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Austria, Amnesty International: rapporto su violazioni dei diritti alla libertà di espressione sulla questione palestinese
In un nuovo rapporto, Amnesty International ha denunciato che la risposta delle autorità austriache nei confronti delle persone che hanno espresso solidarietà con la popolazione palestinese durante il genocidio, tuttora in corso, di Israele nella Striscia di Gaza ha prodotto un effetto dissuasivo sul diritto alla libertà di espressione e ha causato violazioni dei diritti alla libertà di espressione e alla libertà di riunione pacifica. Il rapporto, intitolato “La libertà di espressione è altamente selettiva: l’Austria limita le espressioni di solidarietà con il popolo palestinese” individua diversi fattori – tra cui restrizioni indebite alla libertà di espressione e un clima di timore generato da ampie accuse di antisemitismo su uno sfondo di razzismo, compresa l’islamofobia – che, combinati tra loro, hanno inciso negativamente sulla libertà di esprimere solidarietà alla popolazione palestinese ai danni di persone attiviste, organizzazioni non governative, istituzioni accademiche e altri soggetti. “Si è ormai consolidato un significativo effetto dissuasivo che ha inciso seriamente sulla capacità e sulla disponibilità delle persone a esprimere solidarietà con la popolazione palestinese o a criticare le azioni del governo israeliano nella Striscia di Gaza”, ha dichiarato Shoura Hashemi, direttrice di Amnesty International Austria. “In Austria, come in altre parti d’Europa, esiste il rischio che l’antisemitismo venga strumentalizzato e politicizzato. Assimilare le critiche allo stato di Israele all’antisemitismo può comportare violazioni della libertà di espressione e restringere lo spazio a disposizione di una società civile critica, oltre a indebolire gli sforzi per contrastare il vero antisemitismo”, ha proseguito Hashemi. Il rapporto, che comprende 19 interviste a persone attiviste, giornalisti e giornaliste, rappresentanti di organizzazioni non governative e accademici, rileva come molte di queste persone e organizzazioni della società civile rischino di essere etichettate come “antisemite” quando criticano le violazioni del diritto internazionale da parte di Israele. Sebbene il razzismo anti-musulmano sia da tempo motivo di preoccupazione in Austria, fonti governative e organizzazioni della società civile hanno riferito che, dopo l’ottobre del 2023, gli episodi di razzismo sono aumentati in tutto il paese, in particolare il razzismo anti-palestinese. Una persona austro-palestinese ha così descritto il cambiamento avvenuto: “Con il 7 ottobre [2023] c’è stato un cambiamento enorme… ho sempre la sensazione di dovermi giustificare quando qualcuno parla con me”. Nonostante le raccomandazioni formulate da esperti delle Nazioni Unite, l’Austria non ha istituito un piano d’azione nazionale per contrastare il razzismo, compreso il razzismo anti-musulmano. Stretta sulle proteste Dall’inizio del genocidio, tuttora in corso, di Israele contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza, in Austria le persone che hanno protestato pacificamente contro il genocidio si sono trovate di fronte a numerosi ostacoli e gravi restrizioni ai loro diritti alla libertà di espressione e a quella di riunione pacifica. Ad esempio, le autorità hanno imposto restrizioni illegittime al diritto di riunione pacifica in relazione allo slogan ampiamente utilizzato “Dal fiume fino al mare, la Palestina sarà libera” e la polizia di Vienna ha vietato almeno sette manifestazioni sulla base della presunta probabilità che tale slogan venisse utilizzato. Inoltre, lo slogan è oggetto di un decreto non pubblico emanato dal ministero della Giustizia, secondo il quale