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Usa: «Emergenza mondiale dopo 12 settimane di guerra»
Se ne sono accorti solo adesso? Scott Bessent, il Ministro del Tesoro degli Stati Uniti, aveva avvisato Trump dei danni che l’attacco all’Iran, quasi sicuramente, avrebbe provocato. Ma la cosa che fa più rabbia (e che indigna) è che Trump sia andato avanti lo stesso, specie dopo che Bessent gli […] L'articolo Usa: «Emergenza mondiale dopo 12 settimane di guerra» su Contropiano.
April 15, 2026
Contropiano
Filiera agricola e ingiustizia climatica
L’ALLAGAMENTO DEL GHETTO DI TORRETTA ANTONACCI, FOGGIA, E LA MORTE DI ALAGIE SINGATHE NON SONO TRAGEDIE ISOLATE. RENDONO VISIBILE IL LEGAME TRA CAMBIAMENTO CLIMATICO, REGIME DEL LAVORO MIGRANTE E FORME DELL’ABITARE ALLA BASE DEL SISTEMA ALIMENTARE CONTEMPORANEO E DELLA RIDEFINIZIONE DELL’AGRICOLTURA ITALIANA Ortogentile, Bari. “Sfruttazero” in Puglia, che coinvolge anche lavoratori migranti, dimostra da diversi anni che è possibile creare esperienze comunitarie e di agricoltura diversa -------------------------------------------------------------------------------- Le immagini[1] che nei giorni scorsi sono arrivate dal “ghetto” di Torretta Antonacci, Foggia, hanno una potenza dirompente. Stradine sommerse, le porte dei container e delle baracche chiuse nel tentativo di tenere fuori l’acqua. Centinaia di persone bloccate nel fango, senza soccorsi adeguati, senza vie di fuga, senza alcuna protezione da parte delle istituzioni. Il gesto — probabilmente vano — di mettere in salvo le poche cose che si possiedono. Quelle immagini sono uno squarcio nella normalità. Rendono visibile qualcosa a cui non siamo abituati a pensare. Già. Negli ultimi anni ci siamo abituati alle immagini del nostro territorio devastato da eventi climatici estremi, sempre più frequenti. Dopo le immagini e i titoli dei giornali, puntuali arrivano le voci degli agricoltori, delle loro associazioni e confederazioni, che invocano ristori e intervento pubblico. E ci ricordano il legame tra clima, agricoltura e territori. Ma i braccianti? Dove sono i braccianti e le braccianti in questo quadro? Chi avrebbe inserito un bracciante nell’immagine che si forma nella sua mente ascoltando la notizia dei danni causati dal maltempo nell’area tra Abruzzo, Molise e Puglia. Ecco: le immagini del ghetto sommerso dall’acqua li ricollocano al loro posto. Gridano: ci siamo anche noi. Il lavoro agricolo è dentro quella foto. E c’è nei ghetti rurali che costellano le nostre campagne, oggi casa per una parte rilevante di quel lavoro. Non possiamo continuare a lasciarlo fuori quando parliamo di cambiamento climatico. Se le immagini del ghetto allagato sono uno squarcio, la notizia che arriva l’indomani è un grido. Alagie è morto. Si è tolto la vita, da solo, in un casolare. Viveva nel ghetto. Aveva 29 anni, veniva dal Gambia. Lavorava come bracciante agricolo nelle campagne del foggiano e viveva a Torretta Antonacci da qualche anno. Già durante il Covid aveva consegnato la fotocopia dei suoi documenti ai delegati sindacali dell’Unione Sindacale di Base che animano lo sportello attivo nel ghetto nella speranza di ottenere un documento. “L’ultima volta che l’abbiamo registrato era in attesa della commissione. Gli serviva un certificato di residenza che ovviamente non aveva, ma all’epoca la Questura accettava ancora la residenza fittizia al campo. Poi più nulla»., racconta Francesco Caruso[2]. “Ultimamente era molto giù perché temeva di non riuscire ancora ad ottenere il permesso di soggiorno”, ricorda Don Nazareno Galullo[3]. Non sappiamo cosa abbia spinto Alagie al gesto estremo, né quale sia stata la connessione con quanto accaduto il giorno prima. Ma non è un caso che non lo sappiamo. Quante domande dovremmo farci sulle storie dei lavoratori e delle lavoratrici migranti: su cosa hanno vissuto, su cosa li ha spinti a partire, su cosa hanno lasciato e su cosa li spinge ogni giorno ad affrontare la vita che fanno. Conosciamo però il contesto in cui Alagie viveva e il suo malessere, legato alla lunga e interminabile attesa di un documento; un permesso di soggiorno vissuto come possibile fine delle sofferenze, come primo passo verso un altro futuro. La sua morte non è la prima in un ghetto agricolo italiano. La storia dell’agricoltura italiana degli ultimi decenni è costellata di morti di giovani uomini e donne di origine africana e asiatica. La sua morte, come quelle che l’hanno preceduta, non è una morte individuale. È il prodotto di un sistema agricolo e agroalimentare. E ci ricorda che gran parte di quel lavoro oggi è di origine migrante: senza documenti, senza permesso di soggiorno, o sospeso in una precarietà continua legata alle condizioni di permanenza nel nostro paese. Clima, agricoltura e lavoro: dalla crisi alla ristrutturazione Cambiamento climatico, agricoltura e cibo sono legati a doppia mandata. Da un lato, l’agricoltura e i sistemi agroalimentari contribuiscono in modo rilevante al cambiamento climatico. Tra produzione agricola, allevamenti intensivi, fertilizzanti chimici, trasformazione industriale, trasporti e distribuzione, il sistema agroalimentare globale è responsabile di circa un terzo delle emissioni di gas serra, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO)[4]. Dall’altro lato, il cambiamento climatico colpisce l’agricoltura in modo diretto e crescente: alluvioni improvvise, siccità prolungate, ondate di calore, per non citare che gli eventi più evidenti, ridisegnano i cicli produttivi, mettono a rischio i raccolti, aumentano l’incertezza e la fragilità dei territori rurali. È un circuito che si autoalimenta: l’agricoltura contribuisce alla crisi climatica e la crisi climatica destabilizza l’agricoltura. Ma se vogliamo smettere di inseguire gli eventi e reagire alle tragedie, dobbiamo fare un salto di qualità. Dobbiamo passare dal cambiamento climatico come impatto al cambiamento climatico come ristrutturazione. Finché lo leggiamo come una successione di eventi estremi — alluvioni, siccità, ondate di calore — restiamo dentro una logica emergenziale: contiamo i danni, invochiamo ristori, ricostruiamo, e poi aspettiamo l’evento successivo. Il cambiamento climatico, invece, sta già ristrutturando i processi produttivi, ridisegnando le campagne, trasformando le relazioni sociali dentro cui si produce il cibo. Cosa significa tutto questo per i processi produttivi? Quale ristrutturazione e quali cambiamenti sta promuovendo nella produzione agricola, nelle nostre campagne, nelle relazioni sociali di produzione e riproduzione? Innanzitutto, una crescente instabilità dei cicli agricoli: raccolti anticipati o posticipati, stagioni sempre meno prevedibili, perdita improvvisa di produzioni, necessità di concentrare il lavoro in finestre temporali più brevi e intense. A questa incertezza il sistema risponde scaricando flessibilità sul lavoro: disponibilità immediata, ritmi più serrati, compressione dei tempi, riduzione delle tutele. Cambiano anche gli assetti territoriali: alcune colture si spostano, altre si intensificano, altre ancora diventano sempre più dipendenti da irrigazione, chimica e controllo tecnologico. Le campagne si trasformano e con esse i processi produttivi e le condizioni del lavoro ad essi associati. Aumenta, infine, la competizione lungo la filiera: quando i margini si riducono e i rischi crescono, la pressione si scarica verso il basso, sui piccoli produttori e ancora di più sul lavoro agricolo. È qui che la precarietà diventa strutturale, che il lavoro informale si espande, che i ghetti rurali