai bianchi, tocca nodi nevralgici anche nelle forme malposte in cui il dibattito si è avviato: anche queste, infatti, mostrano vizi e deformazioni della cultura politica della cosiddetta sinistra accumulatisi nel corso degli anni. Sulle evoluzioni che la presa di posizione di Ocasio-Cortez rende possibili, va detto innanzitutto che la contrapposizione tra un «woke» eccessivo delle origini e un woke 2.0, ammesso sia questo l’obiettivo, non rende ragione alla realtà delle cose, anche negli Stati uniti. La questione dirimente, ancora negli Usa e nel mondo si potrebbe dire, non è tanto l’egemonia delle posizioni estreme in tema di guerre culturali visto che l’egemonia, per lo meno sul piano politico e della comunicazione, è fortemente appannaggio della destra, sia essa quella mediatica di Elon Musk o quella squisitamente politica di Donald Trump. Ma soprattutto, quell’impostazione non tiene conto di un passaggio storico-culturale: quella che Olúfẹ́mi Táíwò definisce «cattura delle élite» e quindi l’appropriazione da parte dell’establishment, anche democratico e progressista, anche quello delle accademie e non solo quello imprenditoriale, delle istanze che hanno dato vita a movimenti antirazzisti o di liberazione sessuale per sganciarli dai diritti sociali, o peggio trasformarli in brand commerciali. Sarebbe stato forse più produttivo individuare questa offensiva subita dal woke 1.0 piuttosto che metterlo sulla graticola dell’autocritica in un processo che non fa che avvantaggiare la destra.
Un dibattito surreale
Il Da qui a dire che il «woke» va ripensato e che la sinistra deve rivedere la propria (presunta) subordinazione a un’egemonia per lo più accademica e culturale che ha posto la difesa di (presunte) priorità eccentriche – il linguaggio, la critica alla cultura coloniale, il rispetto delle linee guida Dei (Diversity, equity, inclusion) che tanto hanno fatto discutere in diverse università e strutture pubbliche – sopra a ogni difesa dei diritti sociali c’è voluto poco. Quasi nessuno si è accorto che Ocasio-Cortez non stava affermando direttamente un proprio pensiero ma, forse per tastare il terreno o togliersi dall’impaccio, riprendeva un vecchio tweet di Chi Ossé, un consigliere comunale di estrema sinistra di New York, quando ha descritto la cosiddetta «era Woke 1.0» (Ossé aveva pubblicato un post su X a maggio a proposito di quest’era «folle»). Questo, e non dunque una posizione strutturata e corredata di analisi, spiegazioni e contestualizzazione storica, è quello che ha fatto scattare la reazione italiana anche a seguito dell’articolo che su questo ha scritto Giuseppe Conte, presidente del M5S, su Repubblica.
Conte ha confessato di essere stato «nel corso degli anni fortemente perplesso di fronte ad alcuni eccessi della cultura «woke», rimbalzati dagli Stati uniti» facendo l’esempio di «Omero e Cicerone trattati alla stregua di suprematisti bianchi». Questa impostazione culturale a suo avviso «ha finito per restituire l’immagine di una politica, a sinistra, indisponibile a mettere in discussione i privilegi delle fasce sociali più avvantaggiate e a farsi realmente carico delle urgenze delle fasce più deboli della popolazione». Woke contro difesa dei diritti sociali, e si potrebbe forse dire la preoccupazione di una libertà con coloriture identitarie invece dell’uguaglianza.
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Cinzia Arruzza - Olúfẹ́mi O. Táíwò
Si tratta di un abbaglio tradizionale nel pensiero di sinistra, qui però presentato senza approfondire adeguatamente cosa sia stato davvero il woke, e soprattutto di cosa parliamo quando ci riferiamo all’Italia. Ci torniamo fra poco, vale prima la pena notare che la posizione di Conte, basta scorrere i social e anche qualche articolo sulla stampa di sinistra, ha solleticato gli umori di chi è rimasto attardato a vecchie analisi e schemi, insensibile ai diritti di libertà e alle esigenze di affermazione delle identità, non per forza destinate a sfociare nell’identatirismo, e più orientato a rivendicare la rigorosa difesa dell’uguaglianza sociale da cui, giocoforza, deriverebbe tutto il resto. Prima il socialismo, poi si metterà tutto a posto. Illusione non solo smentita dalla storia, ma contestata dalla realtà dei movimenti sociali degli ultimi trent’anni almeno.
