
I mondiali dello sfruttamento
Jacobin Italia - Monday, June 15, 2026
Giovedì 11 Giugno ha preso il via l’edizione 2026 della Coppa del Mondo di calcio maschile. Archiviata la cerimonia inaugurale, alle 21 a scendere in campo – nella spettacolare cornice dello stadio Azteca di Città del Messico – sono stati i padroni di casa del Messico che hanno facilmente regolato (2 a 0 il risultato finale) il Sudafrica guidato in panchina dal belga Hugo Broos. Se in campo lo spettacolo è stato abbastanza deludente nonostante le suggestive riprese – quasi da videogame – della regia internazionale, quel che è accaduto all’esterno dello stadio avrebbe meritato quantomeno una menzione. Esattamente quella che i media internazionali hanno volutamente evitato. Infatti mentre in campo (e sugli spalti) si celebrava una supposta «festa dei popoli», all’esterno dell’impianto di Città del Messico una parte di quello stesso popolo – vale a dire quello messicano – protestava contro un Mondiale sempre più elitario e per una crisi idrica senza precedenti. Una crisi aggravata dalle concessioni alla società Televisa, il più importante gruppo radiotelevisivo del Messico che – guarda caso – è anche quello che sta trasmettendo i Mondiali, per l’enorme speculazione immobiliare che ha accompagnato l’evento sportivo. Parliamo di un pozzo che si trova in un raggio inferiore ai 500 metri di lontananza da quello che serve la comunità locale, con l’evidente rischio di sottrarre il diritto collettivo all’acqua e alla salute. All’esterno dell’Azteca si sono poi radunati anche sindacati, collettivi di familiari di desaparecidos e studenti per chiedere giustizia e verità per i 43 studenti della scuola di Ayotzinapa ma anche per gli oltre 130.000 desaparecidos dell’intero paese. Proteste sparite dal racconto della prima giornata della Coppa del Mondo con una censura certosina fatta dal potere mediatico, mentre quello politico autorizzava la polizia a manganellare e reprimere la protesta.
Il 12 giugno, invece, è toccato alla nazionale di un altro dei tre paesi ospitanti, ovvero il Canada di Alphonso Davies e dello juventino Jonathan David, fare il proprio esordio in quel di Toronto. Avversaria dei canadesi è stata quella Bosnia di Edin Džeko che ha estromesso l’Italia dal Mondiale. Partita che, esattamente come la precedente, ha detto ben poco da un punto di vista tecnico, con un pareggio 1 a 1 che, probabilmente, non soddisfa a pieno nessuna delle due nazionali, ma che ricorderemo per i cori in favore della Palestina della tifoseria bosniaca e per le dimostrazioni pro-palestina avvenute in città dove alcuni tifosi hanno invitato la Fifa a estromettere Israele da tutte le competizioni.
Alle 4 del mattino (ora italiana) del 13 giugno è stato, invece, il turno degli Stati uniti di Pochettino, che hanno fatto il loro esordio nel Mondiale di casa battendo con un secco 4 a 1 un Paraguay apparso onestamente fin troppo brutto per essere vero. Teatro del debutto statunitense è stato il SoFi Stadium di Los Angeles, dove, fino a pochi giorni prima del fischio d’inizio del Mondiale, aleggiava concretamente lo spettro di uno sciopero destinato a mettere in crisi l’organizzazione del torneo. Circa 2.000 lavoratori e lavoratrici dello stadio, rappresentati dal sindacato Unite Here Local 11, che conta tra i propri iscritti e iscritte oltre 32.000 addetti del settore alberghiero e della ristorazione tra California meridionale e Arizona, avevano – infatti – votato con il 96% dei consensi l’autorizzazione a uno sciopero. Parliamo di cuochi, cassieri, baristi, lavapiatti, addetti alle concessioni alimentari e alle suite. Ovvero tutte quelle figure lavorative che, puntualmente, scompaiono dalla narrazione patinata del grande evento sportivo, ma senza i quali lo show non andrebbe avanti.
