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Chi può abitare il centro di Roma?
LE VICENDE ROMANE DI SPIN TIME E DELL’EDIFICIO DENTE CARIATO, SEMPRE ALL’ESQUILINO, DICONO CHE BISOGNA DECIDERE SE IL PATRIMONIO IMMOBILIARE PUBBLICO DEBBA ESSERE SOLTANTO UN CAPITALE DA MONETIZZARE OPPURE LO STRUMENTO CON IL QUALE RIPORTARE CASA PUBBLICA, ACCOGLIENZA E WELFARE DI COMUNITÀ ANCHE NEL CUORE DELLA CITTÀ Le foto sono di Caterina Micheli (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- L’incendio e lo sgombero di fatto di oltre quattrocento persone dall’occupazione storica della Capitale, Spin Time, dall’edificio di via Santa Croce in Gerusalemme, hanno reso visibile una contraddizione che Roma ignora da tempo. A poca distanza, davanti alla stazione Termini, il palazzo ammalorato e più conosciuto come “Dente Cariato” continua a essere un grande vuoto urbano di proprietà pubblica. Da una parte, una comunità costretta ad abbandonare uno stabile privato nel quale, durante tredici anni, ha costruito non soltanto abitazioni, ma servizi, relazioni, inclusione e capacità di cura. Dall’altra, un immobile pubblico ancora privo di una destinazione capace di rispondere alla domanda abitativa e sociale del centro. Il “Dente Cariato”, va premesso, non può essere presentato come la soluzione magica nella quale trasferire meccanicamente l’esperienza di Spin Time. Le dimensioni, i tempi, i regimi proprietari e le condizioni urbanistiche sono differenti. Eppure i due luoghi pongono la stessa domanda politica: il centro di Roma deve essere progressivamente riservato a usi più redditizi e al dilagare degli alloggi temporanei, oppure può continuare a essere abitabile da persone con redditi, età e condizioni sociali diverse? La risposta dipende in larga parte dal modo in cui il patrimonio pubblico viene amministrato. Quando la valorizzazione coincide prevalentemente con la vendita o con la ricerca del massimo rendimento, gli immobili cessano di essere strumenti di politica urbana e diventano risorse da monetizzare. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- La perdita di capacità pubblica è permanente e, nelle aree centrali, spesso irreversibile. Ricostruire in futuro una presenza equivalente di abitazioni accessibili costerebbe molto più che conservarla o crearla oggi. Il patrimonio determina la geografia sociale della città Secondo la ricostruzione dell’Osservatorio Casa Roma, i programmi di alienazione promossi dal Campidoglio e dalla proprietà regionale delle case popolari, Ater, interessano complessivamente circa 14 mila alloggi popolari. Non sono immobili già tutti venduti: una volta inseriti nei piani di dismissione, vengono sottratti alle future assegnazioni e destinati alla vendita quando si liberano. Se le alienazioni previste fossero integralmente attuate, lo stock residenziale pubblico di Roma Capitale e Ater potrebbe ridursi da circa 72 mila a poco più di 50 mila alloggi. I valori derivano da basi di calcolo e periodi differenti e non vanno letti come un consuntivo, ma indicano con chiarezza la direzione del processo. La contrazione avviene mentre la domanda resta elevata. Il Secondo rapporto MEMOTEF–Sapienza censisce 66.109 alloggi di edilizia residenziale pubblica (ERP) appartenenti a Roma Capitale e Ater e registra 17.082 richieste di alloggio di nuclei nella graduatoria riferita alle domande e agli aggiornamenti pervenuti entro il 31 dicembre 2025. Le due grandezze non sono sovrapponibili: la maggior parte degli alloggi è regolarmente occupata e una quota è indisponibile per manutenzione, occupazioni senza titolo o impedimenti amministrativi e tecnici. Le assegnazioni procedono quindi lentamente e ogni alloggio sottratto allo stock riduce una capacità di risposta già insufficiente. La giunta Gualtieri ha avviato un’inversione di tendenza attraverso il Piano strategico per il diritto all’abitare e nuove acquisizioni. Considerando gli alloggi già acquistati e quelli compresi nelle operazioni autorizzate o programmate, l’incremento potenziale del patrimonio pubblico potrebbe corrispondere a poco più del 7 per cento dei nuclei in graduatoria. È tuttavia una stima teorica: una parte degli immobili non è ancora entrata nel patrimonio comunale e l’effettiva disponibilità dipenderà dal perfezionamento degli acquisti, dalle condizioni materiali e tecniche delle case, dalle eventuali occupazioni e dai tempi delle assegnazioni. Manca, però, un obiettivo territoriale esplicito: un alloggio pubblico in una periferia scarsamente servita non è uguale a uno vicino a trasporti, scuole, servizi sanitari e opportunità lavorative. Non basta stabilire quanti alloggi acquisire: occorre decidere quale quota di residenza accessibile garantire anche nel centro e nel semicentro. In assenza di questa scelta, sarà il mercato a determinare la geografia sociale di Roma e il pubblico si limiterà ad amministrarne le conseguenze. L’espulsione delle fasce meno abbienti dal centro non è un processo naturale prodotto soltanto dall’aumento dei prezzi. Dipende anche dalle destinazioni urbanistiche, dagli affitti brevi, dall’espansione della ricettività turistica e dalle decisioni sull’uso del patrimonio. Quando studentati ad alto costo, strutture ricettive e funzioni commerciali vengono preferiti alle case popolari, è già stata presa una decisione su chi possa abitare le diverse zone della città. Un centro riservato alle persone ad alto reddito e alle presenze temporanee non è soltanto più diseguale: è anche più povero di relazioni, servizi di prossimità e vita quotidiana. Garantire la permanenza di famiglie, anziani, giovani, lavoratori e persone vulnerabili produce valore pubblico e contribuisce alla vitalità dei quartieri. L’edilizia popolare nel centro non sottrae valore alla città: impedisce che quello immobiliare diventi l’unico riconosciuto. Spin Time: ciò che una politica della casa dovrebbe preservare Spin Time ha, per questo, reso visibili due distinte idee di centro urbano: da una parte, uno spazio scarso da destinare prevalentemente agli usi più redditizi e alle persone con maggiore capacità economica; dall’altra, un bene comune la cui qualità e disponibilità dipende dalla compresenza di redditi, età, provenienze e forme dell’abitare differenti. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Caterina Micheli -------------------------------------------------------------------------------- L’esperienza costruita nel rione Esquilino ha mostrato quanto siano connesse dimensioni che le politiche pubbliche tendono ad affrontare separatamente: la casa, considerata soprattutto come unità immobiliare; i servizi sociali; la cultura, l’educazione, l’accoglienza e il mutualismo. A Spin Time questi elementi si sono tenuti insieme. Vivere all’Esquilino per gli abitanti di Spin Time non ha significato soltanto disporre di una stanza, ma poter contare su relazioni, mediazione, attività culturali, spazi comuni, sostegno alle fragilità e legami con il quartiere. Riconoscere il valore di questa esperienza non significa idealizzare un’occupazione né ignorare le contraddizioni, la precarietà e la fatica che ha attraversato questa comunità per tredici anni. Significa prendere atto di un dato politico e sociale: dove il mercato e il sistema pubblico non hanno garantito risposte adeguate, si è formata nel tempo , un’infrastruttura comunitaria capace di produrre accoglienza, inclusione, protezione e partecipazione. La mobilitazione seguita all’evacuazione non è nata improvvisamente, ma è il risultato di anni di relazioni costruite dentro l’edificio e nel quartiere. Non è dunque un caso che le associazioni del vicino Polo Civico Esquilino, insieme a molte altre realtà cittadine, abbiano attivato immediatamente una rete di sostegno agli sfollati di Spin Time, garantendo accoglienza, pasti, docce, mediazione linguistica, cura dei bambini e presidio sanitario. Queste azioni hanno risposto alle necessità più urgenti, ma anche a una prospettiva più ampia: evitare che alla perdita temporanea della casa si aggiungesse la dispersione della comunità. Allontanare le famiglie senza considerare la loro vita quotidiana avrebbe potuto interrompere la frequenza scolastica dei bambini, rendere più difficili le cure, indebolire i percorsi di inclusione e spezzare reti di sostegno costruite nel tempo. L’azione del Polo Civico e delle altre realtà coinvolte indica quindi una direzione precisa per le politiche pubbliche: intervenire sulla casa senza separarla dalla scuola, dalla salute, dai servizi e dalle relazioni sociali. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Caterina Micheli -------------------------------------------------------------------------------- La solidarietà territoriale non può sostituire la responsabilità delle istituzioni, ma può accompagnarne l’intervento, renderlo più consapevole delle condizioni concrete e contribuire a soluzioni che non si limitino a contenere l’emergenza. Il punto non è soltanto trovare una collocazione temporanea, ma impedire che la perdita dell’alloggio produca anche quella della comunità. Dall’emergenza alla responsabilità pubblica Roma Capitale ha avanzato una proposta per acquistare l’immobile occupato da Spin Time da Investire SGR, subordinando il prezzo alle valutazioni degli organismi pubblici competenti. È giusto riconoscere l’importanza e l’impegno politico dell’amministrazione. C’è una domanda, tuttavia, che non può essere elusa: perché la possibilità di acquisire e mettere in sicurezza lo stabile è diventata concreta soltanto dopo l’esplosione dell’emergenza? Una politica strutturale dovrebbe arrivare prima, individuare i rischi, costruire alternative e non dipendere ogni volta dalla disponibilità negoziale di una proprietà privata. L’acquisto di Spin Time, se economicamente e giuridicamente sostenibile, era ed è una strada da perseguire, già inclusa da diversi anni tra le ipotesi del piano comunale di acquisizione di immobili da destinare all’edilizia pubblica. Ma se la proprietà non intende vendere, non può restare l’unico orizzonte. Occorre predisporre misure transitorie dignitose e una soluzione pubblica che impegni l’amministrazione ad una alternativa certa e credibile. Un’istruttoria specifica può esaminare anche gli altri strumenti consentiti dall’ordinamento, compresa l’eventuale espropriazione per pubblica utilità, verificandone rigorosamente presupposti, coerenza urbanistica, copertura finanziaria, proporzionalità e rischi di contenzioso. Qualunque sia l’esito della trattativa, la risposta non dovrebbe disperdere le persone né cancellare l’innovazione sociale prodotta in questi anni. È qui che il Dente Cariato entra nella vicenda: non come sostituto automatico di Spin Time, ma come possibilità di trasformare una lezione nata nell’informalità in una politica pubblica programmata. Il Dente Cariato come banco di prova L’area compresa tra via Giolitti, via Manin e via Gioberti, di fronte alla stazione Termini e comunemente denominata “Dente Cariato”, costituisce da decenni uno dei vuoti urbani più rilevanti dell’Esquilino. La proprietà pubblica, la posizione strategica e la consistenza dell’immobile ne fanno un banco di prova particolarmente significativo: non soltanto per la rigenerazione di una porzione incompiuta della città, ma per verificare quale funzione Roma intenda attribuire al proprio patrimonio nelle aree centrali. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Le ipotesi di valorizzazione esaminate dal Campidoglio nel 2026 rendono evidente questa alternativa. Quattro delle sei proposte attribuiscono un ruolo prevalente alla residenzialità privata, in particolare a quella rivolta agli studenti, mentre una sola contempla una componente di edilizia residenziale pubblica accompagnata da servizi sociali strutturati. Tale prevalenza non è neutrale. Mostra quali destinazioni siano considerate dal mercato immediatamente sostenibili e finanziabili e quali, invece, siano chiamate ogni volta a dimostrare la propria legittimità economica e istituzionale. Il rischio è che la valorizzazione del patrimonio pubblico venga identificata quasi automaticamente con la sua capacità di generare rendita, relegando la risposta ai bisogni abitativi e sociali a una funzione residuale o compensativa. In questo quadro si collocano le proposte avanzate dal Polo civico Esquilino insieme ad associazioni territoriali e ad alcune realtà imprenditoriali. Queste elaborazioni hanno indicato la possibilità di destinare l’immobile a una combinazione di funzioni abitative accessibili, servizi pubblici e attività di interesse collettivo: alloggi pubblici per famiglie e studenti, spazi culturali e sociali, attrezzature sportive e luoghi aperti alla partecipazione degli abitanti. Il loro elemento più significativo non risiede soltanto nell’elenco delle funzioni previste, ma nell’affermazione di un principio: la rigenerazione del “Dente Cariato” deve essere valutata anzitutto per la sua capacità di rispondere ai bisogni dell’Esquilino e della città, preservando la titolarità e la regia pubblica dell’operazione e impedendo che un bene strategico venga assorbito da processi di privatizzazione o valorizzazione prevalentemente speculativa. A partire da queste proposte, e alla luce delle vicende più recenti, è possibile formulare un’ipotesi più definita, capace di assumere Spin Time non come modello da trasferire meccanicamente, ma come esperienza dalla quale ricavare indicazioni operative. La proposta potrebbe prevedere la destinazione della quasi totalità della superficie residenziale alla realizzazione di circa cento alloggi pubblici e accessibili, accompagnati da un sistema integrato di servizi e spazi collettivi. Al piano terra potrebbero trovare posto attività commerciali di vicinato, servizi pubblici e presìdi sociali aperti al quartiere; il mezzanino e i livelli seminterrati potrebbero accogliere spazi culturali, laboratori, servizi educativi e sociali e luoghi di incontro; la copertura dell’edificio potrebbe essere attrezzata per attività sportive e ricreative, compatibilmente con i vincoli strutturali, urbanistici e di sicurezza. Sulla base dello studio di fattibilità fatto per la sua valorizzazione, possiamo dedurre che circa 7.380 metri quadrati lordi sarebbero destinabili alla residenza sociale: cento alloggi corrisponderebbero a una media di 73,8 metri quadrati lordi e, considerati muri, distribuzione e impianti, a circa 50–70 metri quadrati utili. Con un mix di bilocali, trilocali e quadrilocali, unità accessibili e appartamenti predisposti per essere uniti o separati nel tempo, la capacità potrebbe attestarsi nell’ordine di 250–290 persone. È una stima preliminare, non un progetto definitivo. Non coincide con le dimensioni di Spin Time e non può risolvere da sola né la situazione delle persone evacuate né la domanda ERP cittadina. Il “Dente Cariato” può diventare il primo nodo di una rete di immobili pubblici centrali e semicentrali, non una riserva nel quale confinare un problema. Prima di utilizzare in modo intercambiabile espressioni come ERP, social housing e co-housing occorrerà definire il regime del progetto. L’ERP stabilisce criteri di accesso e canoni propri; il social housing può comprendere fasce e modelli finanziari differenti; il co-housing descrive una configurazione abitativa e gestionale, non un titolo di assegnazione. Una scelta credibile dovrebbe indicare quante unità destinare all’ERP, se prevedere una quota a canone calmierato e come integrare alloggi autonomi, spazi comuni e servizi senza comprimere la qualità della vita privata. Il collegamento con Spin Time sarebbe quindi funzionale, non quantitativo. Spin Time mostra quali relazioni e servizi una politica dell’abitare dovrebbe riconoscere; il “Dente Cariato” offre un patrimonio pubblico nel quale tali funzioni possono essere progettate fin dall’origine, dentro regole trasparenti e responsabilità istituzionali definite. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Caterina Micheli -------------------------------------------------------------------------------- Condizioni di fattibilità: costi, assegnazioni e gestione La stima preliminare di questa operazione, riadattando una delle proposte già presentate all’amministrazione capitolina dal gruppo di lavoro promosso dal Polo Civico Esquilino , si aggira intorno ai 35–40 milioni di euro e deve essere verificata con un progetto di fattibilità aggiornato, un computo metrico e un cronoprogramma autorizzativo. Rapportata a cento alloggi, equivale indicativamente a 250–300 mila euro per unità (nella media dei costi di nuovi alloggi Erp), ma comprende anche il recupero del basamento, gli spazi pubblici, i servizi e la complessità di un cantiere nel centro storico. Il confronto corretto non è soltanto con il costo di costruzione di un appartamento in periferia: deve considerare il patrimonio che rimane pubblico, l’accessibilità, il consumo di suolo evitato e i costi sociali dell’espulsione. Questi benefici non eliminano l’obbligo di dimostrare la sostenibilità economica di un’operazione tanto ambiziosa, con un piano finanziario, l’individuazione delle fonti pubbliche e degli eventuali contributi, una stima dei costi di manutenzione e gestione e la valutazione delle entrate compatibili generate dalle funzioni commerciali. Il progetto dovrebbe essere confrontato con alternative equivalenti nel centro, non con soluzioni periferiche che offrono condizioni territoriali diverse. Tradurre Spin Time senza riprodurlo Il passaggio dall’esperienza sociale alla politica pubblica richiede un’avvertenza. Non basta costruire alloggi e aggiungere qualche spazio comune: il rischio è passare dalla casa come merce alla casa come semplice contenitore pubblico. L’esperienza di Spin Time indica la necessità di un’infrastruttura sociale di gestione che preveda assegnazioni trasparenti, manutenzione programmata, accompagnamento sociale, spazi comuni gestiti in maniera comunitia e partecipazione degli abitanti. Una fondazione di partecipazione o una cooperativa di comunità abitativa con un partenariato pubblico-sociale potrebbe riunire Roma Capitale, soggetti del Terzo settore, rappresentanze degli abitanti e competenze tecniche, mantenendo inequivocabile la responsabilità pubblica. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Caterina Micheli -------------------------------------------------------------------------------- Il co-housing, in questo quadro, non sarebbe un’etichetta alla moda né un modo per rinominare in modo accettabile degli spazi privati, ma una infrastruttura sociale composta da alloggi autonomi, ambienti condivisi, servizi di prossimità e regole costruite con chi abita. La sfida è costruire una composizione sociale plurale e replicare il modello in più immobili del centro e del semicentro. Il “Dente Cariato” può essere un primo tassello di questa strategia. Dal caso singolo a una politica del centro Il “Dente Cariato” così reinterpretato avrebbe valore strategico soltanto se inserito in una politica più ampia. Il primo passo è un processo di partecipazione autentico da costruire intorno al censimento pubblico e aggiornato degli immobili inutilizzati o sottoutilizzati appartenenti a Roma Capitale, altri enti pubblici, società partecipate e grandi proprietà istituzionali, già avviato da Roma Capitale per la parte di propria comoetenza. Per ogni bene devono essere accessibili informazioni su stato, vincoli, costi di recupero, destinazioni possibili, tempi e decisioni assunte. Prima di ogni alienazione dovrebbe essere obbligatoria una valutazione dell’alternativa abitativa e sociale, accompagnata da una motivazione pubblica. Al Piano delle alienazioni deve corrispondere un Piano delle acquisizioni e delle trasformazioni per la casa, con risorse, scadenze e obiettivi territoriali. Nelle grandi trasformazioni urbane va inoltre prevista una quota strutturale di edilizia accessibile, evitando che il contributo alla casa sia residuale o negoziato caso per caso. Serve, infine, una capacità tecnica permanente: una struttura in grado di monitorare la domanda in tempo reale, acquisire, progettare, recuperare e gestire immobili