Tag - tunisia

[radio africa] Radio Africa: Niger, Tunisia, Zambia
Niger: il tentato colpo di stato in Niger nella notte fra il 28e 29 agosto mette in luce le divisioni all’interno dell’esercito e la debolezza della giunta di Tiani, salito al potere con grandi promesse di sviluppo per il paese e garanzie di sicurezza. Il tentativo di golpe è stato respinto con l’aiuto dei paramilitari russi dell’Africa Corp e con il sostegno dell’Algeria, ma i protagonisti di questa vicenda sono anche i vecchi padroni francesi che guardano con nostalgia ai tempi in cui gestivano l’uranio nigerino. Tunisia: Il 20 agosto, diverse centinaia di persone hanno manifestato nel centro di Tunisi per denunciare quella che definiscono l'inazione del presidente Kaïs Saïed. La carenza di acqua potabile e i blackout sono aggravati dall'ondata di calore, che sta colpendo anche altre parti del mondo. I manifestanti hanno anche chiesto il rilascio dei "prigionieri politici". Dalla presa di potere del presidente Kaïs Saïed il 25 luglio 2021, che gli ha conferito ampi poteri, le ONG locali e internazionali hanno denunciato un declino dei diritti e delle libertà nel paese che è stato la culla della Primavera araba nel 2011. Decine di membri dell'opposizione e attivisti della società civile sono sotto processo in base a un decreto presidenziale ufficialmente volto a combattere le "fake news", ma soggetto a un'interpretazione molto ampia, denunciata dai difensori dei diritti umani. Zambia: Il 13 agosto, in Zambia si sono tenute le elezioni generali. Il presidente Hichilema si candidava per un secondo mandato, contro un movimento di opposizione guidato dal leader del Partito Nazionale di Riconciliazione per l'Unità e la Prosperità, Brian Mundubile. Il giorno dopo le elezioni, le forze di sicurezza governative hanno fatto irruzione nella residenza di Mundubile e arrestato quattro membri del partito, accusandoli di pianificare un'insurrezione. Mentre i voti venivano scrutinati, Mundubile ha rivendicato la vittoria. Poi, la commissione elettorale ha sospeso lo spoglio per sei ore a causa di segnalazioni di violenza. Poco dopo, Hichilema è stato dichiarato vincitore, con il 60% dei voti. Lo Zambia è uno dei principali produttori di rame al mondo Le attività legate al rame costituiscono circa il 15 per cento del PIL, e il 70 per cento delle esportazioni.
September 2, 2026
Radio Onda Rossa
Proteste in Tunisia dopo l’ennesimo naufragio verso l’Italia
La Gen Z chiede politiche per far fronte a crisi e disoccupazione   Scontri con la polizia a Ben Guerdane, nel sud-est della Tunisia, vicino al confine con la Libia, dopo il naufragio di un’imbarcazione con a bordo 15 persone, 14 delle quali originarie della regione tunisina. Mostafa Abdelkebir, presidente dell’Osservatorio Tunisino per i Diritti Umani, ha dichiarato che tra le vittime figurano sette membri della stessa famiglia, e che un ospedale di Ben Guerdane ha ricevuto negli ultimi giorni almeno 19 corpi di migranti recuperati in mare. Dopo lo stop delle operazioni di ricerca dei migranti a bordo dell’imbarcazione naufragata a largo di Zarzis domenica 23 agosto mentre si dirigeva verso l’Italia, sono scoppiate le proteste. Centinaia di giovani hanno bloccato le strade e appiccato incendi a pneumatici a Ben Guerdane, mentre le forze di polizia hanno risposto con lanci di lacrimogeni per disperdere la folla. Le proteste sono proseguite anche i giorni successivi, con scontri tra la popolazione e i militari. I manifestanti, gran parte giovani e giovanissimi, chiedono migliori condizioni di vita e investimenti per lo sviluppo economico della regione, sostenendo che la mancanza di opportunità per le nuove generazioni, con la disoccupazione crescente, anni di marginalizzazione e assenza di prospettive che stiano spingendo i giovani a intraprendere pericolosi viaggi in mare verso l’Europa. Diversi cortei hanno anche chiesto alle autorità di accelerare le operazioni di ricerca e soccorso e di avviare un’inchiesta indipendente sulle cause del naufragio. MATTEO GARAVOGLIA, GIORNALISTA FREELANCE CHE SI OCCUPA DI NORD AFRICA E IN PARTICOLARE DI TUNISIA CON REPORTAGE SUL CAMPO. ASCOLTA O SCARICA. Redazione Sicilia
August 30, 2026
Pressenza
PROTESTE IN TUNISIA DOPO L’ENNESIMO NAUFRAGIO VERSO L’ITALIA. LA GEN Z CHIEDE POLITICHE PER FAR FRONTE A CRISI E DISOCCUPAZIONE
Scontri con la polizia a Ben Guerdane, nel sud-est della Tunisia, vicino al confine con la Libia, dopo il naufragio di un’imbarcazione con a bordo 15 persone, 14 delle quali originarie della regione tunisina. Mostafa Abdelkebir, presidente dell’Osservatorio Tunisino per i Diritti Umani, ha dichiarato che tra le vittime figurano sette membri della stessa famiglia, e che un ospedale di Ben Guerdane ha ricevuto negli ultimi giorni almeno 19 corpi di migranti recuperati in mare. Dopo lo stop delle operazioni di ricerca dei migranti a bordo dell’imbarcazione naufragata a largo di Zarzis domenica 23 agosto mentre si dirigeva verso l’Italia, sono scoppiate le proteste. Centinaia di giovani hanno bloccato le strade e appiccato incendi a pneumatici a Ben Guerdane, mentre le forze di polizia hanno risposto con lanci di lacrimogeni per disperdere la folla. Le proteste sono proseguite anche i giorni successivi, con scontri tra la popolazione e i militari. I manifestanti, gran parte giovani e giovanissimi, chiedono migliori condizioni di vita e investimenti per lo sviluppo economico della regione, sostenendo che la mancanza di opportunità per le nuove generazioni, con la disoccupazione crescente, anni di marginalizzazione e assenza di prospettive che stiano spingendo i giovani a intraprendere pericolosi viaggi in mare verso l’Europa. Diversi cortei hanno anche chiesto alle autorità di accelerare le operazioni di ricerca e soccorso e di avviare un’inchiesta indipendente sulle cause del naufragio. Matteo Garavoglia, giornalista freelance che si occupa di Nord Africa e in particolare di Tunisia con reportage sul campo. Ascolta o scarica.