Il negoziato con Legends Global, la società che gestisce il servizio di food & beverage dello stadio, era fermo da settimane. I lavoratori e le lavoratrici avevano denunciato offerte salariali giudicate irricevibili, con aumenti nell’ordine di 25 centesimi alla volta. Un’inezia che assume i contorni della vergogna se rapportata agli introiti miliardari generati dal Mondiale, dal Super Bowl e dalle future Olimpiadi di Los Angeles, eventi che hanno trasformato (e trasformeranno) il SoFi Stadium in una delle infrastrutture sportive più redditizie degli Stati uniti.
Alla fine, però, la minaccia di sciopero ha costretto Legends Global a tornare al tavolo negoziale e il sindacato ha ottenuto un accordo definito storico, ufficializzato successivamente con il 99% dei voti favorevoli degli iscritti. L’intesa prevede aumenti salariali significativi: gli addetti ai punti ristoro passeranno da circa 27 a 40 dollari l’ora, i cuochi arriveranno anch’essi a 40 dollari l’ora, mentre tutti i lavoratori non soggetti alle mance riceveranno un incremento di 9 dollari orari. Per i lavoratori e le lavoratrici che percepiscono gratifiche automatiche, come camerieri e baristi, è previsto un aumento del 30% delle mance. L’accordo introduce, inoltre, bonus specifici per i grandi eventi, ovvero una maggiorazione del 50% della paga per tutte le partite del Mondiale e il doppio della retribuzione per il Super Bowl. Sono state ottenute anche tutele contro l’esternalizzazione dei posti di lavoro e un contributo multimilionario da parte di Legends destinato a un fondo per la costruzione di alloggi per i lavoratori e le lavoratrici del settore dell’ospitalità. Un contratto che resterà in vigore fino al 30 aprile 2028, vale a dire un mese prima delle Olimpiadi di Los Angeles.
La mobilitazione, tuttavia, non riguardava soltanto i salari. Lo sciopero voleva essere anche uno strumento di pressione nei confronti della Fifa affinché impedisse la presenza dell’Ice – la controversa agenzia federale statunitense incaricata del controllo delle frontiere e dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione – negli impianti durante il torneo e riconoscesse ai lavoratori il diritto di interrompere il lavoro qualora la presenza degli agenti generasse un ragionevole timore per la propria sicurezza o per quella dei tifosi.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più significativi dell’accordo raggiunto. Il contratto riconosce, infatti, ai lavoratori e alle lavoratrici il diritto di scioperare durante il Mondiale qualora ritengano che gli agenti federali rappresentino una minaccia per il personale o per il pubblico presente allo stadio. Una clausola senza precedenti nel contesto dei grandi eventi sportivi statunitensi, nata dalle preoccupazioni espresse dagli stessi lavoratori. «Prima ancora di parlare di salari o dei bonus legati al Mondiale, i nostri iscritti ci hanno detto: non permetteremo all’Ice di terrorizzarci», ha dichiarato il co-presidente del sindacato Kurt Petersen.
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Sul tavolo c’era anche la questione della raccolta dei dati personali richiesti per gli accrediti Fifa e il timore che tali informazioni potessero essere condivise con le autorità federali. Petersen ha spiegato che la Fifa non ha accettato di garantire formalmente che i dati dei lavoratori e delle lavoratrici non vengano trasmessi al Dipartimento per la Sicurezza Interna, limitandosi ad assicurare che in futuro non saranno raccolte informazioni sensibili non strettamente necessarie ai fini dell’accreditamento.
