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Negoziare significa perdere tutto. L’Iran e le lezioni della storia
Gli storici del futuro ricorderanno questo momento come la fine del secolo americano. Non la crisi finanziaria del 2008, né il ritiro dall’Afghanistan del 2021, né alcuno degli altri momenti che gli analisti hanno indicato come punti di svolta. Ma questo momento. L’ultimatum di 48 ore che si è trasformato […] L'articolo Negoziare significa perdere tutto. L’Iran e le lezioni della storia su Contropiano.
April 4, 2026
Contropiano
Storie di pace da indossare
Le bombe trasformate in gioielli da No War Factory “Allo scoppio della guerra contro l’Italia nel 1914, il comando militare austriaco proibì il suono delle campane in tutto il Trentino. Ne seguì la spoliazione dei campanili. La requisizione delle campane fu messa in atto da tutte le parti in conflitto. Già a partire dall’ottobre del 1914 l’Austria, (Tuenetto faceva parte
Tiziano Terzani cercava l’Assoluto, e l’ha trovato
“L’unico vero maestro non è in nessuna foresta, in nessuna capanna, in nessuna caverna di ghiaccio dell’Himalaya… È dentro di noi!” -Tiziano Terzani- Il 23 marzo 2026 è andato in onda su Rai 3 il programma Passato e Presente, condotto da Paolo Mieli, dal titolo Tiziano Terzani, il reporter che cercava l’assoluto in presenza del grande storico fiorentino Franco Cardini. Premettendo il profondo rispetto e la profonda stima per Franco Cardini, di cui condivido spesso analisi, idee, opinioni, oltre ad essere uno dei più importanti lucidi e critici intellettuali contemporanei in Italia; e la stima per il giornalista Paolo Mieli, come uomo di cultura nonchè tra i più importanti divulgatori storici, non posso non criticare il servizio che è stato prodotto su Tiziano Terzani. Per quanto il format di Passato e Presente consista in una mezz’oretta e che quindi sia sempre ben poco il tempo per approfondire in modo dettagliato la vita dei personaggi che si trattano, le mancanze profonde del servizio televisivo ci dicono ben altro: ovvero che si è capito ben poco della storia, del pensiero, dell’esperienza e del messaggio del grande Tiziano Terzani e del suo “giornalismo anomalo” fuori dagli schemi assetato di scoperta del mondo. Il servizio, dal punto di vista cronostorico non pecca di nulla, ma cade in basso nei contenuti storiografici e tenta di banalizzare, di ridurre e decomplessificare la figura di Tiziano Terzani. Già il fatto che venga definito, per tutto l’arco del servizio, come un reporter indica che i relatori non avevano piena coscienza delle molteplici dimensioni di Tiziano Terzani: una figura difficilmente classificabile secondo categorie precise e difficilmente etichettabile proprio perchè fuori dagli schemi del giornalismo di allora. Il Nostro inizia la sua ascesa da giornalista qualificato come reporter ma, al momento della propria morte avvenuta nel 2004, era diventato ben altro: un giornalista, un inviato di guerra, un attivista, un filosofo, un maestro spirituale, un saggio dei nostri tempi e soprattutto un precursore di un nuovo pensiero politico per salvare l’umanità. Il tentativo del servizio Rai di assimilare Terzani ad una figura ben vista dal sistema mainstream è a dir poco imbarazzante. Sebbene abbia collaborato con il mainstream, dal 1996 Terzani si espresse in modo fortemente critico sulla comunicazione mainstream e sul giornalismo nostrano,  (o “di massa”), accusandoli di essere diventati strumenti di disinformazione, di paura, di spettacolarizzazione del dolore e di conformismo culturale: uno strumento più propenso a fornire “notizie in tempo reale” che fornire analisi approfondite; uno strumento mancante di contesto volto a dare narrazioni preconfezionate che non aiutano a comprendere le reali dinamiche storiche, culturali e umane dei luoghi. Terzani aveva un approccio diverso al giornalismo che potremmo chiamare, citando Raimon Panikkar, pluriversale. Quando Paolo Mieli afferma a Passato e Presente che Tiziano Terzani aveva uno “spirito americano-tedesco del giornalismo”, ovvero “quel giornalismo sul campo che stava tra la gente”, dice un’assurdità. Nè l’America nè la Germania dovevano insegnare nulla a Terzani, il quale già nel suo inconscio aveva presente quale sarebbe stato il suo destino. Ho la fortuna di avere parenti che sono stati amici intimi di Tiziano Terzani ai tempi del suo ruolo di manager all’Olivetti e che possono testimoniare che Terzani più volte confidava loro che il suo ruolo di manager non fosse il lavoro della sua vita. Lui era consapevole che la sua vita sarebbe stata quella di viaggiare, per scoprire mondi e per raccontarli. Tiziano Terzani è tra i padri ante-litteram del giornalismo non-embedded, una pratica in cui l’inviato di guerra sta tra le bombe, tra la gente, tra i fatti vissuti e racconta la propria esperienza sul campo descrivendo ciò che vede. Si tratta di un approccio molto diverso da quello che invece, nel 2003 con la guerra in Iraq, verrà chiamato giornalismo “embedded”, ovvero la pratica secondo cui il giornalista – l’inviato di guerra – si limita a fare informazione dagli uffici-stampa adibiti diventando megafono di veline scritte da altri. Il giornalismo embedded è la pratica in cui i reporter seguono i conflitti bellici aggregati alle unità militari, vivendo e spostandosi con le truppe: la presstitute. Non è un caso che nel 1992 Terzani si sente stanco, dubbioso sul senso del suo lavoro e gli torna in mente proprio quella famosa profezia che un indovino gli disse nel 1976: “Attento. Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare mai”. Così coglie l’occasione per guardare il mondo con occhi nuovi: non con i propri occhi, ma con gli occhi degli altri. Decide di non prendere aerei per un anno, senza rinunciare al suo mestiere e il risultato di quell’esperienza è un libro che è insieme romanzo d’avventura, autobiografia, racconto di viaggio e reportage: Un indovino mi disse. E’ proprio in questo capolavoro che racconta come quell’ “anno senza aerei” – senza quel mezzo che “scorcia tutto, anche la comprensione delle cose” (come scrive) – lo mette in contatto con una diversa maniera di concepire la realtà. Come ha dichiarato l’ecofilosofa Gloria Germani, la più grande esperta del pensiero di Tiziano Terzani che vergognosamente non è stata citata nemmeno una volta nel servizio di Passato e Presente: “Terzani fa spesso un parallelo interessante: quello tra gli scienziati moderni che studiano in laboratorio la materia attraverso la sperimentazione e la razionalità