
Il paradigma MasterChef
Jacobin Italia - Wednesday, June 10, 2026Nel 2007 il film d’animazione Disney Pixar Ratatuille rende popolare un topino-chef al grido: «Chiunque può cucinare». Dal 2012 la versione tricolore del format britannico Masterchef va a caccia del «miglior cuoco amatoriale d’Italia» per trasportarlo nella fascia più alta del settore della ristorazione professionale. Quindici stagioni per un susseguirsi di impiegati dal cuore triste, avvocati col pallino del fornello, casalinghe in cerca di un ruolo extra domestico, arzilli pensionati e, con sempre maggiore frequenza, studenti e under 25 ancora fuori dal mondo del lavoro ma con in testa un chiaro obiettivo: il primo ristorante di proprietà.
Insieme ai concorrenti, via via più skillati e consapevoli delle regole del format, il pubblico matura un approccio ambivalente: ribadire l’ovvia superiorità della cucina italiana (la più bella del mondo, come la Costituzione) mentre si mette al bando la sua versione casalinga, così tanto provinciale, così poco instagrammabile. Nessuno, parola dell’Unesco, cucina come noi. Nemmeno noi, a quanto pare.
Al grido «Abbasso i mappazzoni!» apprendiamo la necessità di strumenti, dal coppapasta all’abbattitore, tecniche (l’affumicatura e la cottura sottovuoto) e ingredienti (il topinambur!) che ci sarebbero apparsi esotici fino a qualche anno fa. Per una nazione ossessionata dal rispetto della vera cucina italiana, che si accapiglia sulla sacralità di ricette a tradizione inventata, vedi la carbonara, un potenziale acceleratore di contraddizioni.
Peccato che, invece di farle esplodere e favorire un immaginario meno beceramente sovranista, tv show come Masterchef impongano una narrazione basata sull’esaltazione dei più triviali luoghi comuni della ristorazione italica, dal nonnismo esercitato su chi si trova alla base della catena produttiva (i concorrenti bistrattati dagli chef-giudici) allo sfruttamento come unica via per creare cibo di qualità. Aprire la dispensa ad alimenti provenienti da ogni parte del mondo e ospitare pluristellati di fama internazionale, al pari dell’introduzione della categoria green per premiare l’approccio ecosostenibile, catapulta concorrenti, giudici e spettatori in un grottesco safari nelle stranezze di un vasto mondo bizzarro del gusto, per poi inscatolarlo nella ben più gestibile area di una mistery box.
In altri talent show si viaggia zaino in spalla in luoghi sperduti, contando sull’ospitalità dei locali che «non hanno niente ma ti danno tutto» e, in ogni caso, «sorridono sempre», solo per scoprire quanto è bello tornare a casa. Nella Fantasilandia del cibo tv si attraversano gastronomie sconosciute collezionando ingredienti-souvenir da esibire nel proprio percorso verso la riscoperta delle origini, vera ossessione della versione nostrana del programma. L’edizione numero quattordici viene ricordata per la vittoria di una chef italiana di «seconda generazione», Anna Zhang, ma fin dal primo masterchef, il greco Spyros Theoridis, modenese d’adozione, la questione dell’identità è centrale.
Abbonati a Jacobin Italia per continuare a leggere
AttivaAccedi se sei già abbonatoL'articolo Il paradigma MasterChef proviene da Jacobin Italia.