
Il tallone di Colleferro
Jacobin Italia - Wednesday, April 15, 2026
Il 28 marzo una grande manifestazione ha attraversato Roma contro i Re e le loro Guerre. Un corteo anticipato da un concerto che è stato non solo una festa, non solo uno show, ma anche e soprattutto un momento di mobilitazione del mondo della musica, della cultura e dei lavoratori e delle lavoratrici dello spettacolo.
Visto come vanno le cose in questi giorni, tra annunci di genocidi via social e la guerra in Asia Occidentale che continua ad allargarsi tra fragili tregue e bombe che cadono, sarà necessario che il movimento No Kings rimanga sulla scena e cresca quanto più a lungo possibile se vogliamo provare a cambiare orizzonte al nostro futuro.
Affinché ciò accada sono però necessarie delle condizioni. La prima di queste è che la spinta alla convergenza e alla costruzione di una piattaforma si sostanzi in battaglie negli spazi del sapere e del lavoro, sui territori e nella società: l’agenda di un movimento non può e non deve essere solo uno scadenzario di eventi, ma deve tradurre in momenti di visibilità, conflitto e consenso l’accumulo delle lotte quotidiane.
Dobbiamo anche porci insieme il problema che non basta dire le cose giuste o essere dalla parte giusta della storia, perché questa sarà solo una magra consolazione se la storia continuerà a produrre traumi, morte, devastazione ambientale e sociale. Da qui il bisogno essenziale di cominciare a riportare delle vittorie, di individuare dei punti di attacco in cui la controparte, ovvero la mostruosa macchina bellica ed ecocida rappresentata dal connubio tra il potere statale guidato da una destra suprematista e un capitalismo in crisi, sia costretta a battere in ritirata.
Crediamo che uno di questi punti di attacco possa essere a pochi chilometri da Roma, in un territorio considerato marginale rispetto allo spazio sociale delle metropoli, ma centrale dal punto di vista della contesa tra chi vuole dare fuoco al mondo e chi vuole ripararlo, come esortava Alex Langer.
Parliamo dell’ex Winchester, stabilimento di proprietà del gruppo Knds (ex Simmel difesa), società franco-tedesca che domina la produzione europea di sistemi militari terrestri, che si trova nelle campagne di Anagni, in provincia di Frosinone.
Per arrivare alle reti che delimitano il sito industriale basta scavalcare un basso cancello dall’area di servizio La Macchia, marciando da Roma in direzione di Napoli. Qui, praticamente dentro l’autostrada A1, vogliono costruire una fabbrica di armi. E davanti ai cancelli dell’ex Winchester manifesterà il prossimo 19 aprile il movimento No Kings, insieme a Disarmiamoli, l’assemblea No War che riunisce le realtà ambientaliste e anti-militariste della zona.
Dall’inizio degli anni Duemila l’attività principale di questo sito è stata la demilitarizzazione dei prodotti bellici, termine che indica la trasformazione di un’arma da guerra in un prodotto di uso civile. Forse non lo sapete ma, anche se ci mettono molto, le munizioni e le bombe scadono esattamente come un barattolo di pelati. Così, come in qualsiasi processo di logistica inversa, i prodotti tornano in fabbrica, e in questo caso l’eccedenza è uno scarto che non ha provocato morte e distruzione.
Una volta arrivati a fine vita gli ordigni vengono smontati in due: la parte inerte viene smaltita in apposite discariche mentre quel che resta della carica esplosiva viene impiegato per usi civili, come l’abbattimento degli ecomostri.
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Ma ora che in tutta Europa soffiano forte i venti guerra, per Anagni non è più tempo di alienare scorte, di certo non è il momento di disinnescare armi. Serve l’esatto opposto, lo stabilimento non deve smaltire il materiale bellico. Adesso è il momento di produrlo. Così nel 2025 dalla divisione italiana del colosso degli armamenti è arrivata la proposta di allargare l’Ex Winchester per sostenere lo stabilimento della vicina Colleferro, dove la Knds produce polveri di artiglieria e munizioni di medio e grosso calibro.
Per ora è tutto sulla carta, e anche per questo i movimenti pacifisti e contro il riarmo hanno l’occasione di fermare questa scellerata operazione e tentare di inceppare la riconversione industriale nel settore bellico. Contro questa eventualità convergeranno i comitati locali, che hanno una lunga storia di lotta contro le nocività industriali e del ciclo dei rifiuti (per incidenza tumorale l’area di Anagni e Colleferro ha numeri non diversi da quelli della Terra dei Fuochi), e di lotta contro l’industria bellica che qua ha prosperato dalla prima metà del Novecento.
