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Oltre l’etichetta di “falco”: la politica estera della premier giapponese Takaichi vista da sei prospettive internazionali
Guardare la politica estera da una prospettiva orientata alla pace porta naturalmente a concentrarsi sul rafforzamento militare e sulle tensioni. Ma che cosa emerge se, almeno all’inizio, mettiamo tra parentesi quel giudizio e osserviamo con freddezza ciò che i media internazionali vedono o temono nella politica estera della premier giapponese Sanae Takaichi? Quando è entrata in carica nell’ottobre 2025, il ritratto dominante di Takaichi era semplice: erede politica di Shinzo Abe, conservatrice, “falco” sulla sicurezza, dura con la Cina e favorevole alla revisione costituzionale. Venivano ricordati anche i rapporti con Taiwan e le visite al santuario Yasukuni, che commemora i caduti giapponesi, compresi 14 criminali di guerra di classe A, ed è perciò contestato in Cina e Corea del Sud.[1] Quasi un anno dopo, la domanda è cambiata: non solo “Takaichi è un falco?”, ma “come agisce nella pratica diplomatica?”. Stati Uniti — Alleato affidabile, ma quanto autonomo? Da Washington emerge anzitutto la centralità dell’alleanza. Con Donald Trump, Takaichi ha utilizzato l’eredità di Abe combinando diplomazia personale, investimenti, minerali critici e difesa.[2] Per l’establishment della sicurezza americano, un Giappone più impegnato nella deterrenza verso la Cina è un alleato desiderabile. Il Financial Times ha però sottolineato il rovescio della medaglia: di fronte all’imprevedibilità di Trump, Tokyo non dispone di un vero “piano B”.[3] E Takaichi non accetta automaticamente ogni richiesta americana: sullo Stretto di Hormuz, il governo ha richiamato i limiti giuridici all’impiego delle Forze di autodifesa e privilegiato la diplomazia.[4] Quanto spazio autonomo può costruire il Giappone dentro un’alleanza che resta fondamentale? Europa — Che cosa sta diventando il Giappone? Nei principali media europei il rafforzamento della difesa viene letto anche come trasformazione dell’identità postbellica. Le Monde ha richiamato l’articolo 9 della Costituzione del 1947, la “clausola pacifista” con cui il Giappone rinuncia alla guerra e limita l’uso della forza.[5] Esportazioni di armi, capacità di contrattacco, revisione costituzionale e dibattito sulle “tre regole non nucleari” — non possedere, non produrre e non introdurre armi nucleari — pongono una domanda più ampia: diventando militarmente più forte, che cosa conserva il Giappone del dopoguerra?[6] Australia — Verso un ruolo regionale più autonomo? Nel maggio 2026 Takaichi ha definito il rapporto con Canberra una “quasi alleanza”, ampliando la cooperazione a difesa, energia, minerali critici e sicurezza economica.[7] L’ABC ha messo in luce un dilemma condiviso: continuare a contare sugli Stati Uniti, riducendo però il rischio di dipendere soltanto da Washington.[8] Una rete più fitta con Australia, Corea del Sud, Filippine, India e Sud-est asiatico potrebbe ampliare il margine d’azione di Tokyo. È però presto per parlare di autonomia strategica. Corea del Sud — Separare storia e cooperazione In Corea del Sud le aspettative iniziali erano negative. Pesavano Yasukuni, il colonialismo, la questione delle “comfort women” — donne, molte coreane, costrette o sottoposte a coercizione nel sistema dei bordelli militari giapponesi — e quella dei lavoratori mobilitati durante il dominio coloniale. Il rapporto con il presidente Lee Jae-myung si è però rivelato più stabile del previsto. I due leader hanno intensificato gli incontri e la cooperazione su energia, minerali critici, catene di approvvigionamento, Corea del Nord e coordinamento con gli Stati Uniti.[9] Takaichi non ha cambiato la propria visione della storia. La domanda è se sappia separare le convinzioni ideologiche dalla gestione quotidiana delle relazioni tra Stati. I nodi storici restano aperti: la tenuta di questo pragmatismo sarà una prova importante. Cina — Prima della gestione del conflitto viene la “base politica” Per i media della Cina continentale serve una cautela: Xinhua, CGTN, China Daily e Global Times sono molto più vicini alle posizioni ufficiali del governo e del Partito rispetto ai grandi giornali occidentali. Mostrano quindi soprattutto l’immagine pubblica e semi-ufficiale cinese della politica di Takaichi. Le dichiarazioni del novembre 2025, secondo cui un conflitto su Taiwan potrebbe costituire per il Giappone una “situazione di minaccia alla sopravvivenza”, vengono presentate come la causa fondamentale del deterioramento. Pechino sostiene che minino la “base politica” fissata dai quattro documenti fondamentali che, dal comunicato congiunto del 1972 in poi, regolano i rapporti sino-giapponesi.