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Libano: 1 milione di persone, di cui quasi 350˙000 minorenni, in fuga
Mentre gli attacchi continuano, migliaia di famiglie e bambini stanno abbandonando le loro case in preda alla paura e cercano rifugio in centri sovraffollati. Più di 1 milione di persone, fra cui quasi 350.000 bambini, sono sfollate in Libano.  L’UNICEF è sul campo per fornire assistenza sanitaria, sostegno psicosociale, acqua potabile e aiuti di emergenza ai bambini e alle famiglie in difficoltà. I bambini in Libano non possono permettersi ulteriori ritardi. Sono necessari interventi immediati per allentare la tensione e impedire che i bambini subiscano ulteriori danni. I bambini devono essere protetti. Adesso. UNICEF
March 17, 2026
Pressenza
80 organizzazioni ebraiche e arabe israeliane a Trump e Netanyahu: ponete fine alla guerra con l’Iran
In questa Lettera Aperta la coalizione It’s Time avverte che, in mancanza di una risoluzione del conflitto israelo-palestinese non sarà possibile raggiungere alcuna stabilità nella regione, e critica il silenzio dell’opposizione politica israeliana mentre la guerra si intensifica Ottanta organizzazioni ebraiche e arabe in Israele hanno inviato oggi (lunedì) una lettera aperta al presidente degli Stati Uniti Donald Trump e al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, chiedendo la fine della guerra con l’Iran e l’avvio di un ampio processo politico regionale volto a risolvere il conflitto israelo-palestinese e a stabilizzare il Medio Oriente. Le organizzazioni firmatarie della lettera sono membri della coalizione “It’s Time”, un’ampia alleanza di organizzazioni per la pace, la riconciliazione e la società condivisa in Israele. Nella lettera, le organizzazioni avvertono che in conflitto attuale non sta affatto migliorando le condizioni di sicurezza, e al contario mette a rischio l’intera regione: “È ora di fermare la guerra con l’Iran – una guerra i cui obiettivi non sono raggiungibili n assenza di una chiara strategia di uscita. Ogni ulteriore guerra nella regione non fa che avvicinare il prossimo round invece di prevenirlo.” Secondo le organizzazioni, la guerra con l’Iran non può essere considerata isolatamente, ma è direttamente collegata agli sviluppi a Gaza e in Cisgiordania. La lettera sottolinea che, sotto la copertura dell’escalation regionale, il fragile cessate il fuoco a Gaza è minacciato, la maggior parte dei valichi resta chiusa limitando il flusso degli aiuti umanitari, mentre la violenza dei coloni in Cisgiordania continua a intensificarsi, aumentando il rischio di un più ampio deterioramento della situazione regionale. Le organizzazioni sottolineano che senza una soluzione politica al conflitto israelo-palestinese non sarà possibile raggiungere alcuna stabilità regionale: “Proprio come il conflitto israelo-palestinese è una fonte centrale di instabilità in questa area, la sua risoluzione sarà la chiave per costruire una nuova e stabile architettura di sicurezza.” La lettera critica anche il sistema politico israeliano, in particolare la mancanza di una chiara voce dell’opposizione ebraica che chieda la fine della guerra: «In assenza di una chiara voce politica che chieda la fine della guerra, la società civile si trova da sola a sventolare questa bandiera che esprime la volontà della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica in Israele, che vuole la vita, la pace e la fine del ciclo di spargimenti di sangue». Le organizzazioni affermano che l’appello a porre fine alla guerra fa parte di uno sforzo più ampio volto a promuovere un processo politico regionale, che include il mantenimento del cessate il fuoco a Gaza, il contenimento della violenza in Cisgiordania e la convocazione di una conferenza regionale per avviare un processo diplomatico volto a risolvere una volta per sempre il conflitto israelo-palestinese. Il 30 aprile prossimo, la coalizione “It’s Time” ha previsto la 3za edizione del People’s Peace Summit a Tel Aviv: il più grande evento contro la guerra in programma in Israele nel 2026 e il primo grande raduno pubblico che chiede la fine delle guerre con l’Iran e il Libano e un processo politico regionale. *Link alla lettera completa:* https://drive.google.com/file/d/ 1QTec2mbk2p8p6gZyFXrLew8cpY3LeKe9/view?usp=drive_link *Informazioni sulla coalizione “It’s Time”* “It’s Time” è un’ampia coalizione di circa 80 organizzazioni ebraiche e arabe per la pace e la società condivisa in Israele, che lavorano insieme per promuovere la fine del conflitto israelo-palestinese attraverso un accordo politico e per promuovere un futuro di sicurezza, giustizia e uguaglianza per entrambi i popoli. Nell’ambito del suo lavoro, la coalizione promuove iniziative pubbliche e diplomatiche, tra cui il People’s Peace Summit, che cerca di presentare un’alternativa civica al ciclo continuo di conflitti e guerre. Pressenza IPA
March 16, 2026
Pressenza
Medio Oriente, Amnesty International chiede di non compiere attacchi illegali contro le infrastrutture energetiche
Fine degli attacchi illegali contro le infrastrutture energetiche, comprese quelle che erogano forniture essenziali come l’elettricità, il riscaldamento e l’acqua. È questa la richiesta di Amnesty International a Israele e Iran, resa più urgente dal rischio posto da tali attacchi contro i civili e l’ambiente. Negli ultimi giorni gli attacchi israelo-statunitensi hanno colpito una serie di depositi e di centri di distribuzione di carburante in Iran. L’Iran, a sua volta, ha colpito depositi e infrastrutture del gas e del petrolio in vari stati del Golfo. “Da attacchi del genere possono derivare conseguenze prevedibili, ampie e devastanti contro i civili, come incendi mortali fuori controllo, importanti interruzioni delle forniture essenziali, danni ambientali e gravi rischi nel lungo termine per la salute di milioni di persone. Tutto questo significa che tali attacchi possono violare il diritto internazionale umanitario e, in alcuni casi, costituire crimini di guerra”, ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord. “Anche se per giustificare l’attacco contro un’infrastruttura energetica la si qualifica come obiettivo militare, il diritto internazionale umanitario prevede i chiari obblighi di prendere tutte le misure possibili per