
Prima di diventare una panchina rossa
Jacobin Italia - Saturday, December 20, 2025
Articolo di Alessia Sardena, Cecilia IulaGiovedì 30 ottobre 2025 la Corte d’assise d’appello di Venezia ha riconosciuto l’attenuante della provocazione alla 34enne Valentina Boscaro, già condannata per l’omicidio di Mattia Caruso, avvenuto nel padovano nella notte tra il 25 e il 26 settembre 2022.
Quella notte, a bordo della sua auto, guidata da Caruso dopo una sottrazione delle chiavi, Boscaro l’ha colpito al petto con il coltello di lui. Racconterà, in seguito, di averlo ucciso dopo mesi di violenza reiterata, tra botte, soprusi e umiliazioni, mentre lui, all’ennesimo litigio per motivi di gelosia, guidava ad alta velocità, senza patente, sotto l’effetto di sostanze, le strattonava gli indumenti intimi e invertiva il senso di marcia, dirigendosi in un’altra direzione. Valentina dice di averlo colpito senza volontà omicida ma perché temeva per la sua vita, e noi le crediamo.
Nel frattempo, in anni di udienze, il tema della violenza subìta dalla donna è rimasto estremamente marginale e la tesi della legittima difesa di Valentina non è mai stata presa in considerazione. Dopo la condanna in primo grado a 24 anni e la riduzione in appello a 20 anni, la Cassazione ha annullato parzialmente e rinviato, disponendo di considerare le eventuali attenuanti. L’ultima sentenza ha infine riconosciuto l’attenuante della provocazione, con relativa riduzione di pena a 15 anni e 6 mesi, dovuta a uno «stato d’ira per conflittualità pregressa».
Condividiamo qui, a partire da un posizionamento politico femminista, le riflessioni collettive emerse nell’assemblea di Non Una di Meno Padova, dopo aver assistito all’udienza. Non ci compete sindacare le decisioni giudiziarie o proporre ricostruzioni alternative. Ci muove invece la necessità di ragionare, a partire da questo caso specifico, su qualcosa che ci riguarda tutte. Cosa succede quando usiamo la violenza per difenderci da un uomo violento? Quali risposte e quali narrazioni sociali si attivano?
Abbiamo individuato tre elementi di analisi politica: la decisionalità maschile, la depoliticizzazione della violenza patriarcale e il disconoscimento dell’autodifesa delle donne.
Uomini che decidono sulle donne
Cominciamo con l’impatto visivo di questa udienza. Alle 9.30, al suono della campanella, entra la corte. Si siedono dieci persone: nell’ordinamento italiano, i reati più gravi sono di competenza della corte d’assise, il cui collegio è composto da due giudici appartenenti alla magistratura, e da otto giudici popolari, cioè cittadini estratti a sorteggio da apposite liste. L’idea è che sui delitti che segnano una rottura profonda del patto sociale, come appunto l’omicidio, la valutazione debba essere non solo tecnica, ma anche etica.
Quel giorno ci sono dieci giudici, di cui nove uomini. Il potere punitivo dello Stato, quello che modifica le vite delle persone, perché decide il perimetro reale della libertà, in quel momento si esprime visivamente in tutta la sua dimensione maschile. Siamo preoccupate. Di fiducia nello Stato ne abbiamo poca, ancora meno se incarnato da una quasi totalità di uomini. Il tema – chi decide su chi? Quale corpo su quale corpo? – non è biologico ma politico, ed è legato alle condizioni materiali di vita. Ci chiediamo come nove uomini, in quanto soggetti che detengono un privilegio di genere e che occupano i vertici della piramide dell’organizzazione sociale patriarcale, possano capire l’esperienza di una donna che proprio dalla violenza patriarcale si è voluta difendere.
