Tag - spesa militare

La più grande spesa militare compiuta dal dopoguerra in Italia
In data 15 luglio 2026, il governo italiano ha formalizzato la prenotazione di 14,9 miliardi di euro destinati al piano straordinario di riarmo e potenziamento della difesa nazionale, segnando il culmine di una complessa manovra finanziaria avviata nel biennio precedente. Questa cifra imponente, originariamente accantonata attraverso la rimodulazione dei fondi […] L'articolo La più grande spesa militare compiuta dal dopoguerra in Italia su Contropiano.
August 23, 2026
Contropiano
Strategie governative per gestire la spesa militare tra SAFE e clausole di salvaguardia
Si fa presto a parlare di aumento delle spese militari e sottrazione di risorse al welfare quando la propaganda di guerra quotidiana prova a dimostrare l’esatto contrario ossia la bontà degli investimenti militari e la loro funzione di traino per l’intera economia. Come ogni estate, quando i Governi preparano i documenti programmatici e le basi sulle quali costruire le manovra di Bilancio, l’Osservatorio Milex dedica ampio spazio alle iniziative intraprese dall’Esecutivo in materia di armamenti. Abbiamo già parlato del prestito SAFE, ma assai meno della flessibilità con la quale il Governo sta provando a gestire la spesa militare per i prossimi due anni, si tratta di equilibrismi contabili e tecnici nella prospettiva di accrescere progressivamente gli impegni per arrivare al 3% del PIL. In estrema sintesi facciamo riferimento ad una spesa ulteriore pari all’1,5% che non concorre al tetto di spesa “invalicabile”, con questo stratagemma è possibile aggirare le regole europee andando in deroga alle stesse, e soprattutto con la benedizione di Bruxelles che spinge per accrescere le spese militari superando anche la tradizionale idiosincrasia per l’accrescimento del debito. Il buon, si fa per dire, viatico parte dalla revisione dei conti nazionali a fine settembre con la correzione al ribasso del deficit 2025. Quasi un anno fa discutevamo del mancato rientro dell’Italia nei parametri virtuosi dell’economia europea, un indebitamento del 3,1% rispetto al 3% richiesto da Bruxelles, rientrare prima del tempo nei ranghi chiudendo in anticipo la procedura di contenimento della spesa a causa del deficit eccessivo. Questo è il primo obiettivo del Ministro Giorgetti e potrebbe anche rappresentare il biglietto da visita per il nostro paese al tavolo dei paesi virtuosi (le preoccupazioni dei governanti stridono con i messaggi di fuoco lanciati quando erano all’opposizione contro le regole capestro della UE). Il secondo passaggio invece andrebbe verso l’applicazione della clausola nazionale di salvaguardia: 0,9 punti di PIL cumulati per la difesa e 0,6 punti per l’energia tra il 2027 e il 2028 https://www.milex.org/2026/08/06/la-trappola-della-flessibilita-sui-22-miliardi-per-la-difesa/. E la prossima legge di bilancio 2027 a sua volta potrebbe prevedere il superamento del 3% di deficit giustificato con le spese consentite dalla clausola che senza cancellare il deficit permette lo sforamento della spesa con autorizzazione di Bruxelles. Superare o no il tetto del debito potrebbe presentarsi alla occorrenza come scelta virtuosa per il bene del Paese  o se preferiamo uno stratagemma per nascondere al cittadino l’aumento delle spese militari attribuendone le responsabilità non al Governo italiano, ma alla burocrazia comunitaria. Detto in altri termini, per le spese militari o ci si indebita o si costruiscono regole ad hoc per sottrarsi alle procedure di infrazione che imporrebbero invece senza remore nel caso di aumento degli investimenti per il welfare. In un modo o nell’altro il Governo presenterà a Bruxelles dei piani economici compatibili con l’aumento delle spese militari ricorrendo a tutte le regole e le deroghe previste dai Bilanci comunitari. Lasciamo al ministro Giorgetti il compito, gravoso, di far quadrare i conti. La mancata discesa del debito sotto il 3% graverà sulle scelte future dei governi e accrescere la spesa militare non sarà una passeggiata per conti già critici e traballanti. Gli impegni di spesa di 7,1 miliardi di euro del 2027 sono soldi in più per il settore militare ed è ormai evidente che queste somme considerevoli dovranno essere stanziate utilizzando gli strumenti offerti da Bruxelles al riarmo comunitario a partire dalle deroghe. Il Governo Meloni ha un problema, tuttavia, da risolvere avendo già promesso di ridurre le tasse, andando incontro ai desiderata delle