Di chi è il mare? Il comune oltre la proprietà

EuroNomade - Saturday, August 22, 2026

di ROBERTA POMPILI.

Il nuovo Piano demaniale di Vasto (CH) prevede nuovi usi lungo la scogliera di Casarza, San Nicola e Vignola. Oltre duemila firme lo contestano. Ma il conflitto comincia prima del privato: nel modo in cui il pubblico governa il demanio, decide gli usi e rende un territorio disponibile alla concessione.

Di chi è il mare? La risposta più spontanea — di tutti — ha il pregio delle evidenze e il difetto di nascondere quasi tutto ciò che conta. Il demanio marittimo sottrae una parte essenziale della costa alla normale circolazione proprietaria in ragione degli usi pubblici del mare, senza per questo collocarla fuori dalla storia. Le forme della tutela, le attività consentite, il confine tra fruizione generale e uso particolare mutano insieme alla società e ai rapporti di forza capaci di tradursi in decisione pubblica.

Pensare il demanio come una superficie immobile, preservata una volta per tutte dalla proprietà pubblica, impedisce dunque di coglierne la natura politica. Il regime giuridico stabilisce vincoli essenziali, ma lascia aperta la questione di chi possa usare il bene, in quale modo e con quale capacità di determinarne il futuro. È dentro questa distanza tra proprietà pubblica e governo degli usi che si colloca il conflitto aperto a Vasto sul nuovo Piano demaniale. Lungo la costa rocciosa di Casarza, San Nicola e Vignola sono state previste nuove destinazioni e possibilità di concessione. Italia Nostra, il Comitato per la tutela del territorio e altre realtà ambientaliste le contestano; oltre duemila firme chiedono di preservare la scogliera e di riprendere il percorso per l’istituzione della Riserva naturale regionale di Casarza. Nella protesta convergono tutela ambientale, libera fruizione e pratiche sedimentate nel tempo, tra cui quelle legate alla piccola pesca.

Si potrebbe aggiungere la vicenda al lungo catalogo delle privatizzazioni delle coste italiane. Non sarebbe sbagliato, ma si arriverebbe in ritardo sul luogo del “delitto”, quando il privato è già entrato in scena. A Vasto la questione interessante si presenta un momento prima. La scogliera non viene venduta e resta demaniale; cambia però il campo dei suoi possibili usi. Prima che qualcuno possa ottenere una concessione deve essere stata prodotta la possibilità stessa di concedere.

E la concedibilità non appartiene alla natura di una scogliera: occorre individuarne una porzione, delimitarla, tradurla in superficie amministrabile e attribuirle una destinazione. Ogni pianificazione procede attraverso classificazioni, misure e confini, ma queste operazioni non si limitano a descrivere il territorio: selezionano anche ciò che esso potrà diventare. Il conflitto sulle concessioni comincia dunque prima del concessionario, nella scelta pubblica che riorganizza gli usi presenti in funzione di quelli futuri.

Per questo la contrapposizione tra pubblico e privato non basta. Il problema non è soltanto quanto demanio venga affidato ai privati, ma che cosa il pubblico faccia del demanio. Può proteggerne la funzione collettiva e sottoporlo a vincoli ecologici; può anche organizzarne parti intorno a usi particolari. La proprietà pubblica, da sola, non predetermina una politica del demanio e né esiste alcun automatismo: una concessione non ne modifica la natura demaniale. D’altra parte le destinazioni decise oggi possono trasformarne nel tempo gli usi e l’assetto concreto.

In questo quadro acquista un significato meno innocente una parola onnipresente nel lessico delle politiche territoriali: «valorizzazione». Il termine gode dell’invidiabile privilegio di presentare come incremento di valore ciò che presuppone una decisione su quale valore debba contare. Una caletta dove si trascorre gratuitamente un pomeriggio, una scogliera sulla quale si pesca, si nuota o si rimane davanti al mare hanno davvero bisogno che qualcuno assegni loro una funzione?

Quei luoghi non attendono una destinazione per acquistare senso. Sono già attraversati da relazioni, saperi e consuetudini; producono benessere, piacere, memoria e socialità senza bisogno di presentarsi alla cassa per dimostrare la propria utilità. È precisamente questa gratuità a renderli deboli nel confronto con il lessico dello sviluppo. Un investimento porta con sé cifre, occupazione promessa, servizi, presenze turistiche; una giornata di pesca, un bagno o qualche ora trascorsa sugli scogli non dispongono della stessa eloquenza contabile. Il primo arriva davanti alla decisione pubblica già certificato come valore, gli altri come semplici abitudini, quasi dovessero ancora giustificare la propria esistenza. È anche attraverso questi usi apparentemente improduttivi che una società riproduce se stessa. La scogliera è, in questo senso, un’infrastruttura della vita comune: sostiene relazioni e pratiche proprio perché non è obbligata, ogni volta, a trasformarle in reddito.

