
Libia, crimini contro l’umanità: El Hishri consegnato alla Corte penale internazionale
Progetto Melting Pot Europa - Monday, December 8, 2025Per la prima volta dall’apertura delle indagini della Corte penale internazionale (CPI) sulla Libia, nel 2011, un sospettato ricercato è stato consegnato all’Aia 1. Si tratta di Khaled Mohamed Ali El Hishri, conosciuto come “Al-Booti”, arrestato in Germania lo scorso luglio e trasferito alla Corte il 1° dicembre 2025.
Un passaggio considerato storico per le prospettive di giustizia delle migliaia di persone che negli anni hanno subito torture, violenze sessuali, sequestri e abusi nei centri di detenzione del Paese nordafricano.
A commentare la notizia è l’ECCHR, l’organizzazione europea che da anni documenta i crimini commessi nei centri libici, insieme al collettivo Refugees in Libya 2: per le organizzazioni la consegna di El Hishri rappresenta un precedente fondamentale in un momento in cui l’operato della Corte è oggetto di pressioni e delegittimazioni.
«In un momento in cui l’ICC è oggetto di attacchi, la cooperazione della Germania con la Corte e la sua prima consegna di un sospettato costituiscono un precedente importante. Al contrario, il mancato trasferimento da parte dell’Italia di Osama Elmasry Njeem, ora formalmente confermato 3 come violazione dei suoi obblighi di cooperazione, ha minato la responsabilità e rafforzato l’impunità», ha affermato Andreas Schüller, co-direttore del programma Crimini internazionali e responsabilità dell’ECCHR.
La consegna apre una fase decisiva del procedimento. Con l’avvio del processo all’Aia, le organizzazioni della società civile insistono affinché le accuse non si limitino agli elementi più ristretti contenuti nel mandato di arresto dell’estate 2025 4, ma riflettano la reale ampiezza dei crimini commessi e includano tutte le categorie di vittime, in particolare le persone migranti e rifugiate.
«Da anni lottiamo per garantire che le vittime migranti e rifugiate non siano trattate come invisibili. Questo caso deve essere diverso. Ogni sopravvissuto, indipendentemente da dove si trovi o dal passaporto che possiede, deve poter partecipare in modo sicuro e con un reale sostegno legale», ha dichiarato David Yambio, cofondatore di Refugees in Libya.
El Hishri, arrestato a Berlino il 16 luglio 2025 su mandato della CPI, è ritenuto un membro di alto rango della Forza speciale di deterrenza per la lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, conosciuta come Al-Radaa, un potente gruppo armato che opera sotto il Consiglio presidenziale libico.
Tra le strutture gestite da Al-Radaa si trova la famigerata prigione di Mitiga, nella Libia occidentale, dove El Hishri avrebbe ricoperto un ruolo direttivo.
Il mandato di arresto lo accusa di aver commesso o supervisionato crimini contro l’umanità e crimini di guerra tra il 2015 e l’inizio del 2020: omicidi, torture, trattamenti crudeli, stupri e altre forme di violenza sessuale, persecuzioni e oltraggi alla dignità della persona.
La vicenda giudiziaria di El Hishri si inserisce in un quadro più ampio: la trasformazione della Libia, negli ultimi quindici anni, in uno snodo cruciale – e sempre più pericoloso – delle politiche di controllo delle migrazioni nel Mediterraneo e di esternalizzazione delle frontiere europee.
Grazie alla sua posizione geografica – sottolinea ECCHR – la Libia è da tempo una destinazione e un paese di transito per persone provenienti dall’Africa subsahariana. Tuttavia, dopo la caduta di Gheddafi nel 2011, il Paese è precipitato in una guerra civile che ha frammentato il territorio in aree di influenza, aprendo spazio a milizie e attori armati che competono per risorse e potere.
In questo scenario, le persone migranti sono diventati una “risorsa economica”: manodopera forzata, oggetto di rapimenti ed estorsioni, vittime di schiavitù sessuale o reclutamento forzato.
Negli ultimi dieci anni questa economia del conflitto si è consolidata in una vera e propria industria della detenzione, fondata sul controllo violento delle rotte migratorie e sulla gestione dei centri, ufficiali e non ufficiali.
Un sistema che si intreccia strettamente con le politiche dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri, che nel tentativo di bloccare le partenze hanno stretto accordi con la cosiddetta guardia costiera libica e con vari attori coinvolti nella gestione della migrazione.
L’ECCHR, insieme a sopravvissuti e partner sul campo, ha presentato nel 2021 e 2022 due comunicazioni ai sensi dell’articolo 15 dello Statuto di Roma, denunciando in particolare il ruolo dell’Europa.
Secondo l’organizzazione, attraverso la progettazione, l’organizzazione e il finanziamento di politiche di esternalizzazione delle frontiere «razziste ed escludenti», alti funzionari europei sono complici dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra commessi contro le persone in movimento in Libia e nel Mediterraneo. Finora, nessun responsabile europeo è stato chiamato a rispondere.
L’impunità libica continua così a produrre effetti in tutta la regione mediterranea. Sulla scia del modello sperimentato a Tripoli, l’UE ha siglato analoghi accordi migratori con Tunisia, Egitto e altri Paesi della regione, alimentando ulteriori violazioni contro le persone in movimento.
Parallelamente, la crescente criminalizzazione delle missioni civili di soccorso in mare ha ulteriormente indebolito gli sforzi per salvare vite umane, in violazione degli obblighi internazionali.
Per contrastare questa deriva, ECCHR, organizzazioni partner e gruppi di sopravvissuti chiedono che la CPI indaghi a fondo sui crimini commessi non solo sul territorio libico, ma anche in mare, e che la catena delle responsabilità – nazionali ed europee – venga finalmente portata alla luce.
Con il trasferimento di El Hishri all’Aia, la CPI apre quindi una fase cruciale: l’Ufficio del Procuratore dovrà definire l’impianto definitivo delle accuse e se questo include realmente tutte le vittime e la filiera di responsabilità.
Per molte organizzazioni questo primo caso sulle violenze in Libia sarà un test decisivo della capacità della Corte di confrontarsi con un sistema criminale strutturale, radicato nella detenzione arbitraria e nelle politiche migratorie europee e degli Stati membri, che – nonostante le numerose denunce pubbliche – hanno continuato a stipulare accordi garantendo finanziamenti, dotazioni militari e addestramento alle milizie.