continuano a essere funzionali a un sistema che ha bisogno di forza lavoro disponibile, mobile e a basso costo. I ghetti come infrastruttura del regime di lavoro I ghetti rurali non nascono oggi. Sono il prodotto della ristrutturazione dell’agricoltura che, dagli anni Ottanta in poi, ha ridisegnato le campagne italiane e le relazioni sociali dentro cui si produce il cibo. L’intensificazione delle colture, l’integrazione nelle filiere agroindustriali, la pressione sui prezzi esercitata dalla distribuzione, la competizione internazionale hanno trasformato profondamente l’organizzazione del lavoro agricolo. In questo processo, il ricorso a forza lavoro migrante stagionale, flessibile e a basso costo è diventato strutturale[5]. Dentro questa trasformazione, anche le forme dell’abitare sono diventate parte integrante del regime di lavoro[6]. Casolari abbandonati, insediamenti informali, baraccopoli costruite ai margini delle aree produttive hanno assunto una funzione precisa: concentrare manodopera disponibile, ridurre i costi di riproduzione del lavoro, garantire prossimità ai campi e massima flessibilità. In Capitanata, come in molti altri territori agricoli, i ghetti sono diventati uno degli elementi più visibili — proprio perché centrali — di questo regime. Rendono evidente qualcosa che spesso resta sullo sfondo: l’importanza decisiva dell’abitare nei regimi del lavoro agricolo contemporaneo. Mostrano, in forma estrema, che dove e come si vive non è separato da dove e come si lavora. La disponibilità della forza lavoro, la sua mobilità, la sua ricattabilità passano anche attraverso le forme dell’abitare. E questo vale anche quando le forme dell’abitare sono meno visibili. Affitti sovraffollati, alloggi temporanei, sistemazioni informali diffuse nei centri peri-urbani e rurali, ospitalità precarie legate al lavoro stagionale: anche queste configurazioni fanno parte dello stesso regime. Il ghetto ne è la forma più estrema e più visibile, ma non l’unica. Ma i ghetti non sono soltanto infrastrutture dello sfruttamento. Sono anche spazi di vita, di relazioni, di ricostruzione quotidiana. Come coglievano già gli Almamegretta in Sciosce Viento[7], sono anche tentativi di rifare casa, di ricreare comunità per persone la cui casa è lontana migliaia di chilometri. Dentro baracche e casolari si condividono cibo, informazioni sul lavoro, contatti, sostegno reciproco; si costruiscono reti di solidarietà, forme di mutuo aiuto, microeconomie informali che permettono di resistere a condizioni altrimenti insostenibili. I ghetti sono dunque luoghi densi di ambivalenza nelle relazioni sociali: spazi in cui oppressione e solidarietà viaggiano lungo un confine tenue, intrecciandosi in modi che rendono difficile separare analiticamente due forze che immaginiamo opposte. Lo stesso spazio che rende possibile lo sfruttamento può diventare anche spazio di protezione reciproca; la stessa precarietà che espone al ricatto può generare cooperazione e organizzazione dal basso. E questa ambivalenza attraversa anche altre forme dell’abitare contemporaneo dei lavoratori e delle lavoratrici migranti, in agricoltura e oltre: alloggi condivisi, ospitalità temporanee, reti informali di accoglienza, soluzioni precarie che al tempo stesso espongono a vulnerabilità e permettono forme di sostegno reciproco. Spazi in cui la riproduzione della forza lavoro si costruisce quotidianamente tra dipendenza e autonomia, tra sfruttamento e solidarietà, tra isolamento e comunità. Per questo, quando ci interroghiamo sulle trasformazioni in corso, i ghetti ci ricordano che non possiamo limitarci a un’astratta logica del “capitale”. Dobbiamo guardare alle tensioni che attraversano questi spazi: ai conflitti, alle pratiche di resistenza, alle forme di solidarietà che emergono dentro il lavoro agricolo contemporaneo. È dentro questo intreccio — tra capitale e lavoro, tra dominio e cooperazione, tra vulnerabilità e capacità collettiva — che si gioca una parte decisiva delle trasformazioni in corso. Permesso di soggiorno, residenza, diritto ad abitare Se non vogliamo interrogarci per motivi fini a sé stessi, dobbiamo farlo dentro la prassi politica. Gli eventi di questi giorni restituiscono con chiarezza i soggetti e gli spazi da cui può partire una battaglia per un sistema agricolo, agroalimentare e sociale più giusto. Una politica di classe oggi non può che partire dai lavoratori e dalle lavoratrici migranti, dai loro bisogni più immediati, dalle condizioni materiali dentro cui vivono e lavorano. La storia di Alagie, i suoi turbamenti legati all’attesa di un documento, sono la cifra di un malessere più diffuso che ha un’origine precisa. Non c’è lotta di classe oggi — in agricoltura e oltre — che non passi dalla lotta per il permesso di soggiorno. Che si tratti di una sanatoria, come in Spagna, o di una trasformazione profonda delle politiche migratorie capace di spezzare il legame tra permesso di soggiorno e lavoro, bisogna partire da qui. Il permesso di soggiorno è, banalmente ma concretamente, il diritto ad avere diritti. Accanto a questo, è necessario aprire un fronte di lotta sulla residenza anagrafica. In un contesto in cui per molti lavoratori l’unica possibilità abitativa resta quella dei ghetti o delle sistemazioni informali, la residenza anagrafica diventa uno strumento decisivo: consente l’accesso alla sanità, ai servizi, a partire da un conto corrente e dai servizi bancari, al lavoro regolare, alla mobilità, alla casa. Senza residenza e senza documenti, la precarietà del lavoro si salda a quella dell’abitare e si riproduce. Le rivendicazioni avanzate in questi giorni da organizzazioni sindacali e sociali vanno esattamente in questa direzione: da un lato, soluzioni abitative dignitose, superamento dei ghetti e assunzione di responsabilità pubblica sulla casa, come hanno ribadito l’USB e la FLAI CGIL; dall’altro la necessità di affrontare strutturalmente lo sfruttamento del lavoro agricolo, la precarietà contrattuale, il caporalato, e di portare la vertenza dei braccianti al centro dell’agenda politica anche a livello europeo. Sono rivendicazioni fondamentali, che vanno sostenute e rilanciate[8]. Rivendicare a gran voce soluzioni abitative è tanto più necessario se si considera che il PNRR aveva stanziato centinaia di milioni di euro per il superamento degli insediamenti informali — una misura che aveva fatto sperare si potesse finalmente prendere atto del fatto che questi insediamenti hanno perso ogni carattere stagionale, trasformandosi in veri e propri villaggi, se non città, e intervenire di conseguenza in modo adeguato. Portare il tema dello sfruttamento al cuore dell’agenda dell’UE è un atto politico dovuto, di fronte alla ormai chiara consapevolezza che lo sfruttamento del lavoro migrante è un elemento strutturale del sistema agroalimentare non solo in Italia ma a livello europeo — se non globale — e che per affrontarlo servono politiche migratorie e del lavoro in aperta controtendenza rispetto alle recenti riforme varate a Bruxelles. Ma il punto decisivo è da dove partire. Non da astrazioni o modelli ideali, ma dalle persone che oggi lavorano nei campi e abitano questi spazi. Dalle loro richieste immediate: documenti, residenza, accesso ai servizi — a partire da un conto corrente e dai servizi bancari — casa e lavoro dignitoso. La sequenza non è indifferente. A cosa servono case vere e lavori dignitosi se lavoratori privi di permesso di soggiorno o di una preliminare residenza continuano a essere spinti ai margini, costretti alla precarietà e impossibilitati a