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Ex OGR. Il risveglio della ragione contro il modello unico
A notte fonda cadi dal letto e batti la testa, badabum! Ti svegli e ti accorgi che stavi dormendo da anni, un sonno incosciente e passivo, un torpore arido. Certo che eri contrario alle oligarchie autoritarie, alle multinazionali rapaci, alla … Leggi tutto L'articolo Ex OGR. Il risveglio della ragione contro il modello unico sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Di chi è il mare? Il comune oltre la proprietà
Il nuovo Piano demaniale di Vasto(CH) prevede nuovi usi lungo la scogliera di Casarza, San Nicola e Vignola. Oltre duemila firme lo contestano. Ma il conflitto comincia prima del privato: nel modo in cui il pubblico governa il demanio, decide gli usi e rende un territorio disponibile alla concessione_ Di chi è il mare? La risposta più spontanea — di tutti — ha il pregio delle evidenze e il difetto di nascondere quasi tutto ciò che conta. Il demanio marittimo sottrae una parte essenziale della costa alla normale circolazione proprietaria in ragione degli usi pubblici del mare, senza per questo collocarla fuori dalla storia. Le forme della tutela, le attività consentite, il confine tra fruizione generale e uso particolare mutano insieme alla società e ai rapporti di forza capaci di tradursi in decisione pubblica. Pensare il demanio come una superficie immobile, preservata una volta per tutte dalla proprietà pubblica, impedisce dunque di coglierne la natura politica. Il regime giuridico stabilisce vincoli essenziali, ma lascia aperta la questione di chi possa usare il bene, in quale modo e con quale capacità di determinarne il futuro. È dentro questa distanza tra proprietà pubblica e governo degli usi che si colloca il conflitto aperto a Vasto sul nuovo Piano demaniale. Lungo la costa rocciosa di Casarza, San Nicola e Vignola sono state previste nuove destinazioni e possibilità di concessione. Italia Nostra, il Comitato per la tutela del territorio e altre realtà ambientaliste le contestano; oltre duemila firme chiedono di preservare la scogliera e di riprendere il percorso per l’istituzione della Riserva naturale regionale di Casarza. Nella protesta convergono tutela ambientale, libera fruizione e pratiche sedimentate nel tempo, tra cui quelle legate alla piccola pesca. Si potrebbe aggiungere la vicenda al lungo catalogo delle privatizzazioni delle coste italiane. Non sarebbe sbagliato, ma si arriverebbe in ritardo sul luogo del “delitto”, quando il privato è già entrato in scena. A Vasto la questione interessante si presenta un momento prima. La scogliera non viene venduta e resta demaniale; cambia però il campo dei suoi possibili usi. Prima che qualcuno possa ottenere una concessione deve essere stata prodotta la possibilità stessa di concedere. E la concedibilità non appartiene alla natura di una scogliera: occorre individuarne una porzione, delimitarla, tradurla in superficie amministrabile e attribuirle una destinazione. Ogni pianificazione procede attraverso classificazioni, misure e confini, ma queste operazioni non si limitano a descrivere il territorio: selezionano anche ciò che esso potrà diventare. Il conflitto sulle concessioni comincia dunque prima del concessionario, nella scelta pubblica che riorganizza gli usi presenti in funzione di quelli futuri. Per questo la contrapposizione tra pubblico e privato non basta. Il problema non è soltanto quanto demanio venga affidato ai privati, ma che cosa il pubblico faccia del demanio. Può proteggerne la funzione collettiva e sottoporlo a vincoli ecologici; può anche organizzarne parti intorno a usi particolari. La proprietà pubblica, da sola, non predetermina una politica del demanio e né esiste alcun automatismo: una concessione non ne modifica la natura demaniale. D’altra parte le destinazioni decise oggi possono trasformarne nel