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Porto di Fiumicino: il TAR smaschera il trucco di Royal Caribbean
La storia del porto crocieristico di Fiumicino continua. NON SOLO SENTENZA: A VINCERE È LA MOBILITAZIONE Sarebbe, tuttavia, un errore raccontarla soltanto come battaglia legale e oggi possiamo dire una cosa semplice: organizzarsi serve, studiare le carte serve, costruire mobilitazione serve. Anni di mobilitazione sul litorale hanno condotto a questo risultato straordinario e l’ultimo anno è stato la ciliegina sulla torta: il 4 settembre il corteo per la Palestina attraversa Fiumicino, il 5 ottobre oltre duemila persone riempiono le strade di Ostia, il 9 novembre quelle stesse energie tornano a Fiumicino contro il porto. > Tre momenti diversi, un’unica storia. La causa palestinese ha riattivato > relazioni e immaginario politico e ha dimostrato platealmente che ciò che > accade sulle rive di Gaza non è separato da ciò che accade sulle altre coste > del Mediterraneo, incluso le nostre. Da quel momento il porto di Fiumicino non è stato più soltanto un porto: è diventato il simbolo di un modello imposto dall’alto di presunto sviluppo. Royal Caribbean non rappresenta il turismo, ma un’idea di territorio snaturato e non sostenibile fatto di coste privatizzate, economia estrattiva, rendita e concentrazione della ricchezza. Per non parlare dei suoi legami con Israele, con il mondo di Epstein e con l’economia di guerra sponsorizzata dal gruppo israeliano Ofer, anche tramite MSC, che abbiamo documentato in precedenza con tre inchieste. COSA DICE LA SENTENZA? La sentenza mostra il trucco tecnico dietro l’operazione: il progetto era stato presentato come “porto turistico” — categoria pensata per la nautica da diporto — proprio per evitare i controlli dovuti a un’infrastruttura della sua reale portata. Ma bastano i numeri degli stessi proponenti per smontare la finzione: navi da crociera come home-port per circa 200 giorni l’anno, un traffico stimato di 1,3 milioni di turisti senza infrastrutture adeguate alla gestione di flussi di tale portata né soluzioni a beneficio della collettività. Chiamare le cose con il nome sbagliato per aggirare le regole è, in fondo, il modo in cui il grande capitale entra nei territori, appoggiandosi a politici e imprenditori disposti a fare da sponda. E non finisce qui: il Ministero della Cultura aveva rinviato l’autorizzazione paesaggistica su un’area vincolata, mentre l’Autorità di Bacino competente sul rischio idraulico non è mai stata interpellata, nonostante parte del progetto sorga in zona a rischio esondazioni. Chi abita a ridosso di quell’area, evidentemente, non vale una verifica istituzionale. Per questo la nostra battaglia non è mai stata soltanto ambientalista: è una critica a un modello economico che trasforma il mare in una piattaforma logistica e commerciale a vantaggio di pochi, sottraendolo a chi lo vive ogni giorno senza restituire valore ai territori. LO CHIAMANO SVILUPPO MA È TURISMO ESTRATTIVO Una lotta apparentemente impari: multinazionale contro cittadinə, collettivi, comitati e associazioni. Davide contro Golia. Eppure, oggi, Golia ha dovuto fermarsi e la vittoria è innanzitutto del Collettivo No Porto e di tutte le persone che, negli anni, hanno scelto di opporsi a un’opera presentata come inevitabile. Senza i pirati e le piratesse dei Bilancioni occupati, oggi questa battaglia sarebbe già persa. > Ma questa storia non riguarda solo il litorale romano. La Rivoluzione dei > Fenicotteri in Albania, le mobilitazioni in Sardegna per Cala Finanza, la > battaglia per gli ex-Mercati Generali di Roma: ovunque si mette in discussione > un modello che chiama “sviluppo” ciò che è appropriazione e devastazione dei > territori. Noi lo chiamiamo turismo estrattivo intrecciato con la logistica globale e con un’economia orientata alla guerra. Per questo il porto di Fiumicino non è mai stato una questione locale, ma un tassello di una trasformazione più ampia in atto. Infine, fa sorridere vedere chi si proclama sovranista piegarsi in tal modo davanti a una multinazionale straniera. Il patriottismo evapora, guarda caso, proprio quando ci sono da firmare le concessioni “giuste”. Di fatto sono le mobilitazioni dal basso a incarnare involontariamente un vero sovranismo popolare in chiave anticapitalista: quello di chi considera il mare un bene comune e non un investimento finanziario a beneficio di pochi; di chi pensa che la ricchezza di un territorio si misuri nella qualità della vita di chi lo abita; di chi ricorda che a Fiumicino mancano ancora infrastrutture necessarie, tra cui un ospedale. L’accoglimento del ricorso non chiude questa storia: le dà ragione. La Fiumicino Waterfront aka Royal Caribbean potrà ricorrere al Consiglio di Stato o ripresentare lo stesso progetto con la procedura corretta, e allora le domande vere sull’acqua, sull’aria, sulla vita di chi abita Isola Sacra e Ostia, torneranno sul tavolo. Ma oggi festeggiamo, perché questa vittoria ci ha ricordato una verità semplice: la lotta paga. La costa è di tuttə. E continueremo a difenderla con l’ostinazione di chi sa che si può vincere. L’immagine di copertina è di Noah Bettio Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Porto di Fiumicino: il TAR smaschera il trucco di Royal Caribbean proviene da DINAMOpress.
