Addio, Bosco Ospizio!
Era un bosco, un lembo di natura selvaggia nato sulle macerie, in un quartiere
di città. Ora è una spianata desolata, sparsa di buche e di ramaglie, come dopo
un bombardamento.
Avevo ancora potuto conoscerne la forza e la bellezza, qualche giorno fa,
sbirciando attraverso gli spiragli aperti nel lungo muro di pannelli che già lo
imprigionava: cogliere qualche particolare e immaginare ombrose profondità
popolate di vita animale e vegetale.
Furono gli attivisti dell’assemblea permanente nata in difesa di Bosco Ospizio a
raccontarmi la storia di quel grande polmone verde, condannato a morire per far
posto all’ennesimo centro commerciale.
A ridosso delle recinzioni era sorto un presidio, punto di vedetta e di
resistenza occupato ventiquattr’ore su ventiquattro per impedire l’inizio-lavori
e l’abbattimento degli alberi.
Furono i presidianti a dare l’allarme, quando , all’alba del 30 settembre,
inaspettate arrivarono le ruspe, precedute da uno squadrone di agenti in assetto
antisommossa che isolarono tutta la zona chiudendone ogni accesso.
Fu tentata una qualche resistenza: troppo pochi e disarmati contro un esercito
in armi, gli attivisti riuscirono tuttavia a fermare per breve tempo i mezzi
arrampicandosi sugli escavatori e sdraiandosi davanti ai cingolati.
Finì come sempre in questo nostro Paese, dove il partito trasversale degli
affari la fa da padrone e la repressione è la risposta a chi si ribella: i
resistenti portati via di peso, accompagnati in questura, denunciati, sanzionati
con tanto di fogli di via ; ordinanza di sgombero per il presidio.
Da allora sta continuando indisturbata l’ecatombe di alberi ed animali. Contro i
testimoni scomodi sono state rinforzate le barriere, tappati spiragli e fessure
in modo che nessun occhio indiscreto possa vedere e raccontare.
Una delegazione di attivisti da Reggio Emilia ha partecipato alla recente marcia
NO TAV Sant’Ambrogio – Avigliana in segno di solidarietà ed aiuto reciproco
contro l’ecocidio che ci accomuna.
Il loro racconto di alberi sradicati, di suolo sventrato e grovigli di radici a
cielo aperto mi ha riportata indietro nel tempo, ai castagni centenari della
Clarea, anch’essi abbattuti a colpi di benna per far posto al cantiere del TAV,
i grandi corpi stesi al suolo con le radici ancora palpitanti di vita.
Ai margini di Bosco Ospizio, immersa nel verde, c’è una scuola dell’Infanzia.
Dalle finestre che si aprivano sul cuore della selva i bambini hanno assistito
piangendo allo scempio di quello che, per loro era un luogo incantato, popolato
dagli animali delle favole, dove era bello giocare all’ombra dei giganti
secolari, pieni di voli e di nidi.
Ora, anche in seguito alle proteste delle famiglie, per isolare l’edificio
scolastico dal cantiere e proteggerlo dalle polveri e dai rumori di lavori che
non si annunciano brevi, si prevede di inscatolarlo tra alte barriere
anti-rumore.
Il progetto del costruendo centro commerciale sa di beffa: i piazzali saranno
ripiantumati; file di esili alberelli, intrappolati tra l’asfalto dei posteggi,
prodotti di vivaio destinati a morte certa.
E se il complesso, accanto all’insegna “Conad: persone oltre le cose”, avrà un
nome, sarà – ci giurerei – “BOSCO OSPIZIO”.
Redazione Italia