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«Siamo tutti deportati»
Per trentacinque anni Luís Valentan ha vissuto negli Stati Uniti come lavoratore migrante senza documenti. Ha fatto il jornalero, si è organizzato con altri lavoratori, è diventato uno dei volti del National Day Laborer Organizing Network (NDLON) e ha dato vita a Radio Jornalera, una radio comunitaria nata per raccontare le esperienze e le lotte delle persone migranti con la loro stessa voce. Oggi vive nuovamente in Messico. Non per scelta, ma perché le politiche dell’amministrazione Trump lo hanno costretto a lasciare il paese in cui aveva costruito la propria vita. PH: Radio Jornalera L’ho conosciuto durante manifestazioni contro il razzismo e le politiche anti-migranti, megafono in mano, e successivamente attraverso Radio Jornalera. In questi anni è stato protagonista dell’organizzazione di numerose mobilitazioni tra Messico e Stati Uniti, come quella del 28 maggio scorso, in solidarietà con le grandi proteste che hanno attraversato contemporaneamente gli Stati Uniti e diverse città europee. Manifestazioni che rivendicavano un mondo senza re, senza genocidi, senza migranticidi e senza politiche di frontiera fondate sulla violenza. Una violenza che oggi non si limita più ai confini, ma entra nelle città, nelle scuole, nelle case e nei luoghi di lavoro. Una persecuzione quotidiana che continua a provocare morti, come quelle di Lorenzo Salgado Araujo 1, Joan Sebastián Durán Guerrero 2 e di Juan Jairo Coronilla Duran 3, cittadino messicano entrato legalmente negli Stati Uniti ed è stato investito da un camion mentre cercava di evitare un incontro con gli agenti dell’ICE. Una spirale di violenza che non colpisce soltanto chi vive senza documenti, ma alimenta un clima di paura capace di travolgere chiunque venga percepito come persona migrante. In questa intervista Luís Valentan racconta il proprio percorso: dall’arrivo negli Stati Uniti a diciassette anni all’impegno nell’organizzazione dei lavoratori migranti, dalla nascita di Radio Jornalera fino al ritorno forzato in Messico. È il racconto di una storia personale che attraversa oltre trent’anni di politiche anti-migranti, ma anche di resistenza collettiva. «PREFERISCO CHE NESSUNO DEBBA EMIGRARE NEGLI STATI UNITI» SEI PARTITO A DICIASSETTE ANNI. OGGI DICI CHE, SE DIPENDESSE DA TE, PREFERIRESTI CHE NESSUNO EMIGRASSE NEGLI STATI UNITI. PERCHÉ? Perché oggi chi arriva trova condizioni terribili. Da una parte ti criminalizzano, dall’altra ti concedono visti stagionali che, di fatto, ti riducono in una condizione di sfruttamento. È una grande ipocrisia. Gli Stati Uniti hanno costruito la loro ricchezza sullo schiavismo e continuano a sfruttare il lavoro migrante. Molti pensano che “dall’altra parte del muro” troveranno una vita facile. In realtà li aspettano precarietà, esclusione e persecuzione. Vivranno in appartamenti sovraffollati, lavoreranno senza tutele e saranno costantemente esposti al rischio di essere arrestati. EPPURE LE PERSONE CONTINUANO A MIGRARE. È SEMPRE STATO COSÌ, ANCHE PER CHI DALL’ITALIA EMIGRAVA NELLE AMERICHE O NEL NORD EUROPA. TU STESSO RIVENDICHI IL DIRITTO DI MIGRARE. Certo. Nessuno può fermare le migrazioni: fanno parte della storia dell’umanità. Per molte comunità impoverite del Messico anche una vita durissima negli Stati Uniti può rappresentare un miglioramento. Quando non hai nulla, anche pochissimo può sembrare molto. PARLI ANCHE DELLA TUA ESPERIENZA PERSONALE. Sì. Anch’io sono partito perché non avevo alternative. MA HAI SCELTO DI NON LIMITARTI A SOPRAVVIVERE. HAI DECISO DI ORGANIZZARTI E DI LOTTARE. Esatto. DALLA STRADA ALL’ORGANIZZAZIONE DEI LAVORATORI Il percorso