Ciò non significa che avremmo voluto vedere tutte giudici donne o una composizione paritaria con un sistema di quote. Una postura materialista ci mantiene lucide rispetto alle derive essenzialiste, secondo cui tra i sessi ci sarebbero differenze intrinseche, e pre-esistenti rispetto alla realtà concreta. Le donne che comandano non sono necessariamente «migliori» degli uomini: genitali e socializzazione di genere non sono garanzia di uno sguardo plurale sul mondo, né tantomeno femminista, come dimostrano bene le varie Thatcher, Meloni, Le Pen, Weidel, Von der Leyen, Takaichi.
Reciprocità e/è depoliticizzazione
All’udienza si esprime la parte civile, in rappresentanza della famiglia di Caruso, costituita in giudizio per ottenere il risarcimento del danno, incommensurabile, derivante dall’uccisione di un figlio, fratello, cugino. La difesa di parte civile ha spaventosamente condensato, in una manciata di ore, tutte le narrazioni patriarcali e violente contro cui come femministe quotidianamente lottiamo.
La prima strategia usata dalla parte civile è quella della minimizzazione, così simile a quella utilizzata dalle narrazioni mainstream sulla violenza di genere. La violenza che Mattia Caruso usava contro Valentina Boscaro – documentata dai messaggi che lui stesso inviava a fratello e amici («L’ho spaccata», «Fra’, l’ho pestata, dopo la terza non si alzava più… le ho fatto l’occhio viola») con foto in cui la donna è stesa e piena di lividi – viene definita «goliardica», legata alla presunta «focosità della coppia» (citiamo testualmente).
Dalla messaggistica emerge un continuum di violenza fisica e psicologica a cui Boscaro, a parere della parte civile, avrebbe avuto l’ardire di reagire, contravvenendo all’immagine della vittima perfetta, per definizione passiva e impotente. Ecco allora che interviene la seconda strategia, ovvero il grande classico della reciprocità della violenza: lui era aggressivo con lei, e lei altrettanto con lui. È vero che lui la picchiava, le rompeva le costole, si vantava dei pestaggi. Lui la umiliava, le sequestrava i documenti, le diceva che le botte se le meritava perché era una tr**a che ci provava con tutti, la minacciava di ammazzarla prima o poi. Sì, la sera stessa lui scriveva all’amico «L’amore mio stasera lo affogo nel laghetto», ma, puntualizza la parte civile, anche lei gli mandava messaggi d’odio, lo graffiava e gli procurava dei lividi, anzi forse lo tradiva pure, perché era iscritta a Tinder. Il fatto che entrambi agissero violenza l’uno nei confronti dell’altra qualificherebbe la loro relazione come «paritaria» (citiamo testualmente). E proprio quest’equivalenza impedirebbe a Valentina di essere classificata come donna maltrattata, superando così il «pregiudizio antropologico» (citiamo testualmente) secondo cui le donne sono sempre vittime di violenza. La parte civile sembra dirci che se entrambe le parti agiscono violenza, allora non ha più senso dividere tra aggressore e aggredita: tutti sono al contempo sia l’una che l’altra cosa, o nessuna delle due.
In questa vicenda leggiamo una continuità tra le narrazioni dentro e fuori l’aula di tribunale, che già avevamo sintetizzato in un comunicato. I discorsi giudiziari e mediatici sulla violenza di genere nelle relazioni intime sono troppo spesso costruiti attorno a un doppio standard. Quando un uomo uccide una donna, viene deresponsabilizzato perché descritto come colto da un impulso ingovernabile: il famoso «raptus». Quando invece la relazione è ad alta conflittualità, la responsabilità viene attribuita a entrambi i partner, la violenza legittimata e le dinamiche di dominio e controllo patriarcale oscurate. In entrambi gli scenari, la tecnica discorsiva è quella dell’individualizzazione, per cui, per dirla à la Thatcher, non esisterebbe la società (violenta), ma soltanto gli individui (violenti).
