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Ostia, chi controllerà il mare di Roma?
Il Comune di Roma ha dichiarato battaglia agli storici concessionari balneari di Ostia, facendo leva sul malcontento di residenti e frequentatori del litorale, stanchi di essere respinti ai cancelli degli stabilimenti nonostante il diritto al libero e gratuito accesso al mare. Per anni a Ostia il 94,5% degli stabilimenti non ha permesso l’ingresso gratuito, detenendo il record negativo per continuità di litorale senza spiaggia libera: 3.450 metri senza varchi verso il mare. Il lungomare di Ostia, per decenni trasformato in un vero e proprio “lungomuro”, preda del lavoro stagionale sottopagato, sembra oggi destinato a una fase di cambiamento. Ma la stagione balneare, tra macerie e nuove concessioni ancora da firmare, stenta a partire. Le domande restano aperte: siamo davvero di fronte alla fine del vecchio sistema balneare oppure a una sua semplice riorganizzazione? L’applicazione della direttiva Bolkestein libererà realmente il mare oppure aprirà le spiagge agli interessi di grandi operatori economici e finanziari? GLI ABUSI SUL LITORALE ROMANO La rottura con il passato è iniziata attraverso una massiccia attività di controllo sugli stabilimenti balneari. Come raccontato dal “Corriere della Sera“, i sopralluoghi effettuati con droni e verifiche tecniche hanno riguardato circa 73mila metri quadrati di strutture sul litorale di Ostia. Il risultato è stato significativo: quasi un intero ettaro di opere abusive accertate. Prima dell’inizio della stagione balneare erano 34 gli stabilimenti chiamati a demolire manufatti contestati: verande, ampliamenti, pedane, cabine e ristoranti costruiti ben oltre i limiti autorizzati. Un numero considerevole che restituisce la dimensione di un sistema che per anni ha trattato il bene demaniale come uno spazio da occupare progressivamente più che come patrimonio collettivo. Quella degli abusi non è quindi soltanto una questione urbanistica. È il riflesso materiale di un modello di gestione del litorale costruito attraverso proroghe continue, tolleranza amministrativa e privatizzazione progressiva dello spazio pubblico. Per anni gli stabilimenti di Ostia hanno funzionato come barriere fisiche e sociali: chilometri di costa occupati da concessioni, varchi controllati, spiagge libere ridotte e un accesso al mare spesso ostacolato. La battaglia sul litorale romano non riguarda quindi soltanto le demolizioni. Riguarda l’idea stessa di mare come bene collettivo. LA GARA DEL CAMPIDOGLIO E IL SISTEMA DELLE ROYALTIES Nel 2025 il Campidoglio ha indetto due bandi per l’assegnazione delle nuove concessioni demaniali marittime relative alla maggior parte degli stabilimenti di Ostia e delle spiagge libere attrezzate con concessioni scadute. La gara ha riguardato una quarantina di concessioni: circa un terzo degli impianti ha cambiato formalmente gestione. Le nuove concessioni, la maggior parte delle quali non ancora operative, hanno una durata estremamente breve: un anno, rinnovabile stagione per stagione fino a un massimo di altre due annualità. Si tratta di una soluzione transitoria nell’attesa che venga approvato il nuovo PUA (Piano di Utilizzazione degli Arenili) dall’Assemblea Capitolina. Una volta concluso l’iter, si potrà procedere alla messa a gara delle concessioni pluriennali. Tra gli elementi più rilevanti introdotti dal Comune di Roma c’è il nuovo sistema delle royalties. Oltre al tradizionale canone concessorio, i nuovi assegnatari dovranno versare al Campidoglio una percentuale sul fatturato prodotto dalle attività. Secondo l’assessore al Demanio Tobia Zevi, questo meccanismo avrebbe prodotto un rialzo medio del 12% delle offerte economiche. Ma il nuovo modello viene guardato con forte preoccupazione. di Metro Centric (Flickr) Secondo il LabUr, la royalty non rappresenta soltanto una clausola economica ma una vera e propria scelta politica e urbanistica. Il rischio evidenziato è che il nuovo sistema finisca per favorire operatori dotati di grande capacità finanziaria, in grado di sostenere margini ridotti e ritorni economici differiti nel tempo. In questo scenario la concessione balneare smette di essere una semplice attività stagionale e diventa un asset strategico: presidio territoriale, leva commerciale, piattaforma immobiliare futura e strumento di posizionamento economico. È proprio qui che si apre uno dei nodi principali della nuova fase: chi controllerà realmente il mare di Roma dopo questa caotica transizione? E soprattutto: il superamento del vecchio sistema balneare, con il nuovo PUA, produrrà una maggiore accessibilità pubblica oppure una nuova concentrazione del demanio nelle mani di grandi operatori economici? UNA STAGIONE BALNEARE CHE NON RIESCE A PARTIRE Mentre procedono sequestri e demolizioni, la stagione estiva 2026 appare già segnata dall’incertezza. Gli assistenti bagnanti della Sezione Lifeguards Italiani hanno denunciato una situazione definita “grave e pericolosa” sul litorale romano. Nel loro comunicato parlano di carenza di presidi di salvataggio, spiagge non cardioprotette, mezzi inutilizzati e assenza di una pianificazione efficace per la sicurezza in mare. A tutto questo si aggiunge il tema dell’erosione costiera. Le mareggiate degli ultimi mesi hanno colpito duramente il litorale di Ostia, mentre l’avanzamento del mare continua a ridurre l’arenile anche in assenza di eventi eccezionali. La crisi del modello balneare romano non è quindi soltanto amministrativa o giudiziaria. È anche ambientale. Per anni il litorale è stato sfruttato come piattaforma economica senza una reale pianificazione pubblica capace di affrontare erosione, consumo di suolo e fragilità della costa. La ciliegina sulla torta è stata la costruzione del Porto turistico di Ostia alla foce del Tevere, un’opera