[10] China Daily collega quelle dichiarazioni al rafforzamento militare, alle esportazioni di armi e alla rete di cooperazione di sicurezza costruita da Tokyo, accusando il governo di parlare di “relazioni stabili” mentre agisce nella direzione opposta.[11] Il South China Morning Post di Hong Kong aggiunge un elemento diverso: la pressione cinese non ha necessariamente indebolito Takaichi e Pechino ha faticato a mobilitare i paesi asiatici contro il Giappone.[12] Anche la risposta cinese può irrigidire l’ambiente regionale. Sud-est asiatico — Fiducia, ma senza logica di blocco Nel Sud-est asiatico il Giappone gode ancora di una fiducia elevata. The Straits Times ha descritto l’approfondimento dei rapporti con l’ASEAN come “interesse nazionale illuminato”: rafforzare la resilienza regionale protegge anche le catene di approvvigionamento giapponesi.[13] L’ISEAS–Yusof Ishak Institute segnala però una riserva importante. Il rafforzamento militare giapponese non viene necessariamente respinto; diventerebbe problematico se fosse troppo conflittuale, marginalizzasse l’ASEAN o spingesse la regione verso una logica di blocco.[14] Molti paesi sembrano desiderare non soltanto un Giappone “più forte”, ma uno che allarghi il loro spazio di scelta. Sei prospettive, sei criteri diversi Dire che all’estero si intrecciano giudizi “positivi” e “negativi” su Takaichi spiega poco. Negli Stati Uniti si osservano capacità dell’alleato e autonomia; in Europa, la trasformazione dell’identità del Giappone postbellico; in Australia, la capacità di sostenere l’ordine regionale; in Corea del Sud, la separazione tra controversie storiche e cooperazione; nei media cinesi, la distanza di Tokyo dalla base politica tradizionale delle relazioni bilaterali; nel Sud-est asiatico, se un Giappone più forte allarghi o restringa le possibilità di scelta degli altri paesi. Possiamo davvero mettere queste sei letture sullo stesso metro? Probabilmente no: sono sei criteri diversi di “buona diplomazia”. Takaichi sta uscendo, almeno nella gestione pratica, dall’immagine iniziale di semplice “erede di Abe” e “falco anticinese”. Resta dura verso Pechino, ma non segue automaticamente Washington; coopera pragmaticamente con Seul e amplia i rapporti con Australia e Sud-est asiatico. Sarebbe però prematuro chiamare tutto questo “autonomia strategica”. Per ora si intravedono segnali di una ricerca: mantenere l’alleanza con gli Stati Uniti come asse centrale, ma infittire altre relazioni per ampliare lo spazio d’azione del Giappone. Questa ricerca evolverà verso maggiore autonomia nell’alleanza, oppure rafforzerà soprattutto una rete di sicurezza centrata sugli Stati Uniti? È ancora presto per rispondere. Resta allora una domanda: che cosa manca a questa mappa? Chiariti i criteri dei principali media, possiamo passare alla fase successiva: mettere in luce ciò che resta fuori. Note e fonti [1] Reuters, 21.10.2025; AP, 15.08.2026. [8] ABC Asia, 04.05.2026. [2] Reuters, 28.10.2025. [9] Associated Press, 19.05.2026. [3] Financial Times, 20.08.2026. [10] Xinhua, 07.05.2026. [4] Reuters, 18.03.2026. [11] China Daily, 29.07.2026. [5] Le Monde, 14.08.2026. [12] South China Morning Post, 19.03.2026. [6] Le Monde, 06.08.2026. [13] The Straits Times, 21.05.2026. [7] ABC News Australia, 04.05.2026. [14] ISEAS–Yusof Ishak Institute, 04.02.2026.   Kazuhiro Imamura
September 6, 2026
Pressenza
Il vero motivo per cui gli Stati Uniti hanno salvato il Giappone
Il governo degli Stati Uniti ha salvato silenziosamente il Giappone lo scorso mese. Il Dipartimento del Tesoro statunitense è intervenuto sul mercato valutario per sostenere la valuta giapponese, lo yen. Era la prima volta che Washington faceva una cosa del genere dal 1998, quando gran parte dell’Asia Orientale e Sudorientale […] L'articolo Il vero motivo per cui gli Stati Uniti hanno salvato il Giappone su Contropiano.
August 26, 2026
Contropiano
Hiroshima e Nagasaki: scelta militare o politica del terrore?