Per comprendere la violenza di genere – come, del resto, tutte le violenze che traducono oppressioni strutturali, basate ad esempio su classe e razza – c’è invece bisogno di riconoscere il legame indissolubile tra piano individuale e sociale. Va interpretata, lo dice anche la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, come fenomeno strutturale, in quanto «meccanismo sociale cruciale per mezzo di cui le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini».
Un uomo che uccide una donna non è un fatto sventurato e isolato, quando il mondo che abitiamo si fonda sulla gerarchia tra generi, sullo sfruttamento del lavoro riproduttivo gratuito, sulla cultura del possesso e dello stupro. Così, la vicenda di una donna che, per sottrarsi a una relazione violenta uccide un uomo, dev’essere situata e letta dentro a un contesto patriarcale che dà forma a specifici rapporti di forza e specifiche possibilità di sabotaggio o sottrazione.
Individualizzare la violenza, cioè ridurla a questione privata, che nulla ha a che fare con il modo in cui una società è organizzata, serve a depoliticizzarla. Significa negare le diseguaglianze e appiattire le asimmetrie, cancellando storie, identità, contesti e strutture di dominio. Il potere, i privilegi e le oppressioni diventano irrilevanti, e l’analisi si restringe ai soli rapporti individuali, slegati e astratti dalla loro dimensione sistemica.
Pertanto la retorica della reciprocità non tiene. Dire che, in una relazione violenta, una donna che ammazza un uomo «è la stessa cosa» di un uomo che ammazza una donna è una mistificazione della realtà. La violenza maschile sulle donne è sostenuta da un ordine simbolico e materiale patriarcale; la violenza che una donna, per difendersi, agisce su un uomo, no.
La legittimità dell’autodifesa delle donne
Valentina Boscaro è stata a lungo al centro di trasmissioni televisive, articoli di giornali e post sui social di basso livello che l’hanno descritta come «bella e pericolosa», «calcolatrice», financo «strega». Per noi, il tema reale di questa storia è invece l’autodifesa delle donne dalla violenza patriarcale privata. Un’esperienza che la modernità occidentale ha, nel corso dei secoli e fino al presente, sempre disconosciuto e delegittimato.
Nel volume L’autodifesa delle donne. Pratiche, diritto, immaginari nella storia a cura di Simona Feci e Laura Schettini, è illuminante il contributo dell’avvocata Ilaria Boiano sull’istituto giuridico della legittima difesa, ovvero della causa di giustificazione che rende non punibile chi commette un reato per difendersi, purché in presenza di specifici requisiti. Nella storia moderna e contemporanea, sebbene la legittima difesa sia una causa apparentemente neutra dal punto di vista del genere, quindi in astratto applicabile in favore di tutti, in pratica si fatica a riconoscerla quando una condotta violenta è agita da una donna. Del resto, come mostra la magistrata di Cassazione Paola di Nicola Travaglini, nel nostro codice penale (fascista), la stessa norma sulla legittima difesa – che richiede i requisiti dell’attualità del pericolo, dell’ingiustizia dell’offesa e della proporzione tra difesa e offesa – altro non è che la traduzione giuridica dell’antico modello patriarcale del duello, ovvero la pratica con la quale per secoli gli uomini si sono sfidati per proteggere vita, denaro, onore e il pudore della moglie e delle altre donne della famiglia.
C’è poi il tema dell’essere credute solo se ritenute sessualmente morigerate e rispettabili. Boiano ci racconta come, in tempi e contesti differenti, le valutazioni sulle condotte delle donne che si difendevano da un’aggressione sessuale siano sempre state schiacciate prima sulla loro integrità morale: dovevano vantare una «spiccata onestà», ossia essere vergini o vedove caste. Non è un caso che le udienze del processo contro Boscaro siano state farcite da dettagli morbosi, degni dei peggiori talk show, relativi al suo aspetto estetico, agli sguardi maschili che attirava e all’iscrizione a un’app di incontri.