imprese. Per mantenere certi impegni, utili a fini elettorali, serviranno soldi con cui costruire anche una cortina fumogena attorno alle disuguaglianze alimentate dalla mancata ridistribuzione delle ricchezze attraverso la leva fiscale. La riduzione del cuneo fiscale, fortemente voluta dai governi succedutisi, comporta innumerevoli rischi, ad esempio meno tasse determinano la riduzione dei servizi e tagli alla previdenza. I tributi non sono un furto legalizzato, specie se proporzionali alla ricchezza posseduta garantiscono benefici collettivi che superano, nella stragrande maggioranza dei casi, la perdita parziale di reddito individuale. L’obiettivo di Crosetto è indirizzare la spesa militare aggiuntiva alla realizzazione dei programmi contenuti nell’Agenda del Ministero della difesa, poi ad altri dicasteri spetterà l’onere di far quadrare il bilancio e i conti, anticipare o posticipare all’occorrenza alcuni investimenti da un anno all’altro, realizzare con una certa flessibilità tutti gli interventi previsti dal Documento programmatico pluriennale della Difesa. E su questo meglio di noi ha fatto l’Osservatorio Milex il cui pregio è stato smascherare, pochi giorni or sono, gli effetti taumaturgici del SAFE che infatti: * non riduce il deficit prodotto dalla spesa; * non cancella il debito; * non genera automaticamente 14,9 miliardi per finanziare altri interventi; * può offrire scadenze molto lunghe e condizioni potenzialmente più favorevoli rispetto all’emissione di titoli di Stato; * può facilitare la riconduzione di alcuni programmi militari alla flessibilità europea. Ancora più approfondita ed esaustiva l’analisi di Milex sulle spese militari previste per i prossimi anni. Entrare nel dettaglio delle stesse è di grande aiuto quando ogni giorno si lanciano messaggi che vanno in direzione opposta (per capirci non aumenteremmo di tanto gli investimenti per la guerra e in ogni caso sono soldi necessari per prevenire attacchi e pericoli che metterebbero in pericolo la vita e la tranquillità del Paese). La clausola di salvaguardia per essere applicata pone una condizione ben precisa ossia che “persista la grave congiuntura negativa nella zona euro o nell’Unione nel suo complesso”. Di conseguenza, a prescindere dalle dichiarazioni di circostanza, le clausole vengono adottate in caso di congiunture economiche negative, in quadro regressivo l’aumento delle spese militari è ancora più preoccupante. E la clausola è uno dei pilastri sui quali si fonda il Riarmo europeo per consentire ai singoli Paesi di accrescere la spesa militare senza correre rischio con le regole di Maastricht. E se tra il 2025 e il 2028 la crescita di spesa ammonta a 650 miliardi di euro non dimentichiamo la velocità con la quale questo meccanismo di finanziamento alla guerra sia stato predisposto in tempi abbastanza celeri se consideriamo come i prestiti siano accompagnati a una impalcatura di regole comunitarie. Le clausole di salvaguardia nazionali o National Escape Clauses (NEC)  previste dall’art. 26 sono finalizzate a consentire ai singoli Stati membri di deviare dal percorso della spesa netta stabilito dal Consiglio “a condizione che tale deviazione non comprometta la sostenibilità di bilancio nel medio termine”. La sospensione temporanea può essere attivata dal Consiglio dell’Unione  europea “su richiesta di uno Stato membro e su raccomandazione della Commissione basata sulla propria analisi”, esclusivamente “nel caso in cui circostanze eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro abbiano rilevanti ripercussioni sulle sue finanze pubbliche” (articolo 26, paragrafo 1) https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/1518464.pdf Siamo certi che il SAFE, le deroghe al Bilancio, le procedure costruite a tavolino e in corso di applicazione non alimenteranno solo il riarmo, ma anche le disuguaglianze interne ai Paesi membri. Sia sufficiente attendere qualche anno per capire quali Paesi, e settori economici, usciranno rafforzati ai processi di militarizzazione. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’agenda atlantica si può strappare
Per un’istituzione che pochi anni fa Trump considerava «obsolescente» e Macron reputava affetta da «morte cerebrale», la Nato sta dando prova di inattesa resilienza. Ad Ankara i membri dell’alleanza atlantica hanno tutti ribadito l’obiettivo cruciale: la cosiddetta spesa per la difesa deve salire al 5 percento del Pil entro il […] L'articolo L’agenda atlantica si può strappare su Contropiano.
