Ostia, chi controllerà il mare di Roma?
Il Comune di Roma ha dichiarato battaglia agli storici concessionari balneari di
Ostia, facendo leva sul malcontento di residenti e frequentatori del litorale,
stanchi di essere respinti ai cancelli degli stabilimenti nonostante il diritto
al libero e gratuito accesso al mare. Per anni a Ostia il 94,5% degli
stabilimenti non ha permesso l’ingresso gratuito, detenendo il record negativo
per continuità di litorale senza spiaggia libera: 3.450 metri senza varchi verso
il mare. Il lungomare di Ostia, per decenni trasformato in un vero e proprio
“lungomuro”, preda del lavoro stagionale sottopagato, sembra oggi destinato a
una fase di cambiamento. Ma la stagione balneare, tra macerie e nuove
concessioni ancora da firmare, stenta a partire.
Le domande restano aperte: siamo davvero di fronte alla fine del vecchio sistema
balneare oppure a una sua semplice riorganizzazione? L’applicazione della
direttiva Bolkestein libererà realmente il mare oppure aprirà le spiagge agli
interessi di grandi operatori economici e finanziari?
GLI ABUSI SUL LITORALE ROMANO
La rottura con il passato è iniziata attraverso una massiccia attività di
controllo sugli stabilimenti balneari. Come raccontato dal “Corriere della
Sera“, i sopralluoghi effettuati con droni e verifiche tecniche hanno riguardato
circa 73mila metri quadrati di strutture sul litorale di Ostia. Il risultato è
stato significativo: quasi un intero ettaro di opere abusive accertate. Prima
dell’inizio della stagione balneare erano 34 gli stabilimenti chiamati a
demolire manufatti contestati: verande, ampliamenti, pedane, cabine e ristoranti
costruiti ben oltre i limiti autorizzati.
Un numero considerevole che restituisce la dimensione di un sistema che per anni
ha trattato il bene demaniale come uno spazio da occupare progressivamente più
che come patrimonio collettivo. Quella degli abusi non è quindi soltanto una
questione urbanistica. È il riflesso materiale di un modello di gestione del
litorale costruito attraverso proroghe continue, tolleranza amministrativa e
privatizzazione progressiva dello spazio pubblico.
Per anni gli stabilimenti di Ostia hanno funzionato come barriere fisiche e
sociali: chilometri di costa occupati da concessioni, varchi controllati,
spiagge libere ridotte e un accesso al mare spesso ostacolato. La battaglia sul
litorale romano non riguarda quindi soltanto le demolizioni. Riguarda l’idea
stessa di mare come bene collettivo.
LA GARA DEL CAMPIDOGLIO E IL SISTEMA DELLE ROYALTIES
Nel 2025 il Campidoglio ha indetto due bandi per l’assegnazione delle nuove
concessioni demaniali marittime relative alla maggior parte degli stabilimenti
di Ostia e delle spiagge libere attrezzate con concessioni scadute. La gara ha
riguardato una quarantina di concessioni: circa un terzo degli impianti ha
cambiato formalmente gestione.
Le nuove concessioni, la maggior parte delle quali non ancora operative, hanno
una durata estremamente breve: un anno, rinnovabile stagione per stagione fino a
un massimo di altre due annualità. Si tratta di una soluzione transitoria
nell’attesa che venga approvato il nuovo PUA (Piano di Utilizzazione degli
Arenili) dall’Assemblea Capitolina. Una volta concluso l’iter, si potrà
procedere alla messa a gara delle concessioni pluriennali.