contestata da anni per il suo impatto sul naturale ripascimento delle spiagge. Il porto è finito al centro di sequestri e procedimenti giudiziari che hanno coinvolto Mauro Balini. Le indagini della magistratura hanno inoltre più volte incrociato il sistema di relazioni tra l’imprenditoria del litorale, l’amministrazione locale e ambienti riconducibili ai clan Fasciani e Spada. Eppure la risposta politica continua a muoversi nella stessa direzione. Il sindaco Gualtieri, nonostante il parere contrario del Municipio X, ha inserito tra le opere strategiche del Giubileo il Porto crocieristico di Fiumicino, sull’altro lato della foce del Tevere, sostenuto anche dal governo Meloni attraverso il sindaco di Fiumicino Mario Baccini e dalla Lega di Salvini. Il progetto prevede una concessione demaniale di lunghissima durata — novant’anni — affidata a Royal Caribbean Group, colosso globale dell’industria crocieristica. Dai tempi dell’imperatore Traiano sappiamo che non si costruiscono porti alla foce dei fiumi, ma una parte della politica sembra non aver imparato la lezione. Una volta resa operativa la direttiva Bolkestein sul litorale romano, chi ci garantisce che un modello simile, incentivato dal sistema delle royalties, non finisca per aprire le porte del demanio a grandi gruppi economici e finanziari, togliendo spazio alle più modeste realtà locali? POLITICA LOCALE E SISTEMA BALNEARE Il rapporto tra politica locale e concessionari balneari rappresenta uno dei nodi più delicati dell’intera vicenda. Per decenni il sistema degli stabilimenti è stato difeso trasversalmente da centrodestra e centrosinistra. Le amministrazioni si sono alternate, ma il modello di gestione del litorale è rimasto sostanzialmente invariato: proroghe continue, tolleranza sugli abusi, scarsità di spiagge libere e centralità economica e politica dei concessionari. Dentro questo quadro si inseriscono anche le recenti indagini sulle cene elettorali organizzate allo Shilling, storico stabilimento di Ostia legato all’imprenditore Fabio Balini, parente di Mauro Balini del Porto turistico di Ostia. Secondo quanto riportato dalla stampa, nelle inchieste compaiono esponenti politici di diversi schieramenti, tra cui Monica Picca e Antonio Caliendo. La Procura di Roma ipotizza finanziamenti illeciti collegati agli eventi politici e privati organizzati allo Shilling. Le persone coinvolte hanno respinto le accuse. Monica Picca, oltre a essere esponente della Lega a Ostia, fa parte anche della giunta Baccini di Fiumicino, favorevole al Porto crocieristico affidato a Royal Caribbean. Negli ultimi mesi la consigliera è stata inoltre impegnata, insieme al consigliere Aguzzetti — ex-militante di CasaPound e imputato nel procedimento per il tentativo di occupazione di una casa popolare — in una campagna politica per lo sgombero della Vittorio Emanuele in nome della legalità e del decoro urbano. Una contraddizione politica difficile da ignorare: si raccolgono firme invocando interventi rapidi contro marginalità sociale e occupazioni informali, mentre sugli abusi strutturali che per anni hanno segnato il litorale romano si è spesso scelto il silenzio, quando non la difesa degli interessi dei concessionari. Al di là degli sviluppi giudiziari, il dato politico resta evidente: il sistema balneare romano ha mantenuto a lungo una forte capacità di influenza trasversale sulle amministrazioni e sul governo del territorio. di Andrea Vanni (Flickr) LA BATTAGLIA PER IL MARE LIBERO La battaglia che oggi si apre a Ostia non riguarda soltanto la sostituzione di alcuni concessionari. Riguarda il futuro del mare di Roma. La domanda centrale è se il litorale continuerà a essere gestito come una somma di feudi economici oppure se diventerà finalmente uno spazio pubblico realmente accessibile. Perché il punto non è semplicemente chi vincerà le nuove concessioni. Il punto è capire quanto spazio verrà restituito alle spiagge libere con il PUA, quali abusi saranno davvero demoliti, quali interessi economici sopravvivranno dietro le nuove società, quali nuovi interessi saranno favoriti dal sistema delle royalties, quanto controllo pubblico esisterà sul litorale e soprattutto quale idea di città verrà costruita lungo il mare. Per anni Ostia è stata il simbolo di una gestione privatizzata della costa romana. Per anni è stata raccontata esclusivamente attraverso il paradigma criminale e mafioso, spesso riducendo un territorio complesso alle relazioni tra una parte dell’imprenditoria balneare, pezzi della politica locale e ambienti criminali, a discapito della stragrande maggioranza di chi vive quotidianamente Ostia senza essere colluso. Oggi quella struttura di potere sembra entrare in crisi. Ma senza una reale mobilitazione pubblica per il mare libero e per la difesa del demanio come bene collettivo, il rischio è che il nuovo corso annunciato dal Campidoglio finisca per cambiare soltanto le insegne, lasciando intatti gli equilibri economici e politici che hanno governato il litorale negli ultimi decenni. Non saranno le liberalizzazioni a restituire il mare alla collettività. Il nuovo corso dovrebbe ripartire dall’abbattimento del “lungomuro”, dall’aumento delle spiagge libere e da un controllo pubblico reale sul demanio. Perché non sarà una diversa distribuzione del profitto a restituire il mare libero, ma la rottura del modello che ha trasformato la costa romana in uno spazio privatizzato ed esclusivo. La copertina è di Cala mar (Flickr) Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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May 28, 2026
DINAMOpress
La spiaggia di Mondello appartiene ai palermitani, ecco perché la decisione del CGA è giuridicamente discutibile