sottoscrivere contratti di affitto o di lavoro? E a cosa servono rivendicazioni anche giuste se non si parte dal sostegno alle domande immediate dei lavoratori e delle lavoratrici, se non si generano processi che li mettano in condizione di diventare protagonisti della lotta, liberi di scegliere della propria vita — e liberi, se lo desiderano, anche di vivere e lavorare altrove? Solo a partire da qui può prendere forma una battaglia più ampia: per politiche abitative degne di questo nome, capaci di garantire una casa alla classe lavoratrice su cui si regge un settore cruciale della nostra economia; e per forme di lavoro dignitoso, sottratte alla precarietà strutturale che segna l’agricoltura contemporanea. Dopo l’acqua A Torretta Antonacci l’acqua prima o poi si ritira. Il fango si secca. Le baracche vengono rimesse in piedi. Le persone tornano nei campi. Ma le condizioni restano. Restano i ghetti. Resta il lavoro precario. Resta l’attesa di un documento. Resta l’assenza di alternative abitative. Resta un sistema agricolo che continua a reggersi sulla totale precarietà. E allora la domanda non è cosa è successo lì. La domanda è perché continuiamo a permettere che succeda. E soprattutto cosa significa, oggi, cambiare davvero. Significa partire dalle persone che abitano questi luoghi. Dai lavoratori e dalle lavoratrici migranti che tengono in piedi interi segmenti della produzione agricola. Dalle loro richieste più immediate: permesso di soggiorno, residenza, accesso alla casa e al lavoro dignitoso, e accesso ai servizi – a partire da un conto corrente e dalla possibilità di esistere formalmente dentro lo spazio sociale ed economico in cui già vivono. Significa anche avere l’audacia di guardare oltre le tragedie, di leggere il cambiamento climatico non solo come emergenza ma come ristrutturazione, di interrogare il modo in cui si produce il cibo, si organizza il lavoro e si costruiscono le forme dell’abitare nelle campagne, all’interno delle forme che prende il conflitto di classe nell’attuale congiuntura. Solo a partire da qui possono prendere forza reale le rivendicazioni per il superamento dei ghetti, per politiche abitative pubbliche, per il contrasto allo sfruttamento, per la redistribuzione del valore lungo la filiera agroalimentare. Solo così la transizione ecologica smette di essere uno slogan e diventa trasformazione reale delle campagne. Perché se accettiamo che alcune vite siano sacrificabili per tenere basso il prezzo del cibo, non stiamo solo tollerando un’ingiustizia. Stiamo accettando un modello agricolo fondato sulla precarietà. Stiamo accettando una transizione climatica costruita sulle disuguaglianze. Stiamo decidendo che tipo di sistema alimentare vogliamo sostenere. E, in fondo, che tipo di società vogliamo essere davvero. -------------------------------------------------------------------------------- [1] https://www.facebook.com/FoggiaToday/videos/braccianti-bloccati-a-torretta-antonacci/938948445525978/ [2] https://ilmanifesto.it/torretta-antonacci-i-dannati-dei-campi-tra-fango-e-gelo [3] https://www.avvenire.it/attualita/il-dramma-del-bracciante-alagie-29-anni-che-si-e-impiccato-nella-baraccopoli_106739 [4] https://openknowledge.fao.org/items/d4c93ed3-7a63-47f3-a29f-ced0458bd5dc [5] https://www.taylorfrancis.com/books/edit/10.4324/9781315659558/migration-agriculture-alessandra-corrado-domenico-perrotta-carlos-de-castro [6] https://www.torrossa.com/it/resources/an/5320868 [7] https://www.youtube.com/watch?v=KQD9FvyvClY [8] https://www.usb.it/leggi-notizia/torretta-antonacci-un-bracciante-trovato-morto-impiccato-nel-ghetto-ieri-lalluvione-oggi-un-corpo-senza-vita-fino-a-quando-1718.html https://www.flai.it/primo-piano/torretta-antonacci-le-vite-dei-migranti-vengono-spremute-come-i-pomodori-che-raccolgono/ -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Alluvioni tra le baracche -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Filiera agricola e ingiustizia climatica proviene da Comune-info.
April 11, 2026
Comune-info
Il mais ha già una casa
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Ceccam (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Dal 12 al 15 marzo, la Rete in Difesa del Mais ha tenuto la sua assemblea, ospitata questa volta da Radio Huayacocotla, “La Voce Contadina”, una storica emittente radiofonica comunitaria che trasmette da sessant’anni in quattro lingue: nahuatl, tepehua, Ñañú (otomi) e spagnolo. L’assemblea è iniziata presso la loro sede ed è proseguita nella comunità indigena di Cuatecomaco, nel comune di Zontecomatlán, Veracruz (Messico). Cuatecomaco è una delle comunità della regione di Veracruz Huasteca che ha subito gli effetti devastanti delle intense piogge dell’ottobre 2025, ben peggiori di quanto chiunque potesse ricordare. Il fiume è straripato, le colline sono franate e centinaia di persone in questa comunità e in altre della regione hanno perso le loro case e i loro averi. Le fonti d’acqua sono state contaminate, le strade e le autostrade sono state spazzate via, distrutte. Come altre comunità della regione, si sono riprese grazie alla solidarietà, ma ne subiscono ancora le conseguenze. È una comunità che mantiene viva e predominante la propria lingua, le assemblee e le proprie forme di organizzazione, assistenza sanitaria e lavoro. Nella regione si parlano il Nahuatl, il Tepehua e il Ñañú. Coltivano i loro campi di mais con grande varietà e anche il caffè. A Cuatecomaco non c’è internet e la copertura per i telefoni cellulari è scarsa. La vita si svolge e prospera grazie all’interazione diretta tra le persone, un lusso raro al giorno d’oggi. È così che si sono organizzati per accogliere la Rete in Difesa del Mais nel loro spazio; Hanno preparato 700 tamales e offerto ai partecipanti lo zacahuil, un delizioso piatto tradizionale della regione. All’incontro hanno partecipato autorità di diverse comunità della regione, insieme a membri della rete provenienti dagli stati di Oaxaca, Chiapas, Jalisco, Chihuahua, Guanajuato, Hidalgo, Veracruz, dalla penisola dello Yucatán, dallo Stato del Messico e da Città del Messico. A Cuatecomaco, è stato dedicato ampio spazio alla condivisione di ciò che viene coltivato in ogni luogo e dei problemi che si affrontano, per comprendere che molti sono comuni nonostante le diverse aree geografiche e culture. La giornata si è conclusa con una colorata celebrazione di scambio di semi. Le piogge che hanno devastato questa regione non sono state causate da chi vi abita, da chi coltiva la terra, si prende cura del territorio e di tutti gli esseri viventi. Il caos climatico è un fardello imposto alle comunità dal meccanismo distruttivo delle multinazionali dell’agroindustria, dell’energia, dell’industria mineraria, della tecnologia e di altri settori, che, per il loro profitto, riscaldano il pianeta con massicce emissioni di carbonio e sconvolgono il clima. Proprio come nel caso della contaminazione transgenica del mais autoctono, scoperta per la prima volta nel 2001 nella Sierra Juárez di Oaxaca, la Rete in Difesa del Mais è nata per contrastarla. Ora la rete è di nuovo in allerta: il governo (in particolare i Ministeri della Scienza, delle Scienze Umanistiche, della Tecnologia e dell’Innovazione e dell’Agricoltura e dello Sviluppo Rurale), sta cercando di instillare la minaccia dello sviluppo e della coltivazione di mais e altre colture geneticamente modificate. Le mascherano chiamandole colture “modificate geneticamente”, in modo che agricoltori e consumatori non capiscano che sono simili agli OGM e per evitare la valutazione del