Sulle rapide del Congo da 150 anni, ora i pescatori wagenia rischiano di scomparire
Custodi di un’arte antica, sfidano le tumultuose acque del grande fiume su
fragili impalcature di legno. Ma il vero pericolo viene da altrove: pesca
intensiva, declino turistico e lotte intestine minacciano una comunità già alle
prese con la precarietà.
La calma pachidermica del grande fiume si interrompe bruscamente nei pressi di
Kisangani, capoluogo della provincia di Tshopo, nell’area settentrionale
centrale della Repubblica Democratica del Congo. Le Cascate Boyoma, note in
passato come Stanley Falls, sprigionano tutta la loro energia in una serie di
rapide che si snodano lungo il fiume Lualaba, esattamente nel punto in cui
questo assume il nome di Congo, tra le città di Ubundu e Kisangani.
Nel mezzo del fragore e della schiuma vaporosa che si solleva per l’infrangersi
dell’acqua sulle rocce che emergono dal fondale appare quello che potrebbe
essere definito l’impossibile: ponteggi di legno sui quali si muovono disinvolti
un gran numero di ragazzi indaffarati. Sono i pescatori wagenia, maestri
indiscussi della pesca fluviale, arte che affonda le radici in una storia
lontana.
Lo scenario è infatti lo stesso in cui s’imbatté Henry Morton Stanley,
l’esploratore britannico che, giunto sul luogo nel 1877, descrisse il metodo di
pesca utilizzato dal popolo wagenia con queste parole: «“Scavalcano” le rapide
sui tolimos e usano cesti di legno per prendere i pesci». Centocinquant’anni
dopo, nulla è cambiato: i wagenia continuano a costruire con le proprie mani le
impalcature di legno (tolimos) che installano direttamente sopra le rapide che
loro chiamano “Cascate Wagenia”, proprio come i loro progenitori.
La pesca, perno della comunità
Queste strutture, resistenti ma essenziali, sono realizzate utilizzando
materiali naturali come tronchi e rami raccolti nella foresta circostante.
Sospese sopra le acque turbolente, le impalcature servono come piattaforme da
cui calare speciali ceste. Le nasse, simili a grandi trappole a imbuto, sono
fatte di bambù e fissate con strisce di corteccia. Posizionate strategicamente
nei punti in cui la corrente è più forte, sfruttano la potenza dell’acqua per
intrappolare i pesci che nuotano nell’ampia apertura delle ceste, ma che la
forma conica costringe verso un cul-de-sac da cui non riusciranno a fuggire.
Un uomo sta in piedi in mezzo al fiume e pesca con una piccola rete. Dietro di
lui, un’impalcatura di legno sostiene una trappola per pesci. Foto Panos
Il momento ideale per costruire e utilizzare queste strutture è la stagione
secca, quando il livello dell’acqua si abbassa e le rapide sono più accessibili.
In questo periodo, i wagenia lavorano insieme per collocare le impalcature nelle
posizioni migliori sul fiume. Di notte sorvegliano le “trappole” contro i
pescatori dell’altra sponda del fiume. Una volta catturato, spesso il pesce
viene portato a riva tenuto per la bocca, gesto simbolico che sottolinea la
maestria del pescatore e la sua intimità con l’ambiente. Il pescato è poi
condiviso tra le famiglie o venduto nei mercati locali: costituisce una fonte
essenziale di proteine per la comunità.
Un metodo di pesca intorno al quale ruota la vita di un’intera comunità. Oltre
che fonte di cibo e di guadagno, la pesca è infatti per i wagenia anche un’arte
collettiva e inclusiva che coinvolge tutti. Gli uomini costruiscono le
impalcature e controllano le ceste. Le donne si dedicano alla raccolta, alla
pulizia e alla preparazione del pesce, spesso cuocendolo su foglie di banano con
olio di palma e spezie. I bambini imparano, fin da piccoli, a osservare e
partecipare, aiutando i genitori.
Declino
Si sono così susseguite nei decenni generazioni di pescatori che hanno saputo
domare il secondo fiume più lungo dell’Africa, e secondo al mondo per volume
d’acqua, trasformando le difficoltà in opportunità. La Rd Congo è un Paese in
cui la pesca rappresenta una risorsa economica importante. Abilità e tenacia
sono però oggi messe a dura prova da sfide senza precedenti.
