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Cuori ancora connessi. Sulle collaborazioni tra multinazionali e forze dell’ordine
«Vai da Conad! Conviene!»: così recita lo slogan di una delle recenti campagne pubblicitarie dei supermercati. Ma Conad non è solo questo: come ha scritto già un anno fa Stefano Bertoldi sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, il gruppo ha altre ambizioni, vuole fare del bene alle nostre famiglie, ai nostri adolescenti. Lo fa, come segnalava già Bertoldi, tramite la sua Fondazione, ente non profit, terzo settore (ETS). Il consorzio di cooperative, come spiega il sito dell’azienda, ha creato un Osservatorio (il vocabolo sta diventando inflazionato…tutti sembrano tener d’occhio qualcosa, qualcuno, ed è davvero così) per studiare fenomeni sociali non solo italiani, ma nel mondo (https://www.fondazioneconadets.it/la-fondazione/i-soci-fondatori). Infatti, grazie alla collaborazione (call, si dice) con la società IPSOS-Doxa (https://www.ipsos.com/it-it), ventimila professionisti sono al lavoro dal 1975 per perfezionare tecniche di mercato, per i quali la dòxa, l’opinione, diventa episteme, sapere certo, quando tutto si cerca e si documenta in sicurezza: «You act better when you are sure», è la frase-guida dei ricercatori. Ma le due parole chiave sono mercato e sicurezza. Vendere-consumare in ragione della messa a valore, nel caso che commentiamo, delle preoccupazioni delle famiglie che hanno bisogno non solo di cibo e detersivi, ma di un aiuto qualificato per affrontare le dipendenze dei figli, dalla tecnologia, dalle droghe, da ogni altro malessere dell’età e tipiche del momento storico-sociale. La sicurezza, in vario modo declinata, è ormai entrata a far parte della nostra vita quotidiana grazie ai provvedimenti del governo (nella fattispecie del trio interministeriale Piantedosi-Crosetto-Valditara) che la enfatizza come obiettivo della repressione di Stato. Le iniziative recenti della Fondazione Conad sono improntate al Rispetto, in tutte le sue forme, per le differenze di genere, nell’uso dei social, per condurre una vita sostenibile nelle nostre città, perché non si impedisca alle donne di accedere al tetto di cristallo (si chiama empowerment, il possibile oltre il probabile, nella vita, soprattutto nella carriera). Ovviamente, come ormai consuetudine, non manca la collaborazione attiva della Polizia di Stato. L’identità di genere, il rispetto, si precisa per tutti i generi, rientra nel novero dei Diritti Umani, quindi nella loro difesa, anche armata, come ci hanno insegnato le guerre umanitarie passate e in corso. Il filosofo Slavoj Žižek, nelle sue affilatissime analisi, derubricava la locuzione come una forma di perverso godimento politico, un modo per coprire con la genericità dell’assunto la sostanziale inacessibilità ad essi proprio mentre, nell’attuale assetto neoliberista, vengono proclamati. Per dargli ragione basta guardare come oggi, nelle nostre galere, nei centri per migranti, nei conflitti scatenati dalla furia israeliana e statunitense, essi sono una farsa. Ma sono questioni da lasciare alle forme necessarie della violenza di Stato, perché, ci vien detto, essa deve essere riconosciuta nel consorzio sociale dove alligna, e fatta battere in ritirata con buone pratiche sociali ed educative. Basta – Conad dixit – affidarsi ai materiali didattici di supporto per insegnanti, ai manuali per genitori, alle buone letture, di cui ci ha raccontato già Stefano Bertoldi (Luca Pagliari, Cuori connessi. Cyberbullismo, bullismo e storie di vita, realizzato con il supporto della Polizia di stato e di Unieuro, azienda di informatica, di telefonia, di videogiochi e dispostivi vari – Unieuro Polizia di Stato Cuori connessi marketing militarizzazione https://share.google/Tjih5ZhOBf89f6C8O). La campagna sulla sicurezza nel web è anche una preoccupazione europea visto che un’altra giornata gli è stata dedicata e si aggiunge, sempre per il mercato, alla Festa della Mamma, del Papà, dei Nonni, ecc. (https://www.internetfestival.it/programma/cybersecurity-day/). All’operazione della campagna della Fondazione Conad collaborano anche altri attori, diversamente collocati sul mercato dei beni materiali e culturali: – la rassegna della Giornata Mondiale della Gioventù che si celebra in Europa il 17 novembre, fin dal 1941, in ricordo degli eccidi e delle deportazioni naziste in Boemia del 1939; promossa dal MIM con un editoriale del Ministro Valditara sul sito del dicastero, in collaborazione con l’Università RomaTRE, quest’anno cerca fra gli studenti i talenti e le loro performances celebrative (entreranno come crediti nel curriculum finale, prima – forse – nelle   ore di Educazione Civica); – le iniziative call to action (contro le deep fake e tutto il resto che fa immondizia in rete, almeno quella che si vede, ben altro si nasconde nei magazzini sotterranei del web), le ritroviamo anche nell’ambito della Giornata della Sicurezza in Rete (Safer Internet Day SID, dal 2005), quest’anno svoltosi il 9 febbraio, promossa dalla Commissione Europea (https://www.generazioniconnesse.it/site/it/2026/01/14/sid-safer-internet-day-2026/); – il Festival del Cinema di Giffoni, dedicato lo scorso anno all’intelligenza artificiale, il prossimo luglio (17-25) propone la rassegna “The impossible things”, come guardare alle esperienze che sembrano impossibili e tali non sono: «[…] gli esseri umani sono capaci di vedere ciò che non c’è. L’impossibile cede terreno lì, nell’immaginazione. È biologia del desiderio». Un bel messaggio non c’è dubbio (https://www.giffonifilmfestival.it/). E sul filo del desiderio di crescere sicuri i propri figli, nella difesa immunitaria da coloro che rappresentano un pericolo, che siano bulli, stranieri, o semplicemente adolescenti, giovani, si muove il mercato. E si muovono le onnipresenti divise di tutti i corpi militari, mobilitati a occupare gli spazi dove serva far capire che, solo grazie alla persuasiva disciplina, al rispetto dell’ordine costituito, si deve quella difesa tanto desiderata. Per leggere, vedere film, giocare, meglio mettersi in divisa. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La Bolivia sull’orlo della guerra civile
di David Lifodi. La restaurazione neoliberista, imposta con la forza dal presidente Rodrigo Paz, si è scontrata con la resistenza delle organizzazioni popolari, mentre Usa, oligarchia e l’estrema destra, forte soprattutto nell’Oriente del Paese, soffiano sul fuoco. Foto: https://www.resumenlatinoamericano.org/ Dalla fine di aprile, in Bolivia, è in corso un violentissimo conflitto sociale che oppone le organizzazioni popolari, indigene e contadine
Electrolux dimezza la produzione. Una nuova bomba occupazionale per le Marche