July 11, 2026
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Cos’è lo Stato liquido? Chi liquida lo Stato?
Presentazione del libro di Emanuele Petracca Lo stato liquido. L’Italia privata del patrimonio pubblico. Castelvecchi editore, 2025. Venerdì 19 giugno 2026 alle ore 17:00 – Libreria Alfani – via degli Alfani 84 – Firenze Coordina l’arch. Roberto Budini Gattai… Leggi tutto L'articolo Cos’è lo Stato liquido? Chi liquida lo Stato? sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Mondello, il vizio di competenza che il CGA non ha voluto vedere. Schifani, Belingheri e la doppia verità del palazzo
𝐈𝐥 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐢𝐮𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐨 C’è qualcosa di strutturalmente rivelatore nel modo in cui la vicenda della spiaggia di Mondello si è sviluppata: 𝐥𝐚 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐞𝐭𝐚̀ 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐨 𝐁𝐞𝐥𝐠𝐚 𝐞̀ 𝐭𝐨𝐫𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐨𝐧𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥 𝐥𝐢𝐭𝐨𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐥 𝐂𝐨𝐧𝐬𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐭𝐢𝐳𝐢𝐚 𝐀𝐦𝐦𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐬𝐬𝐞 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐚 𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐚 𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚. La Regione Siciliana aveva dichiarato la decadenza della concessione dopo 𝐝𝐮𝐞 𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐫𝐚𝐯𝐯𝐢𝐜𝐢𝐧𝐚𝐭𝐢 𝐞 𝐠𝐫𝐚𝐯𝐢: l’interdittiva antimafia prefettizia che aveva colpito la GM Edil della famiglia Genova, fornitrice di servizi per l’Italo-Belga, e l’avvio della misura di prevenzione collaborativa nei confronti della stessa concessionaria, con la nomina di tre commissari prefettizi per dodici mesi. 𝐍𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐚𝐯𝐚 𝐝𝐢 𝐬𝐨𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐯𝐚𝐠𝐡𝐢, 𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐯𝐯𝐞𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐥𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐮𝐭𝐨𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐩𝐫𝐞𝐟𝐞𝐭𝐭𝐢𝐳𝐢𝐚, 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐭𝐢 𝐬𝐮 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐚𝐥𝐮𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐫𝐞𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐟𝐢𝐥𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐨𝐬𝐚.   𝐈𝐥 𝐯𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 Il primo nodo giuridico che l’ordinanza avrebbe dovuto sciogliere – e non ha sciolto – riguarda la competenza stessa del Consiglio di Giustizia Amministrativa a pronunciarsi sulla legittimità della revoca, nella misura in cui questa revoca era fondata sulla misura di prevenzione collaborativa. 𝐋𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐚𝐛𝐨𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐨𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚 (D.lgs. 159/2011, art. 94-bis), 𝐚𝐩𝐩𝐥𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐏𝐫𝐞𝐟𝐞𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐞 𝐬𝐨𝐠𝐠𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐚𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨𝐥𝐥𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐓𝐫𝐢𝐛𝐮𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐦𝐢𝐬𝐮𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 – sezione specializzata della magistratura ordinaria, 𝐧𝐨𝐧 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐢𝐳𝐢𝐚 𝐚𝐦𝐦𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚. Quando il CGA entra nel merito della legittimità di una revoca fondata su quella misura, 𝐬𝐜𝐨𝐧𝐟𝐢𝐧𝐚 𝐢𝐧 𝐮𝐧 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐠𝐢𝐮𝐫𝐢𝐬𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚. La soluzione corretta sarebbe stata 𝐬𝐨𝐬𝐩𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐠𝐢𝐮𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨 in attesa degli esiti del procedimento prefettizio e giudiziario antimafia, o quantomeno sollevare la questione di competenza rispetto alla valutazione dell’idoneità della prevenzione collaborativa a giustificare la revoca concessoria, 𝐫𝐢𝐦𝐞𝐭𝐭𝐞𝐧𝐝𝐨𝐥𝐚 𝐚𝐥 𝐠𝐢𝐮𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐧𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐞. Non averlo fatto non è solo un dettaglio procedurale. 