La messa al lavoro del territorio non richiede necessariamente il trasferimento della proprietà. Paesaggio, accesso all’acqua, biodiversità e storia sociale sono ricchezze già esistenti che possono diventare condizioni gratuite di una successiva valorizzazione. Il bene resta pubblico mentre alcune delle sue qualità vengono riorganizzate secondo una misura economica.

Ma un nuovo uso, inoltre, non occupa soltanto i metri quadrati racchiusi nel perimetro di una concessione. Può richiedere accessi, acqua, energia, gestione dei reflui e dei rifiuti, interventi sul suolo e sulla vegetazione circostante. Sarebbe scorretto anticipare quali opere saranno necessarie sulla scogliera vastese; proprio per questo la domanda dovrebbe precedere l’assegnazione: quale infrastrutturazione occorre per rendere produttiva una porzione di costa oggi poco antropizzata, e quali trasformazioni produce oltre i confini del lotto? Nel mezzo di una crisi climatica la questione non è ornamentale. Vegetazione costiera, suoli permeabili ed ecosistemi di transizione contribuiscono alla biodiversità, alla regolazione microclimatica e alla resilienza del territorio. Anche qui ciò che non presenta un conto rischia di diventare invisibile: un suolo permeabile o la vegetazione costiera svolgono gratuitamente funzioni da cui dipende l’abitabilità del luogo, proprio come chi resta sugli scogli senza consumare non produce un incasso.

Una costa liberamente accessibile ammette allora una figura sempre più eccentrica: qualcuno che può semplicemente esserci, senza acquistare, prenotare o dimostrare con la capacità di spesa la legittimità della propria presenza. L’esclusione non richiede un divieto: basta che una caletta cambi funzione, poi quella successiva, finché gli spazi accessibili senza pagare diventano residuali. Il prezzo può svolgere la funzione del recinto senza che sia necessario costruirne uno. La costa libera conserva dunque la possibilità di una presenza non subordinata alla solvibilità. Ma una prospettiva ecologica impedisce di trasformare questa libertà in un diritto illimitato sulla natura: un ecosistema fragile può richiedere restrizioni. Dire che “il mare è di tutti”, dunque, non basta. Condividere un territorio significa decidere quali usi siano compatibili con la sua riproduzione e che cosa una collettività sia capace di dichiarare indisponibile: non nel significato tecnico del termine, ma in quello politico di ciò che si sceglie di non tradurre integralmente in opportunità economica. L’indisponibilità non congela il territorio: introduce nella trasformazione un limite alla valorizzazione.

Le oltre duemila firme raccolte a Vasto non costituiscono di per sé un comune, né una comunità locale possiede per natura una superiore razionalità ecologica. Mostrano però pratiche, conoscenze e relazioni con il territorio che chiedono di contare nella determinazione del suo futuro. Eppure da questo conflitto emerge la questione politica del comune, prima ancora che se ne possa definire una forma compiuta. Non una terza proprietà da aggiungere al pubblico e al privato, né una comunità già costituita alla quale consegnare il bene, ma l’apertura di una questione di potere: come possano acquistare capacità di decisione coloro che un territorio lo usano, lo conoscono e contribuiscono alla sua riproduzione; attraverso quali istituzioni e procedure; entro quali limiti ecologici. Su questo terreno le risposte sono ancora largamente da costruire. Ma il conflitto sulle concessioni rende già visibile una domanda che la sola proprietà pubblica non risolve: chi partecipa alla decisione su ciò che un territorio può diventare?

Di chi è il mare? La domanda, allora, non riguarda più soltanto la proprietà. Investe il potere di determinarne gli usi, le forme di valore capaci di trasformarlo e ciò che una collettività sceglie di sottrarre alla disponibilità economica. Prima della concessione viene la concedibilità e prima ancora, una decisione su ciò che un territorio può diventare: e lì che inizia il conflitto per il comune.

questo testo è stato pubblicato, in una versione più breve, sul manifesto del 20 agosto 2026

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