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La Lombardia punta sui data center, l’affare che divora risorse e territori
67 impianti già attivi, altri in fase di progettazione. Sabato la prima protesta in provincia di Pavia A Lacchiarella, in provincia di Pavia, sabato prossimo alle 10 ci sarà una delle prime manifestazioni contro la costruzione di un data center in Italia, organizzata dal Comitato di Ciarlasco. Ultimo atto di un processo di organizzazione dal basso contro la diffusione incontrollata di data center che da mesi coinvolge l’intero territorio della Lombardia. Negli ultimi anni la regione è diventata, suo malgrado, il nuovo hub del Sud Europa per la costruzione di data center, impianti dedicati alla raccolta, archiviazione ed elaborazione dei dati per l’intelligenza artificiale. I data center di grandi dimensioni progettati per sostenere un incremento continuo della domanda, sono strutture fortemente energivore che hanno un impatto dirompente sulla salute e il territorio. Di recente, il rapporto «Environmental cost of AI’s energy use: carbon, water and land footprints» della United nations university, ha reso noto che, entro il 2030, i data center arriveranno a consumare 945 terawattora di elettricità all’anno, quasi il triplo del consumo combinato di Pakistan, Bangladesh e Nigeria (650 milioni di abitanti). Leggi l'articolo su "Il Manifesto" Sul tema sono stati ospiti di Radio3 Scienza Giovanna Sissa, docente di sostenibilità ambientale dell'ICT al Dottorato di ricerca STIET dell'Università di Genova e autrice di "Le emissioni segrete. L'impatto ambientale dell'universo digitale" (Il Mulino, 2024) ed Eugenio Morello, docente di tecnica e pianificazione urbanistica presso il Politecnico di Milano. Ascolta l'intervista Your browser does not support the audio tag. Su Raiplay Play Sound si può ascoltare la puntata completa
AI Data Centers & Our Communities. Le mappe della protesa negli USA
Ve la ricordate Erin Bronkovich? E' la donna nota per la causa intentata contro la Pacific Gas & Electric nel 1993 per la contaminazione con cromo esavalente delle acque della città di Hinkley in California per oltre 30 anni. La vinse: il colosso dell'energia è stato costretto a pagare il più grande risarcimento nella storia degli Stati Uniti: 333 milioni di dollari. Poi ne fecero anche un film con Julia Roberts. La sua ultima iniziativa a protezione dell'ambiente e dei diritti dei cittadini si chiama "Brockovich AI Data Center Reporting", si tratta di un progetto per mappare le costruzioni di data center negli Stati Uniti e l'impatto che questi hanno sull'ambiente e sulla vita della popolazione circostante. Il progetto raccoglie le segnalazioni di nuovi progetti di costruzione di Data-center o di impatti negativi sulla popolazione di Data-center esistenti. Le principali preoccupazioni relative ai data center per l'intelligenza artificiale messi in luce dal progetto sono: consumo energetico, comumo idrico, produzione di rifiuti elettronici, rischi legati alla localizzazione, inquinamento acustico. Nel sito sono presenti diverse mappe geografiche con la localizzazione dei data-center o progetti di costruzione, almeno quelli censiti, tematizzate per tipo. Il progetto mette in risalto i successi ottenuti da amministratori e cittadini che si sono opposti alla costruzione di questi nuovi eco-mostri. Consiglio di esprorare il sito Abbiamo già segnalato l'opposizione alla costruzione di nuovi Data-center
La sfida dei data center spaziali
