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Se l’Europa finisce nella lista nera degli Stati uniti
Immaginiamo che un funesto mattino l’Europa si svegli nella lista nera dell’America. Risultato: Instagram e WhatsApp muti, Google irraggiungibile, ChatGPT spento. I servizi digitali di marca americana, che governano merci, prenotazioni e logistica, inceppati. Le carte Visa e Mastercard che non passano. Molti conti bancari bloccati. E i dollari digitali […] L'articolo Se l’Europa finisce nella lista nera degli Stati uniti su Contropiano.
October 25, 2026
Contropiano
La Banca centrale europea parla di biodiversità, ma continua ad agevolare i colossi fossili
Tutelare la biodiversità significa innanzitutto porre fine al business di carbone, petrolio e gas. Ma su questo la BCE-Banca centrale europea è ancora timida: ha acquistato obbligazioni di 15 delle 80 imprese fossili più dannose per la biodiversità: quasi il 10% dei titoli societari in portafoglio a maggio 2026; il report di Reclaim Finance segnala anche che questi titoli sono ammessi come garanzia dalla Bce con haircut minimi, tra l’1 e il 2%, nella maggioranza dei casi esaminati; a giugno 2026 la Bce ha introdotto un “climate factor”, ma senza considerare l’impatto sulla biodiversità: per Reclaim Finance questi titoli andrebbero esclusi dal sistema delle garanzie_ ___________ A differenza della Federal Reserve, la Banca centrale europea (Bce) ha preso posizioni piuttosto nette sul tema della biodiversità. È sua un’analisi secondo la quale, sui 4,2 milioni di imprese non finanziarie che operano nell’area euro, il 72% ha una «dipendenza critica» dai servizi ecosistemici. Ha anche esortato a più riprese le banche dell’area euro a prendere sul serio i rischi legati alla natura e al clima, che finora hanno sistematicamente sottovalutato. Ma tutelare le risorse del Pianeta significa anche porre fine al business di carbone, petrolio e gas. Secondo una ricerca del Better Planet Laboratory, il 32% degli impianti fossili esistenti e il 69% di quelli pianificati si trovano in aree considerate cruciali per la biodiversità. Su questo fronte, però, la Bce si sta rivelando decisamente più timida. È quanto emerge da un rapporto pubblicato l’8 settembre dalla Ong Reclaim Finance. LE OBBLIGAZIONI DEI COLOSSI FOSSILI NEI PORTAFOGLI DELLA BANCA CENTRALE EUROPEA Il rapporto si focalizza proprio sulle ottanta imprese i cui progetti fossili, anche attraverso le controllate, presentano il maggior numero di sovrapposizioni con le aree critiche per la biodiversità. Come TotalEnergies con il contestatissimo East African Crude Oil Pipeline (Eacop), l’oleodotto lungo 1.500 chilometri tra Uganda e Tanzania. O ancora BP, che dal 2009 estrae gas dalla baia di Bintuni e lo trasforma in gas liquefatto nell’impianto di Tangguh. Entrambi i siti sono nella Papua occidentale, non distanti dal Bird’s Head Seascape, uno degli epicentri mondiali della biodiversità marina. Tra le osservate speciali c’è anche l’italiana Eni con i suoi progetti petroliferi offshore nella Repubblica del Congo. Come banca centrale, la Bce non finanzia direttamente singole società. Può però acquistare le loro obbligazioni sul mercato secondario (cioè da banche e altri investitori), al fine di immettere liquidità nell’economia e rendere meno costoso il finanziamento delle imprese. Uno strumento di politica monetaria che ha esercitato su larga scala tra il 2016 e il 2024: prima per far risalire l’inflazione, poi per stimolare la ripresa post-pandemia. In questo lasso di tempo la Banca centrale europea ha comprato obbligazioni di ben 15 delle 80 imprese fossili ritenute dannose per la biodiversità. Titoli che, a maggio 2026, rappresentavano quasi il 10% delle obbligazioni societarie nei suoi portafogli. LA BCE AMMETTE COME GARANZIE I TITOLI DI SOCIETÀ CHE MINACCIANO LA BIODIVERSITÀ C’è un secondo modo in cui la politica monetaria della Banca centrale europea può agevolare, o meno, le società fossili che mettono a rischio la biodiversità: la scelta del collaterale, cioè dei titoli che le banche possono offrire come garanzia quando ricevono finanziamenti dall’Eurosistema. Un titolo ammesso risulta più utile per le banche e, di conseguenza, più appetibile per gli investitori. Il report di Reclaim Finance fa sapere che, negli