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Sea Watch 5 approda a Trapani per emergenza sanitaria con a bordo 57 persone
È attraccata il pomeriggio di mercoledì 18 marzo al porto di Trapani la nave Sea Watch 5 con a bordo 57 persone migranti soccorse nei giorni scorsi nel Mediterraneo centrale. All’imbarcazione era stato inizialmente assegnato dalle autorità il porto di Marina di Carrara, a oltre mille chilometri di distanza, ma le condizioni di salute delle persone a bordo hanno reso quella destinazione incompatibile con la loro sicurezza. I 57 naufraghi a bordo erano il risultato di due operazioni di soccorso condotte nei giorni precedenti in condizioni meteo estreme. Il 16 marzo l’equipaggio aveva prima recuperato 54 persone, poi un secondo gommone in difficoltà con altre 40 circa. Una notte drammatica: tra i casi medici più gravi quello di una bambina di due anni in severa ipotermia, le cui condizioni avevano fatto temere per la vita. La stessa notte, 9 persone – tra cui la bambina- erano state evacuate dalla Guardia Costiera e trasferite a Lampedusa. Nei giorni precedenti il quadro nel Mediterraneo centrale era già tragico: un bambino risultava disperso, un ragazzo di 21 anni era arrivato morto a Lampedusa. > Nel Mediterraneo la tempesta è già iniziata, ma sappiamo di oltre 225 persone > in mare aperto, che non sono ancora state soccorse [Thread 1/3 🧵] > pic.twitter.com/LK0OAmWvta > > — Sea-Watch Italy (@SeaWatchItaly) March 16, 2026 È in questo contesto che le autorità italiane hanno assegnato alla nave il porto di Marina di Carrara: quattro giorni di navigazione supplementare per persone stremate, con mare mosso e bisogno urgente di assistenza medica a terra. A comunicare passo dopo passo la scelta di non rispettare l’assegnazione di un porto così lontano è stata la stessa organizzazione tedesca. Tra le persone soccorse erano presenti persone esauste, colpite dal mal di mare e con ustioni da carburante, oltre a una donna incinta e diversi casi bisognosi di cure mediche urgenti, per scongiurare il rischio di infezioni e possibili sepsi. Di fronte ad una situazione sempre più difficile, Sea Watch già da ieri aveva dichiarato lo stato di necessità. «La nave Sea Watch 5 dichiara lo stato di necessità: l’irresponsabile blocco imposto dall’Italia mette in pericolo i 57 sopravvissuti, che sono esausti, soffrono di mal di mare e hanno ustioni da carburante. Hanno bisogno di cure mediche immediate per prevenire infezioni e possibili casi di sepsi. A bordo c’è una donna incinta. La sordità delle autorità italiane ai loro bisogni è un’offesa ai diritti umani». La nave si trovava già nel Canale di Sicilia, davanti alla costa trapanese, quando l’equipaggio ha scelto di deviare la rotta assegnata e puntare su Trapani. Una decisione presentata dall’Ong non come una scelta, ma come l’unica strada percorribile. «Non sottoporremo le 57 persone a bordo di Sea Watch 5 a un viaggio di altri 1.100 km per raggiungere Marina di Carrara. È tortura di Stato. Disobbediamo a questo ordine assurdo e facciamo rotta verso Trapani». Anche dopo aver comunicato questa decisione e con persone a bordo sempre più stremate, però, la nave ha dovuto attendere ore prima di ricevere l’autorizzazione ad entrare in porto. Un’attesa che Sea Watch ha definito intollerabile. «Avrebbero potuto risparmiare un altro giorno di sofferenza alle 57 persone a bordo di SeaWatch 5. Invece, da ieri notte, siamo al largo di Trapani in una situazione di stallo. Chiediamo di poter entrare in porto adesso. Basta con questo muro politico sulla pelle dei più deboli». Solo dopo questo ulteriore stallo è arrivato il via libera all’attracco. «La SeaWatch5 sta entrando in porto a Trapani, nel rispetto dei diritti delle persone a bordo – ha scritto al momento dell’ingresso in porto – . Non abbiamo permesso che le 57 persone a bordo pagassero il prezzo delle manovre strumentali del Governo italiano sulla loro pelle. Ogni ulteriore ritardo sarebbe irresponsabile». Ora c’è da aspettarsi l’ennesimo provvedimento repressivo da parte del Viminale. Il caso della Sea Watch 5 riporta tuttavia al centro del dibattito una pratica consolidata delle autorità italiane e prevista dal decreto Piantedosi: l’assegnazione sistematica di porti lontani, che allunga i tempi di permanenza in mare per persone già provate da traversate spesso drammatiche. Una scelta che le organizzazioni della flotta civile – insieme a diversi giuristi e alle sentenze di numerosi tribunali – considerano in contrasto con i principi fondamentali del diritto del mare e con la tutela della vita umana. Nelle stesse ore in cui andava in scena l’ennesimo braccio di ferro tra le autorità italiane e una Ong del soccorso, Alarm Phone segnalava un nuovo episodio di cattura e respingimento da parte della cosiddetta Guardia costiera libica. Secondo quanto denunciato, il naufragio sarebbe avvenuto proprio nel momento in cui i libici tentavano di salire a bordo dell’imbarcazione. Diciassette persone hanno perso la vita. I loro corpi, secondo le testimonianze raccolte, sarebbero stati abbandonati in mare invece di essere portati a terra per essere identificati e sepolti. > 🆘 ~62 people in distress at sea in the central Mediterranean! > > The people on board, who are trying to escape from #Libya, report of high > waves and we fear for their lives. Relevant authorities are informed: Rescue > these people to safety before it is too late! pic.twitter.com/COATUu0Euz > > — @alarmphone (@alarm_phone) March 15, 2026 Nel Mediterraneo centrale, la guerra per procura degli Stati europei, e dell’Italia in prima fila, contro le persone migranti non si ferma mai.