August 27, 2026
Radio Onda d`Urto
Naufragio al largo delle coste di Ben Guerdane e Zarzis (sud-est Tunisia)
Un’imbarcazione diretta verso l’Italia è affondata nei giorni scorsi al largo delle coste di Zarzis, nel sud-est della Tunisia. A bordo c’erano 15 giovani uomini. Al 25 agosto erano stati recuperati 12 corpi, mentre due persone risultavano ancora disperse. Una sola persona è sopravvissuta, dopo essere rimasta in mare per circa 48 ore prima di essere soccorsa. La maggior parte delle persone a bordo proveniva da Ben Guerdane, città tunisina al confine con la Libia. Tra loro c’erano sette membri della stessa famiglia, giovani tra i 18 e i 25 anni, tra cui i due fratelli Koussay e Ghassan. Secondo le ricostruzioni della stampa tunisina, l’imbarcazione era partita il 19 agosto dalla zona di El Ktef, a Ben Guerdane. Dopo circa cinque ore di navigazione, in condizioni di mare difficili, l’imbarcazione è affondata. Le ricerche hanno coinvolto la Guardia nazionale, la Marina, elicotteri e numerosi pescatori della zona. A raccontare la storia dei sette giovani della stessa famiglia è Atef Chouat, loro cugino, intervistato dalla stampa tunisina 1. I giovani avevano lasciato presto gli studi e si erano dedicati al commercio informale, un’attività che per anni ha rappresentato una delle principali fonti di sostentamento nella regione. Secondo Chouat, a spingerli verso la partenza sono stati soprattutto la disoccupazione e l’assenza di prospettive. «Le famiglie allargate della città di confine di Ben Guerdane si trovano ad affrontare una disoccupazione generalizzata e la situazione sociale è peggiorata con la persistente chiusura, da quasi due anni, del valico di frontiera di Ras Jedir», ha dichiarato. Il valico di Ras Jedir, al confine tra Tunisia e Libia e a pochi chilometri da Ben Guerdane, è da sempre centrale per l’economia della regione. Il commercio transfrontaliero e gli scambi con la Libia hanno rappresentato per migliaia di persone una fonte essenziale di reddito, soprattutto attraverso il commercio informale. La sua chiusura prolungata ha avuto pesanti conseguenze sull’economia locale. Secondo Chouat, ha lasciato migliaia di giovani in una situazione di disoccupazione forzata, aggravando una condizione già segnata dalla mancanza di opportunità e rendendo la migrazione irregolare una delle poche possibilità percepite per cercare un futuro altrove. Il naufragio ha provocato dolore e rabbia a Ben Guerdane. Nei giorni successivi, la città è stata attraversata da proteste: alcune strade sono state bloccate e sono stati incendiati pneumatici, mentre la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni. I manifestanti hanno denunciato le difficili condizioni economiche e sociali della regione e chiesto che le operazioni di ricerca dei dispersi fossero intensificate 2. È in questo contesto che interviene Latifa Ouelhazi, presidente dell’Association des mères de migrants disparus, che parla a nome dell’associazione e a partire dalla propria esperienza di sorella di un migrante disperso da anni. > «Quando i nostri figli scompaiono, non scompare il nostro diritto a conoscere > la verità». «VEDIAMO NUOVAMENTE NOI STESSE» La dichiarazione parte dalle famiglie di Ben Guerdane che in questi giorni cercano i propri figli. «Quello che sta accadendo non è un incidente passeggero, né una notizia destinata a concludersi con la diffusione delle immagini e il recupero dei corpi». Dietro ogni persona dispersa, ricordano le madri, c’è una famiglia che dal momento della scomparsa vive «in uno stato di attesa senza fine». «Una madre che non sa se piangere suo figlio o aggrapparsi alla speranza. Un padre che porta dentro di sé mille domande. Fratelli e sorelle che crescono mentre la sedia vuota in casa ricorda loro ogni giorno che un membro della loro famiglia non è più tornato». È un’attesa che Ouelhazi conosce direttamente. «So cosa significa che tuo fratello scompaia in mare e che passino gli anni senza sapere dove sia, cosa gli sia accaduto, se sia sopravvissuto e dove sia terminato il suo viaggio». «So cosa significa che la domanda rimanga aperta e che l’assenza diventi parte della tua vita quotidiana». Per questo, davanti alle famiglie di Ben Guerdane, l’associazione non vede semplicemente «nuovi numeri nel dossier delle migrazioni». «Non vogliamo che queste tragedie si trasformino in momenti di dolore passeggero, per poi essere dimenticate quando le notizie smettono di occupare le prime pagine». Le richieste sono precise: «Vogliamo la verità». «Vogliamo che ogni famiglia conosca il destino di suo figlio». «Vogliamo una ricerca seria delle persone disperse, l’identificazione dei corpi e il rispetto del diritto delle famiglie a riavere i propri figli e a seppellirli con dignità». Ma per le madri dei migranti dispersi la ricerca della verità non può fermarsi al recupero e all’identificazione dei corpi. Il naufragio obbliga a interrogarsi