Il Consiglio di Giustizia Amministrativa della Sicilia ha sospeso la revoca della concessione della spiaggia di Mondello alla società Italo-Belga. Motivazione: l’imminenza della stagione estiva potrebbe creare problemi di ordine pubblico se la spiaggia restasse “non gestita da alcuno”. Questa decisione è giuridicamente fragile, per almeno cinque ragioni fondamentali. 1. Il concetto di “ordine pubblico” viene usato in modo improprio L’ordine pubblico è una categoria giuridica precisa, che riguarda la sicurezza fisica delle persone e la prevenzione di disordini gravi. Non è uno strumento per preservare assetti commerciali privati. Il CGA trasforma un argomento di polizia amministrativa in una ragione per sospendere un provvedimento antimafia. Questo è un cortocircuito logico e giuridico: si usa la tutela del cittadino come pretesto per tutelare il concessionario. 2. Confonde la “vacatio gestionis” con un pericolo reale Il ragionamento del CGA presuppone che, senza l’Italo-Belga, la spiaggia precipiterebbe nel caos. Ma questo è falso in diritto e nei fatti: Il Comune di Palermo, in quanto ente titolare del demanio, ha poteri sostitutivi immediati. Esistono strumenti giuridici consolidati per la gestione commissariale di beni oggetto di revoca concessoria. L’articolo 21-nonies della Legge 241/1990 prevede meccanismi di transizione proprio per evitare vuoti gestionali. Il “pericolo” paventato dal CGA non è una forza della natura: è un problema amministrativo ordinario, risolvibile con gli strumenti che lo Stato già possiede. 3. Inverte la gerarchia tra interesse pubblico e interesse privato La revoca della concessione era stata disposta per gravi ragioni antimafia: collegamenti tra i soggetti gestori e la criminalità organizzata. Secondo i principi fondamentali del diritto amministrativo, il principio di legalità e quello di tutela dell’ordine democratico sono gerarchicamente superiori a qualsiasi interesse commerciale privato — anche legittimo, figuriamoci uno compromesso da infiltrazioni mafiose. Il CGA capovolge questa gerarchia: l’interesse del concessionario (continuare a gestire la spiaggia) prevale sull’interesse pubblico (estirpare le infiltrazioni mafiose dal demanio). È come sospendere la chiusura di un locale per camorra perché “se chiude, i clienti abituali non sanno dove andare”. 4. Il fumus boni iuris e il periculum in mora vengono applicati al contrario Per sospendere un atto amministrativo in sede cautelare, il giudice deve verificare due requisiti classici: Fumus boni iuris: apparente fondatezza del ricorso Periculum in mora: danno grave e irreparabile derivante dall’esecuzione immediata dell’atto Qui il fumus è debolissimo: la revoca era fondata su accertamenti antimafia seri. E il periculum è invertito: il danno grave e irreparabile è quello subito dalla collettività se si consente a una società con collegamenti mafiosi di continuare a gestire per un’altra stagione un bene pubblico primario. La “stagione estiva” è un danno per il concessionario, non un pericolo per i cittadini. 5. Crea un precedente pericolosissimo Se questo ragionamento fosse valido, nessuna concessione demaniale potrebbe mai essere revocata tra aprile e settembre, perché ogni spiaggia, ogni porto, ogni struttura turistica potrebbe invocare “l’imminenza della stagione estiva” come scudo contro qualsiasi provvedimento sanzionatorio. Si tratterebbe di una finestra di impunità stagionale strutturale, che svuoterebbe di fatto il potere sanzionatorio della pubblica amministrazione. Conclusione La decisione del CGA non tutela i cittadini. Tutela un concessionario con gravi ombre, usando i cittadini stessi come scudo retorico. È una decisione che, nel migliore dei casi, rivela una grave superficialità nella ponderazione degli interessi in gioco. Nel peggiore, qualcosa di più difficile da nominare. La spiaggia di Mondello appartiene ai palermitani. Non all’Italo-Belga. E lo Stato ha tutti gli strumenti per gestire una transizione ordinata — se solo volesse usarla. Aurelio Angelini
April 27, 2026
Pressenza
Josi Della Ragione: perché la spiaggia di Bacoli non può essere un privilegio per pochi
 Dall’esperienza di Free Bacoli alla battaglia sui lidi militari di Miseno, il sindaco racconta la sua idea di legalità, beni comuni e diritto al mare. Chi è davvero Josi Gerardo Della Ragione? A Bacoli lo conoscono tutti. Ma fuori dai Campi Flegrei non tutti sanno davvero da dove comincia la sua storia pubblica. Prima di essere il sindaco che oggi guida una delle battaglie più discusse del territorio, Josi Gerardo Della Ragione viene da un percorso di attivismo civico nato nel 2008 con Free Bacoli: liberare Bacoli dall’apatia e dalla rassegnazione. Da lì prende forma una linea precisa, tradotta negli anni in un’idea riconoscibile di impegno pubblico: legalità, beni comuni, trasparenza, tutela dell’ambiente e valorizzazione culturale del territorio. Una visione che a Bacoli tiene insieme mare, paesaggio, archeologia, memoria e diritto dei cittadini a vivere pienamente i luoghi della propria comunità. Dentro questo percorso si inserisce oggi anche la battaglia sui lidi militari di Miseno. In un tratto di costa tra i più simbolici e frequentati dell’area flegrea, il Comune contesta da tempo il fatto che una porzione enorme di arenile resti sottratta alla cittadinanza, tra stabilimenti militari, basi logistiche e concessioni che, secondo l’amministrazione, non corrispondono più alla realtà effettiva dell’uso di quegli spazi. A rendere ancora più forte lo scontro è stato, in questi giorni, il cartello comparso sulla spiaggia di Miseno con la scritta “Divieto di accesso” e il riferimento alla “sorveglianza armata”. Un’immagine che ha colpito profondamente l’opinione pubblica e che, più di ogni altra cosa, ha reso visibile la frattura tra due idee opposte di mare: da una parte uno spazio pubblico, aperto e condiviso; dall’altra un’area percepita come sottratta alla collettività. Per capire meglio il senso