Le bombe atomiche esplose sulle città di Hiroshima e Nagasaki il 6 e 9 agosto del 1945 provocarono la morte diretta di 200.000 persone, oltre ai feriti, alle famiglie distrutte, al disastro ecologico e all’umiliazione di un intero popolo. Per il governo Truman fu un atto necessario per accelerare la fine della guerra e impedire in questo modo che centinaia di migliaia di soldati americani morissero in un’invasione del Giappone. Al di là della condanna morale per qualsiasi guerra e soprattutto per l’uso di un’arma di distruzione di massa, la tesi dell’allora governo degli Stati Uniti è stata ampiamente studiata e confutata da numerosi e attenti studi storici. Il governo giapponese era già pronto alla resa e almeno dall’aprile del 1945 lavorava incessantemente in quella direzione. L’amministrazione americana era pienamente informata di questa situazione. L’uso delle bombe non fu necessario per porre fine alla guerra; su questo concordano non solo gli storici, ma anche la maggioranza dei capi dell’esercito statunitense. Il generale Dwight Eisenhower si espresse con chiarezza: “I giapponesi erano pronti ad arrendersi e non era necessario colpirli con questa cosa orribile”. Il rapporto degli Stati Uniti sul Bombardamento Strategico (United States Strategic Bombing Survey) afferma: «In base alle indagini dettagliate su tutti i fatti e alla testimonianza dei leader giapponesi sopravvissuti, si ritiene che certamente prima del 31 dicembre 1945, e con ogni probabilità prima del 1° novembre 1945, il Giappone si sarebbe arreso anche se le bombe atomiche non fossero state sganciate, anche se la Russia non fosse entrata in guerra e anche se non si fosse pianificata o contemplata un’invasione.» Anche il generale George C. Marshall, difensore dell’uso della bomba, dichiarò che la decisione non fu di carattere militare, ma “politico”. Se c’è accordo tra la maggioranza degli studiosi su questo, differenti invece sono le interpretazioni delle vere ragioni che spinsero gli Stati Uniti, con il sostegno del governo britannico, a questa scelta terribile. Secondo alcuni studiosi si voleva sperimentare sul campo gli effetti di un’arma che aveva richiesto anni di lavoro e ingenti finanziamenti. Altri studi ritengono che la ragione principale fu che l’Unione Sovietica era diventata un grande impero, aveva occupato gran parte dell’Europa dell’Est e stava per invadere il Giappone. Dunque la bomba fu usata pensando all’Unione Sovietica e rappresenta non tanto la fine della Seconda Guerra Mondiale, quanto l’inizio della Guerra Fredda. Ma anche senza bisogno di uno studio di specialisti, qualsiasi persona può intuire che l’uso delle atomiche fu un atto di estrema crudeltà. Gli Stati Uniti non colpirono obiettivi strategici dal punto di vista militare, come fabbriche di armi, centrali elettriche, ponti o aeroporti. E se avessero voluto mostrare l’arma mostruosa di cui disponevano, sarebbe bastato lanciarla su postazioni militari o in zone semi-desertiche. In realtà le bombe erano dirette a coloro che non sarebbero morti: al popolo giapponese e al mondo intero. E questa è la caratteristica degli atti terroristici: colpire le persone innocenti per creare terrore. Si è voluto colpire la popolazione civile indifesa, scegliendo non una, ma due città densamente abitate. Non è stata una decisione per chiudere la guerra, ma un atto di deliberata crudeltà per mostrare la propria potenza e lanciare una minaccia e un avvertimento al mondo intero: «Per affermare il nostro dominio siamo capaci di fare cose orribili, senza alcun freno morale». Le due bombe atomiche furono un atto di terrorismo di Stato e hanno inoltre aperto la strada all’uso del nucleare e alla possibilità di usarlo di nuovo: un terrore che arriva fino ai giorni nostri e si manifesta con l’incubo di una possibile guerra nucleare. Se l’atomica fosse stata usata dalla Germania, senz’altro tutti l’avremmo considerata un crimine di guerra. La comunità internazionale avrebbe espresso la stessa condanna se a usare la bomba atomica fosse stata l’Unione Sovietica. Qualsiasi Stato potrebbe in futuro decidere di usare il nucleare giustificando la sua scelta con la paradossale necessità “umanitaria” di risolvere velocemente un conflitto per limitare il numero di vittime. La decisione di usare le bombe atomiche segnò la direzione di un cammino. Aprì un’epoca nella quale la superiorità militare, l’uso della forza e della crudeltà divennero strumenti centrali di una politica di predominio perseguita dagli Stati Uniti e sostenuta dai loro principali alleati. Da quel momento la logica del “vincere a ogni costo” divenne uno dei criteri dominanti della politica di potenza. Molti dei grandi conflitti e delle crisi che oggi viviamo affondano le loro radici anche in quella scelta. La riflessione su Hiroshima e Nagasaki non riguarda soltanto il passato, ma anche il modo in cui interpretiamo il presente e ci apriamo al futuro. Comprendere quanto accadde nel 1945 significa sviluppare uno sguardo critico anche sulle narrazioni con cui vengono giustificate le guerre. Una consapevolezza profonda di questa mentalità nichilista e distruttiva può aiutare a porre le basi per una civiltà fondata sulla cooperazione, sull’umanesimo e sulla nonviolenza.   Gerardo Femina
August 5, 2026