anche sulle ragioni per cui tanti giovani continuano a mettere a rischio la propria vita in mare. «QUANDO LE PORTE LEGALI VENGONO CHIUSE, IL DESIDERIO DI PARTIRE NON SCOMPARE» «Vogliamo inoltre che si apra un vero dibattito sulle ragioni che spingono i nostri giovani a prendere il mare in viaggi esposti alla morte, invece di limitarsi a condannare chi cerca di partire». La dichiarazione mette in discussione apertamente l’efficacia delle politiche di controllo: «Gli anni hanno dimostrato che il solo approccio securitario non ha fermato le partenze e che la chiusura delle frontiere e l’inasprimento delle politiche sui visti non hanno cancellato il desiderio dei giovani di raggiungere un luogo in cui sentirsi al sicuro e vivere con dignità». E aggiungono: «Quando le porte legali vengono chiuse, il desiderio di partire non scompare: diventano semplicemente più pericolose le vie attraverso cui partire». È una denuncia che si intreccia con quanto emerso nelle proteste di Ben Guerdane. La rabbia della comunità non riguarda soltanto il naufragio e la ricerca dei dispersi, ma anche le condizioni sociali ed economiche di una regione in cui la chiusura del valico di Ras Jedir ha aggravato una situazione occupazionale già difficile. Per le madri, però, la risposta non può essere soltanto impedire le partenze. «Non vogliamo altre tragedie e non vogliamo altre madri costrette a vivere ciò che abbiamo vissuto noi». Chiedono «politiche che garantiscano ai giovani il diritto a muoversi in modo sicuro e legale» e, allo stesso tempo, «ragioni concrete per restare, se scelgono di farlo: lavoro, dignità e speranza per il futuro». Per chi ha perso la vita, chiedono che la morte non venga archiviata come una statistica. «Abbiamo il dovere di non permettere che la loro morte si trasformi in un semplice numero all’interno di un rapporto». Alle famiglie spettano «la verità, la giustizia, la dignità, il sostegno psicologico e sociale» e soprattutto «il diritto di sapere dove sono i propri figli e cosa è accaduto loro». «Noi non parliamo da dietro una scrivania», scrive Ouelhazi. «Parliamo dall’interno di questo dolore». «Siamo madri, sorelle, fratelli e figli di persone scomparse, che hanno lasciato dietro di sé domande senza risposta». Per questo l’associazione continuerà a rivendicare i diritti delle persone disperse e delle loro famiglie «ogni volta che un giovane scompare in mare». Perché, conclude la presidente, «sappiamo che dietro ogni assenza c’è una casa che aspetta». «Non vogliamo che il mare diventi un cimitero silenzioso, né che le persone disperse diventino semplicemente dei numeri». «Vogliamo i loro nomi, vogliamo le loro storie, vogliamo la verità». E infine: > «Ogni madre ha il diritto di sapere dove si trova suo figlio». 1. Leggi l’articolo su La Press Tunisia ↩︎ 2. La ricostruzione di Al Jazeera sul naufragio e sulle proteste a Ben Guerdane ↩︎
Il leader della flotilla tunisina Wael Naouar inizia lo sciopero della fame. Quattro attivisti sono al sesto mese di detenzione
La Global Sumud Flotilla (GSF) esprime profonda indignazione e grande preoccupazione in seguito all’annuncio che Wael Naouar, membro del Comitato direttivo, ha ufficialmente iniziato lo “sciopero della fame Sumud” domenica 16 agosto. Come confermato dal Comitato nazionale per la difesa degli attivisti della Sumud Flotilla durante una conferenza stampa a Tunisi, lo sciopero della fame di Naouar segna una nuova e pericolosa fase nella sua protesta contro la detenzione preventiva in corso, nonché contro quella di altri tre organizzatori: Ghassen Henchiri, Ghassen Boughdiri e Nabil Channoufi. La decisione di Naouar di mettere a rischio la propria vita è l’espressione in continuità di una vita dedicata alla giustizia. Dai suoi primi anni alla guida del movimento studentesco tunisino e dal suo impegno all’interno del Partito dei Lavoratori, fino al ruolo centrale svolto nelle campagne internazionali di boicottaggio e nelle flottiglie della libertà, Naouar ha sempre scelto di porsi al centro dello scontro. Anche quando è stato minacciato direttamente per nome dai funzionari israeliani prima della partenza della prima Sumud Flotilla, Naouar ha rifiutato di lasciarsi intimidire, scegliendo invece di unirsi alla flottiglia che sfidava il blocco per consegnare aiuti e stare al fianco di Gaza. Giunto ormai al sesto mese di detenzione nel carcere di El Mornaguia, Naouar si trova ad affrontare un nuovo fronte nella stessa lotta. Lui e i suoi tre compagni sono stati arrestati nel marzo 2026, poco dopo che le autorità tunisine avevano bloccato la prevista partenza della Global Sumud Flotilla dal porto di Sidi Bou Said. Rimangono detenuti con accuse di natura finanziaria che la GSF denuncia come inventate e motivate politicamente, nel tentativo di criminalizzare l’azione umanitaria e la solidarietà organizzata con la Palestina in Tunisia. Mentre tre co-organizzatori sono stati rilasciati a