Immagine in evidenza rielaborata con Intelligenza Artificiale I data center divorano l’1,5% dell’elettricità mondiale. Per la precisione: 415 terawattora nel 2024. L’equivalente di quasi l’intero consumo annuo di energia elettrica di una nazione come la Francia. Ma è una quota destinata a più che raddoppiare entro il 2030, spinta soprattutto dall’intelligenza artificiale generativa, che l’Agenzia Internazionale dell’Energia identifica come “il fattore più importante” di questa crescita. Le reti elettriche globali sono già sotto pressione, ma la costruzione di nuove linee di trasmissione richiede dai quattro agli otto anni nei paesi più avanzati. Nel frattempo, la domanda di calcolo aumenta così velocemente che nessuna infrastruttura terrestre riesce a stare al passo. È in questo contesto che governi e aziende tecnologiche hanno cominciato a guardare allo spazio. Del resto, lo spazio offre energia solare continua senza competere con le reti terrestri, la possibilità di sfruttare il raffreddamento passivo nel vuoto senza consumare acqua e di elaborare i dati direttamente a bordo dei satelliti che li raccolgono, senza doverli trasmettere integralmente a Terra. Quello che sembrava fantascienza è diventato, nel giro di pochi anni, un programma industriale con date, contratti e lanci già effettuati. A maggio 2025, la Cina ha lanciato i primi satelliti di una costellazione per l’elaborazione dei dati direttamente nello spazio. Nella stessa direzione si stanno muovendo anche gli Stati Uniti. Le due grandi potenze hanno avviato programmi concreti, ancora in parte sperimentali, per portare calcolo e archiviazione oltre il cielo. Si tratta, però, di un salto tecnologico con una conseguenza politica: in futuro, i dati più strategici di governi, eserciti e grandi aziende potrebbero non trovarsi più in nessuna nazione. I PROGETTI A STELLE E STRISCE I satelliti producono quantità enormi di dati, spesso troppo grandi per essere inviati interamente sulla Terra in tempo reale. Processarli in orbita riduce la latenza e la dipendenza dalle stazioni terrestri. Hewlett Packard Enterprise ha dimostrato la fattibilità di questo approccio con il programma Spaceborne Computer. La multinazionale statunitense, leader nelle soluzioni tecnologiche edge-to-cloud (in cui l’elaborazione dei dati avviene in parte sul dispositivo remoto e in parte sui server centrali), ha installato server commerciali standard sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) nel 2017, 2021 e 2024. Questo ha permesso di ridurre fino al 90% il volume dei dati da trasmettere a Terra. In un’intervista a Via Satellite (novembre 2025), Clint Crosier, già responsabile della pianificazione della U.S. Space Force e oggi direttore Aerospace & Satellite Solutions di AWS, ha illustrato i risultati pratici. In un test con la startup italiana D-Orbit, elaborare i dati direttamente a bordo del satellite ha permesso di trasmettere a Terra solo le immagini realmente utili: il satellite ha continuato a soddisfare tutti i requisiti della missione usando il 42% in meno di banda. Liberando quella banda, lo stesso satellite può inviare quasi il doppio dei dati utili senza alcuna modifica all’hardware. Il vantaggio per le applicazioni militari è evidente (non a caso, il Department of Defense Space Strategy statunitense identifica lo spazio come dominio operativo a tutti gli effetti). Gli Stati Uniti stanno inoltre sviluppando la Proliferated Warfighter Space Architecture (PWSA) della Space Development Agency (SDA): una costellazione di centinaia di piccoli satelliti in orbita bassa interconnessi otticamente. Una flotta progettata per garantire comunicazioni resilienti e rilevamento missilistico anche in caso di attacchi a infrastrutture terrestri. A dicembre 2025, la SDA ha assegnato contratti per circa 3,5 miliardi di dollari per la costruzione di altri 72 satelliti di tracciamento missilistico. La logica strategica è chiara: in uno scenario di conflitto, gli impianti e le installazioni a terra sono tra i primi obiettivi a essere colpiti. Una capacità di calcolo dislocata nello spazio, interconnessa otticamente e ridondante offre invece maggiore sicurezza e una continuità operativa difficilmente replicabile sulla Terra. LA CINA ACCELERA: LA THREE-BODY COMPUTING CONSTELLATION Dagli Stati Uniti alla Cina. Come già accennato, il 14 maggio 2025 la Repubblica Popolare ha lanciato i primi 12 satelliti della Three-Body Computing Constellation, sviluppata dall’istituto di ricerca Zhejiang Lab e dall’azienda ADA Space di Chengdu. Ogni satellite offre 744 TOPS (tera-operazioni al secondo) e l’intera rete è progettata per espandersi fino a 2.800 satelliti, con una potenza computazionale complessiva di 1.000 peta-operazioni al secondo, paragonabile per ordine di grandezza ai supercomputer terrestri più potenti. I satelliti sono collegati da link laser inter-satellite (un collegamento che usa fasci di luce laser per trasmettere dati direttamente da un satellite all’altro), alimentati da pannelli solari e raffreddati passivamente dal vuoto, eliminando i costosi sistemi di raffreddamento a liquido dei data center terrestri. Secondo un piano quinquennale citato dall’emittente televisiva cinese CCTV e ripreso dalla Reuters lo scorso 29 gennaio, la CASC (China Aerospace Science and Technology Corporation) ha annunciato la costruzione di un’infrastruttura digitale spaziale da un gigawatt di potenza, identificata come pilastro del 15° Piano Quinquennale cinese, integrando capacità cloud, edge computing e terminali per elaborare dati direttamente in orbita. IL RUOLO DELLE AZIENDE PRIVATE C’è però da osservare che la corsa ai data center orbitali non è più una prerogativa dei governi. A novembre 2025, Starcloud ha lanciato il primo satellite equipaggiato con una GPU NVIDIA H100, realizzando la prima dimostrazione di addestramento AI direttamente in orbita. L’11 gennaio 2026, con la missione Twilight di SpaceX, sono arrivati in orbita i primi due nodi del data center orbitale della statunitense Axiom Space, sviluppati in collaborazione con la canadese Kepler Communications e collegati tramite link ottici da 2,5 Gbps. Google, con il progetto Suncatcher, punta invece a una costellazione di satelliti dotati di TPU (i processori per l’intelligenza artificiale progettati da Google) alimentati da energia solare, con un primo test, in collaborazione con la società di San Francisco Planet Labs, previsto per il 2027. Secondo indiscrezioni, SpaceX starebbe preparando una generazione aggiornata dei satelliti della sua costellazione Starlink capace di ospitare carichi di calcolo, con link ottici inter-satellite a banda ultralarga. A rendere economicamente plausibili delle infrastrutture permanenti in orbita è anche la riduzione dei costi di lancio, che – secondo uno studio della NASA – sono passati da circa 54mila dollari al chilogrammo con lo Space Shuttle a 2.700 dollari con il razzo riutilizzabile Falcon 9 della società spaziale di Elon Musk: una riduzione di venti volte in due decenni. Tuttavia, la gestione privata di sistemi potenzialmente critici introduce domande (per ora) senza risposta: a cominciare da chi sia responsabile in caso di violazione dei dati su un satellite commerciale. Dal canto suo, l’Europa non dispone di un programma comparabile per il cloud orbitale. Il progetto IRIS² – 290 satelliti per comunicazioni sicure, contratto da 10,5 miliardi firmato nel dicembre 2024 con il consorzio SpaceRISE – non include infrastrutture di calcolo orbitale autonome. Sul fronte della ricerca, il progetto europeo ASCEND ha completato nel 2024 uno studio che conferma la fattibilità tecnica dei data center orbitali e si pone l’obiettivo di dispiegare 1 GW entro il 2050. ASCEND è guidato da Thales Alenia Space, joint venture tra Thales e Leonardo: la partecipazione dell’azienda italiana è il contributo più diretto del nostro paese a questo scenario. C’è poi da notare che D-Orbit, startup comasca già protagonista del test AWS, è tra le realtà italiane più avanzate sul tema dell’elaborazione dati in orbita e ha sottoscritto contratti con l’ESA (l’Agenzia spaziale europea) nell’ambito della costellazione di osservazione IRIDE, finanziata con fondi PNRR. Ma l’Italia non ha un programma nazionale dedicato al cloud orbitale. Il rischio è quello già visto in altri ambiti digitali: competenze industriali elevate senza controllo sull’infrastruttura finale. VULNERABILITÀ E LIMITI Il 24 febbraio 2022, all’ora esatta dell’invasione russa dell’Ucraina, un attacco informatico ha colpito la rete KA-SAT di Viasat (il gigante californiano delle telecomunicazioni