Pressenza
25 giugno 1996, Daisaku Ikeda incontra Fidel Castro a La Havana
“I ponti verso una pace indistruttibile per l’umanità possono essere costruiti solo coltivando le persone e creando forti legami tra di loro, i loro cuori e le loro menti. E questo processo è, per sua stessa natura, uno sforzo graduale che parte dal basso.”  Daisaku Ikeda   In tutto il mondo, numerose personalità di spicco condividono la lotta di Cuba per un mondo migliore. Oggi desideriamo porre l’accento sullo storico incontro che ci fu il 25 giugno 1996 tra Fidel Castro (1953-2016), ex presidente cubano, e Daisaku Ikeda, Terzo Presidente della Soka Gakkai, nonché storico leader mondiale dell’organizzazione con sede in Giappone. Nel 1996, il Dott. Ikeda visitò l’isola e ebbe un profondo dialogo con Fidel Castro Ruz, un’esperienza che ha segnato profondamente questo grande sostenitore della pace universale. Fu un incontro storico e memorabile, oltre che estremamente proficuo per l’Isola caraibica: l’incontro tra un rivoluzionario ed intellettuale socialista marxista cubano e un maestro e filosofo buddhista esponente di una scuola laica giapponese. Nel 1996 le relazioni fra Cuba e gli Stati Uniti avevano quasi toccato il fondo, specialmente dopo il fatidico abbattimento in febbraio di due velivoli privati[1] da parte dei jet da combattimento cubani e l’inasprimento dell’embargo economico americano nei confronti di Cuba. Poco prima di quell’incontro, Ikeda si era recato negli Stati Uniti e, da parte americana, c’era una notevole opposizione ai suoi piani di visitare Cuba, ma Ikeda era determinato a partire, vedendo in questo anche un’opportunità per contribuire a un cambiamento nella tesa situazione. L’unica persona che si interessò alle intenzioni di Ikeda, e le sostenne, fu paradossalmente l’ex Segretario di Stato americano Henry Kissinger, che Ikeda incontrò durante il suo soggiorno negli Stati Uniti. Si notò che il presidente Castro, insolitamente, per l’incontro con Ikeda, indossava un abito elegante anziché la sua solita uniforme militare. I due ebbero una lunga conversazione, che toccò un’ampia gamma di argomenti, tra cui la promozione di individui capaci e le teorie politiche. Ikeda scrive di questo incontro con Castro: “L’allora presidente cubano, Fidel Castro, mi incontrò al Palazzo della Rivoluzione (il 25 giugno). Figura imponente, alta 190 centimetri (oltre sei piedi), indossava un abito e una cravatta in stile occidentale invece della sua solita uniforme militare. Commentai il suo abbigliamento civile, dicendo che gli si addiceva molto. Il presidente Castro spiegò con un sorriso di aver indossato un abito appositamente per accogliere un sostenitore della pace. Il nostro incontro ebbe luogo la sera del secondo giorno della mia visita. Accarezzandogli la cravatta, commentai scherzosamente che il Ministro della Cultura accanto a lui avrebbe potuto avere un gusto migliore in fatto di cravatte, provocando fragorose risate da parte di tutti i presenti. ‘Sì’, disse il presidente Castro ridendo: ‘Non so molto di cravatte.’ ‘Va bene’, risposi. ‘È più importante conoscere le persone.’ Il presidente Castro ed io parlammo per diverse ore. Ci scambiammo opinioni su una vasta gamma di argomenti, dalla politica e dalla leadership, all’importanza di successori. Ascoltò sinceramente le mie parole sincere e disse di apprezzare la mia amicizia. Fu un’interazione davvero ricca di profonda umanità.” La capacità di Ikeda di fungere da intermediario in tali situazioni era il risultato della fiducia che aveva faticosamente costruito con coloro con cui interagiva. I suoi sforzi per promuovere la pace, la cultura e l’istruzione erano spesso alla base di questi rapporti di fiducia. L’incontro tra Castro e Ikeda fu il risultato di molti anni di scambio culturale tra Cuba e il Giappone, avviato nel 1987 proprio dalla Soka Gakkai, quando l’Associazione Concertistica Min-On, fondata da Ikeda, invitò musicisti cubani a esibirsi in Giappone. Il successo di questi eventi aprì la strada a ulteriori produzioni musicali e di danza cubane in Giappone. In seguito, l’allora ambasciatore cubano in Giappone, Eduardo Delgado Bermudez, fu invitato a tenere una conferenza presso l’Università Soka di Tokyo e, nel 1995, una delegazione di giovani membri della Soka Gakkai visitò Cuba. L’anno successivo fu firmato un accordo di scambio tra l’Università Soka e l’Università di La Havana. Gli scambi tra il Museo Nazionale Cubano e il Museo d’Arte Fuji di Tokyo, fondato da Ikeda nel 1983 per promuovere lo scambio culturale, costituirono un ulteriore aspetto di questo scambio culturale, sottoforma di mostre di tesori d’arte giapponesi a Cuba e di tesori d’arte cubani in Giappone. Non è un caso infatti che la visita di Ikeda a Cuba si concretizzò grazie all’invito dell’allora Ministro della Cultura Armando Hart, in segno di apprezzamento per il suo impegno, negli anni ’80 e ’90, nello sviluppo di scambi culturali ed educativi tra Cuba e Giappone. In un discorso all’Università dell’Avana, Ikeda offrì la sua visione della natura e del valore di questo scambio: “I ponti verso una pace indistruttibile per l’umanità possono essere costruiti solo coltivando le persone e creando forti legami tra di loro, i loro cuori e le loro menti. E questo