Accedere ai centri in Albania è un diritto: ASGI vince il ricorso
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio ha sancito il diritto dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e della società civile di accedere alle strutture di trattenimento realizzate in Albania, a Gjadër e Shëngjin, nell’ambito del Protocollo Italia-Albania ratificato con la legge n. 14/2024. Una vittoria che arriva dopo il diniego opposto dalla Prefettura, che aveva giustificato il rifiuto con una motivazione alquanto discutibile: « (…) l’attuale clamore mediatico che coinvolge i centri di permanenza per il rimpatrio sconsiglia, al momento, l’ingresso nei suddetti centri, onde evitare rischi sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica». Una motivazione che il TAR ha smontato pezzo per pezzo. I giudici hanno ribadito la piena legittimazione statutaria di ASGI ad accedere ai luoghi di privazione della libertà e hanno scritto che l’accesso può essere differito, ma non impedito, e solo in presenza di rischi «concreti e specificamente motivati» per l’ordine e la sicurezza pubblica. Rischi che, sottolinea la sentenza, «non possono sussistere a tempo indefinito». Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA CENTRI IN ALBANIA, BRUSCA ACCELERATA DEL GOVERNO. È IL MOMENTO DI UNA RISPOSTA ALL’ALTEZZA 90 presenze e intensificazione dei trasferimenti: il “modello Albania” cambia scala. La finestra per fermare la normalizzazione è ora Francesco Ferri 26 Febbraio 2026 «Le contingenze politiche attuali non possono costituire un ostacolo al controllo democratico della società civile sui luoghi di trattenimento dei cittadini stranieri», scrive ASGI, che richiama una consolidata giurisprudenza amministrativa di diversi TAR costruita negli ultimi anni proprio attorno al diritto di accesso ai CPR, ma che trova ancora ostacoli e impedimenti illegittimi delle Prefetture. La sentenza porta con sé anche un’apertura ulteriore: i centri di trattenimento devono essere accessibili non solo agli enti associativi, ma anche a «soggetti diversi» che ne facciano «motivata richiesta». La pronuncia, sottolinea infine ASGI, ha il pregio di affermare l’accessibilità dei centri di trattenimento a soggetti anche diversi dagli enti associativi, che ne facciano motivata richiesta, un principio che assume oggi un’importanza cruciale alla luce dell’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su asilo e immigrazione nel giugno 2026, che annuncia il ricorso sistematico al trattenimento e al confinamento dei cittadini migranti.  In questo scenario, la possibilità per la società civile di varcare i cancelli di strutture detentive come quella di Gjadër e degli altri CPR non è un dettaglio procedurale di poco conto. Per le persone trattenute, spesso prive di riferimenti, e soprattutto a cui sono negate le più elementari tutele, può rappresentare l’unica concreta occasione per accedere a una difesa legale. Inoltre, tale azione può far emergere prassi illegittime dei trasferimenti, nonché raccogliere testimonianze e documentare le condizioni del trattenimento. T.A.R. per il Lazio, sentenza del 17 febbraio 2026
Nuova richiesta di aiuto dal CPR di Macomer
A pochi giorni dall’ultima denuncia sulla quotidiana violenza e le condizioni disumane nel CPR di Macomer, arriva un nuovo allarme dai detenuti. Notizie/CPR, Hotspot, CPA «QUI OGNI GIORNO LA GENTE VUOLE SUICIDARSI» Il grido degli internati del CPR sardo di Macomer Redazione 10 Marzo 2026 In un messaggio diffuso dall’Assemblea No CPR Macomer e LasciateCIEntrare le persone trattenute raccontano una situazione critica: «È scoppiato un incendio nel centro e la situazione è molto caotica. Tra i detenuti c’è molta paura e preoccupazione per la nostra sicurezza e per la nostra vita. Non abbiamo informazioni chiare e temiamo che la situazione possa peggiorare». Secondo quanto riportato, il blocco coinvolto nell’incendio è stato di nuovo reso operativo, e i detenuti denunciano di essere stati riportati in un’area che risulta bruciata. L’allarme non riguarda solo la sicurezza immediata: è anche un richiamo urgente a verificare le condizioni igieniche, sanitarie e psicologiche di tutti gli internati. «Vi chiediamo con urgenza di intervenire, di monitorare quello che sta succedendo qui e di assicurarvi che tutti i detenuti siano al sicuro. Abbiamo bisogno del vostro sostegno e che la nostra voce arrivi alle autorità e ai media». Il nuovo messaggio conferma e amplifica le denunce precedenti: cibo insufficiente, assenza di assistenza medica, violenza psicologica e isolamento. La ripetuta esposizione a situazioni di pericolo e la gestione approssimativa del CPR mostrano ancora una volta la crudeltà intrinseca del sistema di detenzione amministrativa. > «Per favore non ignorate questo messaggio. La situazione è pericolosa e > abbiamo bisogno di aiuto.» Le voci che arrivano dall’interno sono un grido diretto di sopravvivenza e dignità, e meritano di essere ascoltate fino a quando tutti i CPR non saranno definitivamente chiusi.