July 12, 2026
Contropiano
Meno lavatrici e più carri armati a prezzi d’inflazione
Il “fascino” del riarmo I padroni del mondo stanno modellando i mercati a loro immagine e somiglianza. E attraverso questa operazione, è ovvio, trasformano anche profondamente le società umane che alimentano il business planetario. La decisa “sterzata” delle democrazie industriali occidentali, negli ultimi 10 anni, è stata quella di riscoprire […] L'articolo Meno lavatrici e più carri armati a prezzi d’inflazione su Contropiano.
July 11, 2026
Contropiano
Mil€x: per l’Italia arrivare al 5% di spesa militare costerebbe 500 miliardi
Al vertice Nato di Ankara il governo italiano ha confermato l’intenzione di voler rispettare l’impegno a raggiungere il 5% del Pil nel 2035 per le spese in difesa e sicurezza, seguendo un percorso definito dalla premier Meloni come “sostenibile” che parte da un livello di spesa attuale del 2,8% del Pil e che, stando alle dichiarazioni dello stesso ministro Crosetto, prevede un incremento di 19 miliardi nel prossimo biennio (6-7 miliardi aggiuntivi nel 2027 e 12-13 miliardi aggiuntivi nel 2028) che porterà l’Italia a un livello di spesa militare di circa il 3,2% del Pil nel 2028 – un po’ meno rispetto al target di breve periodo del 3,4% riportato come indiscrezione giornalistica nei giorni scorsi. Se dal breve periodo si sposta la propsettiva sul lungo periodo fino al 2035, l’impatto finanziario complessivo risulta comunque estremamente oneroso, anche più di quanto emergeva dalla nostra stima fatta un anno fa in vista del vertice Nato dell’Aja, ancora in assenza di qualsiasi indicazione sulla porgressione di spesa iniziale dalla base di partenza del 2% del Pil. Nella nuova stima (non più basata su una progressione incrementale lineare puramente teorica bensì sulla concreta traiettoria incrementale fino al 2028 tracciata dal governo, e su una successiva progressione lineare del +0,23% annuo fino al 2035) abbiamo aggiornato la differenza di spesa cumulata tra il nuovo scenario di aumento fino al 5% e un ipotetico scenario di non aumento rispetto al precedente target NATO del 2%. Come punto di riferimento per il calcolo percentuale si sono prese come base le nuove stime di crescita del Pil fino al 2029 contenute nel Documento di Finanza Pubblica 2026 pubblicato dal MEF lo scorso 22 aprile, seguite da una stima di crescita fino al 2035 in linea con quella prevista dal governo ma leggermente più prudenziale. Confrontando i due scenari di spesa cumulativa 2025-2035, di oltre mille miliardi (1.063) nel caso di progressione fino al 5% del Pil e di circa la metà (564 miliardi) se si restasse al 2% – con incrementi proporzionali all’aumento del Pil di anno in anno – risulta una differenza complessiva di spesa totale 498 miliardi – superiore rispetto ai 445 miliardi della prima stima di un anno fa. NB: Nella versione originale del presente articolo (e nella nota stampa di rilancio ripresa dalle agenzie) avevamo segnalato che il dato del 2,8% del Pil per il 2026 non risultava nella tabella Nato delle spese nazionali diffusa alla vigilia del vertice, nelle quali l’Italia compare ancora ferma al 2,1% del Pil nel 2026. Discrepanza dovuta al fatto che il dato in tabella è riferito alla sola spesa in difesa “core” quindi non anche alle spese in sicurezza (che il governo ha quantificato in un ulteriore 0,7% del Pil). La confusione nasce dall’incongruenza logica tra il dato 2026 e quello 2025 (2,09% del Pil) presentato anch’esso come sola “core defense”, quando è noto che invece fosse comprensivo anche delle spese in sicurezza.   MIL€X - Osservatorio sulle spese militari italiane
July 8, 2026
Pressenza
Vertice NATO ad Ankara: rinforzo della Difesa Europea e della spesa militare
Proprio in questi giorni si sta riunendo ad Ankara il vertice NATO, pochi giorni dopo la visita del Segretario Generale della Alleanza in Germania per colloqui urgenti, nel corso dei quali è arrivato un attestato di stima per il riarmo intrapreso da Berlino. Il merito tedesco sarebbe quello di avere mantenuto gli impegni assunti con la NATO, aumentando la spesa per la Difesa, accrescendo le risorse (economiche e militari) destinate all’Ucraina e fornendo un forte impulso alla riconversione a fini militari di parte del tessuto manifatturiero nazionale. Rutte ha parlato di «un risultato straordinario» invitando le industrie della Difesa europee – e non solo – ad «aprire nuove linee di produzione, espandere le catene di approvvigionamento e fornire rapidamente ciò di cui abbiamo bisogno per la nostra sicurezza». Durante il summit in Turchia la NATO farà i conti con la necessità di un salto di qualità nella ricerca e nella produzione di sistemi d’arma tecnologicamente sempre più evoluti, nell’ottica di acquisire in maniera sinergica e collaborativa armi, veicoli e tutte le attrezzature più importanti, in maniera tale da sfruttare le economie di scala e  favorire l’integrazione tra sistemi produttivi nazionali differenti.