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Dopo il securitarismo, governare la città frammentata. Per una politica della composizione urbana
di ROBERTA POMPILI. I conflitti urbani che attraversano oggi molte città europee vengono quasi sempre raccontati male. La scena è ormai familiare: abitanti che denunciano rumore, sporcizia, impossibilità di dormire, deterioramento della salute e della qualità della vita; giovani che rivendicano il diritto alla socialità e all’uso libero dello spazio pubblico; commercianti e operatori della nightlife che difendono il proprio lavoro e l’economia urbana legata alla vita notturna. Intorno a questi conflitti si costruisce rapidamente una narrazione morale: ordine contro caos, sicurezza contro libertà, residenti contro movida, diritto al riposo contro diritto alla città. Eppure ciò che emerge dentro queste tensioni è qualcosa di molto più profondo. Non semplicemente uno scontro tra interessi incompatibili, ma la crisi delle forme tradizionali attraverso cui la modernità politica aveva pensato l’idea stessa di universalità. Per molto tempo il governo della città si è fondato sull’idea implicita che esistesse un punto di vista generale capace di organizzare gerarchicamente bisogni e temporalità sociali. La città moderna funzionava attraverso una relativa stabilità delle forme di vita: il giorno del lavoro, la notte del riposo, lo spazio pubblico come luogo di attraversamento più che di permanenza, il conflitto urbano come deviazione rispetto a una norma relativamente condivisa. Le metropoli contemporanee non funzionano più così perché nello stesso spazio convivono oggi temporalità incompatibili e forme di vita eterogenee: chi lavora di notte e chi deve dormire, chi vive la strada come luogo di socialità e chi come spazio della riproduzione quotidiana, chi produce valore economico attraverso la nightlife e chi ne subisce gli effetti materiali sul proprio corpo e sulla propria salute. Non esiste più un centro stabile capace di rappresentare automaticamente l’interesse generale e per questo motivo i conflitti urbani diventano politicamente decisivi. Perché il rischio contemporaneo è che questa pluralità irriducibile venga immediatamente tradotta in guerra permanente tra identità contrapposte. Il residente preoccupato per rumore e igiene viene rapidamente trasformato in figura “reazionaria” ostile alla vitalità urbana; il giovane che occupa lo spazio pubblico diventa automaticamente “degrado”; il commerciante che lavora la sera viene ridotto a semplice agente della rendita. Ogni soggetto viene moralizzato e identitarizzato ed è in questo modo che il conflitto smette di essere compreso nella sua materialità. Perché ciascuno di questi soggetti esprime in realtà una verità parziale. Il problema è che nessuna di queste verità coincide più da sola con l’universale. Gli abitanti che denunciano rumore, saturazione dello spazio, sporcizia e impossibilità di dormire esprimono una questione reale di sostenibilità urbana e salute collettiva. La crisi ecologica delle città riguarda anche la possibilità materiale dei corpi di abitare uno spazio senza essere continuamente esposti a pressione sonora, stress e saturazione permanente della vita quotidiana. Anche la figura del “residente”, spesso evocata come soggetto unitario e compatto, nasconde in realtà una composizione sociale frammentata: anziani, lavoratori precari, studenti, famiglie, affittuari temporanei, professionisti impoveriti, nuovi abitanti attratti dalla valorizzazione dei centri storici e soggetti progressivamente espulsi da altre aree urbane sempre più costose. La domanda di quiete e vivibilità urbana non coincide allora automaticamente con nostalgia dell’ordine o rifiuto della socialità. Esprime spesso una crisi materiale della riproduzione quotidiana dentro città sempre più intensive, orientate all’estrazione continua di valore. Il problema della salute, del sonno, della pressione sonora e della possibilità stessa di abitare stabilmente uno spazio urbano riguarda forme molto concrete di vulnerabilità contemporanea. Ma anche qui l’ambivalenza resta decisiva. Perché la figura dell’abitante può essere simultaneamente soggetto esposto agli effetti della valorizzazione urbana e parte di dinamiche di esclusione, chiusura o richiesta securitaria. È precisamente questa ambivalenza che rende insufficiente sia la retorica della “città vetrina” sia la semplice opposizione moralistica tra residenti e movida. Ma altrettanto reale è la domanda di socialità che emerge nelle pratiche giovanili contemporanee. In città sempre più privatizzate e mercificate, dove ogni forma di aggregazione tende a essere mediata dal consumo, lo spazio pubblico resta uno dei pochi luoghi di accesso relativamente