Dopo il securitarismo, governare la città frammentata. Per una politica della composizione urbana
di ROBERTA POMPILI.
I conflitti urbani che attraversano oggi molte città europee vengono quasi
sempre raccontati male. La scena è ormai familiare: abitanti che denunciano
rumore, sporcizia, impossibilità di dormire, deterioramento della salute e della
qualità della vita; giovani che rivendicano il diritto alla socialità e all’uso
libero dello spazio pubblico; commercianti e operatori della nightlife che
difendono il proprio lavoro e l’economia urbana legata alla vita notturna.
Intorno a questi conflitti si costruisce rapidamente una narrazione morale:
ordine contro caos, sicurezza contro libertà, residenti contro movida, diritto
al riposo contro diritto alla città. Eppure ciò che emerge dentro queste
tensioni è qualcosa di molto più profondo. Non semplicemente uno scontro tra
interessi incompatibili, ma la crisi delle forme tradizionali attraverso cui la
modernità politica aveva pensato l’idea stessa di universalità.
Per molto tempo il governo della città si è fondato sull’idea implicita che
esistesse un punto di vista generale capace di organizzare gerarchicamente
bisogni e temporalità sociali. La città moderna funzionava attraverso una
relativa stabilità delle forme di vita: il giorno del lavoro, la notte del
riposo, lo spazio pubblico come luogo di attraversamento più che di permanenza,
il conflitto urbano come deviazione rispetto a una norma relativamente
condivisa. Le metropoli contemporanee non funzionano più così perché nello
stesso spazio convivono oggi temporalità incompatibili e forme di vita
eterogenee: chi lavora di notte e chi deve dormire, chi vive la strada come
luogo di socialità e chi come spazio della riproduzione quotidiana, chi produce
valore economico attraverso la nightlife e chi ne subisce gli effetti materiali
sul proprio corpo e sulla propria salute. Non esiste più un centro stabile
capace di rappresentare automaticamente l’interesse generale e per questo motivo
i conflitti urbani diventano politicamente decisivi.
Perché il rischio contemporaneo è che questa pluralità irriducibile venga
immediatamente tradotta in guerra permanente tra identità contrapposte. Il
residente preoccupato per rumore e igiene viene rapidamente trasformato in
figura “reazionaria” ostile alla vitalità urbana; il giovane che occupa lo
spazio pubblico diventa automaticamente “degrado”; il commerciante che lavora la
sera viene ridotto a semplice agente della rendita. Ogni soggetto viene
moralizzato e identitarizzato ed è in questo modo che il conflitto smette di
essere compreso nella sua materialità.
Perché ciascuno di questi soggetti esprime in realtà una verità parziale. Il
problema è che nessuna di queste verità coincide più da sola con l’universale.
Gli abitanti che denunciano rumore, saturazione dello spazio, sporcizia e
impossibilità di dormire esprimono una questione reale di sostenibilità urbana e
salute collettiva. La crisi ecologica delle città riguarda anche la possibilità
materiale dei corpi di abitare uno spazio senza essere continuamente esposti a
pressione sonora, stress e saturazione permanente della vita quotidiana.
Anche la figura del “residente”, spesso evocata come soggetto unitario e
compatto, nasconde in realtà una composizione sociale frammentata: anziani,
lavoratori precari, studenti, famiglie, affittuari temporanei, professionisti
impoveriti, nuovi abitanti attratti dalla valorizzazione dei centri storici e
soggetti progressivamente espulsi da altre aree urbane sempre più costose.
La domanda di quiete e vivibilità urbana non coincide allora automaticamente con
nostalgia dell’ordine o rifiuto della socialità. Esprime spesso una crisi
materiale della riproduzione quotidiana dentro città sempre più intensive,
orientate all’estrazione continua di valore. Il problema della salute, del
sonno, della pressione sonora e della possibilità stessa di abitare stabilmente
uno spazio urbano riguarda forme molto concrete di vulnerabilità contemporanea.
Ma anche qui l’ambivalenza resta decisiva. Perché la figura dell’abitante può
essere simultaneamente soggetto esposto agli effetti della valorizzazione urbana
e parte di dinamiche di esclusione, chiusura o richiesta securitaria. È
precisamente questa ambivalenza che rende insufficiente sia la retorica della
“città vetrina” sia la semplice opposizione moralistica tra residenti e movida.