processo è, per sua stessa natura, uno sforzo graduale, che parte dal basso”. Per Ikeda, un altro vantaggio dello scambio culturale dal basso è che “contrasta i pregiudizi culturali e nazionali, creando la consapevolezza che nessuna cultura è superiore o inferiore a un’altra”. Ikeda si recò sull’isola caraibica con l’obiettivo esplicito di promuovere la pace e, per questo, venne accolto calorosamente. Durante la sua visita, gli furono conferiti l’Ordine Felix Varela di I grado della Repubblica di Cuba e una laurea honoris causa dall’Università di La Havana, incontrando a Cuba diverse personalità del mondo culturale e accademico del Paese. Fu così che iniziò una lunga collaborazione tra Ikeda e il vincitore del Premio Nazionale di Letteratura, il poeta cubano Cintio Vitier, scrivendo un libro in cui entrambi approfondirono lo studio della filosofia di Josè Martì, le sue visioni sulla necessità di difendere la Patria, l’amore e l’amicizia tra i popoli del mondo. Ben presto il volume, dal titolo José Martí, Cuban Apostle: A Dialogue, trovò innumerevoli lettori in Giappone, desiderosi di saperne di più su un’isola caraibica che, nonostante il blocco, stava costruendo il proprio percorso nella storia. Quest’opera rimane ancora oggi nel cuore dei lettori cubani più intimi e dei membri dell’amatissima comunità della Soka Gakkai della Repubblica di Cuba.    “Essendo stato accolto calorosamente dalla sua gente, ammirando il suo splendido mare e cielo, i suoi fiori e alberi, i suoi affascinanti tramonti e le sue notti stellate, ho potuto constatare che in tutta la nazione lo spirito di Martí pulsava con vigore”. (Daisaku Ikeda, 6 settembre 2008)   L’incontro del 25 giugno 1996 tra Ikeda e Castro rappresentò anche un punto di svolta nei rapporti stessi tra governo cubano e la Soka Gakkai. Nel 1992, Cuba aveva abolito formalmente il principio dell’ateismo di Stato che caratterizzava il testo della Costituzione Cubana del 1976, aprendo la strada alla possibilità per i credenti di aderire al Partito Comunista e introducendo le prime tutele contro la discriminazione religiosa. Nel 1996, a Cuba, solo sette famiglie possedevano il Gohonzon (oggetto di devozione), ma non tutte praticavano il buddhismo. Nel 1998 è stata creata una prima organizzazione, che si è poi evoluta nella Soka Gakkai Cuba, la quale oggi si trova ad affrontare la sfida di diffondere gli insegnamenti di Nichiren Daishonin, monaco giapponese del XIII secolo che ha lasciato la sua eredità nelle sue lettere dall’esilio, conosciute come Gosho. Riconosciuta legalmente sull’isola nel 2007, – dopo più di dieci anni dallo storico incontro – la Sgi-Cuba è stata la prima organizzazione buddhista a ricevere il riconoscimento ufficiale da parte del governo cubano. La cerimonia ebbe luogo nella capitale cubana, il 6 gennaio 2007, di fronte a oltre duecento esponenti del mondo della cultura e della politica. Isidro Gomez, rappresentante dell’ufficio governativo per gli affari religiosi, affermò che i membri cubani della Sgi hanno dimostrato con le loro azioni come il fine dell’organizzazione sia quello di contribuire positivamente allo sviluppo della società e mantenere così viva la fiamma degli ideali umanistici. Il dottor Armando Hart Dàvalos – ex ministro della cultura e oggi presidente dell’associazione culturale José Martí – ricordò come il movimento creato dalla Soka Gakkai Internazionale avesse creato una rete globale di amicizia intorno al mondo e continui a portare avanti la sua lotta a difesa dei diritti umani. Come organizzazione religiosa accreditata la Sgi-Cuba, da quel momento, ha avuto la possibilità di mantenere centri culturali, così come di espandere liberamente le sue attività su tutto il territorio nazionale. Oggi la Soka Gakkai International, organizzazione che si ispira al Buddhismo di Nichiren Daishonin, è presente a Cuba con più di mezzo milione di praticanti buddhisti in 13 delle 15 province cubane, diffondendo i suoi principi cardine: il messaggio di kosen rufu tra pace nel mondo e felicità umana. L’Avana ha la più alta concentrazione di praticanti del Buddhismo Nichiren aderenti alla Soka Gakkai nel Paese caraibico, seguita dalla provincia di Holguín al secondo posto e da Camagüey al terzo. “La pace mondiale e il progresso sociale sono priorità per i buddhisti di quel paese caraibico” – ha dichiarato Joannet Delgado, direttrice generale della Soka Gakkai Cuba all’Avana, in un’intervista esclusiva a Prensa Latina nel maggio 2013. Secondo gli stessi membri della Soka Gakkai, il governo cubano promuove un ambiente favorevole alla libertà religiosa[2] e mantiene buoni rapporti “molto cordiali e basati su una grande fiducia” con le diverse fedi e istituzioni, non incontrando ostacoli nello svolgimento della propria opera di creazione di valore. La prova di questi legami tra lo Stato e le istituzioni religiose risiede nello svolgimento sistematico di incontri con i leader e i funzionari del Partito Comunista di Cuba, nonché con il Ministero della Giustizia, in cui si affrontano interessi, obiettivi e bisogni. “Ogni volta che richiediamo assistenza per risolvere problemi o soddisfare esigenze, riceviamo una risposta tempestiva” – riferiva Delgado. Si mantengono i contatti con buddhisti di altri Paesi, che spesso