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In Tunisia esplode la rivolta contro il regime di Saied
Sabato decine di migliaia di persone hanno protestato contro il presidente tunisino Kais Saied dando vita alla più grande manifestazione degli ultimi anni. La manifestazione, guidata dal principale sindacato UGTT e da varie organizzazioni sociali, è il risultato di un forte aggravamento della crisi economica, del peggioramento dei servizi pubblici, […] L'articolo In Tunisia esplode la rivolta contro il regime di Saied su Contropiano.
October 23, 2026
Contropiano
Solido, Solidale
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Quando l’attesa diventa una forma di resistenza, gli aventurier si definiscono soldati:  pronti, ai margini del confine, per prepararsi a superarlo. il linguaggio della guerra sostituisce qui quello del semplice viaggio: ci sono caporali, guide, comandanti. Ma il nemico non è un esercito. È il confine stesso. Essere soldat significa imparare la disciplina dell’attesa, condividere ciò che si possiede, affidarsi al gruppo. Significa resistere alla paura, alla fame, alle incursioni della polizia e all’incertezza dei giorni. Il soldato è parte di una collettività che cerca di aprirsi un varco, non per conquistare un territorio, ma per raggiungere un luogo dove poter continuare il proprio cammino. SOLDAT a cura di Vincenza Pellegrino e Hamid Ben Moussa La parola soldat è utilizzata negli accampamenti all’interno dei quali ci si nasconde e ci si prepara alla boza (si veda Zitounes N.d.R. ancora da pubblicare), con particolare riferimento alle foreste circostanti le aree urbane di Ceuta e Melilla dove sono collocate le frontiere ispano-marocchine, ma poi utilizzato per altri accampamenti, anche in Tunisia. È una parola che nasce per indicare il grado più semplice con cui partecipare alla armata della boza, vale a dire all’organizzazione che consente di tentare l’attraversamento della barriera metallica che circonda Ceuta e Melilla, oltre la quale finalmente si potrà chiedere la protezione internazionale. Il termine, quindi, indica al tempo stesso l’uomo comune (in questo contesto è più rara la presenza delle donne poiché gli assalti alla valla comportano grandi resse e forza fisica), che non ha grado, e la necessaria affiliazione al gruppo, con le sue gerarchie e le sue differenziazioni interne. Da un lato quindi il termine rimanda alla configurazione materiale del confine (se devi superare una barriera e dall’altra parte hai dei militari che puntano fucili, ti rappresenti come un soldato avversario). Dall’altro lato identifica un atteggiamento: hai una missione, devi restare focalizzato, devi essere forte e combattere la paura. Si tratta nei fatti di rappresentare la piramide sociale creatasi nell’attesa, per difendersi e opporsi alle polizie marocchina e spagnola, la cui presenza incombente è mirata a ostacolare l’attraversamento delle barriere proprio per impedire le richieste di protezione internazionale, e le cui incursioni violente generano la specifica dinamica organizzativa in cui vive il soldat per riuscire nella sua impresa. Si tratta quindi di una parola che aiuta a rappresentare l’organizzazione, che si percepisce come per fare da traduzione e cassa di trasmissione delle informazioni «insieme di resistenti» e che detta regole simili a quelle di molte forze di guerriglia resistente non orientate all’offesa quanto piuttosto al nascondimento e alla logistica necessaria al movimento senza essere intercettate (lo scopo è appunto riuscire a superare le barriere metalliche che funzionano da confine). Nella descrizione dei testimoni la parola soldat sta quindi alla base di una precisa piramide gerarchica dentro i grandi assembramenti che negli ultimi anni sono arrivati a contare diverse decine di migliaia di migranti. «Soldat siamo tutti noi