condizioni restrittive che vietano l’attività politica, i “4 di Sumud” rimangono dietro le sbarre in condizioni di sovraffollamento e degrado, con ritardi nell’accesso alle cure mediche essenziali. Naouar è padre di due figli (Yasar e Sumud) ed è noto ai suoi compagni e alleati per la sua calma determinazione e per la sua presenza inconfondibile alle manifestazioni, dove indossa magliette raffiguranti potenti eroi degli anime che affrontano sfide impossibili. Naouar sta ora vivendo proprio quella prova nella realtà. Oggi, quella stessa determinazione viene messa alla prova in carcere, dove lo sciopero della fame è diventato il suo ultimo mezzo per protestare contro la detenzione prolungata e per chiedere giustizia. I principali sindacati, le organizzazioni per i diritti umani e altre associazioni che sostengono la causa palestinese, nonché vari parlamentari di tutto il mondo, hanno espresso la loro piena solidarietà ai detenuti di Sumud, considerando il protrarsi della loro detenzione una macchia vergognosa sulla storia del sostegno tunisino alla lotta palestinese. La Global Sumud Flotilla ritiene le autorità tunisine pienamente responsabili dell’incolumità fisica e della vita di Wael Naouar e dei suoi compagni detenuti. La GSF esige il rilascio immediato e incondizionato dei “4 di Sumud”, l’archiviazione di tutte le accuse a loro carico e la revoca di tutte le restrizioni imposte agli organizzatori rilasciati. In attesa del loro rilascio, le autorità devono garantire immediatamente cure mediche complete e condizioni di detenzione conformi ai loro diritti fondamentali. Le vessazioni da parte dello Stato non riusciranno mai a cancellare l’imperativo morale di porre fine al genocidio a Gaza, né a scoraggiare coloro che si schierano in solidarietà con il popolo palestinese. GSF rimane irremovibile al fianco di Wael Naouar, della sua famiglia e dei nostri compagni in carcere e invita la società civile di tutto il mondo a chiedere il loro immediato rilascio.     Global Sumud Flotilla
August 20, 2026
Pressenza
Le diverse forme della violenza di genere e credibilità del racconto: due decreti del Tribunale di Bologna riconoscono lo status di rifugiata
Due pronunce del Tribunale di Bologna riconoscono, in riforma delle decisioni della Commissione territoriale, lo status di rifugiata a due richiedenti in fuga da violenze di genere: una cittadina della Sierra Leone sottoposta a mutilazione genitale femminile e destinata a succedere alla madre nella società segreta Bondo (decreto del 12 giugno 2026), e una cittadina della Costa d’Avorio fuggita da un matrimonio forzato e poi vittima di tratta in Tunisia (decreto del 27 febbraio 2026). Entrambe ribadiscono un punto centrale: le COI non possono essere usate per negare credibilità a fenomeni esistenti e strutturali. COSTA D’AVORIO – VITTIMA DI VIOLENZA DI GENERE E DI MATRIMONIO FORZATO NONCHÉ VITTIMA DI TRATTA AI FINI DELLO SFRUTTAMENTO LAVORATIVO IN TUNISIA: RICONOSCIMENTO DELLO STATUS DI RIFUGIATA Il Tribunale di Bologna, relatore Dott. M. Gattuso, in riforma della decisione della Commissione territoriale, riconosce lo status di rifugiata a una richiedente ivoriana fuggita dal Paese di origine per sottrarsi alla violenza di genere e al matrimonio forzato, nonché successivamente – nell’ambito del proprio percorso migratorio – vittima di tratta ai fini dello sfruttamento lavorativo in Tunisia. La Commissione territoriale di Bologna aveva ritenuto non credibile il racconto in quanto, sulla base delle informazioni disponibili dalle COI, vi sarebbe da un lato una presunta “bassa incidenza” del fenomeno dei matrimoni forzati in Costa d’Avorio e, dall’altro, una asserita incongruenza con il profilo personale della richiedente, qualificata come donna adulta e istruita, negando di conseguenza qualsiasi forma di protezione. Il Tribunale, al contrario, censura in modo netto tale impostazione, evidenziando come non possa configurarsi alcuna contraddizione logica tra il racconto individuale e le COI, osservando che “va evidenziato, in vero, come possa parlarsi di contraddizione se un fenomeno è escluso dalle COI, o è, quantomeno, riferito come altamente improbabile, non potendosi invece, già da un punto di vista logico, parlare di una “incoerenza” o “contraddizione” se un fenomeno nel paese d’origine effettivamente sussista, seppure – secondo le informazioni reperite dalla Commissione territoriale – in modo infrequente“. Parimenti, viene ritenuta infondata l’argomentazione relativa al profilo personale della richiedente, in quanto le stesse fonti confermano che i matrimoni combinati e le pratiche coercitive non sono affatto limitati alle minorenni né esclusi in presenza di un minimo livello di istruzione, specie in contesti rurali e di grave povertà. Sulla base delle COI acquisite, il Collegio ricostruisce un quadro caratterizzato da una persistente diffusione della violenza di genere in Costa d’Avorio, da