Tra gli elementi più rilevanti introdotti dal Comune di Roma c’è il nuovo
sistema delle royalties. Oltre al tradizionale canone concessorio, i nuovi
assegnatari dovranno versare al Campidoglio una percentuale sul fatturato
prodotto dalle attività. Secondo l’assessore al Demanio Tobia Zevi, questo
meccanismo avrebbe prodotto un rialzo medio del 12% delle offerte economiche. Ma
il nuovo modello viene guardato con forte preoccupazione.
di Metro Centric (Flickr)
Secondo il LabUr, la royalty non rappresenta soltanto una clausola economica ma
una vera e propria scelta politica e urbanistica. Il rischio evidenziato è che
il nuovo sistema finisca per favorire operatori dotati di grande capacità
finanziaria, in grado di sostenere margini ridotti e ritorni economici differiti
nel tempo. In questo scenario la concessione balneare smette di essere una
semplice attività stagionale e diventa un asset strategico: presidio
territoriale, leva commerciale, piattaforma immobiliare futura e strumento di
posizionamento economico.
È proprio qui che si apre uno dei nodi principali della nuova fase: chi
controllerà realmente il mare di Roma dopo questa caotica transizione? E
soprattutto: il superamento del vecchio sistema balneare, con il nuovo PUA,
produrrà una maggiore accessibilità pubblica oppure una nuova concentrazione del
demanio nelle mani di grandi operatori economici?
UNA STAGIONE BALNEARE CHE NON RIESCE A PARTIRE
Mentre procedono sequestri e demolizioni, la stagione estiva 2026 appare già
segnata dall’incertezza. Gli assistenti bagnanti della Sezione Lifeguards
Italiani hanno denunciato una situazione definita “grave e pericolosa” sul
litorale romano. Nel loro comunicato parlano di carenza di presidi di
salvataggio, spiagge non cardioprotette, mezzi inutilizzati e assenza di una
pianificazione efficace per la sicurezza in mare.
A tutto questo si aggiunge il tema dell’erosione costiera. Le mareggiate degli
ultimi mesi hanno colpito duramente il litorale di Ostia, mentre l’avanzamento
del mare continua a ridurre l’arenile anche in assenza di eventi eccezionali. La
crisi del modello balneare romano non è quindi soltanto amministrativa o
giudiziaria. È anche ambientale.
Per anni il litorale è stato sfruttato come piattaforma economica senza una
reale pianificazione pubblica capace di affrontare erosione, consumo di suolo e
fragilità della costa. La ciliegina sulla torta è stata la costruzione del Porto
turistico di Ostia alla foce del Tevere, un’opera contestata da anni per il suo
impatto sul naturale ripascimento delle spiagge. Il porto è finito al centro di
sequestri e procedimenti giudiziari che hanno coinvolto Mauro Balini. Le
indagini della magistratura hanno inoltre più volte incrociato il sistema di
relazioni tra l’imprenditoria del litorale, l’amministrazione locale e ambienti
riconducibili ai clan Fasciani e Spada.
Eppure la risposta politica continua a muoversi nella stessa direzione. Il
sindaco Gualtieri, nonostante il parere contrario del Municipio X, ha inserito
tra le opere strategiche del Giubileo il Porto crocieristico di Fiumicino,
sull’altro lato della foce del Tevere, sostenuto anche dal governo Meloni
attraverso il sindaco di Fiumicino Mario Baccini e dalla Lega di Salvini. Il
progetto prevede una concessione demaniale di lunghissima durata — novant’anni —
affidata a Royal Caribbean Group, colosso globale dell’industria crocieristica.
Dai tempi dell’imperatore Traiano sappiamo che non si costruiscono porti alla
foce dei fiumi, ma una parte della politica sembra non aver imparato la lezione.
Una volta resa operativa la direttiva Bolkestein sul litorale romano, chi ci
garantisce che un modello simile, incentivato dal sistema delle royalties, non
finisca per aprire le porte del demanio a grandi gruppi economici e finanziari,
togliendo spazio alle più modeste realtà locali?
POLITICA LOCALE E SISTEMA BALNEARE
Il rapporto tra politica locale e concessionari balneari rappresenta uno dei
nodi più delicati dell’intera vicenda. Per decenni il sistema degli stabilimenti
è stato difeso trasversalmente da centrodestra e centrosinistra. Le
amministrazioni si sono alternate, ma il modello di gestione del litorale è
rimasto sostanzialmente invariato: proroghe continue, tolleranza sugli abusi,
scarsità di spiagge libere e centralità economica e politica dei concessionari.