di Luís nell’attivismo prende forma negli anni trascorsi in Arizona, dove entra in contatto con alcune delle principali organizzazioni di base impegnate nella difesa dei diritti delle persone migranti. Luís Valentan: Ho iniziato con i jornaleros, i lavoratori a giornata, partecipando alle attività di Puente Arizona Human Rights Movement e Tonatierra. Successivamente ho continuato questo lavoro in California. Organizzavamo percorsi di formazione perché le persone migranti conoscessero i propri diritti: diritti del lavoro, diritti civili, diritti costituzionali e diritti umani. Allo stesso tempo partecipavamo alle campagne contro le leggi razziste e contro le politiche che criminalizzavano chi viveva senza documenti. Ogni giorno i nostri centri accoglievano lavoratori e lavoratrici in cerca di occupazione. Li aiutavamo a ottenere salari dignitosi, ma soprattutto cercavamo di trasformare quei luoghi in spazi di organizzazione collettiva. Non semplici uffici dove trovare lavoro, ma comunità capaci di difendere i propri diritti e costruire forza politica. DALLE LEGGI RAZZISTE ALL’ERA TRUMP NEL CORSO DELL’INTERVISTA DEFINISCI GLI STATI UNITI UN SISTEMA FONDATO SULLO SFRUTTAMENTO. GUARDANDO AGLI ULTIMI DECENNI, VEDI UNA CONTINUITÀ NELLE POLITICHE MIGRATORIE? Luís Valentan: Sì. L’offensiva contro le persone migranti non è iniziata con Trump. Già durante le amministrazioni Bush abbiamo assistito a un progressivo irrigidimento delle politiche migratorie. Negli anni Novanta il capitalismo statunitense ha rafforzato un modello fondato sul razzismo e su forme di schiavismo moderno. In California, nel 1994, la Proposition 187 cercò di escludere completamente le persone migranti dai servizi pubblici: sanità, istruzione, welfare. Contemporaneamente cresceva una narrazione sempre più aggressiva. Dicevano: “Qui si parla solo inglese“, ma nello stesso tempo chiudevano i corsi gratuiti di inglese destinati alle nostre comunità. Poi arrivò la sezione 287(g), che consente alle forze di polizia locali di collaborare con l’ICE, consegnando le persone migranti alle autorità federali. Infine, nel 2010, la legge SB1070 dell’Arizona legalizzò di fatto la profilazione razziale e aprì la strada agli arresti arbitrari. Con Trump quella strategia è diventata ancora più violenta. Ha costruito il consenso presentando continuamente le persone migranti come criminali, terroristi o membri dei cartelli della droga. Trasmettevano immagini di estrema violenza per alimentare paura e odio. La pandemia ha rallentato solo temporaneamente questo processo. Per noi era chiaro che la SB1070 fosse stata un laboratorio di sperimentazione delle politiche che oggi vediamo applicate su scala nazionale. Allo stesso tempo abbiamo sempre saputo che, pur con linguaggi diversi, repubblicani e democratici hanno condiviso la stessa impostazione di fondo. I primi ci criminalizzano apertamente; i secondi ci guardano con compassione. Ma nessuno dei due ha realmente trasformato la condizione delle nostre comunità. Per questo non abbiamo mai smesso di organizzarci. COSTRUIRE COMUNITÀ PER RESISTERE COME È CAMBIATA LA VOSTRA ORGANIZZAZIONE IN QUESTI ANNI? La SB1070 ci ha costretto a ripensare completamente il nostro modo di lavorare. Abbiamo iniziato a costruire comitati di quartiere, gruppi di base, reti comunitarie presenti ovunque: nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei mezzi pubblici, nelle strade. L’esperienza delle pattuglie comunitarie create da Unión del Barrio a San Diego ci ha mostrato che era possibile organizzare forme di autodifesa collettiva contro gli abusi. Durante la pandemia la situazione è stata drammatica. Migliaia di lavoratori migranti sono morti