basata sui sensi, e invece i sapienti orientali che se ne stanno nella natura e indagano la propria mente. Attraverso la meditazione, arrivano a scoprire la non–materialità, e quindi che gli opposti (giorno e notte, luce e tenebra, vita e morte) sono tutt’uno e non si possono separare. È il senso del simbolo dello Ying e dello Yang, a cui Terzani teneva moltissimo, perché gli opposti coesistono, e la vita è la meravigliosa unione degli opposti. Tutto è Uno significa dunque uscire dall’apparato logico-linguistico (tipico del tradizione occidentale a partire da Aristotele) e accedere a un altro piano.” Gloria Germani Nel servizio si afferma che Terzani ad un certo punto si improvvisa “asceta” e abbandona il suo nome preferendo il nome Anam (il senza nome, in sanscrito), per poi concludere con le parole di Cardini: “Terzani cercava sè stesso, ma non si sa se sia riuscito a trovarlo, perchè nessuno di noi ci riesce”. Questa è una personale opinione di Cardini, ma non la pensa così chi invece Terzani lo ha conosciuto profondamente e con lui ha avuto modo di cogliere qualcosa in più. La scelta di prendere il nome Anam va ben oltre le banalità retoriche sul fiorentinismo e sul suo – pur vero – “amore/odio/disprezzo per Firenze” di cui parla Cardini. Tiziano Terzani per molti è stato un grande maestro spirituale, un bodhisattva della Terra che, negli ultimi anni della sua vita, ha raggiunto la bodhicitta, ovvero l’intenzione sincera e la motivazione altruistica, tipica del Buddhismo Mahāyāna, di raggiungere l’illuminazione (Buddhità) per liberare tutti gli esseri senzienti dalla sofferenza attraverso la compassione attiva, la saggezza e trasformando la vita quotidiana in un percorso di risveglio. La dimensione spirituale e interiore di Tiziano Terzani; la sua esperienza con la meditazione; l’incontro con Swami Dayananda Saraswati, un noto maestro indiano della tradizione del Vedanta (non-dualismo) di cui racconta nel libro Un altro giro di giostra; il suo approccio spirituale, umano e filosofico nell’affrontare la malattia; l’uso consapevole dell’ayurveda e delle medicine alternative non vengono mai nemmeno accennati nel servizio di Passato e Presente, come non viene accennata l’importanza che per lui rivestono le culture dell’India. Quando nel servizio si continua a mettere enfasi sulle “delusioni” che Terzani, da uomo di sinistra, avrebbe avuto della Rivoluzione culturale di Mao Zedong in Cina, della rivoluzione socialista di Ho Chi Min in Vietnam e della repressione di Pol Pot in Cambogia, si vuole raccontare una verità a metà. La sua “delusione” non era legata a quello che visse e che vide in quelle parti del mondo, non era legata alle culture che toccò con mano, ma al fatto che queste rivoluzioni socialiste tradirono i loro ideali di rinnovamento sociale e culturale e di rottura radicale con il colonialismo e l’imperialismo. La delusione di Terzani consistette nel fatto che, sebbene tutte queste rivoluzioni avevano scacciato l’Occidente fuori dalla porta di casa loro, l’Occidente era rientrato dalla finestra sotto abiti diversi. L’Occidente era stato in grado di colonizzare le menti con l’importazione del modello capitalistico globale, del modello estrattivo e della società industriale di massa, con la concezione economicista-sviluppista. Le rivoluzioni socialiste in Asia, al posto di mettere in discussione tutto questo, copiarono l’esempio per riprodurlo sotto altre vesti. A tal proposito, in realtà, Tiziano Terzani non ebbe mai una vera e propria delusione perchè mai si fece illusioni a riguardo. Tiziano Terzani ha raccontato seriamente e fattualmente quella parte di mondo che l’Occidente vedeva con presunzione, arroganza, sentimento di superiorità e in modo stereotipato. Era questo approccio del giornalismo occidentale e della visione colonialista occidentale che deludeva fortemente Terzani: lui criticò fortemente la colonizzazione dell’immaginario che l’occidente aveva agito sul mondo intero, con la pretesa di creare – in 400 anni di storia – un “mondo di occidentali”. Di questo si accorge perfettamente quando tocca con mano la realtà del Giappone e i suoi mutamenti tecno-antropologici: una popolazione che ha dimenticato se stessa per aderire ciecamente alla modernizzazione capitalista e industriale occidentale. Nel servizio non si parla minimamente del fatto che proprio dalla sua esperienza vissuta sul campo, Tiziano Terzani divenne un grande critico del paradigma riduzionista, materialista, meccanicista e dualista su cui si fonda epistemologicamente la visione dell’Occidente, opposta invece al grande bagaglio culturale e spirituale dell’Asia (come ha giustamente qui fatto notare Franco Cardini). L’Asia non è spinta dal mito dello sviluppo, ma dal mito dell’eterno. E’ in questo contesto che si colloca anche la critica epistemologica e culturale di Terzani allo scientismo e alla scienza occidentale di stampo cartesiano-newtoniano che definirà “nuovo oppio dei popoli” in Un altro giro di giostra: “Nessuno ha più risposte che contano, perché nessuno pone più le domande giuste. Tanto meno la scienza, che in occidente è stata asservita ai grandi interessi economici e messa sull’altare al posto della religione. Così lei stessa è diventata l’ “oppio dei popoli”, con quella sua falsa pretesa di saper prima o poi risolvere tutti i problemi. La scienza è arrivata a clonare la vita, ma non a dirci che cos’è la vita. La medicina è riuscita a rimandare la morte, ma non a dirci cosa succede dopo la morte. O sappiamo forse davvero che cosa permette ai nostri occhi di vedere e alla nostra mente di pensare? Eppure, grazie alla grande fiducia che abbiamo nella scienza, diamo ormai tutto per scontato. Si crede di sapere e non si sa. Ci si accontenta dunque di non sapere, convinti che presto si saprà.” Anche di questo non parla minimamente il servizio della Rai. Non si fa nemmeno un parola sul fatto che Tiziano Terzani è considerato – oltre che uno dei più importanti esponenti della visione no-global, della nonviolenza e del pacifismo contemporaneo – come uno dei precursori di una visione ecosocialista, della decrescita e dell’ecologia profonda: ovvero un modo completamente diverso di concepire il mondo che si vuole costruire rifacendo pace con la Terra, con gli ecosistemi e con i popoli che la vivono. Per non parlare inoltre degli strafalcioni sui fatti dell’11 settembre 2001, momento in cui Tiziano Terzani fa sentire la sua voce contro la logica del terrore dell’Occidente contro il “nuovo nemico necessario”: l’Islam. Non