con continuità. Senza questa infrastruttura amministrativa, anche le dichiarazioni più ambiziose resteranno dipendenti dall’emergenza, dai singoli finanziamenti e dalle occasioni del mercato. La vicenda di Spin Time può concludersi con un acquisto, un diverso strumento giuridico, una soluzione alternativa o una combinazione di interventi. Qualunque sia l’esito, non dovrebbe chiudersi come un caso eccezionale, ma aprire una nuova stagione politica. Il Dente Cariato può trasformare un vuoto pubblico in case, servizi e relazioni e dimostrare che un altro uso del patrimonio è praticabile, misurabile e replicabile. Nel centro ci sono altri spazi di proprietà del comune dove poter ampliare questa proposta ad esempio l’ex istituto Angelo Mai nel rione Monti, un bene di Roma Capitale la cui ristrutturazione si trascina, incompiuta, da anni. Se ne potrebbe valutare la trasformazione in un progetto di housing familiare, con circa cinquanta alloggi accessibili, spazi comuni e servizi di quartiere. Le aree centrali e semicentrali di Roma non devono essere rese accessibile alle persone con redditi più bassi come eccezione o concessione, ma conservarsi abitabii per la società intera. È questo un indicatore concreto per ogni politica pubblica della casa: non quante emergenze riesce temporaneamente a contenere, ma quanta città riesce a sottrarre all’espulsione e a restituire alle persone che la vivono. -------------------------------------------------------------------------------- Fonti * Bibliografia e sitografia: Comune-info, «Spin Time, quando un rione diventa comunità», 3 agosto 2026. * Comune-info, «Il tempo nuovo di Spin Time», 25 agosto 2026. * Diario dei nuovi appalti e concessioni, «Proposte di valorizzazione per il Dente Cariato», 30 luglio 2026. * MEMOTEF – Sapienza Università di Roma, Secondo rapporto sull’edilizia residenziale pubblica a Roma, 2026. * Osservatorio Casa Roma, «I piani vendita a Roma: programmi comunali e Ater e scenario sullo stock ERP», s.d. * Polo civico Civico IL DENTE CARIATO NON SI VENDE, SI CURA * Reti Solidali, «Intervista a Enrico Puccini sul Piano casa di Roma Capitale e sull’emergenza abitativa», 26 giugno 2026. * Roma Capitale, «Roma Capitale acquista 120 nuove case popolari», 4 gennaio 2023. * Roma Capitale, «Roma acquista nuove case popolari», comunicato relativo all’autorizzazione all’acquisto di 88 alloggi di proprietà dell’INPS, 22 marzo 2025. * Roma Capitale, «Case popolari da Enasarco: sottoscritto primo rogito», relativo all’acquisizione di 336 alloggi, 30 dicembre 2025. * Roma Capitale, Determinazione dirigenziale QC/2505/2026: Piano strategico e acquisizione di 338 alloggi ERP, 2026. * Roma Capitale, Proposta di acquisto di Spin Time, comunicato, 7 agosto 2026. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Chi può abitare il centro di Roma? proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Poli civici: comunità educanti per il diritto alla città
LA VICENDA DI SPIN TIME RIPORTA AL CENTRO UNA QUESTIONE DECISIVA: SENZA COMUNITÀ I QUARTIERI RESTANO INDIFESI DI FRONTE ALLA SPECULAZIONE E ALLA DESERTIFICAZIONE SOCIALE. RIPENSARE I POLI CIVICI COME COMUNITÀ EDUCANTI SULL’EREDITÀ DEI CONSIGLI SCOLASTICI DISTRETTUALI SIGNIFICA RESTITUIRE ALLA SCUOLA E AI TERRITORI LUOGHI STABILI DI PARTECIPAZIONE, CURA E TRASFORMAZIONE DEMOCRATICA Foto tratte dal “Centro Estivo-Casa Esquilino alla Di Donato” -------------------------------------------------------------------------------- Una delle cose che sta emergendo in questo periodo in seguito allo sgombero di Spin Time è l’importanza della comunità, del quartiere, per dirlo in termini pedagogici, della “comunità educante” nelle nostre città. I fondi immobiliari, la speculazione urbanistica, i palazzinari hanno accumulato un potere enorme a Roma. Un potere che ha radici lontane perché da sempre, se pensiamo al legame tra scandali finanziari e bancari e lo sviluppo urbanistico della città che costò il governo a Giolitti, questo intreccio ha determinato lo sviluppo economico della città. Ma anche tornando a periodo più recenti, ci accorgeremmo facilmente di come il quadro non sia cambiato. Dopo più di un secolo di battaglie, occupazioni, lotte, infatti, ci ritroviamo a fronteggiare di fatto dinamiche molto simili. Dove però esiste un rapporto, un legame, una rete di realtà che tra loro dialogano costantemente, la possibilità di difendere un territorio da questi processi e dalla desertificazione che determinano, aumenta. La posizione dalla quale lo difendi, se stai in queste reti, rimane una posizione di svantaggio, una posizione di debolezza, data la correlazione di forze sbilanciata in modo schiacciante dal lato del potere economico, eppure, anche da questa posizione, l’ambizione di poter fermare e condizionare gli interessi speculativi non è del tutto utopistica. Ad accorgersi del valore di questo patrimonio di relazioni, dovremmo essere in particolare noi insegnanti, lavoratori della scuola, genitori: la possibilità di costruire “comunità educanti” forti costituisce un ostacolo alla realizzazione dei processi di gentrificazione e sussunzione di un territorio agli interessi dominanti e per questo conservatori e reazionari, negli anni, queste esperienze di resistenza le hanno combattute. Per questo si sono sempre impegnati per far diventare praticamente impossibile, quasi ovunque, lo scenario che i decreti delegati approvati nel 1974 pensavano di voler perseguire nel nostro paese. L’orizzonte nel quale si muovevano i movimenti per la democratizzazione della scuola faceva si che essi avessero chiaro quanto fosse necessario costruire degli spazi di incontro nei quartieri all’interno dei quali ci potessero essere tutti, dai negozianti alle associazioni ai partiti e certamente la scuola e tutte le agenzie educative che affianco ai partiti cominciavano ad affacciarsi sulla scena sociale. L’educazione non doveva quindi più essere intesa come un perimetro limitato alla scuola, ma una preoccupazione diffusa e il futuro delle nuove generazioni un orizzonte di cui avere cura insieme. Ciò era, secondo la convinzione di tutti, possibile solo creando contesti di discussione e incontro allargati, che fungessero come organi intermedi tra la politica istituzionale e la società. Quei movimenti, in quegli anni, vedevano nella costruzione del “distretto scolastico” la ricaduta di un’idea di società diversa, in cui dire “politica” significava dire “educazione” e dire “educazione” volesse dire automaticamente dire “politica”. Il “consiglio scolastico distrettuale” era il tassello che avrebbe completato il percorso di democratizzazione interno alla scuola e rimesso finalmente la scuola stessa al centro di una rete di relazioni di cui doveva fare parte, spingendola a stabilire una relazione dialettica con le altre forze sociali a essa esterne. Riducendo le distanze, eliminando steccati, stabilendo invece dei ponti. Il “consiglio scolastico distrettuale” doveva essere il parlamento del quartiere: doveva essere il luogo dove tutte le forze sociali, una volta messa la pedagogia al centro dell’azione politica, dovevano incontrarsi perché a partire dalle preoccupazioni educative i territori diventassero effettivamente luoghi di trasformazione democratica della società nella sua interezza. Democratica e progressista Questo disegno fallì per varie ragioni e venne definitivamente e non casualmente derubricato in un drammatico ciclo di aggressione ai diritti dei lavoratori portato avanti dal governo Berlusconi nei primi anni di questo millennio. Oggi sembra utopistico di fronte al deserto sociale che in molti quartieri è avanzato radendo al suolo esperienze fondamentali dai comitati ai centri sociali alle associazioni e certo anche ai partiti. Territori nei quali le scuole, spesso isolate, non possono svolgere il loro ruolo né all’interno dei loro edifici, tantomeno concependosi come spazi in interazione con i luoghi nei quali si trovano. Eppure, la si può rilanciare. In fondo, ci è stata una stagione di lotte e battaglie in cui questa idea di democrazia, di partecipazione, di democrazia partecipativa, si stava di nuovo facendo largo. Poi si è arrestata. Ma è importante ricordarlo, non parliamo di due secoli fa. È stato, infatti, il movimento contro la globalizzazione economica a riprendere attraverso l’esperienza dei “social forum” alcune di quelle istanze. Dando vita a una stagione di mobilitazioni forse tra le più ambiziose del recente passato, e tra le più vicine alla esperienza della democratizzazione della scuola negli anni ‘70. L’importanza dei poli civici Oggi ci dovremmo impegnare perché in tutte le città, in tutti i quartieri la cittadinanza possa contare su reti forti, su “comunità educanti” forti, non necessariamente omogenee, ma forti come hanno dimostrato di esserlo quelle all’Esquilino, dove, a facilitare la comunicazione e l’interazione esiste da anni il “Polo civico”, la cui preziosa funzione è emersa in maniera lampante e andrebbe rafforzata. Ogni territorio dovrebbe avere un Polo civico e in qualche modo, al suo interno bisognerebbe fare in modo che vi confluissero tutte le realtà che compongono il variegato tessuto di un quartiere perché possano esercitare quella funzione di scambio e co-costruzione dei processi di cura rivolti ai più giovani (ma anche ai meno giovani) per cui era stato pensato il “consiglio scolastico distrettuale”. Solo intendendo in questo modo, politico ed educativo, pedagogico e politico, la funzione della “comunità educante”, immaginando che essa si possa configurare come un vero e proprio “polo civico”, per il quale agire politicamente significhi agire pedagogicamente e mettere pedagogia e cura al primo posto delle proprie linee strategiche. Solo così potremo nutrire l’ambiziosa, utopistica ma concreta, convinzione di poter ancora giocare questa partita, contrastare la speculazione e la voracità dei grandi gruppi economici e difendere le nostre città. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Poli civici: comunità educanti per il diritto alla città proviene da Comune-info.