Sospeso il fermo della Humanity 1
Il tribunale di Chieti ha sospeso l’efficacia del fermo amministrativo e della sanzione pecuniaria inflitti alla nave di soccorso Humanity 1. La decisione 1, adottata il 12 marzo 2026, rappresenta un nuovo passaggio giudiziario che mette in discussione l’uso sistematico di provvedimenti amministrativi contro le organizzazioni impegnate nelle operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. La nave era stata fermata nel porto di Ortona nel dicembre 2025 per venti giorni 2. La contestazione delle autorità riguardava la mancata comunicazione con le autorità marittime libiche durante un’operazione di soccorso. Notizie/In mare HUMANITY 1 TRATTENUTA A ORTONA: L’ENNESIMO FERMO CONTRO IL SOCCORSO CIVILE «Incompatibile con il diritto internazionale» Redazione 3 Dicembre 2025 Un’accusa che si inserisce nel quadro delle politiche italiane ed europee che tentano di subordinare le operazioni delle ONG al coordinamento con il cosiddetto centro di coordinamento libico. Secondo l’alleanza Justice Fleet, di cui fa parte la Humanity 1, la richiesta di contatto con le autorità libiche non solo è problematica dal punto di vista operativo, ma contrasta con decisioni già adottate dalla magistratura italiana. Diversi tribunali hanno infatti riconosciuto che la cosiddetta Guardia Costiera libica non può essere considerata un attore legittimo nel sistema internazionale di ricerca e soccorso. Numerose inchieste e rapporti internazionali hanno documentato, negli anni, il coinvolgimento delle autorità libiche in gravi violazioni dei diritti umani ai danni di migranti e richiedenti asilo intercettati in mare e riportati forzatamente nei centri di detenzione in Libia. Per questo motivo le organizzazioni della Justice Fleet hanno scelto di non intrattenere comunicazioni operative con il centro di coordinamento libico, ritenendo che tale collaborazione possa contribuire a respingimenti verso un paese considerato non sicuro. Approfondimenti/In mare JUSTICE FLEET ALLIANCE: LE ONG DEL MEDITERRANEO INTERROMPONO I CONTATTI CON TRIPOLI «Non è solo moralmente giusto, ma anche giuridicamente necessario» Giulia Stella Ingallina 17 Novembre 2025 La decisione del tribunale di Chieti si inserisce in una serie di pronunce giudiziarie che negli ultimi mesi hanno progressivamente ridimensionato l’impianto repressivo contro le navi umanitarie. Nel febbraio 2026 il tribunale di Catania aveva già revocato il fermo della nave Sea-Watch 5, mentre altri provvedimenti simili sono stati dichiarati illegittimi anche in relazione alla Sea-Eye 5. Nonostante queste decisioni, la pressione amministrativa sulle ONG continua. Nel febbraio 2026 un nuovo ordine di fermo è stato notificato alla Humanity 1 nel porto di Trapani e la nave risulta tuttora bloccata. L’organizzazione SOS Humanity ha già presentato ricorso contro questo provvedimento, aprendo un ulteriore fronte giudiziario. Notizie/In mare LA HUMANITY 1 BLOCCATA PER 60 GIORNI A TRAPANI PER AVER OBBEDITO ALLA LEGGE DEL MARE Secondo Piantedosi non hanno collaborato con le milizie libiche Redazione 14 Febbraio 2026 Per la Justice Fleet, la sospensione decisa dal tribunale di Chieti rappresenta comunque un segnale significativo. «Il tribunale di Chieti ha sospeso il fermo e la multa a carico della nostra nave di soccorso nel dicembre dello scorso anno: un’altra vittoria per la Justice Fleet dopo che i fermi della Sea-Watch 5 e della Sea-Eye 5 sono stati dichiarati illegittimi. Ciò dimostra ancora una volta che le politiche ostruzionistiche dei governi violano il diritto internazionale, mentre la Justice Fleet continua a resistere con forza». Il contenzioso tra autorità e organizzazioni di soccorso resta quindi aperto. Da una parte, governi che continuano a utilizzare strumenti amministrativi per limitare la presenza delle ONG nel Mediterraneo centrale; dall’altra, una rete di organizzazioni e avvocati che porta queste misure davanti ai tribunali, ottenendo sempre più spesso pronunce che richiamano il rispetto del diritto internazionale del mare e dell’obbligo di soccorso. Nel frattempo, nel Mediterraneo centrale continua a essere una delle rotte migratorie più letali al mondo. E il ruolo delle navi civili resta, nonostante tutti gli ostacoli, uno degli ultimi presìdi di soccorso per chi tenta la traversata. 1. Puoi consultare la decisione qui ↩︎ 2. La nave di soccorso Humanity 1 è stata detenuta a Ortona, SOS Humanity (10 dicembre 2025) ↩︎
Bologna, sabato 14 marzo: in piazza contro i CPR e il governo Meloni
Sabato 14 marzo, a partire dalle 15.30, piazza XX Settembre a Bologna sarà il punto di convergenza di una manifestazione regionale che si preannuncia ampia e trasversale. Sotto lo slogan “No al governo Meloni in tutti i modi possibili – Insieme battiamo il tempo della libertà“, scendono in piazza realtà sociali, associazioni, sindacati e movimenti dell’Emilia-Romagna e non solo. Il corteo nasce dall’assemblea regionale del 20 febbraio al TPO, convocata contro qualsiasi ipotesi di costruzione di un Centro di Permanenza per Rimpatrio in regione e contro la nuova stagione repressiva. A fare da innesco era stato il presidente della Regione De Pascale, che aveva chiesto al Viminale l’avvio di un confronto sui temi della sicurezza urbana: il ministro Piantedosi aveva colto l’occasione per annunciare l’intenzione di realizzare un CPR proprio in Emilia-Romagna, a Bologna. Le dichiarazioni di De Pascale avevano inoltre scatenato una contestazione