Alle origini del declino dell’egemonia statunitense: crisi e possibilità

EuroNomade - Tuesday, April 28, 2026

di UGO ROSSI.

Gli avvenimenti geopolitici degli ultimi mesi, culminati con l’improvvisa offensiva bellica di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, hanno rinsaldato la convinzione di trovarsi di fronte a una crisi strutturale dell’ordine unipolare incentrato sugli Stati Uniti che si era imposto dopo il 1989 nella globalizzazione post-Guerra fredda. Le conseguenze geopolitiche di tale scenario sono note: la proliferazione di tensioni interstatali, di guerre commerciali e strategie di sovranità nazionale in campo tecnologico ed energetico; il riemergere di imperialismi regionali e macroregionali; il prevalere di relazioni internazionali improntate al bilateralismo a discapito del multilateralismo; la progressiva marginalizzazione delle Nazioni Unite e persino di organizzazioni internazionali dichiaratamente di parte come la Nato. E come esito di tutto ciò, il profilarsi di un vero e proprio “regime di guerra” intorno al quale si definisce il “caos sistemico” dell’attuale congiuntura globale. Esiste ormai consenso diffuso intorno all’idea secondo cui le continue prove di forza di cui dà dimostrazione la seconda Presidenza Trump siano indicative del passaggio dall’egemonia dell’ordine unipolare post-1989 al dominio per mezzo della forza e al di fuori di ogni principio di legalità internazionale che contraddistingue l’attuale disordine multipolare.

Mentre vi è un ampio dibattito intorno alle caratteristiche dello scenario appena delineato, meno chiare sembrano essere le cause strutturali all’origine del declino dell’egemonia statunitense. In questo intervento avanzo la tesi secondo cui la crisi dell’egemonia statunitense sia da ricondurre alla crisi del monopolio statunitense nella produzione di capitale umano al servizio del capitalismo tecnologico e al concomitante avvento del boom dell’intelligenza artificiale generativa nella prima metà degli anni Duemilaventi. Il combinato di questi due fattori ha portato a una crisi sistemica dell’idea di “capitale umano” intorno alla quale si era costruita l’egemonia statunitense nell’era “globalista”, oggi messa in discussione dalla politica “sovranista”, esemplificata in modo particolare – ma non esclusivo – dalla seconda Presidenza Trump.

Foucault interprete del neoliberalismo statunitense: l’idea di capitale umano

Nel 1979, in un celebre ciclo di lezioni tenuto al Collège de France Michel Foucault offrì una interpretazione dell’allora ascendente “neoliberalismo” in cui distingueva la variante neoliberale “statunitense” da quella europea continentale definita come “ordoliberalismo”. Si possono dare varie interpretazioni della scelta di Foucault di trattare il neoliberalismo per varianti nazionali o macro-nazionali: ad esempio, si può ritenere che lo sguardo dello studioso francese risentisse del “nazionalismo metodologico” allora (e in larga parte ancora oggi) prevalente nelle scienze umane e sociali, che tendeva a incasellare i fenomeni studiati dentro i confini nazionali. Alcuni autori hanno persino denunciato un intento di apologia del neoliberalismo USA da parte di Foucault. Qui però si vuole avanzare un’altra tesi interpretativa: ponendo enfasi sull’ascesa dell’idea di capitale umano come tratto distintivo della variante statunitense del neoliberalismo Foucault intendeva affermare la tesi secondo cui l’egemonia globale e la relativa razionalità geopolitica degli Stati Uniti si fondassero sull’idea di capitale umano. In che modo, secondo Foucault, l’ascesa dell’idea di capitale umano segnalava il passaggio a un’età neoliberale? Secondo Foucault, l’idea di capitale umano sottendeva, in primo luogo, la ridefinizione della concezione dell’homo oeconomicus, non più solo come soggetto votato alla massimizzazione dell’utilità individuale ma come imprenditore di se stesso; in secondo luogo, l’idea di capitale umano “valorizzava” il ruolo della formazione, intesa non solo come istruzione, ma come investimento nel futuro, quindi con una chiara valenza speculativa (infatti di lì a poco, negli anni Ottanta, sarebbe esploso il fenomeno del debito studentesco); e infine l’idea di capitale umano segnava l’ingresso nell’era del dominio incontrastato svolto dall’imperativo (dall’ideologia, per meglio dire) della crescita e dell’innovazione.