è vero che Tiziano Terzani inizia ad occuparsi l’8 ottobre 2001 dei fatti dell’11 settembre 2001. Nel suo articolo pubblicato il 16 settembre 2001, – dopo i fatti dell’11 settembre, dal titolo “Quel giorno tra i seguaci di Bin Laden” sul Corriere della Sera – Terzani affermava la necessità di “capire le ragioni degli Altri”, ed ora lo ribadiva con grande chiarezza: “Se vogliamo capire il mondo  in cui siamo, lo dobbiamo vedere nel suo insieme e non solo dal nostro punto di vista” (1). E più oltre: “Il  problema è che fino a quando penseremo di avere il monopolio del “Bene”, fino a che parleremo della nostra come la civiltà, ignorando le altre, non saremo sulla buona strada”. Al contrario, “solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove siamo” (2). Questo è solo l’anteprima di quelle che furono le sue risposte dall’8 ottobre 2001 alle posizioni neo-con della giornalista fiorentina Oriana Fallacci che espresse in La rabbia e l’orgoglio, articolo apparso sul quotidiano Corriere della Sera il 29 settembre 2001 in seguito all’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Terzani definì – in una risposta – quell’articolo una “brillante lezione di intolleranza”, sottolineando come la rabbia – che la Fallaci esprimeva in quell’articolo – mostrasse come non conoscesse il mondo che aveva girato in lungo e in largo. Dopo l’11 settembre, Terzani ha criticato duramente il modo in cui i media hanno amplificato la paura, allineandosi alle logiche della guerra al terrore invece di cercare una comprensione più profonda delle cause. Nascerà così Lettere contro la guerra, una raccolta di una grande presa di consapevolezza scaturita proprio da un confronto acceso con Oriana Fallaci e sul crollo della Torri Gemelle a New York, esprimendo un’opposizione sistematica e non-negoziabile della guerra e del paradigma di mondo che porta con sè: erosione delle libertà costituzionali e dei diritti umani, crescita del mito della sicurezza e la paura come mezzo per raccontare il mondo. Con Lettere contro la guerra, Terzani ha risposto alle tesi della collega, proponendo invece una visione pacifista alternativa attraverso temi che oggi sono più attuali che mai. Per concludere, io credo che i libri che sono stati consigliati alla fine del servizio Rai non siano assolutamente significativi della vita, della storia e della filosofia perenne di Tiziano Terzani, ma piuttosto dei tentativi di lettura che non colgono la complessità del personaggio. Spiace veramente che non siano stati invece consigliati i bellissimi libri biografici scritti dalla ecofilosofa Gloria Germani che invece – come ha scritto anche Angela Staude, moglie di Terzani – forse più di tutti ha colto il pensiero di Tiziano. A maggio 2024 è uscita infatti la sua ultima fatica: “Tiziano Terzani contro la guerra. La verità del “Tutto è Uno” tra Oriente e Occidente”, una nuova riflessione che scava nella vita e nel pensiero di Tiziano Terzani, offrendo una visione complessiva del meraviglioso insegnamento e percorso intellettuale ed esperienziale di Terzani, a vent’anni dalla morte: il pensiero del non-dualismo, del Tutto è Uno, che rompe la tradizione scientista e materialista della modernità e ci suggerisce un nuovo modello di vita lontano dalle logiche del consumismo, della guerra, dell’avidità e del successo a ogni costo, in una nuova visione che riconcilia il pensiero orientale con quello occidentale. Terzani aveva capito che è più importante essere che avere. Questo dimostra che Tiziano Terzani ha cercato l’Assoluto e l’ha trovato eccome, cogliendo appieno il senso della vita oltre le superficialità e oltre il superfluo della vita moderna contemporanea.   (1) T.Terzani, Lettere contro la guerra, p. 29. (2) T.Terzani, Lettere contro la guerra, p. 31 e p.33..   Fonti: Gloria Germani, Tiziano Terzani e “il trucco della candela” la meditazione come via di conoscenza e di vera libertà https://www.greenme.it/lifestyle/costume-e-societa/tiziano-terzani-10-lezioni-di-vita/ https://www.pressenza.com/it/2015/05/la-rivoluzione-interiore-di-tiziano-terzani/       Lorenzo Poli
March 31, 2026
Pressenza
Le guerre non uccidono solo gli uomini, ma anche il Pianeta
Le cronache di guerra – Gaza, Ucraina, Iran per citare le più note, ma si calcola siano all’incirca sessanta i conflitti al mondo – che purtroppo si sono susseguite e si susseguono tuttora, ci raccontano delle migliaia di morti lasciati sul campo, o addirittura evaporati. Scene terribili, devastanti, che ci scuotono nel profondo. Ma c’è un altro aspetto delle guerre che viene sempre tralasciato e che invece dovrebbe emergere per sottolineare ancor di più la follia dell’homo autodefinitosi “sapiens”. E questo aspetto è costituito dalla distruzione dell’ambiente, quello che oggi viene definito ecocidio. Il caso del passato forse più noto all’opinione pubblica è stato l’uso dell’agente arancio e del napalm sparsi dagli statunitensi sulle giungle del Vietnam per stanare i combattenti (da notare che l’uso di armi chimiche era vietato ma gli statunitensi dei divieti e delle leggi notoriamente se ne fregano): “adoro l’odore del napalm la mattina presto” faceva pronunciare al recentemente scomparso Robert Duvall il regista Coppola in Apocalypse Now. In quei dieci anni di quella guerra che gli USA persero, furono gettati 76 mila metri cubi di erbicida su ventiduemila chilometri quadrati di giungla, provocando danni permanenti a quasi cinque milioni di persone. E ancora oggi vaste zone interne del Vietnam, a distanza di più di cinquant’anni, sono ancora contaminate. Oggi non si usano più armi chimiche (fatto salvo il fosforo bianco usato impunemente dagli israeliani, altri che delle leggi se ne fanno un baffo) ma gli effetti sul territorio non sono meno devastanti. Gaza è in tal senso l’esempio più emblematico, non perché le altre guerre in corso non producano danni all’ambiente, ma perché gli israeliani hanno adottato la tecnica di fare letteralmente e sistematicamente terra bruciata in quella striscia di territorio in modo tale da privare i palestinesi (quelli che si sono salvati dal genicidio) dei mezzi di sussistenza. Così un articolo del settembre scorso del quotidiano The Guardian: “Nonostante la sua estrema densità di popolazione, Gaza era per lo più autosufficiente in verdura e pollame, e soddisfaceva gran parte della domanda della popolazione di olive, frutta e latte. Ma il mese scorso l’ONU ha riferito che solo l’1,5% dei suoi terreni agricoli ora rimasti sia accessibile ed intatto. Si tratta di circa 200 