𝐒𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐥 𝐂𝐆𝐀 𝐬𝐢 𝐞̀ 𝐩𝐫𝐨𝐧𝐮𝐧𝐜𝐢𝐚𝐭𝐨 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐝𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐠𝐚𝐫𝐚𝐧𝐳𝐢𝐞 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚 𝐨𝐟𝐟𝐞𝐫𝐭𝐞 𝐝𝐚𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐢𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐟𝐞𝐭𝐭𝐢𝐳𝐢 – 𝐠𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐧𝐨𝐦𝐢𝐧𝐚𝐭𝐢 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐏𝐫𝐞𝐟𝐞𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐫𝐢𝐭𝐞𝐧𝐮𝐭𝐨 𝐥’𝐢𝐧𝐟𝐢𝐥𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐮𝐧 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐫𝐞𝐭𝐨 – 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐭𝐞𝐜𝐧𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐠𝐢𝐮𝐫𝐢𝐝𝐢𝐜𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐟𝐚𝐫𝐥𝐨, 𝐞 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐭𝐭𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐞 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐩𝐮𝐭𝐚𝐭𝐞 𝐬𝐢 𝐞𝐬𝐩𝐫𝐢𝐦𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐨. 𝐈𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐮𝐥𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐞̀ 𝐮𝐧’𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐡𝐞, 𝐧𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐝𝐢 𝐠𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐢𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐮𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐛𝐚𝐥𝐧𝐞𝐚𝐫𝐞, 𝐡𝐚 𝐝𝐢 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐬𝐨𝐬𝐩𝐞𝐬𝐨 𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐞𝐠𝐮𝐞𝐧𝐳𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐚𝐥𝐮𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚.   Le contraddizioni dell’ordinanza: premiare chi si voleva rimuovere Il vizio logico più profondo dell’ordinanza non è tecnico: è politico nel senso più alto del termine. Il CGA critica la Regione non per aver tollerato irregolarità, ma per non essere stata abbastanza rapida nel trovare un sostituto. Questo ragionamento produce un effetto perverso: la cattiva organizzazione istituzionale diventa una risorsa per il concessionario contestato. La discontinuità amministrativa premia la continuità di chi si voleva rimuovere. Ma il ragionamento nasconde un’ulteriore illogicità che l’ordinanza non affronta: 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐢 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐛𝐚𝐥𝐧𝐞𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐈𝐭𝐚𝐥𝐨 𝐁𝐞𝐥𝐠𝐚 𝐝𝐨𝐯𝐞𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐢𝐝𝐞𝐫𝐚𝐭𝐢 𝐩𝐫𝐢𝐨𝐫𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐚𝐢 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞𝐫𝐨 𝐢𝐦𝐩𝐢𝐞𝐠𝐚𝐭𝐨 𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐢𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐟𝐞𝐭𝐭𝐢𝐳𝐢 𝐠𝐢𝐚̀ 𝐢𝐧 𝐜𝐚𝐫𝐢𝐜𝐚 – 𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐢𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢 𝐧𝐨𝐦𝐢𝐧𝐚𝐭𝐢 𝐚𝐝 𝐡𝐨𝐜 – 𝐩𝐞𝐫 𝐚𝐯𝐯𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐠𝐞𝐬𝐭𝐢𝐨𝐧𝐞? La misura di prevenzione collaborativa aveva già messo in campo tre figure di garanzia, con mandato preciso e potere sostitutivo. Erano già lì. Avevano già accesso all’organizzazione aziendale. Perché non potevano gestire la transizione? L’ordinanza non lo spiega. Si limita a constatare che la Regione non aveva organizzato un’alternativa, senza interrogarsi sul fatto che un’alternativa era già operativa per volontà della Prefettura. Altrettanto fragile è la critica al piano Mondello del Comune, finanziato con trecentomila euro dal fondo di riserva. I giudici osservano che la copertura era «non strutturale, una tantum, per due mesi e non per l’intera stagione». Critica legittima. 𝐌𝐚 𝐥’𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞 – 𝐞 𝐚𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐩𝐨𝐭𝐮𝐭𝐨 𝐟𝐚𝐫𝐥𝐨 – 𝐬𝐞 𝐢𝐥 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞 𝐚𝐯𝐞𝐬𝐬𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐭𝐢𝐯𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐞 𝐢 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢𝐳𝐢 𝐝𝐢 𝐢𝐠𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐞 𝐬𝐢𝐜𝐮𝐫𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐫𝐞𝐧𝐢𝐥𝐞. 