tempo gli usi e l’assetto concreto. In questo quadro acquista un significato meno innocente una parola onnipresente nel lessico delle politiche territoriali: «valorizzazione». Il termine gode dell’invidiabile privilegio di presentare come incremento di valore ciò che presuppone una decisione su quale valore debba contare. Una caletta dove si trascorre gratuitamente un pomeriggio, una scogliera sulla quale si pesca, si nuota o si rimane davanti al mare hanno davvero bisogno che qualcuno assegni loro una funzione? Quei luoghi non attendono una destinazione per acquistare senso. Sono già attraversati da relazioni, saperi e consuetudini; producono benessere, piacere, memoria e socialità senza bisogno di presentarsi alla cassa per dimostrare la propria utilità. È precisamente questa gratuità a renderli deboli nel confronto con il lessico dello sviluppo. Un investimento porta con sé cifre, occupazione promessa, servizi, presenze turistiche; una giornata di pesca, un bagno o qualche ora trascorsa sugli scogli non dispongono della stessa eloquenza contabile. Il primo arriva davanti alla decisione pubblica già certificato come valore, gli altri come semplici abitudini, quasi dovessero ancora giustificare la propria esistenza. È anche attraverso questi usi apparentemente improduttivi che una società riproduce se stessa. La scogliera è, in questo senso, un’infrastruttura della vita comune: sostiene relazioni e pratiche proprio perché non è obbligata, ogni volta, a trasformarle in reddito. La messa al lavoro del territorio non richiede necessariamente il trasferimento della proprietà. Paesaggio, accesso all’acqua, biodiversità e storia sociale sono ricchezze già esistenti che possono diventare condizioni gratuite di una successiva valorizzazione. Il bene resta pubblico mentre alcune delle sue qualità vengono riorganizzate secondo una misura economica. Ma un nuovo uso, inoltre, non occupa soltanto i metri quadrati racchiusi nel perimetro di una concessione. Può richiedere accessi, acqua, energia, gestione dei reflui e dei rifiuti, interventi sul suolo e sulla vegetazione circostante. Sarebbe scorretto anticipare quali opere saranno necessarie sulla scogliera vastese; proprio per questo la domanda dovrebbe precedere l’assegnazione: quale infrastrutturazione occorre per rendere produttiva una porzione di costa oggi poco antropizzata, e quali trasformazioni produce oltre i confini del lotto? Nel mezzo di una crisi climatica la questione non è ornamentale. Vegetazione costiera, suoli permeabili ed ecosistemi di transizione contribuiscono alla biodiversità, alla regolazione microclimatica e alla resilienza del territorio. Anche qui ciò che non presenta un conto rischia di diventare invisibile: un suolo permeabile o la vegetazione costiera svolgono gratuitamente funzioni da cui dipende l’abitabilità del luogo, proprio come chi resta sugli scogli senza consumare non produce un incasso. Una costa liberamente accessibile ammette allora una figura sempre più eccentrica: qualcuno che può semplicemente esserci, senza acquistare, prenotare o dimostrare con la capacità di spesa la legittimità della propria presenza. L’esclusione non richiede un divieto: basta che una caletta cambi funzione, poi quella successiva, finché gli spazi accessibili senza pagare diventano residuali. Il prezzo può svolgere la funzione del recinto senza che sia necessario costruirne uno. La costa libera conserva dunque la possibilità di una presenza non subordinata alla solvibilità. Ma una prospettiva ecologica impedisce di trasformare questa libertà in un diritto illimitato sulla natura: un ecosistema fragile può richiedere restrizioni. Dire che “il mare è di tutti”, dunque, non basta. Condividere un territorio significa decidere quali usi siano compatibili con la sua riproduzione e che cosa una collettività sia capace di dichiarare indisponibile: non nel significato