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CURAMI – PRIMA DI TUTTO LA SALUTE: LE 13 PROPOSTE DELLE OPPOSIZIONI PER SALVARE IL SERVIZIO SANITARIO LOMBARDO
La trasmissione di sabato 21 febbraio ospita Miriam Cominelli del Partito Democratico e Paola Pollini del Movimento 5 Stelle. Questa puntata è intitolata “Le opposizioni presentano 13 proposte per salvare il servizio sanitario in Lombardia”. Conduce Antonino Cimino.  “Curami. Prima di tutto la salute” è una trasmissione di Radio Onda d’Urto in onda il sabato mattina su Radio Onda d’Urto, dalle 12.00 alle 12.30, di Donatella Albini, medica del centro studi e informazione sulla medicina di genere, già delegata alla sanità del Comune di Brescia, e di Antonino Cimino, medico e referente di Medicina Democratica – Movimento di lotta per la salute – di Brescia. La trasmissione viene replicata il mercoledì alle ore 12.30. La puntata di sabato 21 febbraio. Ascolta o scarica
February 21, 2026
Radio Onda d`Urto
Ravenna. Medici sotto accusa ma curare non è reato. Scatta la solidarietà
I fatti accaduti il 12 febbraio 2026 presso l’Ospedale di Ravenna — con la perquisizione “prima dell’alba” del reparto di Malattie Infettive e l’indagine a carico di sei medici — segnano un punto di rottura inaccettabile tra l’esercizio della medicina e le logiche di pubblica sicurezza. I medici sono accusati […] L'articolo Ravenna. Medici sotto accusa ma curare non è reato. Scatta la solidarietà su Contropiano.
February 19, 2026
Contropiano
Milano, incontro con le famiglie dei bambini palestinesi feriti
Racconto di un giorno dove ho incontrato la sconfitta dell’umanità. E mi ha insegnato tanto…. Sono arrivati in Italia per la più dolorosa delle situazioni: cure e interventi chirurgici urgenti e ripetuti per ferite alla testa e in altre parti del corpo su bambini piccolissimi. Sono oltre 300 le persone approdate da Gaza in Italia per ricevere assistenza medica d’urgenza. Tra loro, numerosi bambini palestinesi gravemente feriti o malati provenienti dalla Striscia di Gaza. Da febbraio a marzo sono arrivati in Italia bambini oncologici o feriti da proiettili o da droni, diretti verso ospedali come l’Umberto I di Roma, il Meyer di Firenze e Niguarda di Milano: un’evacuazione sanitaria che costituisce una goccia nell’oceano di chi avrebbe bisogno di cure urgenti. A Gaza i bambini feriti muoiono per mancanza di antibiotici e per infezioni secondarie. Sì, se ne parla, ma è stato un privilegio avere la possibilità di incontrarli e di creare una situazione di dialogo e di respiro, per sollevare, almeno parzialmente, tutto il dolore che è rimasto addosso. Qui a Milano, sono accolti e vivono la loro quotidianità in strutture che fanno ciò che possono, ma hanno una stanza e un bagno in comune, tre nuclei familiari diversi, nessun servizio o corso di italiano. Solo giornate vuote, in attesa delle chiamate in ospedale. Nemmeno un frigorifero per proteggere il biberon dal caldo afoso che irrancidisce il latte. Varcare con loro l’iconica porta rossa dell’associazione Baia del Re, che ha organizzato una giornata di svago, è stato un privilegio. Abbiamo trascorso insieme momenti che le parole non riusciranno mai a descrivere.  Sono un nonno e un nipote, un padre e un bambino, una mamma e cinque bambini … La composizione di ogni nucleo dipende da chi è rimasto in vita dopo lo sterminio del resto della famiglia. Dignità, forza, parole e tanti balli e allegria, almeno per un giorno .  I loro nomi non è necessario scriverli, ma noi li conosciamo a memoria. Uno di questi bambini ora ha un anno. È stato colpito da un drone israeliano mentre la madre lo allattava. Aveva nove giorni. Oggi ha tutti i capelli, che sono tornati a incorniciargli il viso e la madre, 39 anni, non lo abbandona mai con lo sguardo, mentre tenta di sgusciare in mezzo ai tavoli e tra le sedie. La più grande degli altri quattro fratelli è una ragazza di 14 anni che sente tutto il peso di essere diventata il punto di riferimento per una famiglia che pensa costantemente al padre. Lui è rimasto a Gaza. L’Idf , in quei pochi casi in cui permette la fuoriuscita dal territorio grazie a corridoi umanitari medici, consente comunque il viaggio solo a un adulto della famiglia. Il papà riesce a mandare notizie intermittenti, ed è affamato e lacerato dalla perdita di altri 17 membri della sua famiglia. Lui non li vede, ma i suoi figli oggi giocano con carta colorata e pennarelli, per disegnare con insistenza i colori della bandiera palestinese. Poi su un foglio spuntano un orsacchiotto, una specie di Pokemon e un cuore spezzato. Ha delle lacrime sul viso. Un piccolo descrive il suo disegno: «È triste», una delle poche parole italiane apprese per esprimere un trauma che non ha potuto cancellare. Motaz, uno degli allievi della scuola di italiano, egiziano e oramai bilingue, traduce a raffica. Con lui c’è Fatima, la mediatrice culturale con doppia cittadinanza italiana e marocchina, una forza della natura. Il resto lo fanno alcune donne magrebine che sono corse a dare una mano non appena saputo dell’iniziativa. L’esigenza di far sapere ciò che hanno vissuto a Gaza è dirompente, le dita scorrono su video inenarrabili, che non hanno bisogno di sottotitoli. Si mostra l’interno delle case dopo il bombardamento, il sangue, la disperazione, la corsa in ospedale con il bimbo sopravvissuto in braccio. Oggi questo bambino è qui con noi, ha subìto interventi chirurgici importanti e non vuole togliersi il cappellino mai, per paura di impressionare gli altri con i segni impietosi delle operazioni salvavita.  