Qualche giorno fa sull’Italia già debilitata a livello economico ed industriale è arrivata la bomba ‘Electrolux’. Il colosso svedese l’11 maggio scorso ha annunciato 1.700 esuberi su un totale di 4.000 addetti. In particolare sono le Marche a pagare il prezzo più di alto di questa scelta: è prevista la chiusura e la dismissione dello stabilimento di Cerreto D’Esi, piccolo centro in provincia di Ancona, a ridosso dell’appennino umbro-marchigiano. Centosettanta lavoratori si ritroveranno di punto in bianco in mezzo alla strada. Un altro colpo che viene inferto a un territorio, quello del fabrianese, famoso nel secolo scorso come il “distretto del bianco” e per la produzione dii elettrodomestici, che dal 2008  ha già subito duri colpi e per il quale la luce fuori dal tunnel ancora oggi non si vede. Abbiamo incontrato su questo aspetto e sulla situazione marchigiana in genere il segretario regionale della CGIL Giuseppe Santarelli. La vicenda Electrolux è un fulmine a ciel sereno, o è solo, per usare un riferimento letterario, la ‘cronaca di una morte annunciata’? La vicenda Electrolux non è né un fulmine a ciel sereno, né una cronaca di una morte annunciata. Gli svedesi di Electrolux hanno acquisito la Best nel 2017 con l’intento di portare dentro al proprio gruppo la produzione di cappe per cucine. Si passava da un’azienda che era diventata nel 2016 di proprietà di un fondo finanziario inglese, a un marchio che rappresentava e rappresenta ancora un player importantissimo nel settore. Il problema è quello che è avvenuto proprio dal 2017 in avanti. È cambiata la produzione, si è passati da prodotti di alta gamma gradualmente a prodotti di fascia bassa. Le strategie delle multinazionali si decidono con logiche puramente finanziarie e di profitto, logiche che in Italia nessuno ha voluto e vuole contrastare, oggi ma anche nel passato. Abbiamo assistito negli ultimi 15 anni a uno shopping di numerose aziende marchigiane: oggi secondo l’Istat sono oltre 1.000 le unità locali che fanno riferimento direttamente o indirettamente a multinazionali. Non esistono vincoli normativi obbligatori, condizionalità, piani di investimenti a medio e lungo termine. Si arriva, si prende quello che c’è da prendere, compresi contributi pubblici e cassa integrazione. poi quando si trova qualcosa di più conveniente in altre aree del mondo si lascia il deserto. Questo modello di capitalismo si può e si deve contrastare, altrimenti siamo alla farsa. Le dichiarazioni del presidente della Regione Acquaroli e del ministro Urso, se non corredate da atti chiari a tutela del lavoro e del territorio, servono solo a salvare la faccia. Noi vogliamo sentire parole chiare e impegni precisi, altrimenti quello che è successo con Beko, Giano e Electrolux capiterà ancora con altre aziende sparse per il territorio marchigiano. Qual è oggi il vero volto dell’imprenditoria marchigiana? È quello de “l’ultimo dei Mohicani” come si è autodefinito Francesco Casoli di Elica group, o quello delle multinazionali che stanno colonizzando la regione? Sono tanti i volti degli imprenditori marchigiani, non esiste un solo modello d’impresa. Ci sono oggi oltre 15.000 aziende manifatturiere attive, da piccolissime a grandi; aziende che hanno saputo innovare processi e prodotti e che hanno investito e altre che hanno tirato a campare perseguendo un modello competitivo basato su bassi salari e poca innovazione dei processi organizzativi. Siamo la Regione con il tasso di manifatturiero più alto, ma con gli stipendi in questi settori più bassi. In 15 anni nell’industria marchigiana il valore aggiunto delle imprese è quasi raddoppiato, mentre i salari sono cresciuti del 23%. Molto meno che in Emilia Romagna, in Veneto, in Toscana o Lombardia. Poi si lamentano che non trovano operai: li vogliono formati, giovani e pure che costino poco.  Faccio un esempio su tutti: la Tod’s si rifiuta da almeno 25 anni di firmare contratti aziendali integrativi, è una delle pochissime griffe internazionali a pagare solo i minimi contrattuali nazionali. L’imprenditoria familistica marchigiana è un glorioso nostalgico ricordo, un possibile ritorno al futuro, o la vera “artefice del disastro” degli ultimi vent’anni? È indubbiamente la vera artefice del declino che ha determinato, pensando che tutto sarebbe potuto andare come sempre, mentre il mondo stava cambiando. Generalizzare in questi casi è sempre complicato, ma i numeri ci dicono questo: se perdi 5.300 industrie e 37.000 addetti in 15 anni, qualcosa non ha funzionato. Hanno evidentemente privatizzato gli utili e socializzato le perdite, che poi in fondo è l’obiettivo del capitalismo, ma nelle Marche è accaduto po’ di più. Sarà il ‘modello’ Amazon’, prossimo all’apertura a Jesi, la panacea di tutti i mali, come decanta bipartisan l’intera classe dirigente politica ed economica regionale? Oppure è solo un modo per evitare di guardarci allo specchio? Io ribadisco sempre lo stesso concetto: il modello Amazon si basa sulla sistematica compressione del costo del lavoro, negli hub e lungo tutta la catena della logistica e fino alla nostra porta di casa. Con la modica cifra di € 49,99 ci garantiamo la spedizione di centinaia di pacchi gratuitamente ogni anno; chi pensate che paghi quelle spedizioni? Le paga il lavoratore lungo tutta la catena Amazon, dalla produzione di beni e servizi fino alla consegna a casa. Ma come per tutte le altre multinazionali, non possiamo permettere che Amazon arrivi, condizioni fortemente lo sviluppo, l’ambiente e la vita del territorio, senza dare nessuna garanzia. In questi anni come CGIL abbiamo fatto in Italia centinaia di vertenze, arrivando anche a importanti accordi, ma Amazon resta comunque un’azienda basata su un modello di sviluppo che per natura tende a ridurre i costi e a comprimere i diritti. L’obiettivo della Cgil non sarà mai quello di chiudere gli stabilimenti, ma quello di lavorare e lottare per renderli più rispettosi dei diritti e delle tutele. Ammetto che contro questi colossi è un lavoro improbo, ma non possiamo fare altro che provarci. Nelle Marche i movimenti pro Pal hanno portato alla luce diverse aziende coinvolte più o meno direttamente nell‘’economia del genocidio’. Il Rearm Europe, la corsa al riarmo, potrebbe diventare per gli imprenditori marchigiani ‘la zona Cesarini’, ovvero quella riconversione industriale capace di rimettere in corsa l’economia manifatturiera regionale? Credo che la guerra sia la più grande sciagura dell’umanità e se produci carri armati, armi e tecnologie belliche, prima o poi quelle armi o le userai contro qualcuno, o qualcun altro le userà contro di te. L’Europa ha imboccato questa folle strada che la vedrà investire oltre 800 miliardi in armamenti entro il 2030. Una follia che pagheremo a caro prezzo e che ci impedirà di investire risorse nel rilancio dell’industria europea dal punto di vista tecnologico e della transizione ambientale. La legge vieta l’esportazione verso Paesi in stato di conflitto armato, in Paesi i cui governi violano i diritti umani e verso Stati la cui politica contrasta con l’art. 11 della Costituzione. Va applicata la legge, punendo e sequestrando le fabbriche che non rispettano la legge. Una cosa però non si può fare: prendersela con i lavoratori che in queste fabbriche ci lavorano, cioè scambiare il boia con l’impiccato. Anche la democrazia sindacale e la coscienza non si possono esportare da altri luoghi davanti ai cancelli. Deve crescere all’interno e dal basso, avviando percorsi formativi e culturali e chiedendo a queste aziende informazioni sulle produzioni e le destinazioni delle merci.   Leonardo Animali
May 22, 2026
Pressenza