tecnico del termine, ma in quello politico di ciò che si sceglie di non tradurre integralmente in opportunità economica. L’indisponibilità non congela il territorio: introduce nella trasformazione un limite alla valorizzazione. Le oltre duemila firme raccolte a Vasto non costituiscono di per sé un comune, né una comunità locale possiede per natura una superiore razionalità ecologica. Mostrano però pratiche, conoscenze e relazioni con il territorio che chiedono di contare nella determinazione del suo futuro. Eppure da questo conflitto emerge la questione politica del comune, prima ancora che se ne possa definire una forma compiuta. Non una terza proprietà da aggiungere al pubblico e al privato, né una comunità già costituita alla quale consegnare il bene, ma l’apertura di una questione di potere: come possano acquistare capacità di decisione coloro che un territorio lo usano, lo conoscono e contribuiscono alla sua riproduzione; attraverso quali istituzioni e procedure; entro quali limiti ecologici. Su questo terreno le risposte sono ancora largamente da costruire. Ma il conflitto sulle concessioni rende già visibile una domanda che la sola proprietà pubblica non risolve: chi partecipa alla decisione su ciò che un territorio può diventare? Di chi è il mare? La domanda, allora, non riguarda più soltanto la proprietà. Investe il potere di determinarne gli usi, le forme di valore capaci di trasformarlo e ciò che una collettività sceglie di sottrarre alla disponibilità economica. Prima della concessione viene la concedibilità e prima ancora, una decisione su ciò che un territorio può diventare: e lì che inizia il conflitto per il comune. QUESTO TESTO È STATO PUBBLICATO, IN UNA VERSIONE PIÙ BREVE, SUL MANIFESTO DEL 20 AGOSTO 2026 Redazione Italia
August 24, 2026
Pressenza
Rete per i Beni Comuni: incontro pubblico il 30 agosto a Candelara
Con l’invito all’iniziativa, la Rete per i Beni Comuni interviene sulle vicende recentemente occorse a Pesaro.   “ACQUA: IL FUTURO SI DECIDE DA OGGI” UNA GESTIONE PUBBLICA NELL’INTERESSE DELLA COMUNITÀ Le tre rotture consecutive dell’acquedotto che collega il potabilizzatore di Saltara alla rete della vallata del Foglia, interessando Pesaro, Vallefoglia, Montelabbate e i centri abitati costieri, hanno riportato al centro del dibattito un tema che troppo spesso viene dato per scontato: l’acqua. Per anni l’attenzione si è concentrata soprattutto sul costo del servizio o su episodi isolati di guasti nelle aree interne. Quando, però, a rimanere senz’acqua è la città in cui vive quasi un terzo della popolazione provinciale, diventa evidente quanto questo bene primario sia essenziale e quanto sia necessario interrogarsi sul suo futuro. Pur riconoscendo l’impegno profuso dal gestore per limitare i disagi di questi giorni, riteniamo che il vero tema non sia l’emergenza attuale, ma la gestione dei prossimi decenni. Le continue criticità della rete, le sempre più insistenti ipotesi sulla realizzazione di un grande invaso appenninico, la scarsità delle precipitazioni, la crisi idrica, il ricorso al pozzo del Burano e gli effetti sempre più evidenti del cambiamento climatico rappresentano i segnali di un sistema che necessita di una profonda revisione. A fine 2030 scadranno le concessioni attualmente affidate a MMS e ASET e, in base alla normativa vigente, dovrà essere individuato un unico gestore per l’intera provincia. La legge prevede la possibilità di affidare il servizio attraverso una gara europea, ma offre anche un’altra opportunità: la costituzione di un soggetto interamente pubblico, partecipato da tutti i Comuni della provincia, in grado di dimostrare la convenienza e il vantaggio di una gestione pubblica per la collettività. La scelta che verrà compiuta nei prossimi mesi all’interno dell’assemblea dell’AATO determinerà il modello di gestione dell’acqua per i prossimi 20 o 30 anni. Per questo