I fondi per la riconversione bellica dovrebbero arrivare dal piano europeo Asap, l’Act in Support of Ammunition Production varato nel 2023, con uno stanziamento di 500 milioni di euro per garantire l’aumento a lungo termine della produzione europea di munizioni a beneficio dell’Ucraina e degli Stati membri dell’Ue. Da questo programma di investimenti la multinazionale beneficerà di 40 milioni di euro per fare la nitrogelatina. Ricavata dalla sintesi della nitroglicerina, questo materiale molliccio e altamente pericoloso, necessario per la produzione di propellenti militari, farà precipitare undici capannoni nei terreni dell’azienda, per un ampliamento ritenuto indispensabile e in linea con le politiche europee di riarmo. Con una produzione prevista di 150 chilogrammi di nitrogelatina ogni ora, Anagni pare destinata a rigenerare il mito della vocazione bellica che novant’anni fa portò alla nascita di Colleferro, fondata nel 1935 per dare residenza agli operai della Bomprini Parodi Delfino, la fabbrica di esplosivi e polvere da sparo che guiderà lo sviluppo industriale della Valle del fiume Sacco fino alla fine degli anni Novanta.
Da tre anni la produzione industriale italiana continua a far registrare mese dopo mese il segno meno. Dati così drammatici e prolungati non si sono registrati neanche durante la crisi prodotta dalla pandemia di Covid-19. Così in molte aree dell’Italia intermedia l’economia di guerra si sta imponendo come principale politica pubblica e come occasione di salvataggio per i comparti in crisi. Del resto, la destra di governo ha convalidato questa visione nell’ultima manovra economica.
D’altronde nella legge di bilancio 2026 la maggioranza ha inserito un emendamento che punta a facilitare la riconversione industriale di siti bellici. Secondo il testo, i ministeri competenti, in particolare quello della Difesa insieme al ministero delle Infrastrutture, potranno individuare attività, aree, opere e progetti infrastrutturali «che possano servire alla realizzazione, all’ampliamento, alla conversione, alla gestione e allo sviluppo delle capacità industriali della difesa, qualificati come di interesse strategico per la difesa nazionale». Poche righe per un comma che esprime uno dei primi risultati dell’ordine di scuderia di Donald Trump, ossia destinare il 5% del Pil alla spesa militare. Nelle leggi tutto è giustificato come atto necessario per difenderci, mentre davanti le situazioni di crisi e nei conflitti sociali, soprattutto nei territori di provincia dove persistono tracce di un passato bellico, l’industria delle armi viene presentata come l’unica possibilità per attuare un concreto e duraturo piano di ripresa e resilienza. Prima ancora di pretendere spazio e risorse, società come Knds legittimano la loro espansione utilizzando proprio il lessico adottato nella manovra di bilancio. Ad Anagni la corsa al riarmo è presentata come «una riconversione strategica e d’interesse nazionale», parole che nella Valle del Sacco sono legate all’inquinamento industriale, alle lotte ambientali e all’eredità tossica delle fabbriche di Colleferro, soprattutto ai veleni diffusi dalla Caffaro chimica, l’azienda responsabile del disastro ecologico avvenuto in questa zona. L’ex Winchester si trova nel Sito d’Interesse Nazionale del bacino del fiume Sacco, un’area ufficialmente riconosciuta come altamente contaminata, dove più di settemila ettari di terra restano ancora interdetti all’uso umano, agricolo e zootecnico.