𝐈𝐥 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐏𝐚𝐥𝐞𝐫𝐦𝐨 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐞𝐭𝐚̀ 𝐢𝐧 𝐡𝐨𝐮𝐬𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐠𝐞𝐬𝐭𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐫𝐢𝐟𝐢𝐮𝐭𝐢 (𝐑𝐀𝐏), 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐜𝐪𝐮𝐚 (𝐀𝐌𝐀𝐏), 𝐝𝐞𝐥 𝐯𝐞𝐫𝐝𝐞 𝐮𝐫𝐛𝐚𝐧𝐨 (𝐑𝐞𝐬𝐞𝐭): 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐭𝐭𝐮𝐫𝐞 𝐠𝐢𝐚̀ 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐢𝐚𝐭𝐞, 𝐠𝐢𝐚̀ 𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐞, 𝐠𝐢𝐚̀ 𝐜𝐨𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐭𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐚𝐭𝐞𝐧𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨. Un’ordinanza sindacale che attivasse questi soggetti, integrata dai proventi della tassa di soggiorno che per legge può essere destinata alla valorizzazione del territorio turistico, e di cui Mondello è certamente tra le voci principali – avrebbe potuto costruire un sistema di gestione pubblica diretta, almeno per la durata della stagione. Il CGA avrebbe potuto indicarlo come percorso praticabile, come strumento di tutela dell’interesse pubblico alternativo alla riattivazione del concessionario contestato. Non lo ha fatto.   𝐋𝐚 𝐬𝐩𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐞𝐜𝐜𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞: 𝐢𝐥 𝐫𝐨𝐯𝐞𝐬𝐜𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐧𝐜𝐢𝐩𝐢𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 Il passaggio più rivelatore dell’intera ordinanza è quello in cui i giudici osservano che, se la Regione avesse scelto di rendere la spiaggia liberamente fruibile, «l’odierno pregiudizio per l’interesse pubblico sarebbe risultato inconfigurabile». Il ragionamento è formalmente corretto. Ma la sua premessa implicita è una distorsione profonda del diritto demaniale. 𝐋’𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐚 𝐥𝐚 𝐬𝐩𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐮𝐧’𝐚𝐧𝐨𝐦𝐚𝐥𝐢𝐚 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚, 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐞𝐦𝐞𝐫𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐚 𝐠𝐞𝐬𝐭𝐢𝐫𝐞, 𝐚𝐧𝐳𝐢𝐜𝐡𝐞́ 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐚 𝐧𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭𝐚̀. Eppure, il Codice della navigazione e la Costituzione sono chiari: il demanio marittimo è patrimonio indisponibile dello Stato. La concessione privata è l’eccezione, consentita dalla legge a condizioni precise e revocabili; la libera fruizione collettiva è il principio. Una spiaggia senza concessionario non è una spiaggia abbandonata: è una spiaggia pubblica, che richiede gestione pubblica dei servizi: pulizia, sicurezza, sicurezza, presidi igienici, ma non la mediazione di un operatore commerciale che ne condizioni e limiti l’accesso. Equiparare l’assenza del privato all’assenza di tutela dell’interesse pubblico è una lettura che rovescia il senso del demanio. E qui si tocca il limite più grave dell’ordinanza: 𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐠𝐢𝐮𝐝𝐢𝐳𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐬𝐮𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐮𝐨̀, 𝐝𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐚, 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐢𝐫𝐞 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐠𝐢𝐮𝐫𝐢𝐝𝐢𝐜𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐚 𝐮𝐧 𝐩𝐫𝐨𝐯𝐯𝐞𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐟𝐞𝐭𝐭𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚. 𝐋𝐚 𝐜𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐚𝐦𝐦𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐬𝐨𝐠𝐠𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐚𝐩𝐨 𝐚𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐯𝐚𝐭𝐨. 𝐋’𝐢𝐧𝐜𝐚𝐩𝐚𝐜𝐢𝐭𝐚̀ 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐠𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐥𝐨𝐜𝐚𝐥𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐢𝐧 𝐮𝐧 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐠𝐢𝐮𝐫𝐢𝐝𝐢𝐜𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐢𝐫𝐫𝐢𝐧𝐮𝐧𝐜𝐢𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞. Queste sono affermazioni che reggono anche sotto il profilo strettamente tecnico-giuridico, e l’ordinanza non offre argomenti sufficienti per confutarle.   