Filiera agricola e ingiustizia climaticaL’ALLAGAMENTO DEL GHETTO DI TORRETTA ANTONACCI, FOGGIA, E LA MORTE DI ALAGIE
SINGATHE NON SONO TRAGEDIE ISOLATE. RENDONO VISIBILE IL LEGAME TRA CAMBIAMENTO
CLIMATICO, REGIME DEL LAVORO MIGRANTE E FORME DELL’ABITARE ALLA BASE DEL SISTEMA
ALIMENTARE CONTEMPORANEO E DELLA RIDEFINIZIONE DELL’AGRICOLTURA ITALIANA
Ortogentile, Bari. “Sfruttazero” in Puglia, che coinvolge anche lavoratori
migranti, dimostra da diversi anni che è possibile creare esperienze comunitarie
e di agricoltura diversa
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Le immagini[1] che nei giorni scorsi sono arrivate dal “ghetto” di Torretta
Antonacci, Foggia, hanno una potenza dirompente. Stradine sommerse, le porte dei
container e delle baracche chiuse nel tentativo di tenere fuori l’acqua.
Centinaia di persone bloccate nel fango, senza soccorsi adeguati, senza vie di
fuga, senza alcuna protezione da parte delle istituzioni. Il gesto —
probabilmente vano — di mettere in salvo le poche cose che si possiedono. Quelle
immagini sono uno squarcio nella normalità. Rendono visibile qualcosa a cui non
siamo abituati a pensare. Già. Negli ultimi anni ci siamo abituati alle immagini
del nostro territorio devastato da eventi climatici estremi, sempre più
frequenti. Dopo le immagini e i titoli dei giornali, puntuali arrivano le voci
degli agricoltori, delle loro associazioni e confederazioni, che invocano
ristori e intervento pubblico. E ci ricordano il legame tra clima, agricoltura e
territori.
Ma i braccianti? Dove sono i braccianti e le braccianti in questo quadro? Chi
avrebbe inserito un bracciante nell’immagine che si forma nella sua mente
ascoltando la notizia dei danni causati dal maltempo nell’area tra Abruzzo,
Molise e Puglia. Ecco: le immagini del ghetto sommerso dall’acqua li ricollocano
al loro posto. Gridano: ci siamo anche noi. Il lavoro agricolo è dentro quella
foto. E c’è nei ghetti rurali che costellano le nostre campagne, oggi casa per
una parte rilevante di quel lavoro. Non possiamo continuare a lasciarlo fuori
quando parliamo di cambiamento climatico.
Se le immagini del ghetto allagato sono uno squarcio, la notizia che arriva
l’indomani è un grido. Alagie è morto. Si è tolto la vita, da solo, in un
casolare. Viveva nel ghetto. Aveva 29 anni, veniva dal Gambia. Lavorava come
bracciante agricolo nelle campagne del foggiano e viveva a Torretta Antonacci da
qualche anno. Già durante il Covid aveva consegnato la fotocopia dei suoi
documenti ai delegati sindacali dell’Unione Sindacale di Base che animano lo
sportello attivo nel ghetto nella speranza di ottenere un documento. “L’ultima
volta che l’abbiamo registrato era in attesa della commissione. Gli serviva un
certificato di residenza che ovviamente non aveva, ma all’epoca la Questura
accettava ancora la residenza fittizia al campo. Poi più nulla»., racconta
Francesco Caruso[2]. “Ultimamente era molto giù perché temeva di non riuscire
ancora ad ottenere il permesso di soggiorno”, ricorda Don Nazareno Galullo[3].