Le nuove Terre di Mezzo
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di ELLA DON su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Guerra e caos. Così si presenta il capitalismo dopo la sua evoluzione più recente, che ha condotto a una parziale differenziazione rispetto alla prassi neoliberalista consolidatasi negli anni Ottanta e Novanta. Entrambi i termini contribuiscono a definire ciò che viviamo oggi come una condizione di non eccezione (ne parliamo anche qui). Questi due sostantivi ci richiamano automaticamente alla memoria l’Olimpo della demenza criminale in cui si sta trasformando la Casa Bianca. Ma il trumpismo — prima o poi, per una ragione o per un’altra — giungerà alla sua fine; la guerra e il caos no, almeno finché non ci sarà un nuovo cambiamento nella lunga e travagliata vita del capitalismo. Gli interessi e gli investimenti — finanziari e politici — dietro questa evoluzione sono incommensurabili, e non prevedono passi indietro. In gioco è una visione del mondo in cui ciò che conta di più è il controllo strategico sulle risorse energetiche e naturali. La funzione svolta da Israele, con tutte le conseguenze che comporta, rientra anch’essa in questa logica. Due aziende stanno diventando sempre più centrali nello scenario globale così delineato. Grazie alla fama — che definirla sinistra è un eufemismo — del suo fondatore Peter Thiel, Palantir è da qualche anno in prima pagina su giornali e riviste di tutto il mondo. Il sistema Palantir è, in realtà, molto più della sola Palantir. In questo sistema occupa una posizione di rilievo un’azienda che, come la precedente, ha un nome tratto dal Signore degli Anelli, Anduril. Il legame tra le due è strettissimo: l’una non può sopravvivere senza l’altra. Non essendo giornalisti e non avendo quindi accesso a fonti o archivi specializzati, abbiamo basato la ricerca iniziale su questo mondo su DeepSeek, il chatbot cinese. La fiducia che vi si ripone ha a che fare con un elemento incoraggiante. Ogni informazione presentata viene corredata da uno, ma spesso più, link ad articoli che la supportano. Nella maggior parte dei casi, sono stati pubblicati sulla stampa nordamericana, la cui lettura ha confermato le informazioni fornite dal chatbot. Come sempre accade, i link portano ad altri link, il che ha permesso di ricostruire — molto parzialmente, certo — una realtà estremamente complessa. Anduril nasce per iniziativa di un gruppo di ex collaboratori di Thiel — Brian Schimpf, Trae Stephens e Matt Grimm — nel 2017, nell’ambito di un’iniziativa del tutto concertata con Palantir. Il fondatore iniziale fu in realtà Palmer Luckey. Dopo la vendita a Facebook della sua precedente azienda, per due miliardi di dollari nel 2014, ha dato vita — insieme ai tre ex Palantir e grazie al finanziamento di Thiel e altri speculatori finanziari di venture capital — ad Anduril. Non fu la sola startup che Palantir finanziò. La strategia di business insider dell’azienda di Thiel portò alla creazione di altre, tutte ben collocate nell’orbita di Palantir. Questa strategia è diventata famosa nei media statunitensi, e non solo, con un nome che non lascia dubbi: la Mafia di Palantir. Peter Thiel, in sintesi, ha creato — e sta ancora perfezionando — una macchina da guerra planetaria senza precedenti storici. Gli immensi mezzi finanziari di cui questa macchina della morte dispone rendono la galassia Palantir/Anduril l’attore principale nello scenario bellico che abbiamo di fronte oggi. Inutile dire che il più grande finanziatore e utilizzatore di queste iniziative di “tanatopolitica” è il governo degli Stati Uniti. Ma non è il solo, come vedremo. Anduril e Palantir stanno svolgendo un ruolo affatto centrale nel “regime di guerra” globale. Non si tratta solo di due aziende che godono di una posizione privilegiata per ottenere contratti ricchissimi. Peter Thiel, Palmer Luckey e alcuni dei loro collaboratori teorizzano, suggeriscono interventi, influenzano le scelte politiche ai livelli più alti. Il primo — oltre ad essere altre cose — è considerato il creatore del Vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, e l’ispiratore dell’orribile e ridicolo Pete Hegseth. Il secondo, che si è definito “sionista radicale“, ha visitato Israele segretamente e ha incontrato il Primo Ministro Netanyahu. Del resto, anche il CEO di Palantir — Alex Karp — non ha mai nascosto di essere un fermo sostenitore di Israele, considerando la difesa dello stato terrorista un imperativo morale ed esistenziale. I grandi capitali stanno scommettendo su quello che è probabilmente il più grande affare a livello planetario, tenendo conto di tutti gli elementi che lo circondano: la trasformazione della guerra tradizionale in guerra tecnologica condotta da mezzi autonomi. Ancora una volta, è Israele il principale campo di sperimentazione, ed è lì, infatti, dove Kinetica Venture Capital e 8VC di Alex Moore stanno effettuando enormi investimenti in questa direzione. “Operavamo con il modello della Seconda Guerra Mondiale, di carri armati e aerei… e ora è un nuovo paradigma; stiamo ripensando tutto”, ha detto Moore in occasione della sua prima visita in Israele, come riporta un articolo del Jerusalem Post. Il nuovo paradigma non riguarda solo l’applicazione delle tecnologie in sé. Riguarda la funzione della guerra, della molteplicità di guerre simultanee nella definizione di un nuovo scenario globale. La guerra permanente sta riorganizzando il “sistema-mondo”, la funzione delle istituzioni e delle loro relazioni. Nel frattempo, Palantir/Anduril stanno cambiando il senso stesso della guerra. Il gioco di squadra tra le due aziende ha definito la divisione dei compiti strategici che si sostanzia nel motto “from Edge to Cloud“, dal campo di battaglia al “cervello” centrale. La piattaforma di IA Lattice costituisce il punto di forza maggiore di Anduril. Consta di un sistema di occhi, orecchie e braccia: raccoglie dati sul campo, attraverso sensori, droni e altri equipaggiamenti. Questi dati vengono trasferiti a Palantir, che li elabora, definisce obiettivi e strategie da adottare a diversi livelli di scala. Detto in modo più chiaro: “La Lattice di Anduril gestisce i dati tattici in tempo reale, mentre l’Artificial Intelligence Platform (AIP) e il Maven Smart System [entrambi di Palantir] gestiscono la modellazione dei dati su larga scala e il comando a livello di teatro delle operazioni”, come riportato in un articolo di Investing.com. Un esempio di questa partnership — sempre a favore di Israele e del Mossad — è l’azione che ha portato alla morte di quadri di Hezbollah negli ultimi mesi del 2024, tramite esplosivi collocati nei walkie-talkie da loro utilizzati. I dati per realizzare l’azione sono stati raccolti ed elaborati dalle due aziende nordamericane e successivamente tradotti in kill-chain dal Mossad e dall’IDF. Quell’attacco rappresenta uno degli esempi più nitidi del processo di gamification (ludicizzazione) della guerra, dove le sovrapposizioni tra realtà “analogica” e realtà virtuale — producendo una realtà mista — sono costanti. Così come è già avvenuto per alcuni modelli operativi in ambito lavorativo — il caso di Amazon —, le operazioni sono gestite