perché non potevano permettersi di restare a casa. Chi non aveva documenti non riceveva alcun sostegno economico. Abbiamo lottato perché anche i lavoratori migranti fossero riconosciuti come lavoratori essenziali. Alla fine quella battaglia l’abbiamo vinta. Abbiamo partecipato anche alle mobilitazioni di Black Lives Matter dopo l’assassinio di George Floyd, così come abbiamo difeso i Dreamers e le altre comunità a cui Trump voleva revocare le protezioni legali. Molte battaglie le abbiamo vinte nei tribunali. Ma era evidente che Trump si considerasse al di sopra della legge. Per questo abbiamo continuato a rafforzare le nostre reti territoriali. UNA RESISTENZA SEMPRE PIÙ AMPIA COSA È CAMBIATO CON IL RITORNO DI TRUMP ALLA CASA BIANCA? La paura è cresciuta enormemente. Le persone senza documenti hanno paura perfino di uscire di casa. Ma, allo stesso tempo, abbiamo visto qualcosa di nuovo. Molti cittadini statunitensi bianchi hanno iniziato a mobilitarsi contro la violenza delle deportazioni e contro gli abusi della polizia. Abbiamo condiviso con loro un patrimonio di pratiche costruito in decenni di lotta. Oggi sanno come documentare un arresto, come proteggere un quartiere, come organizzare una rete di solidarietà, come raccogliere prove utili nei procedimenti giudiziari. Sono nati gruppi di autodifesa comunitaria composti da trenta, quaranta, a volte ottanta persone, collegati tra loro in una rete sempre più capillare: nei condomini, agli angoli delle strade, nei posti di lavoro, nelle scuole e nei tribunali. Per la prima volta abbiamo visto partecipare alle manifestazioni persone che fino a poco tempo fa restavano completamente estranee a queste lotte. LE ALLEANZE CHE CAMBIANO IL MOVIMENTO Il secondo mandato di Trump ha favorito alleanze che fino a pochi anni fa sembravano impensabili. Oggi lavoriamo insieme a realtà come Indivisible e partecipiamo alle manifestazioni del movimento No Kings, nato per difendere la democrazia e denunciare le violazioni dei diritti umani commesse dall’amministrazione Trump. Non chiediamo solidarietà fondata sulla pietà. Costruiamo alleanze tra persone che comprendono come la difesa dei diritti delle comunità migranti riguardi la qualità della democrazia di tutti. «SOLO IL POPOLO SALVA IL POPOLO» QUAL È L’ASPETTO PIÙ INNOVATIVO DI QUESTO PERCORSO? Luís Valentan: Abbiamo creato spazi comunitari che prima non esistevano. Per organizzare un semplice incontro sui diritti dei lavoratori ci ritroviamo nelle case, condividiamo un pranzo, una grigliata, discutiamo di come proteggerci e di come costruire solidarietà. Così molte persone statunitensi scoprono cosa significa vivere ogni giorno sotto la minaccia dell’ICE. Diventano nostre alleate non per carità, ma perché comprendono che la nostra è una battaglia comune. È questo che vogliamo: costruire un movimento capace di trasformare la società. Per questo diciamo che solo il popolo salva il popolo. Per noi la lotta non significa soltanto resistere. Significa anche cantare, fare musica, dipingere murales, celebrare la vita. Dentro NDLON l’arte e la cultura sono strumenti di organizzazione politica. Come dice Pablo Alvarado: «La lotta non è solo lottare, è anche cantare e celebrare.» Vogliamo costruire un movimento che non si esaurisca nella fatica della resistenza, ma che continui a generare forza, relazioni e speranza. DARE VOCE AI LAVORATORI: LA NASCITA DI RADIO JORNALERA IL TUO PERCORSO DI ATTIVISTA TI HA PORTATO ANCHE A DIVENTARE COMUNICATORE. COME NASCE RADIO JORNALERA? Luís Valentan: È stato un percorso naturale. Dopo l’esperienza in Arizona ho lavorato con diverse organizzazioni popolari e, nel 2017, sono entrato a far parte di NDLON. Nel