gratuito alla vita collettiva. La nightlife contemporanea, allora, non può essere letta semplicemente come spazio di libertà né come puro dispositivo di degrado. È una forma profondamente ambivalente della metropoli neoliberale. Da una parte rappresenta ancora uno dei pochi spazi relativamente accessibili di socialità, cooperazione e produzione culturale dentro città sempre più individualizzate. Lo stare insieme nello spazio pubblico, l’occupazione informale delle piazze, la costruzione di reti relazionali e affettive fuori dai circuiti strettamente domestici o lavorativi rispondono a bisogni reali prodotti dalla crisi delle tradizionali infrastrutture della socialità urbana. Ma questa stessa cooperazione sociale viene continuamente catturata e valorizzata economicamente. La nightlife contemporanea non è estranea all’economia urbana: ne costituisce uno dei dispositivi produttivi centrali. Attrattività turistica, branding urbano, valorizzazione immobiliare, consumo culturale, economie della ristorazione e dell’intrattenimento estraggono valore proprio da quella socialità diffusa che la città neoliberale simultaneamente produce e sfrutta. Questo valore viene però catturato in modo profondamente diseguale: attraverso l’aumento degli affitti commerciali, la crescita della rendita immobiliare e la trasformazione delle abitazioni in economie turistiche e affitti brevi, sono soprattutto i soggetti che controllano proprietà e infrastrutture urbane a beneficiare stabilmente della valorizzazione del quartiere. In questo senso anche la spontaneità urbana viene continuamente trasformata in rendita. Emerge cosi la contraddizione fondamentale: la stessa città che trae profitto economico dalla concentrazione della nightlife tende poi a governarne gli effetti quasi esclusivamente attraverso dispositivi emergenziali di sicurezza, controllo e contenimento. La socialità urbana viene prima incentivata come fattore di valorizzazione economica e successivamente trattata come problema di ordine pubblico quando i suoi costi ricadono sui territori e sui corpi che abitano quotidianamente la città. Sarebbe però insufficiente leggere tutto questo esclusivamente come effetto automatico della rendita urbana o della valorizzazione neoliberale della città. I conflitti contemporanei attorno alla nightlife e allo spazio pubblico non sono soltanto conflitti economici mascherati. Dentro di essi agiscono anche trasformazioni più profonde delle forme di vita urbane: mutamenti generazionali, crisi delle tradizionali infrastrutture della socialità, individualizzazione crescente, impoverimento degli spazi collettivi, diffusione di pratiche intensive di consumo e mutamento dei rapporti tra corpi, tempi e città. La metropoli contemporanea non produce soltanto estrazione economica; produce anche nuove sensibilità, nuove vulnerabilità e nuove forme di esposizione reciproca. I conflitti urbani contemporanei non possono quindi essere letti semplicemente come effetti automatici della rendita o della valorizzazione neoliberale della città. Dentro di essi agiscono anche trasformazioni profonde delle forme di vita: mutamenti generazionali, crisi delle infrastrutture della socialità, individualizzazione crescente, impoverimento degli spazi collettivi e diffusione di pratiche intensive di consumo. La richiesta di quiete e sostenibilità espressa dagli abitanti non può essere ridotta semplicemente a falsa coscienza conservatrice, così come la domanda di socialità che emerge nelle pratiche giovanili non coincide automaticamente con una forma di resistenza alla mercificazione urbana. Entrambe sono realtà profondamente ambivalenti, attraversate simultaneamente da bisogni autentici e da forme di cattura neoliberale. Come suggerisce anche Karen Barad, i soggetti non preesistono semplicemente alle relazioni che abitano, ma vengono continuamente prodotti dentro configurazioni materiali specifiche. La città contemporanea non mette semplicemente in contatto soggetti già dati: li organizza, li separa, li espone reciprocamente. Il residente esasperato dal rumore, il giovane che occupa lo spazio pubblico perché escluso da forme sempre più costose e privatizzate di socialità, il commerciante che dipende economicamente dalla nightlife, non sono mondi completamente estranei tra loro. Sono effetti differenti della stessa organizzazione urbana neoliberale. Il conflitto urbano contemporaneo non oppone dunque semplicemente identità già costituite. è la città stessa, attraverso la distribuzione degli spazi, dei costi, delle possibilità di accesso e delle forme della valorizzazione economica, a produrre continuamente i soggetti del conflitto. Il giovane che rimane in strada fino a tardi non esiste indipendentemente da una città che privatizza