C’è poi un ragazzo di 14 anni, martoriato dal gomito in giù. Con la sua maglia a maniche lunghe, nonostante il caldo torrido, nasconde lesioni che evocano un «macello». Accanto a lui sta il nonno, custode del suo silenzio di dolore. Al dramma della perdita della mamma e di tutta la famiglia, si è aggiunta la provocazione beffarda di  un soldato israeliano: ” Non potrai giocare mai più”. Il sadismo inesplicabile del milite idiota per questo ragazzo è diventato una sfida: vuole salire su una bici e percorre su e giù il marciapiede. “Dovete filmarmi, devo avere questo video in cui pedalo e vado in bicicletta come prima!” L’atmosfera, tuttavia, si trasforma: partendo da una colazione semplice, tra brioche e yogurt e poi musica, mani che si stringono, passi di danza tutti insieme. Donne della comunità marocchina corrono ad aiutare e la solidarietà diventa azione. Il resto lo fa la musica, che spinge tutti a ballare tenendosi per mano. La voglia di comunicare è dirompente. A cuore aperto, si crea uno spazio di verità autentica. Qui, però, sono soprattutto gli attivisti italiani a tessere il filo storico della Palestina. I veri protagonisti, i sopravvissuti, scelgono la via della traduzione per articolare un messaggio nitido: emergono due capisaldi, incisi nella loro voce – la gratitudine e il ritorno a casa. «Voi siete la nostra famiglia, avremo bisogno di sostegno in questo cammino italiano, ma soprattutto noi torneremo a Gaza e voi verrete con noi». Non manifestano rabbia o recriminazioni: ci guardano con un’energia luminosa, ridono, resistono. Nessuna parola d’odio, nessuna lamentela. Solo una forza quieta, che incanta e avvolge tutto. Tutti insieme, con voi. Ora sono qui, ma il pensiero è sempre a chi è rimasto. Ci salutano, ci abbracciamo, ma devono andare: partecipare alla manifestazione è importante e imprescindibile. «Abbiamo tutti, qui, dal più piccolo al più anziano, un trauma profondo, un dolore immenso», ammettono con schiettezza. Ma è questa promessa — ripetuta come un mantra — che diviene un faro di resilienza, un’imprescindibile bussola: noi torneremo a Gaza.     Redazione Milano
July 9, 2025
Pressenza
SOS Mediterranee: il diritto alla salute affonda nel Mediterraneo
Chi sopravvive alla traversata nel Mar Mediterraneo arriva a bordo delle navi di salvataggio quasi sempre in condizioni critiche: disidratazione, ustioni da carburante, traumi fisici e psicologici.    Quando si parla di soccorso in mare c’è un tema che difficilmente assume rilevanza: le condizioni mediche dei sopravvissuti. Coloro che riescono ad arrivare vivi su una nave di soccorso o sulla terraferma sono quasi sempre in condizioni psico-fisiche precarie, e hanno bisogno di cure mediche. Per questo SOS MEDITERRANEE ha elaborato il dossier “Curati con umanità” incentrato proprio su questo tema, e lanciato la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi  “Anche questo è un salvagente”, in riferimento a tutti i dispositivi medici forniti dall’equipaggio ai naufraghi. Quello che si legge nel report è preoccupante: la maggior parte delle persone soccorse non ha mai ricevuto alcuna cura cure medica nel proprio Paese d’origine; chi parte sano per il viaggio verso l’Europa con tutta probabilità si ammala nei centri di detenzione in Libia o durante la traversata del deserto o del mare.   Nel solo 2024, su 1.948 persone salvate dalla Ocean Viking, il team (composto da un medical team leader, un medico, un’ostetrica e un infermiere) ha effettuato ben 1.357 consultazioni mediche. Una volta a bordo della nave, la maggior parte delle persone soccorse riceve qualche tipo di diagnosi e molto spesso anche più di una, a volte per malattie croniche mai curate, a volte per malattie contratte nei centri di detenzione e altre per le problematiche insorte durante la traversata (ustioni da carburante, ipotermia, disidratazione).  Nel dossier elaborato da SOS MEDITERRANEE si leggono storie raccolte negli anni dal team della nave Aquarius prima e della Ocean Viking poi, come quella di Jane, che ha raccontato di sentire ancora dolore alla pancia per aver subito violenza da più uomini contemporaneamente in Libia.  “La maggior parte delle persone che soccorriamo – spiega Valeria Taurino, direttrice generale di SOS MEDITERRANEE Italia – presenta problematiche relative alla salute fisica o psichica e per la prima volta sulla Ocean Viking riceve assistenza medica. La nostra nave è attrezzata per far fronte a tutte le emergenze, ma in ben 30 casi nello scorso anno si sono resi necessari dei MEDEVAC, ovvero delle evacuazioni d’urgenza per condizioni di salute troppo complesse. Ho visto con i miei occhi una bambina di 11 mesi con la scabbia, malattia che spesso si contrae nei centri di detenzione per le condizioni igieniche insufficienti. Se ce ne fosse ancora bisogno, questo report ci racconta una realtà fatta di sofferenze, violenze e privazioni che l’Europa finge di non vedere.  Il diritto alla salute è universalmente riconosciuto come diritto inviolabile di ogni essere umano: come si possono considerare sicuri Paesi in cui questo diritto non è garantito neanche per i bambini?”. “Anche questo è un salvagente”: aiutaci a salvare i naufraghi dal mare ma anche dalle ferite della fuga DONA ORA Redazione Italia
June 17, 2025
Pressenza