Ma altrettanto reale è la domanda di socialità che emerge nelle pratiche
giovanili contemporanee. In città sempre più privatizzate e mercificate, dove
ogni forma di aggregazione tende a essere mediata dal consumo, lo spazio
pubblico resta uno dei pochi luoghi di accesso relativamente gratuito alla vita
collettiva. La nightlife contemporanea, allora, non può essere letta
semplicemente come spazio di libertà né come puro dispositivo di degrado. È una
forma profondamente ambivalente della metropoli neoliberale.
Da una parte rappresenta ancora uno dei pochi spazi relativamente accessibili di
socialità, cooperazione e produzione culturale dentro città sempre più
individualizzate. Lo stare insieme nello spazio pubblico, l’occupazione
informale delle piazze, la costruzione di reti relazionali e affettive fuori dai
circuiti strettamente domestici o lavorativi rispondono a bisogni reali prodotti
dalla crisi delle tradizionali infrastrutture della socialità urbana.
Ma questa stessa cooperazione sociale viene continuamente catturata e
valorizzata economicamente. La nightlife contemporanea non è estranea
all’economia urbana: ne costituisce uno dei dispositivi produttivi centrali.
Attrattività turistica, branding urbano, valorizzazione immobiliare, consumo
culturale, economie della ristorazione e dell’intrattenimento estraggono valore
proprio da quella socialità diffusa che la città neoliberale simultaneamente
produce e sfrutta. Questo valore viene però catturato in modo profondamente
diseguale: attraverso l’aumento degli affitti commerciali, la crescita della
rendita immobiliare e la trasformazione delle abitazioni in economie turistiche
e affitti brevi, sono soprattutto i soggetti che controllano proprietà e
infrastrutture urbane a beneficiare stabilmente della valorizzazione del
quartiere. In questo senso anche la spontaneità urbana viene continuamente
trasformata in rendita.
Emerge cosi la contraddizione fondamentale: la stessa città che trae profitto
economico dalla concentrazione della nightlife tende poi a governarne gli
effetti quasi esclusivamente attraverso dispositivi emergenziali di sicurezza,
controllo e contenimento. La socialità urbana viene prima incentivata come
fattore di valorizzazione economica e successivamente trattata come problema di
ordine pubblico quando i suoi costi ricadono sui territori e sui corpi che
abitano quotidianamente la città.
Sarebbe però insufficiente leggere tutto questo esclusivamente come effetto
automatico della rendita urbana o della valorizzazione neoliberale della città.
I conflitti contemporanei attorno alla nightlife e allo spazio pubblico non sono
soltanto conflitti economici mascherati. Dentro di essi agiscono anche
trasformazioni più profonde delle forme di vita urbane: mutamenti generazionali,
crisi delle tradizionali infrastrutture della socialità, individualizzazione
crescente, impoverimento degli spazi collettivi, diffusione di pratiche
intensive di consumo e mutamento dei rapporti tra corpi, tempi e città.
La metropoli contemporanea non produce soltanto estrazione economica; produce
anche nuove sensibilità, nuove vulnerabilità e nuove forme di esposizione
reciproca. I conflitti urbani contemporanei non possono quindi essere letti
semplicemente come effetti automatici della rendita o della valorizzazione
neoliberale della città. Dentro di essi agiscono anche trasformazioni profonde
delle forme di vita: mutamenti generazionali, crisi delle infrastrutture della
socialità, individualizzazione crescente, impoverimento degli spazi collettivi e
diffusione di pratiche intensive di consumo. La richiesta di quiete e
sostenibilità espressa dagli abitanti non può essere ridotta semplicemente a
falsa coscienza conservatrice, così come la domanda di socialità che emerge
nelle pratiche giovanili non coincide automaticamente con una forma di
resistenza alla mercificazione urbana. Entrambe sono realtà profondamente
ambivalenti, attraversate simultaneamente da bisogni autentici e da forme di
cattura neoliberale.
Come suggerisce anche Karen Barad, i soggetti non preesistono semplicemente alle
relazioni che abitano, ma vengono continuamente prodotti dentro configurazioni
materiali specifiche. La città contemporanea non mette semplicemente in contatto
soggetti già dati: li organizza, li separa, li espone reciprocamente. Il
residente esasperato dal rumore, il giovane che occupa lo spazio pubblico perché
escluso da forme sempre più costose e privatizzate di socialità, il commerciante
che dipende economicamente dalla nightlife, non sono mondi completamente
estranei tra loro. Sono effetti differenti della stessa organizzazione urbana
neoliberale.