migranti», dice Hamid parlandone, «perché si vive come una armata che resiste ‘contro’: la legge mi attacca, la polizia mi attacca, è come in una guerra dove tutto il mondo è nemico e tu resisti con i tuoi compagni di brutta avventura». Coloro che spiegano le regole fondamentali ai soldat neoarrivati sono chiamati caporali, persone che raggruppano sotto di sé insiemi variegati di nazionalità e lingue madri e utilizzano le lingue coloniali (francese o inglese), e spiegano loro le regole del gioco. Perché, se tutti hanno diritto di entrare nelle forêts per tentare l’attraversamento del confine e la boza, esistono tuttavia regole precise per restare. Una delle regole più importanti è quella che riguarda la messa in comune dei propri averi: i soldi in moneta, i soldi sui conti bancari che si controllano a distanza attraverso il cellulare (quando si hanno), le carte sim, il poco cibo, i piccoli libri di preghiera. Tutto. Tranne le cose di pochissimo valore, quali vestiti logori, scampoli di stoffa, fotografie e oggetti intagliati autonomamente nel legno. Un altro ruolo importante nell’organizzazione a cui partecipa il soldat è il tiemo: sono i rappresentanti dei diversi gruppi linguistici che collaborano con i caporali per capire cosa succeda nei diversi sottogruppi, per parlare con le specifiche persone, per fare da traduzione e cassa di trasmissione delle informazioni date dai vertici dell’organizzazione verso le basi. I caporali e i tiemo si relazionano con gli officiers che a loro volta rispondono a un comandant, una sorta di equivalente terrestre del capitain per la boza marittima, colui che con le guides (che sono da lungo tempo in foresta e conoscono benissimo i luoghi e le dinamiche degli assalti delle polizie) prepara la boza, decide quando, quanti, come potranno tentare di attraversare questo confine. Sono molti i racconti sulle difficoltà di vivere in questa armata poiché, sebbene le regole ci siano e siano chiare, le prepotenze, i ricatti, i furti sono all’ordine del giorno in un contesto dove le privazioni sono tante. Qui, ancora più che negli zitounes o in altri luoghi della coabitazione resistente, la vita è «fuori dal mondo» e l’arbitrio di chi governa il campo è grande. Come abbiamo già sottolineato, maggiore è la violenza con cui le persone migranti sono respinte e impedite alla richiesta di protezione, maggiore è la durata della loro disperazione, maggiore sarà la difficoltà con cui essi organizzano la propria resistenza. Infine, anche in questo contesto si creano specifici assesta menti di classe sociale: «i soldat con qualche soldo alle spalle» (una famiglia, una carta sim e la possibilità di attingere a un conto) favoriscono la propria collocazione ma si rendono anche molto ricattabili, attenzionati; i soldat con competenze utili sono maggiormente favoriti dall’organizzazione: parlare molte lingue resta elemento importante, ma qui contano competenze diverse rispetto agli attraversamenti marittimi (contano meno le conoscenze dei motori, ad esempio, e di più le abilità fisiche, e così via). ESEMPI DAL CAMPO La boza è gratuita, tutti hanno diritto di inserirsi nell’armata e tentare la boza. Ma devi mettere tutto in comune: i soldi, gli oggetti, il cibo. Tutto. Ho visto molte perquisizioni. Anche il Corano si metteva in comune. I vestiti erano sempre pochi e logori, quelli non contano. Se il soldat nasconde per sé delle cose il fakop è grande. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia Appena sono entrato a Melilla ho sentito parlare un caporale in hausa e ho risposto in hausa. Mi ha preso da parte, mi ha chiesto se ero solo, mi ha detto che ero sotto la sua protezione. La mia perquisizione è stata molto più leggera, praticamente non l’ho fatta. Sono stato a guardare le cose che facevano agli altri frugando nelle cachette. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia Nella foresta siamo soldati semplicemente perché abbiamo tutti contro, e quando hai tutti contro se non fai un’armata muori. È un’armata di resistenza. Ma poi devi resistere anche all’armata. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia
Il confine come dispositivo
Dalla rotta balcanica a Trieste, dalle frontiere alpine di Oulx a Calais, fino alla Grecia e al Mediterraneo centrale, un percorso attraverso i luoghi e i meccanismi del controllo, tra respingimenti, sorveglianza e pratiche di solidarietà e resistenza. Un nuovo articolo ogni venerdì su Melting Pot. > «Il confine può essere una linea, ma anche una stazione, una strada, un valico > alpino, un tratto di mare o un accordo diplomatico». Che cos’è oggi una frontiera europea? Non è più soltanto una linea tracciata su una carta, né coincide necessariamente con il punto in cui termina il territorio dell’Unione. Negli ultimi anni, il confine europeo si è progressivamente trasformato in un dispositivo mobile e diffuso: può trovarsi lungo una rotta di montagna, in una stazione ferroviaria, nelle strade di una città di frontiera, nel Mediterraneo, in un centro di identificazione o molto lontano dal territorio europeo, attraverso accordi e cooperazioni con i Paesi di origine e di transito. È dentro questa trasformazione che si colloca il percorso di articoli che seguirà. Un viaggio attraverso luoghi, frontiere e storie diverse per osservare come sia cambiata la governance europea della migrazione e come questa trasformazione si rifletta concretamente sulle persone in movimento. Negli ultimi decenni, la politica migratoria europea ha conosciuto uno spostamento progressivo: dalla gestione dell’asilo e dell’accoglienza verso una crescente centralità del controllo delle frontiere, della prevenzione degli arrivi, dei rimpatri e della cooperazione con Paesi terzi. La crisi del 2015 ha accelerato processi già in corso, rafforzando una logica nella quale sicurezza, contenimento e deterrenza sono diventati elementi sempre più centrali della governance migratoria europea. Il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo rappresenta un ulteriore momento di consolidamento di questa trasformazione, collegando più strettamente procedure di frontiera, screening, ritorni, gestione delle crisi e cooperazione con Paesi terzi. Ma cosa significa questa trasformazione quando la si osserva dai luoghi nei quali il confine viene concretamente vissuto? Significa seguire le persone lungo rotte che attraversano più frontiere e più sistemi di controllo. Significa guardare alle frontiere terrestri e marittime, ai confini esterni dell’Unione ma anche a quelli che vengono riprodotti al suo interno. Significa osservare come il confine possa essere una linea, ma anche una stazione, una strada, un valico alpino, un tratto di mare, un campo informale, un centro di detenzione o un accordo diplomatico. Per questo, il percorso attraverserà alcuni dei luoghi nei quali questa trasformazione appare con particolare evidenza: dalla Bosnia e dalla rotta balcanica fino a Trieste, dove il confine continua a produrre effetti anche dopo l’ingresso nel territorio europeo; dalle frontiere alpine di Oulx fino a Calais, dove la frontiera franco-britannica mostra come il controllo possa essere esercitato anche attraverso una frontiera materialmente spostata e internalizzata; dalla Grecia e dalle sue frontiere terrestri e marittime fino al Mediterraneo centrale, dove il confine si configura sempre più come uno spazio di sorveglianza, intercettazione e cattura, in cui le operazioni di ricerca e soccorso vengono progressivamente subordinate alle logiche di controllo e contenimento della mobilità. Questi luoghi non saranno raccontati come episodi isolati. Il tentativo sarà quello di seguire il continuum che li attraversa: > la progressiva trasformazione