si stupiscono della facilità con cui si riescono a svolgere le proprie attività. Affermava Delgado: “La libertà religiosa che vedono qui contrasta nettamente con la propaganda anti-cubana che ricevono all’estero, ed è per questo che questi approcci alla realtà cubana sono così positivi.” Il 27 novembre 2016, in seguito alla scomparsa dell’ex presidente cubano Fidel Castro avvenuta il 25 novembre 2016, il presidente della SGI Daisaku Ikeda ha espresso le sue condoglianze alla famiglia del leader cubano a nome dei membri della SGI a Cuba e nel mondo. Ricordando il loro incontro all’Avana nel 1996, Ikeda ha elogiato la dedizione del presidente Castro al popolo cubano e ha affermato che il leader cubano sarà ricordato nella storia contemporanea come una figura eroica che ha vissuto con indomita determinazione di fronte a innumerevoli prove e tribolazioni[3]. A La Havana, i buddhisti di Cuba recitarono daimoku in onore e ricordo a Fidel, uniti nella diffusione della pace contro la logica perversa delle guerre. A gennaio 2023, pochi mesi prima della sua morte, Daisaku Ikeda e la Soka Gakkai International vennero ringraziati dall’Università di Matanzas per tutta l’amicizia dimostrata a Cuba in questi anni di dura resistenza e di lotta contro il bloqueo. Il Presidente Ikeda, durante la sindemia da Covid-19, infuse la certezza che, con i propri vaccini, Cuba avrebbe superato la crisi sanitaria, e la verità è stata ancora una volta dalla parte di Cuba e dei suoi scienziati sanitari dediti al lavoro e alla salute pubblica. Per questo amore e per il sostegno sistematico alla nostra lotta, Ikeda venne insignito della Medaglia del 25° Anniversario della fondazione dell’Oficina del Programa Martíano (OPM) [4] ; mentre la Soka Gakkai International, da lui guidata, ricevette la targa commemorativa del 25° Anniversario della fondazione dell’Ufficio del Programma Martí, durante un momento molto emozionante della V Conferenza Internazionale per l’Equilibrio del Mondo. Il 28 novembre 2023, a La Havana, si tenne una cerimonia commemorativa in seguito alla morte di Daisaku Ikeda (1928–2023), presso l’Oficina del Programa Martíano, in cui venne ricordato come “amico di Cuba” ed educatore.   “So bene che la città di Matanzas, dove ha sede la vostra illustre Università, non è solo un luogo degno di essere ricordato nella storia di Cuba, ma anche la culla del “grande desiderio” di José Martí di donare la libertà alla sua amata patria, dopo la triste esperienza vissuta nella prima infanzia. Pertanto, colgo l’occasione per esprimere il mio augurio che l’Università di Matanzas “Camilo Cienfuegos” continui il suo costante progresso con lo stesso passo fermo che ha dimostrato fin dalla sua apertura nel 1972, e che diventi un nobile palazzo del sapere.” (Daisaku Ikeda, 21 marzo 2001)   [1] L’abbattimento dei due velivoli nel 1996 riguarda un tragico evento del 24 febbraio 1996. Quel giorno, due aerei civili guidati dal gruppo anticastrista di Miami “Brothers to the Rescue” (Hermanos al Rescate) furono abbattuti nello Stretto della Florida da caccia MiG cubani. Il bilancio fu di quattro attivisti morti. In un suo articolo pubblicato sul quotidiano l’Unità il 28 febbraio 1996, Gianni Minà spiegò come i velivoli degli esuli avrebbero ripetutamente violato lo spazio aereo dell’Avana per provocazioni politiche. Minà descrisse l’accaduto e la successiva reazione dell’amministrazione statunitense come una manovra condizionata dal ricatto elettorale dei gruppi anticastristi della Florida su Bill Clinton, cercando di smorzare la portata di una crisi che secondo lui rischiava di strumentalizzare l’incidente. La vicenda è tornata d’attualità quando – il 20 maggio 2026 – il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha formalizzato accuse contro l’ex presidente cubano Raúl Castro per la morte dei quattro attivisti (tre dei quali erano cittadini statunitensi). [2] A Cuba, la libertà religiosa è riconosciuta dalla Costituzione Cubana promulgata nell’aprile 2019. Il testo definisce il Paese come uno “Stato laico” e stabilisce formalmente la separazione tra le istituzioni religiose e lo Stato. La Costituzione del 2019 garantisce la libertà religiosa attraverso specifici articoli: * Articolo 8: Riconosce, rispetta e garantisce la libertà religiosa, assicurando che diverse credenze e fedi godano di uguale considerazione e che le istituzioni religiose siano separate dallo Stato. * Articolo 42: Stabilisce il principio di uguaglianza, proibendo qualsiasi tipo di discriminazione fondata sulle credenze religiose. [3] Adattato da un articolo apparso sul numero del 27 novembre 2016 del Seikyo Shimbun, Soka Gakkai, Giappone [4] un’istituzione nazionale dedicata alla promozione dello studio di José Martí (1853–1895), poeta, saggista e simbolo della liberazione cubana.     