progressivamente gli spazi di aggregazione; così come il residente esasperato non esiste indipendentemente da una organizzazione urbana che concentra flussi turistici, nightlife e rendita immobiliare negli stessi quartieri senza redistribuirne i costi sociali. I soggetti del conflitto vengono prodotti dentro la stessa infrastruttura urbana. Per evitare il rischio dell’equidistanza o del semplice pluralismo sofisticato, il punto decisivo è chiarire che il conflitto urbano contemporaneo non si sviluppa dentro un campo neutrale. Le differenti soggettività coinvolte non occupano la stessa posizione dentro i processi di valorizzazione della città. La governance neoliberale produce infatti una asimmetria strutturale: mentre la cooperazione sociale urbana viene continuamente trasformata in valore economico, i costi materiali di questa valorizzazione vengono redistribuiti in modo diseguale. Non tutte le posizioni hanno dunque lo stesso potere. La rendita immobiliare, i proprietari dei fondi commerciali, le economie urbane legate al turismo e agli affitti brevi dispongono di una capacità molto maggiore di orientare le trasformazioni della città rispetto agli abitanti o ai soggetti che vivono quotidianamente gli effetti di questi processi. Mentre il valore prodotto dalla socialità urbana viene privatizzato attraverso proprietà e mercato immobiliare, i costi materiali della valorizzazione – rumore, saturazione dello spazio, aumento dei canoni abitativi e pressione turistica – vengono redistribuiti sui corpi e sulla vita quotidiana degli abitanti. È precisamente questa asimmetria che rende insufficiente una lettura puramente moralista o culturalista del conflitto. Quando il residente viene descritto semplicemente come soggetto conservatore ostile alla vitalità urbana o il giovane come puro problema di ordine pubblico, il conflitto reale scompare. Ciò che viene rimosso è il modo in cui la città neoliberale organizza selettivamente accessi, spazi, infrastrutture e possibilità di esistenza, lasciando poi che soggetti differenti entrino in collisione tra loro dentro un terreno già strutturato dalla rendita e dalla valorizzazione economica. La questione decisiva diventa allora come costruire forme di convivenza politica capaci di organizzare conflitti reali senza lasciarli precipitare – per riprendere una formulazione di Étienne Balibar – in forme permanenti di guerra civile diffusa. Anche le città tendono oggi sempre più a essere governate attraverso dispositivi emergenziali, giuridici e securitari che amministrano gli effetti della frammentazione sociale senza intervenire sulle asimmetrie materiali che la producono. È qui che riappare il problema politico decisivo: la composizione. Non nel senso di una pacificazione amministrativa del conflitto o di una neutralizzazione tecnocratica delle differenze, ma nel senso della costruzione di istituzioni urbane del comune capaci di organizzare democraticamente una pluralità irriducibile senza lasciarla precipitare nella guerra permanente tra soggetti reciprocamente frammentati. La città contemporanea non può più essere governata attraverso un universalismo astratto imposto dall’alto, ma nemmeno attraverso la semplice giustapposizione competitiva di interessi particolari. Serve qualcosa di diverso: una politica della composizione urbana capace di intervenire sulle asimmetrie materiali prodotte dalla rendita, redistribuire costi e infrastrutture della vita collettiva e costruire dispositivi permanenti di mediazione democratica. È per questo che le esperienze urbane più avanzate risultano interessanti non quando eliminano il conflitto, ma quando costruiscono istituzioni capaci di organizzarlo. Tavoli territoriali permanenti, governance della notte, mediazione sociale, infrastrutture pubbliche, redistribuzione dei costi urbani, coinvolgimento reale degli abitanti e dei giovani: tutto questo non rappresenta semplicemente una tecnica amministrativa più efficiente. Rappresenta il tentativo di ricostruire forme di convivenza politica dentro una città sempre più frammentata dalla valorizzazione neoliberale. La vera alternativa oggi non è tra ordine e caos. È tra una città governata democraticamente e una città lasciata alla gestione intermittente delle emergenze prodotte dalla rendita urbana. Ed è probabilmente qui che si gioca una delle questioni decisive del presente: la capacità di costruire forme di convivenza politica che non cancellino le differenze ma nemmeno le trasformino in guerra permanente tra soggetti che condividono, in forme differenti, la stessa esposizione ai processi contemporanei di frammentazione urbana. L'articolo Dopo il securitarismo, governare la città frammentata. Per una politica della composizione urbana proviene da EuroNomade.