ridurre i danni ai civili e di astenersi da attacchi che causino morti o feriti di civili in modo sproporzionato o danni a obiettivi civili, come ad esempio effetti negativi a catena sulla vita e sulla salute dei civili come l’esposizione ad agenti chimici tossici”, ha aggiunto Morayef. Ai sensi del diritto internazionale umanitario, una raffineria di petrolio può essere attaccata solo se è un obiettivo militare, ossia se è usata per fornire un contributo reale a un’azione militare – ad esempio, se produce carburante per le forze armate impegnate in attacchi – e danneggiandola si conseguirebbe un chiaro vantaggio militare nelle circostanze del momento. Anche in presenza di questi due prerequisiti, chi attacca deve prendere tutte le precauzioni possibili per evitare o ridurre al minimo i danni ai civili, come la diffusione di sostanze tossiche; prima dell’attacco, deve considerare se tali danni sarebbero eccessivi rispetto al concreto e diretto vantaggio militare che si prevede di ottenere. Il 7 marzo enormi fiamme e nuvole di fumo nero si sono levati da svariati depositi petroliferi nelle zone di Shahrah, Sohanak e Kounak della capitale Teheran, nella città di Shahr-e Rey nella provincia di Teheran e in quella di Fariz nella provincia dell’Alborz. Incendi fuori controllo e pioggia intrisa di petrolio hanno danneggiato le aree abitate dai civili. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver attaccato “una serie di depositi a Teheran” affermando che venivano usati dalle forze armate iraniane per “alimentare le infrastrutture militari”. “Preoccupano gli allarmi sanitari circa la presenza nell’aria di materiali pericolosi e di sostanze tossiche che mettono a rischio la salute di milioni di abitanti di Teheran, con possibili conseguenze cancerogene, danni polmonari e bruciature alla pelle”, ha commentato Morayef. A seguito dei danni riportati da alcuni edifici residenziali di Shahrah, persone sono rimaste prive di alloggio. L’8 marzo il vicegovernatore della provincia dell’Alborz ha dichiarato che l’attacco al deposito petrolifero di Fardis aveva causato sei morti e 21 feriti, anche tra la popolazione locale. Il giorno dopo il direttore della facoltà di Scienze mediche della provincia ha dichiarato che l’incendio successivo all’attacco aveva distrutto un centro per le dialisi situato nei pressi del deposito. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche in Iran aumentano la sofferenza di una popolazione traumatizzata dai massacri commessi dalle autorità della repubblica islamica, alle prese da anni con la penuria delle forniture elettriche e idriche e che vive in un ambiente insalubre a causa della cronica cattiva gestione statale e della negazione del diritto umano di prendere parte alla vita pubblica. Questa situazione, insieme alla grave repressione politica, ha dato luogo a successive proteste nazionali, come l’ultima del gennaio 2026, per chiedere diritti, dignità e la fine della repubblica islamica. Dal 28 febbraio negli stati appartenenti al Consiglio di cooperazione del Golfo ci sono stati molteplici attacchi alle infrastrutture energetiche. Secondo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, le forze del suo paese hanno “attaccato basi, installazioni e altre strutture americane” le quali “sfortunatamente” si trovavano negli stati vicini del Golfo. Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Balifar ha aggiunto che “finché ci saranno basi americane nella regione, gli stati [che le ospitano] non conosceranno calma”. Le autorità di Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar hanno denunciato che i droni e i missili iraniani hanno colpito direttamente strutture petrolifere e del gas e che in altri casi queste sono state raggiunte dai detriti delle munizioni intercettate. I governi degli stati del Golfo limitano fortemente le libertà d’informazione e d’espressione e ciò impedisce di riferire sugli effetti direttamente derivanti da tali attacchi. Il 2 marzo il ministro della Difesa del Qatar ha dichiarato che droni iraniani avevano colpito infrastrutture energetiche nella zona industriale di Ras Laffan, il principale centro per l’esportazione di gas naturale liquefatto. Dopo l’attacco la produzione è stata sospesa ed è stato dichiarato lo “stato di forza maggiore”. Il 7 marzo il ministro saudita della Difesa ha reso noto che 21 droni erano stati lanciati contro la zona petrolifera di Shaybah, una delle principali del regno, comprendente impianti che producono gas naturale usato dall’industria petrolchimica. In diversi casi questi droni sono stati intercettati e distrutti. Sempre il 7 marzo un portavoce del ministero della Difesa del Kuwait ha denunciato che droni avevano preso di mira depositi di carburante nell’aeroporto internazionale. Il 1° marzo i mezzi d’informazione dell’Oman hanno riferito che due droni avevano colpito il porto commerciale di Duqm ferendo un lavoratore migrante. Il giorno dopo un altro drone ha colpito una nave petrolifera al largo della costa di Muscat, uccidendo un membro dell’equipaggio di nazionalità indiana. Incendi sono scaturiti da una serie di infrastrutture colpite, a causa degli attacchi o dei detriti dei droni intercettati. In alcuni casi le compagnie statali dell’industria fossile hanno dichiarato di aver sospeso la produzione o il trasporto marittimo. In Bahrein il 5 marzo è scoppiato un incendio in una delle raffinerie della Bapco Energies colpita, secondo l’agenzia di stampa statale, da un missile iraniano. L’azienda ha dichiarato la sospensione della navigazione dei suoi prodotti per “cause di forza maggiore”. Il 2 marzo il ministro della Difesa dell’Arabia Saudita ha denunciato che due droni avevano tentato di colpire la raffineria di Ras Tanura ma erano stati intercettati. Tuttavia, i detriti in caduta avevano causato un incendio all’interno della struttura. Il 10 marzo negli Emirati Arabi Uniti un drone ha causato un incendio nel complesso industriale di Ruwais, ad Abu Dhabi. Un altro incendio era divampato il 2 marzo al terminal petrolifero di Musaffah colpito da un drone, mentre i detriti di un altro drone avevano causato un incendio in un deposito petrolifero situato nella zona industriale di Furajah. Il 9 marzo l’agenzia di stampa statale del Kuwait ha dato la notizia di un incendio