Un tempo pilastro economico e culturale della comunità wagenia, la pesca con le
cesteè in declino a causa di attività ittiche sempre più intensive, di pratiche
dannose come l’uso di zanzariere per catturare i pesci giovani e a causa della
pesca praticata durante la stagione riproduttiva. Così gli stock ittici sono
crollati. Inoltre, la mancanza di infrastrutture e di sovvenzioni aggrava
ulteriormente la situazione. «Prima c’erano impalcature dappertutto, ora ce ne
sono a malapena alcune», racconta un pescatore della comunità. «Un tempo il
governo sovvenzionava la manutenzione delle strutture, ma ha smesso di farlo
oltre dieci anni fa, lasciando i pescatori a fronteggiare da soli le
difficoltà», aggiunge. A fargli eco, suo fratello: «I nostri antenati ci hanno
tramandato questa occupazione. Dobbiamo portarla avanti, ma è davvero
difficile».
Un pescatore controlla un cesto a Bamanga, sul fiume Lualaba. Per generazioni, i
membri della tribù wagenia hanno costruito e mantenuto queste strutture. Foto
Panos
A complicare ulteriormente la situazione è l’assenza di una leadership forte. La
posizione del capo tradizionale, figura essenziale per rappresentare la comunità
wagenya presso il governo, è vacante da oltre due anni per lotte intestine tra i
clan, che impediscono l’elezione di una guida capace di difendere i diritti del
suo popolo e di affrontare le crescenti difficoltà economiche e sociali. Questo
vuoto di potere ha lasciato la popolazione senza una guida, contribuendo
all’accumulo di problemi sociali ed economici.
La sfida di reinventarsi
«Ognuno fa quel che gli pare», esclamano i ragazzi. Che precisano: «Non abbiamo
nessuno che difenda i nostri diritti». Anche il turismo, che potrebbe
rappresentare una fonte alternativa di reddito, è in declino. Piccole realtà
locali hanno provato in passato a lanciare progetti di ecoturismo legati alla
pesca tradizionale o a percorsi guidati lungo le rapide. Rappresentavano
un’opportunità per sostenere la comunità e valorizzare il patrimonio culturale
locale, ma l’instabilità cronica del Paese e le difficoltà logistiche (il
viaggio aereo fino a Kisangani è molto caro, e il percorso via terra dalla
capitale Kinshasa è un azzardo che può durare settimane) non hanno mai permesso
di far decollare il turismo. Inoltre la pandemia da covid-19 ha ulteriormente
ridotto il numero di visitatori, privando la comunità di una preziosa risorsa
economica. I pochi turisti che arrivano si trovano ad affrontare strade
impraticabili, interruzioni di elettricità e un aeroporto locale caratterizzato
dal caos e da frequenti carenze di carburante.
Mentre pesca tra le rapide fuori stagione, una ragazzina riposa su una roccia
alle cascate Boyoma (conosciute localmente come cascate Wagenia). Per avere le
mani libere, tiene il pesce in bocca.
Le alternative scarseggiano. Alcuni pescatori si dedicano all’agricoltura nelle
aree contigue al fiume Congo, producendo mais, manioca e altri prodotti per
l’autoconsumo e la vendita. Altri avviano piccole attività commerciali come la
vendita di beni essenziali nei mercati locali o la gestione di bancarelle
alimentari. C’è anche chi trova un lavoro occasionale, da muratore, operaio o
trasportatore, nelle città vicine, per esempio Kisangani. Tutte attività
distanti dalla cultura di questi pescatori e, soprattutto, poco redditizie.
Pressati dalle difficoltà, i wagenia continuano tuttavia a lottare per mantenere
viva la tradizione. Giovani come Kalimo, studente sedicenne, cercano di
contribuire vendendo diorami artigianali ai pochi avventori. «Mi aiuta a pagare
la scuola», racconta il ragazzo, figlio di pescatore. Kalimo sogna di diventare
ingegnere, dimostrando che la comunità wagenia non ha perso la speranza nel
futuro e nella possibilità di continuare a danzare con il fiume.
Africa Rivista