frattempo avevo frequentato un laboratorio di conduzione radiofonica con Rubén Tapia, giornalista della radio comunitaria KPFK di Los Angeles. Lì ho capito che la comunicazione poteva diventare uno strumento fondamentale di organizzazione. Proposi a NDLON di creare una radio comunitaria, ma all’inizio nessuno era convinto. Così organizzai un corso di comunicazione per un piccolo gruppo di jornaleros. Alla fine del laboratorio realizzammo una trasmissione pilota. Quando i responsabili di NDLON la ascoltarono rimasero sorpresi: non immaginavano che quei programmi fossero stati prodotti da lavoratori migranti senza alcuna esperienza professionale. Fu allora che decisero di investire davvero nel progetto. Cominciammo in una piccola stanza, con pochissimi mezzi, ma con una convinzione molto forte: i lavoratori migranti dovevano poter raccontare la propria realtà senza intermediari. Per me il risultato più importante non è stato creare una radio. È stato vedere persone che non avevano mai preso la parola in pubblico scoprire di essere capaci di parlare, raccontare, condurre una trasmissione, informare altre persone. La radio ha restituito fiducia a molti lavoratori. Ci siamo appropriati di strumenti da cui eravamo sempre stati esclusi: internet, il linguaggio digitale, i microfoni. Soprattutto abbiamo conquistato qualcosa di essenziale: il diritto di rappresentarci da soli. QUINDI SEI STATO L’IDEATORE DI RADIO JORNALERA? L’idea iniziale è stata mia, ma Radio Jornalera è il risultato di uno sforzo collettivo. Senza i lavoratori e le lavoratrici che hanno creduto nel progetto non sarebbe mai esistita. Oggi la rete conta ripetitori in diversi Stati degli USA e anche in Guatemala, El Salvador e Costa Rica. È diventata uno spazio di informazione e formazione sui diritti delle persone migranti, costruito direttamente dalle comunità. IL RITORNO FORZATO IN MESSICO Dopo oltre trent’anni negli Stati Uniti, Luís si è trovato dall’altra parte della frontiera. Come migliaia di altre persone deportate o costrette a lasciare il paese, ha dovuto ricominciare da zero. CHE COSA ACCADE OGGI A CHI VIENE DEPORTATO? Le persone arrivano spesso senza documenti, senza soldi e senza telefono. Il governo messicano ha creato un programma di accoglienza che dovrebbe facilitare il rilascio dei documenti, l’accesso alla sanità e ad alcuni sostegni economici. Ma nella pratica le cose funzionano molto peggio. Molti uffici sono impreparati, prevalgono burocrazia, disorganizzazione e scarsa comprensione dei traumi vissuti da chi è stato deportato. Per questo NDLON ha costruito una rete di accompagnamento. Diffondiamo informazioni, aiutiamo le persone a orientarsi tra le pratiche amministrative e, quando necessario, mettiamo a disposizione volontari che le seguono nei rapporti con gli uffici pubblici. Molti deportati parlano ormai più inglese che spagnolo. Altri parlano solo lingue indigene. Molte procedure sono esclusivamente online, ma tante persone non possiedono né un computer né una connessione internet. Anche questo diventa un ostacolo. Il nostro obiettivo è creare in Messico Centri per il Lavoro simili a quelli costruiti negli Stati Uniti: luoghi di formazione, organizzazione e sostegno per chi è stato costretto a tornare. E saranno aperti non solo ai cittadini messicani, ma anche alle persone migranti che oggi rimangono bloccate in Messico. «SIAMO TUTTI DEPORTATI» TU HAI SCELTO DI LASCIARE GLI STATI UNITI PRIMA DI ESSERE ARRESTATO. TI RICONOSCI NELLA DEFINIZIONE DI “AUTO-DEPORTATO”? Luís Valentan: Io preferisco dire che siamo tutti deportati. Certo, sono partito con le mie gambe. Ma quando vivi sotto una minaccia permanente, quando sai che puoi essere