l’uso dello slogan è sufficiente a far sorgere un sospetto iniziale di “approvazione di reati di terrorismo” e chiunque lo utilizzi potrebbe essere oggetto di indagine. Sebbene lo slogan sia utilizzato da gruppi diversi e abbia significati differenti, la Strategia nazionale contro l’antisemitismo lo equipara a un appello a negare l’esistenza dello Stato di Israele. Secondo il diritto internazionale dei diritti umani qualsiasi restrizione ai diritti alla libertà di espressione e alla libertà di riunione pacifica deve rispettare determinati criteri, tra i quali essere prevista da una legge accessibile al pubblico e sufficientemente chiara e precisa. Anche i divieti relativi alla libertà di espressione richiedono di dimostrare che sia stata raggiunta una soglia elevata e che vi sia incitamento alla discriminazione, all’ostilità o alla violenza contro un gruppo bersaglio. Nel corso degli ultimi anni, il Consiglio nazionale austriaco, così come i consigli comunali di Vienna e Graz, hanno approvato diverse risoluzioni non vincolanti contro il movimento “Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni” (Bds), alcune delle quali lo hanno definito antisemita anche se la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che l’appello al boicottaggio è protetto dal diritto alla libertà di espressione. Sebbene non siano giuridicamente vincolanti, queste risoluzioni sono sostenute da tutti i partiti politici presenti in parlamento e sono ampiamente interpretate come indicazioni autorevoli. Definendo il movimento Bds come antisemita, le risoluzioni hanno inciso negativamente sul diritto alla libertà di espressione: attivisti, attiviste e organizzazioni della società civile hanno riferito ad Amnesty International di temere procedimenti giudiziari, campagne diffamatorie o la perdita di finanziamenti statali qualora esprimano sostegno a tale movimento. La strumentalizzazione della definizione operativa di antisemitismo dell’Ihra La definizione operativa di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance – Ihra) non è coerente con il diritto internazionale dei diritti umani ed è utilizzata per limitare critiche legittime alle violazioni dei diritti dei palestinesi da parte del governo israeliano. La definizione è stata criticata da esperti delle Nazioni Unite, accademici e gruppi della società civile, tra cui Amnesty International. Tra le varie criticità che presenta, il ricorso alla definizione dell’Ihra tende a confondere le critiche legittime a Israele con l’antisemitismo. Ciò rischia di produrre un effetto dissuasivo e di comprimere la libertà di espressione e la libertà di riunione pacifica. Esiste inoltre il rischio che ciò limiti le politiche e gli sforzi dell’Austria per contrastare l’antisemitismo all’interno del paese. Sebbene in Austria la definizione non sia giuridicamente vincolante, essa esercita un’influenza significativa sulle politiche e sulle pratiche. È, ad esempio, il riferimento adottato in diversi documenti governativi, comprese le politiche volte ad affrontare l’antisemitismo nel paese. Sette delle persone intervistate da Amnesty International, tra cui persone attiviste ebree, hanno indicato esplicitamente l’adozione da parte dell’Austria della definizione dell’Ihra come una delle ragioni per cui le espressioni di solidarietà con la popolazione palestinese risultano limitate. “La lotta contro l’antisemitismo è essenziale e deve essere condotta nel rispetto del diritto internazionale dei diritti umani. Solo così può esserci una comprensione condivisa del problema, delle sue cause e delle misure efficaci per eliminarlo. In caso contrario, rischiamo di sostituire la discriminazione nei confronti di un gruppo con la discriminazione nei confronti di un altro e di alimentare l’odio