
La politica per trovare un proprio posto nel mondo
Comune-info - Sunday, March 8, 2026

Vertigine (Bordeaux edizioni) di Nicola Ruganti, docente, scrittore, operaio della vita politica e culturale della Capitale, è uno di quei libri che arrivano nel momento esatto in cui ne hai bisogno, come se ti stessero aspettando da tempo. Ho iniziato a leggerlo credendo di seguire la storia di Anna, la protagonista diciottenne che scopre la politica, ma presto mi sono accorta che la voce con cui risuonava dentro di me non era la sua: era quella di Irene, sua sorella. È nel suo passo deciso ma mai ostentato, nel suo modo di oscillare tra entusiasmo e accoramento, che ho riconosciuto la mia postura di oggi. Irene non è un personaggio secondario: è una soglia, un ponte, un varco che si apre verso la politica, ma anche verso un modo adulto di stare nelle cose provando a non perdere se stessi.
La città di T., luogo concreto e simbolico insieme, è lo scenario in cui tutto si muove. Un territorio che sembra respirare con i personaggi, impregnato di memorie ferite che emergono senza mai diventare lezioni frontali. Ruganti racconta la politica con una concretezza rara: non è un’astrazione né un concetto, ma una materia viva fatta di sezioni di partito, volantini, notti insonni, rapporti di forza, delusioni e improvvise resurrezioni. È qui che Anna e Irene incontrano Paolo: un militante quarantenne segnato dalle sconfitte, ma ancora convinto – almeno in parte – che la politica possa cambiare il destino di una comunità.
Ciò che rende Vertigine così necessario è la sua capacità di intrecciare il presente con la memoria lunga del Paese. Le pagine non eludono le ombre della nostra storia recente: il terrorismo neofascista, l’omicidio del magistrato Mario Amato, le verità rimosse degli anni di piombo, le trame oscure che hanno segnato la Repubblica. Tutto emerge non come un repertorio storico, ma come un fiume sotterraneo che ancora scorre, capace di irrompere nel presente dei personaggi e, inevitabilmente, nel nostro.
E poi ci sono quelle cronologie in fondo al libro, dettagli che altrove sarebbero note a margine, mentre qui diventano un modo per ricordarci che le storie individuali non esistono mai da sole. Ogni percorso personale poggia su un terreno politico e storico condiviso: Ruganti non lo dice, lo mostra. E così, mentre Anna cresce e sbaglia, mentre Irene osserva e accompagna, chi legge sente il peso – ma anche la responsabilità – di chi vive dentro un Paese che non ha mai fatto davvero i conti con sé stesso.
Accanto alla dimensione pubblica, Vertigine custodisce una linea intima potentissima, fatta di sguardi, esitazioni, sorellanza, e di quel bisogno di trovare un proprio posto nel mondo senza soccombere al rumore esterno. Il romanzo restituisce anche l’eco recente della pandemia, filtrata attraverso gli occhi di chi era giovane quando tutto è cambiato: non solo paura e solitudine, ma anche la scoperta inattesa della propria stanza come rifugio, spazio sospeso dove il tempo sembrava sciogliersi.
Irene rappresenta la tensione costante tra ciò che vorremmo credere e ciò che vediamo davvero. È la sorella che apre la strada, ma che al tempo stesso sa che nessun ideale sopravvive senza essere continuamente messo alla prova. Nel suo modo di muoversi avanti senza cedere alle scorciatoie ho ritrovato un monito personale: essere fedeli a ciò in cui si crede non significa essere ingenui, ma restare in piedi mentre tutto intorno vacilla.
Alla fine, Vertigine è un romanzo politico, certo, ma non si esaurisce nella politica. È un racconto di formazione, un’indagine sulla memoria, una riflessione sulla comunità e sulle scelte che ci definiscono. È la storia di un Paese fragile e contraddittorio, ma anche di un’ostinata possibilità di speranza. E per me, che ho camminato accanto a Irene per tutta la lettura, è stato soprattutto un libro che insegnava a respirare in mezzo alla vertigine: a non farsi travolgere, a non smettere di credere, a scegliere ogni giorno da che parte stare.
Un libro così non lo incontri spesso. E quando lo incontri nel momento esatto in cui ne avevi bisogno, non puoi fare altro che riconoscere che ti ha cambiato un po’. Anche solo di un millimetro. Ma quel millimetro è tutto.
Nicola Ruganti è docente e scrittore. Insegna, a Roma, letteratura italiana, storia e geografia alle scuole superiori. È autore di Meglio che qua. Novelle di dentro e di fuori (Il barrito del mammut, 2023) e coautore del film Frastuono (2014), film italiano in concorso al 32º Torino Film Festival. Ha collaborato con le riviste «Lo straniero», «Gli asini» e con «minima&moralia». Collabora con il Centro territoriale Mammut (Napoli) e con Utopie Reali Scuola di Politica Popolare (Roma).
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