ettari, l’unica area rimasta direttamente disponibile per nutrire più di 2 milioni di persone.” https://www.theguardian.com/commentisfree/2025/sep/27/israel-ecocide-gaza-bombs-agricultural-land-genocide A questo aggiungasi l’inquinamento da detriti e rifiuti (107 kg ogni metro quadrato) in superficie e quello delle acque sotterranee. Ecocidio, dunque, ossia eliminazione scientifica di ogni forma vivente, in modo da rendere la terra inabitabile. Ma il danno all’ambiente in generale è anche costituito dalle risorse che devono essere messe a disposizione per ricostruire quello che è stato abbattuto o comunque eliminato. Tralasciamo qui il piano di rendere Gaza un immenso resort – quasi tra l’altro che non bastassero le costose oscenità dei paesi arabi, da Abu Dhabi a Doha, tanto amata dagli italiani – e andiamo in Ucraina, dove la Banca Mondiale ha di recente stimato il costo della ricostruzione in 588 miliardi di dollari: cosa si potrebbe fare con 588 miliardi di dollari se venissero invece utilizzati nel campo della difesa dell’ambiente? Follia. https://www.milanofinanza.it/news/la-ricostruzione-dell-ucraina-quanto-costa-servono-588-miliardi-di-dollari-202602231711532458 E veniamo infine, ma non ultimo in ordine di importanza, al contributo che le guerre forniscono all’aumento del riscaldamento globale. Un dato di questo mese ci dice che, in quattro anni di guerra in Ucraina, in atmosfera sono state immesse oltre 311 milioni di tonnellate di gas serra, tante quante ne produce un paese industrializzato come la Francia in un anno. https://www.rainews.it/tgr/fvg/articoli/2026/03/le-conseguenze-delle-guerre-sullambiente-il-caso-dellucraina-ca540919-db9f-4526-a5e3-91ee17436689.html E l’invasione dell’Iran, in sole due settimane, ha provocato il rilascio di 5 milioni di tonnellate di anidride carbonica. https://www.avvenire.it/rubriche/effetto-terra/le-guerre-hanno-un-alto-costo-climatico_106265 Il fatto è che però, anche se fare nulla, gli eserciti consumano. Eccome. L’esercito statunitense è il primo consumatore di petrolio al mondo, emettendo 280 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Il centro studi britannico Conflict and Environment Observatory stima che le forze armate del mondo producano circa il 5,5% delle emissioni globali di gas serra. Eppure, a causa del paese esportatore della democrazia nel mondo, le emissioni degli eserciti sono esentate dalla segnalazione obbligatoria prevista dall’accordo sul clima di Parigi. Tradotto: si devono limitare le emissioni di gas serra, ma uno dei settori che più ne produce ne è esentato. Una barzelletta.  Fabio Balocco Redazione Italia
March 27, 2026
Pressenza
Palestina, un nuovo Vietnam per l’Ocidente?
La Palestina – a mio avviso – è il nuovo Vietnam. La formula non vuole essere una boutade, ma una chiave di lettura materialista della fase storica che attraversiamo. Essa indica il luogo in cui si concentrano le contraddizioni dell’imperialismo e dove si misura la capacità dei popoli oppressi di […] L'articolo Palestina, un nuovo Vietnam per l’Ocidente? su Contropiano.
September 9, 2025
Contropiano
La campagna a sostegno di Cuba in Vietnam raggiunge l’obiettivo in sole 30 ore
A sole 30 ore dal suo lancio, milioni di vietnamiti hanno aderito alla campagna a sostegno di Cuba, che oggi ha raggiunto l’obiettivo inizialmente fissato a 65 miliardi di dong (oltre 2,47 milioni di dollari). Questa è una chiara dimostrazione della solidarietà speciale, lealtà e fermezza del popolo vietnamita nei […] L'articolo La campagna a sostegno di Cuba in Vietnam raggiunge l’obiettivo in sole 30 ore su Contropiano.
August 18, 2025
Contropiano
Chi controlla le terre rare controlla il mondo
Immagine in evidenza da Unsplash Quando a fine anni ’80 Deng Xiaoping affermò che “il Medio Oriente ha il petrolio, la Cina le terre rare”, in pochi diedero il giusto peso alla dichiarazione dell’allora leader della Repubblica Popolare cinese. Come invece sempre più spesso accade, il Dragone asiatico dimostrò di avere la capacità di immaginare e mettere in atto strategie di lungo termine: le terre rare, infatti, rappresentano oggi uno dei maggiori motivi di frizione geopolitica nel mondo, a causa dell’elevata richiesta e del loro complesso approvvigionamento, di cui la Cina detiene il monopolio. Praticamente nessun settore industriale ad alta tecnologia può farne a meno, da quello militare – per missili guidati, droni, radar e sottomarini – a quello medico, in cui sono impiegate per risonanze magnetiche, laser chirurgici, protesi intelligenti e molto altro ancora. Non fa eccezione il settore tecnologico e in particolare quello legato allo sviluppo e all’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Come spiega Marta Abbà, fisica e giornalista esperta di temi ambientali, le terre rare possiedono qualità magnetiche uniche e sono eccellenti nel condurre elettricità e resistere al calore, e anche per questo risultano essenziali per la fabbricazione di semiconduttori, che forniscono la potenza computazionale che alimenta l’AI, per le unità di elaborazione grafica (GPU), per i circuiti integrati specifici per applicazioni (ASIC) e per i dispositivi logici programmabili (FPGA, un particolare tipo di chip che può essere programmato dopo la produzione per svolgere funzioni diverse).  Sono inoltre cruciali per la produzione di energia sostenibile: disprosio, neodimio, praseodimio e terbio, per esempio, sono essenziali per la produzione dei magneti utilizzati nelle turbine eoliche.  Senza terre rare, quindi, si bloccherebbe non solo lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, ma anche quella transizione energetica che, almeno in teoria, dovrebbe accompagnarne la diffusione rendendola più sostenibile. Insomma, tutte le grandi potenze vogliono le terre rare e tutte ne hanno bisogno, ma pochi le posseggono. TERRE RARE, MINERALI CRITICI E AI Le terre rare (REE) sono un gruppo di 17 elementi chimici con proprietà simili e spesso presenti insieme nei minerali: lantanio, cerio, praseodimio, neodimio, promezio, samario, europio, gadolinio, terbio, disprosio, olmio, erbio, tulio, itterbio, lutezio, ittrio e scandio. Le materie prime critiche, di cui possono far parte anche alcune terre rare, sono invece quei materiali identificati dai vari governi come economicamente e strategicamente essenziali, ma che presentano un alto rischio di approvvigionamento a causa della concentrazione delle fonti e della mancanza di sostituti validi e a prezzi accessibili. Nel 2024 il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato il Regolamento europeo sulle materie prime critiche, elencandone 34, di cui 17 definite “strategiche”, il cui controllo o accesso influisce direttamente su obiettivi di sicurezza, sviluppo tecnologico e autonomia industriale. Le terre rare, in realtà, spiega ancora Marta Abbà, non sono rare, ma la loro presenza nel mondo non è omogenea e l’estrazione e la lavorazione risultano molto costose e inquinanti.  