causato dai detriti di un drone intercettato in un deposito di petrolio situato nella centrale elettrica di al Subiya. La navigazione nello stretto di Hormus è quasi del tutto ferma. Il 10 marzo l’Alto commissario per i diritti umani ha dichiarato che il blocco della navigazione commerciale stava già avendo gravi conseguenze sull’accesso a “energia, cibo e fertilizzanti per la popolazione della regione e non solo” e che l’aumento del prezzo del petrolio avrebbe avuto effetti economici e sociali a catena. Egli ha nuovamente rivolto un appello a investire nelle energie rinnovabili. “Gli attacchi che colpiscono o danneggiano gravemente le forniture e le reti commerciali possono causare insicurezza alimentare. Tutte le parti devono astenersi da attacchi illegali e porre la protezione dei civili al primo posto nelle decisioni di natura militare”, ha concluso Morayef. Ulteriori informazioni Secondo le autorità iraniane, dal 28 febbraio gli attacchi israelo-statunitensi hanno ucciso almeno 1255 persone. Almeno 17, 11 delle quali di nazionalità straniera, sono state uccise dagli attacchi iraniani negli stati del Golfo: due in Bahrein, sei in Kuwait, una in Oman, due in Arabia Saudita e sei negli Emirati Arabi Uniti. Secondo fonti di stampa, almeno 570 persone sono state uccise dagli attacchi israeliani in Libano e almeno 12 in Israele. Amnesty International
March 12, 2026
Pressenza
Iran – Colpito un impianto di desalinizzazione: la guerra al “pilastro” del Medio Oriente
La Lista per la costituzione del Forum Italiano sull’Acqua pone all’attenzione un articolo pubblicato oggi da Il Manifesto.   > L’acqua è il “tallone d’Achille” della regione. Il diritto internazionale > vieta gli attacchi alle infrastrutture energetiche. Le diplomazie dell’Asia > occidentale si rimbalzano tra loro da giorni la responsabilità di un raid > aereo. > > È quello che ha colpito l’impianto di desalinizzazione dell’isola iraniana di > Qeshm, nello stretto di Hormuz, uno dei molti che trasformano l’acqua di mare > in acqua potabile. L’Iran ha accusato gli Stati Uniti di esserne autori, > mentre la stampa israeliana lo ha attribuito all’esercito emiratino – ma sia > Washington sia Abu Dhabi negano. Nel frattempo un altro dei molti Paesi > coinvolti dalla guerra, il Bahrain, ha denunciato a sua volta un attacco ad un > impianto simile nel suo territorio, indicando l’Iran come autore. > > NON È STRANO né che gli impianti di desalinizzazione siano finiti al centro > dei bombardamenti né che nessuno voglia assumersi la responsabilità di averne > distrutto uno. Quasi tutti i paesi della regione dipendono da questa > tecnologia per dissetare i propri cittadini e mandare avanti industria e > agricoltura. «Gli impianti di desalinizzazione, ancor più delle infrastrutture > energetiche, sono il tallone d’Achille delle monarchie del Golfo» ha detto al > Wall Street Journal l’analista Hussein Ibish. Il 40% della capacità di > desalinizzazione del Pianeta è concentrata in Asia occidentale, con oltre > 5.000 impianti attivi. Secondo Bloomberg, almeno 450 sono nella regione del > Golfo. Il Bahrain produce in questo modo quasi tutta la sua acqua potabile, il > Kuwait ne è dipendente al 90%, Israele all’80%. Riyadh, la capitale > dell’Arabia Saudita, usa al 90% acqua proveniente dall’impianto costiero di > Jubail. Secondo un memo della diplomazia statunitense del 2008 diffuso da > Wikileaks e molto ripreso dalla stampa in queste ore, «l’attuale struttura del > governo saudita non potrebbe esistere senza Jubail». > > ALL’IRAN AGGREDITO non va meglio. Con 65 impianti attivi e quasi un centinaio > programmati, Teheran sta cercando da anni di rispondere con la tecnologia alla > crisi idrica che la attanaglia. A febbraio il 70% delle falde acquifere era in > stato di sovrasfruttamento, e in vent’anni le risorse idriche rinnovabili sono > diminuite di un terzo. Colpa della crisi climatica, che nell’altopiano iranico > si sta manifestando soprattutto con la temibile combinazione di lunghi periodi > di siccità intervallati con alluvioni pericolose. Uno degli effetti di questa > situazione è che da tempo la capitale Teheran sta sprofondando. Il termine > tecnico è subsidenza, e si verifica quando le falde acquifere vengono > sfruttate eccessivamente – come avviene nell’Iran assetato. A novembre il > presidente Masoud Pezeshkian aveva parlato della possibilità di trasferire la > capitale in una località costiera meno arida – ma la guerra, chiaramente, ha > cambiato le priorità del governo. > > In teoria gli attacchi ad infrastrutture civili critiche come i > desalinizzatori sono vietati dal diritto internazionale, ma nessuno crede più > molto che questo basti a proteggerle. Paradossalmente, è proprio il fatto che > tutti i paesi dell’area ne siano dipendenti ad aver fatto sperare agli > analisti che, anche in caso di guerra, le infrastrutture idriche verranno > risparmiate. «La buona notizia è che l’acqua è così strategica che qualsiasi > attacco diretto iraniano contro di loro sarebbe considerato una > massiccia escalation, quindi forse è un passo troppo in là per Teheran» > scriveva ancora Bloomberg pochi giorni fa. I raid di questi giorni dimostrano > che si trattava di una previsione ottimistica – e che non è detto sia l’Iran > il primo a rompere il tabù. > > Peraltro anche gli attacchi ad altri tipi di infrastrutture, soprattutto > quelle energetiche, hanno effetti negativi sulla disponibilità di acqua, > perché spesso il carburante si riversa dai pozzi alle falde. Sia l’Iran sia > gli Stati uniti e Israele dall’inizio della guerra stanno colpendo > sistematicamente raffinerie, trivelle e centrali elettriche. > > «SE I PAESI DEL GOLFO iniziano a colpire sistematicamente i rispettivi > impianti di desalinizzazione, la prospettiva diventa critica. Tutto il Medio > oriente è una delle regioni del pianeta con maggiore scarsità idrica sia per > ragioni storiche sia per via del riscaldamento globale» spiega a Il Manifesto > Giulia Giordano, analista del think-tank Ecco. «La sicurezza idrica è uno dei > pilastri della stabilità della regione». > > Lorenzo Tecleme / Il Manifesto – 10.03.2026   Redazione Italia
March 10, 2026
Pressenza
Silenzio sulla Palestina, missili anche su Israele