arrestato in qualsiasi momento, rinchiuso per mesi, trasferito in catene da un centro di detenzione all’altro o mandato in un paese qualsiasi, quella non è una scelta libera. È una deportazione. Con questa amministrazione nessuno può sentirsi al sicuro. Io stesso temevo che il lavoro di controinformazione svolto con Radio Jornalera potesse trasformarmi in un bersaglio. Ho cinque figli. I tre più grandi sono cittadini statunitensi. Le due più piccole vivevano con me. Non volevo che la mia famiglia attraversasse il trauma di un arresto violento o di una lunga detenzione. Dopo trentatré anni di contributi sapevo comunque che non avrei mai avuto diritto alla pensione. A quel punto mi sono detto che non avrei regalato altro tempo della mia vita a quel sistema. Così ho deciso di tornare in Messico. LO SHOCK DEL RITORNO COM’È STATO RICOMINCIARE? È molto più difficile di quanto immaginassi. Dopo trentacinque anni il mio paese era quasi diventato uno sconosciuto. Certo, ho ritrovato la mia comunità, la mia famiglia, luoghi che non vedevo da decenni. Ma un ritorno è sempre anche uno shock culturale. Ci sono giorni in cui ti chiedi se hai fatto la scelta giusta. Poi guardi quello che continua ad accadere negli Stati Uniti e pensi che, nonostante tutto, qui stai meglio. La parte più dolorosa riguarda la mia famiglia. Mia moglie e le mie due figlie più piccole non sono riuscite ad adattarsi al Messico e sono tornate negli Stati Uniti. Quando ero emigrato ero partito da solo. Pensavo che almeno il ritorno lo avrei affrontato insieme alla mia famiglia. Invece oggi vivo qui da solo. Accompagno ogni giorno altre persone deportate, ascolto le loro storie e, nello stesso tempo, continuo a fare i conti con la mia. Non ho avuto nemmeno il tempo di reinserirmi davvero. «TRASFORMARE LA REALTÀ» IN QUESTO NUOVO CONTESTO PUÒ NASCERE UN’ALTRA STAGIONE DI ORGANIZZAZIONE? Luís Valentan: È quello che stiamo cercando di fare. L’esperienza accumulata negli Stati Uniti non deve andare perduta. Può diventare uno strumento per rafforzare le comunità che oggi vivono in Messico, siano esse persone deportate o migranti in transito. Dobbiamo continuare a organizzarci. Dobbiamo trasformare la realtà dei nostri quartieri, delle nostre comunità, dei nostri paesi. Non possiamo limitarci a sopravvivere. 1. Lavoratore edile messicano di 52 anni, residente da circa 35 anni a Houston. È stato ucciso il 7 luglio 2026 da un agente dell’ICE durante un’operazione di controllo. Le autorità sostengono che abbia tentato di investire un agente con il proprio veicolo; la famiglia, i testimoni e i legali contestano questa ricostruzione. La sua morte è oggetto di indagini federali ed è diventata uno dei simboli delle proteste contro le politiche migratorie dell’amministrazione Trump ↩︎ 2. Cittadino colombiano di 25 anni, residente nel Maine con la compagna e la figlia. È stato ucciso il 13 luglio 2026 durante un’operazione dell’ICE a Biddeford, pur non essendo il principale obiettivo del blitz. Anche in questo caso la dinamica è controversa e sono in corso indagini federali ↩︎ 3. Cittadino messicano di 28 anni, originario dello Stato di Guanajuato. È morto il 14 luglio 2026 a St. Augustine (Florida), investito da un camion mentre fuggiva da un’operazione dell’ICE. Secondo la famiglia si trovava negli Stati Uniti con un visto regolare e sarebbe dovuto rientrare in Messico pochi giorni dopo ↩︎
Ciao Assata Shakur