August 31, 2026
Comune-info
InvestiRE SGR è un problema in comune
A PISA CONOSCONO BENE INVESTIRE SGR, PROPRIETARIO DELL’IMMOBILE ABBANDONATO E RECUPERATO DA SPIN TIME, A ROMA, OGGI SGOMBERATO. SANNO BENE CHE, COME TUTTI I FONDI IMMOBILIARI SPECULATIVI, IMPOVERISCE I QUARTIERI. INVESTIRE SGR, IN REALTÀ, È NOTO ANCHE A MILANO, FIRENZE, TORINO, TREVISO. QUALCHE RIFLESSIONE SULLE ANALOGIE TRA IL CASO DI SPIN TIME E L’ESPERIENZA DI DISTRETTO 42 A PISA E SUL MODELLO PREDATORIO DEI FONDI DI INVESTIMENTO PUBBLICI -------------------------------------------------------------------------------- Foto SPIN TIME LABS -------------------------------------------------------------------------------- Anche a Pisa seguiamo con profonda preoccupazione e indignazione la vicenda dello Spin Time Labs di Roma, un’esperienza sociale ed abitativa straordinaria dove centinaia di persone e famiglie hanno trovato casa, cultura e comunità, oggi messe a rischio dall’inerzia delle amministrazioni e dalla fame della finanza immobiliare. Il comunicato con cui InvestiRE SGR ha tentato di giustificare la propria condotta per conto del Fondo Immobili Pubblici (FIP) rivela la natura predatoria di un soggetto che a Pisa conosciamo da tempo. L’inchiesta Pisa Depredata ha già documentato come i meccanismi di svalutazione del patrimonio collettivo vengano usati per fabbricare asset speculativi. Nel 2014 il “Municipio dei Beni Comuni” liberò dall’abbandono l’ex Distretto Militare di Leva in via Giordano Bruno, dando vita all’esperienza del Distretto 42. Quell’edificio venne celermente sgomberato per essere alienato e, nel 2017, insieme alla Caserma Artale, un compendio dal valore stimato tra i 22 e i 40 milioni di euro è passato dal Demanio al fondo gestito da Cassa Depositi e Prestiti e operato da InvestiRE SGR per la cifra stracciata di soli 8,4 milioni di euro. Oggi, su quelle ceneri, la SGR sta completando l’operazione di social housing “Borgo San Martino”. Cos’è una SGR: la tutela del risparmio non è la garanzia del profitto Per smontare la narrazione di InvestiRE SGR occorre comprendere come funzionano questi intermediari. Nate ufficialmente nel 1998 con il Testo Unico della Finanza (la “Legge Draghi”), le Società di Gestione del Risparmio hanno il compito di gestire patrimoni collettivi attraverso una rigida segregazione patrimoniale. La legge prevede che il denaro versato nei fondi costituisca un patrimonio autonomo e separato sia da quello della SGR stessa, sia da quello della banca depositaria. In questo modo, se la SGR o la banca dovessero fallire, i creditori non possono toccare i soldi degli investitori. Nel caso del Fondo Immobili Pubblici (FIP), le quote di capitale sono state acquistate da investitori istituzionali e dalle Casse di previdenza dei liberi professionisti: i contributi dei Medici e Odontoiatri (ENPAM), dei Giornalisti (INPGI), degli Psicologi (ENPAP) e dei Geometri (CIPAG) sono stati canalizzati nel mattone pubblico. La SGR si scherma dietro il dovere di tutelare i pensionati per rifiutare qualsiasi trattativa sociale. Tuttavia, la tutela del risparmiatore garantita dalla legge riguarda la separazione dei beni dal fallimento dell’intermediario, non la garanzia del profitto. I regolamenti finanziari stabiliscono espressamente che chi investe in un fondo immobiliare chiuso si assume il pieno rischio di mercato. Proteggere i contributi previdenziali non significa obbligare lo Stato o le città a garantire rendimenti speculativi o ad evitare minusvalenze a veicoli finanziari in scadenza. Profitti di rischio e “De Core”: l’incompatibilità dei tempi finanziari InvestiRE SGR — controllata dalla finanza privata romana della famiglia Nattino (Banca Finnat Euramerica) insieme alla famiglia Benetton, Casse professionali e Fondazioni bancarie — gestisce un portafoglio di 7 miliardi di euro distribuito su 60 fondi suddivisi nelle macro-categorie Abitare, Infrastrutture Sociali, Uffici e Commerciale, e Ospitalità. Questi strumenti si muovono lungo una scala rigida di profili di rischio finanziario: dal Core (basso rischio e rendimenti stabili) al Core Plus, fino al Value-Add (rischio medio-alto che richiede interventi di riqualificazione) e all’Opportunistic (massimo rischio speculativo). Le categorie di rischio non sono meri codici contabili, ma determinano l’agire politico dei fondi e impattano direttamente sulla vita delle persone. Il FIP è nato come fondo Core perché la sua redditività era garantita in partenza dal settore pubblico: per l’immobile di Spin Time in via Santa Croce in Gerusalemme, prima di svuotarlo nel 2010, lo Stato ha versato al fondo oltre 48 milioni di euro in canoni di locazione, ripagando più di due volte il valore originario del bene. Al contrario, fondi come il Fondo Housing Toscano (FHT) operano con logiche Value-Add, muovendosi spesso dopo gli sgomberi per valorizzare l’immobile sul mercato dell’edilizia convenzionata. Mentre la finanza incasella l’immobile romano nel profilo Core, per 13 anni è stata la comunità di Spin Time a metterci il “cuore” (de core, per dirla alla romana). Attraverso una cura quotidiana e il welfare dal basso, gli abitanti hanno garantito la manutenzione ordinaria ed evitato che un colosso di 20.000 metri quadrati marcisse nell’abbandono, preservando lo stesso valore patrimoniale di cui oggi la SGR pretende di monetizzare la vendita. In questo ingranaggio, Cassa Depositi e Prestiti (CDP) gioca un ruolo ambiguo: fornisce la liquidità e assorbe i rischi utilizzando i libretti di risparmio postale dei cittadini, permettendo a InvestiRE SGR di operare a capitale proprio di rischio praticamente azzerato e di incassare commissioni di gestione garantite. I tempi dell’investimento immobiliare — scansioni pluridecennali e scadenze rigide come la liquidazione del FIP fissata per il 2027 — sono strutturalmente incompatibili con le urgenze quotidiane dell’emergenza abitativa e con i bisogni primari delle persone. Il caso di Pisa e la Costituzione L’esperienza pisana di via Giordano Bruno dimostra il cortocircuito di questo modello. Con l’esperienza del Distretto 42, la cittadinanza aveva restituito all’ex caserma una funzione sociale immediata e gratuita. Sgomberato quel presidio, lo spazio è stato incanalato nel Fondo Housing Toscano per realizzare il complesso “Borgo San Martino”: un’operazione finanziata per oltre il 60% con risorse pubbliche e dal risparmio postale di CDP, su cui la SGR della famiglia Nattino estrae rendita e commissioni private. L’Articolo 42 della Costituzione parla chiaro: «… La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti». La tutela della proprietà e dei fondi d’investimento è subordinata al rispetto della funzione sociale. Non esiste alcun principio costituzionale che tuteli il margine di profitto degli investitori finanziari rispetto al diritto alla casa. Di fronte alla scadenza del 2027, la risposta deve essere netta: le istituzioni non devono cedere ad alcun ricatto e gli investitori del fondo devono farsi carico della minusvalenza di mercato. Fermare l’estrazione di profitto sui beni comuni Quanto accade a Roma e a Pisa dimostra come InvestiRE SGR e il modello economico finanziario che rappresenta sia una minaccia sistemica per la gestione pubblica e sociale dei territori. Questo modello si ripete in modo omogeneo in molte altre città italiane. Firenze: dal 2018 la SGR gestisce la trasformazione dell’ex Manifattura Tabacchi, affiancando un’esigua quota di social housing a complessi residenziali di lusso e spazi commerciali. Per un’analisi dettagliata sulle alienazioni nel capoluogo toscano si veda il reportage su Firenze Alienata. Milano: Dal 2015 attiva nei progetti di rigenerazione di Cascina Merlata e dell’area ex Trotto per la realizzazione di grandi interventi in edilizia convenzionata (“Social & Student Housing”). Torino: Dal 2019 impegnata nella riconversione ad uso residenziale temporaneo e universitario delle palazzine dell’ex Villaggio Olimpico MOI, precedentemente interessate da un’occupazione abitativa. Treviso: Dal 2023 opera tramite il Fondo Veneto Casa nell’intervento residenziale di via Pisa. L’intera architettura proprietaria della SGR e le sue ramificazioni sono state ricostruite nell’inchiesta dell’Associazione Caminantes pubblicata su Global Project. In vista della Manifestazione e dell’Assemblea Nazionale il 19 e 20 settembre “Il tempo di Spin Time è ora”, rivolgiamo un invito rivolto a tutti i collettivi, ai sindacati di base e ai movimenti per il diritto all’abitare è quello di mappare capillarmente le operazioni di InvestiRE SGR nelle proprie città. È tempo di fermare l’estrazione di profitto sui beni comuni: la priorità collettiva deve essere il benessere delle persone e la tutela della funzione sociale della proprietà, non la capitalizzazione speculativa dei risparmi. È tempo che chi governa i territori smetta di cedere ai ricatti della finanza, e trovi il coraggio di amministrare custodendo e preservando il bene comune. -------------------------------------------------------------------------------- [Gruppo di Lavoro “Pisa Depredata”] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Il tempo nuovo di Spin time -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo InvestiRE SGR è un problema in comune proviene da Comune-info.