May 19, 2026
EuroNomade
Guerra, sapere e soggettività: la scuola tecnica nella fase aperta da Gaza
di ROBERTA POMPILI. La riforma degli istituti tecnici introdotta dal DM 29/2026 non rappresenta un semplice riordino dell’offerta formativa. Interviene sul rapporto tra sapere e produzione, ridefinendo le condizioni in cui il sapere viene organizzato, distribuito e messo al lavoro. Riduzione del tempo scuola, rafforzamento delle discipline di indirizzo, ampliamento della flessibilità: questi elementi non agiscono su un segmento limitato del sistema educativo. Incidono su un nodo più profondo, in una fase in cui il lavoro cognitivo e la cooperazione sociale costituiscono il cuore della valorizzazione. Il curricolo non è più soltanto dispositivo di trasmissione. Diventa spazio di organizzazione della cooperazione cognitiva e, insieme, di governo delle soggettività. Curricolo e mutazione delle discipline La riduzione del monte ore e l’introduzione di ampi margini di flessibilità producono un curricolo instabile, continuamente modulabile. La flessibilità non amplia semplicemente l’autonomia: governa il curricolo attraverso la gestione della variabilità. In questo senso, la flessibilità rappresenta una forma contemporanea di comando. La trasformazione delle discipline è il punto decisivo. Esse non scompaiono, ma vengono ridefinite: aggregate in ambiti, rese modulari, subordinate a obiettivi trasversali. Perdono il proprio statuto epistemologico e vengono integrate in un sistema orientato alla produzione di competenze. Ciò che viene meno non è soltanto un’organizzazione del sapere, ma una sua funzione: la disciplina come spazio di temporalità lunga, di costruzione critica, di resistenza all’immediatezza dell’utilità. Il passaggio è leggibile nella traiettoria indicata da Gilles Deleuze: dalle forme disciplinari chiuse a dispositivi di controllo fondati sulla modulazione continua. Il sapere non è più organizzato per coerenza interna, ma per utilizzabilità. La competenza diventa principio regolatore: spendibilità, trasferibilità, adattabilità continua. Questo processo investe anche il lavoro docente, producendo instabilità, frammentazione e una progressiva perdita di controllo sul processo formativo. Capitalismo cognitivo e cattura del sapere Nel capitalismo contemporaneo, il sapere è forza produttiva immediata. Le analisi di Antonio Negri sul general intellect mostrano come linguaggio, cooperazione e capacità cognitive diffuse costituiscano il terreno centrale della produzione di valore. La crisi della forma disciplinare è un effetto strutturale di questa trasformazione. Il sapere eccede i suoi contenitori tradizionali, si produce in forme diffuse, reticolari. Il nodo non è la crisi della disciplina, ma la sua direzione. Nel capitalismo cognitivo, la cooperazione sociale non si emancipa automaticamente. Il general intellect non è lasciato libero, ma viene catturato. La cattura del general intellect non inaugura un processo inedito, ma radicalizza una logica già inscritta nella storia del capitalismo: l’estrazione e la gerarchizzazione dei saperi. In questo senso, il capitalismo cognitivo prolunga e riorganizza dispositivi di appropriazione che affondano le proprie radici anche nella storia coloniale della conoscenza. La riforma degli istituti tecnici si colloca precisamente in questo spazio. Interdisciplinarità, competenze e flessibilità non aprono uno spazio di autonomia del sapere. Costruiscono le condizioni della sua messa a valore. Il curricolo non riconosce semplicemente questa trasformazione: la governa. Il sapere viene selezionato, orientato, reso funzionale. Formazione e produzione tendono a coincidere nello stesso spazio operativo. Produzione di soggettività e indebolimento del sapere critico La scuola non trasmette soltanto conoscenze: produce soggettività. La flessibilità curricolare, l’enfasi sulle competenze e l’anticipazione del rapporto con il lavoro costruiscono soggetti capaci di muoversi in contesti instabili, ma orientati a rispondere alle esigenze del sistema produttivo. Il punto non è la scomparsa del soggetto critico, ma la trasformazione delle condizioni che lo rendono possibile. Riduzione dei tempi, subordinazione del sapere all’utilità immediata, compressione degli spazi di autonomia rendono più difficile la costruzione di forme di pensiero capaci di distanza, riflessione, critica. Parallelamente, si rafforza la produzione di soggettività funzionali: non più disciplinate dall’esterno, ma modulate dall’interno dei processi, capaci di interiorizzare adattabilità, disponibilità e precarietà. Questa trasformazione si produce, non a caso, in una fase in cui ampi movimenti giovanili hanno riportato al centro questioni come la guerra, la crisi climatica e la violenza sessista e razzista, esprimendo forme di politicizzazione che eccedono i tradizionali spazi di mediazione. In queste mobilitazioni emerge una tensione che non