e attuate da operatori in centri di comando, dove interagiscono con interfacce digitali, realtà mista e intelligenza artificiale. Shyam Sankar — direttore della Tecnologia di Palantir — lo ha reso molto chiaro, dicendo che “l’arma più importante e malleabile non sono i missili, ma il software”. Il sistema di Palantir compila i dati provenienti dal mondo reale e li trasforma in un tabellone di gioco, dove sono rappresentati i punti di interesse. Il computer definisce il “campo di gioco” e le azioni da compiere. In quel momento, è Anduril che entra in gioco, eseguendo, attraverso la piattaforma Lattice, i comandi per attivare droni e altri sistemi autonomi di intervento. Tutto avviene su uno schermo che, dopo l'”intervento”, torna ad essere “pulito”. Questo processo fa sì che la cosiddetta kill chain sia molto breve, come in un videogioco. Purtroppo, Gaza, il Libano e l’Iran stanno dimostrando che si tratta di qualcosa di ben lontano dall’essere un gioco. Per concludere questa descrizione del modello Palantir/Anduril, potrebbe essere utile presentare un brano estratto dal sito di Anduril, chiarificatore del modo in cui la macchina nel suo complesso funziona: “Forniremo un meccanismo rapido e pronto per operazionalizzare queste nuove capacità di IA direttamente attraverso programmi di produzione della difesa già presenti sul campo. Il Maven Smart System, basato sulla Piattaforma Palantir, offre una piattaforma aziendale di comando missione che integra dati operativi su larga scala e utilizza capacità basate sull’IA per migliorare e accelerare il processo decisionale umano in missioni congiunte, quali intelligence e fuochi. Allo stesso modo, la piattaforma software Lattice di Anduril offre una piattaforma di autonomia di missione in prossimità (edge) che si integra direttamente con sistemi robotici e utilizza capacità basate sull’IA per automatizzare e orchestrare la conduzione di missioni congiunte, quali difesa aerea e ricognizione. Anduril e Palantir stanno unendo questi sistemi complementari, fornendo una capacità operativa continua dal campo all’azienda, che funge da piattaforma di distribuzione per nuove applicazioni di IA che chiunque può costruire. Questa piattaforma è già implementata e in uso da parte di Anduril e Palantir per i propri scopi aziendali e nei contratti governativi, il che consente a questo lavoro di iniziare immediatamente”. La visione completa di questa macchina e delle sue funzioni va ben oltre l’ambito strettamente bellico. La lettura globale — perfettamente in linea con la filosofia di Thiel — della funzione degli Stati Uniti e dei loro uomini “migliori” è contenuta nel libro di Shyam Sankar Mobilize, e ben sintetizzata da Annie Jacobsen in una presentazione elogiativa del lavoro di Sankar. Si legge sul sito del libro: “Ciò di cui l’America ha bisogno sono visionari, ribelli e persino eretici per superare l’inerzia burocratica che ha sempre impedito i cambiamenti tettonici. Per troppo tempo, il Pentagono si è inginocchiato all’altare dei processi. Capacitando individui eccezionali e sfruttando il potere del capitalismo e della concorrenza, possiamo liberare il talento e la forza necessari per resuscitare la base industriale, evitare la Terza Guerra Mondiale — e aiutare il nostro paese a costruire, e a vincere”. Gli interessi di Palantir e Anduril, tuttavia, non si limitano ai due paesi più (dichiaratamente) bellicosi dei tempi spaventosi che stiamo vivendo. L’Europa sta diventando un campo di conquista di questi due giganti made in USA, e i risultati sono già ben visibili. Tre paesi — Regno Unito, Germania e Polonia — hanno adottato ai massimi livelli il sistema da esse promosso, investendo quote di capitali molto elevate. A causa della sua posizione geografica, che la rende un paese di confine, la Polonia è senza dubbio, tra i tre paesi nominati, quello che sta tessendo i legami più complessi con Palantir e Anduril, nell’ambito della produzione bellica. Gli ordini attribuiti alle due aziende — che ammontano a miliardi di dollari — prevedono l’acquisizione del sistema di IA e cybersicurezza di Palantir, nonché la cooperazione con Anduril per quanto riguarda il sistema di missili autonomi. Il Regno Unito, dal canto suo, è diventato il quartier generale di Palantir in Europa. L’investimento di 1,5 miliardi di sterline servirà affinché Palantir sviluppi capacità alimentate dall’IA — già testate in Ucraina — per accelerare il processo decisionale, la pianificazione militare e la definizione degli obiettivi. In Germania, i negoziati hanno coinvolto principalmente Anduril, attraverso la partnership stabilita con il gigante tedesco della produzione industriale bellica Rheinmetall. L’accordo prevede lo sviluppo e la produzione congiunta di sistemi autonomi definiti dal software per le forze armate europee. Ciò significa che la partnership tra Anduril e Rheinmetall punta a un mercato che va oltre i confini tedeschi, poiché è “adattata alle esigenze individuali dei mercati europei e intende riflettere la filosofia ‘costruito con, e non per'”. Il resto del mondo non è escluso dagli interessi delle due aziende. Giappone, Corea del Sud, India, Australia, Emirati Arabi Uniti sono solo i paesi dove le partnership con governi e/o aziende locali sono più significative. Inutile dire che la Cina e la Russia hanno piani equivalenti a quelli delle due aziende made in USA. Le differenze sono formali (il ruolo dello Stato, in primo luogo), ma anche sostanziali. Le due superpotenze hanno agito in modo da produrre ecosistemi statali molto complessi e articolati, fondati sugli immensi fondi finanziari di cui dispongono e sulla struttura dei loro eserciti. In sintesi, sembra che Thiel e gli altri anarco-capitalisti si posizionino in una nuova versione di ciò che Tolkien descrisse negli anni Cinquanta. Il Sauron che essi rappresentano incarna il desiderio di un potere assoluto e paranoico, da raggiungere con tutti i mezzi. L’Anticristo, evocato da Thiel come nemico totale, assume i tratti di una Idra dalle molte teste, il cui obiettivo è opporsi al processo di sviluppo che gli uomini “migliori” stanno imponendo alla Terra di Mezzo. Ciò che egli definisce Anticristo non è altro che la moltitudine di soggetti che, quotidianamente, lottano per una “vita giusta”, perché, come sempre, dove c’è potere, c’è resistenza. (Continua). -------------------------------------------------------------------------------- Articolo pubblicato originariamente su Esquerda.net -------------------------------------------------------------------------------- Rodrigo Magalhães è libraio a Lisbona. Ha pubblicato Cinerama Peruana (2013, Quetzal) e Os Corpos (2017, Quetzal). Collabora occasionalmente con riviste online portoghesi e italiane. Stefano Rota è ricercatore indipendente. Gestisce il blog “Transglobal”. Le sue più recenti pubblicazioni collettive sono La fabbrica del soggetto. Ilva 1958-Amazon 2021 (Sensibili alle foglie, 2023), e in G. Ferraro (a cura di), Altraparola. La figura di sé (Efesto Edizioni, 2024). Collabora occasionalmente con riviste online italiane e lusofone. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le nuove Terre di Mezzo proviene da Comune-info.