di questa battaglia, abbiamo rivolto a Josi Gerardo Della Ragione alcune domande semplici ma precise, cercando di far emergere non solo la polemica del momento, ma anche la visione di città che si muove dietro questa vicenda. Josi Della Ragione risponde Quando hai capito che legalità, beni comuni e trasparenza sarebbero diventati il centro del tuo impegno per Bacoli? Nasce tutto dal mio impegno di attivista, che parte nel 2008. Ho iniziato a fare attivismo sul territorio con le associazioni e, in particolar modo, abbiamo fondato un’associazione che si chiama Free Bacoli, cioè liberare Bacoli dall’apatia e dalla rassegnazione. Indubbiamente le matrici che hanno mosso il mio impegno sono la legalità e i beni comuni, la trasparenza, ma anche e soprattutto la tutela dell’ambiente e la valorizzazione culturale del nostro territorio. Sono le leve che permettono a questa città di potersi affrancare, di poter essere protagonista, non solo per Bacoli ma per l’intero tessuto campano e meridionale, e di caratterizzarsi attraverso la valorizzazione delle risorse paesaggistiche, naturalistiche e archeologiche, dentro un percorso di legalità che non dia adito a dubbi, cioè stare dalla parte della giustizia sociale e del rispetto delle regole. Se devo immaginare un momento in cui inizia tutto questo, sicuramente è il 2008, quando abbiamo fondato l’associazione. Ma in realtà l’impegno civico c’era già anche prima, quando ho avuto il piacere e l’onore di svolgere il ruolo di rappresentante degli studenti al liceo di Bacoli. Quindi già da giovane c’era questo approccio risolutivo e di impegno civico verso le questioni. Bacoli custodisce anche un patrimonio archeologico sommerso straordinario, dai mosaici ai resti dell’antica Baia. Quanto conta, nella tua idea di città, la valorizzazione di questo patrimonio? Bacoli è per eccellenza una città ad altissima densità archeologica. In un territorio di appena 13 chilometri quadrati, oltre ai due laghi, custodisce siti monumentali di epoche diverse, da quella greca a quella romana, fino a quella aragonese e borbonica, dalla Casina Vanvitelliana alla Piscina Mirabilis. Abbiamo il Museo archeologico dei Campi Flegrei, tra i più importanti del Sud Italia dopo quello di Napoli. Per questo il nostro patrimonio archeologico e culturale è fondamentale, sia per la promozione della città sia per generare occupazione e lavoro. Noi lavoriamo costantemente perché i siti siano sempre più aperti, collegati tra loro e realmente visitabili, così da permettere alle persone di conoscerli e, nello stesso tempo, di creare sviluppo. Il patrimonio di Bacoli, però, non è solo archeologico: è anche naturalistico. Penso ai laghi, alla costa, ai percorsi ambientali. Per noi l’ambiente va tutelato non solo perché è giusto farlo, ma anche perché rappresenta un unicum e perché attraverso la sua valorizzazione si può costruire uno sviluppo sostenibile. Sui lidi militari, qual è il punto essenziale della contestazione del Comune, su quali atti si fonda e che cosa non coincide, secondo voi, tra ciò che risulta nelle concessioni e ciò che accade concretamente su quel tratto di spiaggia? In realtà la questione è duplice. La prima è un’istanza che portiamo avanti da anni: la rivendicazione affinché la comunità possa riavere spazi che le sono stati negati. Parliamo non di un solo lido militare, ma di cinque lidi militari, uno dietro l’altro, tutti concentrati a Miseno, a cui si aggiungono altre basi strategiche presenti nella stessa zona. Complessivamente parliamo di almeno 100.000 metri quadrati tra lidi e basi logistiche che occupano il lungomare di Miseno, cioè più dell’80% della superficie di un’area di grandissimo valore storico, paesaggistico e sociale, un luogo straordinariamente bello che potrebbe essere anche un motore turistico e che invece viene frenato da questa presenza così massiccia dei militari. Questa è una riflessione generale che portiamo avanti da anni. Io ho iniziato a rivendicare queste istanze da giovane attivista, con il megafono, gli striscioni e facendo le manifestazioni in città, e continuo oggi da sindaco nelle sedi istituzionali. Ma se sarà necessario torneremo anche in strada, insieme ai cittadini, per rivendicare questi diritti. Sul piano burocratico, poi, ci sono delle gravi incongruenze. Innanzitutto si fa riferimento a dispositivi degli anni ’90 che, secondo noi, sono superati dalle norme successive, perché oggi la competenza sulle aree demaniali viene gestita direttamente dai Comuni e non più dallo Stato. Ma anche quei dispositivi degli anni ’90 prevedevano che queste aree fossero gestite per finalità istituzionali militari, che siano esercitazioni, la difesa della nazione, così come si evince anche da quei cartelli. Ma tutto questo stride con la realtà. Oggi i lidi militari sono diventati veri e propri stabilimenti balneari, dove si fa business, economia, dove ci sono privati che li gestiscono. C’è un’attività che nulla ha a che fare con la difesa della nazione, a meno che non si immagini che la nazione si difenda con l’asciugamano, le ciabatte, i secchielli. Tutto questo si pone in contraddizione con le motivazioni che all’epoca spinsero a individuare quegli spazi per attività militari. A ciò si aggiunge un altro elemento importante: quelle aree non sono state mai, e dico mai, consegnate dal Demanio e dalla Capitaneria di porto alle strutture militari. C’è quindi una difformità amministrativa di grande rilevanza, che pone ulteriormente nell’amministrazione comunale l’attenzione affinché, nel rispetto delle regole, si possano bilanciare gli interessi militari creando un unico stabilimento, un unico lido interforze, che tenga dentro tutti, e il resto della spiaggia sia restituito alla comunità. Perché non è accettabile creare aree di privilegio in cui i dipendenti delle strutture militari abbiano il privilegio