chiediamo a tutte le amministrazioni comunali di dichiarare pubblicamente quale posizione intendano sostenere. I beni comuni, a partire dal servizio idrico integrato, non possono essere subordinati a logiche che antepongono la remunerazione del capitale alla qualità del servizio e agli investimenti necessari per la manutenzione e l’ammodernamento delle infrastrutture. La Rete per i Beni Comuni, impegnata da anni nell’attuazione degli esiti referendari del 2011, continuerà a promuovere momenti di confronto e informazione aperti alla cittadinanza, al di fuori di ogni appartenenza politica e con l’unico obiettivo di tutelare l’interesse collettivo. Per questo invitiamo tutti a partecipare all’incontro pubblico che si terrà il 30 agosto alle 21 presso i giardini di San Francesco a Candelara, con gli interventi di Luciano Benini e Cristiano Coin. Perché una gestione interamente pubblica dell’acqua è possibile e rappresenta una scelta concreta per destinare tutte le risorse provenienti dalle bollette alla manutenzione della rete e al miglioramento del servizio, nell’interesse esclusivo della comunità. Redazione Italia
August 18, 2026
Pressenza
L’ex Ospedale Marino e il lungomare di Cagliari: da bene pubblico a resort extra lusso
La recente e definitiva approvazione del progetto per trasformare l’ex Ospedale Marino di Cagliari in un hotel extra lusso a 5 stelle segna l’ennesima vittoria della logica del profitto privato a scapito del patrimonio collettivo. L’immobile, un gioiello di architettura razionalista originariamente nato come Colonia Dux su progetto di Ubaldo Badas, sorge in una posizione cruciale sul lungomare del Poetto. Il via libera alla società Colonia Hotel per un investimento di circa 12 milioni di euro viene spacciato come “rinascita civile e ambientale”, ma occulta una realtà ben più amara: la privatizzazione e la frammentazione del litorale. Quando una struttura pubblica e identitaria viene convertita in un resort d’élite, l’impatto sociale è immediato. La spiaggia antistante cessa nei fatti di essere un bene comune, trasformandosi in una concessione esclusiva per pochi privilegiati e privando i cittadini dell’uso libero del territorio. La narrazione ufficiale insiste su criteri di “minimo impatto” e ingegneria naturalistica. Tuttavia, un albergo a 5 stelle posizionato direttamente sulla sabbia porta con sé un’inevitabile impronta ecologica pesante. Le strutture di lusso richiedono standard di climatizzazione, lavanderia e servizi idrici infinitamente superiori alla media residenziale. Le attività serali e le illuminazioni costanti disturbano la fauna notturna, minacciando il delicato ecosistema costiero a ridosso dell’area protetta di Molentargius. Il calpestio concentrato e la costante manutenzione artificiale alterano la dinamica dancoramento delle dune costiere, accelerando i fenomeni di erosione anziché mitigarli. Esisteva una strada alternativa, capace di ricucire la profonda ferita storica tra Cagliari e la sua costa. L’ex Ospedale Marino si sarebbe potuto connettere a un piano di rilancio integrale delle Saline di Cagliari, trasformandosi in un ex ospedale marino come hub della comunità. Uno spazio dedicato alla scienza del mare con laboratori didattici per scuole e università, sede di un Museo del Mare e della Civiltà del Sale, che potesse anche ospitare delle Officine dell’Estetica, con corsi di cosmesi con fango e sale locale ed annesso spazio commerciale etico (punti vendita dei prodotti delle Saline), Un centro di questo tipo avrebbe generato posti di lavoro stabili e de-stagionalizzati legati alla ricerca scientifica, all’artigianato e alla cultura, dimostrando che la tutela ecologica può tradursi in valore economico concreto. Questo connubio profondo tra risorsa naturale, fatica e identità locale era già stato profetizzato dalla compagnia teatrale cagliaritana Il crogiuolo. Lo spettacolo S’acqua