si limita alla difesa dell’esistente, ma investe direttamente la produzione di nuove soggettività e forme di vita. È qui che si rende visibile una linea di frattura: tra un uso istituzionale e difensivo delle categorie politiche e una loro possibile riattivazione in senso trasformativo, capace di operare sul terreno stesso della formazione sociale. La riforma della scuola si colloca dentro questa tensione, intervenendo proprio sul livello in cui tali processi si producono: quello della formazione e dell’organizzazione del sapere. In questo senso, il tentativo di riorganizzare il curricolo e orientare la produzione di competenze può essere letto anche come risposta preventiva alla possibilità che queste soggettività eccedano i dispositivi esistenti. Questa dinamica si intreccia con la riorganizzazione della riproduzione sociale. Come mostra Verónica Gago, la fase contemporanea non si limita a trasformare la produzione, ma investe direttamente le condizioni della vita, producendo una crescente gerarchizzazione e differenziazione delle forme della soggettività. In questo senso, la riforma della scuola non interviene soltanto sul sapere, ma contribuisce a stabilizzare e riprodurre tali differenze. Guerra, comando e salto di scala La riforma si colloca in una fase segnata da crisi sistemiche e dal ritorno della guerra come elemento permanente dello scenario globale. La guerra non è soltanto evento: è dispositivo che riorganizza produzione, riproduzione e governo delle popolazioni. In questo contesto, si consolidano forme di comando più dirette e meno mediate. La difficoltà a governare una realtà frammentata produce un irrigidimento autoritario e una riduzione degli spazi di mediazione. Ciò che accade in contesti come Gaza rende visibile questa dinamica. La distruzione delle infrastrutture educative — descritta anche nei termini di “scolasticidio” — mostra come gli spazi della formazione possano essere direttamente investiti dalle logiche del conflitto. In questo quadro, la distinzione tra produzione, riproduzione e conflitto tende a dissolversi. La scuola è parte di un dispositivo di organizzazione e governo del lavoro vivo. Le trasformazioni degli istituti tecnici non sono un intervento isolato. Le indicazioni della commissione Bertagna (2023) segnalano una tendenza più generale: riduzione dei tempi della formazione e integrazione crescente con il sistema produttivo. Ciò che emerge nei tecnici è un’anticipazione. La riorganizzazione investe l’intero sistema educativo. La riforma degli istituti tecnici, concludendo, non rappresenta un semplice aggiornamento del sistema educativo, ma un passaggio nella trasformazione del sapere in dispositivo, dentro una fase segnata da guerra, instabilità e riorganizzazione del comando. Il nodo non è la difesa della disciplina contro la competenza, ma il conflitto tra autonomia del sapere e sua cattura nei processi di valorizzazione. È in questo spazio che la scuola torna a essere un terreno politico centrale: non come residuo del passato, ma come luogo in cui si gioca la forma delle soggettività future. Questo testo è un ampliamento di un precedente testo pubblicato sulla rivista Micropolis L'articolo Guerra, sapere e soggettività: la scuola tecnica nella fase aperta da Gaza proviene da EuroNomade.
May 5, 2026
EuroNomade
Alle origini del declino dell’egemonia statunitense: crisi e possibilità
di UGO ROSSI. Gli avvenimenti geopolitici degli ultimi mesi, culminati con l’improvvisa offensiva bellica di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, hanno rinsaldato la convinzione di trovarsi di fronte a una crisi strutturale dell’ordine unipolare incentrato sugli Stati Uniti che si era imposto dopo il 1989 nella globalizzazione post-Guerra fredda. Le conseguenze geopolitiche di tale scenario sono note: la proliferazione di tensioni interstatali, di guerre commerciali e strategie di sovranità nazionale in campo tecnologico ed energetico; il riemergere di imperialismi regionali e macroregionali; il prevalere di relazioni internazionali improntate al bilateralismo a discapito del multilateralismo; la progressiva marginalizzazione delle Nazioni Unite e persino di organizzazioni internazionali dichiaratamente di parte come la Nato. E come esito di tutto ciò, il profilarsi di un vero e proprio “regime di guerra” intorno al quale si definisce il “caos sistemico” dell’attuale congiuntura globale. Esiste ormai consenso diffuso intorno all’idea secondo cui le continue prove di forza di cui dà dimostrazione la seconda Presidenza Trump siano indicative del passaggio dall’egemonia dell’ordine unipolare post-1989 al dominio per mezzo della forza e al di fuori di ogni principio di legalità internazionale che contraddistingue l’attuale disordine multipolare. Mentre vi è un ampio dibattito intorno alle caratteristiche dello scenario appena delineato, meno chiare sembrano essere le cause strutturali all’origine del