Foucault non era affatto il primo studioso a teorizzare il capitale umano. La sua analisi riprendeva un’idea messa a punto dagli economisti neoliberali della scuola di Chicago fin dagli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. Negli studi di economisti di Chicago come Jacob Mincer, Theodore Schultz e Gary Becker gli individui erano considerati non più come lavoratori appartenenti a una medesima classe sociale ma come agenti razionali e in competizione tra loro, chiamati a investire tramite la spesa in formazione nelle proprie capacità e nella propria conoscenza sulla base di un calcolo costi-benefici tra investimento iniziale e ritorni attesi dopo un certo lasso di tempo. È la stessa logica speculativa che ha guidato l’evoluzione del capitalismo contemporaneo, fino alla sua consacrazione con il trionfo del capitalismo finanziario negli ultimi decenni. Nell’analisi di Foucault sul “neoliberalismo statunitense”, vi era dunque un implicito riconoscimento del capitale umano come base fondamentale della razionalità geopolitica che porterà gli Stati Uniti ad affermare la propria egemonia nel mondo post-1989. La governamentalità neoliberale che, secondo Foucault, affermava il principio dell’individuo come impresa è infatti all’origine della revisione del ruolo dello Stato a partire dagli anni Settanta del Novecento: non più l’entità politico-amministrativa che si fa carico delle strategie anti-cicliche e di riequilibrio produttivo necessarie alla sopravvivenza del capitalismo, come nella concezione keynesiana, ma un agente dinamico e “discorsivo” che investe nell’imprenditorializzazione della società secondo logiche e principi di innovazione e crescita economica. Negli anni Novanta, l’idea di capitale umano fu ripresa ed espansa dagli economisti della new growth theory, come Robert Lucas e Paul Rohmer, in concomitanza con il passaggio alla cosiddetta economia basata sulla conoscenza, nel contesto dell’ordine unipolare “globalista”, come fu definito in seguito.

L’egemonia statunitense sul capitale umano e il suo declino

Per circa tre decenni, le performance della Silicon Valley e in particolare delle sue imprese più iconiche (come le cosiddette GAFAM) hanno rafforzato l’idea secondo cui la supremazia tecnologica giustificasse il primato geopolitico degli Stati Uniti nel contesto di una globalizzazione unipolare. La presunzione di supremazia del capitalismo statunitense a base tecnologica reggeva sul presupposto secondo cui la particolare combinazione di fattori all’origine del successo della Silicon Valley – in particolare la triangolazione imprese-università-governi locali – fosse irripetibile altrove, a dispetto dei molteplici tentativi di creare distretti tecnologici innovativi in molte regioni del mondo.

La supremazia tecnologica statunitense si è retta in particolare sul monopolio di fatto degli Stati Uniti, per molti decenni, nella produzione di capitale umano al servizio delle imprese tecnologiche, non solo statunitensi, ma di tutto il globo (dall’Asia all’Africa, all’Europa e al Sudamerica). Tale monopolio è stato garantito dal predominio incontrastato a lungo detenuto dalle università statunitensi nella formazione e nell’alta specializzazione di ingegneri, informatici e altre figure “qualificate” (high-skill come si dice nel linguaggio economico convenzionale) e ben remunerate. Fino a soli 15 o 10 anni fa, dunque ancora negli anni Dieci del Duemila, aver conseguito una laurea in discipline informatiche in una università statunitense blasonata era garanzia di successo per una carriera ben remunerata come programmatore nelle aziende tecnologiche di tutto il mondo, al punto che nei magazine di economia manageriale era comune tra gli anni Duemila e Duemiladieci leggere di “guerra globale per i talenti”: l’ordine globalista unipolare si reggeva sulla competizione per la popolazione, in particolare per il lavoro tecnologico qualificato che garantiva il successo delle grandi imprese tecnologiche. Tale meccanismo si incrina negli ultimi anni a causa di due fattori concomitanti: la perdita progressiva del primato incontrastato delle università statunitensi nei settori scientifici tecnologici e applicati, a causa dell’avanzata delle università asiatiche, in particolare della Cina; il boom dell’intelligenza artificiale generativa nella prima metà degli anni Duemiladieci.