fatta (Una storia di sale, lavoro e dignità) – l’espressione usata storicamente dai salinieri per indicare il momento in cui l’acqua marina iniziava finalmente a cristallizzare in sale – metteva in luce proprio il valore immenso di quel lavoro e l’esigenza di salvaguardare il territorio. Il testo lanciava chiare prospettive di sviluppo sostenibile basate sulla riattivazione delle saline, intese non come un fossile industriale da cartolina, ma come un ecosistema produttivo vivo. La vera rigenerazione urbana del Poetto non passa per le suite extralusso, ma per la restituzione di spazi significativi al lavoro dignitoso e alla memoria collettiva dei cagliaritani. Vendere le mura dell’ex Marino significa svendere l’anima di un intero litorale. Redazione Cagliari
August 11, 2026
Pressenza
Monti comuni
I MONTES EN MANO COMÚN, O MONTES VECIÑAIS, SONO UN TIPO DI PROPRIETÀ COLLETTIVA, DIFFUSO IN OLTRE UN QUARTO DELLA GALIZIA, CHE PREVEDE LA COLLETTIVIZZAZIONE DEI BENI AGROFORESTALI TRA I RESIDENTI MA SOPRATTUTTO LA COLLETTIVIZZAZIONE DELLA GESTIONE SOCIO-ECOLOGICA DEL TERRITORIO. NELLA SEDE DELLA COMUNITÀ DI TAMEIGA, MUNICIPIO DI MOS, AD ESEMPIO, SI TROVA UN CAFFÈ COMUNITARIO, LA PISCINA DELLA COMUNITÀ E TANTE SALE PER ATTIVITÀ DI VARIO TIPO, PER GRANDI E PICCOLI Foto Comunidade De Montes De Tameiga -------------------------------------------------------------------------------- La giornata era davvero calda, e lo sapevamo anche senza leggere le cifre sul cruscotto della macchina. Il vento atlantico che sfrecciava fuori dai finestrini era quello che ci voleva per fare pace con il pianeta. Le altre lo pregustavano pensando al mare che le aspettava, mentre per noi cominciava un lungo pomeriggio di lavoro. Le nostre strade si separavano una volta arrivati a Vigo; noi proseguivamo verso l’interno, mentre loro rincorrevano la brezza verso l’oceano. Dovevamo raggiungere la comunità di Tameiga, municipio di Mos, dove ci aspettavano quattro signori di una certa età, con i quali avremmo trascorso alcune ore. Il motivo dell’incontro era ricostruire, seppur parzialmente, alcuni eventi occorsi a cavallo degli anni Settanta, quando assieme ad altri i nostri interlocutori avevano portato avanti la rivendicazione per il recupero dei Montes galiziani dopo gli anni della dittatura franchista. I Montes en Mano Común, o Montes Veciñais, sono un tipo di proprietà collettiva, caratteristico della Galizia, che prevede non solo la collettivizzazione dei beni agroforestali tra i residenti ma anche – anzi soprattutto – la collettivizzazione della gestione socio-ecologica del territorio in cui vivono. Hanno rappresentato per secoli il cardine del sistema agro-silvo-pastorale delle comunità galiziane, assicurando la produzione e ri-produzione del mondo umano e più-che-umano della campagna nord-occidentale della penisola iberica. Al giorno d’oggi, i montes Galiziani sono una delle proprietà collettive più peculiari in Europa, quasi un unicum, coprendo una superficie di quasi un quarto del territorio galiziano. Discendono direttamente da forme di proprietà del diritto germanico, fondato sull’uso e non sul diritto di proprietà privata, come avviene nel diritto romano. Soprattutto, diversamente da altri omologhi (come succede in Italia) alcune comunità hanno saputo aggiornare gli usi del territorio per poter mantenere vivo il valore sociale della collettività anche quando le attività agro-silvo-pastorali sono venute meno. Oltre alla delocalizzazione della produzione agricola e forestale in altre aree del mondo, i montes (che sono stati attivi e lavorati produttivamente fino al secolo scorso) hanno subito un duro attacco durante la dittatura fascista. Il progetto autarchico di Franco trasformò la galizia nella “fabbrica di legno” della Spagna, espropriando le terre collettive. Con l’appropriazione delle terre da parte dello Stato, le comunità persero il