declino dell’egemonia statunitense. In questo intervento avanzo la tesi secondo cui la crisi dell’egemonia statunitense sia da ricondurre alla crisi del monopolio statunitense nella produzione di capitale umano al servizio del capitalismo tecnologico e al concomitante avvento del boom dell’intelligenza artificiale generativa nella prima metà degli anni Duemilaventi. Il combinato di questi due fattori ha portato a una crisi sistemica dell’idea di “capitale umano” intorno alla quale si era costruita l’egemonia statunitense nell’era “globalista”, oggi messa in discussione dalla politica “sovranista”, esemplificata in modo particolare – ma non esclusivo – dalla seconda Presidenza Trump. Foucault interprete del neoliberalismo statunitense: l’idea di capitale umano Nel 1979, in un celebre ciclo di lezioni tenuto al Collège de France Michel Foucault offrì una interpretazione dell’allora ascendente “neoliberalismo” in cui distingueva la variante neoliberale “statunitense” da quella europea continentale definita come “ordoliberalismo”. Si possono dare varie interpretazioni della scelta di Foucault di trattare il neoliberalismo per varianti nazionali o macro-nazionali: ad esempio, si può ritenere che lo sguardo dello studioso francese risentisse del “nazionalismo metodologico” allora (e in larga parte ancora oggi) prevalente nelle scienze umane e sociali, che tendeva a incasellare i fenomeni studiati dentro i confini nazionali. Alcuni autori hanno persino denunciato un intento di apologia del neoliberalismo USA da parte di Foucault. Qui però si vuole avanzare un’altra tesi interpretativa: ponendo enfasi sull’ascesa dell’idea di capitale umano come tratto distintivo della variante statunitense del neoliberalismo Foucault intendeva affermare la tesi secondo cui l’egemonia globale e la relativa razionalità geopolitica degli Stati Uniti si fondassero sull’idea di capitale umano. In che modo, secondo Foucault, l’ascesa dell’idea di capitale umano segnalava il passaggio a un’età neoliberale? Secondo Foucault, l’idea di capitale umano sottendeva, in primo luogo, la ridefinizione della concezione dell’homo oeconomicus, non più solo come soggetto votato alla massimizzazione dell’utilità individuale ma come imprenditore di se stesso; in secondo luogo, l’idea di capitale umano “valorizzava” il ruolo della formazione, intesa non solo come istruzione, ma come investimento nel futuro, quindi con una chiara valenza speculativa (infatti di lì a poco, negli anni Ottanta, sarebbe esploso il fenomeno del debito studentesco); e infine l’idea di capitale umano segnava l’ingresso nell’era del dominio incontrastato svolto dall’imperativo (dall’ideologia, per meglio dire) della crescita e dell’innovazione. Foucault non era affatto il primo studioso a teorizzare il capitale umano. La sua analisi riprendeva un’idea messa a punto dagli economisti neoliberali della scuola di Chicago fin dagli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. Negli studi di economisti di Chicago come Jacob Mincer, Theodore Schultz e Gary Becker gli individui erano considerati non più come lavoratori appartenenti a una medesima classe sociale ma come agenti razionali e in competizione tra loro, chiamati a investire tramite la spesa in formazione nelle proprie capacità e nella propria conoscenza sulla base di un calcolo costi-benefici tra investimento iniziale e ritorni attesi dopo un certo lasso di tempo. È la stessa logica speculativa che ha guidato l’evoluzione del capitalismo contemporaneo, fino alla sua consacrazione con il trionfo del capitalismo finanziario negli ultimi decenni. Nell’analisi di Foucault sul “neoliberalismo statunitense”, vi era dunque un implicito riconoscimento del capitale umano come base fondamentale della razionalità geopolitica che porterà gli Stati Uniti ad affermare la propria egemonia nel mondo post-1989. La governamentalità neoliberale che, secondo Foucault, affermava il principio dell’individuo come impresa è infatti all’origine della revisione del ruolo dello Stato a partire dagli anni Settanta del Novecento: non più l’entità politico-amministrativa che si fa carico delle strategie anti-cicliche e di riequilibrio produttivo necessarie alla sopravvivenza del capitalismo, come nella concezione keynesiana, ma un agente dinamico e “discorsivo” che investe nell’imprenditorializzazione della società secondo logiche e principi di innovazione e crescita economica. Negli anni Novanta, l’idea di capitale umano fu ripresa ed espansa dagli economisti della new growth theory, come Robert Lucas e Paul Rohmer, in concomitanza con il passaggio alla cosiddetta economia basata sulla conoscenza, nel contesto dell’ordine unipolare “globalista”, come fu definito in seguito. L’egemonia statunitense sul capitale umano e il suo declino Per circa tre decenni, le performance della Silicon Valley e in particolare delle sue imprese più iconiche (come le cosiddette GAFAM) hanno