Non sappiamo cosa abbia spinto Alagie al gesto estremo, né quale sia stata la
connessione con quanto accaduto il giorno prima. Ma non è un caso che non lo
sappiamo. Quante domande dovremmo farci sulle storie dei lavoratori e delle
lavoratrici migranti: su cosa hanno vissuto, su cosa li ha spinti a partire, su
cosa hanno lasciato e su cosa li spinge ogni giorno ad affrontare la vita che
fanno. Conosciamo però il contesto in cui Alagie viveva e il suo malessere,
legato alla lunga e interminabile attesa di un documento; un permesso di
soggiorno vissuto come possibile fine delle sofferenze, come primo passo verso
un altro futuro. La sua morte non è la prima in un ghetto agricolo italiano. La
storia dell’agricoltura italiana degli ultimi decenni è costellata di morti di
giovani uomini e donne di origine africana e asiatica. La sua morte, come quelle
che l’hanno preceduta, non è una morte individuale. È il prodotto di un sistema
agricolo e agroalimentare. E ci ricorda che gran parte di quel lavoro oggi è di
origine migrante: senza documenti, senza permesso di soggiorno, o sospeso in una
precarietà continua legata alle condizioni di permanenza nel nostro paese.
Clima, agricoltura e lavoro: dalla crisi alla ristrutturazione
Cambiamento climatico, agricoltura e cibo sono legati a doppia mandata. Da un
lato, l’agricoltura e i sistemi agroalimentari contribuiscono in modo rilevante
al cambiamento climatico. Tra produzione agricola, allevamenti intensivi,
fertilizzanti chimici, trasformazione industriale, trasporti e distribuzione, il
sistema agroalimentare globale è responsabile di circa un terzo delle emissioni
di gas serra, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e
l’agricoltura (FAO)[4]. Dall’altro lato, il cambiamento climatico colpisce
l’agricoltura in modo diretto e crescente: alluvioni improvvise, siccità
prolungate, ondate di calore, per non citare che gli eventi più evidenti,
ridisegnano i cicli produttivi, mettono a rischio i raccolti, aumentano
l’incertezza e la fragilità dei territori rurali. È un circuito che si
autoalimenta: l’agricoltura contribuisce alla crisi climatica e la crisi
climatica destabilizza l’agricoltura. Ma se vogliamo smettere di inseguire gli
eventi e reagire alle tragedie, dobbiamo fare un salto di qualità. Dobbiamo
passare dal cambiamento climatico come impatto al cambiamento climatico come
ristrutturazione. Finché lo leggiamo come una successione di eventi estremi —
alluvioni, siccità, ondate di calore — restiamo dentro una logica emergenziale:
contiamo i danni, invochiamo ristori, ricostruiamo, e poi aspettiamo l’evento
successivo. Il cambiamento climatico, invece, sta già ristrutturando i processi
produttivi, ridisegnando le campagne, trasformando le relazioni sociali dentro
cui si produce il cibo.
Cosa significa tutto questo per i processi produttivi? Quale ristrutturazione e
quali cambiamenti sta promuovendo nella produzione agricola, nelle nostre
campagne, nelle relazioni sociali di produzione e riproduzione? Innanzitutto,
una crescente instabilità dei cicli agricoli: raccolti anticipati o posticipati,
stagioni sempre meno prevedibili, perdita improvvisa di produzioni, necessità di
concentrare il lavoro in finestre temporali più brevi e intense. A questa
incertezza il sistema risponde scaricando flessibilità sul lavoro: disponibilità
immediata, ritmi più serrati, compressione dei tempi, riduzione delle tutele.
Cambiano anche gli assetti territoriali: alcune colture si spostano, altre si
intensificano, altre ancora diventano sempre più dipendenti da irrigazione,
chimica e controllo tecnologico. Le campagne si trasformano e con esse i
processi produttivi e le condizioni del lavoro ad essi associati. Aumenta,
infine, la competizione lungo la filiera: quando i margini si riducono e i
rischi crescono, la pressione si scarica verso il basso, sui piccoli produttori
e ancora di più sul lavoro agricolo. È qui che la precarietà diventa
strutturale, che il lavoro informale si espande, che i ghetti rurali continuano
a essere funzionali a un sistema che ha bisogno di forza lavoro disponibile,
mobile e a basso costo.