L'inizio della guerra devastante scatenata da Trump e Netanyahu contro l'Iran ha anzitutto oscurato la situazione della Palestina, dove nella Striscia di Gaza si subiscono sempre più restrizioni, i valichi sono nuovamente chiusi e continuano gli attacchi di Israele (dall'inizio della "tregua" i morti sono 600); in Cisgiordania si assiste alla chiusura di tutti i centri abitati e a violenze sempre più efferate e diffuse dei coloni. In Israele gli allarmi sono frequenti, ancora di più lo erano i primi giorni di conflitto, i missili che arrivano dall'Iran spesso sono abbattuti dall'esercito israeliano ma a volte no e ci sono state distruzioni e morti la cui documentazione viene impedita; il consenso però verso gli attacchi a Iran e Libano è molto alto.  Di tutto questo parliamo con Michele Giorgio, giornalista de Il Manifesto  
March 8, 2026
Radio Onda Rossa
Le armi ‘made in Italy’ impiegate nella guerra all’Iran
La Federazione Anarchica Livornese oggi interviene esprimendosi contro la guerra e per il ritiro delle missioni militari italiane all’estero e la chiusura delle basi Usa in Italia e segnalando che WASS Fincantieri che ha sede a Trieste e numerosi stabilimenti i Italia e nel mondo, uno anche a Livorno, fabbrica i siluri leggeri MU90 che, con un accordo da 200 milioni di euro appena stipulato con il governo italiano, il Belapese fornirà alla Marina Reale Saudita. L’attacco degli USA e di Israele all’Iran del 28 febbraio scorso ha aperto ad una nuova fase di guerra estesa dal Golfo Persico al Mediterraneo. La propaganda ha parlato di bombardamenti per liberare la popolazione dell’Iran dal regime che governa il paese, ma sappiamo bene che non sono mai interventi militari di potenze straniere a poter favorire processi di emancipazione e liberazione. Negli ultimi mesi diverse tendenze rivoluzionarie iraniane, in lotta contro il proprio governo, ci avevano messo in guardia, indicando proprio un intervento militare imperialista tra i più grandi rischi per le aspirazioni di libertà delle classi sfruttate e oppresse in Iran. L’intervento militare di USA e Israele mira a bloccare la crisi rivoluzionaria in Iran, che era esplosa con il movimento insurrezionale del dicembre e gennaio scorsi. La guerra spazza via dalla scena le masse in rivolta, già colpite duramente dalla terrificante repressione degli scorsi mesi, e rafforza invece la Repubblica Islamica che può fare appello all’unità nazionale e alla difesa del paese contro l’aggressione straniera. Anche un eventuale collasso della Repubblica Islamica, nel contesto della guerra rischierebbe di lasciare spazio ad un “cambio di regime” gestito da forze reazionarie, magari supportate da potenze globali e regionali. Le ripercussioni della reazione iraniana all’attacco statunitense e israeliano svelano un altro scenario, in cui gli USA impongono un disciplinamento degli stati della penisola arabica. Negli ultimi mesi avevamo assistito ad un avvicinamento della Arabia Saudita ai BRICS e ad un’alleanza militare dell’Arabia con il Pakistan (potenza nucleare) in funzione antiisraeliana; mentre il Qatar si era proposto come mediatore tra Israele ed Hamas e l’Oman fra Iran e USA. La guerra impone ora un riallineamento a quei paesi che sembravano muoversi anche in autonomia rispetto alla secolare subordinazione all’imperialismo angloamericano. Intanto il governo italiano dichiara “non siamo in guerra”. Ma l’Italia è pienamente coinvolta in questa guerra. Oltre al supporto politico assicurato dal governo agli USA e ad Israele, c’è il coinvolgimento negli attacchi delle basi statunitensi in Italia, a partire da Sigonella e dal MUOS, ci sono missioni militari italiane nei paesi del Golfo: solo tra Iraq e Kuwait sono presenti mille soldati italiani, divisi tra la base di Erbil, in Iraq, e Ali-al-Salem in Kuwait. Militari italiani sono già presenti in Libano, a Cipro, in Palestina, in Egitto, oltre che nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa. Pertanto i soldati italiani nell’area sono molto più numerosi dei 2500 indicati dalla stampa ufficiale. Il governo ha già inviato aiuti a Cipro, dove la scorsa settimana sono state colpite le basi sovrane inglesi, da cui sono partiti attacchi allo Yemen e voli spia su Gaza. Nel quadro di un intervento europeo l’Italia ha annunciato di voler schierare a Cipro la fregata missilistica Federigo Martinengo, e di voler inviare sistemi anti-droni e sistemi di difesa anti-missilistica SAMP-T. Il governo è pronto ad intervenire direttamente nel Golfo Persico con l’invio di una o più fregate e ad inviare armi a Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, in particolare i sistemi contro droni e missili. SILURI WASS ALL’ARABIA SAUDITA: LE ARMI PER LA GUERRA ALL’IRAN PARTONO ANCHE DA LIVORNO Proprio qui, a Livorno, saranno prodotte alcune delle armi usate in questa guerra. La WASS Fincantieri, che ha qui la sua principale sede produttiva, ha appena stretto un accordo da 200 milioni di euro per una fornitura di siluri leggeri MU90 alla Marina Reale Saudita. Questo spiegherebbe secondo varie fonti giornalistiche il tanto discusso viaggio del ministro Crosetto a Dubai. È probabile che il governo Meloni sia venuto a conoscenza in anticipo dell’attacco all’Iran e abbia spedito il ministro Crosetto come commesso viaggiatore dell’industria bellica italiana. In ogni caso è chiaro che uno degli obiettivi del governo è modificare la legge 185/90 sull’esportazione di armi. Il governo Meloni ha fatto approvare in parlamento una risoluzione che prevede il rafforzamento delle missioni in Medio Oriente, la partecipazione a missioni UE in difesa di paesi dell’UE come Cipro, inoltre conferma l’autorizzazione all’uso delle basi statunitensi. Intanto il presidente Mattarella fa appello al senso di comunità. Bisogna fermare l’aggressione imperialista, in modo che le classi sfruttate iraniane possano davvero liberarsi dai loro oppressori. Scendiamo in piazza per il ritiro immediato delle truppe italiane dal Golfo Persico e dal Mar Rosso; per la chiusura delle basi militari italiane e delle potenze globali nel Golfo Persico nel Corno d’Africa e delle basi inglesi a Cipro; per il blocco di ogni missione in partenza da Sigonella verso il Medio Oriente e il blocco dell’attività del MUOS di Niscemi. Redazione Italia
March 7, 2026
Pressenza
“Oggi l’Iran sarà colpito duramente!”