May 12, 2026
Comune-info
Repubblica Dominicana, migliaia in marcia fermano la miniera della multinazionale canadese
Il governo della Repubblica Dominicana ha sospeso i lavori per la miniera d’oro affidati alla multinazionale canadese GoldQuest. Il presidente Luis Abinader ha dato seguito alla volontà popolare manifestatasi per le strade di San Juan. Qui, domenica scorsa, diverse migliaia di persone hanno sfilato per circa venti chilometri, verso la diga di Sabaneta, tra le principali fonti d’acqua del Paese. I manifestanti, dispersi poi dalla polizia a suon di idranti e lacrimogeni, denunciavano il rischio contaminazione dato dalla realizzazione del progetto minerario, al momento fermo alla fase esplorativa. La protesta nella Repubblica Dominicana contro il progetto Romero si inserisce in un filone più ampio, che dalla Bolivia all’Argentina vede protagonisti i popoli latinoamericani contro l’estrattivismo delle multinazionali. «Ai dominicani non interessa l’oro — dice uno dei manifestanti giunto alla diga di Sabaneta — ma l’acqua, l’ambiente, le risorse naturali». In migliaia hanno marciato domenica verso una delle principali fonti d’acqua del Paese, minacciata dal progetto minerario della GoldQuest. Dal 2005 sono state affidate alla multinazionale canadese delle concessioni esplorative, dunque di valutazione, nell’area circostante. Nelle ultime settimane GoldQuest aveva rilanciato la volontà di procedere con il progetto Romero, adducendo per la provincia di San Juan dei presunti impatti positivi sull’economia. A insorgere sono stati proprio i produttori locali, perlopiù contadini, che hanno invece denunciato i pericoli dell’inquinamento dati dalle attività estrattive. A seguito della manifestazione, il presidente Luis Abinader ha deciso di sospendere qualsiasi attività legata alla GoldQuest, a partire dai permessi necessari per procedere con l’inizio dei lavori e dunque dello sfruttamento minerario. La vittoria ottenuta dai cittadini dominicani si inserisce in un filone più ampio, che attraversa e unisce l’intera America Latina. In Bolivia, dove le comunità indigene hanno visto da vicino le conseguenze ambientali dell’estrazione dell’oro — a partire dall’uso del mercurio che inquina suolo e falde acquifere — si è messa in moto una campagna per sottrarre braccia e risorse al settore, puntando sull’agricoltura sostenibile. Due anni fa, a Panama, le proteste popolari costrinsero il governo a rivedere i suoi piani sulle concessioni minerarie. Vorrebbero ottenere lo stesso risultato anche gli argentini, che hanno lanciato una campagna per l’abrogazione dell’ultima riforma Milei, incentrata sull’autorizzazione delle attività minerarie e di estrazione degli idrocarburi anche nelle aree a ridosso dei ghiacciai. La riforma aumenterà i siti estrattivi, in uno Stato già alle prese con le conseguenze ambientali delle miniere di litio, contro le quali si concentra la lotta di diversi popoli indigeni, come i Kolla, che quotidianamente sfidano la repressione per provare a salvare quel che resta dei territori ancestrali.   L'Indipendente
May 8, 2026
Pressenza
Una conferenza sul clima senza lobbisti del petrolio
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Ehimetalor Akhere Unuabona su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Della conferenza internazionale sul clima in corso a Santa Marta, città porto carbonifero colombiano, dal 24 al 28 aprile, se ne parla poco, ma è un vero peccato perché rappresenta qualche cosa di nuovo nella lotta alla catastrofe climatica. Nel metodo e nel merito. Guidati da un significativo gruppo di governi dei paesi del sud globale – i più colpiti dagli effetti devastanti del surriscaldamento globale – decine di delegazioni ufficiali (oltre a Colombia, Brasile, Filippine, Messico, Senegal, Camerun, Figi, Turchia, Vietnam e molti altri stati ci sarà il Belgio e non pochi governi europei) e organizzazioni della società civile si riuniscono per la prima volta autonomamente, per autoconvocazione fuori dalle estenuanti liturgie onuiste. Dopo cinquant’anni di Cop (conferenze intergovernative), tanto spettacolari, quanto inconcludenti, l’uscita dagli accordi sul clima del maggiore inquinatore storico planetario (gli Stati Uniti) ha finalmente reso evidente che non vi possono essere soluzioni consensuali senza fuoriuscita dall’era dei fossili. E qui sta la novità di contenuto rispetto ai passati accordi stipulati in sede Onu: l’obiettivo è la phase-out dalle fonti fossili. In discussione è il percorso su come raggiungere la fuoriuscita dai sistemi energetici inquinanti, non la meta. Rimarranno fuori dalla porta della conferenza di Santa Marta i lobbisti delle compagnie petrolifere. Sono invece chiamati ad assumersi le loro responsabilità i decisori politici di ogni singolo stato, di ogni singolo parlamento. Con la conferenza di Santa Marta non sarà loro più consentito nascondersi dietro trattative infinite e mediazioni paralizzanti. Chi non farà la propria parte, anche unilateralmente, per libera scelta e per quel che serve, non sarà meno complice di quegli stati che si arricchiscono continuando ad estrarre, raffinare, vendere e consumare combustibili fossili. Ora lo scontro è chiaro. Da una parte i grandi inquinatori, dall’altra i popoli indigeni, i contadini, le comunità locali che si prendono cura dei loro territori. Da una parte le industrie estrattive e gli accaparratori delle risorse naturali, dall’altra le attività economiche che condividono equamente e preservano i beni comuni naturali. Da una parte i mercanti dei permessi di inquinamento (crediti di emissione), dall’altra vere politiche di transizione energetica orientate alla sostenibilità ecologica e all’equità sociale. Ci rimane un mistero da chiarire: cosa andrà a fare a Santa Marta la delegazione che il governo italiano sembra abbia deciso di inviare. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Clima, appello della società civile ai parlamentari: “Uscire subito dai > combustibili fossili” -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una conferenza sul clima senza lobbisti del petrolio proviene da Comune-info.