𝐒𝐜𝐡𝐢𝐟𝐚𝐧𝐢, 𝐁𝐞𝐥𝐢𝐧𝐠𝐡𝐞𝐫𝐢 𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐨𝐩𝐩𝐢𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐚𝐥𝐚𝐳𝐳𝐨 Ma la vicenda giuridica non può essere letta in isolamento dalla sua dimensione politica, che nelle ultime settimane ha assunto contorni ancora più inquietanti. Il parlamentare regionale Ismaele La Vardera ha reso pubblica quella che presenta come la registrazione di una telefonata con Rino Belingheri, dirigente generale dell’Assessorato Territorio e Ambiente, lo stesso che il 26 novembre 2025 aveva firmato la revoca della concessione all’Italo Belga. In quell’audio, Belingheri affermerebbe di essere stato “convocato dal presidente della Regione Renato Schifani che gli avrebbe manifestato il proprio disappunto per la revoca: “𝐁𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐚𝐯𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐚 𝐨𝐭𝐭𝐨𝐛𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐫𝐞 𝐥𝐨𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐯𝐨𝐥𝐠𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞𝐬𝐭𝐢𝐯𝐚”. L’accusa di La Vardera è diretta: il governatore avrebbe detto pubblicamente di volere la rimozione dell’Italo Belga, ma all’interno dei palazzi regionali 𝐚𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐞𝐬𝐞𝐫𝐜𝐢𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐮𝐢 𝐯𝐞𝐫𝐭𝐢𝐜𝐢 𝐚𝐦𝐦𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐢𝐯𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐦𝐨𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐯𝐯𝐞𝐧𝐢𝐬𝐬𝐞 – o almeno fosse rinviata a dopo la stagione. “𝐒𝐜𝐡𝐢𝐟𝐚𝐧𝐢 – 𝐚𝐭𝐭𝐚𝐜𝐜𝐚 𝐢𝐥 𝐝𝐞𝐩𝐮𝐭𝐚𝐭𝐨 – 𝐜𝐨𝐧𝐯𝐨𝐜𝐚 𝐧𝐞𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐮𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐨 𝐮𝐧 𝐦𝐚𝐬𝐬𝐢𝐦𝐨 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐠𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐑𝐞𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐝𝐢𝐫𝐠𝐥𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐥’𝐚𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐝𝐨𝐯𝐮𝐭𝐨 𝐟𝐚𝐫𝐞, 𝐛𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐚𝐯𝐚 𝐟𝐚𝐫𝐠𝐥𝐢 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐩𝐨𝐢 𝐬𝐢 𝐯𝐞𝐝𝐞𝐯𝐚”. Schifani, su Facebook, aveva scritto il 27 febbraio: “Palazzo d’Orleans ha mantenuto fin dall’inizio il necessario riserbo istituzionale”. Per La Vardera quella frase è la prova di una doppia verità: “un post che racconta l’ennesimo atto ipocrita del governo Schifani”. E conclude con un appello diretto al governatore: “Se hai il coraggio, querela me o il dirigente generale. O forse dovresti fare quello che tutti i siciliani aspettano, andare a casa e liberare questa regione da una cappa”. 𝐒𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐞𝐫𝐦𝐚𝐭𝐚, 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚. È la descrizione di un tentativo di interferenza politica su un procedimento amministrativo fondato su valutazioni antimafia. È la descrizione di un sistema in cui la legge parla una lingua e il potere ne parla un’altra, e quella del potere è quella che conta. La questione non è se l’Italo Belga sia colpevole. La questione è se la logica della continuità del servizio privato possa prevalere, in sede cautelare, sulla logica della legalità antimafia, in un contesto in cui lo Stato stesso – attraverso la Prefettura – ha ritenuto necessario intervenire. E se questa prevalenza sia compatibile con il principio per cui, in questa terra, i beni comuni non si restituiscono: SI LIBERANO.   La responsabilità pubblica non si delega La vicenda di Mondello è la manifestazione locale di una tensione che attraversa l’intera storia del litorale italiano: la difficoltà di ripensare il rapporto tra demanio collettivo e interesse privato, in un contesto dove le concessioni storiche hanno sedimentato aspettative, dipendenze e – talvolta – complicità che si rivelano molto difficili da sciogliere. L’ordinanza congela lo status quo fino al 30 settembre. Rimanda il problema senza risolverlo, scaricando sulle istituzioni la responsabilità di una transizione che avrebbe dovuto essere già pronta. Ma la domanda che essa lascia aperta è la più importante: chi è responsabile, in ultima istanza, di un bene comune? La risposta che questa vicenda indica il privato, per inadeguatezza del pubblico, è esattamente la risposta sbagliata sul piano del diritto, della logica e della storia civile di questa città. 𝐋𝐚 𝐬𝐩𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐌𝐨𝐧𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐚𝐢 𝐩𝐚𝐥𝐞𝐫𝐦𝐢𝐭𝐚𝐧𝐢. 𝐍𝐨𝐧 𝐧𝐞𝐥 𝐬𝐞𝐧𝐬𝐨 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐭𝐞𝐫𝐦𝐢𝐧𝐞, 𝐦𝐚 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐠𝐢𝐮𝐫𝐢𝐝𝐢𝐜𝐨, 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞, 𝐢𝐫𝐫𝐢𝐧𝐮𝐧𝐜𝐢𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞. Nessuna stagione balneare, nessuna urgenza organizzativa, nessuna pressione politica può cambiare questo fatto. E chi ha il compito di applicare la legge – in tribunale, in prefettura, o in un ufficio di Palazzo d’Orleans – ha la responsabilità di ricordarselo.   Aurelio Angelini
June 3, 2026
Pressenza
Ostia, chi controllerà il mare di Roma?