satellitari), disabilitando decine di migliaia di modem satellitari in Ucraina e in Europa. Il malware usato – un wiper chiamato AcidRain – non ha violato nessun satellite in orbita, sfruttando invece una vulnerabilità VPN in server di gestione della rete fisicamente localizzati nel nord Italia, propagandosi fino a disabilitare 5.800 turbine eoliche in Germania. A maggio 2022, Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e una dozzina di governi europei – inclusa l’Italia – hanno attribuito pubblicamente l’attacco al GRU, l’intelligence militare russa. Il caso Viasat contiene una lezione che vale doppio per i data center orbitali: il punto più vulnerabile di un’infrastruttura spaziale non è il satellite. È tutto ciò che lo gestisce da Terra: stazioni di controllo, reti di uplink, sistemi di autenticazione, catena di fornitura dell’hardware. A questo si aggiunge un problema strutturale specifico dello spazio: il patching. Un data center terrestre può infatti ricevere una patch di sicurezza in pochi minuti. Un satellite in orbita bassa ha finestre di comunicazione limitate, banda ristretta e nessuna possibilità di intervento fisico. Se un sistema orbitale venisse compromesso, la risposta sarebbe strutturalmente più lenta e, in alcuni scenari, impossibile senza un nuovo lancio. Jamming e spoofing GPS sono già operativi in zona di conflitto e documentati sistematicamente dall’Agenzia europea per la sicurezza aerea (EASA) nel Mar Nero, in Medio Oriente e nel Baltico: dimostrano che l’interferenza deliberata sulle infrastrutture spaziali è una realtà, non un’ipotesi. Un attacco a un sistema orbitale porterebbe le stesse complessità a un livello superiore: chi ha giurisdizione, chi può intervenire, con quali strumenti e in quale tempo utile. IL VUOTO NORMATIVO L’Outer Space Treaty del 1967 attribuisce allo Stato di lancio la giurisdizione e il controllo sugli oggetti spaziali, indipendentemente da dove operino. Ma questo trattato non contempla infrastrutture digitali, non regola la proprietà dei dati in orbita, non prevede meccanismi di applicazione in caso di violazione informatica.  A quasi sessant’anni dalla firma, non esiste nessun trattato internazionale che disciplini specificamente la protezione dei dati nello spazio. Nel 2019, dopo otto anni di negoziato, l’UN COPUOS (la Commissione delle Nazioni Unite sull’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico) ha adottato 21 linee guida per la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali: volontarie, non vincolanti e relative a detriti, sicurezza operativa e traffico orbitale. La protezione dei dati non è contemplata. Il primo segnale che la questione stia diventando urgente sul piano normativo è arrivato a gennaio di quest’anno: SpaceX ha depositato all’americana FCC (Federal Communications Commission) una richiesta per lanciare fino a un milione di satelliti definiti esplicitamente “orbital data centers”. Questo è il primo iter normativo al mondo che affronta direttamente il tema, ma riguarda una sola nazione e non tocca le questioni di giurisdizione sui dati. Payal Arora, professoressa di AI inclusiva all’Università di Utrecht (Olanda), ha sintetizzato il problema in un’analisi pubblicata da Rest of World nel febbraio 2026: se i dati dei cittadini sono elaborati in orbita, la sovranità digitale “diventa ambigua”, sospesa tra il Paese d’origine, lo Stato di lancio e l’operatore commerciale del satellite. Nessuno dei meccanismi esistenti – né il diritto spaziale internazionale, né il diritto cyber nazionale, né i trattati di mutua assistenza giudiziaria – è stato progettato per rispondere a questi aspetti. Per decenni il potere digitale è stato ancorato a piattaforme fisiche entro confini nazionali. Anche i cavi sottomarini, che trasportano oltre il 95% del traffico internet globale, hanno una giurisdizione di riferimento, con trattati, procedure e responsabilità definite. Il cloud orbitale rompe questo sistema. I dati possono essere archiviati ed elaborati in luoghi che nessuna autorità