del confine da linea territoriale a sistema di > governo della mobilità. Cambiano gli spazi, gli attori e gli strumenti, ma ricorrono alcune dinamiche: la securitizzazione della mobilità, la differenziazione nell’accesso alla protezione, lo spostamento del controllo attraverso territori e frontiere diverse e una crescente frammentazione della responsabilità. Ma c’è un altro elemento che emerge con forza osservando questi confini: la frontiera non è mai soltanto il luogo della chiusura. In ciascuno dei luoghi attraversati, come Officina 31021, abbiamo incontrato realtà straordinarie di resistenza. Organizzazioni, associazioni, collettivi, volontari, professionisti e singole persone che, dentro spazi segnati dal controllo e dall’esclusione, costruiscono quotidianamente pratiche alternative di cura e atto politico. Sostieni Melting Pot QUESTO ARTICOLO TI È UTILE PER IL LAVORO, LA FORMAZIONE O L’ATTIVISMO? Il tuo contributo ci permette di continuare a produrre e condividere informazione libera e accessibile Sostieni ora → A Trieste, a Oulx, a Calais, lungo la rotta balcanica e nei luoghi di frontiera del Mediterraneo, abbiamo incontrato persone che rispondono alla violenza della chiusura con forme concrete di presenza, offrendo cibo e riparo, assistenza medica, orientamento legale, soccorso, documentazione, ascolto e, prima ancora, riconoscimento della dignità di chi attraversa il confine. È in questa tensione che vogliamo leggere le frontiere europee: tra la violenza delle politiche di chiusura e la resistenza quotidiana dei movimenti dal basso. Da una parte, dispositivi sempre più sofisticati di controllo, contenimento e deterrenza; dall’altra, reti di solidarietà che cercano di riaprire spazi di protezione proprio laddove le politiche pubbliche li restringono. Il percorso si spingerà però anche oltre la frontiera geografica europea. Perché se il confine può essere spostato, può anche essere anticipato. La seconda parte del progetto guarderà quindi alla crescente esternalizzazione della politica migratoria europea e al ruolo dei Paesi di origine e di transito. In questo contesto assumono particolare rilevanza le categorie di “Paese sicuro”, utilizzate per stabilire dove una persona possa essere rimpatriata o verso quale sistema di protezione possa essere indirizzata. > Ma cosa significa realmente definire un Paese come “sicuro”? E soprattutto: > sicuro per chi? La Tunisia rappresenta, in questo senso, un caso emblematico. Negli ultimi anni il Paese è diventato un partner centrale della strategia europea di contenimento della migrazione, attraverso forme di cooperazione finanziaria, diplomatica e operativa. Il rapporto tra Unione europea e Tunisia mostra come il confine europeo possa essere governato anche attraverso accordi conclusi ben oltre il territorio dell’Unione. Ma mostra anche le contraddizioni che emergono quando una categoria politica e giuridica come quella della “sicurezza” viene confrontata con le condizioni concrete vissute dalle persone. La Tunisia sarà quindi osservata anche attraverso il tentativo di decostruire la categoria di “Paese d’origine sicuro”: non come un’etichetta astratta, ma confrontandola con le condizioni effettive di protezione, discriminazione, violenza, accesso all’asilo e rischio di respingimento. Il caso tunisino permette così di interrogarsi su cosa accade quando la cooperazione migratoria viene costruita attorno all’obiettivo di impedire alle persone di raggiungere il territorio europeo e quando una parte del controllo viene delegata ad attori esterni. È proprio qui che le diverse tappe del percorso si ricongiungono. Dalla Bosnia alla Grecia, dalla rotta balcanica a Trieste, dai valichi alpini di Oulx a Calais, dalle frontiere marittime del Mediterraneo fino alla Tunisia, il confine appare sempre meno come un luogo unico e sempre più come una