rischio e l’etichettatura. La Rete per la Difesa del Mais (CECCAM) ha fermamente respinto ogni forma di manipolazione genetica del mais e di tutte le sementi, nonché la loro privatizzazione e brevettazione. Non si tratta solo di un avvertimento sulla carta: è supportato da 25 anni di resistenza contro la contaminazione del mais da parte delle sue comunità, una resistenza che non ha mai vacillato nei suoi territori, nemmeno dopo che la semina di mais geneticamente modificato è stata vietata dalla Costituzione messicana nel 2025. Nonostante il divieto, ora emergono manovre all’interno delle stesse istituzioni governative per spianare la strada alle sementi manipolate di Bayer-Monsanto e di altre multinazionali del settore agrochimico e sementiero. Pertanto, è fondamentale organizzare più seminari informativi in tutto il paese, rafforzare la vigilanza, la denuncia e il coordinamento tra comunità e organizzazioni per fermare questi progetti (Pronunciamiento Red En Defensa del Maíz). All’interno della rete, vige la costante consapevolezza che le sementi non sono oggetti da depositare in banche del seme, né da manipolare o brevettare. Sono una parte vitale delle comunità che coltivano mais, che nutrono e che a loro volta nutrono loro. La rete condanna i tentativi di registrare i semi autoctoni e di inserirli in banche del seme “ufficiali”, un modo per facilitarne l’accesso e la brevettazione da parte delle multinazionali. Come affermato nella loro dichiarazione, “il mais ha già la sua casa nelle comunità”. Anche nelle città, abbiamo il diritto di decidere cosa mangiare: la rete respinge la legge sugli orti urbani nello stato di Jalisco, che mira a controllarli e a impedirne l’espansione. Le comunità denunciano gli inganni e gli abusi subiti a causa dei progetti sul carbonio – un’altra forma di appropriazione del territorio – e l’impatto dei progetti di agricoltura industriale e tossica nei campi e nelle grandi serre che sfruttano i lavoratori per la coltivazione di agave e more. Il Tribunale Permanente dei Popoli ha avviato quest’anno un processo internazionale per la difesa dei semi. Anche la rete sarà presente per unirsi alla difesa del mais dall’interno delle proprie comunità. Dalle comunità e dalla loro autonomia provengono le risposte concrete alle crisi. Pertanto, “la milpa è passato, presente e futuro”, conclude Neify, originaria di Chunhuhub, Quintana Roo. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada e qui con l’autorizzazione dell’autrice -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mais ha già una casa proviene da Comune-info.
April 9, 2026
Comune-info
Alluvioni tra le baracche
GLI EVENTI METEOROLOGICI DI QUESTI ULTIMI GIORNI HANNO ORMAI POCO DI IMPREVEDIBILE, MENO ANCOR LE LORO CONSEGUENZE SUI TERRITORI DI ABRUZZO, MOLISE E PUGLIA. LE PIOGGE HANNO ALLAGATO ANCHE IL GHETTO DI BARACCHE DI RIGNANO GARGANICO, ULTIMAMENTE RINOMINATO TORRETTA ANTONACCI, DOVE VIVONO OLTRE MILLE PERSONE. LO SFRUTTAMENTO LAVORATIVO E LE CONDIZIONI ASSURDE IN CUI SOPRAVVIVONO QUELLE PERSONE SONO BEN NOTE, MA NESSUNO HA MAI VOLUTO METTERLE DAVVERO IN DISCUSSIONE. EPPURE ESISTE DA OLTRE VENT’ANNI E LA REGIONE IN TUTTO QUESTO TEMPO NON È STATA AMMINISTRATA DA ORBÁN O SALVINI. IN QUEL GHETTO, DUE GIORNI FA, ALAGIE SINGATHE SI È IMPICCATO. AVEVA VENTINOVE ANNI Come scrive Italo Di Sabato in Un territorio già provato, gli eventi meteorologici di questi ultimi giorni non hanno nulla di imprevedibile così come non hanno nulla di imprevedibile le loro conseguenze. Dopo un inverno troppo secco, il terreno non può assorbire l’acqua che si riversa, causando frane, inondazioni e smottamenti. Se la natura non si può domare, è altrettanto vero che è possibile arginare gli effetti delle attività capitaloceniche, principali responsabili di questi fenomeni meteorologici avversi, e anche prevenirli con adeguate politiche ambientali. Le conseguenze dei fenomeni alluvionali degli ultimi giorni hanno messo in luce, per l’ennesima volta, il fallimento delle istituzioni che non hanno saputo prevenirli adeguatamente. Tuttavia, gli eventi degli ultimi giorni rendono evidente che ad aver fallito non sono solo le politiche ambientali ma anche le politiche sociali, come dimostra la drammatica situazione nei ghetti del foggiano. Qui da molti anni sorgono, sotto gli occhi di tutti, incluse le istituzioni, insediamenti informali, veri e propri slum, dove vivono migliaia di braccianti stranieri, schiavi del caporalato, sfruttati nei campi agricoli. Le forti piogge degli ultimi giorni hanno causato gravi allagamenti tra le baracche di questi slum, costruite con materiali di scarto – inclusi quelli contenenti eternit – rendendo ancora più difficile l’esistenza delle donne e degli uomini invisibilizzati dalle istituzioni che vivono in questi agglomerati in assenza dei minimi servizi igienici. Nonostante numerose siano le associazioni e i sindacato che da tempo lottano per dare dignità e riconoscimento giuridico a queste persone, le misure adottate dalle istituzioni restano insufficienti per contrastare il complesso sistema di sfruttamento in cui sono intrappolati questi lavoratori invisibili, messo in piedi da organizzazioni mafiose italiane ed estere e produttori agricoli senza scrupoli. Alla Provincia di Foggia era stato assegnato un finanziamento da Fondi PNRR proprio per risolvere il grave problema dei ghetti sul territorio. Tuttavia, gli investimenti fatti hanno lasciato la situazione pressoché inalterata. Addirittura, una parte di questi fondi – circa 100.000 euro, secondo il sindcato USB, che dovevano essere investiti a Rignano Garganico, ultimamente rinominato Torretta Antonacci, uno dei ghetti del foggiano – dovranno essere restituiti all’Unione Europea per inutilizzo. Oggi, Torretta Antonacci è completamente isolata. L’unica strada che porta all’insediamento è completamente allagata. Questa situazione mostra quindi il doppio fallimento delle istituzioni, nella provincia di Foggia come altrove. Da un lato, rivela l’incapacità delle istituzioni di attuare politiche ambientali volte a prevenire e limitare l’impatto di fenomeni avversi, sollevando non poche questioni morali, politiche ed ecologiche, dal momento che, come spiegano gli scienziati, questi fenomeni di emergenza climatica saranno sempre più frequenti, mettendo quindi i cittadini da nord a sud in ginocchio sempre più spesso. Dall’altro lato, questa situazione rivela un certo razzismo istituzionale, la de-umanizzazione dei migranti, la non-volontà di riconoscerli come soggetti, come umani. Torretta Antonacci, in questi giorni, non è rimbalzata nei titoli di (alcuni) giornali solo per l’alluvione, ma anche per il suicidio di Alagie Singathe, un bracciante gambiano di ventinove anni che viveva nel ghetto da qualche anno. La sua morte è il sintomo di una politica che non funziona, una politica arrogante che non rispetta né la vita né il pianeta. Se è vero che non possiamo sapere le ragioni del suo gesto, è altrettanto vero che il contesto di forte marginalità e grave vulnerabilità sociale quale è quello dei ghetti della Capitanata, ha sicuramente avuto un ruolo determinante. Tutto questo ci invita a riflettere sull’emergenza climatica e sull’emergenza sociale, sul nostro ruolo come collettività, così come sul ruolo delle istituzioni su cui ricadono responsabilità ben precise. -------------------------------------------------------------------------------- Dalila Villella, Université Grenoble-Alpes -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Alluvioni tra le baracche proviene da Comune-info.