invece di affrontarlo”, ha aggiunto Hashemi. Riduzione dello spazio per esprimere solidarietà con il popolo palestinese Il rapporto evidenzia anche una riduzione dello spazio per esprimere solidarietà con il popolo palestinese ai danni delle organizzazioni della società civile e all’interno del mondo accademico. Due organizzazioni della società civile hanno riferito ad Amnesty International di temere la perdita di finanziamenti statali qualora denunciassero pubblicamente le violazioni dei diritti umani commesse dalle autorità israeliane nei confronti della popolazione palestinese. In diversi casi, esponenti politici hanno pubblicamente messo in discussione l’idoneità di alcune organizzazioni non governative a ricevere finanziamenti statali a causa delle posizioni da esse espresse. “Le autorità austriache devono adottare un piano d’azione nazionale contro il razzismo e porre fine alla diffusione della definizione operativa dell’Ihra nelle loro politiche e prassi. Il decreto che disciplina lo slogan ‘From the river to the sea’ deve essere revocato e qualsiasi restrizione al diritto alla libertà di espressione deve essere conforme al diritto internazionale dei diritti umani. Le autorità austriache devono rispettare e proteggere il diritto di promuovere le azioni del movimento Bds come forma legittima di espressione politica”, ha concluso Hashemi. Ulteriori informazioni Nell’aprile 2023 Amnesty International è stata una delle oltre 100 organizzazioni che hanno invitato le Nazioni Unite a non approvare né adottare la definizione operativa di antisemitismo dell’Ihra. Anche in Italia è in corso un dibattito su questo tema. Il disegno di legge n. 1004 sull’antisemitismo, approvato dal Senato e attualmente all’esame della Commissione affari costituzionali della Camera, adotta ufficialmente la definizione operativa di antisemitismo dell’Ihra come standard legale di riferimento per le attività di contrasto all’antisemitismo. Amnesty International Italia ha espresso preoccupazione per il rischio che l’uso di tale definizione possa avere un effetto dissuasivo sulla libertà di espressione e limitare il legittimo dibattito pubblico sulle politiche dello stato di Israele e sulle violazioni dei diritti della popolazione palestinese. Amnesty International
March 18, 2026
Pressenza
Meloni-Ue: più bianchi e meno diritti
Articoli di Maurizio Alfano, Andrea Ceredani, Marco Bellandi Giuffrida e della redazione Diogene. A seguire un podcast di Lunaria.   La profilazione razziale. La militarizzazione delle politiche migratorie. di Maurizio Alfano I fenomeni migratori in Europa, come in Italia, sempre più rappresentati come una minaccia per autoctoni e vecchi residenti, sono attraversati, da alcuni anni, da un’analisi politico-istituzionale che non
February 19, 2026
La Bottega del Barbieri
FF Magazine: Saluto militare. L’Osservatorio sulla GDMI in una rivista in lingua tedesca
DI MATTHIAS SCHWARZ SU FF MAGAZINE DI SETTEMBRE 2025 GRAZIE ALLA GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE E DELLA DIREZIONE, RILANCIAMO DI SEGUITO, CON TRADUZIONE IN ITALIANO, UN ARTICOLO IN LINGUA TEDESCA PUBBLICATO SULLA RIVISTA “FF MAGAZINE” A FIRMA DI MATTHIAS SCHWARZ IN CUI SI METTONO IN EVIDENZA LE CONTROVERSE PRATICHE MILITARESCHE DELLA GINNASTICA DINAMICA MILITARE ITALIANA. IL GIORNALISTA HA ANCHE INTERVISTATO MICHELE LUCIVERO, DOCENTE E PROMOTORE DELL’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ, CHE SOTTOLINEA I RISCHI DI UN’EDUCAZIONE MILITARIZZATA NELLE SCUOLE E NELLA SOCIETÀ CIVILE IN GENERALE IN UN CONTESTO GEOPOLITICO CHE CORRE SPEDITO VERSO LA GUERRA. ff37_25_GDMIDownload Emilio Ghezzi urla “Uno!”, e quattro adulti e un adolescente si inginocchiamo insieme. Dopo alcuni secondi, il comando “Indietro!” e tornano alla posizione corretta in modo altrettanto uniforme. “Due!”, e di nuovo tutti fanno uno squat. Ghezzi, l’allenatore, circonda i partecipanti, controlla se il movimento è stato eseguito in modo pulito. Conta ad ogni esercizio e, quando raggiunge i dieci, tutti gridano insieme “Dieci!”