rete di dispositivi di controllo. Un sistema nel quale il confine può essere fisico o amministrativo, terrestre o marittimo, europeo o esternalizzato; nel quale il controllo può essere esercitato da attori diversi; e nel quale la responsabilità può diventare altrettanto frammentata. Ma dentro questa stessa geografia esistono anche altre mappe: quelle costruite dalla solidarietà, dalla cura e dalle pratiche politiche di resistenza. Sono mappe composte da persone e organizzazioni che attraversano i confini o agiscono all’interno dei sistemi di controllo che li regolano, intervenendo direttamente nella vita delle persone in movimento. Realtà che documentano e contestano questi meccanismi e si impegnano a mitigare le conseguenze violente della chiusura dei confini.  Gli articoli che seguiranno proveranno quindi a raccontare entrambe queste dimensioni: la trasformazione del confine europeo e le persone che quella trasformazione la subiscono, la osservano e vi resistono. Comprendere la nuova frontiera europea significa anche comprendere come l’Europa abbia trasformato il modo in cui decide chi può entrare, chi può chiedere protezione, chi deve essere fermato, chi viene lasciato fuori e chi viene rispedito a casa senza nemmeno aver mai messo piede in Europa. Ma significa anche guardare a chi, proprio su quelle frontiere, continua a contrastare le politiche di chiusura attraverso pratiche concrete di solidarietà, difesa dei diritti e rispetto del diritto internazionale. Raccontare le frontiere europee significa interrogare le politiche che regolano la mobilità, denunciare le violazioni dei diritti e ricostruire le responsabilità di chi le rende possibili. Significa anche dare visibilità alle realtà che, nei luoghi di confine, contrastano le politiche di esclusione attraverso pratiche concrete di solidarietà e resistenza. > È nella tensione tra controllo e libertà di movimento, tra chiusura e > solidarietà, che si gioca oggi il significato della frontiera europea. Con questo reportage, Officina 31021 1 e Caterina Rigo attraversano luoghi e contesti diversi per ricostruire le forme assunte dal confine e osservare come agisce, dove si sposta e quali conseguenze produce sulle persone in movimento. 1. Officina 31021 è una realtà attiva sul territorio che promuove cultura, socialità e partecipazione attraverso festival, eventi e iniziative aperte alla comunità. È attenta alle persone più vulnerabili, tra cui persone senza fissa dimora e richiedenti asilo, e sostiene percorsi di inclusione e solidarietà. È presente, insieme alle diverse realtà delle zone di confine, a supporto delle persone in movimento, contribuendo a creare reti di solidarietà e assistenza. ↩︎
La barca del nemico
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Per gli harraga è il nome dato alle motovedette della Guardia nazionale tunisina, incaricate di intercettare chi tenta di attraversare il mare. Se la skadra appare all’orizzonte, il viaggio rischia di finire prima di cominciare. Mentre flouqa rappresenta la possibilità della partenza,  skadra è il contrario: il ritorno forzato. Per chi attraversa il Mediterraneo, non è soltanto un mezzo navale: è la forma concreta della frontiera nel mare, delle politiche di controllo che generano inseguimento e cattura. Per questo la parola porta con sé paura e frustrazione. Oltre che descrivere una nave, indica il momento in cui un orizzonte aperto si chiude e segna la fine della speranza. Un’apparizione che ricorda come, al contempo, il mare sia strada e barriera nel Mediterraneo occidentale. SKADRA Parola a cura di Filippo Torre, Università di Genova La motovedetta militare tunisina è chiamata colloquialmente, dagli harraga, skadra, un termine di evidente derivazione italiana e francese. Skadra è la nave o il gommone della Garde Nationale che pattuglia le coste in subappalto