pratiche di matrimonio forzato radicate soprattutto nei contesti rurali e da gravi carenze nella protezione statale, evidenziando come il rifiuto del matrimonio imposto possa comportare conseguenze estremamente gravi, fino alla diseredazione, all’espulsione dal nucleo familiare o a violenze anche estreme. In tale contesto, il Tribunale ribadisce il corretto metodo di valutazione della credibilità alla luce dell’art. 3, co. 5, d.lgs. 251/2007 e della giurisprudenza di legittimità, richiamando il principio della “procedimentalizzazione legale della decisione” e affermando che le dichiarazioni del richiedente, ove coerenti e plausibili, “possono anche – di per sé sole – costituire prova dei fatti“, imponendo il riconoscimento del beneficio del dubbio. Ulteriore profilo di rilievo è rappresentato dalla qualificazione della vicenda migratoria della ricorrente anche in termini di tratta di esseri umani a fini di sfruttamento lavorativo in Tunisia, profilo del tutto ignorato dall’organo amministrativo. Il Tribunale valorizza, infatti, una serie di indicatori tipici della tratta di persone dalla Costa d’Avorio alla Tunisia: il reclutamento mediante promessa di lavoro, la contrazione di un debito, la sottrazione dei documenti, la reclusione in ambiente domestico, l’assenza totale di retribuzione, il controllo continuo e la limitazione della libertà personale. Tali elementi, corroborati anche dalla relazione dell’ente anti-tratta, consentono di ricondurre la vicenda a una “vera e propria riduzione in servitù“. Le COI richiamate confermano, inoltre, la diffusione di reti di traffico che reclutano donne ivoriane con promesse fraudolente di lavoro all’estero, esponendole a sfruttamento domestico e lavorativo nei paesi di transito, tra cui la Tunisia e la Libia, nonché l’elevata vulnerabilità delle donne lungo le rotte migratorie, con frequenti situazioni riconducibili alla tratta. Ciò posto, il Tribunale di Bologna riconosce lo status di rifugiata alla richiedente sulla base della sua appartenenza sia al gruppo sociale delle donne vittime di violenza di genere (a causa del matrimonio forzato dal quale è fuggita) sia a quello delle donne vittime di tratta ai fini dello sfruttamento lavorativo, correggendo l’approccio riduttivo della Commissione territoriale. La decisione si segnala, dunque, per l’importante chiarimento metodologico in ordine all’uso delle COI – che non possono essere impiegate per negare credibilità in presenza di fenomeni comunque esistenti – nonché per il riconoscimento della centralità degli indicatori di tratta anche nei casi di sfruttamento lavorativo domestico, spesso sottovalutati in sede amministrativa. Tribunale di Bologna, decreto del 27 febbraio 2026 SIERRA LEONE. MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI E RIFIUTO DI SUCCEDERE ALLA MADRE NELLA SOCIETÀ BONDO: RICONOSCIUTO LO STATUS DI RIFUGIATA Il Tribunale di Bologna ha riconosciuto lo status di rifugiata a una cittadina della Sierra Leone, sottoposta a mutilazione genitale femminile all’età di otto anni e destinata a succedere alla madre nell’esercizio della pratica di MGF all’interno della società segreta Bondo. La ricorrente aveva riferito di essere fuggita dopo essersi rifiutata di assumere il ruolo attribuitole dalla tradizione familiare. La Commissione territoriale aveva giudicato poco credibile questa parte del racconto, ritenendola generica e stereotipata e contestando, in particolare, l’assenza di una specifica prova della mutilazione subita. Il Tribunale riforma tale valutazione richiamando il criterio elaborato dalla Corte di cassazione per l’esame delle dichiarazioni del richiedente: “In tema di protezione internazionale, la valutazione del racconto del richiedente asilo deve avvenire dapprima secondo il modello cd. “atomistico-analitico”, che comporta un iniziale, rigoroso esame di ciascun singolo “fatto indiziante” emergente dalla narrazione del ricorrente, per poi procedere a una valutazione complessiva e globale di tutti quei fatti che, alla luce dei principi di coerenza logica, compatibilità inferenziale, congruenza espositiva, concordanza prevalente, possa condurre all’approdo della prova presuntiva del “factum probandum”. Ne consegue che, alla luce di tale ragionamento probatorio, il giudice ben potrà ritenere credibili solo parte delle dichiarazioni del ricorrente, non potendosi ritenere che un giudizio negativo di credibilità su alcune parti del racconto possa travolgere tutte le singole circostanze oggetto di dichiarazione” (Cass. civ., sez. III, 13 giugno 2022, n. 19045). Ogni circostanza deve essere esaminata autonomamente e poi ricondotta al più ampio quadro probatorio, verificandone la coerenza con gli altri elementi acquisiti e con le informazioni sul Paese d’origine. Nel caso esaminato, la ricorrente aveva descritto in modo costante e lineare la mutilazione subita, il ruolo della madre nella società segreta e le