nazionale può raggiungere, né fisicamente né giuridicamente. In sostanza, per la prima volta, la localizzazione dei dati smette di coincidere con il territorio. Come spiega Jane Munga, ricercatrice per l’Africa al Carnegie Endowment for International Peace, la sovranità tende a seguire la proprietà dell’infrastruttura: chi non partecipa al suo possesso e alla sua governance rischia di essere relegato a produttore di dati senza alcuna capacità reale di controllo su come siano archiviati, elaborati o usati. Un’incognita che sconfina dal campo dell’innovazione tecnologica. Quello in corso è un passaggio epocale le cui conseguenze sono ancora da scrivere. Il rischio è che si erigano infrastrutture informatiche cruciali per nazioni, imprese e cittadini che superino la sovranità digitale degli Stati. Senza che ci siano le regole per governarle. L'articolo La sfida dei data center spaziali proviene da Guerre di Rete.
June 11, 2026
Guerre di Rete
O.S.A.RE - USA: opposizione data centers come nemico interno
Mentre procede l’infrastrutturazione di un mondo organizzato attorno al primato cognitivo ed economico dell’AI, l’ostilità verso i data centers e il loro impatto – tanto ambientale quanto sociale – inizia ad assumere una dimensione minacciosa. Contestazioni e attacchi verso tecnomiliardari come Eric Schmidt e Sam Altman, pressioni su politici locali e la definizione di un esteso bacino di dissenso trasversale alle identità politiche, stanno allarmando le agenzie repressive, a partire dallo U.S. Capitol Police Intelligence Services Bureau. l'approfondimento della trasmissione di Radio Blackout inizia analizzando un nuovo mega-progetto nello Utah, che ci consente di osservare le differenti modalità di relazione tra data centers e apparato militare, per arrivare a delineare alcune traiettorie repressive che aggiornano le strategie degli apparati agli imperativi dei nuovi padroni Ascolta il podcast dell'approfondimento Your browser does not support the audio tag. Ascola la puntata completa sul sito di Radio Blackout
Amnesty International, Report sull’impatto negativo dell’IA generativa sui diritti umani
Le aziende stanno ottenendo vaste quantità di dati online attraverso forme illegali di estrazione di informazioni dalla rete per realizzare i loro prodotti di intelligenza artificiale generativa. In questo modo, consentono un’invasione di massa della privacy. I loro prodotti sono illegali proprio per il modo in cui sono progettati. È quanto ha dichiarato oggi in un nuovo rapporto Amnesty International, mettendo in guardia sull’impatto negativo per l’ambiente e per le comunità storicamente marginalizzate. “Aziende di ogni parte del mondo stanno rifornendo i loro prodotti di intelligenza artificiale generativa vantandone l’efficienza e la sofisticatezza. In realtà, stanno perpetuando un’invasione di massa della privacy attraverso l’estrazione illegale di dati dalla rete: usano procedimenti automatizzati per estrarre dati dai siti, compresi quelli personali come le immagini e le attività sulle piattaforme social al fine di addestrare i loro modelli di intelligenza artificiale”, ha dichiarato Likhita Banerji, direttrice dell’Algorithmic Accountability Lab di Amnesty International. Leggi l'articolo
Approvata in Lombardia la legge sui data center. Più suolo, energia, acqua
"Il testo approvato in Regione presenta maglie larghe e vincoli insufficienti per prevenire gli impatti ambientali. I costi dell’intelligenza artificiale potrebbero superare i benefici. La Lombardia è la principale area italiana per presenza di data center e, finalmente, ha predisposto un (brutto) progetto di legge per regolarne la crescita, che si sta rivelando caotica e fortemente impattante, come già accaduto per i centri logistici sorti come funghi negli ultimi anni. Il testo approvato il 26 maggio in Regione presenta però ancora maglie troppo larghe e vincoli insufficienti per prevenire gli impatti ambientali. Norme di questo tipo dovrebbero essere nazionali, non regionali. La disciplina nazionale, approvata il 24 febbraio 2026, prevede infatti decreti attuativi entro sei mesi, ma rischia comunque di arrivare a valle di un fenomeno già esploso." leggi l'articolo su "Il fatto quotidiano" Leggi su Zeus News Se ne era parlato anche su Valori.it