[1] Non si parlerà, dunque, solo dell’Ucraina e dell’ammontare effettivo delle spese militari: la riunione NATO sarà assai attenta allo sviluppo del complesso industrial-militare, alla ricerca accademica a fini bellici, alla interazione tra soggetti pubblici e privati. Forti pressioni arrivano dall’industria militare turca, che recentemente ha concluso accordi con importanti aziende del settore di vari paesi, europei e non. Preoccupa invece la capacità europea di garantire un costante e crescente rifornimento bellico da qui ai prossimi anni. Sono trascorsi oltre dieci anni da quando, nel 2014, i paesi della Alleanza si impegnarono a portare al 2% del PIL la spesa per la Difesa, destinando almeno il 20% di queste somme all’acquisto di equipaggiamenti bellici e a sostegno delle attività di ricerca e sviluppo. Nel 2023, al vertice di Vilnius, fu preso un accordo per lo sviluppo di una maggiore sinergia tra aziende militari e acquisti collaborativi, nel tentativo di costituire una dotazione bellica composta da sistemi d’arma fra loro compatibili (interoperabilità). Nel vertice 2024, tenutosi negli States, l’attenzione venne focalizzata su come espandere la capacità industriale. Nel giugno del 2025, infine, i Paesi NATO si impegnarono a destinare alla Difesa il 5% del PIL.[2] La gran parte dei documenti prodotti dalla Nato in questi ultimi anni analizza i pericoli per l’Alleanza pensando che arrivino in prevalenza dalla Russia. Da qui il sostegno alla produzione di armi in alcune fabbriche ucraine e al potenziamento della spesa per la Difesa nei paesi geograficamente più vicini a Mosca: «Gli Alleati si sono impegnati a sostenere l’Ucraina e la sua base industriale della difesa, promuovendo ed espandendo al massimo la cooperazione in materia di difesa con l’industria ucraina».[3]  In generale, la percezione di un nemico esterno favorisce l’adozione dell’obiettivo strategico di incrementare la spesa militare, gli investimenti in intelligence e la stessa capacità produttiva del settore bellico. Allo stesso tempo, il tentativo in corso è quello di modificare la legislazione vigente per favorire il riarmo e la concentrazione di capitali – rivedendo, ove necessario, l’agenda delle priorità dei singoli paesi – e accelerare processi di ricerca e tempistiche di approvvigionamento, nonché  ampliare e ammodernare la produzione di armi  – anche attraverso processi di riconversione militare della manifattura. E i maggiori investimenti diretti vanno a favore degli aerei da combattimento multiruolo, degli elicotteri, dei sistemi aerei senza equipaggio e della ricerca sulle armi tecnologiche, specie per quanto riguarda l’equipaggiamento di fanteria. Dal punto di vista amministrativo si va costruendo un’infrastruttura adatta allo sviluppo di una filiera militare continentale: normative ad hoc, anche in deroga alle leggi vigenti, accordi bilaterali di cooperazione in materia di Difesa, abbattimento delle barriere commerciali, acquisti collaborativi (sia di prodotti finiti, come armi e munizioni, sia di semi-lavorati) per favorire produzioni in grande scala. La NATO, insomma, si candida a ricoprire un ruolo da «promotore di iniziative, ente normatore, organismo che definisce i requisiti, aggregatore e facilitatore dell’attuazione, al fine di espandere la capacità industriale nel settore della Difesa».[4] Del resto esiste un cronoprogramma[5] della NATO per lo sviluppo di filiere di approvvigionamento resistenti agli shock economici o “geo-politici”. Vedremo nei prossimi giorni se e come questi ambiziosi obiettivi siano stati raggiunti e quali saranno le iniziative intraprese, con i relativi effetti immediati e a medio termine sui Bilanci comunitari e nazionali. F. Giusti, E. Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- [1] Cfr. https://www.nato.int/en/what-we-do/deterrence-and-defence/natos-role-in-defence-industry-production. [2] Cfr. https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2025/02/13/nato-defence-ministers-conclude-meeting-focus-on-defence-spending-and-support-for-ukraine. [3] Cfr. https://www.nato.int/en/about-us/official-texts-and-resources/official-texts/2025/02/13/updated-defence-production-action-plan. Traduzione nostra dall’originale: « Allies also pledged to support Ukraine and its defence industrial base by fostering and expanding defence cooperation with the Ukrainian defence industry to the fullest extent, and committed to enhancing defence industrial cooperation with NATO partners». [4] https://www.nato.int/en/about-us/official-texts-and-resources/official-texts/2024/07/10/nato-industrial-capacity-expansion-pledge. Traduzione nostra dall’originale: «We will leverage the Alliance’s role as convenor, standard setter, requirements setter and aggregator, and delivery enabler to expand defence industrial capacity». [5] Cfr. https://www.nato.int/content/dam/nato/webready/documents/factsheets/240712-Factsheet-Defence-Supply-Chain-Roadmap-en.pdf. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La politica senza più il potere
Occuparsi dei turbamenti della classe politica italiana è uno sforzo di stomaco, quasi come assistere ad un’autopsia. E’ necessario, purtroppo, ma niente affatto entusiasmante, visto che nulla di definitivo e di «ampio respiro» può esservi trovato. Governo Meloni e «campo largo» soffrono infatti della stessa malattia: come raggiungere e blindare […] L'articolo La politica senza più il potere su Contropiano.