pressioni ricevute affinché ne proseguisse l’attività. La narrazione trova riscontro nelle fonti internazionali relative alle società Bondo e Sande, nelle quali la mutilazione costituisce un rito di iniziazione e il rifiuto della successione espone la donna all’emarginazione familiare e comunitaria. La certificazione ginecologica prodotta in giudizio ha inoltre attestato la mutilazione genitale di II grado. Su tali basi, il Tribunale ha formulato una “prognosi di assoluta attendibilità della versione dei fatti fornita dalla ricorrente“. Accertata la credibilità, il decreto distingue gli elementi costitutivi dello status: “L’art. 7 individua gli atti – e quindi la forma che devono assumere – di persecuzione, mentre è il successivo art. 8 che qualifica le ragioni che consentono di ritenere quegli atti idonei all’accoglimento dello status di rifugiato“. La mutilazione genitale integra un atto persecutorio per la gravità della lesione fisica e psichica e per la sua natura di violenza fondata sul genere. Il riconoscimento dello status richiede, inoltre, la riconducibilità della persecuzione a uno dei motivi convenzionali e la sussistenza di un fondato timore, da accertare mediante una prognosi concreta sul rischio in caso di rimpatrio: “Ai fini del riconoscimento della protezione maggiore occorre il fondato timore di persecuzione basato su un giudizio di prognosi futura circa il rischio di subire atti di persecuzione“. In questa valutazione assume rilievo l’art. 3, comma 4, del d.lgs. n. 251/2007. Il fatto che la ricorrente sia già stata sottoposta a mutilazione genitale non esclude l’attualità del rischio persecutorio. Nel caso di specie, la prognosi richiesta dall’art. 3 del d.lgs. n. 251/2007 non riguarda, infatti, la sola ripetizione dell’identico atto già subito: le fonti richiamate dal Tribunale documentano anche il pericolo di successive reinfibulazioni, in particolare dopo il parto. La nascita in Italia della secondogenita della ricorrente ha introdotto inoltre un ulteriore e decisivo elemento nella valutazione del rischio futuro. Il decreto afferma: “Deve certamente ritenersi assai elevato, con un grado di probabilità rilevante, che in caso di rientro in Sierra Leone, la piccolina […] possa trovarsi esposta al pericolo di subire il medesimo trattamento senza che la odierna ricorrente possa evitarlo“. Il pericolo cui sarebbe esposta la minore non rimane estraneo alla posizione giuridica della madre. Esso concorre direttamente alla prognosi persecutoria relativa alla ricorrente, la quale, in caso di rimpatrio, sarebbe nuovamente assoggettata al sistema familiare e comunitario dal quale era fuggita e posta nell’impossibilità concreta di proteggere la figlia dalla medesima pratica subita durante l’infanzia. Il rischio assume così una dimensione intergenerazionale, in quanto la tradizione che aveva imposto la mutilazione alla ricorrente è la stessa che, attraverso la linea familiare, minaccia ora la figlia. Nel caso in esame, tale conclusione è rafforzata dal ruolo rivestito dalla madre della ricorrente nella società segreta. Secondo il Tribunale, quest’ultima “non avrebbe difficoltà a rintracciare la figlia e la nipotina e quindi esercitare la pressione sufficiente e necessaria per proseguire nella pratica di famiglia”. Tribunale di Bologna, decreto del 12 giugno 2026 Si ringrazia l’Avv. Ivana Stojanova per la segnalazione e il commento. -------------------------------------------------------------------------------- * Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione: * da parte di cittadini/e della Sierra Leone; * da parte di cittadini/e della Costa D’Avorio. * Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali” VEDI LE SENTENZE * Status di rifugiato * Protezione sussidiaria * Permesso di soggiorno per protezione speciale
Jebri. Perché l’esclusione raramente si ferma a un confine
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu.  È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Jebri trasforma la differenza in distanza. Indica chi viene percepito come rozzo, poco raffinato, fuori posto rispetto alle regole non scritte della città e del prestigio sociale. Non descrive soltanto una persona: la colloca più in basso in una scala invisibile di valore e riconoscimento.  Jebri ricorda che lo stigma viaggia e chi ne è bersaglio può a sua volta usarlo contro qualcuno ritenuto ancora più marginale. Così, l’etichetta passa di mano in mano, scendendo lungo la gerarchia sociale fino a raggiungere i più vulnerabili. La parola rivela che l’esclusione raramente si ferma a un confine. Si riproduce, si adatta, cerca sempre un altro corpo su cui posarsi. Dietro jebri  si esprime un bisogno umano: quello di sentirsi più vicini al centro allontanando verso il margine un altro essere umano.  