Con il post diffuso alle 12:11 Donald Trump ha annunciato la propria intenzione di sconfiggere l’Iran fino al suo annientamento e che nel mirino della propria furia epica adesso ci sono anche “aree e gruppi di persone che finora non erano stati considerati come obiettivi”, che minaccia di colpire senza remore dichiarando che nelle zone in cui prevede di intervenire avanzerà fino alla loro “completa distruzione” e infierirà fino alla loro “morte certa” degli avversari. Inoltre Donald Trump sostiene che l’Iran “si è scusato e si è arreso ai suoi vicini mediorientali, promettendo che non li attaccherà più” perché, secondo lui, la repubblica islamica persiana sta soccombendo all’incessante offensiva di Stati Uniti e Israele e, vantando che > Per la prima volta in migliaia di anni l’Iran perde nel confronto con i paesi > mediorientali a lui circostanti. Hanno detto: “Grazie, Presidente Trump”. Io > ho risposto: “Prego!” proclama: > L’Iran non è più lo “spaccone del Medio Oriente”, è invece “IL PERDENTE DEL > MEDIO ORIENTE”, e lo sarà per molti decenni fino a quando non si arrenderà o, > più probabilmente, crollerà completamente! Iran, which is being beat to HELL, has apologized and surrendered to its Middle East neighbors, and promised that it will not shoot at them anymore. This promise was only made because of the relentless U.S. and Israeli attack. They were looking to take over and rule the Middle East. It is the first time that Iran has ever lost, in thousands of years, to surrounding Middle Eastern Countries. They have said, “Thank you President Trump.” I have said, “You’re welcome!” Iran is no longer the “Bully of the Middle East,” they are, instead, “THE LOSER OF THE MIDDLE EAST,” and will be for many decades until they surrender or, more likely, completely collapse! Today Iran will be hit very hard! Under serious consideration for complete destruction and certain death, because of Iran’s bad behavior, are areas and groups of people that were not considered for targeting up until this moment in time. Thank you for your attention to this matter! – President DONALD J. TRUMP Redazione Italia
March 7, 2026
Pressenza
Iran: una scuola colpita a Teheran mentre in USA si indaga sulla strage a Minab
Con le immagini della scuola distrutta pubblicate in un post diffuso ieri, 6 marzo, su X, il portavoce del ministero degli esteri iraniano, Esmail Baghaei, informava che l’offensiva degli eserciti israeliano e americano ha colpito la Shahid Hamedani School di Teheran. Contemporaneamente, il New York Times e poi molti altri quotidiani rilanciavano la notizia, divulgata dalla Reuters il 5 marzo, che rivela il coinvolgimento degli USA nella carneficina alla scuola di Minab e dalla sede dell’ONU a New York il sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari e coordinatore degli aiuti di emergenza, Tom Fletcher, informava la stampa di tutto il mondo che dal 28 febbraio al 6 marzo 2026 le operazioni Ruggito del Leone e Furia Epica e le reazioni belliche all’attacco all’Iran hanno provocato la morte di oltre 190 bambini. Mentre le vittime della carneficina alla scuola elementare femminile di Minab venivano sepolte, l’agenzia Reuters informava che > Gli investigatori militari statunitensi ritengono probabile che le forze > statunitensi siano responsabili (…) > > Reuters non è stata in grado di accertare i dettagli dell’indagine, tra cui > quali prove siano state esaminate nell’inchiesta, che tipo di munizioni siano > state utilizzate, chi fosse il responsabile o perché gli Stati Uniti avrebbero > colpito la scuola. > > Mercoledì [4 marzo] il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth, > ha ammesso che l’esercito americano stava indagando > sull’incidente. Avvalendosi dell’anonimato che li tutela nel rilasciare > dichiarazioni sul questioni militari delicate, alcuni funzionari non hanno > escluso la possibilità che emergano evidenze che assolvano gli Stati Uniti > dalla responsabilità e indichino in altri i colpevoli un’altra parte > responsabile dell’incidente. > > Reuters non è riuscita a stabilire per quanto tempo durerà ancora l’indagine, > né quali prove gli investigatori statunitensi stanno cercando prima di > concludere l’accertamento. > > US investigation points to likely US responsibility in Iran school strike, > sources say / REUTERS, 06.03.2026 Ieri, venerdì 6 marzo, Marco Pasciuti su Il Fatto Quotidiano riferiva: > La circostanza era emersa nei giorni scorsi da fonti militari israeliane. > La Israeli Air Force ha operato contro basi, lanciatori e altre risorse > militari nell’Iran occidentale e centrale, usati per scagliare i missili a > lungo raggio contro lo Stato ebraico. L’esercito americano, invece, lo ha > fatto nel meridione bombardando radar, infrastrutture logistiche e siti di > lancio da dove partono gli ordigni a corto raggio che colpiscono le basi Usa > nel Golfo. > > “In questi primi giorni le US Joint Forces hanno continuato ad attaccare le > capacità missilistiche e difensive iraniane lungo il confine meridionale”, ha > confermato il 4 marzo il capo degli Stati maggiori congiunti americani, Dan > Caine, in conferenza stampa al Pentagono con il segretario alla Difesa > Hegseth. Una specifica geografica che non ha lasciato indifferenti i > giornalisti presenti, uno dei quali ha domandato del bombardamento della > scuola. “Naturalmente non prendiamo mai di mira obiettivi civili, ma stiamo > esaminando la questione e stiamo indagando“, ha risposto Hegseth. > > “La scuola femminile in Iran probabilmente bombardata dagli Usa”: la > rivelazione delle fonti Usa / IL FATTO QUOTIDIANO, 06.03.3036 Contemporaneamente Guglielmo Gallone su Vatican News precisava: > Sono passati sei giorni dall’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran. È > doloroso constatare che alla notizia dell’uccisione di almeno 150 bambine, > studentesse nella scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, nel sud > dell’Iran, colpite durante il primo giorno dell’offensiva, si sia data poca > attenzione … > … mentre i funerali collettivi delle vittime si svolgevano nella città > costiera di Minab, nessuna delle parti coinvolte ha rivendicato direttamente > la responsabilità dell’attacco (…) Washington ha dichiarato di essere a > conoscenza delle segnalazioni di vittime civili e di aver avviato verifiche > sull’accaduto, ribadendo che le forze statunitensi «non colpirebbero > deliberatamente una scuola». «Siamo a conoscenza delle segnalazioni > riguardanti danni ai civili derivanti dalle operazioni militari in corso. > Prendiamo queste segnalazioni seriamente e le stiamo esaminando», ha > dichiarato inizialmente il capitano Tim Hawkins del Comando Centrale degli > Stati Uniti (Centcom), che supervisiona le operazioni Usa nella regione, che > poi ha aggiunto: «La protezione dei civili è di fondamentale importanza e > continueremo a prendere tutte le precauzioni disponibili per ridurre al minimo > il rischio di danni non intenzionali» (…) Anche il segretario di Stato, Marco > Rubio, ha affermato che gli Stati Uniti «non colpirebbero deliberatamente una > scuola», aggiungendo che il dipartimento della Difesa «indagherà se si è > trattato di un nostro attacco». Nadav Shoshani, portavoce delle Forze di > difesa israeliane (IDF), ha dichiarato ieri che l’esercito israeliano «non è a > conoscenza di alcuna operazione delle IDF in quell’area» dove si trova la > scuola. Il 1° marzo l’UNESCO e la Messaggera di Pace delle Nazioni Unite, Malala Yousafzai, hanno dichiarato che “il bombardamento di una scuola elementare durante gli attacchi militari statunitensi e israeliani contro l’Iran di sabato [28 febbraio 2026] costituisce una grave violazione del diritto umanitario internazionale”. Dopo l’intervento del 3 marzo sulle ricadute dell’escalation della guerra in Medio Oriente nelle crisi umanitarie, il sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari e coordinatore degli aiuti di emergenza, Tom Fletcher, alla conferenza stampa di venerdì 6 marzo ha precisato che, in base alle informazioni ricevute, l’UNICEF segnalava che oltre 190 bambini sono stati uccisi dall’escalation, di cui oltre 180 in Iran, 7 in Libano, 3 in Israele e 1 in Kuwait. Inoltre, informando la stampa che * in Iran “100˙000 persone sono state sfollate internamente nell’ultima settimana” * in Libano “oltre 100 persone sono state uccise e centinaia sono rimaste ferite” e “circa 100˙000 cercano riparo in centinaia di rifugi” mentre “prima dell’escalation, il WFP segnalava che 874˙000 persone erano senza cibo” * nella Striscia di Gaza, dove Israele “ha chiuso tutti i valichi e bloccato molti movimenti umanitari una settimana fa”, i soccorsi indispensabili “non hanno potuto essere riforniti al ritmo necessario” * in Afghanistan, dove “decine di persone sono state uccise nei combattimenti al confine con il Pakistan, molte delle quali donne e bambini, e le infrastrutture civili sono state danneggiate, tra cui un ospedale presso il centro di transito dell’OIM e le strutture del centro di accoglienza per rimpatriati di Torkham”, la situazione sta precipitando, perché “Gli esuli, già numerosi, stanno aumentando rapidamente. Oltre 16˙000 famiglie in fuga dalle proprie case si aggiungono ai milioni di sfollati residenti in Afghanistan” mentre la chiusura delle frontiere ha bloccato l’accesso di oltre 168 container” e “la sospensione dei voli e le restrizioni di sicurezza stanno rendendo più difficile per noi raggiungere le persone bisognose” e, ribadendo che il prolungarsi e intensificarsi dei combattimenti provoca “una rapida escalation delle crisi umanitarie” e che tale reazione-a-catena ha conseguenze che sono “fuori controllo” e non vengono debitamente considerate soprattutto da chi fomenta i conflitti armati, Tom Fletcher ha specificato: > Stiamo assistendo allo spreco di enormi quantità di denaro, a quanto si dice 1 > miliardo di dollari al giorno che finanziano questa guerra e vengono spese per > la distruzione, mentre i politici continuano a vantarsi di tagliare i budget > destinati agli aiuti per chi è più nel bisogno. > > E stiamo assistendo alla sempre più letale alleanza tra tecnologia e assassini > impuniti. Alla domanda di Valeria Robecco dell’ANSAD /Associazione dei Corrispondenti delle Nazioni Unite, ha risposto: > Attenzione, finanze, risorse ed energie adesso si stanno tutte sempre più > concentrando sui molteplici modi con cui continuare a combattere questa > guerra, anziché che sui bisogni umanitari esistenti e, adesso, sui nuovi > bisogni umanitari creati dalla guerra. > > Hai ragione, c’è il rischio che l’attenzione si sposti da Gaza e dai Territori > Palestinesi Occupati. Cercheremo di evitarlo, naturalmente, e di continuare ad > operare in quest’area con tutto l’impegno necessario. > > Ma preoccupano anche altre crisi. > > Ho menzionato il Sudan, il Sud Sudan, l’Ucraina e la Repubblica Democratica > del Congo, che hanno anch’essi bisogno di un impegno costante. > > In questo momento le luci d’allarme accese sono tante. Redazione Italia
March 7, 2026
Pressenza
Conseguenze ed ‘effetti collaterali’ dell’escalation della guerra in Medio Oriente