April 4, 2026
Comune-info
L’approvvigionamento globale di pane è in pericolo…
L’Iran ha colpito un impianto chimico a Beersheba, in Israele, con un missile, in uno degli episodi più delicati dell’escalation in corso. Il missile iraniano, un tipo di munizione a grappolo, ha colpito più di 20 siti nell’area, provocando vasti incendi e dense colonne di fumo nero. Tre squadre specializzate […] L'articolo L’approvvigionamento globale di pane è in pericolo… su Contropiano.
March 31, 2026
Contropiano
Trent’anni di Ogm
LE MULTINAZIONALI DEGLI OGM ASSICURAVANO RACCOLTI PIÙ ABBONDANTI E UN USO RIDOTTO DI PRODOTTI AGROCHIMICI. NON SOLO: GARANTIVANO PERSINO UN CONTRIBUTO DECISIVO CONTRO LA FAME NEL MONDO, PRECISANDO AL CONTEMPO CHE QUELLE COLTURE NON SAREBBERO FINITE NEI NOSTRI PIATTI. CHIUNQUE OSAVA SOLLEVARE DUBBI VENIVA PRONTAMENTE ARCHIVIATO COME RETROGRADO. A TRENT’ANNI DALL’AVVIO DELLA COLTIVAZIONE COMMERCIALE SU LARGA SCALA, NESSUNA DI QUELLE DICHIARAZIONI SI È MINIMAMENTE VERIFICATA. OGGI SONO QUATTRO LE GRANDI AZIENDE CHE CONTROLLANO LA COLTIVAZIONE GLOBALE DI COLTURE GENETICAMENTE MODIFICATE. SCRIVE SILVIA RIBEIRO, RICERCATRICE E DIRETTRICE PER L’AMERICA LATINA DEL GRUPPO ETC (ACTION GROUP ON EROSION, TECHNOLOGY AND CONCENTRATION): “GLI OGM SI SONO RIVELATI UN DISASTRO PER LA SALUTE, L’ALIMENTAZIONE E L’AMBIENTE, MA ANCHE UN AFFARE REDDITIZIO PER LE MULTINAZIONALI…” Foto di David Maunsell su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Sono trascorsi trent’anni dall’inizio della coltivazione commerciale di colture geneticamente modificate in tutto il mondo. Il risultato è una lunga lista di promesse non mantenute e una scia di contaminazione del suolo, dell’acqua e dell’aria con glifosato e altri prodotti agrochimici che hanno invaso i corpi di contadini, vicini e milioni di consumatori, lasciando residui chimici nel sangue, nelle urine e nel latte materno (leggi Atlante dell’agroindustria transgenica nel Cono Sud). Le multinazionali degli Ogm promettevano rese più elevate e un minore utilizzo di prodotti agrochimici. Promettevano anche colture con più nutrienti, come il “riso dorato” ricco di vitamina A, e altri presunti benefici. Nulla di tutto ciò si è avverato (“Raccolto amaro: 30 anni di promesse non mantenute“). Quattro aziende controllano la coltivazione globale di colture geneticamente modificate: Bayer (proprietaria di Monsanto), Corteva (nata dalla fusione di DuPont-Pioneer e Dow), Syngenta (di proprietà di Sinochem Holding) e BASF. Insieme, controllano anche metà del mercato globale delle sementi commerciali e due terzi del mercato degli agrofarmaci (Los diez gigantes de los agronegocios: la concentración corporativa en la alimentación y en la agricultura). La propaganda di queste aziende, attraverso associazioni che utilizzano per celare la loro vera natura (come Chilebio, Argenbio e Agrobio México), mira a creare l’impressione che gli Ogm siano presenti in tutto il mondo. La realtà, secondo i loro stessi dati, è che la superficie coltivata a livello globale con Ogm non raggiunge il 13% dei terreni arabili del pianeta, e solo 10 paesi coltivano il 98% di questa superficie. Solo tre paesi rappresentano l’80% della superficie coltivata: Stati Uniti, Argentina e Brasile. Seguono Canada, India, Paraguay, Cina, Sudafrica, Pakistan e Bolivia (Récord de adopción: los cultivos transgénicos alcanzan las 210 millones de hectáreas en 2024). Gli Stati Uniti sono stati i primi a coltivare soia geneticamente modificata tollerante al glifosato, seguiti dall’Argentina nel 1996. Attualmente, 32 paesi hanno approvato la coltivazione commerciale di una o più colture Ogm, ma solo una decina di paesi ha superfici significative coltivate. Al contrario, più di 150 paesi non ne consentono la coltivazione e 38 paesi hanno imposto restrizioni o divieti sulla semina di una o più colture geneticamente modificate, tra cui Messico, Ecuador, Perù, Belize e Venezuela. Quattro colture occupano quasi l’intera superficie coltivata e sono tutte destinate al consumo umano: soia, mais, cotone e colza. Si diceva che le colture geneticamente modificate avrebbero alleviato la fame nel mondo, e che non erano destinate al consumo umano, bensì all’industria. La maggior parte viene utilizzata come mangime per il bestiame allevato in spazi ristretti e circa un terzo per la produzione di combustibili e altri usi industriali. In sintesi: quattro multinazionali controllano tutte le colture transgeniche, solo 10 paesi detengono il 98% della superficie coltivata, quattro colture occupano il 99,4% di tale superficie (soia, mais, cotone e colza) e ci sono solo due tipi di colture transgeniche, oltre il 90% tolleranti agli agrofarmaci e il resto “insetticidi” con la tossina Bt, che in molti casi hanno “accumulato geni” per essere tolleranti anche agli agrofarmaci. Si è ridotto l’uso di pesticidi? No, al contrario, il loro utilizzo è aumentato esponenzialmente. Poiché le colture sono state geneticamente modificate per essere tolleranti al glifosato, l’uso di questo erbicida, classificato come cancerogeno dall’OMS, è aumentato di oltre 20 volte. Ciò ha portato alla creazione di decine di “super-erbacce”: infestanti invasive che hanno sviluppato resistenza al glifosato. Per combatterle, sono state aumentate le concentrazioni e le dosi applicate e sono state immesse sul mercato colture geneticamente modificate con geni che conferiscono tolleranza a vari agrofarmaci sempre più pericolosi come glufosinato, dicamba e 2,4-D (GM crops fuel rise in pesticide use despite early promises, study shows). Rese più elevate? Assolutamente no. Studi a lungo termine dimostrano che le rese sono pari o inferiori a quelle delle colture ibride. Uno studio condotto dall’Unione degli Scienziati Preoccupati degli Stati Uniti ha dimostrato che, in 13 anni di coltivazione, le colture geneticamente modificate (OGM) hanno aumentato la resa di appena lo 0,2% all’anno, mentre le pratiche agricole convenzionali e agroecologiche l’hanno incrementata di oltre il 10% nello stesso periodo. Le colture di mais Bt sembravano avere una resa maggiore, ma sono state gradualmente ritirate dal mercato perché i bruchi hanno sviluppato resistenza, il che ha portato anche a un maggiore utilizzo di pesticidi. Studi successivi hanno confermato le stesse tendenze (GM Delivers No Advantage in Crop Yields After 20 Years). Tutte le colture OGM sono brevettate e i semi costano fino al 30% in più. Le aziende hanno tratto ulteriore profitto da migliaia di cause legali intentate contro gli agricoltori per aver “utilizzato” geni brevettati quando i loro campi erano contaminati da impollinazione incrociata. Gli organismi geneticamente modificati (OGM) si sono rivelati un disastro per la salute, l’alimentazione e l’ambiente, ma anche un affare redditizio per le multinazionali. In molti paesi, si sono combattute battaglie con un ampio sostegno popolare per proibirne la coltivazione e il consumo. Ovunque nel mondo, se si chiede, la stragrande maggioranza delle persone risponde di preferire non mangiare OGM. Per continuare a trarre profitto e ingannare produttori e consumatori, il trucco attuale delle multinazionali è quello di cambiare il nome delle colture geneticamente modificate, chiamandole “editing genetico”, il che ha permesso loro di eludere le leggi sulla biosicurezza e sull’etichettatura in diversi paesi, e ora stanno tentando di farlo anche in Messico (Asalto tecnológico a la agricultura y alimentación: edición genómica, digitalización y corporaciones). La resistenza continua e noi non lo permetteremo. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada (e qui con l’autorizzazione dell’autrice) con il titolo Treinta años de transgénicos: promesas incumplidas y contaminación -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Trent’anni di Ogm proviene da Comune-info.