Il Comune di Roma ha dichiarato battaglia agli storici concessionari balneari di Ostia, facendo leva sul malcontento di residenti e frequentatori del litorale, stanchi di essere respinti ai cancelli degli stabilimenti nonostante il diritto al libero e gratuito accesso al mare. Per anni a Ostia il 94,5% degli stabilimenti non ha permesso l’ingresso gratuito, detenendo il record negativo per continuità di litorale senza spiaggia libera: 3.450 metri senza varchi verso il mare. Il lungomare di Ostia, per decenni trasformato in un vero e proprio “lungomuro”, preda del lavoro stagionale sottopagato, sembra oggi destinato a una fase di cambiamento. Ma la stagione balneare, tra macerie e nuove concessioni ancora da firmare, stenta a partire. Le domande restano aperte: siamo davvero di fronte alla fine del vecchio sistema balneare oppure a una sua semplice riorganizzazione? L’applicazione della direttiva Bolkestein libererà realmente il mare oppure aprirà le spiagge agli interessi di grandi operatori economici e finanziari? GLI ABUSI SUL LITORALE ROMANO La rottura con il passato è iniziata attraverso una massiccia attività di controllo sugli stabilimenti balneari. Come raccontato dal “Corriere della Sera“, i sopralluoghi effettuati con droni e verifiche tecniche hanno riguardato circa 73mila metri quadrati di strutture sul litorale di Ostia. Il risultato è stato significativo: quasi un intero ettaro di opere abusive accertate. Prima dell’inizio della stagione balneare erano 34 gli stabilimenti chiamati a demolire manufatti contestati: verande, ampliamenti, pedane, cabine e ristoranti costruiti ben oltre i limiti autorizzati. Un numero considerevole che restituisce la dimensione di un sistema che per anni ha trattato il bene demaniale come uno spazio da occupare progressivamente più che come patrimonio collettivo. Quella degli abusi non è quindi soltanto una questione urbanistica. È il riflesso materiale di un modello di gestione del litorale costruito attraverso proroghe continue, tolleranza amministrativa e privatizzazione progressiva dello spazio pubblico. Per anni gli stabilimenti di Ostia hanno funzionato come barriere fisiche e sociali: chilometri di costa occupati da concessioni, varchi controllati, spiagge libere ridotte e un accesso al mare spesso ostacolato. La battaglia sul litorale romano non riguarda quindi soltanto le demolizioni. Riguarda l’idea stessa di mare come bene collettivo. LA GARA DEL CAMPIDOGLIO E IL SISTEMA DELLE ROYALTIES Nel 2025 il Campidoglio ha indetto due bandi per l’assegnazione delle nuove concessioni demaniali marittime relative alla maggior parte degli stabilimenti di Ostia e delle spiagge libere attrezzate con concessioni scadute. La gara ha riguardato una quarantina di concessioni: circa un terzo degli impianti ha cambiato formalmente gestione. Le nuove concessioni, la maggior parte delle quali non ancora operative, hanno una durata estremamente breve: un anno, rinnovabile stagione per stagione fino a un massimo di altre due annualità. Si tratta di una soluzione transitoria nell’attesa che venga approvato il nuovo PUA (Piano di Utilizzazione degli Arenili) dall’Assemblea Capitolina. Una volta concluso l’iter, si potrà procedere alla messa a gara delle concessioni pluriennali. Tra gli elementi più rilevanti introdotti dal Comune di Roma c’è il nuovo sistema delle royalties. Oltre al tradizionale canone concessorio, i nuovi assegnatari dovranno versare al Campidoglio una percentuale sul fatturato prodotto dalle attività. Secondo l’assessore al Demanio Tobia Zevi, questo meccanismo avrebbe prodotto un rialzo medio del 12% delle offerte economiche. Ma il nuovo modello viene guardato con forte preoccupazione. di Metro Centric (Flickr) Secondo il LabUr, la royalty non rappresenta soltanto una clausola economica ma una vera e propria scelta politica e urbanistica. Il rischio evidenziato è che il nuovo sistema finisca per favorire operatori dotati di grande capacità finanziaria, in grado di sostenere margini ridotti e ritorni economici differiti nel tempo. In questo scenario la concessione balneare smette di essere una semplice attività stagionale e diventa un asset strategico: presidio territoriale, leva commerciale, piattaforma immobiliare futura e strumento di posizionamento economico. È proprio qui che si apre uno dei nodi principali della nuova fase: chi controllerà realmente il mare di Roma dopo questa caotica transizione? E soprattutto: il superamento del vecchio sistema balneare, con il nuovo PUA, produrrà una maggiore accessibilità pubblica oppure una nuova concentrazione del demanio nelle mani di grandi operatori economici? UNA STAGIONE BALNEARE CHE NON RIESCE A PARTIRE Mentre procedono sequestri e demolizioni, la stagione estiva 2026 appare già segnata dall’incertezza. Gli assistenti bagnanti della Sezione Lifeguards Italiani hanno denunciato una situazione definita “grave e pericolosa” sul litorale romano. Nel loro comunicato parlano di carenza di presidi di salvataggio, spiagge non cardioprotette, mezzi inutilizzati e assenza di una pianificazione efficace per la sicurezza in mare. A tutto questo si aggiunge il tema dell’erosione costiera. Le