La dichiarazione del sottosegretario generale e coordinatore degli aiuti di emergenza dell’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA) delle Nazioni Unite divulgata ieri – 3 marzo – è un grido d’allarme inequivocabile ed espressamente rivolto ai governanti, ai politici e agli attivisti di tutto il mondo. Tom Fletcher ha affermato: > Le conseguenze umanitarie dell’escalation di violenza in Medio Oriente sono > sempre più demoralizzanti. > > In primo luogo, in tutta la regione i civili ne stanno pagando il prezzo. > > I civili devono essere protetti, punto e basta. > > Eppure gli attacchi stanno colpendo case, ospedali e scuole. > > Le popolazioni e le infrastrutture civili sono state attaccate in Iran, > Libano, Siria, Territori Palestinesi Occupati (TPO), Israele, Emirati Arabi > Uniti, Bahrein, Qatar, Kuwait, Arabia Saudita e molti atri luoghi. > > Mentre stimiamo i danni, che accrescono continuamente, valutiamo l’entità > della risposta umanitaria richiesta, che intanto incrementa, per > intensificarne l’attuazione laddove è necessario ma anche possibile. > > Ho attivato piani di emergenza in tutto l’Iran, dove perà la presenza limitata > di ONG internazionali e di spazi operativi rende la sfida ancora più > difficile, in tutta la regione e, in particolare, in Afghanistan, Pakistan, > Libano, Territori Palestinesi Occupati, Siria e Yemen. > >   > > In secondo luogo, stiamo assistendo a ripercussioni a catena sui bisogni > umanitari più ampi. > > In Afghanistan, che stava già subendo le conseguenze dell’intensifazione delle > ostilità con il Pakistan, oltre 60.000 persone erano state costrette ad > abbandonare le proprie case e quasi 22 milioni di persone necessitavano di > assistenza umanitaria, l’escalation regionale potrebbe aggravare una crisi di > insicurezza alimentare già grave, che colpisce oltre 17 milioni di persone. > > In Pakistan, dove l’ONU ha subito attacchi a una delle proprie strutture e che > ospita già circa 1,3 milioni di rifugiati registrati e ha una capacità > limitata di accoglierne altri, l’aggravarsi delle instabilità in Iran potrebbe > innescare spostamenti di persone su larga scala, in particolare nella > provincia del Baluchistan. > > Nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), l’escalation ha avuto conseguenze > immediate sull’operatività degli interventi umanitari. > > Le restrizioni all’accesso nella Striscia di Gaza hanno limitato l’ingresso > dei rifornimenti salvavita e limitato tutte le operazioni umanitarie. Kerem > Shalom è ora riaperto al rifornimento di carburante e soccorsi, ma tutti gli > altri valichi, incluso Rafah, rimangono chiusi. Le evacuazioni mediche > rimangono sospese, lasciando oltre 18.000 pazienti, tra cui 4.000 bambini, > senza accesso alle cure specialistiche di cui hanno bisogno. > > In Cisgiordania le forze israeliane hanno chiuso la maggior parte dei posti di > blocco, limitando gravemente la libertà di movimento dei palestinesi e > incidendo sulla loro capacità di accedere a servizi e mezzi di sussistenza. > Hanno anche avuto un impatto sulla capacità dei nostri partner umanitari di > fornire aiuti salvavita e di condurre le proprie operazioni. > > Si stima che gli attacchi israeliani nel Sud del Libano, a Nabatiyeh, a Beirut > e nella Bekaa abbiano ucciso più di 50 persone e ne abbiano ferite oltre 150, > inoltre causato ingenti distruzioni e provocato un esodo su larga scala. Oltre > 60.000 persone sono ospitate in 330 campi profughi, mentre molte altre si > trovano fuori dai rifugi o sono in movimento. Finora l’esercito israeliano ha > emesso ordini di sfollamento per oltre 100 città e villaggi nel Sud e nella > Bekaa. > > In Yemen agli effetti potrebbe conseguire anche la volatilità dei prezzi del > carburante e delle materie prime. L’escalation del conflitto in Yemen o nel > Mar Rosso rischia di provocare picchi dei costi o carenze dei beni essenziali, > aggravando una situazione di sicurezza alimentare già in aggravamento, > soprattutto nelle aree controllate dagli Houthi. È necessario intraprendere > ogni sforzo per sostenere la popolazione yemenita ed evitare danni alle > infrastrutture civili essenziali e ulteriori difficoltà nei servizi di > risposta. > >   > > In terzo luogo, le onde d’urto dell’escalation stanno riducendo la nostra > capacità di risposta. > > Le chiusure dello spazio aereo stanno interrompendo le rotazioni del personale > impegnato nelle missioni umanitarie. > > I flussi di erogazione di gas alla Siria sono stati interrotti. I voli > umanitari delle Nazioni Unite in Yemen sono bloccati. Se le routes energetiche > o i corridoi marittimi come lo Stretto di Hormuz continueranno a essere > bloccati, i prezzi dei prodotti alimentari saliranno alle stelle, i sistemi > sanitari saranno compromessi e le forniture di beni di primaria necessità si > ridurranno nei paesi che dipendono dalla loro importazione. Stiamo > pre-posizionando le scorte, identificando rotte di approvvigionamento > alternative e preparando opzioni di finanziamento rapido, comprese potenziali > assegnazioni dal Central Emergency Response Fund. > >   > > In quarto luogo, mentre l’attenzione del mondo si è concentrata su questa, > ovviamente non sono cessate le altre crisi. > > La guerra in Sudan si protrae da oltre 1.000 giorni. > > La violenza continua a devastare la Repubblica Democratica del Congo. > > Gli attacchi contro l’Ucraina si stanno intensificando. > >   > > Continueremo a svolgere il nostro intervento globale finalizzato a salvare > vite umane e sollecitiamo i partner a continuare a dare il supporto del > proprio sostegno e