August 28, 2026
Comune-info
Il tempo nuovo di Spin time
COSA ACCADE A SPIN TIME? SONO PASSATE QUATTRO SETTIMANE DALL’INCENDIO. GRAZIE AI PERCORSI DI MUTUO AIUTO NATI NEGLI ANNI SCORSI, INTORNO ALLE 400 FAMIGLIE RIMASTE IN STRADA È ESPLOSA UNA STRAORDINARIA SOLIDARIETÀ, ROMA CAPITALE HA CERCATO SOLUZIONI ASCOLTANDO LA COMUNITÀ DI SPIN TIME, MA SOPRATTUTTO È STATO MESSO AL CENTRO IL DIRITTO ALL’ABITARE. UN PEZZO PICCOLO DI CITTÀ, FRAGILE E NON PRIVO DI LIMITI E CONTRADDIZIONI, HA RICORDATO A TUTTI E TUTTE CHE LE CITTÀ NON POSSONO ESSERE LASCIATE NELLE MANI DEI FONDI IMMOBILIARI, CHE IL FONDO INVESTIRE SGR, PROPRIETARIO DELL’IMMOBILE SGOMBERATO CHE OGGI SI RIFIUTA DI VENDERE, COME TUTTI I FONDI IMMOBILIARI SPECULATIVI NON È NEUTRALE E IMPOVERISCE QUARTIERI ED ESPERIENZE. IL 19 SETTEMBRE È STATA INDETTA UNA MANIFESTAZIONE NAZIONALE E CUI SEGUIRÀ IL 20 UN’ASSEMBLEA PUBBLICA, INTANTO TUTTI I RESIDENTI HANNO TROVATO UNA SISTEMAZIONE D’EMERGENZA, ALCUNE FAMIGLIE DEVONO ANCORA LASCIARE IL PRESIDIO E LO FARANNO NEI PROSSIMI GIORNI, ALTRE GRAZIE ALLA RETE SOCIALE DEL POLO CIVICO ESQUILINO STANNO TROVANDO UNA SISTEMAZIONE CHE CONSENTA DI NON ABBANDONARE IL QUARTIERE PER NON INTERROMPERE PERCORSI DI CURA E PER SALVAGUARDARE LA CONTINUITÀ SCOLASTICA. PRIMA, DURANTE E DOPO LA DUE GIORNI SPIN TIME FA SAPERE CHE NON SMETTERÀ DI RICORDARE CHE LE CITTÀ SONO DELLE PERSONE CHE LE ABITANO Il selciato è ancora bollente alle 7 di sera nell’estate più calda da quando si misura la temperatura terrestre. Ma centinaia di persone hanno partecipato all’importante assemblea pubblica convocata lunedì 25 agosto da Spin Time (400 famiglie sgomberate la notte del 29 luglio con il pretesto di un incendio), mentre prosegue l’interlocuzione con Roma Capitale. Riassumiamo. Sono passate quattro settimane dall’incendio, dallo sgombero e dall’inizio della trattativa con Roma Capitale. Al tavolo c’erano il prefetto Giannini, il sindaco Gualtieri, Baldo Reina (vicario generale della Diocesi di Roma), il questore di Roma Massucci, l’assessore capitolino al patrimonio Tobia Zevi e i rappresentanti della proprietà, Investire SGR. Gualtieri presenta una proposta che prevede l’acquisizione dell’immobile sulla base della valutazione dell’Agenzia del demanio per consentire, nel più breve tempo possibile, il rientro delle famiglie e delle persone più fragili. Il fondo immobiliare Investire SGR, proprietario dell’immobile ex-INPDAP in via Santa Croce in Gerusalemme rifiuta di vendere e di far rientrare centinaia di persone nel palazzo, coprendosi dietro la falsa ingiunzione di inabilità dello stabile e mette a disposizione del Comune 500mila euro per una crisi che costa al Comune circa 3 milioni di euro. Gli uffici comunali e lo sportello di tutela sociale di Spin Time lavorano affinché venisse trovata una soluzione temporanea per le 400 persone che dormivano in strada, e hanno allestito insieme con reti, associazioni e con la Protezione Civile un presidio permanente con tende e gazebo. In pieno agosto in una città che vive una crisi abitativa perenne e strutturale, le strutture disponibili a ospitare 127 nuclei familiari sono poche. Nonostante le difficoltà, grazie al lavoro del Comune e alla comunità di Spin Time, tutti i residenti hanno trovato una sistemazione d’emergenza. Alcune famiglie devono ancora lasciare il presidio e lo faranno nei prossimi giorni; altre grazie alla rete sociale del Polo Civico Esquilino stanno trovando una sistemazione che consenta di non lasciare il quartiere per non interrompere percorsi di cura e per salvaguardare la continuità scolastica. Si tratta di soluzioni che dovrebbero durare tra i 60 giorni e i 4-6 mesi. Una soluzione tutt’altro che stabile. Le famiglie sgomberate dovranno avere alloggio entro tempi ragionevoli. Ma è un tempo nuovo quello che verrà nei prossimi mesi, un terzo tempo scandito dalla solidarietà di una città, di una popolazione e da migliaia di persone che hanno generato una mobilitazione nazionale, che eccede l’emergenza sociale e abitativa di Roma e ha prodotto la cristallina consapevolezza che nei prossimi mesi sono in gioco le possibilità di un modello di welfare comunitario. A Roma, come a Milano, a Torino, in Puglia, in Molise, in Albania, bisogna cambiare le politiche urbanistiche. I cittadini rifiutano la “presa” dei fondi immobiliari su città e territori, rifiutano il consumo di suolo e la turistizzazione e proprio nelle esperienze degli spazi sociali sottratti alla rendita, si sta elaborando una forma nuova di vita che non è affatto marginale ma offre diverse soluzioni: reti di mutuo aiuto, di solidarietà, di vicinato. Questo nuovo “modello”, sperimentato con successo da almeno vent’anni, tra limiti e contraddizioni, ha a sua volta fatto sì che si accumulasse un sapere comune delle lotte, delle emergenze, delle solidarietà, della cura e della tutela di parole, cose e azioni che oggi riguarda tutti gli esseri viventi sottoposti a distruttive tecnologie di governo, alla rapina indiscriminata di risorse, alla guerra planetaria permanente contro ciò che vive. Un filo rosso lega la lotta per Spin Time al tempo nuovo che viene: la lotta per il diritto all’abitare è lotta contro la precarietà, la lotta contro il lavoro precario è lotta contro la devastazione ambientale, per la formazione, contro il colonialismo e l’oppressione e contro l’idea che esistono popoli sacrificabili. Per questo la questione di Spin Time non riguarda solo Spin Time, dal momento che questa emergenza è stata creata con uno sgombero mascherato da intervento di sicurezza e si è rappresa nel momento in cui Investire SGR ha rifiutato perfino l’accordo ponte proposto dal Comune. Il 19 settembre è stata indetta una manifestazione nazionale e cui seguirà il 20 un’assemblea pubblica, perché, come tutti gli interventi hanno ricordato, Spin Time non è un problema di ordine pubblico, non è un “pezzo” di città da sgomberare, è uno spazio nel quale da anni si danno risposte concrete all’emergenza abitativa, si fa cultura, scuola, solidarietà e mutualismo che hanno preso il posto dell’abbandono. Da oggi al 19 e 20 settembre il presidio continua per confermare tre scelte: che Spin Time deve rientrare a via di Santa Croce, che occorre cambiare le politiche urbanistiche delle città e, soprattutto, che le città non sono dei fondi immobiliari ma delle persone che le abitano. É in gioco una certa idea di città e di proprietà che a quanto pare vale di più e sorpassa anche le soluzioni amministrativamente e economicamente praticabili. Infatti, ciò che non da oggi emerge è che il capitalismo della rendita produce città nelle quali il valore dei territori viene misurato dal prezzo al metro quadro e non dalla qualità della vita di chi lo abita. I fondi immobiliari speculativi non sono neutrali, fanno politica e gli intrecci tra politiche governative, speculazione immobiliare, repressione, degrado e privatizzazione degli spazi pubblici, alimentato interessi e profitti e impoveriscono ambienti, luoghi storici, esperienze, quartieri, socialità. Studentati di lusso vengono presentati come risposta ai bisogni sociali mentre contemporaneamente persone non riescono a trovare una casa. Terre abitate vengono violate per inutili e dannose “grandi opere” o trasformate in piattaforme per grandi investimenti, grandi infrastrutture per grandi eventi e affitti brevi, mentre le comunità di quei territori rischiano di perdere progressivamente beni, risorse, vita. L’altra evidenza è l’alleanza tra la destra reazionaria che parla di poveri, di aiutare le periferie e i padroni delle città: è su indicazione del Viminale che Investire ha detto NO alla proposta dell’acquisto dello stabile da parte del Comune. Investire SGR è un fondo, è una organizzazione che gestisce molte realtà non solo a Roma, con un falso racconto di sé: sul suo sito web ci sono pagine intere di documenti che alludono alla responsabilità sociale, alla sostenibilità economica e ambientale, all’housing sociale, ma i soci di Investire sono fondazioni come Cariplo, che sarebbero impegnate nel sociale, Allianz e Assicurazioni Generali… Si possono fare tante azioni in questo senso, cominciare a bombardare di mail e di provocazioni questi soggetti, cominciare a dire che prendano una posizione chiara. Bisogna smascherare questi soggetti che hanno speculato senza limiti in questi anni a partire dalla vendita degli immobili pubblici e rimettere al centro un sapere comune che dice che lo spazio pubblico viene prima della massimizzazione del profitto e che il territorio non è una risorsa da sfruttare, è una terra, un luogo e un ambiente da abitare, curare e salvaguardare. La cosiddetta “rigenerazione urbana” deve nascere da processi partecipativi come chiedono perfino i bandi europei e che sia una rigenerazione che tenga conto della rigenerazione sociale. Per questo il “precedente” di Spin Time, come quello del Leoncavallo, di Askatasuna e delle esperienze di luoghi di vita vera e di vera comunità, non quella imposta con i “decreti sicurezza”, con la militarizzazione dei territori, con la razzializzazione delle persone e con l’esclusione sociale, parlano davvero a tutti e tutte, alle povertà diffuse come alla maggioranza delle popolazioni. Questo è il momento in cui queste esperienze iniziano a creare un varco aperto dalle mobilitazioni contro guerra e genocidio, contro i re e le regine di questo mondo, che non devono più sentirsi tranquilli del loro potere che quanto più si crepa tanto più è feroce. Le voci che da qualche anno abbiamo ascoltato dicono in maniera chiara che si mettono a disposizione della città e del paese queste esperienze e che Spin Time deve essere “il precedente” per mostrare che riabitare un palazzo non solo è possibile ma è imperativo in un momento storico in cui “le destre governano senza fare mezza proposta concreta”; che si vuole un modello economico e politico radicalmente diverso da quello che viene imposto, che le risorse siano investite nei quartieri, nel recupero del patrimonio pubblico, che vengano messe al servizio delle persone, che vengano investite nella casa, nella sanità, nella scuola, nei servizi. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GUIDO VIALE: > Prima le comunità -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il tempo nuovo di Spin time proviene da Comune-info.