Fonti: https://www.daisakuikeda.org/sub/events/archives/2016/nov/27-fidel-castro-condolence-message.htmln https://www.daisakuikeda.org/main/peacebuild/peace/peace-07.html#sdendnote1sym https://www.giornalismoestoria.it/wp-content/uploads/2015/02/2008116122010achiaraciaramella.pdf https://www.ikedacenter.org/resources/seven-essential-attributes-daisaku-ikedas-peacebuilding-ethos https://www.theblackcoffee.eu/daisaku-ikeda/ https://www.sgi-italia.org/wp-content/uploads/2021/01/IBISG_PropostaDiPace_DaisakuIkeda_2005.pdf https://www.unionesarda.it/3-minuti-con/daisaku-ikeda-la-lezione-di-un-costruttore-di-pace-qt8898s0 https://www.totetu.org/assets/media/paper/j019_022.pdf https://www.zoomedia.it/personaggi/daisaku_ikeda/index.html https://www.worldtribune.org/2019/expanding-spiritual-bridge-new-century/ https://www.umcc.cu/2023/01/30/daisaku-ikeda-amigo-de-cuba-y-de-la-universidad-de-matanzas/ https://events.daisakuikeda.org/2023/1128-cuba-memorial/ https://www.cubainformazione.it/2007/dirittiumani/religione/buddismo.htm https://www.youtube.com/watch?v=pOpVD1RSrvE https://www.radiosantacruz.icrt.cu/la-impronta-de-fidel-castro-en-la-cultura-cubana-es-reflejada-en-museo-nacional-de-artes-decorativas/ https://dialogosdosul.operamundi.uol.com.br/soka-gakkai-e-a-liberdade-de-culto-em-cuba/ https://www.adelante.cu/index.php/es/noticias/de-camagueey/7021-paz-para-la-herida-de-hiroshima https://misiones.cubaminrex.cu/es/articulo/embajada-de-cuba-en-japon-patrocina-concurso-de-oratoria-en-espanol-de-la-universidad-de https://www.juventudrebelde.cu/cuba/2016-08-05/budistas-cubanos-por-la-paz-junto-a-fidel Lorenzo Poli
June 25, 2026
Pressenza
Giappone: le proteste contro il militarismo non si fermano
L’articolo è tratto da Japanica di Eleonora Zocca, una mailing list che il redattore consiglia caldamente e che si raggiunge cliccando su questa riga in rosso. La nafta Sugli scaffali dei konbini, per la prima volta, hanno fatto la loro comparsa pacchetti di patatine dalle confezioni in bianco e nero. Lo aveva annunciato negli scorsi giorni Calbee, il colosso giapponese
Come vola Ichikawa: sarà perchè è Marte-dì
db (aka daniele Barbieri) legge un romanzo giapponese – tra il fantastico e il poliziesco – e poi svela che a luglio bisognerà piantonare “gaudiosamente” le edicole.     Regolate gli orologi, anzi i calendari. Lo saprete a pag 32 (dunque non è spoiler): «Quarantasei anni fa, nel 1937, l’esplosione di una grande nave passeggeri screditò i dirigibili… e questi
PFAS nella base USA di Okinawa
Una schiuma bianca esce dai tombini: contiene PFAS di redazione Peacelink (*) Vedete il segnalino rosso? Lì è Okinawa.  Okinawa è un’isola strategica, contornata da altre piccole isole. Fa parte del Giappone ma se si guarda la mappa è come se fosse staccata. E’ molto a sud e guarda direttamente sulla Cina. Questa è la ragione per cui Okinawa, pur
Maggio 1946: inizia la “Norimberga” giapponese
di Andrea Vitello (*) Ottant’anni fa, il 3 maggio 1946, undici nazioni portarono alla sbarra i vertici della classe dirigente del Sol levante per crimini di guerra e contro l’umanità, ricostruendo le stragi nipponiche in Cina, nelle Filippine e in tutta l’Asia. Ma a differenza di Norimberga, il procedimento fu segnato da esclusioni decisive: l’imperatore Hirohito e figure centrali dell’apparato
Il pacifismo tra Mediterraneo e Sol Levante
Le costituzioni  Italia e Giappone hanno entrambe all’interno delle loro costituzioni, entrate in vigore il 1 gennaio 1948 e il 3 maggio 1947, un articolo che promuove il rifiuto della guerra, tuttavia con sfumature differenti. Articolo 11 Costituzione italiana “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, le limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” Articolo 9 Costituzione giapponese “ 1.Aspirando sinceramente ad una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinunzia per sempre alla guerra, quale diritto sovrano della Nazione, ed alla minaccia o all’uso della forza quale mezzo per risolvere le controversie internazionali. 2.Per conseguire l’obbiettivo proclamato nel comma precedente, non saranno mantenute forze di terra, del mare e dell’aria, e nemmeno altri mezzi bellici. Il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto.” L’Italia post-seconda guerra mondiale uscì perdente ma non venne punita quanto il Giappone, il quale subì un’occupazione più o meno formale, gestita dal generale MacArthur, successivamente agli avvenimenti del conflitto mondiale. La costituzione di quest’ultimo venne scritta sotto questo controllo. Infatti, la nostra nazione evitò il destino di Germania e Giappone grazie alla collaborazione con gli Alleati, sostenuta dai Partigiani. Come il resto dell’Europa occidentale, si risollevò dopo il conflitto grazie al Piano Marshall, annunciato il 5 giugno 1947 dal segretario di Stato George C. Marshall. Inoltre, dal secondo dopoguerra al 1992 la Democrazia Cristiana,  un partito affine agli ideali americani,  governò quasi ininterrottamente, facendo sì che quegli orientamenti politici fossero percepiti non come imposizioni, ma come espressione di democrazia.  