July 2, 2026
Contropiano
Performance Difesa 2025, il riarmo è smascherato: tanti soldi in più per le armi, operatività fragile
Il Rapporto di performance 2025 del Ministero della Difesa, trasmesso al Parlamento a metà giugno, è uno di quei documenti tecnici che il dibattito pubblico ignora sistematicamente, ma che raccontano la realtà della spesa militare italiana molto meglio dei comunicati poco realisti su presunti raggiungimenti della soglia del 2% del PIL. Letto con attenzione, conferma punto per punto ciò che andiamo dicendo da tempo: l’accelerazione della spesa militare italiana passa quasi interamente dall’acquisto di sistemi d’arma, a vantaggio dell’industria militare, mentre tutte le altre voci operative restano indietro. E lo conferma arriva, paradossalmente, attraverso le lamentele dello stesso Ministero di via XX Settembre. Più risorse, ma sbilanciate I numeri di partenza sono eloquenti. Gli stanziamenti definitivi 2025 hanno raggiunto i 35.519 milioni di euro, con un incremento di oltre 4,2 miliardi rispetto a quanto previsto inizialmente dalla Legge di Bilancio e un aumento di quasi 3,7 miliardi rispetto al 2024. Una crescita robusta, che conferma la traiettoria già evidente del riarmo (e come gli accumuli di risorse in tal senso si rafforzino nel corso dell’anno anche “oltre” quanto previsto in sede di approvazione parlamentare) Eppure il Rapporto di performance del Dicastero guidato dal Ministro Crosetto si apre con un lamento che ricorre in ogni pagina che la Difesa dedica al proprio bilancio: le risorse si starebbero “cristallizzando” su spese incomprimibili (utenze, tributi, viveri) e persisterebbe uno “squilibrio crescente” tra il settore esercizio (operatività, addestramento, sostegno logistico, manutenzioni) e il settore investimento (l’ammodernamento, cioè le armi). Il documento parla esplicitamente di una “cronica e strutturale condizione di ipo-finanziamento” della spesa per l’operatività e il mantenimento in efficienza dello strumento militare. Pur con aumenti robusti e storici, persistono le lamentele E proprio qui sta il punto che merita di essere sottolineato con forza, perché è esattamente ciò che la narrazione ufficiale tende a nascondere. La Difesa lamenta di avere pochi fondi per l’esercizio. Ma chi decide come ripartire le risorse tra esercizio e investimento? Lo decide lo stesso Governo, attraverso le proprie scelte di bilancio. Lo squilibrio di cui la Difesa si duole non è una qualcosa piovuto dal cielo, non è il prodotto di una congiuntura sfortunata: è il risultato di una scelta politica precisa. Se le risorse aggiuntive sono andate in larga misura ai sistemi d’arma anziché al sostegno delle attività ordinarie è perché qualcuno ha deciso così. La ragione profonda di questa dinamica la conosciamo, e la sottolineiamo da tempo: l’unico modo per ottenere un aumento rapido della spesa militare (quello richiesto in sede NATO, in primis gli Stati Uniti) è gonfiare i fondi destinati all’acquisto di armamenti perché le tempistiche di “concretizzazione” di questa scelta sono sicuramente più rapide di interventi su altri ambiti. Gli stipendi non si possono moltiplicare da un anno all’altro, il personale non cresce in pochi mesi, le strutture di acquartieramento o di addestramento non si costruiscono dall’oggi al domani, la spesa per esercizio è per sua natura da un lato incomprimibile e dall’altro rigida e con dinamiche di alta inerzia. I contratti per nuovi sistemi d’arma invece hanno una dinamica più snella: si possono firmare in fretta, fanno “volume” e soprattutto alimentano direttamente l’industria della difesa. Il riarmo accelerato è riarmo industriale, quasi strutturalmente. Lamentarsi che manchino i soldi per l’esercizio dopo aver scelto di destinarli alle armi è, a essere generosi, una contraddizione. A essere precisi, è un alibi: serve a chiedere ancora più fondi, presentando come “emergenza operativa” ciò che è la conseguenza diretta delle proprie priorità di spesa. Quanto vale davvero l’investimento in armi (e perché i numeri vanno letti con prudenza) Il Report appena pubblicato fornisce numeri importanti e interessanti sul cosiddetto ammodernamento, offrendo l’occasione per un piccolo esercizio di