August 25, 2026
Comune-info
Dove dormiremo?
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Giovanni Izzo -------------------------------------------------------------------------------- Mentre non si ferma la narrazione secondo cui, con lo smantellamento della tendopoli di San Ferdinando, all’interno della Piana di Gioia Tauro (Reggio Calabria), si apre finalmente una stagione di accoglienza nuova e dignitosa, è sufficiente leggere il regolamento approvato per la gestione delle palazzine di Contrada Serricella per accorgersi che la realtà racconta tutt’altra storia. Il documento promette un sistema di accoglienza «non fondato su logiche securitarie e di isolamento sociale», ma subito dopo prevede recinzione e videosorveglianza perimetrale, registrazione di ogni ingresso e ogni uscita, anche se ripetuti nella stessa giornata, accesso inibito dalle 23 alle 5 salvo deroga preventiva della direzione, ispezioni all’interno degli alloggi, riunioni e visite subordinate ad autorizzazione e persino l’allontanamento disposto dal Sindaco con comunicazione alla Questura. Eppure stiamo parlando di persone con regolare permesso di soggiorno e contratto di lavoro, che pagano un contributo per l’alloggio e che, in molti casi, rientrerebbero tranquillamente nei parametri per poter richiedere un alloggio popolare. Per questo è difficile non chiedersi se quello che viene presentato come un nuovo modello abitativo non assomigli, in realtà, molto più a un regolamento da centro di accoglienza che a quello destinato a lavoratori che vivono e lavorano sul territorio, contribuendo largamente alla sostenibilità della filiera agrumicola. Anche sul fronte economico, vale la pena ricordare le risorse che, negli anni, sono state impiegate per affrontare questa situazione. Negli ultimi nove anni, dalla realizzazione di questa tendopoli fino al suo recente smantellamento, sono transitati almeno 5,4 milioni di euro, che superano i 7 milioni se si considerano anche i moduli abitativi di Taurianova, con 3,6 milioni destinati al recente sgombero e alla cosiddetta fattoria solidale. A queste somme si aggiungono risorse difficili da quantificare, investite dal 2010 a oggi dopo i fatti di Rosarno. Di fronte a tutto questo, lasciare ancora senza una risposta adeguata chi tiene in piedi l’agricoltura di questo territorio è un esito che nessuno può seriamente presentare come un successo. In queste settimane abbiamo ricevuto diverse telefonate di lavoratori braccianti oggi impegnati nella raccolta in altre regioni e che nei prossimi mesi torneranno qui per la stagione degli agrumi. La loro preoccupazione è molto concreta e si riassume in una domanda: dove dormiremo? Sono lavoratori che torneranno nella Piana perché qui c’è il lavoro che li aspetta, ma per i quali, ancora una volta, non sembra esserci una risposta abitativa adeguata. A preoccupare è anche il modo in cui le istituzioni continuano a gestire il confronto su questi temi. Anche gli spazi istituzionali che dovrebbero favorire il dialogo e la costruzione di percorsi condivisi rischiano di ridursi a momenti di comunicazione unidirezionale di decisioni già assunte, senza un reale coinvolgimento delle realtà associative, umanitarie e sindacali che in questi anni hanno lavorato nella Piana di Gioia Tauro, accumulando esperienze e competenze che potrebbero essere messe a disposizione di un percorso realmente partecipato. Il fatto, ad esempio, che il Patto Territoriale continui a non essere riconosciuto come interlocutore, pur rappresentando una rete di realtà che da anni si occupano concretamente di questi problemi, è parte dello stesso problema. Il Patto Territoriale, intanto, torna a rilanciare la proposta di un Pronto Soccorso abitativo – coinvolgendo i Comuni della Piana di Gioia Tauro che si stanno spopolando – capace di affrontare le situazioni di vulnerabilità che certamente si riproporranno a breve e di garantire una risposta concreta a chi torna nella Piana per lavorare. Non ci interessa gettare fango su nessuno, né negare le difficoltà che accompagnano la gestione di una situazione complessa. Ci interessa, piuttosto, partire da un criterio semplice: nessuna delle regole contenute in quel regolamento verrebbe imposta a un assegnatario italiano di una casa popolare a Rosarno o a San Ferdinando. Se vogliamo davvero superare razzismo e ghettizzazione, dobbiamo smettere di guardare a queste persone soltanto come a gente da assistere e controllare e cominciare a riconoscerle per quello che sono: lavoratori che hanno diritto a vivere dignitosamente nei territori in cui lavorano. -------------------------------------------------------------------------------- Da diverse settimane, una rete comunitaria composta da associazioni, sindacati, enti, cittadini e cittadine, che opera nella Piana di Gioia Tauro e che si è autonominata Patto Territoriale (pattoterritoriale@proton.me), promuove iniziative pubbliche per creare consapevolezza critica rispetto a quanto avviene nei propri territori e mettere in discussione la ghettizzazione dei lavoratori braccianti. Il Patto Territoriale propone prima di tutto di creare inserimenti abitativi dignitosi dei lavoratori all’interno delle città: gli insediamenti separati dai centri abitati rafforzano infatti le condizioni di disagio e impedisce la costruzione di relazioni. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Fuori dal ghetto. Azione! -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dove dormiremo? proviene da Comune-info.
August 10, 2026
Comune-info
Spin Time e la Costituzione
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Riccardo Troisi -------------------------------------------------------------------------------- L’articolo 42 della Costituzione ci ricorda che “La proprietà è pubblica o privata” cioè che “I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati”. Quindi viviamo in un paese nel quale non stiamo mettendo in discussione la proprietà privata. Ma non dobbiamo mettere in discussione nemmeno il bene pubblico e, in maniera più profonda e solidale, il bene comune. Il Comune di Roma ha provato a acquisire il palazzo di Spin Time Labs per riconsegnarlo agli abitanti di Spin Time. Ma il solito palazzinaro romano ha pensato solo ai suoi interessi, nonostante la Costituzione ci ricordi anche che la legge assicura “la funzione sociale” della proprietà privata e la rende “accessibile a tutti”. L’articolo 42 della Costituzione ci ricorda anche “la proprietà privata può essere (nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo) espropriata per motivi d’interesse generale“. Gli abitanti di Spin Time ce l’hanno una casa. La loro casa si chiama Spin Time Labs. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Spin Time e la Costituzione proviene da Comune-info.