diritto di uso delle terre, e con esso anche il sistema sociale collettivo che garantiva un governo di democrazia diretta del territorio con secoli di storia alle spalle. Oggi il paesaggio di tanta parte dei montes galiziani si presenta come una grande piantagione di eucalipti e pini, frutto delle scelte industriali del regime franchista che, come altri regimi fascisti del tempo, preferì sostenere l’industria del legno e della carta contro i sistemi agro-silvo-pastorali che sostenevano le comunità locali. Il nostro interesse per i montes galiziani è nato dentro un progetto di ricerca internazionale sul patrimonio culturale e il cambiamento climatico. È vero che quando si parla di patrimonio culturale in genere si pensa ad edifici, statue o centri storici; per le montagne e i loro ecosistemi si dovrebbe parlare di patrimonio naturale e ci vengono in mente parchi nazionali, non certo musei. Invece, la storia dei montes della Galizia ci ricorda che il paesaggio intorno a noi – soprattutto in contesti fortemente antropizzati come quelli europei – è sempre un ibrido di natura e storia, cultura ed ecologia. È questo uno dei principi cardine della convenzione europea sul paesaggio del 2000 che proprio sottolinea il rapporto dialettico tra comunità umane e ambiente. Nel caso dei montes siamo in presenza non solo di un insieme di pratiche che determinano un certo esito paesaggistico, ma di un’idea di vita collettiva in grado di produrre un’alternativa radicale allo stato presente delle cose, basato sull’individualismo proprietario. Mentre eravamo pronti a raccogliere storie di resistenze passate e magari capire meglio l’evoluzione di un’idea di proprietà collettiva negli ultimi cinquant’anni, forse eravamo meno pronti a entrare in una comunità di montes come appare oggi. Sebbene la giornata fosse caldissima, una strana ondata di calore per la regione più atlantica della Spagna, appena varcato il cancello della comunità l’aria si era fatta più fresca. Non era suggestione: semplicemente stavamo parcheggiando l’automobile all’ombra degli alberi, dove, poco lontano, si vedeva un’area picnic attrezzata con bagni, acqua corrente e barbecue in pietra. Davanti a noi un grande edificio con un caffè comunitario – insomma gestito a prezzi popolari dalla comunità per la comunità – con una terrazza panoramica con vista impagabile sulla costa di Vigo, con il vento dell’oceano che ti accarezza anche a distanza di chilometri. Poco più in basso, la piscina della comunità. Ai piani superiori gli uffici della comunità, sale per riunioni e corsi di vario tipo. Alle pareti poster colorati annunciavano le attività per l’estate: il campo scuola per i più piccoli, concerti, spettacoli e le attività del coro (che si svolgono sotto nella sala concerti, sempre della comunità); quest’estate ci sarebbe anche stata la nostra scuola estiva che avrebbe portato lì una ventina di giovani ricercatori e ricercatrici da tutto il mondo interessate a studiare il patrimonio culturale, i commons e il cambio climatico. Siamo arrivati alla nostra intervista collettiva quasi tramortiti. Ci tornavano in mente le narrazioni tossiche che cercano di demolire ogni possibilità di alternativa. I sacerdoti dell’ineluttabile presente chiedono provocatoriamente a chi, come noi, critica il sistema capitalistico se voglia forse tornare nelle caverne oppure lo sfidano a elencare le cose alle quali sarebbe disposto a rinunciare per “il bene dell’ambiente”. Come se provare a non morire di tossicità fosse un favore che facciamo all’ambiente. Ammirando la piscina dalla terrazza della caffetteria, la vicenda dei montes galiziani sembrava l’incarnazione di quell’idea di Keito Saito sulla frugalità individuale e il lusso collettivo. Sarà che Samuele è diventato una star con il suo galiziano quasi perfetto, ma tutti ci salutano come se ci conoscessimo da sempre e per un pomeriggio ci sembra