in aula da parte di attivistə, che avevano costretto a sospendere la seduta. La lettura comune della fase politica, frutto dell’assemblea, è riassunta nell’appello: «Stiamo assistendo a una deriva autoritaria senza precedenti. Il nostro governo ha emanato un ennesimo decreto sicurezza da cui trapela la volontà di arginare qualsiasi tipo di dissenso. Fanno leva sulla paura, emanano decreti che ci trascinano in uno stato di polizia, colpiscono le seconde generazioni e le persone migranti sempre più marginalizzate in ambienti punitivi, creano zone rosse, prevedono blocchi navali per le Ong che operano nel Mediterraneo, vogliono costruire nuovi CPR anche in Emilia-Romagna, fanno fermi preventivi per chi manifesta». «Ci sono centinaia di persone – prosegue il testo dell’indizione – che da Bologna a Ferrara, ma anche da Trento a New York si sono riunite per dire che un Cpr è un lager e non potrà mai essere aperto in Emilia-Romagna, a Bologna né altrove». Una lettura che, inevitabilmente, in questi giorni si è allargata ad altri temi centrali quali la guerra, il reddito, la casa e quanto è successo all’ospedale di Ravenna.  Sulla vicenda dei medici indagati per aver rilasciato certificati di inidoneità alla detenzione nei CPR, il Centro F. Lorusso invita alla partecipazione dietro lo slogan “La cura non è reato”: «I medici inquisiti di Ravenna, accusati e calunniati da esponenti del ceto politico di destra, sono innocenti. Hanno esercitato correttamente la loro professione e meritano un encomio». La manifestazione di Bologna è al tempo stesso un tassello di un percorso più ampio: «I nostri No sono intersezionalità delle lotte e non sono solo slogan, non sono sommatorie di percorsi ma sono semi che piantiamo oggi per la realizzazione di un mondo nuovo, contro i re dei nostri tempi e le guerre che conducono in nome del loro profitto». L’appuntamento del 14 marzo guarda già alla data nazionale del 27 e 28 marzo a Roma: «Per questo lanciamo la sfida di comporre insieme la manifestazione del 14 marzo a Bologna, per poi andare in migliaia di persone a Roma il 28 marzo per la manifestazione Together, dopo aver votato No al referendum. Partiamo dalla resistenza delle città e dei territori ribelli per fare la primavera e costruire il mondo nuovo». > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da No Kings Italy (@nokingsitaly)
Piana di Gioia Tauro: la precarietà negli insediamenti non cambia, anzi peggiora
Per il tredicesimo anno consecutivo Medici per i Diritti Umani interviene nella Piana di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria. Un incendio, condizioni igieniche gravemente inadeguate e i fallimenti del Decreto Flussi: il quadro di una marginalità che non cessa di riprodursi. Tredici anni di interventi. Tredici anni di rapporti, appelli, richieste inevase che non hanno cambiato la situazione nella Piana di Gioia Tauro. Medici per i Diritti Umani (MEDU) è tornata nei mesi di gennaio e febbraio 2026 nel campo container di Contrada Russo e nella Tendopoli di San Ferdinando, offrendo supporto socio-legale e orientamento sanitario ai braccianti stagionali che popolano questi insediamenti 1. Un impegno che si rinnova, invariato, mentre la marginalità – abitativa, lavorativa, istituzionale – continua a riprodursi con la stessa meccanica inesorabile. Il personale di MEDU ha preso in carico quaranta persone regolarmente soggiornanti, provenienti da diversi Paesi dell’Africa occidentale. Il 70% vive stabilmente in Italia da oltre tre anni, spostandosi stagionalmente seguendo i cicli agricoli. Trenta di loro erano già state supportate negli anni precedenti, a riprova di quanto sia difficile uscire da questo tipo di situazione.  Clicca per scaricare «Conferma la cronicizzazione della marginalità abitativa e lavorativa», scrive MEDU nel suo rapporto che sottolinea la continuità storica di un sistema che si autoriproduce. Sul fronte lavorativo, la paga media dichiarata è di circa 50 € al giorno. Si registra un maggiore ricorso a contratti formali rispetto agli anni precedenti, ma «sono diffusi contratti brevi e giornate non registrate». Le giornate riportate in busta paga, tra le dodici e le venti al mese, «raramente coincidono con quelle effettivamente lavorate». A peggiorare il quadro, la stagione agrumicola è stata più breve e meno redditizia del solito, complice la ridotta resa produttiva legata alla siccità dell’anno precedente. La Tendopoli di San Ferdinando, quest’anno, ha ospitato in media circa cinquecento persone, contro le milleduecento degli anni di punta. Un numero inferiore, ma non meno preoccupante. Quella che era nata come soluzione temporanea è diventata, nei fatti, «uno spazio di marginalità permanente». I servizi igienici sono deteriorati, l’illuminazione assente, le tende consunte. I rifiuti vengono bruciati sul posto in assenza di sistemi di raccolta adeguati. Le misure di sicurezza sono di fatto inesistenti. Proprio queste condizioni strutturali hanno determinato, nel corso della missione di MEDU, un nuovo episodio allarmante: un incendio ha coinvolto due tende, rendendo necessario il trasporto in ospedale di un giovane residente. Non è la prima volta. Negli anni scorsi roghi analoghi hanno già provocato vittime all’interno dell’insediamento.  «Non si tratta di fatalità, ma dell’esito prevedibile di condizioni strutturalmente insicure», afferma MEDU. «Ogni incendio non è un incidente, bensì è la conseguenza logica di un sistema che non viene messo ». Operatori e operatrici di MEDU segnalano inoltre l’emergere di nuove forme di vulnerabilità: un aumento della presenza di persone con dipendenze, di cittadini stranieri con disagio psichico e, soprattutto, di lavoratori segnati dal fallimento del Decreto Flussi. Si tratta di persone entrate regolarmente in Italia ma rimaste escluse dalla procedura di assunzione e dalla regolarizzazione, «precipitate in una condizione di invisibilità istituzionale».  Il decreto, che avrebbe dovuto aprire canali legali di ingresso regolare, nella realtà ha prodotto, per molti, solo nuova esclusione. Di fronte a questo quadro, MEDU rinnova le sue richieste alle istituzioni: superare l’approccio emergenziale con un piano strutturale di accoglienza diffusa; garantire effettivamente l’accesso a residenza, codice fiscale e assistenza sanitaria; rafforzare i controlli lungo tutta la filiera agricola; riformare in profondità il Decreto Flussi per evitare che continui a produrre esclusione anziché “integrazione”. «Finché la risposta resterà temporanea, la marginalità continuerà a riprodursi, lasciando centinaia di lavoratori intrappolati tra precarietà abitativa e ricattabilità lavorativa», conclude il rapporto di MEDU.  Un’accusa chiara verso le politiche governative, non solo di destra. Tredici anni di interventi, e la situazione è ancora ferma – se non in peggioramento – sorda alle richieste di azioni concrete che non arrivano. 1. L’attività di MEDU si svolge nell’ambito del progetto “Campagne aperte. Laboratorio di pratiche territoriali per promuovere dignità di vita e di lavoro”, finanziato dalla Fondazione con il Sud. Il progetto prevede un ampio partenariato, con capofila il Centro Regionale di Intervento per la Cooperazione (CRIC) e con i seguenti partners: Arci Reggio Calabria APS, Associazione di Chiese, Rete delle Comunità Solidali (Re.Co.Sol.), Città metropolitana di Reggio Calabria, Nuvola Rossa APS, Università della Calabria, Medici per i Diritti Umani (MEDU). ↩︎
«Qui ogni giorno la gente vuole suicidarsi»
> «Siamo 20 persone e siamo nella peggiore condizione perché il trattamento qui > è pessimo. Per favore, aiutateci. Non possiamo sopportare qui: ogni giorno la > gente vuole suicidarsi». Così inizia la denuncia contenuta in un comunicato stampa firmato da Assemblea No CPR Macomer e LasciateCIEntrare, che riporta le testimonianze di 16 internati del CPR di Macomer. Le parole raccontano una realtà di sofferenza estrema e rappresentano un grido d’aiuto rivolto alla società tutta: «Oggi sembra un anno [i giorni scorrono tanto lenti da sembrare lunghi come un anno]. Anche il nostro stato psicologico è pessimo. Anche il cibo non è buono e qui non tutto è buono, ci sono otto persone gravemente malate e non c’è personale medico. Hanno bisogno di cure il prima possibile. C’è molto razzismo: persone che non hanno fatto nulla di male sono qui nelle loro condizioni peggiori. Sono state portate qui direttamente dal mare. Non hanno fatto nulla di male. Non c’è personale medico, c’è molto razzismo. Vogliamo cambiare questo centro. Vogliamo andare in un altro centro. Per favore e grazie mille». Il comunicato denuncia condizioni gravissime: cibo insufficiente, tutela sanitaria e giuridica carente, deprivazione, disorientamento e disperazione fino all’autolesionismo. Alcune delle otto persone in condizione medica urgente potrebbero mostrare segni di autolesionismo o patologie trascurate, probabilmente aggravate dalle pratiche del centro. Notizie/CPR, Hotspot, CPA DA MACOMER A PALAZZO SAN GERVASIO, PASSANDO PER BARI: IL FILO AUTORITARIO DEI CPR Intanto a Bologna si rilancia la mobilitazione contro nuovi centri Redazione 18 Febbraio 2026 Emergono anche gravi criticità nella gestione: persone trattenute senza diritto, ostacolo agli accertamenti medici e informazioni carenti sullo status giuridico degli internati. Come scrivono gli stessi detenuti: «Vogliamo andare in un altro centro», «Vogliamo cambiare questo centro», frasi che tradiscono l’inconsapevolezza della propria condizione, amplificata dal pressappochismo dei gestori e delle forze dell’ordine. Le testimonianze raccolte dalle organizzazioni firmatarie confermano un contesto di privazione dei diritti, violenza e indifferenza. Recentemente, un giovane tunisino ha ingerito delle batterie ed è stato trasportato al Pronto Soccorso. Lunedì scorso, gli avvocati che dovevano incontrare gli internati hanno visto le visite improvvisamente annullate a causa di “problemi” con due persone trattenute. Le condizioni sanitarie sono drammatiche: da settimane mancano cerotti, garze, bende e disinfettanti. Un internato ha raccontato di essere stato medicato con acqua e nastro isolante dopo un infortunio alla mano. Il personale infermieristico è sottoposto a turni massacranti, spesso saltando quelli di assistenza, con stipendi arretrati fino a due mesi. Il medico del CPR si presenta solo mezz’ora al giorno e la psicologa non effettua colloqui. Contattare la direttrice per far valere i propri diritti risulta estremamente difficile. In un contesto segnato da indifferenza, insulti razzisti e stereotipi che dipingono i reclusi come criminali pericolosi, il comunicato offre una testimonianza diretta di violenza psicologica sistematica. Persone trattenute senza aver commesso alcun reato reclamano il diritto alla propria umanità, chiedendo di essere ascoltate. Le organizzazioni firmatarie concludono con un appello chiaro: «Tutti i CPR devono essere chiusi! Cominciamo da Macomer».