di andare in spiaggia e abbiano quindi più diritti dei parenti del salumiere, del parente dell’operaio, del parente del disoccupato. Questo è assolutamente inaccettabile. Oggi, concretamente, che cosa chiede il Comune su quel tratto di arenile? Noi chiediamo che l’intera area venga liberata. Però siamo anche pronti a un punto d’incontro: che vi sia una struttura interforze, un unico lido che possa tenere insieme tutti, mentre il resto della spiaggia venga restituito alla comunità. Tra l’altro, anche gli stessi volumi utilizzati dai militari sono in uno stato di decadenza totale e potrebbero anch’essi diventare luoghi in cui creare economia e offrire servizi ai bagnanti delle spiagge libere. Ma, più di ogni altra cosa, noi vogliamo la spiaggia libera, perché Bacoli, il lungomare di Miseno e di Miliscola, non sono un lungomare qualsiasi: sono il lungomare della provincia di Napoli, la spiaggia di Napoli. Qui vengono centinaia di migliaia di persone ogni estate. Nei fine settimana estivi e durante tutta la stagione, la città è stracolma di bagnanti, mentre le spiagge libere sono sempre di meno, anche perché abbiamo questi ostacoli enormi. Da parte nostra lo Stato è assolutamente rispettato, anche le forze dell’ordine hanno il nostro massimo rispetto, ma questo non può conciliarsi con il fatto che, dall’altro lato, lo Stato non garantisca i diritti dei cittadini. Il cartello comparso a Miseno, con quel linguaggio e quell’immagine, che cosa rappresenta secondo te in questa vicenda? Rappresenta un atto di prepotenza da parte di chi ritiene di avere diritti maggiori rispetto alla comunità. Questo è. L’amministrazione locale pone una questione di rispetto della comunità, dei diritti al mare, dei diritti alla spiaggia. Tra l’altro siamo in un tempo in cui finalmente si attua la direttiva Bolkestein e quindi le concessioni demaniali non saranno più intese come proprietà privata e lo Stato deve dare l’esempio. Non è pensabile che continui questa modalità, questo approccio, tra l’altro da strutture militari che in alcuni casi a Bacoli non pagano neanche i tributi locali. C’è una forza armata che da sola deve al Comune oltre 120.000 euro di Tari, loro e i loro gestori. Questo è l’esempio emblematico della mancata anche attenzione rispetto al territorio. Quel cartello, gravemente offensivo, mortifica una comunità che sta puntando sempre di più su una città green, una città sostenibile, una città aperta. Per un bambino passeggiare in battigia e trovarsi davanti quel cartello, in un tempo così complesso e in un mondo purtroppo pieno di guerre, è qualcosa di inaccettabile. In questi anni ti è mai capitato di provare paura, anche sul piano personale? Sì, ho avuto paura e mi capita ancora adesso di averne. Ma chi ha l’onore di svolgere ruoli istituzionali deve avere il coraggio di andare oltre. Fare il sindaco è una missione. Fra tutte le battaglie che hai condotto, qual è quella che senti più rappresentativa della Bacoli che volevi costruire? L’intervento più distintivo è stato sicuramente la valorizzazione di Villa Ferretti, un bene confiscato alla camorra. Si tratta di una villa marittima settecentesca realizzata su una villa marittima romana, inserita in un’area che prima era vissuta come un parcheggio abusivo e una spiaggia abbandonata. Oggi quel bene confiscato ai clan è diventato un parco pubblico all’aperto, vissuto gratuitamente ogni giorno dai cittadini. C’è un teatro all’aperto da 3.000 posti, un percorso archeologico, il primo parco archeologico comunale all’interno di un bene confiscato alla camorra, con ville marittime del II secolo d.C., cioè la parte emersa del Parco archeologico sommerso di Baia. C’è inoltre la prima sede universitaria dei Campi Flegrei: la Federico II tiene lezioni all’interno della struttura e la gestisce insieme alla Scuola Superiore Meridionale, mentre vi hanno sede anche gli uffici della Soprintendenza per l’archeologia subacquea. In più, la spiaggia è vissuta liberamente. Per me questo è il segno più forte di ciò che volevamo costruire: un bene confiscato ai clan che diventa davvero un simbolo di riscatto sociale, restituito alla comunità. È l’esempio di come il degrado possa essere recuperato attraverso l’azione del Comune, in sinergia con le altre istituzioni, e attraverso il ripristino della legalità in un luogo che prima era nelle mani della criminalità organizzata. Ringraziamo Josi Gerardo Della Ragione per la disponibilità e per il tempo dedicato a questa intervista, condividendo il valore civile delle iniziative che porta avanti in difesa dei beni comuni, della legalità e del diritto al mare per tutti. La casina Vanvitelliana Villa Ferretti Il mosaico sommerso dell’antica Baia La spiaggia di Bacoli tra mare e orizzonte flegreo Barca e riflessi al lago Fusaro Lucia Montanaro
April 24, 2026
Pressenza
Urbano comune. Tra potere altruista e democrazia partecipativa
Se non nasce dagli abitanti, non è partecipazione. Se non è autogestito, non è un bene comune. Da quando il capitalismo finanziario ha imposto i propri interessi sulle logiche della politica, le democrazie liberali stanno degenerando. I partiti, difendendo l’interesse … Leggi tutto L'articolo Urbano comune. Tra potere altruista e democrazia partecipativa sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Una diffida all’amministrazione di Roma Capitale per gli ex-Mercati Generali
