I cappelletti di Lenin

Jacobin Italia - Wednesday, June 10, 2026

«Declinate le vostre generalità!», ordina il presidente del Tribunale.
«Sono Amilcare Cipriani, fu Felice, di 47 anni, domiciliato a Rimini, di professione pubblicista», risponde l’imputato.
«Siete mai stato condannato?». 
«Sì, varie volte, ma quelle condanne mi onorano!».

Ottobre 1891, si è appena aperto il processo per i fatti del Primo Maggio romano. Sono sessantadue gli imputati stipati in un gabbione di ferro costruito proprio per l’occasione. Trentaquattro avvocati difensori, 125 testi d’accusa, 325 a difesa, fra i quali ci sono anche Andrea Costa e il professore della Sapienza Antonio Labriola. Tra gli imputati c’è anche lui, il colonnello della Comune, Amilcare Cipriani, cappello a cencio, barba nerissima, capelli lunghi spioventi, sguardo profondo e intelligente. 

Gli imputati sono accusati di essere un’associazione di malfattori per aver organizzato il grande comizio a Santa Croce in Gerusalemme, il primo Primo Maggio della storia di Roma. L’appuntamento, a cui hanno partecipato repubblicani, massoni, anarchici e socialisti, si è concluso con un bilancio pesante: muoiono una guardia di città, Carmelo Raco, ucciso da un colpo di pugnale alla spalla e da una ferita di rivoltella alla bocca, e Antonio Piscitelli, carrettiere sanlorenzino di origine umbra che per lavoro consegna vino, salumi, verdure e formaggi alle molteplici osterie del quartiere. Piscitelli ha 21 anni e viene ucciso da un colpo di fucile Wetterly sparato da un agente.

Viva la ricotta!

La situazione nella giovane capitale del Regno d’Italia è tesa da tempo. La città è meta di una moltitudine di poveri cristi giunti nella Roma neo-capitale in cerca di un lavoro. In questo momento però si vive una grande difficoltà a causa dell’esplosione della bolla speculativa che ha posto fine alla cosiddetta febbre edilizia, un periodo di euforica crescita economica durato dal 1883 al 1887, trainato dalla costruzione dei nuovi quartieri e dei nuovi edifici ministeriali. I lavori si interrompono con il giungere della crisi, il prezzo più pesante, naturalmente, lo paga il proletariato: si stima che a dicembre del 1887 siano 30 mila i disoccupati e oltre 10 mila i soggetti allontanati con fogli di via. Le strade del centro sono attraversate da cortei e manifestazioni, anche spontanee. I manifestanti si aggirano in bande di venti persone, armati di spranghe, picconi, pale e sassi. Si dirigono verso i nuovi palazzi del potere prendendo d’assalto depositi alimentari, forni e poveri cascherini che incontrano lungo il percorso, addentando le calde pagnotte con grande voracità. Un urlo rimbomba tra le strade del centro: «Viva la ricotta!». Il popolo ha fame, in questa battaglia per riempire la pancia necessita qualcosa di nutriente ma anche saporito. Il gusto non può essere un privilegio delle classi agiate, come da secoli immaginano loro.

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