impegno. > > Sull’efficacia del nostro lavoro ci sono molte gravissime ricadute negative. > > Il rispetto del diritto internazionale umanitario viene nuovamente messo in > discussione e indebolito. > > Ogni volta che le infrastrutture civili vengono colpite, l’accesso viene > limitato e gli aiuti vengono politicizzati, lo spazio per l’azione umanitaria > si riduce e diventa più difficile raggiungere le comunità che serviamo. > > Stanno lampeggiando troppi segnali d’allarme. > > Ogni azione ha molte conseguenze, alcune intenzionali e altre indesiderate. > > Il sistema internazionale si disgrega ulteriormente e, mentre gli Stati > incrementano la spesa per l’acquisto e aumentano la vendita di armi, > contemporamente la moltiplicazione e l’intensificazione delle guerre rischiano > di prosciugare ulteriormente i finanziamenti, la volontà politica e l’energia > diplomatica necessari per salvare vite umane. > > Sono grato agli operatori umanitari che continuano a correre molti pericoli > per soccorrere i civili coinvolti nell’escalation militare. > > L’azione umanitaria deve stare saldamente ancorata ai propri pincipi e restare > indipendente, non venire ostacolata. > > Il diritto internazionale rimane la migliore protezione contro il circolo > vizioso della violenza e della guerra. > > Su queste basi ci manterremo saldi e continueremo a fare tutto il possibile. Tom Fletcher è Sottosegretario Generale delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari e Coordinatore degli Soccorsi d’Emergenza (OCHA) dal 18 novembre 2024. Prima di assumere questo incarico è stato preside dell’Hertford College di Oxford (2020-2024), vicepresidente della Conference of Colleges dell’Università di Oxford (2022-2024), ambasciatore britannico in Libano (2011-2015), Consigliere di Politica Estera di tre Primi Ministri del Regno Unito (2007-2011), direttore della Strategia Globale della Global Business Coalition for Education (2015-2019) e presidente della UK Creative Industries Federation (2015-2020). Ha collaborato con le Nazioni Unite durante la sua carriera diplomatica in Africa, Medio Oriente ed Europa, ha redatto un rapporto sulla tecnologia per il Segretario Generale delle Nazioni Unite (2017). Autore di “The Naked Diplomat” (2016), “Ten Survival Skills for a World in Flux” (2022) e due romanzi, “The Ambassador” (2022) e “The Assassin” (2024), ha pubblicato su Financial Times, Prospect, Foreign Policy Magazine e ha presentato una serie della BBC sulla democrazia. (Traduzione in italiano e impaginazione dei testi a cura di Maddalena Brunasti) Maddalena Brunasti
March 4, 2026
Pressenza
La violenza non è mai la risposta ‘giusta’
I membri palestinesi e israeliani di Combatants for Peace sono uniti nel profondo allarme per l’attuale escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran. In quanto movimento congiunto impegnato nella non violenza e nella fine dell’occupazione attraverso mezzi politici, respingiamo fermamente la convinzione che un aumento della forza militare possa portare sicurezza o stabilità nella nostra regione. E perché ci sentiamo così? Pochi giorni fa, in Cisgiordania, due fratelli palestinesi sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco dai coloni nel villaggio di Qaryut, nell’ambito di un documentato aumento della violenza e delle situazioni di sfollamento forzato da parte dei coloni, una situazione  ripetutamente denunciata dalle organizzazioni per i diritti umani e dagli osservatori delle Nazioni Unite. Tali attacchi non sono isolati episodi di disordine, si svolgono all’interno di un sistema di occupazione che frammenta la vita dei palestinesi, indebolisce la responsabilità e consolida una realtà di disuguaglianza che corrode qualsiasi reale prospettiva di pace. In Israele, numerosi civili sono stati uccisi e feriti da attacchi missilistici iraniani su aree residenziali, il che conferma la dura realtà: sono sempre le persone comuni a subire le conseguenze dello scontro tra stati, quando si intensifica. Il diritto internazionale umanitario è inequivocabile: i civili non devono mai essere presi di mira e gli attacchi indiscriminati contro aree abitate sono illegali. Mentre i governi invocano deterrenza e sicurezza per giustificare le proprie azioni, le famiglie israeliane, palestinesi e iraniane piangono i propri cari mentre il confronto si allarga a macchia d’olio. Le dichiarazioni ufficiali parlano in termini strategici, mentre sul campo, è il dolore che permane. Rifiutiamo la gerarchia del dolore che misura una vita contro un’altra, e rifiutiamo la logica che tratta le morti dei civili come moneta di scambio in una lotta più ampia. Ciò che unisce queste realtà non è solo l’escalation tra stati, ma le strutture politiche che normalizzano e perpetuano il danno: occupazione, annessione, punizione collettiva e politica del rischio calcolato a livello regionale che tratta le vite dei civili come una leva piuttosto che come esseri umani uguali aventi diritto a protezione e dignità. La chiarezza morale in questo momento richiede di tenere insieme queste verità: opporsi agli attacchi contro i civili ovunque, affrontando al contempo la realtà di fondo dell’occupazione, dell’oppressione e dell’ingiustizia radicata che rende inevitabile una ripetuta escalation. L’espansione della guerra non risolverà nemmeno questo problema; non farà altro che amplificare la sofferenza. Se vogliamo seriamente proteggere la vita dei civili, dobbiamo seriamente impegnarci per porre fine ai sistemi che la mettono in pericolo. Rinnovando la speranza, Combatants for Peace
March 3, 2026
Pressenza