trasparenza. La spesa per l’acquisto e il rinnovamento dei sistemi d’arma nel 2025 è arrivata a circa 9,6 miliardi di euro di stanziamenti definitivi: una cifra cresciuta in modo netto rispetto agli anni precedenti (l’aggregato “di base” degli acquisti di armamenti segna un +18% circa sul 2024, secondo questi dati) che da sola conferma dove si stia concentrando lo sforzo finanziario della Difesa. Come dato tecnico vale anche la pena notare come durante il 2025 la riorganizzazione interna del Ministero (la separazione tra Segretariato Generale della Difesa e Direzione Nazionale degli Armamenti) ha fatto migrare circa 6 miliardi da un capitolo di bilancio a un altro. Il risultato numerico è che, guardando i singoli obiettivi, uno sembrerebbe quadruplicare e l’altro quasi azzerarsi: Si tratta però solo di un travaso contabile, non spesa nuova: sommando i due capitoli, la variazione reale è di appena 150 milioni. Se la sostanza non cambia è però utile evidenziare l’ennesimo caso in cui le cifre sui programmi d’arma si spostano tra voci con una disinvoltura che rende sempre più arduo, per cittadini e Parlamento, seguire il filo della spesa reale. È la stessa opacità crescente che abbiamo già denunciato a proposito del Documento di Programmazione Pluriennale. Un’avvertenza ancora più importante, per evitare equivoci: stiamo parlando qui della sola spesa per investimento del Ministero della Difesa, quella per l’acquisto diretto di mezzi e sistemi d’arma; la voce che è maggiormente cresciuta nelle spese militari italiane degli ultimi anni. Non si tratta però della spesa complessiva per l’acquisto di armamenti, ben più alta perché (come evidenziamo da anni nelle nostre analisi) include capitoli iscritti su altri bilanci, a partire da quello del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che finanzia una quota rilevante dei grandi programmi di acquisizione. I 9,6 miliardi del Rapporto di performance sono dunque solo una parte (la maggiore e più visibile) di uno sforzo di riarmo che, sommando tutti i capitoli, raggiunge cifre molto superiori (circa 13 miliardi di media negli ultimi due anni). Il “buco” di pagamenti per i sistemi d’arma Dal Rapporto di Performance emerge poi come il Ministero della Difesa abbia allocato per gli armamenti più risorse di quante sia stato effettivamente in grado di spenderne. Il documento lo ammette con un certo imbarazzo tecnico: sul settore investimento si è aperto nel 2025 un disavanzo di cassa di quasi 2 miliardi di euro: gli stanziamenti c’erano, ma mancavano i soldi liquidi per onorare gli impegni. Per evitare un blocco, nel secondo semestre il Ministero dell’Economia ha dovuto concedere un’integrazione straordinaria di cassa di 800 milioni, lasciando comunque circa 1,1 miliardi di residui a fine anno. Lo si vede bene anche dal rapporto tra ciò che viene stanziato e ciò che viene davvero pagato: dei 9,6 miliardi destinati all’ammodernamento, ne risultano effettivamente erogati in cassa circa 7,7 miliardi, l’80%. Il resto slitta agli anni successivi. Tradotto: si stanziano per le armi cifre che la macchina amministrativa non riesce a smaltire nello stesso esercizio. È la prova plastica che la corsa agli armamenti procede più in fretta della capacità reale del sistema di assorbirla e che la priorità non è l’efficacia della spesa (nemmeno dal punto di vista militare) ma la cifra da esibire (e mettere a disposizione dell’industria). A conferma di ciò, anche il debito commerciale torna a salire bruscamente: lo stock di debito della Difesa passa dai circa 97 milioni del 2024 ai quasi 361 milioni del 2025, quasi quadruplicato in dodici mesi. Il rapporto riconosce di dover “approfondire l’analisi delle cause”. Più risorse in entrata, ma peggiore controllo sui pagamenti in uscita: anche questo è un sintomo di un sistema messo sotto pressione da volumi che crescono per ragioni politiche, non operative. Il contrasto si chiude qui. Mentre l’esercizio resta sottofinanziato e i pagamenti generali arretrano, sul fronte degli armamenti i numeri sono brillanti: l’81,6% dei contratti programmati è stato perfezionato e l’incidenza dei pagamenti sui programmi di ammodernamento supera l’89,6%, con quasi 9,5 miliardi effettivamente