possibile l’impossibile, un altro modo di pensare la vita dentro una collettività che non presuppone sacrifici. Difficile pensare che ci si sacrifichi mentre si mangia un gelato al fresco degli alberi – non eucalipti – chiacchierando mentre si osserva l’oceano. I paradisi, tuttavia, non esistono; d’altra parte se esistessero ci si entrerebbe da morti e quindi, tutto sommato, non possono avere una grande attrattiva sui vivi. I montes hanno tanti problemi, molti dovuti all’eredità del regime franchista che ne ha sconvolto gli equilibri sociali ed ecologici. Altri sono dovuti all’emigrazione massiccia e allo spopolamento. Nell’intervista collettiva che abbiamo fatto questo maggio, ci hanno raccontato anche delle divisioni interne, dovute soprattutto al tentativo di quelli che chiamavano caciques (signorotti locali che furono spesso alleati silenziosi del potere franchista) di impossessarsi dei beni comuni. Non siamo finiti in paradiso, però qualche dubbio sulla favola triste che non ci sono alternative c’è venuto, mentre rientravamo a casa chiedendoci come sarebbe successo se invece ci fossimo fermati lì… -------------------------------------------------------------------------------- Il progetto di cui si parla in questo articolo è “WRENCH – Whispers of Time. Heritage as narrative of climate change” (finanziato attraverso la Belmont Forum dall’Agencia Estatal de Investigación, PCI2024-153536). Nel sito web di WRENCH sono disponibili molti materiali della ricerca. Sui commons come sistemi socioecologici si rimanda a Massimo De Angelis, Omnia Sunt Communia (Zed Books 2017) e al suo nuovo libro Sumud in uscita per Editpress. Sui montes galiziani si veda Xesús Balboa e Anna Maria Savelli, L’utilizzazione del ‘monte’ nella Galizia del secolo XIX (Quaderni Storici, 1992) e Grupo de Estudos da Propiedade Comunal – IDEGA, Os montes veciñais en man común: O patrimonio silente: naturaleza, economía, identidade e democracia na Galicia rural (Edicións Xerais de Galicia, 2006). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Communia -------------------------------------------------------------------------------- > Costruire arche ai piedi delle Alpi -------------------------------------------------------------------------------- . . . . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . . -------------------------------------------------------------------------------- . L'articolo Monti comuni proviene da Comune-info.
July 22, 2026
Comune-info
Porto di Fiumicino: il TAR smaschera il trucco di Royal Caribbean
La storia del porto crocieristico di Fiumicino continua. NON SOLO SENTENZA: A VINCERE È LA MOBILITAZIONE Sarebbe, tuttavia, un errore raccontarla soltanto come battaglia legale e oggi possiamo dire una cosa semplice: organizzarsi serve, studiare le carte serve, costruire mobilitazione serve. Anni di mobilitazione sul litorale hanno condotto a questo risultato straordinario e l’ultimo anno è stato la ciliegina sulla torta: il 4 settembre il corteo per la Palestina attraversa Fiumicino, il 5 ottobre oltre duemila persone riempiono le strade di Ostia, il 9 novembre quelle stesse energie tornano a Fiumicino contro il porto. > Tre momenti diversi, un’unica storia. La causa palestinese ha riattivato > relazioni e immaginario politico e ha dimostrato platealmente che ciò che > accade sulle rive di Gaza non è separato da ciò che accade sulle altre coste > del Mediterraneo, incluso le nostre. Da quel momento il porto di Fiumicino non è stato più soltanto un porto: è diventato il simbolo di un modello imposto dall’alto di presunto sviluppo. Royal Caribbean non rappresenta il turismo, ma un’idea di territorio snaturato e non sostenibile fatto di coste privatizzate, economia estrattiva, rendita e concentrazione della ricchezza. Per non parlare dei suoi legami con Israele, con il mondo di Epstein e con l’economia di guerra sponsorizzata