Il Referendum sulla giustizia
> Votiamo NO per difendere la Democrazia! Di fronte a una riforma che promette equità ma consegna le chiavi della giustizia al potere politico, la risposta non può che essere una sola. Ecco perché la separazione delle carriere e il sorteggio del CSM sono trappole per i cittadini. Siamo chiamati alle urne per esprimerci su una riforma costituzionale che, dietro slogan accattivanti come giustizia giusta e parità delle armi, nasconde un attacco frontale all’autonomia della magistratura. Non è una questione tecnica per addetti ai lavori: è una scelta che tocca la libertà di ogni cittadino. L’inganno della separazione delle carriere Il cuore della riforma è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Oggi, il PM è un organo di giustizia: ha l’obbligo di cercare anche le prove a favore dell’indagato e risponde alla stessa cultura della legalità del giudice. Se la riforma passasse, il PM diventerebbe un “avvocato dell’accusa”, spinto da una logica di agonismo e di “vittoria” processuale. Come ricorda Nicola Gratteri, l’interscambio tra le funzioni è un arricchimento: un PM che ha fatto il giudice sa cos’è una prova e non insegue teoremi. Separarli significa creare una “corporazione di accusatori” che, fatalmente, finirà sotto il controllo del governo. Il sorteggio: la resa della ragione La riforma introduce il sorteggio per i membri del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Si dice serva a sconfiggere le “correnti”, ma l’effetto sarà la delegittimazione dell’organo. Come sottolinea Gustavo Zagrebelsky, l’estrazione a sorte è una “triste rinuncia alla ragione“: si affida al caso la scelta di chi deve governare un ordine delicatissimo, trattando magistrati esperti come pedine fungibili. Un CSM estratto a sorte sarà un organo debole, incapace di fare da argine contro le invasioni di campo della politica. Gli argini del potere La magistratura non è un contropotere, ma un argine. In un Paese con alti tassi di corruzione, la politica tende per natura a tracimare. Indebolire l’indipendenza dei magistrati significa abbassare quegli argini, garantendo impunità ai potenti e lasciando i cittadini comuni senza protezione. La riforma non tocca i veri mali della giustizia — i tempi infiniti, la carenza di organico, la complessità delle leggi — ma si concentra solo su come limitare i controlli sui “piani alti”. Una giustizia per i forti? Se la legge deve essere uguale per tutti, non possiamo accettare una riforma che punta a una “giustizia diversa per chi può permettersela”. Il rischio, è di perdere i migliori giovani che sognano la magistratura come vocazione di giustizia, scoraggiati da un sistema che vuole trasformare i magistrati in funzionari ossequenti al potere. Votare NO non significa difendere una casta, ma difendere la Costituzione e l’equilibrio tra i poteri. Significa pretendere che il “fiume” della politica continui a scorrere entro i limiti della legalità, senza travolgere i diritti di tutti. La redazione di Ancora In Marcia -------------------------------------------------------------------------------- Per sostenere e ricevere In Marcia! L'articolo Il Referendum sulla giustizia proviene da Ancora in Marcia!.
March 9, 2026
Ancora in Marcia!
Medici indagati a Ravenna, chiesta la sospensione
Nuovo capitolo nella vicenda giudiziaria e nella propaganda mediatica che coinvolge alcuni medici di Ravenna finiti sotto indagine per non aver certificato l’idoneità sanitaria al trattenimento di alcune persone straniere destinate ai Centri di Permanenza per il rimpatrio (CPR). Secondo quanto emerso negli ultimi giorni dalla stampa, oltre alle indagini e alle perquisizioni già rese note, la procura avrebbe chiesto anche la sospensione cautelare dall’esercizio della professione per un anno nei confronti dei sanitari coinvolti. La misura interdittiva, che si aggiungerebbe agli accertamenti investigativi già in corso – comprese intercettazioni ambientali date in pasto ai media – riguarda l’attività di quei medici che avevano certificato l’incompatibilità delle persone di essere trattenute nei CPR. La vicenda, fin dal primo momento, ha suscitato la reazione di associazioni e realtà che si occupano di diritti delle persone migranti e di salute nei contesti di frontiera, con una raccolta firme online tuttora in corso (“La cura non è reato”) e con un partecipato presidio-flash mob che si era svolto il 16 febbraio davanti all’ospedale Santa Maria delle Croci. Notizie/CPR, Hotspot, CPA MEDICI SOTTO INDAGINE A RAVENNA PER LE NON IDONEITÀ AI CPR. L’APPELLO: «LA CURA NON È UN REATO» In corso un attacco all'autonomia medica, la risposta degli Ordini dei Medici e della Fnomceo Redazione 14 Febbraio 2026 In un comunicato diffuso giovedì, la Rete Mai più lager – No ai CPR evidenzia come questa nuova “caccia alle streghe” rischia nella realtà di incidere sull’autonomia professionale dei medici. Secondo la Rete, i provvedimenti richiesti dalla magistratura rischiano di avere effetti che vanno oltre la singola indagine. «Se la libera valutazione clinica della compatibilità con la detenzione amministrativa diventa oggetto non solo di indagini, ma anche di pesanti provvedimenti cautelari interdittivi», si legge nel comunicato, «ciò determina inevitabilmente un fortissimo condizionamento che