March 27, 2026
Comune-info
Brasile, si prospetta un cambiamento strutturale dell’industria?
UNA TESI INTERESSANTE, UN POLITICO ILLUSTRE E DISCUSSIONI SULL’IMMINENTE CAMPAGNA ELETTORALE. > Il cuore economico del Brasile non è più nella megalopoli di San Paolo, ma > nello stato agricolo del Mato Grosso? Questa visione di come potrebbe essere > l’economia del Brasile tra 20 anni è stata delineata dal politico e > giornalista Aldo Rebelo. Il 10 febbraio si poteva vedere sul servizio di messaggistica X un breve video, a quanto pare un estratto di un’intervista o di una discussione. Lì Rebelo dice: “Lo dico da un po ‘di tempo, l’ho già detto anche qui. Il Mato Grosso sarà lo Stato federale più ricco del Brasile, seguito da dall’ovest di Bahia. Molte persone non se ne sono accorte. Per la sinistra l’agricoltura non porta sviluppo. Quello che non hanno notato è che consumano ogni giorno etanolo prodotto e trasformato industrialmente in Brasile, che abbiamo diverse macchine prodotte in Brasile. L’agricoltura è il settore brasiliano che produce più tecnologia. Sta arrivando il momento dell’entroterra.” Cita cifre impressionanti della crescita delle esportazioni di diversi stati federali. Mentre San Paolo ha recentemente guadagnato solo il 5%, negli stati di Mato Grosso, Rondônia e Acre è stato del 100% o anche molto più alto. In effetti, in alcuni Stati, in particolare nel Mato Grosso, l’economia si è sviluppata molto negli ultimi anni. Ciò è dovuto principalmente all’industria agricola e alla produzione alimentare, che costituisce una parte essenziale del valore aggiunto. Nel 2025, il 40% delle esportazioni agricole del Mato Grosso è andato in Cina, in particolare soia (76,6%) e carne (18,4%), e la tendenza è in aumento. In generale, la Cina svolge un ruolo enorme come partner commerciale, non solo come acquirente, ma anche come fornitore. Nello stesso periodo (2025), i contadini del Mato Grosso hanno importato dalla Cina fertilizzanti, pesticidi e attrezzature agricole per quasi 800 milioni di dollari. LA CINA SI POSIZIONA SUL MERCATO E INVESTE IN MODO MIRATO Non è un caso che il governatore Mauro Mendes abbia ricevuto una grande delegazione cinese nella sua sede ufficiale all’inizio di febbraio. Tuttavia, i colloqui hanno avuto come argomento molto più che solo il flusso di merci. All’ordine del giorno c’erano anche progetti infrastrutturali e logistici, il turismo, l’innovazione e la cooperazione universitaria. La Cina è attiva da tempo in Sud America e in Brasile. In Perù è stato recentemente inaugurato un porto cinese. Il progetto, in cui la Cina detiene una partecipazione del 60% e garantisce un primo accesso diretto al mercato sudamericano, ha un tale impatto che persino il presidente cinese Xi si è recato personalmente all’inaugurazione . La Cina investe in modo massiccio, ma non disinteressato. Gli investimenti sono di natura strategica e mirano a portare più rapidamente la soia, i minerali o la carne nel proprio paese. Allo stesso tempo, la Cina concede generosamente prestiti che, in particolare, portano i Paesi più piccoli alla dipendenza finanziaria. Per gli Stati Uniti, l’impegno cinese è una spina nel fianco. Per loro, il Sud America rappresenta un “cortile di casa naturale” dai tempi della dottrina Monroe del 1820, in cui altre potenze non hanno nulla a che fare. L’AGROINDUSTRIA È CENTRALE PER IL BRASILE Anche senza investimenti cinesi, l’agroindustria è da alcuni anni uno dei pilastri dell’economia brasiliana, ultimamente è stata spesso il settore con i maggiori tassi di crescita. Anche durante la pandemia, l’agricoltura ha assicurato al Brasile una leggera crescita economica, mentre altri settori sono crollati. Per il capo economista del Banco do Brasil, Marcelo Rebelo Lopes, la partecipazione del Mato Grosso allo scenario economico mondiale è di grande importanza, soprattutto nel settore alimentare. “Ho difficoltà a vedere l’economia mondiale senza il Mato Grosso. Il tema della sicurezza alimentare è un tema sempre più rilevante da una prospettiva globale. Entro il 2050 aumenterà la domanda di generi alimentari, come in Africa e in Asia, che avranno difficoltà a produrre questi prodotti, e chi se ne occuperà saranno i grandi produttori alimentari, tra cui il Brasile. Pertanto, non ho dubbi che se pensiamo alla crescita della popolazione, agli stati che hanno bisogno di molto cibo, il peso dell’economia del Mato Grosso è molto rilevante “, è citato da O Globo. Il professore di economia dell’Università federale del Mato Grosso (UFMT), Fernando Henrique Dias, la pensa allo stesso modo. Ha detto: “Il Mato Grosso è lo Stato federale in più rapida crescita del paese negli ultimi dieci anni. Il tasso di crescita medio dello stato è stato del 3,7%, quello del Brasile dello 0,6%. Se si guarda la struttura fiscale, è anche tra le migliori del paese, oltre che tra le trasformazioni strutturali nel settore energetico, anch’ esso ben posizionato”. Nei prossimi anni, Lopes si aspetta che l’economia del Mato Grosso subisca un’integrazione per espandersi ulteriormente. “Quanto più l’economia del Mato Grosso si integra con altre economie regionali e risolve queste strozzature logistiche, tanto più lo Stato continuerà il suo processo di crescita e attirerà persone dall’esterno per occupare spazi nell’economia locale”. Il boom agricolo del Mato Grosso non è certamente inopportuno per il governo brasiliano. Non sono solo le materie prime per l’esportazione che vengono coltivate lì. Oltre alla soia e al bestiame, anche la coltivazione del     mais è tradizionalmente forte. Da esso si ricava una gran parte di etanolo. Il biocarburante viene miscelato ai combustibili fossili e alimenta gran parte della mobilità brasiliana, in particolare dei trasporti, un altro importante settore economico nei cosiddetti motori flessibili. Perché il trasporto su strada è ancora di gran lunga la modalità più utilizzata. L’80% del consumo nazionale di etanolo proviene dal Mato Grosso. Ma il boom agricolo crea anche problemi. Il Mato Grosso si trova in una posizione naturale tale da toccare tre importanti ecosistemi: le foreste pluviali dell’Amazzonia a nord, la zona umida del Pantanal a ovest e la savana del Cerrado a nord-est. Si può ben