
Abbiamo accettato di de-umanizzare l’altro
Comune-info - Sunday, January 11, 2026
Nei due condomini di Lecce gestiti dal progetto SAI del Gus, daI 19 al 23 dicembre, non è mancata neanche quest’anno “L’ora del té con te”, un momento di condivisione e scambio di auguri tra i migranti, gli operatori, le operatrici e le persone che abitano nei condomini. Caffè, tè, cioccolata calda, dolcetti di pasta di mandorla: molto più di un “rito” di buon vicinatoC’è un punto, spesso invisibile, in cui una democrazia smette di essere tale e diventa una semplice amministratrice di corpi. È il punto in cui smettiamo di chiederci “è giusto?” e iniziamo a chiederci “funziona?”. Sulla gestione delle migrazioni, l’Europa ha superato questo confine da tempo, costruendo una macchina burocratica fatta per nascondere la verità ai nostri occhi.
Un’inchiesta del quotidiano tedesco Neues Deutschland rivela che l’Italia, con finanziamenti della Commissione europea, starebbe realizzando un Centro di coordinamento di soccorso marittimo (RCC) anche nella Libia orientale, sotto il controllo del generale Haftar. Il progetto ricalca quello avviato a Tripoli nel 2017. Mediterranea Saving Humans denuncia come non si tratti di una struttura dedicata al salvataggio, ma di una sala operativa per coordinare le operazioni di intercettazione e cattura in mare delle persone in fuga da parte della cosiddetta Guardia costiera libica: il centro di Bengasi sarebbe una sala operativa destinata a coordinare le intercettazioni delle imbarcazioni di migranti da parte delle autorità libiche. Un sistema che negli anni ha già consentito il respingimento indiretto e il trasferimento forzato di decine di migliaia di persone verso la Libia, dove sono state rinchiuse in centri di detenzione segnati da violenze sistematiche, torture e abusi documentati da Nazioni Unite e organizzazioni indipendenti.
Secondo il diritto internazionale, i paesi europei non possono riportare indietro nessuno verso la Libia, perché paese non sicuro. Per aggirare questo ostacolo, l’Italia e l’UE hanno creato una scappatoia: finanziano, addestrano e forniscono radar alle autorità libiche affinché siano loro a intercettare e riportare indietro i migranti. Tecnicamente si chiama pull-back. È un gioco di prestigio morale: noi diamo gli occhi (i radar) e i soldi (milioni di euro), ma sono le mani libiche a compiere l’orrore.
Il successo elettorale di queste politiche crudeli svela una verità amara: abbiamo accettato di de-umanizzare l’altro per sentirci, illusoriamente, più sicuri. Ma questa sicurezza è tossica. Nel momento in cui permettiamo che un radar a Tobruk decida della vita e della morte di un uomo senza volto, stiamo distruggendo anche il nostro spazio di diritto. Non è solo il migrante a perdere la dignità; siamo noi a perdere la capacità di riconoscerla, diventando complici di un sistema che usa la paura per nascondere l’ingiustizia sociale che colpisce tutti, italiani compresi.
La filosofia di Judith Butler ci mette davanti allo specchio. Lei parla di “vite degne di lutto”. Perché ci indigniamo per le vittime di una guerra e restiamo gelidi davanti a un naufragio o a un centro di tortura libico? Perché abbiamo imparato a non vedere il volto del migrante. Lo abbiamo trasformato in un numero, in un “carico”, in un segnale su un radar. Butler ci avverte: se decidiamo che alcune vite non sono “abbastanza umane” da essere piante, stiamo distruggendo la nostra stessa umanità. La nostra ipocrisia sta nel piangere a comando solo quando la vittima ci somiglia o quando il colpevole è un nemico lontano.
Nulla di tutto questo è inevitabile. La costruzione del centro di Bengasi è una scelta. L’indifferenza con cui la accogliamo è una scelta. Essere cittadini consapevoli significa rifiutare l’idea che la nostra sicurezza debba essere costruita sulla negazione della dignità altrui. Non si tratta di essere idealisti, ma di essere onesti: se accettiamo che il diritto sia un lusso per pochi, quel diritto smette di esistere per tutti. La domanda che dobbiamo farci, allora, non è più “come fermiamo i migranti?”, ma “cosa stiamo diventando noi?”. Perché l’Europa non perde la sua anima in un colpo solo; la perde un radar alla volta, un finanziamento alla volta, un silenzio alla volta.
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