April 22, 2026
Comune-info
Il mais ha già una casa
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Ceccam (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Dal 12 al 15 marzo, la Rete in Difesa del Mais ha tenuto la sua assemblea, ospitata questa volta da Radio Huayacocotla, “La Voce Contadina”, una storica emittente radiofonica comunitaria che trasmette da sessant’anni in quattro lingue: nahuatl, tepehua, Ñañú (otomi) e spagnolo. L’assemblea è iniziata presso la loro sede ed è proseguita nella comunità indigena di Cuatecomaco, nel comune di Zontecomatlán, Veracruz (Messico). Cuatecomaco è una delle comunità della regione di Veracruz Huasteca che ha subito gli effetti devastanti delle intense piogge dell’ottobre 2025, ben peggiori di quanto chiunque potesse ricordare. Il fiume è straripato, le colline sono franate e centinaia di persone in questa comunità e in altre della regione hanno perso le loro case e i loro averi. Le fonti d’acqua sono state contaminate, le strade e le autostrade sono state spazzate via, distrutte. Come altre comunità della regione, si sono riprese grazie alla solidarietà, ma ne subiscono ancora le conseguenze. È una comunità che mantiene viva e predominante la propria lingua, le assemblee e le proprie forme di organizzazione, assistenza sanitaria e lavoro. Nella regione si parlano il Nahuatl, il Tepehua e il Ñañú. Coltivano i loro campi di mais con grande varietà e anche il caffè. A Cuatecomaco non c’è internet e la copertura per i telefoni cellulari è scarsa. La vita si svolge e prospera grazie all’interazione diretta tra le persone, un lusso raro al giorno d’oggi. È così che si sono organizzati per accogliere la Rete in Difesa del Mais nel loro spazio; Hanno preparato 700 tamales e offerto ai partecipanti lo zacahuil, un delizioso piatto tradizionale della regione. All’incontro hanno partecipato autorità di diverse comunità della regione, insieme a membri della rete provenienti dagli stati di Oaxaca, Chiapas, Jalisco, Chihuahua, Guanajuato, Hidalgo, Veracruz, dalla penisola dello Yucatán, dallo Stato del Messico e da Città del Messico. A Cuatecomaco, è stato dedicato ampio spazio alla condivisione di ciò che viene coltivato in ogni luogo e dei problemi che si affrontano, per comprendere che molti sono comuni nonostante le diverse aree geografiche e culture. La giornata si è conclusa con una colorata celebrazione di scambio di semi. Le piogge che hanno devastato questa regione non sono state causate da chi vi abita, da chi coltiva la terra, si prende cura del territorio e di tutti gli esseri viventi. Il caos climatico è un fardello imposto alle comunità dal meccanismo distruttivo delle multinazionali dell’agroindustria, dell’energia, dell’industria mineraria, della tecnologia e di altri settori, che, per il loro profitto, riscaldano il pianeta con massicce emissioni di carbonio e sconvolgono il clima. Proprio come nel caso della contaminazione transgenica del mais autoctono, scoperta per la prima volta nel 2001 nella Sierra Juárez di Oaxaca, la Rete in Difesa del Mais è nata per contrastarla. Ora la rete è di nuovo in allerta: il governo (in particolare i Ministeri della Scienza, delle Scienze Umanistiche, della Tecnologia e dell’Innovazione e dell’Agricoltura e dello Sviluppo Rurale), sta cercando di instillare la minaccia dello sviluppo e della coltivazione di mais e altre colture geneticamente modificate. Le mascherano chiamandole colture “modificate geneticamente”, in modo che agricoltori e consumatori non capiscano che sono simili agli OGM e per evitare la valutazione del rischio e l’etichettatura. La Rete per la Difesa del Mais (CECCAM) ha fermamente respinto ogni forma di manipolazione genetica del mais e di tutte le sementi, nonché la loro privatizzazione e brevettazione. Non si tratta solo di un avvertimento sulla carta: è supportato da 25 anni di resistenza contro la contaminazione del mais da parte delle sue comunità, una resistenza che non ha mai vacillato nei suoi territori, nemmeno dopo che la semina di mais geneticamente modificato è stata vietata dalla Costituzione messicana nel 2025. Nonostante il divieto, ora emergono manovre all’interno delle stesse istituzioni governative per spianare la strada alle sementi manipolate di Bayer-Monsanto e di altre multinazionali del settore agrochimico e sementiero. Pertanto, è fondamentale organizzare più seminari informativi in tutto il paese, rafforzare la vigilanza, la denuncia e il coordinamento tra comunità e organizzazioni per fermare questi progetti (Pronunciamiento Red En Defensa del Maíz). All’interno della rete, vige la costante consapevolezza che le sementi non sono oggetti da depositare in banche del seme, né da manipolare o brevettare. Sono una parte vitale delle comunità che coltivano mais, che nutrono e che a loro volta nutrono loro. La rete condanna i tentativi di registrare i semi autoctoni e di inserirli in banche del seme “ufficiali”, un modo per facilitarne l’accesso e la brevettazione da parte delle multinazionali. Come affermato nella loro dichiarazione, “il mais ha già la sua casa nelle comunità”. Anche nelle città, abbiamo il diritto di decidere cosa mangiare: la rete respinge la legge sugli orti urbani nello stato di Jalisco, che mira a controllarli e a impedirne l’espansione. Le comunità denunciano gli inganni e gli abusi subiti a causa dei progetti sul carbonio – un’altra forma di appropriazione del territorio – e l’impatto dei progetti di agricoltura industriale e tossica nei campi e nelle grandi serre che sfruttano i lavoratori per la coltivazione di agave e more. Il Tribunale Permanente dei Popoli ha avviato quest’anno un processo internazionale per la difesa dei semi. Anche la rete sarà presente per unirsi alla difesa del mais dall’interno delle proprie comunità. Dalle comunità e dalla loro autonomia provengono le risposte concrete alle crisi. Pertanto, “la milpa è passato, presente e futuro”, conclude Neify, originaria di Chunhuhub, Quintana Roo. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada e qui con l’autorizzazione dell’autrice -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mais ha già una casa proviene da Comune-info.
April 9, 2026
Comune-info
«Fantomas contro i vampiri delle multinazionali» ovvero…
… quando Julio Cortazar scriveva in “jam session” di Saverio Pipitone Nel 1980, nei mesi di ottobre e novembre, lo scrittore argentino Julio Cortázar andò a insegnare all’Università californiana di Berkeley, tenendo un corso di otto lezioni, il giovedì dalle 14 alle 16. Era stato invitato dall’amico José Durand, titolare della cattedra di letteratura latinoamericana. C’erano un centinaio di studenti.