I dati più recenti ad esempio evidenziano che il numero di studenti internazionali in arrivo negli Stati Uniti sia stato nel 2025 inferiore del 19 percento a quello dell’anno precedente. Ciò spiega anche perché Trump abbia di recente deciso, con un’iniziativa orchestrata a livello mediatico, di tagliare i visti per gli studenti stranieri nelle università americane, comprese quelle più titolate come Harvard. Le stesse università che un tempo erano considerate dai governanti statunitensi come una miniera d’oro perché formavano il “capitale umano” che consentiva alle imprese tecnologiche di prosperare sono divenute quasi superflue, se non dannose agli occhi dell’Amministrazione Trump, perché associate a un capitale umano pericoloso e sovversivo: quello woke delle mobilitazioni per i diritti delle minoranze e quello leftist delle proteste internazionaliste per la Palestina e contro la guerra.

Al tempo stesso, le università cinesi hanno iniziato a scalare le posizioni nei ranking globali delle università più prestigiose al mondo nei settori scientifico-applicati, mettendo in discussione il primato statunitense, che fino a inizio anni Duemila appariva inscalfibile. E diversi analisti pronosticano che la Cina diventerà entro il 2050 il paese leader a livello mondiale in ambito scientifico e tecnologico. Negli Stati Uniti, nel settore industriale-tecnologico si osserva ormai da qualche anno (dal 2022 in poi) un trend alla contrazione occupazionale, registrando un brusco arresto nell’assunzione di lavoro qualificato, insieme a periodiche ondate di licenziamenti di massa da parte delle aziende tecnologiche, comprese quelle di punta. Da ultima, Meta ha annunciato in questi giorni di apprestarsi a licenziare circa 8mila dipendenti (ossia un decimo dei suoi dipendenti), per far posto all’investimento in Intelligenza Artificiale. Dopo la pandemia, un insieme di fattori ha concorso a creare una crisi diffusa nel lavoro tecnologico: la fine della bolla pandemica di investimenti statali, l’aumento dei tassi di interesse a causa dell’inflazione prolungata e, per l’appunto, l’accelerazione senza precedenti di investimenti nell’IA. Nell’agosto 2025, il quotidiano New York Times dedicava un’approfondita analisi ai dati sul mercato del lavoro diffusi dalla Federal Reserve statunitense, che mostravano come i laureati in discipline informatiche avessero tra i più elevati tassi di disoccupazione negli Stati Uniti tra i neo-laureati, mentre poche settimane prima il Wall Street Journal aveva annunciato l’ingresso nell’era della Great Hesitation, segnata dalla difficolta nel conquistare un lavoro stabile e ben retribuito nell’industria tecnologica, vale a dire nell’economia che oggi conta a livello capitalistico.

L’ottimismo che aveva segnato l’era globalista del capitale umano negli anni della sua ascesa dunque sembra sfaldarsi. La crescita vertiginosa dell’IA ha giocato un ruolo decisivo in tal senso. Secondo gli esperti di IA oggi siamo dinanzi a un paradosso: da un lato, si genera un’eccedenza di competenze lavorative ritenute obsolete, generando massicci licenziamenti o un brusco calo nella domanda di lavoro tecnologico qualificato, un tempo molto richiesto; dall’altro lato, vi è una ricerca di cosiddetti super-talenti dell’IA, così come di lavoratori tecnici specializzati in grado di far funzionare i data center che sono dietro l’IA, sebbene le ricadute occupazionali di entrambe queste figure siano numericamente limitate.