Le maggiori riserve sono possedute dalla Cina, in cui ammontano, secondo le stime, a 44 milioni di tonnellate, con una capacità estrattiva che nel 2024 ha toccato la cifra di 270mila tonnellate all’anno. Altri stati che possiedono significative riserve sono il Brasile (21 milioni di tonnellate, attualmente ancora pochissimo sfruttate), l’Australia (5,7 milioni di tonnellate), l’India (6,9 milioni di tonnellate), la Russia (3,8 milioni di tonnellate) e il Vietnam (3,5 milioni di tonnellate).  A questo gruppo di paesi si è aggiunta di recente la Groenlandia, salita alla ribalta delle cronache per i suoi enormi giacimenti di materie prime critiche e per il conseguente interesse mostrato da Stati Uniti, Unione Europea e Cina. Il sito più rilevante, Kvanefjeld, nel sud dell’isola, è considerato uno dei più promettenti a livello globale e, secondo le stime della società che ne detiene la licenza estrattiva, potrebbe contenere fino al 15% delle riserve mondiali conosciute di terre rare. A far gola alle grandi potenze tecnologiche sono in particolare l’alluminio, derivato della bauxite, e il silicio, necessari per la produzione dei wafer (la base di silicio su cui vengono costruiti i microchip) e per l’isolamento dei chip, il niobio, utilizzato nei cavi superconduttori, il germanio, necessario per i cavi in fibra ottica utilizzati per la trasmissione di dati ad alta velocità, cruciale per l’AI, e ancora gallio, tungsteno, neodimio, ittrio, tutti componenti essenziali per l’industria dei microchip.    Per via delle loro applicazioni nell’industria high tech, molti di questi materiali ed elementi sono stati identificati come strategici sia dall’Unione Europea che dagli Stati Uniti e sono per questo oggetto di accordi e trattati bilaterali con i paesi produttori.  Nonostante la presenza di alcune riserve di terre rare in entrambe le regioni, il fabbisogno risulta infatti di gran lunga superiore alla capacità produttiva domestica, obbligando di fatto sia Washington che Bruxelles a importare le materie dall’estero, prima di tutto dalla Cina e in secondo luogo, per quanto riguarda l’Unione Europea, dalla Russia.  Per questo motivo, Dewardric L. McNeal, direttore e analista politico della società di consulenza Longview Global, ha affermato alla CNBC che “gli Stati Uniti devono ora trattare le materie prime critiche non come semplici merci, ma come strumenti di potere geopolitico. Come la Cina già fa”. IL POTERE DEL DRAGONE ASIATICO E LE RISPOSTE USA Dopo settimane di tensioni e accuse reciproche per i dazi imposti dall’amministrazione Trump, il governo di Pechino ha deciso di rallentare l’export di terre rare tra aprile e maggio, come già fatto in precedenza sia nel 2023 che nel 2024, quando alla scrivania dello studio ovale sedeva ancora Joe Biden e il tema caldo di discussione era l’isola di Taiwan. Per farsi un’idea della portata di questa mossa, basti pensare che, come stimato dal Servizio Geologico degli Stati Uniti (USGS), se la Cina imponesse un divieto totale sulle esportazioni dei soli gallio e germanio, minerali utilizzati in alcuni semiconduttori e in altre produzioni high tech, il PIL statunitense potrebbe diminuire di 3,4 miliardi di dollari. Anche per questo, il tono di Washington da inizio giugno è diventato più conciliante e il rapporto tra le due potenze si è andato normalizzando, fino ad arrivare il 28 giugno al raggiungimento di un accordo tra i due paesi. Nonostante i dettagli siano ancora scarsi, il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha dichiarato che la Cina ha accettato di facilitare l’acquisizione da parte delle aziende americane di magneti, terre rare cinesi e altri materiali fondamentali per l’industria tecnologica.  Quella che Trump ha festeggiato come una sua grande vittoria diplomatica, ha però reso ancor più evidente come le catene di approvvigionamento dei minerali critici siano molto concentrate, fragili e soprattutto troppo esposte all’influenza e al controllo di Pechino. Come abbiamo visto, la Cina è il paese in cui si trovano le maggiori riserve mondiali di terre rare, ma non è solo questo elemento a spostare l’ago della bilancia geopolitica a favore del dragone asiatico. L’influenza della Cina abbraccia infatti anche i paesi “amici”, come la Mongolia e il Myanmar, secondo produttore mondiale di terre rare pesanti (più scarse e più difficili da separare), le cui principali operazioni minerarie sono significativamente partecipate da Pechino, estendendo ulteriormente il controllo effettivo della potenza asiatica. La posizione dominante della Cina è determinata anche dal fatto di possedere il monopolio di fatto della raffinazione, cioè la complessa operazione metallurgica per trasformare la materia prima grezza in materiali utilizzabili. Un processo non solo complesso, ma altamente inquinante e di conseguenza quasi impossibile da eseguire in Europa o negli Stati Uniti, a causa dei più elevati standard di compliance ambientale che ne farebbero schizzare il costo alle stelle.  Il processo di raffinazione richiede infatti un uso estensivo di sostanze chimiche, in particolare acidi forti (come l’acido solforico, nitrico o cloridrico) per separare le terre rare dai minerali a cui sono legate, creando delle scorie tossiche molto difficili da smaltire, se si seguono, appunto, standard elevati di tutela ambientale. Un esempio del devastante impatto ambientale di questo processo è particolarmente visibile nella città di Baotou, nella vasta area industriale della regione cinese della Mongolia Interna, dove il panorama è dominato da un lago artificiale del diametro di circa 9 chilometri, composto interamente da fanghi neri e sostanze chimiche tossiche, risultato degli sversamenti di rifiuti di scarto derivanti dall’estrazione e raffinazione delle terre rare. L’Occidente, in pratica, ha scelto di esternalizzare le negatività ambientali derivanti dall’estrazione di terre rare in Cina e questa, da parte sua, ha accettato di buon grado, dando priorità al potere economico e geopolitico che ne deriva rispetto alla salute dei suoi cittadini e alla tutela del proprio ambiente naturale. La dipendenza delle catene di approvvigionamento occidentali diventa ancor più evidente se si prende come esempio la miniera di Mountain Pass in California, una delle maggiori operazioni statunitensi nel settore delle terre rare. Nonostante produca circa il 15% degli ossidi di terre rare a livello globale, si trova a dover inviare l’intera produzione in Cina per le fasi di separazione e raffinazione.  