Trent’anni di Ogm
LE MULTINAZIONALI DEGLI OGM ASSICURAVANO RACCOLTI PIÙ ABBONDANTI E UN USO RIDOTTO DI PRODOTTI AGROCHIMICI. NON SOLO: GARANTIVANO PERSINO UN CONTRIBUTO DECISIVO CONTRO LA FAME NEL MONDO, PRECISANDO AL CONTEMPO CHE QUELLE COLTURE NON SAREBBERO FINITE NEI NOSTRI PIATTI. CHIUNQUE OSAVA SOLLEVARE DUBBI VENIVA PRONTAMENTE ARCHIVIATO COME RETROGRADO. A TRENT’ANNI DALL’AVVIO DELLA COLTIVAZIONE COMMERCIALE SU LARGA SCALA, NESSUNA DI QUELLE DICHIARAZIONI SI È MINIMAMENTE VERIFICATA. OGGI SONO QUATTRO LE GRANDI AZIENDE CHE CONTROLLANO LA COLTIVAZIONE GLOBALE DI COLTURE GENETICAMENTE MODIFICATE. SCRIVE SILVIA RIBEIRO, RICERCATRICE E DIRETTRICE PER L’AMERICA LATINA DEL GRUPPO ETC (ACTION GROUP ON EROSION, TECHNOLOGY AND CONCENTRATION): “GLI OGM SI SONO RIVELATI UN DISASTRO PER LA SALUTE, L’ALIMENTAZIONE E L’AMBIENTE, MA ANCHE UN AFFARE REDDITIZIO PER LE MULTINAZIONALI…” Foto di David Maunsell su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Sono trascorsi trent’anni dall’inizio della coltivazione commerciale di colture geneticamente modificate in tutto il mondo. Il risultato è una lunga lista di promesse non mantenute e una scia di contaminazione del suolo, dell’acqua e dell’aria con glifosato e altri prodotti agrochimici che hanno invaso i corpi di contadini, vicini e milioni di consumatori, lasciando residui chimici nel sangue, nelle urine e nel latte materno (leggi Atlante dell’agroindustria transgenica nel Cono Sud). Le multinazionali degli Ogm promettevano rese più elevate e un minore utilizzo di prodotti agrochimici. Promettevano anche colture con più nutrienti, come il “riso dorato” ricco di vitamina A, e altri presunti benefici. Nulla di tutto ciò si è avverato (“Raccolto amaro: 30 anni di promesse non mantenute“). Quattro aziende controllano la coltivazione globale di colture geneticamente modificate: Bayer (proprietaria di Monsanto), Corteva (nata dalla fusione di DuPont-Pioneer e Dow), Syngenta (di proprietà di Sinochem Holding) e BASF. Insieme, controllano anche metà del mercato globale delle sementi commerciali e due terzi del mercato degli agrofarmaci (Los diez gigantes de los agronegocios: la concentración corporativa en la alimentación y en la agricultura). La propaganda di queste aziende, attraverso associazioni che utilizzano per celare la loro vera natura (come Chilebio, Argenbio e Agrobio México), mira a creare l’impressione che gli Ogm siano presenti in tutto il mondo. La realtà, secondo i loro stessi dati, è che la superficie coltivata a livello globale con Ogm non raggiunge il 13% dei terreni arabili del pianeta, e solo 10 paesi coltivano il 98% di questa superficie. Solo tre paesi rappresentano l’80% della superficie coltivata: Stati Uniti, Argentina e Brasile. Seguono Canada, India, Paraguay, Cina, Sudafrica, Pakistan e Bolivia (Récord de adopción: los cultivos transgénicos alcanzan las 210 millones de hectáreas en 2024). Gli Stati Uniti sono stati i primi a coltivare soia geneticamente modificata tollerante al glifosato, seguiti dall’Argentina nel 1996. Attualmente, 32 paesi hanno approvato la coltivazione commerciale di una o più colture Ogm, ma solo una decina di paesi ha superfici significative coltivate. Al contrario, più di 150 paesi non ne consentono la coltivazione e 38 paesi hanno imposto restrizioni o divieti sulla semina di una o più colture geneticamente modificate, tra cui Messico, Ecuador, Perù, Belize e Venezuela. Quattro colture occupano quasi l’intera superficie coltivata e sono tutte destinate al consumo umano: soia, mais, cotone e colza. Si diceva che le colture geneticamente modificate avrebbero alleviato la fame nel mondo, e che non erano destinate al consumo umano, bensì all’industria. La maggior parte viene utilizzata come mangime per il bestiame allevato in spazi ristretti e circa un terzo per la produzione di combustibili e altri usi industriali. In sintesi: quattro multinazionali controllano tutte le colture transgeniche, solo 10 paesi detengono il 98% della superficie coltivata, quattro colture occupano il 99,4% di tale superficie (soia, mais, cotone e colza) e ci sono solo due tipi di colture transgeniche, oltre il 90% tolleranti agli agrofarmaci e il resto “insetticidi” con la tossina Bt, che in molti casi hanno “accumulato geni” per essere tolleranti anche agli agrofarmaci. Si è ridotto l’uso di pesticidi? No, al contrario, il loro utilizzo è aumentato esponenzialmente. Poiché le colture sono state geneticamente modificate per essere tolleranti al glifosato, l’uso di questo erbicida, classificato come cancerogeno dall’OMS, è aumentato di oltre 20 volte. Ciò ha portato alla creazione di decine di “super-erbacce”: infestanti invasive che hanno sviluppato resistenza al glifosato. Per combatterle, sono state aumentate le concentrazioni e le dosi applicate e sono state immesse sul mercato colture geneticamente modificate con geni che conferiscono tolleranza a vari agrofarmaci sempre più pericolosi come glufosinato, dicamba e 2,4-D (GM crops fuel rise in pesticide use despite early promises, study shows). Rese più elevate? Assolutamente no. Studi a lungo termine dimostrano che le rese sono pari o inferiori a quelle delle colture ibride. Uno studio condotto dall’Unione degli Scienziati Preoccupati degli Stati Uniti ha dimostrato che, in 13 anni di coltivazione, le colture geneticamente modificate (OGM) hanno aumentato la resa di appena lo 0,2% all’anno, mentre le pratiche agricole convenzionali e agroecologiche l’hanno incrementata di oltre il 10% nello stesso periodo. Le colture di mais Bt sembravano avere una resa maggiore, ma sono state gradualmente ritirate dal mercato perché i bruchi hanno sviluppato resistenza, il che ha portato anche a un maggiore utilizzo di pesticidi. Studi successivi hanno confermato le stesse tendenze (GM Delivers No Advantage in Crop Yields After 20 Years). Tutte le colture OGM sono brevettate e i semi costano fino al 30% in più. Le aziende hanno tratto ulteriore profitto da migliaia di cause legali intentate contro gli agricoltori per aver “utilizzato” geni brevettati quando i loro campi erano contaminati da impollinazione incrociata. Gli organismi geneticamente modificati (OGM) si sono rivelati un disastro per la salute, l’alimentazione e l’ambiente, ma anche un affare redditizio per le multinazionali. In molti paesi, si sono combattute battaglie con un ampio sostegno popolare per proibirne la coltivazione e il consumo. Ovunque nel mondo, se si chiede, la stragrande maggioranza delle persone risponde di preferire non mangiare OGM. Per continuare a trarre profitto e ingannare produttori e consumatori, il trucco attuale delle multinazionali è quello di cambiare il nome delle colture geneticamente modificate, chiamandole “editing genetico”, il che ha permesso loro di eludere le leggi sulla biosicurezza e sull’etichettatura in diversi paesi, e ora stanno tentando di farlo anche in Messico (Asalto tecnológico a la agricultura y alimentación: edición genómica, digitalización y corporaciones). La resistenza continua e noi non lo permetteremo. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada (e qui con l’autorizzazione dell’autrice) con il titolo Treinta años de transgénicos: promesas incumplidas y contaminación -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Trent’anni di Ogm proviene da Comune-info.