Nel corso della conferenza stampa che si è tenuta mercoledì 15 aprile nella sala convegni Renato Biagetti alla Città dell’Altra Economia è stato presentato l’Atto di diffida formale inviato al Sindaco di Roma Roberto Gualtieri, all’Assessora ai Lavori Pubblici Ornella Segnalini e al Responsabile del Procedimento. Lo stesso è stato segnalato anche all’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) che già si era espressa sulla variante presentata al progetto originario nel 2012 chiedendo un nuovo bando di gara, viste le variazioni essenziali. > La diffida riguarda la convenzione che è stata rinnovata fra l’amministrazione > e i fondi di investimento immobiliare che intendono realizzare una struttura > turistica ricettiva nell’area degli ex-Mercati Generali nel quartiere > Ostiense. La rappresentante del comitato ha illustrato il lungo percorso, iniziato a ottobre dello scorso anno, quando un gruppo di abitanti del quartiere ha iniziato a vedersi per discutere del futuro di quell’area pubblica. Oggi sono centinaia le persone che partecipano alle assemblee del lunedì, insieme ad altri comitati cittadini e agli spazi sociali. La rappresentante ha ricordato la manifestazione del 28 febbraio, che ha visto la partecipazione di più di 5mila persone, le due conferenze urbanistiche che sono state organizzate con la partecipazione di tecnici ed esperti di varie discipline, le decine di infopoint che hanno informato il territorio di tutto quello che succedeva intorno a quell’area e infine la larga partecipazione del comitato ai “finti” tavoli di partecipazione organizzati dall’amministrazione. È così che il comitato è arrivato alla decisione di rivolgersi a uno studio legale per porre l’amministrazione di fronte alle proprie responsabilità e per chiedere la sospensione e la revoca degli atti adottati, l’avvio del dibattito pubblico e della Valutazione di Impatto Ambientale, la tutela dell’ecosistema sviluppatosi negli anni e la restituzione dell’area alla città come bene comune. Sarah Gainsforth, ricercatrice indipendente e giornalista free-lance impegnata nel comitato, ha illustrato come è cambiato il nuovo progetto rispetto a quello originario che era risultato vincitore nella gara bandita nel 2003. Le funzioni originarie, che prevedevano una gran parte di spazi per la cultura e il tempo libero, sono cambiate e molta della cubatura che si intende realizzare sarà destinata a residenze universitarie e turistiche. Nella relazione che accompagna il progetto è scritto che «è ridotta drasticamente a causa della attuale inattualità e improduttività della destinazione commerciale». Il comitato chiede perché il privato può cambiare il progetto secondo le proprie convenienze, mentre l’amministrazione pubblica non riesce a modificare l’accordo e il progetto per nuove e mutate esigenze del quartiere e della città? > Il bilancio illustrato da Sarah Gainsforth è vistosamente a favore degli > investitori privati: l’area di 8 ettari e mezzo è interamente pubblica e viene > assegnata in concessione con pagamento di un canone annuo di 165mila euro. > L’investimento tutto privato è di 381 milioni di euro e il valore della > gestione per 57 anni è di 3,5 miliardi di euro. I l canone annuo è rimasto invariato dal 2006, mai pagato finora e mai indicizzato. Rappresenta lo 0,51% del fatturato stimato per il primo anno di gestione. Altro che interesse pubblico, il Comune fa un gran regalo al fondo Hines! L’avvocata Veronica Dini, incaricata di seguire gli aspetti legali delle procedure fin qui espletate, ha illustrato le criticità riscontrate. La modifica sostanziale del progetto e il valore del contratto impone lo svolgimento di una nuova procedura di gara a evidenza pubblica. È stata violato il diritto di informazione e partecipazione della cittadinanza, come previsto dal Regolamento e come reso obbligatorio dall’articolo 40 del D.lgs. 36/2023 per opere superiori a 300 milioni di euro. Il nuovo progetto non è mai stato sottoposto a Verifica di Impatto Ambientale obbligatoria ai sensi del D.lgs.152/2006. Il piano economico-finanziario appare viziato e mancante di una vera analisi della domanda e dell’offerta. È sull’interesse pubblico che si è concentrata l’attenzione della diffida. La dichiarazione di interesse pubblico andava valutata sul nuovo progetto, mentre è stata semplicemente confermata, come se nulla fosse cambiato. L’enorme studentato privato non costituisce oggetto di interesse pubblico, come lo stesso Assessore all’Urbanistica ha dichiarato pubblicamente. > Allora qual è l’interesse pubblico? Solo il 6,2% della superficie totale > edificata sarà fruibile gratuitamente dai cittadini e la gestione degli spazi > all’aperto sarebbe a carico di Roma Capitale contro ogni evidente interesse > pubblico. Lorenzo Romito di Stalker ha parlato del danno ambientale che la realizzazione del progetto provocherebbe in quell’area umida e alla falda superficiale connessa al paleoalveo del fiume Almone. Ha lanciato i gruppi di progettazione partecipata per la costruzione di una proposta per conservare il valore naturalistico ed ecologico del sito e per la realizzazione della “bellezza” all’interno della città. Con la diffida il comitato intima a Roma Capitale di revocare gli atti adottati, avviare il dibattito pubblico, verificare l’impatto ambientale, avviare monitoraggi ecologici e accertare le responsabilità per il danno ambientale già prodotto. La lotta è solo all’inizio. Per sostenere le spese legali è stata lanciata una raccolta fondi su questo link. La copertina è tratta dalla pagina Facebook Ex Mercati Generali – BASTA Speculazioni SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Una diffida all’amministrazione di Roma Capitale per gli ex-Mercati Generali proviene da DINAMOpress.
April 20, 2026
DINAMOpress
“Corpi urbani contesi”, sull’esperienza dei beni comuni di Napoli
In queste settimane è uscito, per le edizioni Ombre Corte, un interessante volume di Martina Locorotondo che, a buon diritto, può essere considerata come una componente della nuova intellettualità critica metropolitana. Il titolo del lavoro è: “Corpi urbani contesi” e attraverso la storia dell’esperienza dei beni comuni napoletani si sviluppa […] L'articolo “Corpi urbani contesi”, sull’esperienza dei beni comuni di Napoli su Contropiano.