Certo, lo stesso Conte, e chi ha trovato accettabile la sua impostazione, aggiunge che «la cultura woke non è stata solo questo. Ha promosso una più vigile attenzione sui dispositivi culturali che marginalizzano specifiche identità, ha contribuito a contrastare le varie forme di razzismo, di sessismo, di discriminazione» conferendo, tramite un’impropria citazione di Michel Foucault, importanza anche ai «linguaggi, immagini, rappresentazioni che perpetuano stereotipi e gerarchie simboliche». Detto questo però il suo articolo si è occupato più di delineare una piattaforma per la coalizione progressita – e pour cause, occorre dire, vista l’imminenza delle primarie e delle elezioni – saldandola soprattutto sul programma sociale e mettendo la sordina proprio a quelle istanze su cui a parole si propone di restare «vigili». Ed è esattamente qui la trappola: ritenere che i diritti di libertà, la discussione, anche complessa e contraddittoria sul linguaggio (si pensi all’irritazione che provoca lo schwa), le questioni posta dall’immigrazione, in particolare dalle seconde generazioni che rivendicano non solo diritti, ma anche rispetto e affermazione positiva della propria identità e cultura, finiscano in fondo alla lista del programma futuro. Programma in cui, però, non sembra stiano finendo posizioni nette sul piano sociale: si pensi alla ritrosia ad accettare una tassa patrimoniale, a titubanze sulle questioni del lavoro e/o sindacali: si parla solo di salario minimo ma non si dice mai come recuperare davvero salario reale e invertire la politica di spoliazione della working class degli ultimi trent’anni. Lo scambio diritti civili-diritti sociali è inaccettabile, ma almeno se proprio deve essere proposto che sia uno scambio di adeguato livello. Invece, quello a cui assistiamo è una demolizione delle istanze che stanno alla base delle rivendicazioni civili più importanti senza nemmeno una proiezione coraggiosa sul fronte delle conquiste sociali.
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Un regalo alla destra
A questa impostazione complessiva ha dato una buona risposta Andrea Fabozzi nel suo editoriale sul manifesto del 23 agosto in cui, in particolare, ribadisce che a sinistra «non si discute della necessità di non abbandonare le battaglie sociali» e »né si possono negare certi esiti surreali delle battaglie di libertà che si concludono con un nuovo divieto o certe insistenze ridicole nel politicamente corretto. Ma così come riconosciamo il sovranista anche quando azzecca la polemica contro gli eccessi normativi dell’Unione europea sui cetrioli, non ci ingannano i razzisti anche quando si travestono da difensori dei cattivi delle favole». Dietro un’autocritica indebita della sinistra a un suo (presunto) cedimento alla cultura woke si nasconde, si può nascondere, un’insofferenza proprio per le battaglie che quella cultura ha posto seppellendole dietro presunti o veritieri eccessi – ne offre qualche dimostrazione Branko Marcetic su Jacobin Mag – e perdendo l’essenziale di quelle lotte. Anche perché, conclude Fabozzi, la battaglia per i diritti sottesi dal woke «è la stessa battaglia, non un’altra, di quella per una casa, un ospedale, un lavoro, un salario e un’esistenza dignitosa per tutte e per tutti».
Questa è stata la posizione più consolidata nella sinistra più radicale che non ha paura di confrontarsi con le istanze dei diritti civili e anche con le richieste bollate come «eccessive», spesso dovute a secoli di dominazione e oppressione e che vengono facilmente banalizzate: si pensi, ad esempio, alla richiesta di cancellare la festività del Tanks giving, facendo finta o, peggio, non volendo assolutamente fare i conti con il passato coloniale e di sterminio degli Stati uniti. Il punto è che a stritolare quei diritti non sono solo i cosiddetti regimi «illiberali» ma anche i paesi liberali come gli Stati uniti o il Regno unito che hanno lanciato campagne contro gli studi che hanno cercato di decostruire il razzismo sistemico.
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Ed è proprio qui che comincia il cortocircuito di questa discussione estiva. La sinistra non ha ingaggiato nessuna vera battaglia woke e il tema è invece totalmente egemonizzato, in termini negativi e regressivi, dalla destra globale. La punta di lancia può essere forse individuata nel modo in cui Elon Musk utilizza la sua comunicazione, nell’indecente disprezzo esibito da Donald Trump che ha dichiarato di aver estirpato dall’amministrazione pubblica tutto questo «folle wokismo» oppure nelle politiche mirate della presidenza Macron contro le rivendicazioni delle generazioni delle banlieus. Ma anche l’Italia non scherza. La scelta di dichiarare la storia occidentale come l’unica storia, come da linee guida sui programmi scolastici del ministero di Valditara, sotto la regia di Ernesto Galli della Loggia, è un esempio di suprematismo e colonialismo di ritorno. Il ribrezzo per il woke manifestato dall’attuale governo italiano si misura nel divieto per l’educazione sessuale nelle scuole o nei limiti posti alla cosiddetta «cultura gender». E tutto questo si sublima nel linguaggio omofobo, razzista, sessista e quant’altro si voglia aggiungere che formazioni come quella di Roberto Vannacci, o la stessa Lega e Fratelli d’Italia, si sentono in diritto di esprimere in nome di una malintesa libertà di pensiero.