Il conflitto urbano contemporaneo non oppone dunque semplicemente identità già
costituite. è la città stessa, attraverso la distribuzione degli spazi, dei
costi, delle possibilità di accesso e delle forme della valorizzazione
economica, a produrre continuamente i soggetti del conflitto. Il giovane che
rimane in strada fino a tardi non esiste indipendentemente da una città che
privatizza progressivamente gli spazi di aggregazione; così come il residente
esasperato non esiste indipendentemente da una organizzazione urbana che
concentra flussi turistici, nightlife e rendita immobiliare negli stessi
quartieri senza redistribuirne i costi sociali. I soggetti del conflitto vengono
prodotti dentro la stessa infrastruttura urbana.
Per evitare il rischio dell’equidistanza o del semplice pluralismo sofisticato,
il punto decisivo è chiarire che il conflitto urbano contemporaneo non si
sviluppa dentro un campo neutrale. Le differenti soggettività coinvolte non
occupano la stessa posizione dentro i processi di valorizzazione della città. La
governance neoliberale produce infatti una asimmetria strutturale: mentre la
cooperazione sociale urbana viene continuamente trasformata in valore economico,
i costi materiali di questa valorizzazione vengono redistribuiti in modo
diseguale.
Non tutte le posizioni hanno dunque lo stesso potere. La rendita immobiliare, i
proprietari dei fondi commerciali, le economie urbane legate al turismo e agli
affitti brevi dispongono di una capacità molto maggiore di orientare le
trasformazioni della città rispetto agli abitanti o ai soggetti che vivono
quotidianamente gli effetti di questi processi. Mentre il valore prodotto dalla
socialità urbana viene privatizzato attraverso proprietà e mercato immobiliare,
i costi materiali della valorizzazione – rumore, saturazione dello spazio,
aumento dei canoni abitativi e pressione turistica – vengono redistribuiti sui
corpi e sulla vita quotidiana degli abitanti. È precisamente questa asimmetria
che rende insufficiente una lettura puramente moralista o culturalista del
conflitto.
Quando il residente viene descritto semplicemente come soggetto conservatore
ostile alla vitalità urbana o il giovane come puro problema di ordine pubblico,
il conflitto reale scompare. Ciò che viene rimosso è il modo in cui la città
neoliberale organizza selettivamente accessi, spazi, infrastrutture e
possibilità di esistenza, lasciando poi che soggetti differenti entrino in
collisione tra loro dentro un terreno già strutturato dalla rendita e dalla
valorizzazione economica.
La questione decisiva diventa allora come costruire forme di convivenza politica
capaci di organizzare conflitti reali senza lasciarli precipitare – per
riprendere una formulazione di Étienne Balibar – in forme permanenti di guerra
civile diffusa. Anche le città tendono oggi sempre più a essere governate
attraverso dispositivi emergenziali, giuridici e securitari che amministrano gli
effetti della frammentazione sociale senza intervenire sulle asimmetrie
materiali che la producono. È qui che riappare il problema politico decisivo: la
composizione.
Non nel senso di una pacificazione amministrativa del conflitto o di una
neutralizzazione tecnocratica delle differenze, ma nel senso della costruzione
di istituzioni urbane del comune capaci di organizzare democraticamente una
pluralità irriducibile senza lasciarla precipitare nella guerra permanente tra
soggetti reciprocamente frammentati. La città contemporanea non può più essere
governata attraverso un universalismo astratto imposto dall’alto, ma nemmeno
attraverso la semplice giustapposizione competitiva di interessi particolari.
Serve qualcosa di diverso: una politica della composizione urbana capace di
intervenire sulle asimmetrie materiali prodotte dalla rendita, redistribuire
costi e infrastrutture della vita collettiva e costruire dispositivi permanenti
di mediazione democratica. È per questo che le esperienze urbane più avanzate
risultano interessanti non quando eliminano il conflitto, ma quando costruiscono
istituzioni capaci di organizzarlo. Tavoli territoriali permanenti, governance
della notte, mediazione sociale, infrastrutture pubbliche, redistribuzione dei
costi urbani, coinvolgimento reale degli abitanti e dei giovani: tutto questo
non rappresenta semplicemente una tecnica amministrativa più efficiente.
Rappresenta il tentativo di ricostruire forme di convivenza politica dentro una
città sempre più frammentata dalla valorizzazione neoliberale.
La vera alternativa oggi non è tra ordine e caos. È tra una città governata
democraticamente e una città lasciata alla gestione intermittente delle
emergenze prodotte dalla rendita urbana. Ed è probabilmente qui che si gioca una
delle questioni decisive del presente: la capacità di costruire forme di
convivenza politica che non cancellino le differenze ma nemmeno le trasformino
in guerra permanente tra soggetti che condividono, in forme differenti, la
stessa esposizione ai processi contemporanei di frammentazione urbana.
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