Per questo motivo, il Pentagono nel 2020 ha assegnato 9,6 milioni di dollari alla società MP Materials per la realizzazione di un impianto di separazione di terre rare leggere a Mountain Pass. Nel 2022, sono stati investiti ulteriori 35 milioni di dollari per un impianto di trattamento di terre rare pesanti. Questi impianti, spiega il Center for Strategic and International Studies, sarebbero i primi del loro genere negli Stati Uniti, integrando completamente la catena di approvvigionamento delle terre rare, dall’estrazione, separazione e lisciviazione (un processo chimico che serve a sciogliere selettivamente i metalli desiderati dal minerale) a Mountain Pass, fino alla raffinazione e produzione di magneti a Fort Worth, in Texas. Tuttavia, anche quando saranno pienamente operativi, questi impianti saranno in grado di produrre solo mille tonnellate di magneti al neodimio-ferro-boro entro la fine del 2025 — meno dell’1% delle 138mila tonnellate prodotte dalla Cina nel 2018. Non sorprende, dunque, che gli Stati Uniti, come vedremo, stiano cercando strade alternative in grado di diversificare maggiormente la propria catena di approvvigionamento di questi materiali. Ne è un esempio l’accordo fortemente voluto dall’amministrazione USA con l’Ucraina che, dopo un tira e molla di diverse settimane, culminato con la furiosa lite di fine febbraio nello studio ovale tra Donald Trump e JD Vance da una parte e Volodymyr Zelensky dall’altra, ha infine visto la luce a inizio maggio. L’accordo, in estrema sintesi, stabilisce che l’assistenza militare americana sarà considerata parte di un fondo di investimento congiunto dei due paesi per l’estrazione di risorse naturali in Ucraina. Gli Stati Uniti si assicurano inoltre il diritto di prelazione sull’estrazione mineraria pur lasciando a Kiev l’ultima parola sulle materie da estrarre e l’identificazione dei siti minerari. L’accordo stabilisce infine che la proprietà del sottosuolo rimarrà all’Ucraina, cosa non scontata date le precedenti richieste da parte di Washington in tal senso. Quello con l’Ucraina è solo uno dei tanti tavoli di trattativa aperti dalle diverse amministrazioni statunitensi con paesi ricchi di materie critiche: dall’Australia al vicino Canada, passando per il Cile, ricchissimo di litio, e poi ancora il Brasile, dove si estrae il 90% del niobio utilizzato per la produzione di condensatori, superconduttori e altri componenti ad alta tecnologia, e il Vietnam, con cui l’allora presidente Joe Biden ha siglato un accordo di collaborazione nel settembre 2023. È evidente come gli Stati Uniti, da diversi anni, stiano mettendo in campo tutte le risorse economiche e diplomatiche a disposizione per potersi assicurare il necessario approvvigionamento di materie critiche e terre rare, senza le quali la Silicon Valley chiuderebbe i battenti in pochi giorni. LA GLOBAL GATEWAY EUROPEA In Europa la situazione è anche peggiore rispetto agli Stati Uniti. Non solo l’Unione Europea importa oltre il 98% delle terre rare raffinate, con la Cina ovviamente nel ruolo di principale fornitore, ma è anche sprovvista di giacimenti importanti. Uno dei pochi siti promettenti è stato individuato nel 2023 a Kiruna, nella Lapponia svedese, e secondo l’azienda mineraria di stato svedese LKAB potrebbe arrivare a soddisfare, una volta a pieno regime, fino al 18% del fabbisogno europeo di terre rare.  C’è però un enorme problema, oltre a quello già descritto dell’impatto ambientale: è difficile pensare che possa entrare in produzione prima di almeno una decina di anni. Troppi, considerato che le battaglie per la supremazia tecnologica e per la transizione energetica si stanno combattendo ora. Un discorso a parte merita la Groenlandia, territorio autonomo posto sotto la Corona danese, ricchissima di materie prime critiche, terre rare e anche uranio, ma dove le leggi attuali sono molto restrittive in termini di estrazione e che, per di più, è entrata nel mirino dell’amministrazione Trump, diventando oggetto di forti frizioni politiche.  L’interesse dell’Unione Europea nei confronti della grande isola artica è sancito dall’accordo firmato nel novembre del 2023 tra le due parti, che dà il via a un nuovo partenariato strategico tra i due soggetti, il cui cuore pulsante è rappresentato dallo sfruttamento congiunto delle materie prime. Anche in questo caso, però, come per il giacimento di Kiruna, si tratta di un progetto a lungo termine che difficilmente potrà vedere la luce e dare risultati concreti in tempi brevi. L’Unione Europea ha quindi deciso di muoversi sulla scia degli Stati Uniti e della “Nuova Via della Seta” cinese, cercando di chiudere accordi bilaterali di investimento e scambio commerciale con diversi paesi ricchi di materie prime critiche. La strategia “Global Gateway” lanciata nel 2021 rappresenta uno dei più grandi piani geopolitici e di investimento dell’Unione, che ha messo sul tavolo oltre 300 miliardi di euro fino al 2027, con l’obiettivo dichiarato, tra gli altri, di diversificare le fonti di approvvigionamento delle materie critiche. La Global Gateway, a cui si è aggiunto nel 2023 il Critical Raw Material Act, che pone obiettivi specifici di approvvigionamento al 2030, ha portato a diversi accordi fondamentali per la sopravvivenza dei piani di transizione digitale ed energetica del continente: Argentina, Cile e Brasile in America Latina; Kazakistan, Indonesia e Mongolia in Asia; Namibia, Zambia, Uganda e Rwanda in Africa sono alcuni dei paesi con cui la Commissione Europea ha già siglato delle partnership strategiche o ha intavolato delle discussioni di alto livello per agevolare degli investimenti comuni nell’estrazione di terre rare, proprio come fatto dagli Stati Uniti con l’Ucraina.   