JEBRI a cura di Nadia Chaouch, Università di Genova Il termine jebri si riferisce generalmente a qualcuno considerato incivile, che si comporta in modo percepito come arretrato o inappropriato dal punto di vista sociale e collettivo. Può riflettere l’aspetto, l’abbigliamento, l’accento o persino le maniere a tavola e nel vestire di una persona. Pertanto essere etichettati come jebri implica essere considerato irrispettoso, socialmente inadatto o privo di raffinatezza. In Tunisia questa etichetta è spesso attribuita alle persone provenienti dalle zone rurali o dai quartieri popolari, il cui comportamento è giudicato diverso dalle norme sociali dello spazio urbano. Ad esempio, coloro che pronunciano la lettera qaf come gaf (un accento rurale) possono essere chiamati jboura (plurale di jebri). Ciò che colpisce, tuttavia, è che anche coloro che sono stigmatizzati da questa etichetta possono usarla contro altri quando la gerarchia sociale cambia, prendendo di mira in genere persone più povere o considerate meno colte, come gli africani subsahariani bloccati negli uliveti di El Amra e Jbiniana (si veda Zitounes). In diverse località abbiamo trovato graffiti che dice vano: «I nostri quartieri sono in esilio (ghorba) e gli jboura sono nei nostri quartieri». Abbiamo documentato graffiti di questo tipo a Jbiniana, una località semirurale, i cui stessi abitanti sono spesso etichettati come jboura dalla popolazione più urbana di Sfax. Tuttavia i graffiti dimostrano che gli abitanti di Jebiniana hanno interiorizzato questo stigma e lo hanno reindirizzato verso i migranti subsahariani: i nostri figli sono emigrati in Italia e gli africani, che noi consideriamo jboura, hanno preso il loro posto. Abbiamo riscontrato lo stesso murales anche nel governatorato di Mahdia, a dimostrazione della diffusione di questo discorso stigmatizzante. Al contrario il termine wasif è più comunemente usato per riferirsi tanto ai migranti sub sahariani quanto ai discendenti di schiavi tunisini, e denota principalmente una persona per il suo colore della pelle. Il termine deriva dalla parola araba che significa «servo» o «domestico». Nonostante le connotazioni razziste, molte delle persone che ho incontrato si riferivano comunemente alle persone con la pelle scura come wousfan (plurale di wasif). Alcuni, anche all’interno degli ambienti accademici, sminuiscono le connotazioni razziste sostenendo che si tratti semplicemente di un termine descrittivo del colore della pelle. Questa prospettiva fa eco all’argomentazione per cui la normalizzazione del razzismo è profondamente radicata in Tunisia, anche tra le persone di alto status sociale, affondando le proprie radici nella storia della schiavitù. Sebbene la Tunisia abbia compiuto progressi significativi sul piano giuridico nell’abolizione legale della schiavitù, permangono alcuni residui sociali e culturali nei confronti delle persone di pelle nera. Queste sono spesso percepite in posizioni subordinate o servili ereditate dal loro passato di schiavi. Alcune di queste percezioni sono legate al colore della pelle mentre altre sono legate alla posizione socio-economica che le persone di colore occupavano un tempo e, in una certa misura, continuano a occupare. Sebbene il termine ’abid («schiavo») sia in gran parte scomparso dal linguaggio quotidiano, essendo proibito e considerato generalmente inaccettabile – tranne che tra un numero molto ristretto di individui inconsapevoli o ignoranti -, tali retaggi permangono. Essi perpetuano un senso di sottomissione e rafforzano una gerarchia sociale in cui gli africani subsahariani sono percepiti JEBRI, come inferiori, giustificando così il loro sfruttamento sia storicamente che nel presente. Esempi dal campo  L’espressione jboura è spesso utilizzata nei commenti ai video e alle notizie sui social media, per esempio quando una donna sub sahariana dà alla luce un bambino in un ospedale tunisino. Molti tunisini usano la parola jboura perché, nella loro visione, queste donne fanno troppi figli in viaggio e non considerano le conseguenze per la loro crescita. Intervista con una donna tunisina a Sfax Wasif è usato solo per descrivere il colore, proprio come diciamo abyad per le persone bianche, diciamo wasif per una persona nera, e non ha nulla a che vedere con il razzismo. Intervista con uomo tunisino a Jbiniana
La Tunisia davanti alla Corte Africana: quattro ricorsi rompono il silenzio sulla tratta di Stato