dal gruppo israeliano Ofer, anche tramite MSC, che abbiamo documentato in precedenza con tre inchieste. COSA DICE LA SENTENZA? La sentenza mostra il trucco tecnico dietro l’operazione: il progetto era stato presentato come “porto turistico” — categoria pensata per la nautica da diporto — proprio per evitare i controlli dovuti a un’infrastruttura della sua reale portata. Ma bastano i numeri degli stessi proponenti per smontare la finzione: navi da crociera come home-port per circa 200 giorni l’anno, un traffico stimato di 1,3 milioni di turisti senza infrastrutture adeguate alla gestione di flussi di tale portata né soluzioni a beneficio della collettività. Chiamare le cose con il nome sbagliato per aggirare le regole è, in fondo, il modo in cui il grande capitale entra nei territori, appoggiandosi a politici e imprenditori disposti a fare da sponda. E non finisce qui: il Ministero della Cultura aveva rinviato l’autorizzazione paesaggistica su un’area vincolata, mentre l’Autorità di Bacino competente sul rischio idraulico non è mai stata interpellata, nonostante parte del progetto sorga in zona a rischio esondazioni. Chi abita a ridosso di quell’area, evidentemente, non vale una verifica istituzionale. Per questo la nostra battaglia non è mai stata soltanto ambientalista: è una critica a un modello economico che trasforma il mare in una piattaforma logistica e commerciale a vantaggio di pochi, sottraendolo a chi lo vive ogni giorno senza restituire valore ai territori. LO CHIAMANO SVILUPPO MA È TURISMO ESTRATTIVO Una lotta apparentemente impari: multinazionale contro cittadinə, collettivi, comitati e associazioni. Davide contro Golia. Eppure, oggi, Golia ha dovuto fermarsi e la vittoria è innanzitutto del Collettivo No Porto e di tutte le persone che, negli anni, hanno scelto di opporsi a un’opera presentata come inevitabile. Senza i pirati e le piratesse dei Bilancioni occupati, oggi questa battaglia sarebbe già persa. > Ma questa storia non riguarda solo il litorale romano. La Rivoluzione dei > Fenicotteri in Albania, le mobilitazioni in Sardegna per Cala Finanza, la > battaglia per gli ex-Mercati Generali di Roma: ovunque si mette in discussione > un modello che chiama “sviluppo” ciò che è appropriazione e devastazione dei > territori. Noi lo chiamiamo turismo estrattivo intrecciato con la logistica globale e con un’economia orientata alla guerra. Per questo il porto di Fiumicino non è mai stato una questione locale, ma un tassello di una trasformazione più ampia in atto. Infine, fa sorridere vedere chi si proclama sovranista piegarsi in tal modo davanti a una multinazionale straniera. Il patriottismo evapora, guarda caso, proprio quando ci sono da firmare le concessioni “giuste”. Di fatto sono le mobilitazioni dal basso a incarnare involontariamente un vero sovranismo popolare in chiave anticapitalista: quello di chi considera il mare un bene comune e non un investimento finanziario a beneficio di pochi; di chi pensa che la ricchezza di un territorio si misuri nella qualità della vita di chi lo abita; di chi ricorda che a Fiumicino mancano ancora infrastrutture necessarie, tra cui un ospedale. L’accoglimento del ricorso non chiude questa storia: le dà ragione. La Fiumicino Waterfront aka Royal Caribbean potrà ricorrere al Consiglio di Stato o ripresentare lo stesso progetto con la procedura corretta, e allora le domande vere sull’acqua, sull’aria, sulla vita di chi abita Isola Sacra e Ostia, torneranno sul tavolo. Ma oggi festeggiamo, perché questa vittoria ci ha ricordato una verità semplice: la lotta paga. La costa è di tuttə. E continueremo a difenderla con l’ostinazione di chi sa che si può vincere. L’immagine di copertina è di Noah Bettio Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Porto di Fiumicino: il TAR smaschera il trucco di Royal Caribbean proviene da DINAMOpress.
July 11, 2026
DINAMOpress