August 8, 2026
Comune-info
Voci da Spin Time Labs
Collegamenti e interviste da Spin Time Labs, in via di Santa Croce a Roma. Dal 29 luglio, le 400 persone che abitano all’interno dell’occupazione si trovano in strada in presidio permanente, dove nonostante il supporto della cittadinanza solidale e di associazioni e collettivi, la situazione rimane emergenziale. Solo nella sera del 3 agosto si è sbloccato il tavolo di trattativa tra il Comune di Roma e la proprietà, per valutare l’acquisizione pubblica dell’immobile e la regolarizzazione del progetto – ma le tempistiche per il rientro rimangono incerte. Ne abbiamo parlato in diretta con la responsabile della comunicazione e con alcune volontarie dello spazio di supporto logistico, dell’assistenza medica e dell’area bimbu.
August 4, 2026
Radio Blackout - Info
Voci da Spin Time Labs
Collegamenti e interviste da Spin Time Labs, in via di Santa Croce a Roma. Dal 29 luglio, le 400 persone che abitano all’interno dell’occupazione si trovano in strada in presidio permanente, dove nonostante il supporto della cittadinanza solidale e di associazioni e collettivi, la situazione rimane emergenziale. Solo nella sera del 3 agosto si è sbloccato il tavolo di trattativa tra il Comune di Roma e la proprietà, per valutare l’acquisizione pubblica dell’immobile e la regolarizzazione del progetto – ma le tempistiche per il rientro rimangono incerte. Ne abbiamo parlato in diretta con la responsabile della comunicazione e con alcune volontarie dello spazio di supporto logistico, dell’assistenza medica e dell’area bimbu.
August 4, 2026
Radio Blackout
Spin Time, quando un rione diventa comunità
L’INCENDIO CHE HA COSTRETTO OLTRE QUATTROCENTO PERSONE A LASCIARE LE PROPRIE CASE HA GENERATO UNA MOBILITAZIONE STRAORDINARIA IN TUTTA ROMA, A PARTIRE DALL’ESQUILINO, DOVE SI È ATTIVATA UNA VASTA RETE DI ACCOGLIENZA E SOSTEGNO. ASSOCIAZIONI, CITTADINE E CITTADINI STANNO DIMOSTRANDO LA FORZA CONCRETA DELLA SOLIDARIETÀ E DELLA CURA RECIPROCA Foto di Riccardo Troisi per comune info Nella notte di giovedì 30 luglio un principio di incendio ha interessato l’edificio di Spin Time, in via Santa Croce in Gerusalemme, nel rione Esquilino, a Roma. Da allora, oltre quattrocento persone evacuate non hanno ancora potuto fare ritorno nelle proprie abitazioni. Sabato è stato avviato un confronto tra Roma Capitale e l’ente privato proprietario dell’immobile per individuare una soluzione sul futuro dello stabile. I tempi, tuttavia, appaiono ancora incerti, mentre centinaia di persone continuano a vivere una condizione di emergenza, lontane dalle proprie case e senza sapere quando potranno rientrare. In questi giorni, però, l’Esquilino e l’intera città hanno mostrato fin da subito la forza del legame solidale costruito intorno a questo luogo: una trama di relazioni, prossimità e cura concreta. La mobilitazione che si è attivata non è nata dal nulla e non può essere ridotta a una risposta spontanea ed episodica. È il risultato di anni di legami, collaborazione e fiducia costruiti nel territorio, anche attraverso la rete del Polo Civico Esquilino, di cui Spin Time è tra i soci fondatori. Una rete che oggi sta dimostrando, nei fatti, che cosa significa essere comunità. C’è innanzitutto una solidarietà organizzata, resa possibile dalle associazioni, dal volontariato e dalle tante realtà sociali che, fin dalle prime ore dell’emergenza, hanno garantito accoglienza, assistenza e supporto alle persone evacuate. Le associazioni del Polo Civico Esquilino si sono mobilitate immediatamente. Nonna Roma, Libera Roma e Binario 95 sono impegnate nel sostegno alle famiglie e nella gestione delle docce. MaTeMù ha aperto i propri spazi per accogliere bambine e bambini, offrendo loro un luogo sicuro in cui giocare e trascorrere il tempo. Gasquilino sta organizzando turni per il lavaggio della biancheria e la raccolta di generi alimentari. Slow Food Roma ha attivato la rete dei donatori e dei commercianti del rione, coinvolgendo Sfizio, Forno Conti, Fassi e molte altre realtà del territorio. La Rete degli Studenti Medi e Scomodo stanno garantendo i turni notturni e contribuendo alle pulizie delle sedi del Polo Civico Esquilino e del CSV, dove sono accolte mamme, bambine, bambini e famiglie evacuate. Lo Chorohe ha donato un frigorifero alla sede del Polo. IoStoria sta offrendo supporto attraverso la mediazione linguistica. L’Associazione Genitori Scuola Di Donato, nota per la sua esperienza di scuola aperta partecipata, coordina le attività rivolte ai più piccoli. È un lavoro collettivo fatto di competenze, disponibilità e responsabilità condivise. Un’infrastruttura sociale che non sempre si vede, ma che nei momenti di crisi diventa essenziale. Accanto a questa dimensione organizzata, ce n’è una più silenziosa e diffusa, forse ancora più difficile da raccontare: una rete fittissima, spesso invisibile, composta da gesti quotidiani che stanno tenendo insieme un intero rione. Sono le persone che si offrono di fare le lavatrici. Le famiglie che accolgono nelle proprie case i compagni di scuola dei figli. Chi porta materassini, ventilatori, vestiti, acqua e tutto ciò che può servire. Chi passa davanti a Spin Time, si ferma e domanda semplicemente: «Che cosa serve?». Sono azioni che possono sembrare piccole, ma che, sommate, costruiscono una risposta collettiva potente. Questa solidarietà di vicinato ci ricorda che un altro modo di abitare la città non è soltanto possibile: esiste già. Esiste ogni volta che le persone si riconoscono come parte della stessa comunità, che la cura non viene considerata un fatto privato ma una responsabilità condivisa, che un quartiere decide di non lasciare nessuno solo di fronte a un’emergenza. Anche il punto di raccolta allestito davanti a Spin Time si è organizzato grazie al contributo di centinaia di persone. In pochi giorni sono arrivate donazioni di ogni tipo: spazzolini e prodotti per l’igiene personale, vestiti e biancheria intima, tende, beni di prima necessità, tavoli e piccoli arredi indispensabili per affrontare una situazione che si prolunga ormai da giorni. Davanti allo stabile è nato anche un presidio permanente, animato soprattutto da giovani, volontarie e volontari che hanno costruito un vero spazio di comunità. Non soltanto un luogo di protesta, ma uno spazio di ascolto, assistenza e vicinanza, con un presidio medico, la distribuzione dei pasti e una presenza costante accanto alle famiglie evacuate. Tutto questo rappresenta la risposta più forte all’indifferenza e al rischio che una condizione intollerabile venga progressivamente considerata normale. Non è normale che centinaia di persone non possano rientrare nelle proprie case. Non è normale che famiglie, bambine, bambini, anziani e persone fragili siano costretti a vivere in una condizione di precarietà, in piena estate e con temperature estreme. Non è normale che la durata dell’emergenza venga scaricata sulla capacità di resistenza delle persone e sulla disponibilità inesauribile del volontariato. Di fronte alla straordinaria risposta del territorio, sentiamo innanzitutto il dovere della gratitudine verso chi ha messo a disposizione il proprio tempo, le proprie energie, le proprie competenze, la propria casa o la propria attività. Ma proprio perché riconosciamo il valore di questa mobilitazione, dobbiamo affermare con altrettanta chiarezza un principio politico fondamentale: la solidarietà non può diventare un alibi. La rete territoriale può sostenere, accompagnare, accogliere e prendersi cura. Può ridurre le conseguenze dell’emergenza e impedire che le persone vengano abbandonate. Ma non può e non deve sostituirsi alle responsabilità delle istituzioni. Una comunità attiva non è una comunità chiamata a supplire stabilmente alle carenze del potere pubblico. La partecipazione civica non può essere utilizzata per trasferire sui cittadini, sulle associazioni e sui volontari l’onere di risolvere problemi che richiedono decisioni amministrative, risorse adeguate e assunzione di responsabilità. Al contrario, una rete sociale così forte deve essere riconosciuta come interlocutrice delle istituzioni e come parte di una nuova idea di governo della città. Quanto sta accadendo all’Esquilino mostra che le comunità territoriali sono presìdi indispensabili per questa città: nuovi corpi intermedi, autonomi e non subalterni, capaci di leggere i bisogni, attivare risorse, produrre risposte e costruire coesione sociale. Ma la collaborazione tra istituzioni e comunità ha senso soltanto quando è fondata sulla reciprocità, sul riconoscimento e sulla responsabilità condivisa. Non quando la capacità di auto-organizzazione dei territori viene usata per compensare ritardi, omissioni o mancanza di decisioni. Per questo continuiamo a chiedere una risposta rapida, concreta e trasparente. Le persone evacuate devono poter tornare nelle proprie abitazioni in condizioni di piena sicurezza, nel più breve tempo possibile. Devono ricevere informazioni certe, soluzioni dignitose e risposte all’altezza della situazione. Non chiediamo scorciatoie e non sottovalutiamo la complessità tecnica e amministrativa della vicenda. Chiediamo, però, che la complessità non diventi immobilismo e che il tempo necessario alle istituzioni non venga pagato interamente dalle persone più esposte. Ogni giorno trascorso fuori casa ha conseguenze materiali, economiche e psicologiche. Ogni giorno di incertezza accresce il peso dell’emergenza sulle famiglie e sulla rete territoriale che le sta sostenendo. La questione di Spin Time, inoltre, non riguarda soltanto il destino di un singolo edificio. Interroga il modo in cui Roma affronta il diritto all’abitare, le fragilità sociali e la gestione dei beni