dell’Italia e dell’Unione Europea, la guardia costiera che fa il lavoro sporco intercettando e riportando indietro i migranti prima che arrivino ed entrino nella zona del non-respingimento (si veda Eau-bleue). In questo senso se flouqa è il mezzo necessario per attraversare il confine senza documenti e fabbricare una via di fuga (si veda Flouqa), skadra è la barca nemica, quella che interrompe il sogno di inseguire una vita dignitosa, trasformando il percorso migratorio in un momento di umiliazione, di ferite fisiche e psicologiche e, in tantissimi casi, di morte in mare. Il sostegno europeo alla Tunisia per controllare le coste europee, con il finanziamento e la fornitura di attrezzature nautiche e mezzi militari, risale al periodo del presidente Ben Ali, ma si è intensificato negli ultimi anni, in concomitanza con l’aumento dell’utilizzo della rotta marittima tunisina, che nel 2023 ha superato quella libica in termini di partenze undocumented verso l’Italia. Seguendo il modello degli accordi con le milizie libiche del 2017, alle autorità tunisine sono stati forniti navi, radar mobili, telecamere, veicoli, motori e pezzi di ricambio. Diversi report denunciano che a partire dal 2022 le intercettazioni delle barche dei migranti da parte della Garde Nationale hanno assunto contorni sempre più violenti, scanditi da casi di mancata assistenza, speronamenti e manovre pericolose, uso di bastoni, fucili e gas lacrimogeno, furto dei motori. Con il rafforzamento del ruolo della Tunisia come alleato dell’Europa nel controllo del confine mediterraneo, il numero di attacchi segnalati contro le imbarcazioni cariche di viaggiatori subsahariani – quanto verso quelle che trasportano cittadini tunisini – è aumentato notevolmente. Attraverso le testimonianze dei superstiti, la Garde Nationale è accusata di non limitarsi ad abbordare, arrestare e mettere in salvo i migranti ma di provocare intenzionalmente dei naufragi come tecnica di dissuasione e – una volta a terra – di organizzare delle deportazioni forzate e un sistema di vendita di esseri umani verso il confine con la Libia o l’Algeria (si vedano Or noir e Kidnappeur). Con l’istituzione della zona Sar tunisina nel giugno 2024, queste stesse pratiche prima ristrette alle acque territoriali avvengono ora anche nelle acque internazionali. ESEMPI DAL CAMPO Erano le cinque del mattino, era il 10 luglio 2021. Eravamo su una barca con sessantacinque persone. Alcune ore dopo la nostra partenza da Sfax, eravamo molto vicini alle acque internazionali (trenta minuti secondo la posizione Gps). Le guardie costiere tunisine si sono avvicinate alla nostra barca e ci hanno chiesto di fermarci. Abbiamo deciso di obbedire e il capitano ha spento il motore. Ma le guardie costiere tunisine hanno fatto una virata molto rapida e hanno deliberatamente colpito la nostra barca. La nostra barca si è rovesciata. Tutti sono caduti in acqua. Alcuni di noi avevano i giubbotti di salvataggio, ma non tutti. Molti non sapevano nuotare e sono annegati. Un’altra barca delle guardie costiere è arrivata e hanno portato i sopravvissuti sulla loro barca. Eravamo solo trentuno sopravvissuti. Tutti i bambini sono morti. Hanno portato anche sette corpi sulle loro barche. […] Quando siamo arrivati nel porto di Sfax, le guardie costiere sono scappate. Intervista con Ali, testimone del rapporto Mare Interrotto. SKADRA è la parola che tutti pronunciano appena si parte in barca. Tutti si mettono a vedere se c’è una skadra e tengono i telefoni spenti per non fare luce e non essere intercettati dai radar… Se non ci sono skadra niente ti può impedire di arrivare a Lampedusa sano e salvo. A me era capitato di essere intercettato da una skadra, ma l’ultima volta mio fratello è stato accerchiato da otto navi: non avevo mai sentito di una cosa del genere. Intervista con Ismail, ragazzo di Chebba.