Anche in tribunale, oggetto di valutazione sono state le modalità con cui Valentina Boscaro ha interagito con Mattia Caruso, le sue reazioni alle aggressioni e le sue relazioni passate, con l’obiettivo di sostenere la reciprocità della dimensione conflittuale all’interno della relazione. È un tipico meccanismo dei processi per violenza: strumentalizzare le condotte delle donne per minarne la complessiva credibilità.
In generale, la società occidentale ha tradizionalmente considerato le donne incapaci per natura di difendersi, in quanto incoscienti della volontà delle loro azioni, al punto che il diritto, come ricostruisce Marina Graziosi nel suo saggio Infirmitas sexus: la donna nell’immaginario paternalistico, ne ha messo in discussione l’imputabilità stessa, ritenendole più come oggetti da governare che soggetti dotati di capacità di governo. Individuiamo un filo conduttore tra queste antiche posizioni e l’odierna «sindrome della donna maltrattata». A livello giuridico, spiega ancora Boiano, questa teoria patologizzante porta a considerare una donna che si difende in un crescendo di violenza nei suoi confronti, come un soggetto difettato, che compie azioni perché costretta da esigenze esterne, anziché un soggetto autodeterminato e razionale motivato dall’autoconservazione della propria esistenza.
Cosa significa autodifesa femminista?
Valentina Boscaro, come tante altre prima e dopo di lei, ha usato la violenza per difendersi dalla violenza patriarcale. E il suo tentativo estremo ha attivato la violenza punitiva dello Stato. Lo stesso schema di Makka Sulaev, la 19enne condannata per l’omicidio del padre che da anni vessava lei e la madre, e la cui difesa non è stata riconosciuta come valida e legittima.
Questa storia non è solo di Valentina o di Makka, ma è anche nostra – di tutte noi donne, lesbiche, trans* e persone non binarie – perché ci interroga su cosa vuol dire vivere e resistere alla violenza patriarcale.
L’udienza cui abbiamo assistito ci ha restituito e riconfermato un fatto plastico. Come evidenziato da tante giuriste e criminologhe femministe, il diritto penale, tutto imperniato su rapporti di causalità e proporzionalità, prove e testimoni, non ha l’assetto, il linguaggio e gli strumenti per comprendere la complessità sistemica della violenza contro le donne e le soggettività femminilizzate. Né tantomeno per inquadrare l’azione di chi da questa violenza si difende.
Proprio l’incapacità intrinseca del diritto richiede di continuare a leggere la violenza da una prospettiva femminista, che ne individui cioè la matrice in un sistema patriarcale in cui la violenza è quotidianamente minimizzata, impunita e legittimata, incentivata, normalizzata e riprodotta. Dire che la violenza contro una donna, una lesbica, una trans*, una persona non binaria è un fatto politico è particolarmente urgente oggi, per resistere alle retoriche neoconservatrici e neoliberiste che tentano di raccontare la violenza come faccenda privata, da risolvere col pugno di ferro della criminalizzazione e del securitarismo.
Più di tutto, questa vicenda rende ineludibile la domanda su che cosa significa agire autodifesa. Rifiutando ogni logica vendicativa e omicida, l’autodifesa va considerata un tema complesso che richiede uno sforzo globale e costante. E in questo dibattito così aperto tra i femminismi, noi abbiamo più domande che risposte. Se l’autodifesa femminista è una pratica collettiva, costruita con le reti, gli strumenti e le possibilità che creiamo attraverso la sorellanza e la solidarietà, quanti e quali corpi possono concretamente praticarla? Quali sono i suoi limiti? Quando l’autodifesa collettiva rischia di diventare un privilegio per poche? Cosa vuol dire autodifesa individuale? Quali possibilità, limiti e contraddizioni esprime? Quali visioni di mondo si schiudono di fronte a noi?
*Cecilia Iula è militante di Non Una di Meno Padova e dottoranda in sociologia e scienza politica presso la Scuola Normale Superiore. Alessia Sardena è militante di Non Una di Meno Padova.
L'articolo Prima di diventare una panchina rossa proviene da Jacobin Italia.