. Questo va avanti per un’ora: corsa sul cavalletto, sdraiati e molti squat ancora. Ghezzi dà i comandi e tutti lo seguono. Nel frattempo, grida “Non mollare!“. Quando qualcuno fa uno sforzo particolare, Emilio Ghezzi tende il pugno. Pugno battuto, così lo chiamano in tedesco moderno: pugno di saluto. Non ci sono più lodi. È il giorno prima di Ferragosto, poco prima delle 19. Il caldo avvolge Bolzano, molte persone sono in vacanza. Fortunatamente, gli alberi lungo la riva orientale del Talvera stanno già proiettando lunghe ombre. Pochi metri davanti a noi, dove il prato è in leggera pendenza, giace uno striscione lungo diversi metri: su di esso è scritto Ginnastica Dinamica Militare Italiana in verde oliva. Di fronte a noi sul prato ci sono tappetini da yoga. Quello che fanno si chiama Ginnastica Dinamica Militare Italiana (GDMI). È un allenamento che funziona solo con il proprio peso corporeo. Ritorno alle origini è il motto, spiega il nostro trainer. «Del resto, nell’antica Roma non c’erano manubri e attrezzi per il fitness», dice Emilio Ghezzi. Questa formazione è stata sviluppata a Brescia nel 2013 da Matteo Sainaghi e Mara Uggeri. Sainaghi, ex nazionale di rugby, fisioterapista, autore e musicista. Nel 2013 fonda GDMI a Brescia. Nelle palestre veniva dato troppo comfort secondo lui, si prestava troppa attenzione agli orpelli. Ha contrastato con GDMI, ma senza compromessi. L’allenamento si svolge solitamente all’aperto, a 40 gradi o sotto la pioggia. Oggi ci sono oltre 400 centri e 60.000 operatori in tutta Italia. Una storia di successo, ma non solo: ci sono state proteste a Pisa, Arcireale e Firenze perché la GDMI voleva utilizzare le palestre delle scuole. L’uso delle palestre nel pomeriggio è la porta d’accesso alla lenta militarizzazione delle nostre scuole. Un’altra accusa è la vicinanza con i Fratelli d’Italia: la prima collaborazione pubblica tra politici e GDMI si è svolta nelle Marche, la prima regione con un governo FDI in Italia. In Alto Adige, Ghezzi si è candidato per Fratelli d’Italia alle ultime elezioni comunali a Bressanone. Si tratta quindi solo di sport o già di politica? Ghezzi spiega le regole. Il “militare” in GDMI sta per la disciplina. Normalmente, il gruppo si allena sui prati di Talf. Per la sessione fotografica, il gruppo si è spostato sul sito dell’evento Alexander Langer. Il padre abbronzato e presuntuoso. In mezzo, il figlio adolescente. Il padre si lamenta con l’allenatore: “Guarda le mie mani, ho delle abrasioni alle caviglie dovute al kickboxing“. Poi inizia il primo esercizio. e le istruzioni. Come nell’esercito, urla comandi che tutti devono seguire. Se uno dei partecipanti non esegue correttamente l’esercizio, tutti devono fare dieci flessioni insieme. Questo di solito accade una o due volte per allenamento. Venti flessioni in più, penso e sento già che mi fa male la parte superiore delle braccia. “È così che impari a rimanere concentrato“, dice. Dato che oggi è il mio primo allenamento, ho un bonus. Se non riesco a fare un esercizio, dovrei stare in una posizione vigile. Nella fila accanto a me c’è una famiglia. La madre magra. L’allenatore mi spiega che iniziano e finiscono sempre con lo stesso esercizio. “Forse conoscete questo esercizio, altrove si chiama jumping jack, qui usiamo solo nomi italiani, ecco perché si chiama saluto militare”. Alla Ginnastica Dinamica Militare Italiana sono orgogliosi delle loro radici. Su invito del Senato italiano, il fondatore della GDMI Sainaghi ha