immobiliari. Interroga la capacità della città di riconoscere e valorizzare le esperienze che, negli anni, hanno costruito servizi, cultura, mutualismo e inclusione nei quartieri. Interroga, soprattutto, l’idea stessa di città che vogliamo costruire. Una città può limitarsi a intervenire quando l’emergenza è già esplosa, oppure scegliere di investire nella prevenzione, nella cura dei territori e nella collaborazione stabile con le comunità che li abitano. Questo significa riconoscere e rafforzare le nuove forme di mutualismo sociale, come le reti territoriali e i poli civici, non come risorse occasionali da attivare nei momenti di crisi, ma come infrastrutture democratiche essenziali per il benessere e la qualità della vita urbana. Una città può lasciare sole le persone davanti ai problemi, oppure costruire istituzioni presenti, accessibili e responsabili. In questi giorni l’Esquilino ha già indicato una direzione. Ha mostrato che la sicurezza non è soltanto una questione tecnica, ma anche sociale: una comunità è più sicura quando le persone si conoscono, collaborano e si prendono cura le une delle altre. Ha mostrato che la partecipazione non è un esercizio astratto, ma una pratica quotidiana fatta di organizzazione, fiducia e corresponsabilità. Ha mostrato, infine, che il welfare non vive soltanto negli uffici e nei servizi formali, ma anche nelle relazioni di prossimità, nei luoghi civici e nelle reti che rendono un quartiere capace di reagire, proteggere e includere. Questa ricchezza sociale deve essere sostenuta, non sfruttata; riconosciuta, non data per scontata. Deve poter dialogare con istituzioni capaci di assumere fino in fondo il proprio ruolo. Nel frattempo, il presidio davanti a Spin Time continua. Continua perché nessuna famiglia può essere lasciata sola in una situazione di emergenza, in strada e con questo caldo. Continua perché la vicinanza è una forma concreta di responsabilità. Continua perché la solidarietà non è beneficenza, né una risposta occasionale fondata sulla buona volontà di pochi. È una scelta pubblica e collettiva, il modo in cui una comunità riconosce i propri legami e decide di trasformarli in azione. Ma continua anche per ricordare alle istituzioni che quella comunità esiste, è organizzata e chiede di essere ascoltata. La forza dell’Esquilino non può diventare la giustificazione per rinviare le decisioni. Deve diventare, al contrario, la base per una soluzione condivisa, responsabile e duratura. Perché una città giusta non è quella in cui i cittadini sono costretti a sostituire le istituzioni. È quella in cui istituzioni e comunità collaborano, ciascuna assumendosi pienamente la propria responsabilità; in cui nessuno viene lasciato indietro o abbandonato. È quella in cui la solidarietà non serve soltanto a resistere alle emergenze, ma diventa il principio attraverso cui costruire insieme il futuro della città. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Spin Time, quando un rione diventa comunità proviene da Comune-info.
August 3, 2026
Comune-info
Spin Time, non c’è più tempo
Mercoledì sera un incendio è divampato in uno dei locali di Spin Time Labs, l’occupazione abitativa dell’Esquilino, in centro a Roma, dove vivono circa 400 persone e hanno sede varie organizzazioni. La comunità si è subito attivata per mettersi al sicuro, facilitando l’ingresso dei vigili del fuoco. Una volta uscita dallo stabile per mettersi in sicurezza, però, agli abitanti del grande palazzo ex-Inpdap sito in via Santa Croce in Gerusalemme non è stato più permesso di rientrare se non per recuperare pochissimi beni di prima necessità. Da allora soprattutto bambine/i e le persone più fragili, hanno trovato alloggi momentanei, altre persone sono ospitate in strutture messe a disposizione da diverse associazioni e qualche spazio del primo municipio, ma moltissime/i continuano a dormire davanti a Spin Time in via Santa Croce di Gerusalemme. Questi, in breve, i fatti salienti. Poi c’è tanto altro. C’è una comunità che si attiva in fretta, nonostante il caldo, nonostante molte persone siano già in ferie, nonostante non si capisca sempre benissimo chi coordini cosa, e in meno di 24 ore davanti a Spin Time accorrono centinaia di persone solidali con beni di prima necessità, pronte e pronti a difendere una delle occupazioni più simboliche della capitale, con i propri corpi e con la propria solidarietà attiva e militante.  Renato Ferrantini Ci sono i movimenti sociali che portano generatori, condizionatori, teli per proteggersi dal caldo, piscinette per far giocare i bambini e le bambine, che mettono in piedi un presidio sanitario, si attiva il quartiere che da anni convive serenamente con l’occupazione (checché ne dicano schifose pagine social pronte a costruire falsi), privati cittadini/e portano quello che possono. > Questa città brutale che quando serve si (ri)scopre solidale, aiutando le > centinaia di persone sbattute per strada. È una macchina straordinaria, con la > Chiesa che fa la sua parte, il centro anziani, il Polo Civico dell’Esquilino e > molte altre.  La Protezione Civile coordinata dal Comune di Roma monta qualche gazebo, distribuisce cibo e. dopo due giorni, attiva i nebulizzatori. Con le persone lasciate per strada e nessuna soluzione nel breve periodo, si apre una battaglia politica che dopo quasi tredici anni potrebbe sbloccare la situazione del palazzo: la proprietà, uno dei fondi di investimento che privatizzano e gentrificano mezza città, sembra finalmente disposta a vendere e l’Amministrazione comunale a comprare per avviare un percorso simile a quello che ha riconvertito in edilizia popolare un’altra storica occupazione, quella di Porto Fluviale.  Renato Ferrantini I tempi, però, non sono necessariamente brevi, nonostante l’impennata di questi giorni – nel momento in cui scriviamo, sabato 1° agosto, pare siano in corso trattative, con l’interessamento anche del Vaticano che già in passato si era espresso per Spin Time: come ha scritto Giuliano Santoro su “il manifesto” di oggi, «premono per una soluzione positiva, che passa per la rimozione del sequestro giudiziario che grava sul palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme, il papa e il sindaco. Questa versione postmoderna di Don Camillo e Peppone, l’eterogenesi dei fini del potere temporale e di quello secolare, è l’ennesimo miracolo postmoderno di Spin Time».  Nel via vai di politici e istituzionali, chi passa (tanti) e chi invece garantisce una presenza solidale (pochissimi), l’assessore al Patrimonio e alle Politiche Abitative Tobia Zevi va in assemblea sia mercoledì che giovedì, parla dei negoziati in corso, prova a rassicurare, anche se purtroppo senza un dialogo reale, senza uno scambio con chi è riunito in piazza (abitanti e solidali). Spiega, in sintesi, che bisogna aspettare.  Non ricorda che è dal 2023, quando è stato approvato il Piano Strategico per il diritto all’Abitare, che l’Amministrazione si sarebbe dovuta impegnare ad avviare i progetti di recupero per Spin Time e per il MAAM di Metropoliz entro l’anno, come «modello di sperimentazione delle nuove politiche abitative». Dal 2023 le persone che lì abitano sono in attesa. > Ad agosto 2026, devono ancora aspettare, fino a quando non è chiaro, forse > lunedì ci saranno novità, quando si riunirà il prossimo tavolo tecnico, anche > fosse sarebbero cinque notti e quattro giorni interi in condizioni disumane, > con più di 40 gradi reali, mentre dentro ci sarebbero le case, piccole come ha > detto una occupante, ma le loro, quelle costruite in anni e anni di fatica.  L’assemblea delle e degli abitanti di Spin Time ha deciso, ieri sera dopo l’incontro con Zevi, di continuare a resistere, di continuare a lavorare per poter rientrare prima possibile, di rimanere unite/i – e noi con loro. I tempi della burocrazia e della politica non coincidono mai con quelli della vita, con quelli dei bisogni reali ed elementari delle persone. Dovrebbe essere la politica però a uniformarsi ai tempi della vita e non viceversa. Invece centinaia di persone sono in attesa che qualcosa emerga da tavoli lontani e complessi, sopra le loro teste. Ieri quando Zevi parlava già da diversi minuti, senza venir interrotto, da un’assemblea fin troppo civile, qualcuno ha urlato «vogliamo rientrare a casa» e tutti si sono sciolti in un applauso liberatorio. Non è difficile da capire. Ci sono centinaia di persone che vogliono rientrare a casa e non vogliono continuare a stare per strada con quaranta gradi, nel pieno di una crisi climatica, e senza prospettive per i prossimi mesi. Le istituzioni possono e devono fare molto di più.  Renato Ferrantini Quindi il presidio permanente continua e non si sposta dal palazzo, lo presidia con i propri corpi, i teli per l’ombra, le piscinette d’acqua, le tende, le brandine. Quasi tutto portato e organizzato dagli spazi sociali, dalle associazioni, dal volontariato, dal vicinato, con la protezione civile che più che intervenire sui bisogni reali (come docce, bagni, posti letto), ordina e sanziona lo spazio, come abbiamo visto fare in altre emergenze.  Per chiunque si trovi a Roma l’appello è di raggiungere Spin Time, nonostante il caldo e le difficoltà logistiche, bisogna andare al presidio e mantenere alta l’attenzione. Tutte le informazioni su cosa portare e i vari appuntamenti si possono trovare sulle pagine social di Spin Time, ed è anche aperta una raccolta fondi per aiutare con i beni di prima necessità in questi giorni.  SolidalƏ  e complicƏ  con chi resiste.   Immagine di copertina di Renato Ferrantini Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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August 1, 2026
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