Swinging Addis,Tunisia anni’80,electro Mauritania e Habibi funk
Playlist: HAILU MERGIA & THE WALIAS BAND-NEFAS NEW ZEMEDIE MULATU ASTATKE-CHA CHA SEYFU YOHANNES-MELA MELA ALEMAYEHU ASHETE-TCHERA ADARI NEGAN YASSINE NANA-FATMA FADOUL-BSSLAMA HABITI SADOK GHARBI-NOUJOUM THE SCORPIONS & SAIF ABU BAKR-NILE WAVES YASSINE NANA-MA AHLA LILAT SAMA CORNICHE BAND-DANCE IBRAHIM ESNAWI-ONLY WORD feat.SUZAN SHARHABIL AHMED-ARGOS FARFISH
October 13, 2026
Radio Blackout - Info
Swinging Addis,Tunisia anni’80,electro Mauritania e Habibi funk
Playlist: HAILU MERGIA & THE WALIAS BAND-NEFAS NEW ZEMEDIE MULATU ASTATKE-CHA CHA SEYFU YOHANNES-MELA MELA ALEMAYEHU ASHETE-TCHERA ADARI NEGAN YASSINE NANA-FATMA FADOUL-BSSLAMA HABITI SADOK GHARBI-NOUJOUM THE SCORPIONS & SAIF ABU BAKR-NILE WAVES YASSINE NANA-MA AHLA LILAT SAMA CORNICHE BAND-DANCE IBRAHIM ESNAWI-ONLY WORD feat.SUZAN SHARHABIL AHMED-ARGOS FARFISH
October 13, 2026
Radio Blackout - Podcast
Swinging Addis,Tunisia anni’80,electro Mauritania e Habibi funk
Playlist: HAILU MERGIA & THE WALIAS BAND-NEFAS NEW ZEMEDIE MULATU ASTATKE-CHA CHA SEYFU YOHANNES-MELA MELA ALEMAYEHU ASHETE-TCHERA ADARI NEGAN YASSINE NANA-FATMA FADOUL-BSSLAMA HABITI SADOK GHARBI-NOUJOUM THE SCORPIONS & SAIF ABU BAKR-NILE WAVES YASSINE NANA-MA AHLA LILAT SAMA CORNICHE BAND-DANCE IBRAHIM ESNAWI-ONLY WORD feat.SUZAN SHARHABIL AHMED-ARGOS FARFISH
October 13, 2026
Radio Blackout
Dalla Tunisia: chi lotta per la Palestina lotta per la libertà
In questa puntata di Harraga, una compagna tunisina ci racconta della recente escalation repressiva iniziata con l’arresto, nel marzo di quest’anno, di quattro tra gli organizzatori della Sumud Flottilla in Tunisia. La loro prolungata detenzione amministrativa, tuttora in corso, li ha portati ad agosto ad iniziare uno sciopero della fame, a cui si sono uniti altri prigionieri politici. Dopo 38 giorni, Wael Nawar, in condizioni di salute critiche, è stato portato in ospedale. Il suo appello ha riportato centinaia di persone in strada, con conseguenti 13 persone arrestate per aver cantato slogan contro il regime. La crescente repressione contro ogni forma di dissenso in Tunisia si allarga, dai cortei per la Palestina alle proteste scoppiate quest’estate a causa dei prolungati blackout energetici e la mancanza d’acqua in gran parte del paese, alle rivolte di Ben Guerdane dopo il naufragio del 20 agosto e la morte di dieci ragazzi che tentavano di attraversare il Mediterraneo. Eppure, il regime apertamente dittatoriale messo in piedi da Kais Sayed dopo il colpo di stato del 2021 ha il beneplacito dell’Unione Europea, che ne ha sancito la legittimità – governo italiano in primis – per poter appaltare alla Tunisia un pezzo importante dell’esternalizzazione delle frontiere, e continuare indisturbati ad estrarre energia, risorse e forza lavoro. Conseguenza del “EU-Tunisia “Memorandum of understanding” firmato nel 2023 è stata una propaganda governativa sempre più apertamente razzista, di cui fanno le spese le persone provenienti dall’Africa subsahariana e lx militanti antirazzistx incarcerati per essersi mobilitatx. Per approfondimenti sulle mobilitazioni in corso in Tunisia: https://tunisiansolidarity.org/en/ Altre risorse: https://nawaat.org/ https://shs.cairn.info/revue-participations-2025-3-page-191?lang=fr foto: https://www.facebook.com/ROOTSTV.TN/
October 11, 2026
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Dalla Tunisia: chi lotta per la Palestina lotta per la libertà