immaginare che un settore agricolo in crescita creerà pressione su questi delicati ecosistemi e lo sta già facendo. Anche i piccoli agricoltori e i gruppi indigeni sono spesso cacciati con la forza dai grandi proprietari terrieri. Regioni come il Mato Grosso, ma anche il nord-est del Brasile, sono state a lungo considerate sottosviluppate e povere – e in parte lo sono ancora oggi. Il divario economico nord-sud è ancora enorme. IL MATO GROSSO SFIDA LA POSIZIONE DI SAN PAOLO? Tuttavia, prima che lo Stato di San Paolo possa perdere la sua posizione ci vorrà ancora del tempo. Con i suoi 30 milioni di abitanti, lo Stato federale rimane di gran lunga la regione economica più forte del Brasile. Nel 2024, ha registrato un PIL di 3,5 trilioni di reais – più del potere economico totale dell’Argentina e il triplo dello Stato di Rio de Janeiro, che è al secondo posto. San Paulo è un sito industriale molto più ampio del Mato Grosso, che tuttavia ha superato lo Stato degli ex oligarchi del caffè nel settore agricolo. È interessante sapere chi ha avviato la discussione. Aldo Rebelo, che nel suo profilo X si descrive come un “uomo comune impegnato per il vero Brasile e fondatore del Quinto Movimento – un autentico movimento per la protezione del paese”, non è estraneo alla politica brasiliana. Negli ultimi decenni, il 69enne ha compiuto un’impressionante svolta politica verso destra. Da combattente di sinistra contro la dittatura militare negli anni ’70 all’avversario dichiarato del presidente Luiz Inácio Lula da Silva e della sua politica. Rebelo è stato deputato federale dal 1991 al 2015 e ha fatto carriera nel PC do B. Ha guidato la Camera dei Deputati dal 2005 al 2007, è stato ministro durante il primo mandato di Lula (PT) e ha anche fatto parte del governo Dilma Rousseff (PT) nei dipartimenti di sport, scienza e difesa . È stato segretario comunale per le relazioni istituzionali nel governo di Ricardo Nunes (MDB) a San Paolo. Nel 2017 ha lasciato il PC do B (Partido Comunista do Brasil) e ha attraversato il PSB, Solidarność, PDT e il partito di centro MDB, fino a quando nel 2025 è passato alla DC (Democrazia Cristiana) – un gruppo finora insignificante, senza deputati o senatori al Congresso, che si definisce cristiano-democratico e che sembra persino riferirsi a Konrad Adenauer e che si riferisce in parte al “Quinto Movimento” creato da Rebelo nel 2025. “O Quinto Movimento” è un libro e un concetto dell’ex ministro brasiliano che definisce un nuovo progetto di sviluppo nazionale per il Brasile dopo la pandemia. Propone la ripresa della crescita economica, la lotta alle disuguaglianze, la valorizzazione della scienza, la sovranità nazionale e la democrazia. Il fatto che lo sguardo cada su uno dei settori economici in più rapida crescita della regione, che allo stesso tempo definisce un’immagine di sé originaria del Brasile, che è una nazione agricola e sostenitrice del mondo, non è certo un caso. LA CAMPAGNA PRESIDENZIALE FA’ CAPOLINO. Perché Rebelo vuole candidarsi alla presidenza del Brasile a ottobre. La campagna elettorale non è ancora iniziata, tradizionalmente inizia ufficialmente solo nell’agosto dell’anno elettorale, cioè poche settimane prima del primo turno elettorale all’inizio di ottobre. Ma i primi candidati stanno già iniziando a posizionarsi. Si ritiene certo che il titolare Luiz Inácio Lula da Silva possa aspirare a una nuova candidatura. Potrebbe così diventare il primo politico a governare per quattro mandati. Da destra si ritiene probabile che Flávio Bolsonaro , figlio primogenito dell’ex presidente Jair Bolsonaro, lancerà il suo cappello sul ring. Tuttavia, il consigliere comunale di lunga data di Rio e successivamente senatore al Congresso non è immune da scandali. Una candidatura che almeno fa discutere la destra, perché per molti il governatore in carica di San Paolo, Tarcísio de Freitas, avrebbe migliori possibilità. Sarebbe anche un candidato più moderato di destra. Molti brasiliani sono stanchi della continua polarizzazione tra destra e sinistra e, già dalle prossime elezioni, auspicano candidati più moderati, da collocare piuttosto al centro. Oppure si candida Michele Bolsonaro, patrigno di Flávio? Si dice che abbia un buon legame con le chiese evangeliche pentecostali, un importante gruppo di elettori in Brasile. Tuttavia, finora non ha avuto alcuna esperienza in una carica politica importante. Continuano ad agire come candidati Ratinho Júnior (PSD), Romeu Zema (Novo), Ronaldo Caiado (PSD), Ciro Gomes (PSDB), Pablo Marçal (PRTB), Eduardo Leite (PSD), Rui Costa Pimenta (PCO), Cabo Daciolo (Sem partido) e Renan Santos (Missão). Di questi, almeno tre sono interessanti ad una analisi più approfondita. Ciro Gomes è un campione indiscusso tra i candidati, ha già fatto diversi tentativi, ma finora non ha avuto alcuna possibilità. Romeu Zema è stato eletto quattro anni fa governatore dello stato del Minas Gerais, anch’ esso economicamente importante. Gode di grande prestigio tra molti brasiliani, anche se probabilmente gli manca il fascino nazionale. Lo stesso è stato affermato quattro anni fa da Eduardo Leite, dello Stato di Rio Grando do Sul. Nel frattempo, il 40enne è stato in grado di dimostrare di essere un bravo manager in tempo di crisi quando, nella primavera del 2024, il suo Stato è stato colpito da un’alluvione devastante. Questo dovrebbe averlo reso noto anche in altre parti del Brasile. Tutti gli altri candidati, tra cui Aldo Rebelo, dovrebbero invece rimanere senza chance. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI FILOMENA SANTORO. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Andreas Nöthen
March 13, 2026
Pressenza
Dal caporalato nei campi al caporalato metropolitano: il lavoro sfruttato cambia forma, non sostanza
Abbiamo partecipato giovedì 19 febbraio al Tavolo nazionale sul caporalato, portando per la prima volta la necessità di estendere il ragionamento sul caporalato ad altri settori, a partire da quello dei rider e del lavoro tramite piattaforme digitali. Dopo aver denunciato la grave dissipazione di risorse pubbliche legate ai fondi del […] L'articolo Dal caporalato nei campi al caporalato metropolitano: il lavoro sfruttato cambia forma, non sostanza su Contropiano.