erogati. Dove si vuole spendere, si spende. E si spende bene, dal punto di vista dell’industria fornitrice. Conclusione: lo sapevamo, e i conti lo confermano In definitiva il Rapporto di Performance 2025 della Difesa conferma le recenti analisi del nostro Osservatorio MIl€x: l’Italia sta aumentando la spesa militare per via politica “rapida” nell’unica strada possibile di aumento di fondi per acquisto armamenti. Il sottofinanziamento dell’esercizio di cui la Difesa si lamenta non è un incidente: è il rovescio della medaglia di quella scelta. Si è deciso di privilegiare l’acquisto di sistemi d’arma (non riuscendo peraltro nemmeno a pagarli tutti nei tempi) e ora ci si duole delle conseguenze, usandole paradossalmente come argomento per chiedere ancora più soldi… A guadagnarci, come sempre, è l’industria della difesa, destinataria finale di quei contratti firmati in fretta e pagati puntualmente, quando i flussi lo permettono. A perderci sono la trasparenza del bilancio pubblico e la possibilità, per cittadini e Parlamento, di esercitare un controllo democratico reale su una spesa che impegnerà risorse del Paese per decenni.   MIL€X - Osservatorio sulle spese militari italiane
June 20, 2026
Pressenza
Spese militari al 5%? Anche nella maggioranza sanno che è insostenibile
Il Re è finalmente nudo. Sulle spese militari anche i parlamentari della maggioranza dicono quello che la campagna Sbilanciamoci! sostiene da sempre: il 5 per cento del Pil in spese militari è insostenibile. Qualcuno da Washington, prima ancora che da Palazzo Chigi o dal ministero guidato da Guido Crosetto, deve essere intervenuto per obbligare i senatori ad una clamorosa retromarcia. Cancellato il punto 8 della mozione e anche le premesse sull’insostenibilità dello sforzo militare. Ma ciò che è stato scritto resta, perché non si può mettere per sempre la museruola alla verità.Sbilanciamoci! e Rete Italiana Pace e Disarmo lo denunciano da anni: l’alternativa è tra warfare e welfare. La favola secondo cui l’Italia potrebbe prepararsi alla guerra, secondo i desiderata di oltreoceano o del piano di riarmo di Ursula von der Leyen, senza travolgere lo stato sociale, si sta sgretolando sotto il peso della realtà. Si incrina la narrazione meloniana della crescita e della stabilità, mentre diventano evidenti le incompatibilità tra l’economia di guerra e la tenuta sociale del Paese. In questo vuoto di credibilità, le forze della pace e del disarmo devono essere più incisive: trasformare la propria denuncia in proposta politica per l’Italia e per l’Europa. La “gaffe” andata in scena al Senato è rivelatrice. In una mozione della maggioranza, depositata dai capigruppo del centrodestra, compariva la richiesta di rivedere l’obiettivo del 5% del Pil per le spese militari entro il 2035, assunto da Giorgia Meloni al vertice Nato dell’Aja. Un testo che riconosceva apertamente l’insostenibilità economica e sociale di quell’impegno. Poi, nel giro di poche ore, le telefonate furiose da Palazzo Chigi e dalla Difesa, il panico per la perdita di credibilità internazionale e la cancellazione del passaggio incriminato. La verità però era già emersa: persino dentro la maggioranza si sa che il 5% del Pil in spese militari significherebbe devastare i conti pubblici. I numeri sono impressionanti. Secondo l’Osservatorio Mil€x, il 5% del Pil equivarrebbe oggi a oltre 110 miliardi di euro all’anno. Una cifra enorme, incompatibile con il finanziamento della sanità pubblica, della scuola, delle pensioni e delle politiche sociali. È il passaggio definitivo dallo stato sociale allo stato di guerra. E non è un’ipotesi astratta: è la traiettoria concreta imposta dalla Nato di Donald Trump e dal piano europeo di riarmo. Il governo ha già tentato di mascherare questa realtà con un gigantesco trucco contabile. Palazzo Chigi sostiene di avere raggiunto il 2% del Pil in spese militari, ma il dato è stato ottenuto grazie all’allargamento artificiale delle voci considerate “spesa per la sicurezza”, includendo capitoli opachi e difficilmente verificabili. In realtà, la spesa militare reale resta intorno all’1,5% del Pil, anche se gli stanziamenti diretti per la Difesa continuano a crescere fino a raggiungere livelli record. La