ultimi 18 mesi, negli elenchi delle attività accettate dalla Bce come collaterale c’erano titoli riconducibili ad almeno 20 delle 80 società nella lista del Better Planet Laboratory. A maggio pesavano per circa il 10% degli asset societari comparabili ammessi, escludendo quindi categorie diverse come i titoli di Stato e le obbligazioni bancarie. Solitamente a questi titoli viene applicato un haircut, per proteggere la banca centrale dal rischio che perdano valore. Se quindi – per esempio – un’obbligazione ha un valore nominale di 100 euro, con un haircut del 2% permette alla banca che la porta in garanzia di ottenere dalla Bce un finanziamento massimo di 98 euro. In più della metà dei casi esaminati dal report, però, questa riduzione è minima, tra l’1 e il 2%. Il che trasmette un messaggio chiaro: una società che estrae gas e petrolio in ecosistemi a rischio è considerata affidabile. A giugno 2026 la Banca centrale europea è parzialmente intervenuta introducendo il climate factor, cioè penalizzando ulteriormente i titoli di società vulnerabili ai rischi di transizione. Senza dubbio è un passo avanti. Ma con un punto debole evidente: non contempla fra i suoi criteri l’impatto dei combustibili fossili sulla biodiversità. Secondo Reclaim Finance, la soluzione dev’essere ben più drastica: questi titoli vanno esclusi dal sistema delle garanzie. DALLE BANCHE 161 MILIARDI DI DOLLARI ALLE AZIENDE FOSSILI CHE OPERANO IN AREE CRITICHE Semplificando, la Banca centrale europea ha due compiti: mantenere stabili i prezzi nell’area euro e supervisionare le banche. Proprio la vigilanza prudenziale dovrebbe avere molto a che vedere con la biodiversità, perché il collasso degli ecosistemi mette a rischio la tenuta del sistema economico. Ma il condizionale è d’obbligo, a giudicare dai dati di Reclaim Finance. Tra il 2021 e il 2025, 33 grandi banche sottoposte alla vigilanza europea hanno fornito 161 miliardi di dollari a 45 società che gestiscono progetti fossili nelle aree critiche, 57% attraverso prestiti e 43% mediante servizi di sottoscrizione e collocamento di titoli (underwriting). Un flusso di capitali che resta stabile tra i 30 e i 35 miliardi all’anno. Nel dettaglio, Eni ha ricevuto 19,3 miliardi, TotalEnergies 16,3 miliardi e BP 11,7 miliardi. Non tutti questi capitali vanno direttamente a specifici progetti che minacciano la biodiversità: il calcolo considera i finanziamenti complessivi ricevuti dalle società che li gestiscono. Questi numeri, però, fanno capire quanto il sostegno a queste aziende sia trasversale. Per un cambio di rotta non si può sperare – conclude Reclaim Finance – nella buona volontà dei singoli istituti. Serve qualcuno che, dall’altro, imponga una direzione comune. E quel qualcuno devono essere le autorità di vigilanza. [ACCÌ] Redazione Italia
October 5, 2026
Pressenza
CRISI ENERGETICA: IL GOVERNO RISPONDE CON IL “NUCLEARE SOSTENIBILE” MA MENTE SU TEMPI, COSTI E DEMOCRAZIA ENERGETICA
Nel pieno dello shock energetico arriva l’allarme della Bce sull’inflazione. Nel secondo trimestre del 2026, “il costo del lavoro per dipendente è aumentato a un tasso del 3,3%”. La crescita dei profitti per unità di prodotto è salita invece dallo 0,3 al 2,2%”, fa sapere la Banca centrale europea. Significato: i salari rallentano, i profitti delle imprese accelerano, soprattutto quelli dei colossi del petrolio. Oggi è anche record negativo per il diesel, che raggiunge il suo massimo storico di prezzo nell’Unione Europea. Il gasolio nelle stazioni di servizio ha toccato un nuovo massimo di 2,23 euro al litro, contro i 2,16 euro della settimana precedente. Record assoluto in 19 Paesi dell’Unione europea – tra cui Germania, Francia e Italia. Sul fronte energia e carovita, Giorgetti lancia la discussa manovra economica nel question time alla Camera: la priorità, secondo il ministro dell’Economia, è il taglio delle tasse per il ceto medio (con un reddito, però, tra i 50 e 60mila euro, escludendo de facto la maggior parte del ceto medio impoverito da anni di tagli e crisi). E dopo il flop sul deficit al 3%, il governo accende ora un faro sull’Istat, cercando di distrarre l’attenzione dalle fratture interne nel Governo. Fratelli d’Italia blocca la Lega sullo scostamento di bilancio chiesto da Salvini nella manovra per il 2027, dopo che