Con Silvia Baraldini ricostruiamo la storia dell'attivista rivoluzionaria afro americana, recentemente scomparsa a Cuba dopo 45 anni di esilio. Il 2 maggio 1973, l'attivista della Black Panther Assata Olugbala Shakur (fsn) Joanne Deborah Chesimard, fu fermata dalla polizia di Stato del New Jersey, colpita due volte e poi accusata di omicidio di un agente di polizia. Assata ha trascorso sei anni e mezzo in prigione in circostanze brutali prima di essere liberata dall'ala di massima sicurezza del Clinton Correctional Facility for Women nel New Jersey nel 1979 e trovare asilo politico a Cuba. Con Silvia Baraldini ricostruiamo l'evasione di Assata, il clima politico della sua militanza e il suo lascito. Assata: Con le sue stesse parole Mi chiamo Assata ("colei che lotta") Olugbala ("per il popolo") Shakur ("il grato"), e sono una schiava fuggita del XX secolo. A causa della persecuzione del governo, non ho altra scelta che fuggire dalla repressione politica, dal razzismo e dalla violenza che dominano la politica del governo degli Stati Uniti nei confronti delle persone di colore. Sono una ex prigioniera politica e vivo in esilio a Cuba dal 1984. Sono stata un'attivista politica per la maggior parte della mia vita, e sebbene il governo degli Stati Uniti abbia fatto tutto ciò che era in suo potere per criminalizzarmi, non sono una criminale, né lo sono mai stata. Negli anni '60, ho partecipato a varie lotte: il movimento di liberazione dei neri, il movimento per i diritti degli studenti e il movimento per porre fine alla guerra in Vietnam. Mi sono unita al Black Panther Party. Nel 1969 il Black Panther Party era diventato l'organizzazione numero uno presa di mira dal programma COINTELPRO dell'FBI, perché il Black Panther Party chiedeva la liberazione totale dei neri, J. Edgar Hoover l'ha definita "la più grande minaccia per la sicurezza interna del paese" e ha promesso di distruggerla con i suoi leader e attiviste. Assata è stata la persona più ricercata dagli Stati Uniti D'America. Importante il suo libro: La mia autobiografia. Per saperne di più: http://assatashakur.org - 
November 1, 2025
Radio Onda Rossa
Raid dell' ICE e la battaglia nelle strade di Los Angeles
In quest’ultima settimana abbiamo assistito ad una vera e propria escalation nel modo in cui la Casa Bianca sta portando avanti le sue politiche anti-migratorie. Nei primi mesi della nuova presidenza Trump, l’ICE operava in segreto, in piccoli gruppi in borghese. Nei mesi passati, per esempio, sui social media sono stati postati alcuni video che mostravano veri e propri rapimenti di alcuni studenti stranieri protagonisti delle proteste in supporto alla Palestina avvenute nei campus universitari lo scorso anno. Ora Trump ha invece chiesto di aumentare il numero di arresti quotidiani (si parla di una quota di almeno 3 mila arresti al giorno), costringendo ICE a cambiare tattiche. Ed è per questo motivo che la scorsa settimana a Los Angeles, e’ arrivata in forze, prendendo di mira cantieri, fabbriche, ristoranti ed alberghi. La decisione di partire dalla città di Los Angeles non e’ casuale. Prima di tutto, quasi il 50% della popolazione nella città californiana e’ di origine centro o sudamericana, per non parlare delle varie comunita’ di origine asiatiche. Secondo, la California e’ da sempre l’emblema di quell’America che il movimento MAGA (Make America Great Again) detesta. Uno stato ricco (la quarta economia mondiale, dietro solo a Stati Uniti, Cina e Germania), ma ‘woke.’ Considerata la mecca del movimento LGBTQ+, lo stato della California e’ dal 2018 anche un Sanctuary State. Cio’ significa che ci sono delle leggi che limitano in modi in cui le varie polizie locali possono collaborare con gli enti federali adibiti al controllo dell’immigrazione (su questo ci torneremo).  