April 3, 2026
Contropiano
Territorio e terra
ROMPERE LA GABBIA CHE LE GEOPOLITICA IMPONE AL CONCETTO DI TERRITORIO CONSENTE DI ASCOLTARE IL MONDO DI QUELLI CHE SONO IN BASSO. NEGLI ULTIMI ANNI INFATTI IL TERRITORIO È DIVENTATO IL CENTRO IN CUI SI MATERIALIZZATA L’ECONOMIA GLOBALE, MA AL TEMPO STESSO È DIVENTATO IL FULCRO DELLA RESISTENZA DELLE COMUNITÀ INDIGENE, NERE E CONTADINE. COME DIMOSTRANO SEMPRE PIÙ TERRITORI, A COMINCIARE DAL SUD AMERICA, SCRIVE RAÚL ZIBECHI, OGGI LA RESISTENZA AL CAPITALISMO È GUIDATA PRIMA DI TUTTO DA QUELLE COMUNITÀ, LE UNICHE IN GRADO DI FERMARE I PROGETTI DELLE GRANDI MULTINAZIONALI E DI PORRE UN FRENO AI PROCESSI DI PRIVATIZZAZIONE DI BENI COMUNI COME TERRA E ACQUA IN MERCI Foto: @Tukuma_pataxo per APIB / Articulação dos Povos Indígenas do Brasil -------------------------------------------------------------------------------- «La terra e i territori non sono semplicemente uno sfondo per la riconfigurazione geopolitica», scrive Oscar Bazoberry, coordinatore dell’Istituto per lo Sviluppo Rurale in Sud America (IPDRS), nell’introduzione al Decimo Rapporto: Accesso alla Terra e al Territorio in Sud America. Aggiunge che la terra e i territori «continuano a essere lo spazio in cui si materializzano cicli politici, strategie estrattive e nuove agende ambientali». Bazoberry sostiene che porre l’accesso alla terra e ai territori al centro dell’analisi e dell’attenzione globale è necessario per comprendere come il potere si stia riorganizzando, sia a livello locale che globale. Il rapporto, pubblicato da dieci anni, copre nove paesi della regione, poiché quest’anno non è stato possibile ottenere contributi dal Venezuela per ovvie ragioni. Secondo l’IPDRS, si tratta di un progetto di «ricerca collaborativa situata» che si avvale di informazioni fornite da movimenti e organizzazioni sociali, media alternativi e alcuni rapporti istituzionali per sistematizzare i dati disponibili, rendendoli utili per i soggetti collettivi che i rapporti intendono mettere in luce. Redatte da accademici strettamente legati ai movimenti, le relazioni annuali offrono approfondimenti sulle principali tendenze della lotta per la terra e il territorio nel subcontinente, avvicinandoci al contempo alle persone che difendono la terra e la vita. Ogni sezione mette in luce un particolare movimento di resistenza, illustrato con fotografie dei suoi leader. È importante sottolineare i cambiamenti avvenuti in appena un decennio, che hanno radicalmente modificato i conflitti. “Per anni, la terra è stata considerata una questione rurale e settoriale, legata all’agricoltura, e marginale in termini di occupazione e residenza”, si legge nell’introduzione. Ora, invece, il territorio è diventato il centro della formazione del valore, “dove si è materializzata l’economia globale”, nonché il fulcro della resistenza delle comunità. In breve, la terra è centrale come risorsa globale, come accesso alle fonti energetiche, all’estrazione mineraria e forestale, e come fonte di speculazione finanziaria attraverso i crediti di carbonio, tra le altre cose. Uno dei cambiamenti più significativi riguarda le modalità di accumulazione del capitale. Le catene del valore globali esercitano ora un’influenza molto maggiore sulla proprietà terriera da parte delle vecchie oligarchie latifondiste, con tutte le implicazioni che ciò comporta per le lotte sociali. Mentre il capitalismo impatta sui territori dei popoli indigeni, cercando di espropriarli per privatizzare i beni comuni trasformandoli in semplici merci, emergono nuove forme di resistenza e nuovi soggetti collettivi: le comunità indigene, nere e contadine. In relazione a ciò, si sta verificando una trasformazione di lunga durata: la lotta per la riforma agraria, intesa come distribuzione individuale della terra, è stata soppiantata dall’emergere dei territori indigeni. I movimenti di resistenza realmente esistenti si basano sull’attaccamento ai propri spazi e sull’impregnazione di spiritualità, che ha trasformato la terra in un territorio integrale, abitato da comunità forgiate all’interno di questi processi. Il mutamento del panorama degli attori storici nella lotta anticapitalista ha modificato l’intero contesto istituzionale e politico. L’importanza di questi popoli (indigeni, neri e contadini, che in Brasile vengono definiti “popoli della campagna, delle acque e delle foreste”) implica non solo un cambiamento negli attori coinvolti, ma anche una trasformazione fondamentale nelle modalità di conduzione della politica, che d’ora in poi appare incentrata sull’autogoverno e sull’autonomia territoriale. Osserviamo come la resistenza al capitalismo sia guidata dalle autonomie indigene, nere e contadine in tutto il continente, sebbene alcuni “analisti” ritengano che i lavoratori industriali rimangano la classe che resiste al sistema. In Brasile, i popoli indigeni rappresentano meno dell’1% della popolazione totale, ma sono gli unici in grado di fermare i progetti delle grandi multinazionali, come dimostra la recente vittoria di 14 comunità amazzoniche contro i piani di Cargill (L’importanza di riconoscere le vittorie dei popoli). Questa resistenza si sta riaccendendo oggi grazie alle donne indigene del fiume Xingu, che chiedono la revoca della licenza ambientale della compagnia mineraria canadese Belo Sun. Da tre settimane occupano la sede dell’Istituto Indigeno e hanno bloccato l’autostrada per l’aeroporto di Altamira. I movimenti di resistenza si stanno diffondendo in tutto il continente e ogni giorno veniamo a conoscenza di nuove esperienze. Ho chiesto a Silvia Adoue, che accompagna alcune di queste lotte, perché siano proprio gli indigeni a resistere maggiormente. Dopo averci pensato, ha risposto: “Sono più preparati degli abitanti delle città ad affrontare la guerra del capitale, perché non ne sono mai stati al di fuori. E sono meno contaminati dal capitalismo”. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada con il titolo Tierra y territorios en Sudamérica -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Territorio e terra proviene da Comune-info.