Dentro questo quadro si inseriscono anche le recenti indagini sulle cene
elettorali organizzate allo Shilling, storico stabilimento di Ostia legato
all’imprenditore Fabio Balini, parente di Mauro Balini del Porto turistico di
Ostia. Secondo quanto riportato dalla stampa, nelle inchieste compaiono
esponenti politici di diversi schieramenti, tra cui Monica Picca e Antonio
Caliendo. La Procura di Roma ipotizza finanziamenti illeciti collegati agli
eventi politici e privati organizzati allo Shilling. Le persone coinvolte hanno
respinto le accuse.
Monica Picca, oltre a essere esponente della Lega a Ostia, fa parte anche della
giunta Baccini di Fiumicino, favorevole al Porto crocieristico affidato a Royal
Caribbean. Negli ultimi mesi la consigliera è stata inoltre impegnata, insieme
al consigliere Aguzzetti — ex-militante di CasaPound e imputato nel procedimento
per il tentativo di occupazione di una casa popolare — in una campagna politica
per lo sgombero della Vittorio Emanuele in nome della legalità e del decoro
urbano. Una contraddizione politica difficile da ignorare: si raccolgono firme
invocando interventi rapidi contro marginalità sociale e occupazioni informali,
mentre sugli abusi strutturali che per anni hanno segnato il litorale romano si
è spesso scelto il silenzio, quando non la difesa degli interessi dei
concessionari.
Al di là degli sviluppi giudiziari, il dato politico resta evidente: il sistema
balneare romano ha mantenuto a lungo una forte capacità di influenza trasversale
sulle amministrazioni e sul governo del territorio.
di Andrea Vanni (Flickr)
LA BATTAGLIA PER IL MARE LIBERO
La battaglia che oggi si apre a Ostia non riguarda soltanto la sostituzione di
alcuni concessionari. Riguarda il futuro del mare di Roma. La domanda centrale è
se il litorale continuerà a essere gestito come una somma di feudi economici
oppure se diventerà finalmente uno spazio pubblico realmente accessibile.
Perché il punto non è semplicemente chi vincerà le nuove concessioni. Il punto è
capire quanto spazio verrà restituito alle spiagge libere con il PUA, quali
abusi saranno davvero demoliti, quali interessi economici sopravvivranno dietro
le nuove società, quali nuovi interessi saranno favoriti dal sistema delle
royalties, quanto controllo pubblico esisterà sul litorale e soprattutto quale
idea di città verrà costruita lungo il mare.
Per anni Ostia è stata il simbolo di una gestione privatizzata della costa
romana. Per anni è stata raccontata esclusivamente attraverso il paradigma
criminale e mafioso, spesso riducendo un territorio complesso alle relazioni tra
una parte dell’imprenditoria balneare, pezzi della politica locale e ambienti
criminali, a discapito della stragrande maggioranza di chi vive quotidianamente
Ostia senza essere colluso. Oggi quella struttura di potere sembra entrare in
crisi.
Ma senza una reale mobilitazione pubblica per il mare libero e per la difesa del
demanio come bene collettivo, il rischio è che il nuovo corso annunciato dal
Campidoglio finisca per cambiare soltanto le insegne, lasciando intatti gli
equilibri economici e politici che hanno governato il litorale negli ultimi
decenni.
Non saranno le liberalizzazioni a restituire il mare alla collettività. Il nuovo
corso dovrebbe ripartire dall’abbattimento del “lungomuro”, dall’aumento delle
spiagge libere e da un controllo pubblico reale sul demanio. Perché non sarà una
diversa distribuzione del profitto a restituire il mare libero, ma la rottura
del modello che ha trasformato la costa romana in uno spazio privatizzato ed
esclusivo.
La copertina è di Cala mar (Flickr)
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