March 27, 2026
Comune-info
Territorio e terra
ROMPERE LA GABBIA CHE LE GEOPOLITICA IMPONE AL CONCETTO DI TERRITORIO CONSENTE DI ASCOLTARE IL MONDO DI QUELLI CHE SONO IN BASSO. NEGLI ULTIMI ANNI INFATTI IL TERRITORIO È DIVENTATO IL CENTRO IN CUI SI MATERIALIZZATA L’ECONOMIA GLOBALE, MA AL TEMPO STESSO È DIVENTATO IL FULCRO DELLA RESISTENZA DELLE COMUNITÀ INDIGENE, NERE E CONTADINE. COME DIMOSTRANO SEMPRE PIÙ TERRITORI, A COMINCIARE DAL SUD AMERICA, SCRIVE RAÚL ZIBECHI, OGGI LA RESISTENZA AL CAPITALISMO È GUIDATA PRIMA DI TUTTO DA QUELLE COMUNITÀ, LE UNICHE IN GRADO DI FERMARE I PROGETTI DELLE GRANDI MULTINAZIONALI E DI PORRE UN FRENO AI PROCESSI DI PRIVATIZZAZIONE DI BENI COMUNI COME TERRA E ACQUA IN MERCI Foto: @Tukuma_pataxo per APIB / Articulação dos Povos Indígenas do Brasil -------------------------------------------------------------------------------- «La terra e i territori non sono semplicemente uno sfondo per la riconfigurazione geopolitica», scrive Oscar Bazoberry, coordinatore dell’Istituto per lo Sviluppo Rurale in Sud America (IPDRS), nell’introduzione al Decimo Rapporto: Accesso alla Terra e al Territorio in Sud America. Aggiunge che la terra e i territori «continuano a essere lo spazio in cui si materializzano cicli politici, strategie estrattive e nuove agende ambientali». Bazoberry sostiene che porre l’accesso alla terra e ai territori al centro dell’analisi e dell’attenzione globale è necessario per comprendere come il potere si stia riorganizzando, sia a livello locale che globale. Il rapporto, pubblicato da dieci anni, copre nove paesi della regione, poiché quest’anno non è stato possibile ottenere contributi dal Venezuela per ovvie ragioni. Secondo l’IPDRS, si tratta di un progetto di «ricerca collaborativa situata» che si avvale di informazioni fornite da movimenti e organizzazioni sociali, media alternativi e alcuni rapporti istituzionali per sistematizzare i dati disponibili, rendendoli utili per i soggetti collettivi che i rapporti intendono mettere in luce. Redatte da accademici strettamente legati ai movimenti, le relazioni annuali offrono approfondimenti sulle principali tendenze della lotta per la terra e il territorio nel subcontinente, avvicinandoci al contempo alle persone che difendono la terra e la vita. Ogni sezione mette in luce un particolare movimento di resistenza, illustrato con fotografie dei suoi leader. È importante sottolineare i cambiamenti avvenuti in appena un decennio, che hanno radicalmente modificato i conflitti. “Per anni, la terra è stata considerata una questione rurale e settoriale, legata all’agricoltura, e marginale in termini di occupazione e residenza”, si legge nell’introduzione. Ora, invece, il territorio è diventato il centro della formazione del valore, “dove si è materializzata l’economia globale”, nonché il fulcro della resistenza delle comunità. In breve, la terra è centrale come risorsa globale, come accesso alle fonti energetiche, all’estrazione mineraria e forestale, e come fonte di speculazione finanziaria attraverso i crediti di carbonio, tra le altre cose. Uno dei cambiamenti più significativi riguarda le modalità di accumulazione del capitale. Le catene del valore globali esercitano ora un’influenza molto maggiore sulla proprietà terriera da parte delle vecchie oligarchie latifondiste, con tutte le implicazioni che ciò comporta per le lotte sociali. Mentre il capitalismo impatta sui territori dei popoli indigeni, cercando di espropriarli per privatizzare i beni comuni trasformandoli in semplici merci, emergono nuove forme di resistenza e nuovi soggetti collettivi: le comunità indigene, nere e contadine. In relazione a ciò, si sta verificando una trasformazione di lunga durata: la lotta per la riforma agraria, intesa come distribuzione individuale della terra, è stata soppiantata dall’emergere dei territori indigeni. I movimenti di resistenza realmente esistenti si basano sull’attaccamento ai propri spazi e sull’impregnazione di spiritualità, che ha trasformato la terra in un territorio integrale, abitato da comunità forgiate all’interno di questi processi. Il mutamento del panorama degli attori storici nella lotta anticapitalista ha modificato l’intero contesto istituzionale e politico. L’importanza di questi popoli (indigeni, neri e contadini, che in Brasile vengono definiti “popoli della campagna, delle acque e delle foreste”) implica non solo un cambiamento negli attori coinvolti, ma anche una trasformazione fondamentale nelle modalità di conduzione della politica, che d’ora in poi appare incentrata sull’autogoverno e sull’autonomia territoriale. Osserviamo come la resistenza al capitalismo sia guidata dalle autonomie indigene, nere e contadine in tutto il continente, sebbene alcuni “analisti” ritengano che i lavoratori industriali rimangano la classe che resiste al sistema. In Brasile, i popoli indigeni rappresentano meno dell’1% della popolazione totale, ma sono gli unici in grado di fermare i progetti delle grandi multinazionali, come dimostra la recente vittoria di 14 comunità amazzoniche contro i piani di Cargill (L’importanza di riconoscere le vittorie dei popoli). Questa resistenza si sta riaccendendo oggi grazie alle donne indigene del fiume Xingu, che chiedono la revoca della licenza ambientale della compagnia mineraria canadese Belo Sun. Da tre settimane occupano la sede dell’Istituto Indigeno e hanno bloccato l’autostrada per l’aeroporto di Altamira. I movimenti di resistenza si stanno diffondendo in tutto il continente e ogni giorno veniamo a conoscenza di nuove esperienze. Ho chiesto a Silvia Adoue, che accompagna alcune di queste lotte, perché siano proprio gli indigeni a resistere maggiormente. Dopo averci pensato, ha risposto: “Sono più preparati degli abitanti delle città ad affrontare la guerra del capitale, perché non ne sono mai stati al di fuori. E sono meno contaminati dal capitalismo”. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada con il titolo Tierra y territorios en Sudamérica -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Territorio e terra proviene da Comune-info.
March 21, 2026
Comune-info