I ghetti come infrastruttura del regime di lavoro
I ghetti rurali non nascono oggi. Sono il prodotto della ristrutturazione
dell’agricoltura che, dagli anni Ottanta in poi, ha ridisegnato le campagne
italiane e le relazioni sociali dentro cui si produce il cibo.
L’intensificazione delle colture, l’integrazione nelle filiere agroindustriali,
la pressione sui prezzi esercitata dalla distribuzione, la competizione
internazionale hanno trasformato profondamente l’organizzazione del lavoro
agricolo. In questo processo, il ricorso a forza lavoro migrante stagionale,
flessibile e a basso costo è diventato strutturale[5].
Dentro questa trasformazione, anche le forme dell’abitare sono diventate parte
integrante del regime di lavoro[6]. Casolari abbandonati, insediamenti
informali, baraccopoli costruite ai margini delle aree produttive hanno assunto
una funzione precisa: concentrare manodopera disponibile, ridurre i costi di
riproduzione del lavoro, garantire prossimità ai campi e massima flessibilità.
In Capitanata, come in molti altri territori agricoli, i ghetti sono diventati
uno degli elementi più visibili — proprio perché centrali — di questo regime.
Rendono evidente qualcosa che spesso resta sullo sfondo: l’importanza decisiva
dell’abitare nei regimi del lavoro agricolo contemporaneo. Mostrano, in forma
estrema, che dove e come si vive non è separato da dove e come si lavora. La
disponibilità della forza lavoro, la sua mobilità, la sua ricattabilità passano
anche attraverso le forme dell’abitare. E questo vale anche quando le forme
dell’abitare sono meno visibili. Affitti sovraffollati, alloggi temporanei,
sistemazioni informali diffuse nei centri peri-urbani e rurali, ospitalità
precarie legate al lavoro stagionale: anche queste configurazioni fanno parte
dello stesso regime. Il ghetto ne è la forma più estrema e più visibile, ma non
l’unica.
Ma i ghetti non sono soltanto infrastrutture dello sfruttamento. Sono anche
spazi di vita, di relazioni, di ricostruzione quotidiana. Come coglievano già
gli Almamegretta in Sciosce Viento[7], sono anche tentativi di rifare casa, di
ricreare comunità per persone la cui casa è lontana migliaia di chilometri.
Dentro baracche e casolari si condividono cibo, informazioni sul lavoro,
contatti, sostegno reciproco; si costruiscono reti di solidarietà, forme di
mutuo aiuto, microeconomie informali che permettono di resistere a condizioni
altrimenti insostenibili. I ghetti sono dunque luoghi densi di ambivalenza nelle
relazioni sociali: spazi in cui oppressione e solidarietà viaggiano lungo un
confine tenue, intrecciandosi in modi che rendono difficile separare
analiticamente due forze che immaginiamo opposte. Lo stesso spazio che rende
possibile lo sfruttamento può diventare anche spazio di protezione reciproca; la
stessa precarietà che espone al ricatto può generare cooperazione e
organizzazione dal basso.
E questa ambivalenza attraversa anche altre forme dell’abitare contemporaneo dei
lavoratori e delle lavoratrici migranti, in agricoltura e oltre: alloggi
condivisi, ospitalità temporanee, reti informali di accoglienza, soluzioni
precarie che al tempo stesso espongono a vulnerabilità e permettono forme di
sostegno reciproco. Spazi in cui la riproduzione della forza lavoro si
costruisce quotidianamente tra dipendenza e autonomia, tra sfruttamento e
solidarietà, tra isolamento e comunità. Per questo, quando ci interroghiamo
sulle trasformazioni in corso, i ghetti ci ricordano che non possiamo limitarci
a un’astratta logica del “capitale”. Dobbiamo guardare alle tensioni che
attraversano questi spazi: ai conflitti, alle pratiche di resistenza, alle forme
di solidarietà che emergono dentro il lavoro agricolo contemporaneo. È dentro
questo intreccio — tra capitale e lavoro, tra dominio e cooperazione, tra
vulnerabilità e capacità collettiva — che si gioca una parte decisiva delle
trasformazioni in corso.