mareggiate degli ultimi mesi hanno colpito duramente il litorale di Ostia, mentre l’avanzamento del mare continua a ridurre l’arenile anche in assenza di eventi eccezionali. La crisi del modello balneare romano non è quindi soltanto amministrativa o giudiziaria. È anche ambientale. Per anni il litorale è stato sfruttato come piattaforma economica senza una reale pianificazione pubblica capace di affrontare erosione, consumo di suolo e fragilità della costa. La ciliegina sulla torta è stata la costruzione del Porto turistico di Ostia alla foce del Tevere, un’opera contestata da anni per il suo impatto sul naturale ripascimento delle spiagge. Il porto è finito al centro di sequestri e procedimenti giudiziari che hanno coinvolto Mauro Balini. Le indagini della magistratura hanno inoltre più volte incrociato il sistema di relazioni tra l’imprenditoria del litorale, l’amministrazione locale e ambienti riconducibili ai clan Fasciani e Spada. Eppure la risposta politica continua a muoversi nella stessa direzione. Il sindaco Gualtieri, nonostante il parere contrario del Municipio X, ha inserito tra le opere strategiche del Giubileo il Porto crocieristico di Fiumicino, sull’altro lato della foce del Tevere, sostenuto anche dal governo Meloni attraverso il sindaco di Fiumicino Mario Baccini e dalla Lega di Salvini. Il progetto prevede una concessione demaniale di lunghissima durata — novant’anni — affidata a Royal Caribbean Group, colosso globale dell’industria crocieristica. Dai tempi dell’imperatore Traiano sappiamo che non si costruiscono porti alla foce dei fiumi, ma una parte della politica sembra non aver imparato la lezione. Una volta resa operativa la direttiva Bolkestein sul litorale romano, chi ci garantisce che un modello simile, incentivato dal sistema delle royalties, non finisca per aprire le porte del demanio a grandi gruppi economici e finanziari, togliendo spazio alle più modeste realtà locali? POLITICA LOCALE E SISTEMA BALNEARE Il rapporto tra politica locale e concessionari balneari rappresenta uno dei nodi più delicati dell’intera vicenda. Per decenni il sistema degli stabilimenti è stato difeso trasversalmente da centrodestra e centrosinistra. Le amministrazioni si sono alternate, ma il modello di gestione del litorale è rimasto sostanzialmente invariato: proroghe continue, tolleranza sugli abusi, scarsità di spiagge libere e centralità economica e politica dei concessionari. Dentro questo quadro si inseriscono anche le recenti indagini sulle cene elettorali organizzate allo Shilling, storico stabilimento di Ostia legato all’imprenditore Fabio Balini, parente di Mauro Balini del Porto turistico di Ostia. Secondo quanto riportato dalla stampa, nelle inchieste compaiono esponenti politici di diversi schieramenti, tra cui Monica Picca e Antonio Caliendo. La Procura di Roma ipotizza finanziamenti illeciti collegati agli eventi politici e privati organizzati allo Shilling. Le persone coinvolte hanno respinto le accuse. Monica Picca, oltre a essere esponente della Lega a Ostia, fa parte anche della giunta Baccini di Fiumicino, favorevole al Porto crocieristico affidato a Royal Caribbean. Negli ultimi mesi la consigliera è stata inoltre impegnata, insieme al consigliere Aguzzetti — ex-militante di CasaPound e imputato nel procedimento per il tentativo di occupazione di una casa popolare — in una campagna politica per lo sgombero della Vittorio Emanuele in nome della legalità e del decoro urbano. Una contraddizione politica difficile da ignorare: si raccolgono firme invocando interventi rapidi contro marginalità sociale e occupazioni informali, mentre sugli abusi strutturali che per anni hanno segnato il litorale romano si è spesso scelto il silenzio, quando non la difesa degli interessi dei concessionari. Al di là degli sviluppi giudiziari, il dato politico resta evidente: il sistema balneare romano ha mantenuto a lungo una forte capacità di influenza trasversale sulle amministrazioni e sul governo del territorio. di Andrea Vanni (Flickr) LA BATTAGLIA PER IL MARE LIBERO La battaglia che oggi si apre a Ostia non riguarda soltanto la sostituzione di alcuni concessionari. Riguarda il futuro del mare di Roma. La domanda centrale è se il litorale continuerà a essere gestito come una somma di feudi economici oppure se diventerà finalmente uno spazio pubblico realmente accessibile. Perché il punto non è semplicemente chi vincerà le nuove concessioni. Il punto è capire quanto spazio verrà restituito alle spiagge libere con il PUA, quali abusi saranno davvero demoliti, quali interessi economici sopravvivranno dietro le nuove società, quali nuovi interessi saranno favoriti dal sistema delle royalties, quanto controllo pubblico esisterà sul litorale e soprattutto quale idea di città verrà costruita lungo il mare. Per anni Ostia è stata il simbolo di una gestione privatizzata della costa romana. Per anni è stata raccontata esclusivamente attraverso il paradigma criminale e mafioso, spesso riducendo un territorio complesso alle relazioni tra una parte dell’imprenditoria balneare, pezzi della politica locale e ambienti criminali, a discapito della stragrande maggioranza di