In questa puntata di Harraga, una compagna tunisina ci racconta della recente escalation repressiva iniziata con l’arresto, nel marzo di quest’anno, di quattro tra gli organizzatori della Sumud Flottilla in Tunisia. La loro prolungata detenzione amministrativa, tuttora in corso, li ha portati ad agosto ad iniziare uno sciopero della fame, a cui si sono uniti altri prigionieri politici. Dopo 38 giorni, Wael Nawar, in condizioni di salute critiche, è stato portato in ospedale. Il suo appello ha riportato centinaia di persone in strada, con conseguenti 13 persone arrestate per aver cantato slogan contro il regime. La crescente repressione contro ogni forma di dissenso in Tunisia si allarga, dai cortei per la Palestina alle proteste scoppiate quest’estate a causa dei prolungati blackout energetici e la mancanza d’acqua in gran parte del paese, alle rivolte di Ben Guerdane dopo il naufragio del 20 agosto e la morte di dieci ragazzi che tentavano di attraversare il Mediterraneo. Eppure, il regime apertamente dittatoriale messo in piedi da Kais Sayed dopo il colpo di stato del 2021 ha il beneplacito dell’Unione Europea, che ne ha sancito la legittimità – governo italiano in primis – per poter appaltare alla Tunisia un pezzo importante dell’esternalizzazione delle frontiere, e continuare indisturbati ad estrarre energia, risorse e forza lavoro. Conseguenza del “EU-Tunisia “Memorandum of understanding” firmato nel 2023 è stata una propaganda governativa sempre più apertamente razzista, di cui fanno le spese le persone provenienti dall’Africa subsahariana e lx militanti antirazzistx incarcerati per essersi mobilitatx. Per approfondimenti sulle mobilitazioni in corso in Tunisia: https://tunisiansolidarity.org/en/ Altre risorse: https://nawaat.org/ https://shs.cairn.info/revue-participations-2025-3-page-191?lang=fr foto: https://www.facebook.com/ROOTSTV.TN/
October 11, 2026
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Dalla Tunisia: chi lotta per la Palestina lotta per la libertà
In questa puntata di Harraga, una compagna tunisina ci racconta della recente escalation repressiva iniziata con l’arresto, nel marzo di quest’anno, di quattro tra gli organizzatori della Sumud Flottilla in Tunisia. La loro prolungata detenzione amministrativa, tuttora in corso, li ha portati ad agosto ad iniziare uno sciopero della fame, a cui si sono uniti altri prigionieri politici. Dopo 38 giorni, Wael Nawar, in condizioni di salute critiche, è stato portato in ospedale. Il suo appello ha riportato centinaia di persone in strada, con conseguenti 13 persone arrestate per aver cantato slogan contro il regime. La crescente repressione contro ogni forma di dissenso in Tunisia si allarga, dai cortei per la Palestina alle proteste scoppiate quest’estate a causa dei prolungati blackout energetici e la mancanza d’acqua in gran parte del paese, alle rivolte di Ben Guerdane dopo il naufragio del 20 agosto e la morte di dieci ragazzi che tentavano di attraversare il Mediterraneo. Eppure, il regime apertamente dittatoriale messo in piedi da Kais Sayed dopo il colpo di stato del 2021 ha il beneplacito dell’Unione Europea, che ne ha sancito la legittimità – governo italiano in primis – per poter appaltare alla Tunisia un pezzo importante dell’esternalizzazione delle frontiere, e continuare indisturbati ad estrarre energia, risorse e forza lavoro. Conseguenza del “EU-Tunisia “Memorandum of understanding” firmato nel 2023 è stata una propaganda governativa sempre più apertamente razzista, di cui fanno le spese le persone provenienti dall’Africa subsahariana e lx militanti antirazzistx incarcerati per essersi mobilitatx. Per approfondimenti sulle mobilitazioni in corso in Tunisia: https://tunisiansolidarity.org/en/ Altre risorse: https://nawaat.org/ https://shs.cairn.info/revue-participations-2025-3-page-191?lang=fr foto: https://www.facebook.com/ROOTSTV.TN/
October 11, 2026
Radio Blackout