rischia di compromettere l’indipendenza di chi opera in quei contesti». L’allarme riguarda soprattutto il clima che potrebbe crearsi tra i professionisti chiamati a valutare le condizioni di salute delle persone destinate alla detenzione amministrativa. «Il rischio è che il timore di ingiuste conseguenze personali e professionali finisca per condizionare l’autonomia diagnostica», scrive la rete, sottolineando che «il medico risponde solo alla coscienza e alla salute del paziente». Nel testo si richiama anche la campagna per fare luce sulle condizioni della detenzione amministrativa nei CPR, promossa negli ultimi anni da associazioni e operatori sanitari che lavorano nei contesti migratori. Il punto centrale, spiegano, è che certificare l’incompatibilità con la detenzione amministrativa è un atto clinico e non politico. Del resto, è lo stesso governo che con la circolare del 20 gennaio 2026 del Ministero dell’Interno spinge affinché la visita medica di idoneità venga effettuata solo dopo l’ingresso della persona nel CPR. Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA LA SALUTE NON È UNA VARIABILE DELL’ORDINE PUBBLICO Appello dei professionisti della salute per la tutela delle persone migranti, in risposta alla Circolare del Ministero dell’Interno del 20/01/2026 28 Gennaio 2026 «Sospendere un medico dalla professione perché ha rilevato l’incompatibilità di una persona con la detenzione amministrativa è un paradosso pericoloso quanto illegittimo», afferma la Rete. «Non si può “sospendere” la tutela della salute in nome di una gestione securitaria delle frontiere». Secondo gli attivisti e i professionisti coinvolti nella campagna, provvedimenti di questo tipo rischiano di produrre un effetto di medicina difensiva nei luoghi più delicati del sistema migratorio. «Questi provvedimenti finiscono per creare un clima di paura, spingendo i clinici verso una medicina difensiva che ignora la sofferenza e la cura della persona». La presa di posizione collega inoltre la vicenda di Ravenna a una critica più ampia del sistema dei CPR. «La detenzione amministrativa è intrinsecamente patogena», afferma il comunicato, in quanto l’isolamento, l’incertezza e la privazione della libertà senza reato «producono attivamente malattia mentale e fisica». Un giudizio che trova riscontro anche in studi e posizioni istituzionali. Viene citato anche il recente materiale informativo diffuso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e alcune pronunce del Consiglio di Stato che hanno messo in discussione l’adeguatezza delle condizioni sanitarie nei centri. Per questo, sostiene la Rete, quando un medico certifica l’incompatibilità con la detenzione «non sta compiendo un atto ideologico», ma «una diagnosi basata su evidenze scientifiche». «La tutela della vita e della dignità umana non può essere messa sotto inchiesta», conclude la Rete Mai più lager – No ai CPR, avvertendo che la posta in gioco va oltre il singolo procedimento giudiziario: «Se certificare la verità clinica diventa un rischio professionale, è l’intera tenuta democratica del nostro sistema sanitario a essere in pericolo».
Una nuova pronuncia in difesa di Mohamed Shahin
Il 23 gennaio scorso la vicenda che vede coinvolto l’imam di Torino Mohamed Shahin ha visto un nuovo sviluppo significativo: la Corte d’Appello ha rifiutato la richiesta di espulsione ribadendo l’assenza di “concreti elementi per ritenere realmente sussistente la situazione di pericolosità, esposta nel provvedimento di trattenimento del questore, e quindi l’adeguatezza del trattenimento” 1. Come mettevamo in evidenza nell’articolo datato 16 dicembre 2026, la vicenda si è trovata a lungo al centro del dibattito pubblico. Giurisprudenza italiana/Notizie/CPR, Hotspot, CPA MOHAMED SHAHIN LIBERO: SMONTATA LA TESI DEL VIMINALE SULLA “PERICOLOSITÀ SOCIALE” Corte d'Appello di Torino, ordinanza del 15 dicembre 2025 Redazione 16 Dicembre 2025 Mohamed Mahmoud Ebrahim Shahin è un cittadino egiziano residente in Italia da oltre vent’anni e titolare di un permesso di soggiorno di lungo periodo, nonché imam della moschea Al Omar Ibn Al Khattab di Torino. Da sempre impegnato per l’impegno nel dialogo inter-religioso, da oltre due anni aveva preso parte in prima persona alle mobilitazioni in sostegno al popolo palestinese. La sua partecipazione a un blocco stradale durante una manifestazione a sostegno della Palestina in data 9 ottobre, infatti, era stato il presupposto per la richiesta della deputata Augusta Montaruli, Fratelli d’Italia, di espulsione di Shahin, facendo riferimento ad alcune frasi pronunciate pubblicamente durante un’iniziativa di denuncia del genocidio in corso in Palestina. Le frasi in questione, però, erano già state archiviate dalla procura lo scorso 16 ottobre con il fascicolo originato da una segnalazione della Digos, dal momento che i PM non avevano trovato elementi sufficienti a ipotizzare una violazione del codice penale, e quindi gli estremi di reato, né un’istigazione a delinquere. Nonostante questa evidenza, il decreto di espulsione ha raggiunto Mohamed Shahin in data 24 novembre, quando il cittadino è stato condotto in Questura e ha visto revocato il suo permesso di soggiorno di lunga durata. In quest’occasione, è stato notificato un decreto di espulsione dall’Italia giustificato “per