Considerata la volontà dell’Unione Europea di competere nel settore dell’intelligenza artificiale, quantomeno per ciò che riguarda l’espansione dei data center sul territorio, una robusta e diversificata rete di approvvigionamento delle materie prime critiche è fondamentale. Come si legge infatti sul sito della Commissione Europea, “nel corso del 2025, la Commissione proporrà il Cloud and AI Development Act, con l’obiettivo almeno di triplicare la capacità dei data center europei nei prossimi 5-7 anni e di soddisfare appieno il fabbisogno delle imprese e delle pubbliche amministrazioni europee entro il 2035. La legge semplificherà l’implementazione dei data center, individuando siti idonei e snellendo le procedure autorizzative per i progetti che rispettano criteri di sostenibilità e innovazione. Allo stesso tempo, affronterà la crescente domanda energetica promuovendo l’efficienza energetica, l’adozione di tecnologie innovative per il raffreddamento e la gestione dell’energia, e l’integrazione dei data center all’interno del sistema energetico più ampio”. Il piano non solo è ambizioso in termini di obiettivi, ma tiene strettamente legate le due facce della strategia generale europea, ovvero lo sviluppo tecnologico e la transizione verde entro il quale deve essere inquadrato. Impossibile pensare di fare l’uno o l’altra, tantomeno entrambi, senza le materie prime necessarie.  AFRICA, VECCHIA E NUOVA TERRA DI CONQUISTA In questo quadro geopolitico già di per sé complesso, un discorso a parte meritano i paesi del Sud Globale e in particolare quelli africani, che come si è visto sono quelli in cui si trovano le maggiori riserve di materie prime critiche e terre rare.   Il timore, come già raccontato nel reportage dall’AI Summit di Parigi, è che ancora una volta si vada a configurare un modello di estrattivismo colonialista, in cui i paesi più ricchi, dove avviene la produzione di tecnologia, si arricchiranno ancor di più, mentre i paesi più poveri, da dove vengono prelevate le materie prime, subiranno i devastanti impatti sociali e ambientali di queste politiche. Il rapporto “Rare Earth Elements in Africa: Implications for U.S. National and Economic Security”, pubblicato nel 2022 dal Institute for Defense Analyses, una società senza scopo di lucro statunitense, è molto esplicito nel prevedere un aumento dell’influenza del continente africano nel settore e le problematiche che ciò può comportare. “Man mano che le potenze globali si rivolgono ai mercati africani per rafforzare la propria influenza”, si legge nell’executive summary del rapporto, “è probabile che l’estrazione delle terre rare nel continente aumenti. In Africa si contano quasi 100 giacimenti di terre rare, distribuiti in circa la metà dei paesi del continente. Cinque paesi — Mozambico, Angola, Sudafrica, Namibia e Malawi — ospitano da soli la metà di tutti i siti di giacimento di terre rare in Africa. Attualmente, otto paesi africani registrano attività estrattiva di REE, ma a gennaio 2022 solo il Burundi disponeva di una miniera operativa in grado di produrre a livello commerciale. Tuttavia, altri paesi potrebbero raggiungere presto capacità produttive simili”. La parte che più interessa in questo frangente è però il punto in cui i ricercatori sottolineano come “la gestione delle risorse naturali in Africa e gli indicatori di buona governance devono migliorare, se si vuole garantire che i minerali di valore non portino benefici solo alle imprese americane, ma anche ai cittadini africani”. Considerando che la “Academy of international humanitarian law and human rights” dell’Università di Ginevra ha mappato 35 conflitti armati attualmente in corso nell’Africa subsahariana, di cui molti hanno proprio come causa il possesso delle risorse minerarie, sembra difficile prevedere che questa volta la storia prenda una strada diversa da quella già percorsa in passato. ROTTE ALTERNATIVE In virtù delle complessità descritte per l’approvvigionamento delle terre rare e, più in generale, delle materie prime critiche, alcune società stanno sperimentando delle vie alternative per produrle o sostituirle. La società britannica Materials Nexus, per esempio, ha dichiarato a inizio giugno di essere riuscita a sviluppare, grazie alla propria piattaforma di AI, una formula per produrre magneti permanenti senza l’utilizzo di terre rare. La notizia, ripresa dalle maggiori testate online dedicate agli investimenti nel settore minerario, ha subito destato grande interesse, non solo perché aprirebbe una strada completamente nuova per i settori tecnologico ed energetico, ma perché sarebbe uno dei primi casi in cui è l’intelligenza artificiale stessa a trovare una soluzione alternativa per il suo stesso sviluppo. Secondo Marta Abbà, se anche la notizia data da Material Nexus dovesse essere confermata, ci vorrebbero comunque anni prima di arrivare alla messa in pratica di questa formula alternativa. Sempre che – cosa per nulla scontata – la soluzione non solo funzioni davvero, ma si dimostri anche sostenibile a livello economico e a livello ambientale. È più realistico immaginare lo sviluppo di un’industria tecnologicamente avanzata in grado di riciclare dai rifiuti sia le terre rare che gli altri materiali critici, sostiene Abbà. Prodotti e dispositivi dismessi a elevato contenuto tecnologico possono in tal senso diventare delle vere risorse, tanto che l’Unione Europea ha finanziato 47 progetti sperimentali in questa direzione. Tra questi, c’è anche un promettente progetto italiano: Inspiree, presso il sito industriale di Itelyum Regeneration a Ceccano, in provincia di Frosinone. È il primo impianto in Europa per la produzione di ossidi e carbonati di terre rare (neodimio, praseodimio e disprosio) da riciclo chimico di magneti permanenti esausti. L’impianto di smontaggio, si legge nel comunicato di lancio del progetto, potrà trattare mille tonnellate all’anno di rotori elettrici, mentre l’impianto idrometallurgico a regime potrà trattare duemila tonnellate all’anno di magneti permanenti ottenuti da diverse fonti, tra cui anche hard disk e motori elettrici, con il conseguente recupero di circa cinquecento tonnellate all’anno di ossalati di terre rare, una quantità sufficiente al funzionamento di un milione di hard disk e laptop, e di dieci milioni di magneti permanenti per applicazioni varie nell’automotive elettrico. Nonostante questi progetti, l’obiettivo europeo di coprire entro il 2030 il 25% della domanda di materie prime critiche, tra cui le terre rare, grazie al riciclo, appare ancora molto distante, considerando che a oggi siamo appena all’1%. La strada dell’economia circolare è sicuramente incerta, lunga e tortuosa, ma allo stesso tempo più sostenibile di quella estrattivista e in grado di garantire una strategia di lungo periodo per il continente europeo. L'articolo Chi controlla le terre rare controlla il mondo proviene da Guerre di Rete.