rafforzato l’idea secondo cui la supremazia tecnologica giustificasse il primato geopolitico degli Stati Uniti nel contesto di una globalizzazione unipolare. La presunzione di supremazia del capitalismo statunitense a base tecnologica reggeva sul presupposto secondo cui la particolare combinazione di fattori all’origine del successo della Silicon Valley – in particolare la triangolazione imprese-università-governi locali – fosse irripetibile altrove, a dispetto dei molteplici tentativi di creare distretti tecnologici innovativi in molte regioni del mondo. La supremazia tecnologica statunitense si è retta in particolare sul monopolio di fatto degli Stati Uniti, per molti decenni, nella produzione di capitale umano al servizio delle imprese tecnologiche, non solo statunitensi, ma di tutto il globo (dall’Asia all’Africa, all’Europa e al Sudamerica). Tale monopolio è stato garantito dal predominio incontrastato a lungo detenuto dalle università statunitensi nella formazione e nell’alta specializzazione di ingegneri, informatici e altre figure “qualificate” (high-skill come si dice nel linguaggio economico convenzionale) e ben remunerate. Fino a soli 15 o 10 anni fa, dunque ancora negli anni Dieci del Duemila, aver conseguito una laurea in discipline informatiche in una università statunitense blasonata era garanzia di successo per una carriera ben remunerata come programmatore nelle aziende tecnologiche di tutto il mondo, al punto che nei magazine di economia manageriale era comune tra gli anni Duemila e Duemiladieci leggere di “guerra globale per i talenti”: l’ordine globalista unipolare si reggeva sulla competizione per la popolazione, in particolare per il lavoro tecnologico qualificato che garantiva il successo delle grandi imprese tecnologiche. Tale meccanismo si incrina negli ultimi anni a causa di due fattori concomitanti: la perdita progressiva del primato incontrastato delle università statunitensi nei settori scientifici tecnologici e applicati, a causa dell’avanzata delle università asiatiche, in particolare della Cina; il boom dell’intelligenza artificiale generativa nella prima metà degli anni Duemiladieci. I dati più recenti ad esempio evidenziano che il numero di studenti internazionali in arrivo negli Stati Uniti sia stato nel 2025 inferiore del 19 percento a quello dell’anno precedente. Ciò spiega anche perché Trump abbia di recente deciso, con un’iniziativa orchestrata a livello mediatico, di tagliare i visti per gli studenti stranieri nelle università americane, comprese quelle più titolate come Harvard. Le stesse università che un tempo erano considerate dai governanti statunitensi come una miniera d’oro perché formavano il “capitale umano” che consentiva alle imprese tecnologiche di prosperare sono divenute quasi superflue, se non dannose agli occhi dell’Amministrazione Trump, perché associate a un capitale umano pericoloso e sovversivo: quello woke delle mobilitazioni per i diritti delle minoranze e quello leftist delle proteste internazionaliste per la Palestina e contro la guerra. Al tempo stesso, le università cinesi hanno iniziato a scalare le posizioni nei ranking globali delle università più prestigiose al mondo nei settori scientifico-applicati, mettendo in discussione il primato statunitense, che fino a inizio anni Duemila appariva inscalfibile. E diversi analisti pronosticano che la Cina diventerà entro il 2050 il paese leader a livello mondiale in ambito scientifico e tecnologico. Negli Stati Uniti, nel settore industriale-tecnologico si osserva ormai da qualche anno (dal 2022 in poi) un trend alla contrazione occupazionale, registrando un brusco arresto nell’assunzione di lavoro qualificato, insieme a periodiche ondate di licenziamenti di massa da parte delle aziende tecnologiche, comprese quelle di punta. Da ultima, Meta ha annunciato in questi giorni di apprestarsi a licenziare circa 8mila dipendenti (ossia un decimo dei suoi dipendenti), per far posto all’investimento in Intelligenza Artificiale. Dopo la pandemia, un insieme di fattori ha concorso a creare una crisi diffusa nel lavoro tecnologico: la fine della bolla pandemica di investimenti statali, l’aumento dei tassi di interesse a causa dell’inflazione prolungata e, per l’appunto, l’accelerazione senza precedenti di investimenti nell’IA. Nell’agosto 2025, il quotidiano New York Times dedicava un’approfondita analisi ai dati sul mercato del lavoro diffusi dalla Federal Reserve statunitense, che mostravano come i laureati in discipline informatiche avessero tra i più elevati tassi di disoccupazione negli Stati Uniti tra i neo-laureati, mentre poche settimane prima il Wall Street Journal aveva annunciato l’ingresso nell’era della Great Hesitation, segnata dalla difficolta nel conquistare un lavoro stabile e ben retribuito nell’industria tecnologica, vale a dire nell’economia che oggi conta a livello capitalistico. L’ottimismo che aveva segnato l’era