Una preoccupazione che, è bene dirlo, travalica ampiamente i cancelli del SoFi Stadium. Negli ultimi mesi – infatti – sindacati, associazioni e organizzazioni per i diritti dei migranti hanno dato vita a campagne come «No ICE in the Cup», nate dalla convinzione che il più importante evento sportivo del pianeta non possa trasformarsi in un laboratorio di controllo sociale, paura e discriminazione nei confronti delle comunità migranti che, tra l’altro, costituiscono una parte fondamentale della forza lavoro impiegata negli stadi, negli alberghi, nella ristorazione e nei servizi d’accoglienza legati ai Mondiali. Come recita uno dei manifesti della campagna, vorrebbero che il Mondiale fosse sicuro e gioioso per tutti. Un’affermazione apparentemente banale, quasi scontata, che assume però un significato profondamente politico nel contesto degli Stati uniti di Trump, attraversati da un inasprimento delle politiche migratorie e da un clima di crescente insicurezza per milioni di persone con background migratorio.
Un timore tutt’altro che infondato se si guarda alla gestione dei controlli e dei visti che ha accompagnato anche (e addirittura) l’arrivo delle delegazioni delle diverse nazionali negli Stati uniti. Nei giorni scorsi, all’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan è stato negato l’ingresso nel paese nonostante un regolare visto. La Fifa ha, immediatamente, fatto sapere che dunque non potrà arbitrare alcuna partita di questa edizione della Coppa del Mondo, facendo così svanire il sogno di Artan di diventare il primo somalo a dirigere una partita ufficiale di un Mondiale; l’attaccante iracheno Aymen Hussein è stato sequestrato e interrogato per 7 ore al suo arrivo a Chicago mentre il fotografo ufficiale della delegazione, Talal Salah, ha trascorso più di dieci ore sotto ispezione e alla fine gli è stato negato l’ingresso negli Stati uniti, senza alcun tipo di spiegazione ufficiale. Non tanto meglio è andata alle delegazioni di Uzbekistan e Senegal neanche fossero narcos con controlli direttamente sulla pista d’atterraggio, con tanto di metal detector e cani antidroga. Per non parlare delle migliaia di tifosi e tifose provenienti da Scozia, Senegal, Marocco, Congo e da tutti quei paesi finiti nella black-list statunitense che si sono visti ritirare o negare i visti a poche ore dalla partenza e nonostante avessero già speso migliaia di euro per viaggi, alloggi e biglietti per assistere alle partite.
I tifosi e tifose di tutto il mondo stanno toccando con mano il processo di mercificazione selvaggia del calcio che ha trasformato il gioco più bello e popolare al mondo in un prodotto «premium» accessibile – per lo più – a chi dispone di una considerevole capacità di spesa. Così l’edizione statunitense del Mondiale è gia passata alla storia come la più costosa di sempre per il pubblico. E il tutto coincide con la prima edizione in cui la Fifa ha assunto il controllo totale della vendita dei biglietti, che hanno fatto registrare una decisa impennata dei prezzi rispetto al recente passato. Basti pensare che il costo dei tagliandi è circa il doppio rispetto alla scorsa edizione (Qatar 2022) e addirittura quattro volte superiori rispetto a Usa ‘94, anche tenendo conto dell’inflazione. Il biglietto più economico per una partita della fase a girone costa circa 200 dollari mentre quello meno costoso per la finale parte da 2.030 dollari. A far schizzare i prezzi dei tagliandi è stato anche il sistema del dynamic pricing voluto dalla Fifa che ha fatto sì che per 95 delle 104 partite previste i prezzi sono aumentati nel corso della vendita, con un incremento medio del 35%. La stessa Fifa ha previsto ricavi, dalla sola vendita dei biglietti, per circa 3 miliardi di dollari contro circa 1 miliardo incassato nell’edizione qatariota.