l’Istat ha confermato la procedura di infrazione per l’Italia a causa del deficit eccessivo. In questo contesto l’Italia riapre formalmente la porta all’energia atomica, nonostante le vittorie di due referendum – nel 1987 e nel 2011 – avessero decretato il no popolare al nucleare. Ieri il definitivo semaforo verde arrivato dall’Aula del Senato: passa il disegno di legge delega a firma Pichetto Frattin per il ritorno al nucleare completa l’iter parlamentare e diventa legge. Proprio il ministro Frattin ricorda come sia “quasi” concluso lo smaltimento delle vecchie scorie. Quasi, perché dopo oltre 30 anni dalla dismissione delle centrali nucleari le conseguenze sono ancora all’ordine del giorno per paesi e terre. L’analisi sulla legge che consente la produzione di energia da fonte nucleare nel territorio nazionale, disattivare e smantellare gli impianti esistenti, gestire i rifiuti radioattivi ed incrementare ricerca e sviluppo dell’energia nucleare, con Salem Ghribi, dottore di ricerca in Scienze e Tecnologie dei materiale, all’Università di Parma. Ascolta o scarica  
September 24, 2026
Radio Onda d`Urto
La BCE di Christine Lagarde è davvero la banca per le banche
Il nuovo rialzo dei tassi deciso dalla Banca centrale europea riporta in primo piano una questione centrale per i conti delle banche: quando il costo del denaro sale, non necessariamente aumentano nella stessa misura i costi sostenuti dagli istituti per finanziare la propria attività, mentre possono crescere rapidamente i ricavi […] L'articolo La BCE di Christine Lagarde è davvero la banca per le banche su Contropiano.
September 24, 2026
Contropiano
La BCE avverte sulla bolla tecnologica, ma i pensionati italiani non lo sanno
Quattrocentoquaranta miliardi di euro. È la cifra che cinque economisti della Banca Centrale Europea hanno messo nero su bianco a Ferragosto, in un post che meritava ben altra cassa di risonanza: tanto vale l’esposizione delle famiglie dell’area euro ai sette titoli tecnologici che oggi dominano Wall Street. Malin Andersson, Johannes Breckenfelder, Stefano Corradin, Kalin Nikolov e Maria Antonietta Viola non usano mezzi termini: una correzione delle valutazioni legate all’intelligenza artificiale è probabile, che i prezzi di oggi riflettano entusiasmo razionale o una bolla in stile dot-com. Perché le rivoluzioni tecnologiche finiscono quasi sempre in un ciclo di boom e crollo? Non è la prima volta nella storia: dal boom ferroviario dell’Ottocento all’elettrificazione e alla radio negli anni Venti, fino a internet negli anni Novanta, una tecnologia genuinamente trasformativa ha sempre attratto investimenti crescenti, gonfiando le valutazioni delle imprese che l’adottavano prima di una caduta brusca. La letteratura economica offre due spiegazioni complementari, richiamate nel paper. La prima, la “view razionale”, sostiene che valutazioni elevate siano giustificate dall’incertezza enorme sulla produttività di una tecnologia nuova: il titolo Nvidia, cresciuto di venti volte dal 2022, incorpora la scommessa che l’azienda diventi la prossima Google, con un potenziale di guadagno difficile da delimitare. Ma quando l’adozione si diffonde, il rischio smette di essere circoscritto a un singolo settore e diventa sistemico: gli investitori pretendono un premio più alto e questo tende storicamente a prevalere sui benefici di cassa generati dall’adozione stessa. La seconda spiegazione, la “view comportamentale”, è più semplice: investitori overconfident spingono i prezzi oltre i fondamentali e quando la fiducia si sgretola le correzioni possono essere anche più brusche. Le due letture, per quanto diverse, convergono sulla stessa conclusione: prima o poi una correzione arriva, indipendentemente dal fatto che i prezzi di oggi siano razionali o meno. Il dato che dovrebbe far discutere riguarda l’esposizione delle famiglie dell’area euro ai cosiddetti Magnifici Sette — Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla. Secondo il paper, ammonta a circa 440 miliardi di euro, per lo più veicolata attraverso fondi comuni ed ETF [1]a basso costo. Gli autori sono espliciti: i risparmiatori europei detengono questa esposizione “senza necessariamente essere consapevoli del relativo rischio di concentrazione”. Non si tratta di investitori che hanno scelto