Permesso di soggiorno, residenza, diritto ad abitare
Se non vogliamo interrogarci per motivi fini a sé stessi, dobbiamo farlo dentro
la prassi politica. Gli eventi di questi giorni restituiscono con chiarezza i
soggetti e gli spazi da cui può partire una battaglia per un sistema agricolo,
agroalimentare e sociale più giusto. Una politica di classe oggi non può che
partire dai lavoratori e dalle lavoratrici migranti, dai loro bisogni più
immediati, dalle condizioni materiali dentro cui vivono e lavorano. La storia di
Alagie, i suoi turbamenti legati all’attesa di un documento, sono la cifra di un
malessere più diffuso che ha un’origine precisa. Non c’è lotta di classe oggi —
in agricoltura e oltre — che non passi dalla lotta per il permesso di soggiorno.
Che si tratti di una sanatoria, come in Spagna, o di una trasformazione profonda
delle politiche migratorie capace di spezzare il legame tra permesso di
soggiorno e lavoro, bisogna partire da qui. Il permesso di soggiorno è,
banalmente ma concretamente, il diritto ad avere diritti.
Accanto a questo, è necessario aprire un fronte di lotta sulla residenza
anagrafica. In un contesto in cui per molti lavoratori l’unica possibilità
abitativa resta quella dei ghetti o delle sistemazioni informali, la residenza
anagrafica diventa uno strumento decisivo: consente l’accesso alla sanità, ai
servizi, a partire da un conto corrente e dai servizi bancari, al lavoro
regolare, alla mobilità, alla casa. Senza residenza e senza documenti, la
precarietà del lavoro si salda a quella dell’abitare e si riproduce.
Le rivendicazioni avanzate in questi giorni da organizzazioni sindacali e
sociali vanno esattamente in questa direzione: da un lato, soluzioni abitative
dignitose, superamento dei ghetti e assunzione di responsabilità pubblica sulla
casa, come hanno ribadito l’USB e la FLAI CGIL; dall’altro la necessità di
affrontare strutturalmente lo sfruttamento del lavoro agricolo, la precarietà
contrattuale, il caporalato, e di portare la vertenza dei braccianti al centro
dell’agenda politica anche a livello europeo. Sono rivendicazioni fondamentali,
che vanno sostenute e rilanciate[8]. Rivendicare a gran voce soluzioni abitative
è tanto più necessario se si considera che il PNRR aveva stanziato centinaia di
milioni di euro per il superamento degli insediamenti informali — una misura che
aveva fatto sperare si potesse finalmente prendere atto del fatto che questi
insediamenti hanno perso ogni carattere stagionale, trasformandosi in veri e
propri villaggi, se non città, e intervenire di conseguenza in modo adeguato.
Portare il tema dello sfruttamento al cuore dell’agenda dell’UE è un atto
politico dovuto, di fronte alla ormai chiara consapevolezza che lo sfruttamento
del lavoro migrante è un elemento strutturale del sistema agroalimentare non
solo in Italia ma a livello europeo — se non globale — e che per affrontarlo
servono politiche migratorie e del lavoro in aperta controtendenza rispetto alle
recenti riforme varate a Bruxelles.
Ma il punto decisivo è da dove partire. Non da astrazioni o modelli ideali, ma
dalle persone che oggi lavorano nei campi e abitano questi spazi. Dalle loro
richieste immediate: documenti, residenza, accesso ai servizi — a partire da un
conto corrente e dai servizi bancari — casa e lavoro dignitoso. La sequenza non
è indifferente. A cosa servono case vere e lavori dignitosi se lavoratori privi
di permesso di soggiorno o di una preliminare residenza continuano a essere
spinti ai margini, costretti alla precarietà e impossibilitati a sottoscrivere
contratti di affitto o di lavoro? E a cosa servono rivendicazioni anche giuste
se non si parte dal sostegno alle domande immediate dei lavoratori e delle
lavoratrici, se non si generano processi che li mettano in condizione di
diventare protagonisti della lotta, liberi di scegliere della propria vita — e
liberi, se lo desiderano, anche di vivere e lavorare altrove?