Non deve meravigliare, quindi, se si è parlato di sticker shock, lo shock del prezzo. A Miami, all’inizio di giugno, il costo medio del biglietto più economico disponibile per una partita della fase a gironi sfiorava i 960 dollari. Per assistere all’esordio degli Stati uniti, i prezzi sul mercato secondario superavano i 900 dollari. Diversi media hanno stimato che un tifoso intenzionato a seguire il Brasile per tutta la fase a gironi arriverà a spendere circa 3.800 dollari. Un tifoso dell’Argentina (se dovesse arrivare fino alla finale) potrebbe spendere oltre 30.000 dollari tra voli internazionali, trasferimenti interni, pernottamenti e biglietti dello stadio. I voli tra le città ospitanti oscillano facilmente tra i 250 e i 600 dollari a tratta nei periodi di maggiore affluenza. Gli hotel nelle grandi metropoli coinvolte, da Los Angeles a Miami, da New York a Dallas, hanno registrato aumenti consistenti rispetto alle normali tariffe stagionali, con molte strutture che superano i 300 o i 400 dollari a notte. A questi costi vanno aggiunti i trasporti urbani, i pasti e le spese legate a un sistema di mobilità costruito su distanze enormi e fortemente dipendente dall’automobile privata.
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Respingimenti, scioperi, costi e previsioni di spesa rendono l’evento sportivo che più di ogni altro esalta la retorica dell’inclusione e della popolarità quello che, nei fatti, incarna al meglio i meccanismi di sfruttamento e sopraffazione che regolamentano una società sempre più sovradeterminata dalle regole del capitalismo contemporaneo.
La logica che oggi contraddistingue anche il mondo del calcio si rivela in tutta la sua brutalità. La Fifa, i grandi sponsor e l’industria dell’intrattenimento hanno trasformato il calcio nella merce per eccellenza: confezionata con cura, distribuita su scala planetaria, capace di generare profitti immensi e di attrarre investimenti altrettanto grandi. Un fenomeno che ha trasformato il tifoso in cliente. Lo stadio in piattaforma commerciale su scala nazionale e internazionale, dove anche le emozioni e le passioni sono state sussunte e inserite organicamente nel ciclo della messa a profitto.
Ma come ci ricorda Marx, dietro la produzione di ogni merce si nasconde il lavoro umano. Dietro lo spettacolo di un Mondiale ci sono mani che cucinano, puliscono, trasportano, accolgono, montano, smontano e sorvegliano. C’è una forza lavoro senza la quale lo show semplicemente si fermerebbe. Il plusvalore che alimenta i bilanci record di Infantino&Co. non nasce dal nulla (o dalla bravura imprenditoriale) come il potere politico vorrebbe farci credere, ma nasce dalla differenza tra la ricchezza prodotta da milioni di lavoratori e lavoratrici e la quota infinitamente più ridotta che torna loro sotto forma di salario. Per questo le minacce di sciopero dei lavoratori e lavoratrici del SoFi Stadium rappresentano – nulla più – dell’emergere della contraddizione tra capitale e lavoro nel cuore del più grande evento sportivo del pianeta. In fondo, il calcio continua a essere uno straordinario specchio del mondo. E il mondo che questo Mondiale ci restituisce è quello dominato da una classe dirigente che prova a produrre ricchezza senza precedenti facendo leva sul senso di insicurezza, sullo sfruttamento della manodopera e sull’esclusione sociale. Ma è anche il mondo in cui chi è sfruttato può ancora organizzarsi, scioperare, interrompere la catena dello sfruttamento e rivendicare una diversa distribuzione della ricchezza che contribuisce a creare.. Se si riesce, anche solo per un momento, a costringere chi muove i fili di questo enorme circo a guardare negli occhi le donne e gli uomini che ne sostengono l’intera architettura, siano essi (e esse) lavoratori, tifosi o semplicemente cittadini di questo mondo, allora si potrà dire di aver ottenuto una prima, importante, vittoria.
*Andrea Ponticelli, attivista da più di dieci anni nelle lotte di Napoli e provincia, fa parte del progetto di Calcio&Rivoluzione di cui è tra i principali promotori. Gabriele Granato, attivista sociale, frequentatore di stadi e collezionista di t-shirt da gioco, è appassionato di sport e politica ed è tra i fondatori del progetto Calcio&Rivoluzione.
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