I movimenti contro l'intelligenza artificiale crescono. Viaggio nella galassia dei gruppi che vogliono fermare l'AI
Da chi chiede una “pausa globale” a chi fa lobby tra i politici fino alle proteste fuori dagli uffici delle big tech: ecco chi sono le voci che manifestano contro l'Intelligenza Artificiale Contro l’intelligenza artificiale. Se per anni il dibattito sull’AI è stato dominato quasi soltanto da entusiasmo, investimenti e promesse sul futuro, oggi il movimento di gruppi contrari sta crescendo e diventando sempre più visibile. Il loro obiettivo è cercare di rallentare, limitare o addirittura fermare lo sviluppo di tale tecnologia. Non si tratta di un fronte unico. Alcuni gruppi puntano a influenzare governi e istituzioni attraverso lobbying, ricerca e campagne mediatiche. Altri funzionano come movimenti di protesta dal basso, con manifestazioni, azioni simboliche e attivismo continuo. Anche le motivazioni cambiano molto. C’è chi teme soprattutto la concentrazione di potere nelle mani delle big tech, chi parla di perdita di posti di lavoro e sostituzione delle competenze umane e chi, invece, considera possibile uno scenario estremo in cui sistemi AI molto avanzati possano diventare impossibili da controllare. Il risultato è una galassia frammentata ma in rapida crescita, dove convivono ricercatori universitari, attivisti politici, ex insider della tecnologia e gruppi di protesta più radicali. Wired Italia ha provato ad esplorarla. Leggi l'articolo
IL PARADOSSO DEI DATA CENTER IN ITALIA: COLOSSI ENERGIVORI IN UNA TERRA IN PIENA CRISI ENERGETICA.
In piena crisi energetica, è arrivata in Italia la corsa all’oro dei data center. Da una parte ci sono investimenti miliardari legati all’intelligenza artificiale e ai suoi server, dall’altra la preoccupazione di chi abita e lavora in territori dove ora si vorrebbero costruire grandi hub per la raccolta dati. Già contestati negli Stati Uniti, i data center sono altamente energivori e hanno bisogno di un elevato consumo di acqua per il raffreddamento delle macchine. In un tempo di crisi energetica, di blackout localizzati e rincari nelle bollette, l’Italia di Giorgia Meloni vuole diventare l’hub digitale del Mediterraneo. Una rete infrastrutturale su cui si gioca una nuova partita che riguarda lo sfruttamento, il consumo di suolo, lo sperpero idrico e lo (scarso) impatto per quanto riguarda i posti di lavoro. I data center tendono a essere localizzati in territori dove c’è maggiore richiesta: è il caso della Lombardia, dove si concentrano ad oggi i maggiori progetti realizzativi dei data center. Secondo le stime, sul territorio si concentrano 67 dei 168 impianti censiti in Italia nel 2024. E, come sottolinea la giornalista freelance Rita Cantalino, intervistata da Radio Onda d’Urto sul tema: “le richieste di connessione alla rete di alta tensione presentate a Terna hanno raggiunto quasi i 40 GW nella sola Lombardia: circa la metà degli 80 GW richiesti a livello nazionale”. E’ proprio la Lombardia ad aver approvato, martedì 26 maggio 2026, il progetto di legge che dovrebbe regolamentare l’apertura di nuovi data center per la Regione. Sulla carta la legge servirebbe per disincentivare i colossi a realizzare gli hub per la raccolta dati in territori “vergini”, come campi agricoli o aree verdi. La costruzione dei data center in terreni vergini non è stata però vietata: sono aumentati gli oneri di costruzione, del 100% in più rispetto ad oggi nelle aree agricole e il 200% in più nei parchi. Briciole per i giganti economici dei servizi cloud e AI. Dal mondo agricolo alle associazioni, fino ai privati cittadini e ai sindacati, però, sono molte le proteste in Lombardia. Ne abbiamo parlato con Rita Cantalino, giornalista freelance che si occupa di ambiente e diritti umani. Ascolta o scarica.