globalista del capitale umano negli anni della sua ascesa dunque sembra sfaldarsi. La crescita vertiginosa dell’IA ha giocato un ruolo decisivo in tal senso. Secondo gli esperti di IA oggi siamo dinanzi a un paradosso: da un lato, si genera un’eccedenza di competenze lavorative ritenute obsolete, generando massicci licenziamenti o un brusco calo nella domanda di lavoro tecnologico qualificato, un tempo molto richiesto; dall’altro lato, vi è una ricerca di cosiddetti super-talenti dell’IA, così come di lavoratori tecnici specializzati in grado di far funzionare i data center che sono dietro l’IA, sebbene le ricadute occupazionali di entrambe queste figure siano numericamente limitate. La cosiddetta skills crisis, la crisi delle competenze lavorative, determinata dall’avvento della IA ha l’effetto di generare una forte incertezza intorno al futuro del lavoro, su cui nessun analista oggi se la sente di fornire previsioni. Tale incertezza, in queste proporzioni inedita, sul futuro del lavoro svolge un ruolo chiave nella strumentalizzazione dell’ansia generata dall’indebolirsi dell’egemonia statunitense nell’era post-Guerra Fredda che si reggeva sul monopolio di fatto nella generazione di capitale umano qualificato a disposizione delle grandi imprese tecnologiche. Crisi e ridefinizione della razionalità neoliberale In questo intervento ho voluto mostrare come l’idea statunitense di capitale umano abbia operato come fattore-chiave durante la fase cosiddetta “globalista” dell’era post-Guerra fredda. In questa fase, il capitale umano “globalista” ha funzionato da presupposto di base della “razionalità geopolitica” egemonica, dando forma alle economie tecnologiche dominanti (come la Silicon Valley e le sue molteplici imitazioni in aree disparate del pianeta) e a corrispondenti ideologie politico-sociali, come l’idea del soluzionismo tecnologico, che ripone una fiducia illimitata nella capacità delle tecnologie digitali di risolvere i problemi della nostra società. Tale idea era capitalocentrica, nella misura in cui enfatizzava l’operare della tecnologia a sostegno della crescita economica e dell’innovazione. Centrale, in questa ottica, era il discorso sulle “capacità innovative” del capitale umano e sul ruolo di traino delle università nell’economia della conoscenza. Tale idea di capitale umano era radicata in una concezione “globalista” che vedeva nei confini aperti, o relativamente aperti, vale a dire aperti solo alle componenti più istruite e formalmente qualificate della popolazione, una fonte di esternalità positive e dunque di prosperità economica. La visione geopolitica che ne scaturiva era incentrata sull’idea della competizione tra gli stati per i talenti come base per la crescita e l’innovazione. La recente reazione “sovranista” esemplificata dalla seconda Presidenza Trump si è sbarazzata della razionalità neoliberale dell’età globalista, perché nel frattempo sono venute a mancare o sono mutate radicalmente le condizioni socio-materiali e tecnologiche di base, vale a dire il monopolio statunitense sulla generazione di capitale umano. Oggi, imprese tecnologiche come Palantir, specializzata nel data mining, e altri colossi tecnologici stabiliscono strette alleanze con il governo americano, allo scopo di piegare la tecnologia alle esigenze militari dell’attuale regime di guerra o delle misure sempre più stringenti e liberticide di controllo della popolazione, come si è visto con la campagna dell’ICE nello stato del Minnesota in particolare. Ciò segnala il connubio tra investimento tecnologico e politiche militaristiche e autoritarie, animate da un impulso di controllo del territorio e delle sue risorse umane e naturali. La razionalità neoliberale non si estingue in questo quadro, ma si ridefinisce, come si vede per l’insofferenza sempre più manifesta da parte delle grandi corporation e delle elite politico-economiche (comprese quelle tecnocratiche dell’Unione Europea, si veda il recente rapporto Draghi sulla competitività) per regolamentazioni e limitazioni alla libertà incondizionata d’impresa. La razionalità neoliberale dunque si rimodella a partire dalla logica sovranista della guerra per il controllo delle risorse in una logica di tecno-nazionalismo combinata con la riaffermazione della libertà assoluta di impresa. Per le forze progressiste e i movimenti sociali di base, la situazione corrente chiama non solo a una necessaria politica di resistenza di fronte alla torsione autoritaria e reazionaria in corso, ma con il moltiplicarsi delle possibilità di automazione completa del lavoro delinea all’orizzonte anche una rinnovata prospettiva di rilancio della lotta per la liberazione dal lavoro salariato e per la conquista di un reddito di base di portata universale. L'articolo Alle origini del declino dell’egemonia statunitense: crisi e possibilità proviene da EuroNomade.
April 28, 2026
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