manipolazione contabile serve a due obiettivi: compiacere la Nato e disinnescare il dissenso interno, facendo apparire già raggiunti traguardi che avrebbero costi sociali devastanti. Ma proprio qui emerge la contraddizione strutturale. L’Italia vorrebbe accedere ai 14,9 miliardi del fondo europeo Safe per aumentare ulteriormente le spese militari. Tuttavia, il Paese si trova in procedura d’infrazione europea per deficit eccessivo, con un rapporto superiore al 3% fissato dai parametri di Maastricht. La conseguenza è paradossale: il governo è stretto tra l’obbedienza ai diktat di Trump e von der Leyen e la necessità di evitare il collasso sociale interno. A rendere ancora più drammatica questa scelta interviene il quadro internazionale. La guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran e la conseguente crisi nello stretto di Hormuz stanno producendo nuovi shock energetici e nuove tensioni economiche globali. Il rischio di blocco dei traffici energetici nel Golfo e nel Mar Rosso minaccia famiglie, lavoratori e imprese europee. Eppure, invece di investire nella protezione sociale, nella conversione ecologica e nella pace, l’Europa continua a puntare sul riarmo. Dentro questo scenario si colloca anche l’ennesima offensiva della Commissione europea in favore dell’industria bellica. Con il cosiddetto “Defence Omnibus”, Bruxelles prova infatti a semplificare e deregolamentare il commercio delle armi. Dietro parole apparentemente innocue come “armonizzazione” e “semplificazione” si nasconde il tentativo di rendere quasi automatici i trasferimenti di armamenti all’interno e all’esterno dell’Unione europea, riducendo controlli, autorizzazioni e trasparenza. Venticinque organizzazioni della società civile europea, riunite nella rete European Network Against Arms Trade, insieme a Rete Italiana Pace e Disarmo, hanno denunciato con forza i rischi della riforma. Le nuove “licenze generali di trasferimento” renderebbero molto più difficile tracciare la destinazione finale delle armi europee. Ancora più grave è il tentativo di attribuire maggiori poteri alla Commissione europea nella definizione degli standard per l’export militare, sottraendo competenze agli Stati nazionali e riducendo il controllo democratico. Si tratta di una trasformazione politica profonda: le armi vengono trattate come una merce qualsiasi. La logica della competitività industriale prevale sulle norme internazionali, sui diritti umani e persino sulla prevenzione dei conflitti. La Commissione europea si pone sempre più apertamente al servizio delle lobby militari, mentre le organizzazioni pacifiste e la società civile vengono escluse dai processi decisionali. Particolarmente inquietante è il principio “de minimis”, che consentirebbe di aggirare le restrizioni nazionali all’esportazione di armamenti: componenti prodotti in un Paese con norme più rigorose potrebbero essere assemblati altrove ed esportati verso aree di guerra senza alcun controllo effettivo. È la costruzione di un mercato bellico europeo integrato e opaco, nel quale la responsabilità democratica viene progressivamente cancellata. La militarizzazione dell’Europa non è dunque soltanto un aumento delle spese militari. È un processo che investe l’economia, la politica, l’informazione e la stessa idea di democrazia. Si restringono gli spazi del welfare e dei diritti sociali mentre si espandono quelli dell’industria militare e della logica emergenziale. Per questo oggi è necessario rilanciare con forza le mobilitazioni pacifiste e sociali. A partire dalla firma delle leggi d’iniziativa popolare per la difesa civile non armata e nonviolenta e per il diritto alla salute e la difesa del sistema sanitario pubblico. E facendo vivere l’appello lanciato da Sbilanciamoci! e Rete Italiana Pace e Disarmo in occasione dell’ottantesimo anniversario della Repubblica italiana: moltiplicare le iniziative di piazza in tutte le città tra il 30 maggio e il 2 giugno. Sta a tutti e tutte noi far sì che i festeggiamenti per la Repubblica fondata sul lavoro e che ripudia la guerra non siano ancora una volta “sequestrati” dalla parata militare e dal dispiegamento di armi ed armati.   Alfio Nicotra Rete Italiana Pace e Disarmo
May 22, 2026
Pressenza