La crisi di Hormuz rafforza gli Stati Uniti e lascia l’Europa col fiato sul collo

ReCommon - Monday, March 9, 2026

Il blocco dello stretto di Hormuz, causato dall’escalation militare seguita agli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, sta mandando in pezzi la sicurezza energetica europea. Da lì, infatti, passa circa un quinto del commercio globale di gas naturale liquefatto (GNL) e una quota significativa del GNL che arriva nei terminal europei, soprattutto dal Qatar, attraversa proprio il passaggio marittimo tra Iran e Oman. Non è un dettaglio marginale neppure per l’Italia.

Nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si recò in Qatar insieme all’amministratore delegato di ENI Claudio Descalzi per negoziare nuovi accordi di fornitura di GNL destinati a garantire la “sicurezza energetica” del Paese. Oggi il Qatar resta uno dei pilastri di questo sistema: nel 2025 il GNL ha coperto circa un terzo dei consumi italiani di gas, e circa il 24% del GNL importato in Italia proviene dal Qatar. Non a caso, la compagnia statale QatarEnergy ha appena dichiarato la “force majeure” su alcune forniture di GNL dopo attacchi alle infrastrutture energetiche del Paese, una clausola che consente di sospendere temporaneamente le consegne e che riguarda anche i contratti di lungo periodo con compagnie europee, tra cui ENI.

Secondo una recente analisi dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA), una chiusura dello stretto potrebbe mettere a rischio circa il 10% delle importazioni europee di GNL. I mercati del gas reagiscono in tempo reale a queste dinamiche. Negli ultimi giorni i prezzi del gas europeo sono schizzati alle stelle, riaccendendo i timori di una nuova fase di volatilità energetica. Per paesi fortemente dipendenti dalle importazioni come l’Italia, questo significa una prospettiva molto concreta: instabilità dei prezzi, con costi più alti per imprese e famiglie e il rischio che le bollette tornino a salire.

La crisi nel Golfo Persico non riguarda solo il Medio Oriente. Rivela qualcosa di più profondo: la fragilità della strategia energetica europea degli ultimi anni.

Non è la prima volta che accade. È già successo con la guerra in Ucraina e i suoi effetti sul mercato energetico europeo. Dopo il 2022, il Vecchio Continente ha costruito nuovi terminal di rigassificazione e ha aumentato massicciamente le importazioni di gas naturale liquefatto. Questa strategia ha permesso all’Europa di superare lo shock energetico iniziale e di diversificare le forniture. Ma ha anche prodotto una nuova realtà: la dipendenza energetica non è scomparsa, si è semplicemente spostata. E qui entrano di nuovo in ballo gli Stati Uniti che oggi sono diventati il principale fornitore di GNL dell’Unione Europea. Nel secondo trimestre del 2025 hanno coperto circa il 27% di tutte le importazioni di gas europee e circa il 58% del gas liquefatto importato dal continente. Secondo diverse analisi, se le tendenze attuali continueranno, entro il 2030 gli Stati Uniti potrebbero arrivare a fornire tra il 75 e l’80% del GNL importato dall’Europa.

In altre parole, la dipendenza energetica europea non è finita. Ha cambiato direzione.

Il gas liquefatto viene spesso presentato come una soluzione che garantisce sicurezza e flessibilità. Ma in realtà lega l’Europa a un mercato globale molto più volatile.

A differenza dei gasdotti, il GNL è una commodity globale: le navi metaniere vanno dove il prezzo è più alto. In caso di tensioni internazionali, Europa e Asia competono per gli stessi carichi. Il risultato è un sistema energetico in cui i prezzi possono cambiare drasticamente nel giro di pochi giorni.

Come osserva Seb Kennedy in un’analisi pubblicata da Energy Flux, “Questa guerra è una manna per gli esportatori di GNL statunitensi e una catastrofe per tutti gli altri.” Ogni shock geopolitico nel mercato globale del gas tende oggi a rafforzare la posizione degli Stati Uniti come fornitore dominante. Più aumenta l’incertezza su altri produttori o su alcune rotte marittime, più il GNL americano diventa centrale per l’equilibrio del sistema.

Questo rafforza il peso geopolitico degli Stati Uniti nel sistema energetico globale. Per l’Europa, invece, significa entrare in un sistema molto più instabile, esposto alle crisi geopolitiche, alla competizione con l’Asia per gli stessi carichi di GNL e alla volatilità dei mercati.

L’Italia è pienamente inserita in questa nuova geografia energetica. Non a caso, nelle ore successive all’attacco statunitense contro l’Iran, il governo italiano ha convocato immediatamente ENI e Snam per valutare possibili contromisure e monitorare l’impatto sul sistema energetico nazionale. Su queste contromisure, tuttavia, si sa molto poco: nessun dettaglio è stato reso pubblico su quali scenari siano stati discussi e su quali strumenti il governo intenda utilizzare. ENI ha firmato nel 2025 un contratto ventennale con la società statunitense Venture Global per l’acquisto di circa due milioni di tonnellate di GNL all’anno. Snam gestisce gran parte delle infrastrutture di trasporto e rigassificazione che permettono l’arrivo di questi carichi nel Paese. Dietro c’è anche la finanza italiana: Intesa Sanpaolo è tra le principali banche europee coinvolte nel finanziamento di nuovi progetti GNL negli Stati Uniti, con miliardi di dollari destinati negli ultimi anni allo sviluppo di nuovi terminal.

Il risultato è che una parte crescente del sistema energetico europeo, e italiano, è ormai legata all’espansione del gas liquefatto statunitense. La narrativa della “liberazione dal gas russo” ha quindi nascosto un paradosso: l’Europa ha sostituito la dipendenza dai gasdotti russi con una dipendenza da un mercato globale molto più instabile, in cui rotte marittime, conflitti regionali e competizione tra continenti possono ridisegnare gli equilibri nel giro di poche settimane.

I “vincitori” di questa partita sono le grandi compagnie fossili che continuano a beneficiare dell’instabilità geopolitica. Le crisi energetiche, come si è visto già nel 2022, si traducono spesso in profitti straordinari per i produttori di petrolio e gas. Un paradosso che rende ancora più evidente il nodo politico della questione energetica europea.