July 9, 2025
Guerre di Rete
Riceviamo e pubblichiamo da ‘La città futura’ questo articolo di Giulio Chinappi Il 25 giugno 2025 entrerà negli annali del sistema giuridico vietnamita come una data spartiacque. In quella giornata, infatti, l’Assemblea Nazionale ha approvato, con un esito schiacciante di 429 voti favorevoli su 439 deputati partecipanti, la legge che abolisce la pena di morte per otto reati non violenti, tra i quali spiccano peculato e corruzione. Quella seduta parlamentare ha rappresentato l’esito di un lungo dibattito interno, caratterizzato dalla volontà di preservare di deterrenza e da un assoluto impegno verso la gradualità delle riforme, ma ha soprattutto segnato il via a una modernizzazione complessiva del diritto penale, attesa da oltre otto anni. Il percorso che ha condotto a questa svolta è stato costellato di analisi approfondite, pareri di esperti, confronti con le migliori prassi internazionali e riflessioni sulle mutate condizioni economiche e sociali del Paese. La pena di morte, in vigore in Vietnam per reati gravi secondo il Codice Penale del 1985, aveva già subito una riduzione negli anni passati, con un numero progressivo di reati depenalizzati: la scelta di escludere dal luglio di quest’anno tutte le fattispecie penali non violente ha tuttavia un valore emblematico, poiché riconosce la natura “politica” o economica di quei reati e l’opportunità di sostituire la pena massima con sanzioni severe – come la detenzione a vita – ma non estreme, allineando il Paese a tendenze globali. Nel dibattito parlamentare che ha preceduto il voto, sono emerse due linee argomentative complementari. Da un lato, chi ha sottolineato la necessità di mantenere un effetto deterrente forte, che punisca in maniera esemplare chi viola gravemente la fiducia pubblica o tradisce la responsabilità di chi ricopre incarichi pubblici. Dall’altro, molti deputati hanno sostenuto che la pena di morte per peculato e corruzione non fosse più sostenibile né dal punto di vista etico né dal punto di vista pratico. La corruzione e l’appropriazione indebita di fondi pubblici, infatti, si combattono con strumenti che favoriscano la restituzione del denaro e il coinvolgimento attivo dei colpevoli nella ricostruzione del danno causato allo Stato: la nuova normativa stabilisce così che chi collabora e restituisce almeno tre quarti del maltolto possa accedere a benefici di condono o a misure alternative all’ergastolo. La riforma, inserita in un disegno più ampio di allineamento alle convenzioni di diritto internazionale, arriva in un momento in cui il Vietnam intensifica la sua partecipazione in organismi multilaterali e rafforza accordi di cooperazione giudiziaria. Gli argomenti a difesa della pena di morte, quali il timore di un impatto negativo sulla sicurezza e sulla stabilità sociale, sono stati smentiti sia da statistiche interne – che non mostrano correlazioni dirette fra abolizione della pena capitale e aumento della criminalità – sia dalle esperienze di altre nazioni asiatiche, come Cambogia e Mongolia, che già in passato hanno effettuato riforme simili senza conseguenze per l’ordine pubblico. Durante le fasi di discussione, sono intervenuti anche rappresentanti del mondo accademico e della società civile, i quali hanno ricordato i pronunciamenti di organismi come l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa e l’ONU, che da anni sollecitano l’abolizione di ogni forma di pena di morte, definita irreversibile e contraria al principio del diritto alla vita. In particolare, si è richiamato il valore simbolico di depenalizzare sanzioni estreme per reati non violenti, distinguendo in maniera netta fra crimini efferati, che potranno continuare a prevedere la pena capitale, e condotte economiche o di abuso di potere, dove la priorità è ristabilire la legalità e la fiducia nello Stato. Con l’entrata in vigore il primo luglio, la nuova legge stabilisce inoltre un regime transitorio di particolare delicatezza. Tutti i detenuti attualmente condannati a morte per peculato, corruzione o per gli altri reati depenalizzati – come nel noto caso della miliardaria Trương Mỹ Lan – non saranno giustiziati, bensì vedranno le loro condanne convertite in ergastolo. Tale conversione verrà disposta direttamente dal Presidente della Corte Suprema Popolare, che eserciterà così il potere di clemenza in modo strutturale e non più occasionale. Gli effetti di questa decisione sul sistema carcerario e sulla politica penitenziaria appaiono già concreti. Da un lato, ci si attende un forte incremento dei detenuti condannati all’ergastolo, con la necessità di predisporre programmi di selezione, incentivazione al lavoro e sostegno psicologico per evitare sovraffollamenti critici. Dall’altro, la maggiore chiarezza normativa favorirà processi più rapidi, la possibilità di misure alternative come i domiciliari negli ultimi anni di pena e un approccio teso a ristabilire la dignità dei condannati che manifestino ravvedimento e cooperazione. Sul versante internazionale, l’abolizione della pena di morte per i reati non violenti rafforza l’immagine del Vietnam come Paese in transito verso piena conformità agli standard di diritti fondamentali. Tale immagine risulterà strategica nell’ambito dei negoziati per nuovi accordi di libero scambio e di cooperazione giudiziaria, nonché nella corsa per attrarre investimenti diretti esteri, che nei settori più avanzati – finanza, tecnologia, ricerca – richiedono un rischio paese mitigato da un sistema giuridico prevedibile e garantista. Il voto del 25 giugno, salutato dai media di Stato come «passaggio a una nuova era di giustizia» e accolto da analisti internazionali con giudizi positivi, segna dunque una pietra miliare: nella storia politica del Vietnam, nonostante il ruolo egemone del Partito Comunista, non sempre riforme di tale portata etica e legislativa vengano approvate con un consenso quasi unanime. È significativa la percentuale del 89,75% ottenuta dal testo, che testimonia un clima di convergenza e di responsabilità condivisa fra i principali schieramenti parlamentari. Resta da vedere come il cambiamento impatterà, sul lungo periodo, sulla percezione della giustizia fra i cittadini e sul grado di fiducia nelle istituzioni. I primi riscontri statistici e sociologici, che emergeranno nei prossimi mesi, saranno cruciali per calibrare eventuali ulteriori aggiustamenti, in particolare per quanto riguarda le misure di risocializzazione e reinserimento dei condannati. Ciononostante, l’abolizione della pena di morte per otto reati non violenti si pone già come un modello di riferimento per i Paesi vicini e per i legislatori di tutta l’area ASEAN. Nel contesto di una regione dove persiste un ampio spettro di approcci, dal mantenimento intatto della pena capitale alla sua limitazione solo ai reati più efferati, il Vietnam ha tracciato una linea di equilibrio tra fermezza e umanità, tra deterrenza e rieducazione. Concludendo, la data del 25 giugno 2025 rappresenta un momento di svolta che proietta il Vietnam verso un sistema penale più moderno e rispettoso della vita umana, in cui la punizione massima cede il passo a sanzioni severe ma non estreme per quei reati che, seppur gravi, non coinvolgono violenza diretta sulla persona. Sarà ora compito del legislatore continuare, nei prossimi anni, a monitorare l’applicazione di queste norme e a integrare la riforma con misure tese alla prevenzione della corruzione e alla promozione di una cultura della legalità, affinché il cammino intrapreso confermi i risultati attesi e consolidi la fiducia dei cittadini in un sistema di giustizia socialista realmente riformato. Redazione Italia
June 30, 2025
Pressenza