
Entreremo in guerra per difendere una rovinosa dipendenza energetica?
ReCommon - Thursday, March 12, 2026Nella giornata di ieri, al Senato, la presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni è intervenuta in merito ai cosiddetti “sviluppi della crisi in Medio Oriente”. La Premier ci ha tenuto a rimarcare che «non siamo in guerra, e non vogliamo entrare in guerra». Fino a qui, tutto bene. Salvo poi aggiungere che sia necessario fare qualcosa «a difesa delle nostre economie». La risoluzione presentata dalla maggioranza ha chiarito cosa possa essere questo “qualcosa”: l’Italia potrebbe entrare in guerra – di soppiatto, si intende – sia per avere la certezza della consegna delle commesse energetiche – ora interrotte dalla chiusura de facto dello Stetto di Hormuz – che a tutela di quelle infrastrutture energetiche a monte delle commesse, cioè raffinerie e, soprattutto, impianti di estrazione e liquefazione di gas.
Si staglia quindi all’orizzonte l’ennesima missione militare a tutela dei cosiddetti “interessi strategici nazionali”, cioè le infrastrutture e le rotte di approvvigionamento di petrolio e gas. Questo già avviene, ad esempio, nel Mediterraneo centrale e orientale e nel Golfo di Guinea. Senza contare le “deviazioni” legate alle missioni EUNAVFOR Aspides e EUNAVFOR Atalanta. Queste due missioni riguardano il pattugliamento del Mar Rosso e dell’Oceano indiano nord-occidentale, ma le “deviazioni” permettono alla marina militare italiana di spingersi fino al Canale di Mozambico per difendere gli interessi strategici “nostrani”. Dati alla mano, però, non si capisce bene quali siano, questi interessi. In quel tratto di mare si trova la piattaforma di estrazione e liquefazione di gas Coral South FLNG di ENI, ma nel 2016 la multinazionale ha firmato un accordo con BP «per la vendita del gas naturale liquefatto (GNL) prodotto dall’impianto». BP lo rivende sul mercato al miglior offerente, ragion per cui su oltre 100 carichi di GNL solo due sono arrivati in Italia.
L’economia italiana è sottoposta costantemente a forti pressioni, causate dalla fluttuazione del costo delle materia prime, soprattutto gas e petrolio, perché ne è dipendente. Ridurre questa dipendenza sarebbe l’unica mossa sensata da fare. E invece il governo cosa fa? Decide, potenzialmente, di inviare la marina militare a rafforzare queste catene di dipendenza, che non sono altro che catene di fragilità economica. Catene che così si stringono al collo della popolazione, soprattutto a quello delle fasce economicamente più vulnerabili. È la dipendenza dalle fonti fossili a creare povertà energetica e, di conseguenza, povertà economica. Una dipendenza – è necessario dirlo ad alta voce – che affama le persone, costrette a scegliere tra la spesa e il carburante solo perché le multinazionali energetiche e le istituzioni finanziarie non vogliono saperne di mollare la presa sui loro profitti, resi possibili grazie a questo business e alla speculazione sui mercati.
Insomma, il nostro Paese rischia di entrare in guerra per difendere gli interessi di pochi. I soliti pochi.