I due articoli costituzionali aspirano alla pace rinunciando alla guerra, ma divergono nei termini: l’Italia ripudia la guerra come mezzo di offesa o risoluzione di controversie, consentendo però azioni armate multilaterali, cedendo sovranità per garantire pace e giustizia internazionale. Il Giappone, invece, sotto occupazione alleata, rinuncia totalmente alla guerra come diritto sovrano, all’uso della forza e al mantenimento di qualsiasi esercito. Politicamente, entrambi i paesi sconfitti scelgono il ripudio bellico: in modo parziale e flessibile l’Italia, assoluto il Giappone. A livello pratico, come vengono applicati questi principi pacifisti? Innanzitutto, nel corso del tempo l’articolo 9 della costituzione giapponese ha subito modifiche, al fine di permettere una partecipazione più attiva a livello militare nel contesto internazionale, quindi per partecipare a missioni di peacekeeping e per sviluppare una difesa più efficiente per via delle minacce limitrofe. Con la normalizzazione del Giappone, non più il Giappone “amante della pace”, è iniziato un cambiamento del concetto di pacifismo interiorizzato nella costituzione. Con questa trasformazione, non si è passati a una politica di aggressione, ma gli otto limiti che caratterizzavano il pacifismo giapponese si stanno progressivamente superando. Di conseguenza, le forze armate giapponesi (che ancora oggi si chiamano Jeitai, ovvero Forze di Autodifesa) possono svolgere compiti che prima erano proibiti dalle norme interne, sebbene il processo di revisione costituzionale non sia ancora completo.  In Italia, l’articolo 11 inizia con “L’Italia ripudia la guerra”, ma solo nella forma offensiva e di risoluzione delle controversie, come previsto dall’articolo 2.4 della Carta ONU.  Tale articolo introduce il fatto che l’Italia possa partecipare militarmente su richiesta della Nato e dell’Onu.  Per cui, nel 2026 è previsto il 3,26% delle spese militari sul PIL nazionale, pari a circa € 32,9 miliardi, secondo l’Osservatorio Milex, con un aumento di 2,8%. Come reagiscono i civili a questo?  Innanzitutto, in Giappone il più antico gruppo che va contro il militarismo, in particolare all’uso del nucleare, è l’Associazione dei sopravvissuti alle bombe atomiche, Nihon Hidankyō, fondata nel 1956.  È vincitore di un Nobel per la pace nel 2024 e collabora per fare pressione politica affinché l’uso di armi nucleari sia visto come un’azione grave e amorale. Al tempo stesso diffonde testimonianze storiche dei sopravvissuti e ne difende i diritti sociali ed economici richiedendo migliori cure sanitarie e indennizzi statali. Diverse sono le marce e le proteste che sottolineano la necessità di battersi contro il crescente militarismo e in generale contro tutte le azioni di governo contrarie  a ciò che l’Articolo 9 sostiene, senza che questo venga cambiato nella sua struttura. L’ultima notizia risale al 19 aprile 2026 quando circa 36.000 persone sono scese in piazza a Tokyo opponendosi all’intenzione del governo di Takaichi di modificare la clausola pacifista della Costituzione.  In Italia la stessa onda pacifista si muove da tempo su numerosi fronti, da quello religioso a quello sociale. Storicamente l’Italia ha avuto una presenza di movimenti pacifisti costante e ad oggi gli eventi e le manifestazioni sono sempre maggiori, tant’è che è stata creata una mappa che mostra la presenza di iniziative pacifiste (per consultarla), e ad oggi Rete Pace e Disarmo, nata nel 2020, unisce molte associazioni che fanno riferimento al movimento nonviolento. L’associazione pacifista più longeva risale al 1948 con il Movimento per la Pace ideato da Aldo Capitini, che inaugurò anche la prima Marcia per la Pace nazionale Perugia-Assisi nel 1961. Questa ha ispirato migliaia di attivisti, i quali a loro volta lottano affinché la nonviolenza sostituisca l’ideale militarista diffuso da sempre dai governi. Conclusione Si è dimostrato quanto Italia e Giappone siano simili in apparenza dal punto di vista storico ma differenti all’interno per motivi politici, sociali ed economici. Nonostante tali grandi differenze, è evidente come vi sia in entrambe le nazioni una visione interna formata da due poli opposti: quello voluto dal governo e quello voluto dai cittadini. Un confronto simile con altri paesi potrebbe rivelare dinamiche analoghe.   -Melissa Kalemaj, tirocinante presso il Centro per la Pace Forlì Fonti https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/principi-fondamentali/articolo-11 https://mondointernazionale.org/post/larticolo-pacifista-della-costituzione-giapponese-1 https://www.archiviodisarmo.it/view/bUlibTJXWUF0RExFVm1GNForL0ZBdz09OjpiRNn1dZRAaYC5vq3iRErG/0524-s-censi-il-riarmo-giapponese-.pdfhttps://www.ispionline.it/sites/default/files/pubblicazioni/Tosi.pdf https://www.iiss.org/online-analysis/online-analysis/2025/05/introduction-evaluating-japans-new-grand-strategy/#:~:text=3,facto%20armed%20forces)%20in%201954. https://www.questionecivile.it/2024/03/26/l-articolo-9-pacifismo-costituzionale-giappone/ https://www.japan-experience.com/it/plan-your-trip/to-know/japanese-history/postwar-japan-history?market=it https://fondazionenenni.it/eventi/le-critiche-di-nenni-al-piano-marshall https://www.milex.org/2025/10/28/spesa-militare-previsionale-pura-in-crescita-di-un-miliardo-nel-2026-per-litalia/ https://www.peacelink.it/pace/a/51179.html https://www.treccani.it/enciclopedia/eol-nihon-hidankyo/ https://www.avvenire.it/mondo/il-giappone-sempre-meno-pacifista-apre-alla-vendita-di-armi_107250 https://www.runipace.org/aree-tematiche/movimenti-per-la-pace/#:~:text=I%20movimenti%20per%20la%20pace%20costruiscono%20campagne%20nazionali%20e%20internazionali,attivit%C3%A0%20educative%20alla%20non%2Dviolenza. https://forumpace.consiglio.provincia.tn.it/notizia/articolo?id=953 https://retepacedisarmo.org/le-reti-fondatrici-di-ripd/ Redazione Romagna
May 4, 2026
Pressenza