dichiarato: “Questa formazione è nata in Italia, proprio come me, lontana da questo culto degli stranieri (esterofilia) che spesso ci ha formato nel tempo“. Dobbiamo fare i jumping jack 100 volte per riscaldarci. Quindi corri sul posto. E ancora e ancora squat, squat, squat. Solo che questi sono chiamati diversamente alla GDMI, cioè “accosciata“. All’inizio, Ghezzi ha avuto difficoltà a usare i nomi italiani degli esercizi, come ammette. Era un istruttore di fitness, si era formato negli Stati Uniti ed era quindi abituato ai termini inglesi. Circa due anni fa, ha scoperto GDMI da solo. Dopo la prima sessione di allenamento, pensava che tutti fossero pazzi. L’allenamento era troppo faticoso. Oggi è lui stesso un allenatore e ha il logo GDMI tatuato sopra il gomito destro. Mi pento di aver fatto uno spuntino. La mia pancia salta ad ogni jumping jack. Dopo pochissimo tempo sono inzuppato di sudore. Presto ho finito e chiedo al mio vicino l’ora. Tutto il gruppo ride. È passata solo mezz’ora. Nonostante i suoi muscoli, anche il mio vicino soffre degli esercizi. Respira affannosamente, emette versi di animali “Grrr!”. Sulla borraccia accanto al suo tappetino da yoga c’è un’etichetta che dice “Bestia“. GDMI sembra essere popolare, il gruppo afferma di essere il gruppo sportivo in più rapida crescita in Italia e in Europa. Questo può avere a che fare con uno sviluppo socio-politico in cui la difensiva e il riarmo stanno diventando sempre più attraenti?, mi chiedo. Emilio Ghezzi non vuole vedere alcun collegamento qui. “Vogliamo la pace per tutti“, dice, “L’unica lotta che stiamo combattendo è la lotta contro la pigrizia“. Gli altri partecipanti sembrano essere d’accordo. “GDMI non ha nulla a che fare con l’esercito. L’esercito è la disciplina. Se c’è disciplina, allora c’è un risultato. Altrimenti non funzionerà“, dice uno dei partecipanti. Michele Lucivero dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole non è d’accordo. “Queste sono le stesse esercitazioni dell’esercito“, dice. La sua organizzazione si oppone all’uso delle palestre scolastiche da parte della GDMI. “In un momento in cui c’è molta guerra nel mondo, bisogna prendere le distanze da qualsiasi educazione militare“. L’esercitazione militare, l’esaltazione delle radici romane e della nazione italiana, mi sembra che rimanga un retrogusto, anche se non ci sono messaggi politici evidenti. Nelle diverse settimane di ricerca su questo testo, questa rivista ha parlato con diversi esperti sui temi dello sport e della politica, ma nessuno di loro è riuscito a classificare questo fenomeno ancora giovane. Ghezzi e GDMI negano le accuse di politicizzazione. La sua candidatura alla Fratelli d’Italia di Bressanone non ha nulla a che vedere con la formazione. “Siamo qui solo per lo sport“, dice. GDMI è aperto a tutti. “I nostri partecipanti non vengono solo dall’Italia, ma hanno molte nazionalità diverse, vengono dal Marocco, dalla Moldavia, dalla Russia, dalla Romania, per esempio”. Nonostante tutto, gli organizzatori di GDMI reagiscono con sensibilità alle notizie spiacevoli. Il portale salto.bz ha dovuto pubblicare una correzione dopo un articolo su GDMI. Il fondatore di GDMI, Matteo Sainaghi, è ripetutamente messo in imbarazzo dall’appropriazione politica da parte dei media. Ed Emilio Ghezzi mi dice: “Ricorda, non c’è nessun riferimento politico, solo formazione!” Alle 20 l’allenamento è finito, per salutarci rifacciamo tutti il saluto militare. Il mio vicino con l’etichetta Bestia non partecipa più, è esausto. La prima volta che non fa tutti gli esercizi, come sottolinea più volte. L’inno italiano non viene cantato alla fine della sessione di allenamento, contrariamente a quanto riportato dai media su altri corsi GDMI. Un’invenzione dei media, dice Ghezzi.