chi vive quotidianamente Ostia senza essere colluso. Oggi quella struttura di potere sembra entrare in crisi. Ma senza una reale mobilitazione pubblica per il mare libero e per la difesa del demanio come bene collettivo, il rischio è che il nuovo corso annunciato dal Campidoglio finisca per cambiare soltanto le insegne, lasciando intatti gli equilibri economici e politici che hanno governato il litorale negli ultimi decenni. Non saranno le liberalizzazioni a restituire il mare alla collettività. Il nuovo corso dovrebbe ripartire dall’abbattimento del “lungomuro”, dall’aumento delle spiagge libere e da un controllo pubblico reale sul demanio. Perché non sarà una diversa distribuzione del profitto a restituire il mare libero, ma la rottura del modello che ha trasformato la costa romana in uno spazio privatizzato ed esclusivo. La copertina è di Cala mar (Flickr) Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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May 28, 2026
DINAMOpress
La spiaggia di Mondello appartiene ai palermitani, ecco perché la decisione del CGA è giuridicamente discutibile
Il Consiglio di Giustizia Amministrativa della Sicilia ha sospeso la revoca della concessione della spiaggia di Mondello alla società Italo-Belga. Motivazione: l’imminenza della stagione estiva potrebbe creare problemi di ordine pubblico se la spiaggia restasse “non gestita da alcuno”. Questa decisione è giuridicamente fragile, per almeno cinque ragioni fondamentali. 1. Il concetto di “ordine pubblico” viene usato in modo improprio L’ordine pubblico è una categoria giuridica precisa, che riguarda la sicurezza fisica delle persone e la prevenzione di disordini gravi. Non è uno strumento per preservare assetti commerciali privati. Il CGA trasforma un argomento di polizia amministrativa in una ragione per sospendere un provvedimento antimafia. Questo è un cortocircuito logico e giuridico: si usa la tutela del cittadino come pretesto per tutelare il concessionario. 2. Confonde la “vacatio gestionis” con un pericolo reale Il ragionamento del CGA presuppone che, senza l’Italo-Belga, la spiaggia precipiterebbe nel caos. Ma questo è falso in diritto e nei fatti: Il Comune di Palermo, in quanto ente titolare del demanio, ha poteri sostitutivi immediati. Esistono strumenti giuridici consolidati per la gestione commissariale di beni oggetto di revoca concessoria. L’articolo 21-nonies della Legge 241/1990 prevede meccanismi di transizione proprio per evitare vuoti gestionali. Il “pericolo” paventato dal CGA non è una forza della natura: è un problema amministrativo ordinario, risolvibile con gli strumenti che lo Stato già possiede. 3. Inverte la gerarchia tra interesse pubblico e interesse privato La revoca della concessione era stata disposta per gravi ragioni antimafia: collegamenti tra i soggetti gestori e la criminalità organizzata. Secondo i principi fondamentali del diritto amministrativo, il principio di legalità e quello di tutela dell’ordine democratico sono gerarchicamente superiori a qualsiasi interesse commerciale privato — anche legittimo, figuriamoci uno compromesso da infiltrazioni mafiose. Il CGA capovolge questa gerarchia: l’interesse del concessionario (continuare a gestire la spiaggia) prevale sull’interesse pubblico (estirpare le infiltrazioni mafiose dal demanio). È come sospendere la chiusura di un locale per camorra perché “se chiude, i clienti abituali non sanno dove andare”. 4. Il fumus boni iuris e il periculum in mora vengono applicati al contrario Per sospendere un atto amministrativo in sede cautelare, il giudice deve verificare due requisiti classici: Fumus boni iuris: apparente fondatezza del ricorso Periculum in mora: danno grave e irreparabile derivante dall’esecuzione immediata dell’atto Qui il fumus è debolissimo: la revoca era fondata su accertamenti antimafia seri. E il periculum è invertito: il danno grave e irreparabile è quello subito dalla collettività se si consente a una società con collegamenti mafiosi di continuare a gestire per un’altra stagione un bene pubblico primario. La “stagione estiva” è un danno per il concessionario, non un pericolo per i cittadini. 5. Crea un precedente pericolosissimo Se questo ragionamento fosse valido, nessuna concessione demaniale potrebbe mai essere revocata tra aprile e settembre, perché ogni spiaggia, ogni porto, ogni struttura turistica potrebbe invocare “l’imminenza della stagione estiva” come scudo contro qualsiasi provvedimento sanzionatorio. Si tratterebbe di una finestra di impunità stagionale strutturale, che svuoterebbe di fatto il potere sanzionatorio della pubblica amministrazione. Conclusione La decisione del CGA non tutela i cittadini. Tutela un concessionario con gravi ombre, usando i cittadini stessi come scudo retorico. È una decisione che, nel migliore dei casi, rivela una grave superficialità nella ponderazione degli interessi in gioco. Nel peggiore, qualcosa di più difficile da nominare. La spiaggia di Mondello appartiene ai palermitani. Non all’Italo-Belga. E lo Stato ha tutti gli strumenti per gestire una transizione ordinata — se solo volesse usarla. Aurelio Angelini
April 27, 2026
Pressenza