Il primo risultato di questa discussione surreale è così quello di avvantaggiare la destra, non tanto sul piano tattico-elettorale, e quindi nel breve termine, ma sul piano ideologico e valoriale e quindi come vittoria strategica.
I diritti sociali senza i diritti civili non esistono
Ma quel che manca è soprattutto la radice dell’equivoco che si incontra ogni volta che si parla di diritti civili contrapposti a quelli sociali, quando è chiaro a chiunque che l’oppressione delle persone Lgbtq+, per fare un solo esempio, si associa alla mancanza di accessi ai servizi di educazione sessuale o alle condizioni di precarietà, del tutto ignorate quando, ancora per fare un esempio, si lanciano campagna isteriche contro la possibilità di adozioni omosessuali o addirittura contro l’ipotesi di gestazione per altri. La radice di questo misunderstanding è esattamente nella scelta della sinistra liberale di disgiungere i due ambiti per fare politiche sociali di destra e riscuotere consensi in virtù della difesa dei diritti civili (senza poi nemmeno difenderli davvero). Se autocritica va fatta non è sull’eccesso di woke, ma sul fatto di non aver associato due battaglie che stanno insieme, come la cultura intersezionale insegna, e che invece sono state separate non per ignoranza ma per seguire un processo di adattamento al capitalismo e alle sue leggi e a seguito di quella «cattura delle élite» di cui sopra.
Questo è vero almeno dai tempi della «terza via» ed è un approccio talmente interiorizzato a sinistra che non si capisce come, oggi, Elly Schlein – che probabilmente prima o poi dirà la sua sulla questione – possa difendere i diritti civili affermando che stavolta su quelli sociali non ci saranno tentennamenti. Sarà in grado di sfidare la destra interna al suo partito e aprire un nuovo fronte di scontro? Senza un utilizzo corretto, in termini di comprensione delle varie oppressioni e non come mera giustapposizione di queste e delle lotte che ne conseguono, della cultura intersezionale, questo problema non può essere risolto. Se errori o sottovalutazioni ci sono stati finora, riguardano un’incapacità generalizzata a cogliere la stratificazione e l’accumulazione, sopra i soggetti in carne e ossa, di ingiustizie che nella vita quotidiana non vengono e non possono mai essere viste come contrapposte o gerarchizzate l’una all’altra. .I lavoratori e le lavoratrici migranti, sfruttate nei campi agricoli del Sud Italia, sono perfettamente in grado di capire che tra le ragioni evidenti del loro salario indecente c’è anche la loro provenienza e il colore della loro pelle. Lo stesso accade agli operai di Prato. In quella condizione materiale, se la si guarda davvero e se davvero si articola una lotta che tiene conto del punto di vista soggettivo, c’è tutta l’opportunità di non contrapporre istanze apparentemente diverse e di valorizzare rivendicazioni globali.
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FEMMINISMOLibertà Uguaglianza Intersezionalità
Francesca Coin - Kimberlé CrenshawResta un punto sottolineato correttamente da Matteo Renzi nel suo intervento furbesco su Repubblica (si, come al solito l’orologio rotto segna due volte al giorno l’ora esatta): la discussione sui valori è decisiva. E se una sinistra degna di questo nome non può fare da ancella ai dettami del capitalismo, facendo credere di poterne correggere gli eccessi, lo stesso vale per i diritti di libertà e di riconoscimento delle proprie aspirazioni. Si possono anche correggere gli eccessi (ma in Italia quali? Da parte di chi?) ma non si possono avere dubbi sulla tossicità del patriarcato (mediterraneo o universale che sia) e sugli effetti che provoca sui corpi, e la vita, delle donne; non si può comprimere la libertà di affermarsi secondo la propria identità sessuale, non si possono confondere le procedure a volte bislacche nelle università, per lo più statunitensi, con la necessità di rilanciare studi e critica contro il colonialismo; non si può sottovalutare il ruolo del razzismo, che riprende piede, o addirittura il ritorno del fascismo.
Le idiosincrasie sullo schwa non possono banalizzare la discussione che lo sottende, e quindi il potere del linguaggio e la necessità di nominare i soggetti, e non si può pensare che la gestione della cultura, i dispositivi che la controllano e reiterano, siano neutri. Se da questa discussione dovesse restare qualcosa che sia la fissazione di principi non negoziabili.
*Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).
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