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A pochi chilometri dallo stabilimento di Anagni scorre il Rio Mola Santa Maria, affluente del Sacco, dove nel 2005 uno sversamento di cianuro provocò la morte di trenta bovini. Le analisi condotte sugli animali rivelarono però una contaminazione più persistente e profonda: nei loro tessuti venne rinvenuto anche il beta-esaclorocicloesano, scarto del pesticida lindano prodotto dalla Caffaro fino agli anni Settanta. Da quell’anno Colleferro, Anagni e altri diciotto comuni tra Roma e Frosinone attendono giustizia ambientale e una bonifica del territorio. A distanza di più di vent’anni da quella scoperta, più di mille persone risultano ancora contaminate da questo veleno, tanto che il Dipartimento Epidemiologico del Lazio continua la sua attività di monitoraggio con un piano di sorveglianza speciale per capire le conseguenze del bioaccumulo di questa sostanza tossica capace di interferire con il sistema endocrino e di aumentare il rischio di insorgenza di patologie tumorali. In questa parte del Lazio, le misure di contenimento della contaminazione hanno avuto un costo sociale altissimo. La più feroce è stata l’abbattimento di seimila mucche e quattromila pecore negli allevamenti del frusinate, un sacrificio imposto in nome della sicurezza sanitaria che ha distrutto la filiera agricola. Molte aziende a conduzione familiare non hanno retto il colpo, poche sono riuscite a sopravvivere e alcune di queste oggi sono coinvolte in progetti di ricerca basati su colture sperimentali e sulla fitodepurazione. È tra le stalle di Anagni che il green deal avrebbe potuto assumere le forme di un nuovo modello produttivo, più giusto e dignitoso per lavoratrici e lavoratori; per una terra costretta a incorporare mezzo secolo di veleni e sfruttamento. E invece Bruxelles ha scelto di bonificare le ferite del passato con un arsenale di guerra, come se l’industria bellica fosse ormai l’unica in grado di ricucirle.
Negli ambulatori della zona è attivo il progetto Indaco, che prevede la costruzione di una coorte dei nuovi nati: uno studio pensato per coinvolgere circa 500 tra donne e neonati al fine di misurare i livelli di esposizione e comprendere gli effetti dell’inquinamento fin dalle prime fasi della vita. Un passaggio fondamentale, che richiederebbe un’ampia partecipazione e un forte sostegno istituzionale. E invece, nella provincia di Frosinone, le adesioni si fermano a poco più di 60. Un numero così basso è determinato anche dalla postura delle giunte comunali trainate dalla destra, come quella di Anagni guidata da Daniele Natalia e da una compagine che ha scelto di negare l’evidenza della contaminazione ritenendo l’area Sin un ostacolo allo sviluppo industriale. Mentre si fatica a costruire percorsi di conoscenza e tutela della salute, a impedire la benedizione della filiera bellica c’è solo un consigliere di opposizione, l’avvocato Luca Santovincenzo. Una sproporzione evidente, che mostra quanto sia urgente spostare attenzione e mobilitazioni nelle cinture urbane e in provincia. Una necessità che è anche una sfida alla solitudine, perché in un paese una lotta ci vuole. Ci convoca e chiede di continuare a camminare come il 28 marzo a Roma.
In un’area dove è ancora faticoso parlare di chilometro zero e di riqualificazione, l’ultimo erede dell’industria bellica di Colleferro chiede una garanzia di approvvigionamento a distanza ravvicinata per realizzare una filiera corta delle armi. Osservare la spinta al riarmo da luoghi come Anagni permette di capire cosa accade in ambito procedurale, è infatti negli uffici amministrativi e nelle conferenze dei servizi che il business della guerra trova una corsia privilegiata. Normative, rischi ambientali, voci contrarie, tutto viene invalidato per dare spazio ai nuovi arsenali. Nel caso di Anagni la Knds vuole ottenere la Valutazione d’Impatto Ambientale (Via) nonostante l’area dell’Ex Winchester sia ancora da bonificare. Il gigante delle armi pretende il permesso di costruire senza descrivere come intende affrontare l’impatto sulla biodiversità e senza considerare i pericoli connessi alla nascita di un sito bellico vicino l’autostrada. Ma a garantire copertura all’operazione è l’afonia delle autorità locali e l’evanescenza della politica che fatica a farne una questione nazionale. Speriamo che ci riusciranno i movimenti contro il riarmo e in difesa del territorio.
Qua, in questo fazzoletto di terra in un luogo centrale e periferico a seconda di quale prospettiva si vuole assumere, tante contraddizioni si materializzano in un dispositivo produttivo, in una fabbrica che fa bombe per una precisa scelta politica. È qua che possiamo vincere. Convergiamo.
*Alessandro Coltrè, giornalista e attivista. Si occupa di conflitti ambientali, di inquinamento industriale e di riconversione ecologica. Socio della cooperativa Editrice Circolare e redattore di EconomiaCircolare.com. Il suo ultimo lavoro è un podcast realizzato insieme a Rita Cantalino Molecole, storie di legami e di veleni, prodotto da Fandango, A Sud e Valori.it. Valerio Renzi, giornalista e attivista. Da anni scrive di destre radicali in Italia e in Europa. Il suo ultimo libro è Le radici profonde. La destra italiana e la questione culturale (Fandango Libri, 2025). Ha una newsletter: sedestra.substack.com.
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