Solo a partire da qui può prendere forma una battaglia più ampia: per politiche
abitative degne di questo nome, capaci di garantire una casa alla classe
lavoratrice su cui si regge un settore cruciale della nostra economia; e per
forme di lavoro dignitoso, sottratte alla precarietà strutturale che segna
l’agricoltura contemporanea.
Dopo l’acqua
A Torretta Antonacci l’acqua prima o poi si ritira. Il fango si secca. Le
baracche vengono rimesse in piedi. Le persone tornano nei campi. Ma le
condizioni restano. Restano i ghetti. Resta il lavoro precario. Resta l’attesa
di un documento. Resta l’assenza di alternative abitative. Resta un sistema
agricolo che continua a reggersi sulla totale precarietà. E allora la domanda
non è cosa è successo lì. La domanda è perché continuiamo a permettere che
succeda. E soprattutto cosa significa, oggi, cambiare davvero.
Significa partire dalle persone che abitano questi luoghi. Dai lavoratori e
dalle lavoratrici migranti che tengono in piedi interi segmenti della produzione
agricola. Dalle loro richieste più immediate: permesso di soggiorno, residenza,
accesso alla casa e al lavoro dignitoso, e accesso ai servizi – a partire da un
conto corrente e dalla possibilità di esistere formalmente dentro lo spazio
sociale ed economico in cui già vivono.
Significa anche avere l’audacia di guardare oltre le tragedie, di leggere il
cambiamento climatico non solo come emergenza ma come ristrutturazione, di
interrogare il modo in cui si produce il cibo, si organizza il lavoro e si
costruiscono le forme dell’abitare nelle campagne, all’interno delle forme che
prende il conflitto di classe nell’attuale congiuntura. Solo a partire da qui
possono prendere forza reale le rivendicazioni per il superamento dei ghetti,
per politiche abitative pubbliche, per il contrasto allo sfruttamento, per la
redistribuzione del valore lungo la filiera agroalimentare. Solo così la
transizione ecologica smette di essere uno slogan e diventa trasformazione reale
delle campagne.
Perché se accettiamo che alcune vite siano sacrificabili per tenere basso il
prezzo del cibo, non stiamo solo tollerando un’ingiustizia. Stiamo accettando un
modello agricolo fondato sulla precarietà. Stiamo accettando una transizione
climatica costruita sulle disuguaglianze. Stiamo decidendo che tipo di sistema
alimentare vogliamo sostenere. E, in fondo, che tipo di società vogliamo essere
davvero.
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[1]
https://www.facebook.com/FoggiaToday/videos/braccianti-bloccati-a-torretta-antonacci/938948445525978/
[2]
https://ilmanifesto.it/torretta-antonacci-i-dannati-dei-campi-tra-fango-e-gelo
[3]
https://www.avvenire.it/attualita/il-dramma-del-bracciante-alagie-29-anni-che-si-e-impiccato-nella-baraccopoli_106739
[4] https://openknowledge.fao.org/items/d4c93ed3-7a63-47f3-a29f-ced0458bd5dc
[5]
https://www.taylorfrancis.com/books/edit/10.4324/9781315659558/migration-agriculture-alessandra-corrado-domenico-perrotta-carlos-de-castro
[6] https://www.torrossa.com/it/resources/an/5320868
[7] https://www.youtube.com/watch?v=KQD9FvyvClY
[8]
https://www.usb.it/leggi-notizia/torretta-antonacci-un-bracciante-trovato-morto-impiccato-nel-ghetto-ieri-lalluvione-oggi-un-corpo-senza-vita-fino-a-quando-1718.html
https://www.flai.it/primo-piano/torretta-antonacci-le-vite-dei-migranti-vengono-spremute-come-i-pomodori-che-raccolgono/
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LEGGI ANCHE:
> Alluvioni tra le baracche
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