I raid dell’ICE hanno però scatenato una forte resistenza che venerdì e’ durata piu’ di otto ore. I manifestanti sono riusciti a rallentare le operazioni delle forze federali, facilitando la fuga di numerosi lavoratori e lavoratrici privi dei permessi di soggiorno. Nonostante la resistenza, l’ICE ha arrestato quasi 200 persone ed alcune di loro sono state espulse in meno di 24 ore, rendendo impossibile qualsiasi supporto legale. Una tattica questa, usata da Trump sin dal primo giorno del suo mandato. In risposta agli scontri di venerdì, la Casa Bianca ha deciso di inviare la guardia nazionale, nonostante il governatore della California non ne avesse fatto richiesta, ed alcune unità dei Marines. Questa decisione deve essere letta come un ennesimo tentativo di Trump di testare la costituzione americana. Infatti bisogna tornare agli anni del movimento per i diritti civili, per trovare un’altra situazione in cui la Guardia Nazionale fu mandata a riportare l’ordine in uno stato senza aspettare il benestare del governatore. Ironicamente, in quel caso era stato un presidente democratico a richiederne l’intervento per costringere alcuni stati del sud ad accettare l’integrazione razziale nelle loro scuole.  Il presidente puo’ invocare l’intervento della guardia nazionale e delle forze militari solamente in un ristretto numero di casi in cui e’ praticamente impossibile ripristinare l’ordine o in cui una vera e propria insurrezione armata stia minacciando lo stato. Gli scontri di venerdì non soddisfavano nessuna delle due condizioni.  Ma l’idea di usare l’esercito per reprimere qualsiasi forma di protesta e’ un desiderio che Trump nutre sin dal suo primo mandato, quando nel 2020 si trovò a dover affrontare un’ondata di proteste nate in seguito all’uccisione di George Floyd da parte della polizia. E cosi’ la sua amministrazione e’ tornata alla Casa Bianca pronta a portare avanti una nuova interpretazione dell’Insurrection Act, la legge approvata nel 1807 che appunto riconosce il diritto del Presidente degli Stati Uniti di richiedere l’intervento militare per ripristinare l’ordine pubblico. A questo si deve aggiungere il desiderio di usare la stessa legge anche per richiedere l’intervento militare per mettere in pratica le sue politiche anti-migratorie. Ecco che allora la vera e propria invasione della città californiana da parte dell’ICE acquista più senso. Trump infatti vuole usare questa crisi per testare la nuova interpretazione dell’Insurrection Act e dare così una parvenza di legalità al suo tentativo di trasformare gli Stati Uniti in uno stato autoritario.  Personalmente penso che le tempistiche di quest’azione possano essere spiegate anche con il fatto che Trump avesse organizzato una parata militare per il weekend successivo per festeggiare non solo i 250 anni delle forze militari statunitensi, ma anche il 79esimo compleanno del Presidente. Non e’ difficile immaginare che Trump sognasse di celebrare anche una violenta repressione di un movimento sceso in piazza per difendere una delle comunita’ piu’ vulnerabili della societa’ americana. Invece, sabato scorso più di 5 milioni di americani e americane sono scese in piazza per protestare contro la sua svolta autoritaria, mentre solamente poche migliaia di persone si sono recate a Washington per assistere ad un inutile parata militare. Prima di chiudere questo intervento vorrei fare solo alcune riflessioni conclusive. La prima riguarda il modo in cui la città di Los Angeles e’ scesa in piazza venerdì contro l’ICE. Come ho ripetuto più volte in passato, il movimento americano in questi ultimi dieci-quindici anni ha saputo creare delle infrastrutture capaci resistere attacchi anche pesanti da parte dello stato. A questo bisogna aggiungere che, diversamente da quello successo in altre parti, il movimento statunitense e’ anche riuscito a superare la crisi politica post-COVID. Gli scontri di venerdì, e i 5 milioni di persone scese in piazza sabato scorso, mostrano come negli Stati Uniti ci sia ancora la forza di organizzare dal basso, una cosa rara di questi tempi.   