consapevolmente di puntare su Nvidia o su Apple, ma di persone che, sottoscrivendo un fondo pensione o una polizza vita, si ritrovano automaticamente esposte al destino di sette società quotate a Wall Street. Il meccanismo che la BCE definisce preoccupante è proprio questo: la struttura basata sui fondi non è un dettaglio tecnico, ma un canale di trasmissione del rischio. Se le valutazioni dei Magnifici Sette dovessero correggersi bruscamente, i fondi potrebbero essere costretti a vendere attività per far fronte ai riscatti, accentuando il ribasso e generando nuove richieste di rimborso in una spirale che gli economisti definiscono, senza mezzi termini, una questione di stabilità finanziaria per l’intera area euro — non solo una perdita per gli azionisti che l’hanno scelta. E rispetto alla crisi delle dot-com, avvertono, oggi le autorità dispongono di margini più stretti per intervenire con tagli dei tassi o misure fiscali. Il rapporto individua anche un secondo canale di rischio, distinto dall’esposizione diretta ai Magnifici Sette: l’eventuale surriscaldamento degli stessi mercati azionari europei. Su questo fronte la BCE offre una parziale rassicurazione: le valutazioni dell’area euro restano nettamente più contenute di quelle statunitensi e il tessuto produttivo del Vecchio Continente, ancora dominato da settori “vecchia economia”, mostra molto meno dell’euforia che caratterizza i titoli tech di Wall Street. Ma la rassicurazione resta parziale, perché i mercati azionari dei due lati dell’Atlantico si sono storicamente mossi in stretta correlazione: una correzione negli Stati Uniti, avvertono gli economisti, non lascerebbe indenne l’Europa e i suoi effetti potrebbero estendersi oltre i listini, toccando la fiducia di famiglie e imprese, le condizioni di finanziamento e persino le assunzioni. Che cosa significa tutto questo per l’Italia? La Relazione annuale della Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione (COVIP), presentata lo scorso giugno, offre una fotografia che si incastra perfettamente in questo scenario. Il patrimonio della previdenza complementare italiana ha raggiunto i 262 miliardi di euro, in crescita del 7,7% sul 2024. La componente azionaria, considerando anche le esposizioni indirette tramite OICR, ha toccato il 32,9% del totale — e all’interno di questa quota gli Stati Uniti pesano per oltre la metà, il 50,5%, contro poco più del 20% dell’area euro. Sono numeri che raccontano una previdenza complementare sempre più legata, indirettamente ma strutturalmente, alle sorti di Wall Street. Non è una novità in sé: la diversificazione internazionale dei portafogli previdenziali è una scelta difendibile e il rendimento dei comparti azionari ha storicamente premiato chi vi ha investito. Il punto sollevato dalla BCE è un altro ed è più scomodo: quanti aderenti a un fondo pensione o sottoscrittori di una polizza a contenuto finanziario sanno, con questo livello di dettaglio, quanto della propria futura pensione dipende dal prezzo di un’azione Nvidia? La risposta implicita nel paper della BCE è: pochissimi. Colpisce, in questo quadro, il silenzio quasi assordante delle istituzioni politiche europee su un rapporto che arriva dalla loro stessa banca centrale. Mentre la Commissione Europea continua a spingere per un rafforzamento dei sistemi di previdenza complementare come pilastro del welfare del futuro, l’organismo che dovrebbe vigilare sulla stabilità finanziaria dell’eurozona segnala che quello stesso modello espone milioni di cittadini a un rischio di concentrazione che non hanno scelto e che, in larghissima parte, non conoscono. Non è un’obiezione ideologica alla previdenza complementare in sé, ma una domanda di trasparenza che qualcuno dovrà porre prima che la correzione, di cui la BCE parla ormai come di un’eventualità solo temporale, arrivi davvero. Fonti Banca Centrale Europea – “The AI boom: rational enthusiasm or the next dot-com bubble?”, The ECB Blog, 17 agosto 2026 [1] Un exchange-traded fund, in sigla ETF, o in italiano fondo scambiato in borsa, è un fondo di investimento o una società di investimento quotato in una borsa valori, ossia le cui quote o azioni possono essere scambiate in tempo reale. Fonte: Wikipedia   Francesco Russo
August 21, 2026
Pressenza
La troika si mobilita, di nuovo.