February 22, 2026
Contropiano
Palestina, resistere sulla terra. Intervista a Mauro Van Aken. Seconda parte
Link alla prima parte dell’intervista. L’atteggiamento di cui parlavi poco fa è come chinare il capo per assoggettarsi a qualcosa di più grande. È chinare il capo o anche alzarlo, perché tutte queste fasi segnalano i tipi di freddo e di vento che annunciano la fase dopo o i tipi di prestito da una fase all’altra. Anche noi abbiamo avuto queste modalità di calendario agricolo che ci permettevano di leggere altri attori, di leggere i venti, la terra, i tipi di acqua, leggere cosa fanno uccelli e insetti perché anticipano cose che noi non sappiamo e sentiamo. Allora ci si rende conto che parlare di quei semi vuol dire parlare di saperi, di sapere come si è coinvolti nel cambiamento atmosferico – cosa molto interessante per una società come la nostra, coinvolta nei cambiamenti climatici, dove ci chiediamo che senso ha il tempo oggi. Noi giochiamo più su una cosmologia, su una linea di mondo dove la terra è distaccata dal cielo e se serve abbiamo il Meteo, ma non abbiamo più quella facilità di riconoscere le relazioni ecologiche locali. Una cosa tipica della Palestina, certificata a livello scientifico, è l’incredibile variabilità e imprevedibilità delle piogge anche tra valle e valle. Il calendario al-murba’nia era addomesticato di valle in valle e di esposizione in esposizione. Era un modo per orientare i lavori da fare e soprattutto per stoccare più acqua possibile; ci sono fino a tre arature in questi orti, per alcune colture fino a quattro, sono arature fatte in senso contrario, in piccole balze di terra, dove si ara per stoccare in profondità più acqua possibile. I semi baali erano quelli che crescevano anche se poi non pioveva più; le piante di pomodoro, ad esempio, continuano a crescere senz’acqua fino a giugno. Questo ci racconta cosa hanno fatto gli agricoltori palestinesi per navigare le incertezze piovane e selezionando semi che potessero dare sicurezza alimentare anche con poca acqua. Tutte le forme agricole locali sapevano che dovevano familiarizzare una serie di attori, di agenti, un vivente che è attorno, con i suoi ritmi, le sue familiarità, abitudini, i suoi rischi e le sue imprevedibilità. In un contesto come quello palestinese, la cultura contadina e agro-pastorale ha molto a che fare con il saper navigare l’incertezza – cosa di cui noi abbiamo tantissimo bisogno. Anche noi abbiamo subìto un processo di colonizzazione economica, morale e sociale, solo che anziché resistere abbiamo ceduto e ora, di fronte alle grandi incertezze contemporanee, siamo spaesati. Sono temi con cui l’antropologia ha familiarità, nell’osservare soprattutto le forme di common in altri contesti e la difficoltà di mantenere la loro autonomia. Le forme comunitarie sono forme di protezione e adattabilità al cambiamento molto importanti. C’è una specificità però che mi colpisce sempre: vedere come giovani attivisti o giovani studiosi colleghino le questioni ecologiche alla questione coloniale. Mi colpisce vedere come colgono qualcosa che tanto mondo adulto non coglie. Un aspetto centrale, che mostrano anche alcuni studiosi dissidenti israeliani, tra cui Weizman, è la modalità con cui il modello stesso di sviluppo, agro-business e gestione del territorio, sperimentazione, inventarsi e far fiorire il deserto, mostra molto bene il contesto israeliano coloniale che passa attraverso l’idea di una natura a disposizione, una fede messianica nelle tecnologie e nell’uomo come unico attore eccezionale e sempre più suprematista. Mostra anche l’incapacità di leggere le relazioni ambientali in un contesto dove la linea dell’aridità sta salendo. Le forme di gestione ambientale, che fosse agricoltura o forestazione, hanno talmente indebolito quei territori rispetto ai cambiamenti ambientali in corso da fare della questione ecologica un elemento centrale. C’è un processo di desertificazione che va avanti e sarebbe la prima lotta a cui pensare per un Paese come Israele e per tutti i suoi vicini, ma in nome del fossile con cui si può desalinizzare l’acqua si continua con lo stesso modello prevaricante. Quell’amplificazione dei processi di desertificazione che lì si sta mostrando accomuna grossa parte dell’area in cui avanza la linea della desertificazione che va dalla Mauritania fino all’India e sale proprio per i processi modernisti agricoli che non riescono a rendersi flessibili. La linea dell’aridità coincide anche con la linea di tutti i contesti migranti, di contrabbando di migranti, di collassi statali, di profonda instabilità e accentuazione delle ineguaglianze, tutte profondamente correlate. Weizmann, a partire dal caso del Negev in Israele, dice che al di là dello spettacolo modernista, delle serre agricole e dell’invenzione della micro irrigazione, s’è costruita la desertificazione a partire da un modello di agricoltura incapace di leggere il vivente. A me ha parlato molto questa correlazione esplicita, perché il mito di far fiorire il deserto si è costruito immettendo un’idea di natura che ha espropriato altri saperi e altri indigeni, li ha completamente invisibilizzati, mentre anche solo un secolo fa, Vulcani poteva dire qualcosa di completamente diverso e dedicare un libro a quei saperi. Pensando a quello che è ancora possibile, mentre ero a Battir, una cosa che mi colpiva era vedere gruppi di pacifisti israeliani che cercavano cibo baladii palestinese perché lo ritenevano migliore rispetto alla produzione dell’agro-business israeliano, oltre a farlo come sostegno politico agli agricoltori locali a rischio di esproprio. Gli attivisti aiutavano a lavorare quei terreni, andavano come forze di interposizione, ad esempio a costruire recinti. Costruire recinti era una questione centrale perché secondo una tecnica antica utilizzata da tanti colonialismi e ora riattivata in nome del Green, si rilascia il selvatico, cinghiali e caprioli, che si mangiano tutti i germogli. Questi gruppi di attivisti rischiavano una multa, niente di più – perché secondo la legge israeliana non potevano comprare cibo nei territori occupati – ma erano presenti in rapporti di amicizia ed erano proprio quelli che superavano dei ponti e che sono stati i più censurati, dato che tutta l’occupazione giocava sul rendere l’altro invisibile. Questo è importante, ci mostra come il cibo sia non solo un connettore ma quanto sia politico per i palestinesi e apra tantissime altre porte. Il cibo è ripensare relazioni ecologiche che mettono assieme quel territorio, molto piccolo, in cui la questione centrale da affrontare è quella della vulnerabilità comune ai cambiamenti ambientali e all’ingiustizie, ma che viene sorvolata completamente. Sembra un nuovo possibile paradigma, una società basata sul valore della sovranità alimentare. Certo, però lì dire sovranità alimentare pone la questione di chi è sovrano e dove, perché è proprio il cibo che ha permesso la non sovranità. Le filiere del cibo sono cibo, terra, acqua, saperi e anche economie morali di quei saperi, forme di common. Come per la Palestina, tante esperienze di colonialismo hanno mostrato che ci si mette molto poco a distruggere le forme di gestione comune locali, ma molto più difficile è ricostruirle, perché si creano profonde gerarchie e si perdono i saperi. In tanti casi puoi ritrovare le culture, puoi ritrovare un vecchio tipo di patata, ma non per forza trovi i saperi e non per forza trovi la filiera. Allo stesso tempo, nei contesti contadini c’è profonda resilienza, rimangono le cose che hanno una loro storia sensata, che abbassano i rischi, familiari in contesti locali. La melanzana Battir ad esempio. Battir è il nome del paese e anche della melanzana, prodotta da semenze baali e riconosciuta come una rarità di melanzane tra le migliori per essere fatte ripiene, tanto che quella melanzana, quando ha possibilità di esportazione e non ci sono blocchi commerciali di Israele, è esportata in tutta la diaspora fino agli Stati Uniti. Viaggiano, perché sono sapori unici che raccontano storie. Melanzana battir. Foto di Mauro Van Aken In questo momento mi sembra fondamentale preservare i saperi locali. Tutto ci sta portando verso uno scontro globale, ma non abbiamo la forza per affrontarlo se non sappiamo nemmeno produrre cibo in autonomia. Si, ma abbiamo anche bisogno dei pensieri relazionali perché la realtà, gli ecosistemi, la società, sono relazionali. Adesso sembra tutto costruito in blocchi ed è per questo che è così centrale un contesto come quello palestinese, perché nella trasmissione di tanti saperi non è di natura che si sta parlando ma di relazioni, di soggetti ambientali ed è lì il passaggio cruciale, sapere che non siamo indipendenti, ma interdipendenti. L’ultimo libro di Edward Said, “Sotto lo stesso cielo”, mi parla molto come metafora, perché quando penso a sotto lo stesso cielo in quelle terre lì, penso a sotto lo stesso cambiamento ambientale, atmosferico, penso a Baal. Sotto lo stesso Baal dei tempi nostri, quello che rimane nelle semenze, che ha trattenuto il suo senso lì e che è ancora pensato in relazione all’essere interdipendenti riguardo alle incertezze del tempo atmosferico in un contesto dove le incertezze politiche sono tante. Gli agricoltori locali palestinesi sono grandi navigatori di incertezze.             Giada Caracristi
February 13, 2026
Pressenza