La seconda riflessione riguarda il partito Democratico. Se si guardano le immagini degli scontri avvenuti venerdi’, si notera’ che i gas lacrimogeni ed i proiettili di gomma non sono stati sparati dall’ICE, bensì dalla polizia locale. Nonostante la Californai sia un “Sanctuary State,” la polizia di Los Angelese si e’ schierata apertamente con l’ICE. Ecco, la svolta autoritaria di Trump e’ resa possibile dalle politiche repressive che le varie giunte hanno imposto negli ultimi vent’anni in tutte le città governate dal partito democratico. Abbiamo detto più volte di come quasi la metà del budget di grandi e piccole città americane venga dato ai vari dipartimenti di polizia. L’incapacita’ del partito di trovare soluzioni alternative ai problemi politici e sociali che affliggono le citta’ americane, sta permettendo a Trump di centralizzare il suo potere facendo leva proprio su quelle forze dell’ordine il cui potere politico ed economico e’ stato incrementato a dismisura proprio dalle giunte democratiche.    La sfida dei prossimi mesi e forse anni, sara’ allora anche quella di non dimenticare le responsibilita’ dei democratici, la loro ottusita’ nel continuare a negare la natura autoritaria del progetto politico dei Repubblicani. Come già successo in questi giorni, alcuni esponenti del partito andranno in TV presentandosi come i baluardi della democrazia, quando in realta’ e’ solo campagna elettorale in vista delle elezioni presidenziali del 2028. Nei prossimi mesi e anni, il movimento americano ha quindi l’opportunita’ di approfittare di questa crisi politica per presentare un vero modello alternativo e cercare di rifondare veramente questo paese.  L’ultima riflessione riguarda la violenza politica negli Stati Uniti. E’ inutile sottolineare come l’operato dell’ICE e della polizia debba essere considerata violenza politica, ma in questi ultimi giorni giorni di sono stati altri episodi di violenza che sottolineano come il clima stia cambiando. Nella notte tra venerdì e sabato, due importanti esponenti del partito democratico nello stato del Minnesota sono stati uccisi da un uomo di destra. L’uomo non è stato ancora arrestato, ma nella sua macchina e’ stata trovata una lista con il nominativo di almeno altri 50 esponenti politici. Nella giornata di sabato almeno due uomini hanno attaccato due manifestazioni anti Trump investendo i manifestanti con le loro macchine. Questi episodi si devono leggere in un clima di crescente scontro politico alimentato dalla stessa Casa Bianca. Durante una conferenza stampa indetta  in seguito agli scontri di Los Angeles, la ministra del Dipartimento per la Sicurezza Interna (Department of Homeland Security) ha affermato che e’ arrivato il momento di eliminare tutti quegli esponenti politici socialisti che si oppongono all’agenda di Trump. Senza dimenticare l’amnistia che Trump diede il primo giorno del suo mandato a quasi tutte le persone arrestate in seguito all’attacco al congresso americano nel gennaio del 2020. Molti esponenti dell’estrema destra, appena usciti di prigione, dissero che era arrivato il momento di vendicarsi per il torto subito.  Se e’ vero che in questi anni il movimento americano ha dimostrato di essere in grado di organizzarsi e difendersi da un certo tipo di violenza, il clima è sicuramente cambiato. La sfida politica e’ sicuramente enorme, ma per ora ci godiamo la vittoria ottenuta nelle strade di Los Angeles.      
June 16, 2025
Radio Onda Rossa