Io non so perché il conduttore della trasmissione televisiva “Che tempo che fa” ha posto a Christine Lagarde, Presidente della Banca centrale europea, le domande che le ha posto. Lo avrà fatto per tanti motivi ma, comunque, non è importante rifletterci perché erano domande fuori luogo, nate da chi sa […] L'articolo La troika si mobilita, di nuovo. su Contropiano.
June 2, 2026
Contropiano
BOLOGNA: 30MILA EURO DI MULTA PER CHI CONTESTÒ LAGARDE. NEL MIRINO ANCHE L’USO DEL MEGAFONO
Tre attivisti dei Municipi Sociali di Bologna rischiano sanzioni fino a 10 mila euro ciascuno per aver partecipato a una manifestazione “non preavvisata” lo scorso 5 marzo. In quell’occasione venne contesta la presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Christine Lagarde, durante la sua visita in città. La sanzione deriva dal nuovo decreto liberticida, che ha trasformato il mancato preavviso da illecito penale a illecito amministrativo, aumentando drasticamente le multe: da un massimo di 400 euro fino a 10 mila. A uno degli attivisti viene contestato persino l’uso del megafono. “Ci sono momenti in cui un diritto smette di essere tale non perché viene abolito, ma perché viene reso impraticabile”, scrivono in un comunicato pubblico i Municipi Sociali di Bologna. La contestazione a Lagarde, spiegano, “è stata lanciata sui social, in modo trasparente, senza armi e con l’obiettivo chiaro di esprimere dissenso. La risposta è stata duplice: da un lato, la minaccia esplicita da parte delle forze dell’ordine di applicare le nuove sanzioni previste dal decreto sicurezza; dall’altro, un dispiegamento massiccio di uomini e mezzi per impedire fisicamente ogni accesso all’evento. Non si è trattato solo di impedire una manifestazione, ma di lanciare un messaggio: ogni forma di conflitto non mediato, ogni espressione autonoma e immediata del dissenso può essere adesso colpita, isolata e resa economicamente insostenibile.”. Gli attivisti hanno annunciato ricorso e una campagna pubblica rivolta al Prefetto di Bologna, che ha 30 giorni per decidere la somma della sanzione, con l’obiettivo di “far arrivare tutta la pressione” affinché la “sanzione sia pari a 0 euro“. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuto Ludovico, dei Municipi Sociali di Bologna. Ascolta o scarica.  
April 21, 2026
Radio Onda d`Urto
Per fermare i nazisti una poltrona non basta
Le manovre intorno al vertice della Banca Centrale Europea (Bce) sarebbero ben poco interessanti, al pari di qualsiasi altro balletto sulle nomine, se non illuminassero – involontariamente, certo – le “normali” dinamiche politiche “liberal-liberiste” applicate in un momento per molti versi eccezionale. Come noto, il Financial Times ha reso noto […] L'articolo Per fermare i nazisti una poltrona non basta su Contropiano.
February 19, 2026
Contropiano
La Bulgaria si suicida entrando nell’Eurozona
Dal 1 gennaio la Bulgaria è diventata ufficialmente il 21° membro dell’Eurozona ed ha dato l’addio al Lev, la propria moneta nazionale. La transizione è entrata in vigore dalla mezzanotte con la circolazione delle prime banconote e monete in euro per 6,4 milioni di abitanti. La Bulgaria, come tutti i […] L'articolo La Bulgaria si suicida entrando nell’Eurozona su Contropiano.
January 2, 2026
Contropiano