March 21, 2026
Comune-info
Bagnoli e l’area Flegrea non vogliono essere svendute
I grandi eventi non finiscono mai! Si sono appena concluse le Olimpiadi invernali Milano-Cortina, che si comincia a parlare di quelle estive del 2040, ventilando l’ipotesi della candidatura di Roma. Sono grandi occasioni per grandi affari. Intanto si lavora per prepararsi alla 38° edizione dell’America’s Cup che si svolgerà a Napoli nell’estate 2027. In quei giorni la città diventerà «il polo mondiale della vela», ci raccontano con entusiasmo. Le basi dei team internazionali saranno allestite nell’area di Bagnoli, mentre il lungomare di via Caracciolo ospiterà il Race Village. Manca poco e i lavori a Bagnoli sono in una fase di forte accelerazione per completare la colmata e le opere a mare entro maggio 2026 come previsto dal programma. Poi si proseguirà con i lavori di bonifica, la realizzazione di nuove scogliere e il drenaggio dei fondali per la realizzazione del nuovo porto, tutto da ultimare per il 2027. > La zona è quella dell’ex-area industriale di Bagnoli, della cui bonifica si > parla da 30 anni. Il mare della baia di Pozzuoli e la costa sono stati > promessi a chi vive in quei luoghi, ma i lavori per il loro recupero non sono > mai partiti. Pozzuoli è al centro di una vasta area interessata da bradisismo, la terra trema e si solleva. Un anno fa, come abbiamo raccontato qui, forti scosse hanno costretto migliaia di persone a lasciare le loro case. C’è stata una grande mobilitazione che chiedeva una legge speciale per i Campi Flegrei per finanziare la messa in sicurezza di tutto il territorio a carico dello Stato, la creazione di hotspot e luoghi davvero attrezzati per poter accogliere le persone durante e dopo le scosse, sostegni economici per chi aveva perso il lavoro, soluzioni dignitose per chi era sfollato. Poco è stato fatto per la messa in sicurezza del territorio e i fondi stanziati per gli aiuti si sono rivelati del tutto insufficienti. Intanto la terra ha continuato a tremare, le ultime scosse avvertite sono del 24 febbraio. > Di fronte a tutto questo non è difficile immaginare la rabbia e l’inquietudine > degli e delle abitanti mentre vedono passare i camion che trasportano migliaia > di metri cubi di calcestruzzo per procedere con la colmata dell’ex-area > Italsider. Pensano a quanto poco sia stato messo in campo per loro e decidono > di scendere in piazza. Nell’appello che convocava la manifestazione del 9 febbraio era scritto: «Siamo il quartiere che dice SI: vogliamo bonifica sotto controllo popolare, clausole sociali per un lavoro stabile e sicuro, rimozione della colmata, ripristino della linea di costa, spiaggia e mare liberi, gratuiti e accessibili». Il grande corteo è riuscito a raggiungere l’ingresso della colmata e a prelevare campioni di terreno e di guaina per sottoporli ad analisi indipendenti. Sostengono che non si può ricoprire con metri cubi di calcestruzzo un “mostro” di rifiuti industriali che andrebbe rimosso per avviare una reale bonifica. Poi si è diretto verso il Circolo Ilva e il borgo Coroglio che rischia di essere trasformato in un’area al servizio del turismo e del porto di lusso. Infine il corteo è arrivato alla Cementir, il cementificio di Franco Caltagirone, una struttura abbandonata, fatiscente e inquinata, che per anni ha prodotto profitti privati, mentre adesso i costi di bonifica dovranno essere affrontati con le casse pubbliche. > La mobilitazione è proseguita nelle giornate successive con i blocchi dei > camion diretti verso la colmata dell’ex- area Italsider. Abitanti del > quartiere, attivisti e attiviste della rete No America’s Cup hanno presidiato > le strade, interrompendo il transito dei camion diretti al cantiere e > garantendo invece quello delle auto private. A bloccare la strada dove passano i Tir dell’America’s Cup non è stata solo la protesta, ma anche una voragine che si è aperta per la rottura della condotta idrica principale, lasciando diverse abitazioni, scuole e negozi senz’acqua a Bagnoli e Pozzuoli. Le condizioni della viabilità non sono in grado di sopportare il traffico di mezzi pesanti che fanno avanti e dietro in questi giorni. E così gli operai di Napoli Servizi non fanno che riparare buche! Le proteste andranno avanti fino al 3 marzo, giorno in cui è previsto un Consiglio comunale che si svolgerà proprio a Bagnoli per discutere del tema. Il presidio pretende che il Consiglio non si svolga se prima non si sospendono i lavori e che la riunione non serva solo a comunicare decisioni già prese senza aver ascoltato i cittadini e le cittadine. La sospensione dei cantieri rappresenta l’unica condizione per avviare un confronto reale. > Il Sindaco e Commissario straordinario per Bagnoli Gaetano Manfredi ha già > detto che si andrà avanti. Andranno avanti anche le persone che lì vivono, con > le stesse parole d’ordine: «No alla Coppa. Si alla spiaggia pubblica, al bosco > urbano, mare disinquinato e accessibile, restituzione piena del territorio ai > suoi abitanti». L’organizzazione sindacale SiCobas ha animato martedì 3 marzo uno sciopero regionale in concomitanza con il Consiglio Comunale. «Il tradimento del Piano di Risanamento: i lavori sulla Colmata sacrificano l’obiettivo storico della rimozione totale della stessa, la bonifica di suoli e mare e il ripristino della linea di costa per favorire infrastrutture funzionali a un evento sportivo privato», hanno scritto nel comunicato insieme a un appello alle altre organizzazioni sindacali di convergere in uno sciopero unitario. Bagnoli è una questione che segnerà il futuro di Napoli e della vita di molte persone. La copertina è di Sludge G (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Bagnoli e l’area Flegrea non vogliono essere svendute proviene da DINAMOpress.
March 5, 2026
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