motivi di ordine pubblico e di sicurezza per lo stato”, ai sensi dell’articolo 13, comma 1, del Testo unico sull’immigrazione ed è stato accompagnato in Tribunale, dove il giudice ha convalidato l’iter con decreto del Ministero dell’Interno. In quest’occasione, i legali hanno formalizzato una richiesta di protezione internazionale, ritenendo infatti che rientrare in Egitto potesse configurare seri rischi di incolumità per Shahin, in quanto oppositore politico. In merito, si sottolinea la decisione di disporre la reclusione nel Cpr (Centro di Permanenza per i Rimpatri) di Caltanissetta, in Sicilia, seguendo la strategia già ben nota dell’allontanamento della persona oggetto della misura dalle reti sociali in cui questa è inserita. Inoltre, il Cpr che è preso qua in considerazione era già stato segnalato dalla Rete Siciliana contro il Confinamento, la quale si è espressa a più riprese a proposito dei gravi episodi verificatisi in questa sede. Il trattenimento in attesa di espulsione si è prolungato fino al 15 dicembre, data in cui la Corte d’Appello di Torino ha disposto il suo rilascio immediato. Il ricorso contro il trattenimento disposto dai legali è stato vinto e il cittadino è stato autorizzato a rientrare nella città di Torino. La decisione è arrivata al termine del procedimento di riesame del trattenimento, affermando la mancanza di alcuna concreta e attuale pericolosità sociale e disponendo così la cessazione immediata della misura. È stato quindi confermato quanto evidenziato a suo tempo dalla Procura di Torino, la quale non aveva riconosciuto nessun pericolo in questa persona, dal momento che sul fascicolo di archiviazione del caso veniva scritto a chiare lettere che la frase pronunciata da Shahin rappresentava un’ “espressione di pensiero che non integra estremi di reato”. La vicenda, tuttavia, non era per questo ancora del tutto conclusa, dal momento che il procedimento di espulsione restava formalmente in vigore, oggetto di ulteriori ricorsi. Il 31 dicembre, la Corte d’Appello del Tribunale di Caltanissetta ha confermato la mancanza di presupposti per l’allontanamento immediato di Mohamed Shahin dal territorio italiano, rendendo così inefficace la decisione precedentemente presa dal Tar del Lazio che aveva invece confermato il decreto di espulsione. La decisione è stata raggiunta dalla nuova pronuncia della Corte d’Appello in data 23 gennaio, secondo la quale la richiesta di espulsione è stata rifiutata. In ultima battuta, almeno per quanto concerne il rischio di trattenimento in Cpr, il 1° di marzo arriva la notizia che la Cassazione ha respinto il ricorso del Ministero contro la Corte d’Appello di Torino. Come noto, a difesa di Mohamed Shahin si sono espresse molteplici voci della società civile tramite una petizione, una raccolta fondi, un appello di accademici, numerose manifestazioni di solidarietà partite da Torino e poi sparse in tutta Italia raggiungendo l’Europa e un comitato cittadino ad hoc. In merito alla sua vicenda è stato evidenziato il carattere simbolico della misura: mentre i recenti Decreti Sicurezza offrono sempre più una rilettura del diritto come orientato alla neutralizzazione del conflitto sociale e alla criminalizzazione di condotte di protesta collettiva, quello che appare particolarmente preoccupante è l’utilizzo di strumenti amministrativi per colpire l’esercizio della libertà di opinione. Il sistema stesso dei Cpr, ancora una volta, mostra un disegno più ampio in cui nessuna vicenda giudiziaria è isolata, ma è, piuttosto, tassello di un sistema penale e amministrativo che punisce e respinge. Nel caso di Shahin, del resto, la richiesta di protezione internazionale che ha presentato a seguito della revoca del permesso di soggiorno è stata rigettata come risposta a un procedimento di esame fortemente accelerato. Su questa ha pesato la classificazione dell’Egitto come “Paese di origine sicuro”, senza riservare la giusta attenzione ai rischi in cui l’imam incorrerebbe qualora fosse espulso verso il Paese di cui sopra. Come afferma l’associazione A Buon Diritto, nella vicenda qui analizzata a preoccupare è “l’utilizzo dello strumento del decreto d’espulsione e del trattenimento in Cpr, una procedura amministrativa che non prevede le garanzie di difesa del procedimento penale. L’applicazione di tale misura altamente restrittiva si basa peraltro su un sospetto riguardante una condotta che non configura una fattispecie penalmente rilevante e su alcune dichiarazioni poi rettificate” 2. Il comitato cittadino Free Mohamed Shahin nel suo comunicato del 23 gennaio evidenzia la gravità delle dichiarazioni del Ministro Nordio il quale, in seguito al pronunciamento, avrebbe affermato di voler avviare “un’attività istruttoria al fine di verificare l’eventuale sussistenza dei presupposti per l’esercizio dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati coinvolti”. Esortando a non “abbassare la guardia”, il comitato invita a continuare a seguire la vicenda, in merito alla quale la solidarietà e la mobilitazione dal basso sono state significative. 1. La corte d’appello ribadisce il no all’espulsione dell’imam Shahin – RaiNews (21 gennaio 2026) ↩︎ 2. La società civile chiede all’Italia di fermare l’espulsione di Mohamed Shahin verso l’Egitto, A Buon Diritto (3 dicembre 2026) ↩︎