La cosiddetta skills crisis, la crisi delle competenze lavorative, determinata dall’avvento della IA ha l’effetto di generare una forte incertezza intorno al futuro del lavoro, su cui nessun analista oggi se la sente di fornire previsioni. Tale incertezza, in queste proporzioni inedita, sul futuro del lavoro svolge un ruolo chiave nella strumentalizzazione dell’ansia generata dall’indebolirsi dell’egemonia statunitense nell’era post-Guerra Fredda che si reggeva sul monopolio di fatto nella generazione di capitale umano qualificato a disposizione delle grandi imprese tecnologiche.

Crisi e ridefinizione della razionalità neoliberale

In questo intervento ho voluto mostrare come l’idea statunitense di capitale umano abbia operato come fattore-chiave durante la fase cosiddetta “globalista” dell’era post-Guerra fredda. In questa fase, il capitale umano “globalista” ha funzionato da presupposto di base della “razionalità geopolitica” egemonica, dando forma alle economie tecnologiche dominanti (come la Silicon Valley e le sue molteplici imitazioni in aree disparate del pianeta) e a corrispondenti ideologie politico-sociali, come l’idea del soluzionismo tecnologico, che ripone una fiducia illimitata nella capacità delle tecnologie digitali di risolvere i problemi della nostra società. Tale idea era capitalocentrica, nella misura in cui enfatizzava l’operare della tecnologia a sostegno della crescita economica e dell’innovazione. Centrale, in questa ottica, era il discorso sulle “capacità innovative” del capitale umano e sul ruolo di traino delle università nell’economia della conoscenza. Tale idea di capitale umano era radicata in una concezione “globalista” che vedeva nei confini aperti, o relativamente aperti, vale a dire aperti solo alle componenti più istruite e formalmente qualificate della popolazione, una fonte di esternalità positive e dunque di prosperità economica. La visione geopolitica che ne scaturiva era incentrata sull’idea della competizione tra gli stati per i talenti come base per la crescita e l’innovazione.

La recente reazione “sovranista” esemplificata dalla seconda Presidenza Trump si è sbarazzata della razionalità neoliberale dell’età globalista, perché nel frattempo sono venute a mancare o sono mutate radicalmente le condizioni socio-materiali e tecnologiche di base, vale a dire il monopolio statunitense sulla generazione di capitale umano. Oggi, imprese tecnologiche come Palantir, specializzata nel data mining, e altri colossi tecnologici stabiliscono strette alleanze con il governo americano, allo scopo di piegare la tecnologia alle esigenze militari dell’attuale regime di guerra o delle misure sempre più stringenti e liberticide di controllo della popolazione, come si è visto con la campagna dell’ICE nello stato del Minnesota in particolare. Ciò segnala il connubio tra investimento tecnologico e politiche militaristiche e autoritarie, animate da un impulso di controllo del territorio e delle sue risorse umane e naturali. La razionalità neoliberale non si estingue in questo quadro, ma si ridefinisce, come si vede per l’insofferenza sempre più manifesta da parte delle grandi corporation e delle elite politico-economiche (comprese quelle tecnocratiche dell’Unione Europea, si veda il recente rapporto Draghi sulla competitività) per regolamentazioni e limitazioni alla libertà incondizionata d’impresa. La razionalità neoliberale dunque si rimodella a partire dalla logica sovranista della guerra per il controllo delle risorse in una logica di tecno-nazionalismo combinata con la riaffermazione della libertà assoluta di impresa.

Per le forze progressiste e i movimenti sociali di base, la situazione corrente chiama non solo a una necessaria politica di resistenza di fronte alla torsione autoritaria e reazionaria in corso, ma con il moltiplicarsi delle possibilità di automazione completa del lavoro delinea all’orizzonte anche una rinnovata prospettiva di rilancio della lotta per la liberazione dal lavoro salariato e per la conquista di un reddito di base di portata universale.

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