June 1, 2026
Radio Onda d`Urto
Anthropic, Musk e la corsa ai data center: dalla Terra allo spazio
Anthropic affitta il supercomputer di Musk per 1,25 miliardi al mese. Sullo sfondo, data center nello spazio e impatti ambientali ignorati Chi ha un abbonamento a Claude avrà notato nelle ultime settimane un miglioramento sensibile: sessioni più lunghe, risposte migliori, utilizzo dei token ottimizzato. Dietro questo aggiornamento c’è un accordo annunciato il 6 maggio da Anthropic – l’azienda che sviluppa il modello di intelligenza artificiale Claude – per l’utilizzo dei supercomputer di Elon Musk, e in particolare di Colossus 1. Un’intesa inedita tra due aziende che nell’immaginario collettivo non potrebbero essere più distanti, ma che hanno trovato in questo accordo una convenienza reciproca. Anche se le diffidenze rimangono. E le contraddizioni pure. [...] I termini economici dell’accordo con Anthropic si ricavano dall’S-1 depositato alla SEC – il documento di registrazione obbligatorio per le aziende che vogliono quotarsi in Borsa negli Stati Uniti. Per l’affitto del supercomputer, Anthropic pagherà 1,25 miliardi di dollari al mese fino a maggio 2029, per un totale potenziale di oltre 40 miliardi. Per SpaceXAI, Anthropic è il primo cliente esterno di Colossus e rappresenta la prova che la nuova holding può inserirsi come quarto hyperscaler – il termine tecnico per i grandi fornitori di servizi cloud – accanto ad Amazon, Google e Microsoft. Leggi l'articolo
Le Dita Nella Presa - Lavorare per la macchina
In questa puntata parliamo dell'impatto del lavoro di moderazione sui lavoratori e sul tessuto urbano di Barcellona. Proseguiamo parlando del programma di costruzione di nuovi data center e delle relative proteste, in Lombardia e In California. Ospite della puntata Stefano Portelli autore dell'articolo "Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona" su Napolimonitor.it e della traduzione della Fanzine "Lavorare per la macchina" di HORACIO ESPINOSA ZEPEDA. La Fanzine racconta il vissuto dei lavoratori della moderazione di contenuti per conto di Meta- La fanzine è realizzata anche grazie alla collaborazione con Data Worker’s Inquiry di cui abbiamo parlato più volte dai microfoni di Le Dita Nella Presa. Con l'occasione abbiamo ricordato anche le iniziative organizzate dalla rete francese Le nuage était sous nos pieds La puntata prosegue dando conto dell'espansione dei Data Center in Lombardia dove la richiesta spropositata di energia ha scatenato le proteste di cittadini e istituzioni locali. In California, sempre a causa della costruzione di nuovi data center, questa volta in Nevada, la NV Energy ha comunicato alle comunità del Lago Tahoe. circa 50.000 persone, l'interruzione dell'erogazione dell'energia elettrica dal prossimo anno. Chiudiamo la puntata con i prossimi appuntamenti, ma questi andate a vederli su roma.convoca.la