Per la prima volta la Tunisia dovrà rispondere davanti a un tribunale internazionale per il trattamento riservato a chi attraversa il suo territorio in transito irregolare. Un gruppo di legali dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), insieme all’avvocato tunisino Brahim Belguith, ha depositato quattro ricorsi presso la Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli di Arusha per conto di quattro persone migranti provenienti da diversi Stati dell’Africa subsahariana. Le condotte contestate alla Tunisia: detenzioni arbitrarie, tortura, espulsioni collettive nel deserto, tratta di esseri umani, violenze sessuali. Le considerazioni riportate nel testo che segue si basano sulle dichiarazioni rilasciate da ASGI durante la conferenza stampa in merito al ricorso e su un’intervista rilasciata dall’avvocato Luca Masera, socio ASGI e ordinario di diritto penale all’Università di Brescia, tra i responsabili del ricorso 1. Le interviste di Radio Melting Pot La Tunisia davanti alla Corte Africana: intervista all’avv. Luca Masera Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:34:19 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:34:19 | Registrato il 22 Luglio 2026 Sono quattro i ricorsi depositati nella prima settimana di marzo alla Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli, a ridosso di una scadenza importante. Dal 7 marzo 2026 la Tunisia ha ritirato la dichiarazione che permetteva a individui e organizzazioni non governative di rivolgersi direttamente alla Corte. Dopo l’invio dei ricorsi, reso pubblico da ASGI il 19 giugno, la Cancelleria della Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli ha comunicato l’avvenuto deposito e ha aperto la procedura. Lo Stato tunisino ha ora quarantacinque giorni, prorogabili di altri trenta, per rispondere. Solo dopo un ulteriore scambio scritto la Corte deciderà se fissare un’udienza. Si tratta di una procedura che potrebbe durare anni. L’attesa non sarà tempo inutile: Luca Masera ricorda che il ricorso su Lampedusa per i fatti del 2011, e presentato alla Corte Europea nel 2012, ha ricevuto risposta cinque anni dopo, accertando la violazione di diritti fondamentali. Quella decisione ha avuto ricadute sia giudiziarie che politiche. Insomma: un tempo lungo che ha dato i suoi frutti. Non è la prima volta che la Tunisia viene condannata dalla Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli per la propria deriva autoritaria. Invece quello che è nuovo è il motivo: il trattamento riservato alle persone migranti. Si tratta di un fronte che, almeno dal 2023 2, resta documentato quasi esclusivamente da organizzazioni per i diritti umani, agenzie Onu e stampa indipendente, ma mai da un apparato giudiziario internazionale. E La Corte Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli dispone – al pari della Corte Europea – del potere di emettere decisioni giuridicamente vincolanti per gli Stati membri. È una capacità di intervento che nessun altro organismo internazionale possiede sulla materia. «Mentre le decisioni dei comitati dell’ONU hanno un grande valore di natura politica, in quanto non sono direttamente applicabili nell’ordinamento giuridico degli Stati, le decisioni della Corte Europea per l’Europa e della Corte Africana per l’Africa hanno valore giuridico» spiega Masera. Quattro ricorsi, quattro storie, quattro persone. Che raccontano un percorso comune a migliaia di cittadini subsahariani. E l’avvocato ricorda che «la questione importante è che sono casi tutti molto simili, espressivi di un sistema di trattamento riservato agli stranieri. Quello che trova riscontro anche in vari report di associazioni internazionali che noi abbiamo citato anche nel ricorso». Masera, inoltre, ricorda che, per due di loro, L. e S.D., il percorso verso il ricorso è passato prima da un’aula meno formale. Le due vittime erano state ascoltate in ottobre a Palermo durante un’udienza pubblica del Tribunale Permanente dei Popoli, attivo da quasi cinquant’anni sulle violazioni più gravi dei diritti fondamentali. Proprio da quelle testimonianze è maturata la decisione di portare la vicenda anche in sede giudiziaria. Masera sedeva tra i membri della giuria a Palermo e descrive così quell’udienza: «Eravamo tutti noi membri della giuria veramente scossi da queste testimonianze di una drammaticità assoluta, e ci è sembrato evidente che queste vicende dovessero avere un seguito». Che storia raccontano i quattro ricorsi? L., cittadina camerunense, era già stata vittima di tratta durante il tragitto dal Camerun alla Tunisia. Nel 2024, dopo aver tentato la traversata del Mediterraneo, è stata intercettata dalla Guardia Nazionale tunisina, arrestata arbitrariamente e detenuta per oltre venti giorni in un campo militare nel deserto, rinchiusa in una gabbia, insieme ad oltre cento persone sottoposte a violenze e torture continue. Poi, venduta dalle forze di sicurezza tunisine alle guardie di frontiera libiche, ha subito ulteriori detenzioni, sfruttamento sessuale e nuove forme di tratta. La cage di cui parla ha una localizzazione precisa, come si evince dai report State Trafficking e Women State Trafficking. S.T., cittadino della Costa d’Avorio, era arrivato in Tunisia nell’agosto 2023 dopo aver attraversato Mali, Algeria e Libia. Poco dopo il confine è stato arrestato dalla Guardia Nazionale tunisina in una zona desertica, picchiato con bastoni, cinture e fruste, privato dei suoi effetti personali e infine abbandonato nel deserto insieme a decine di altre persone, con il divieto di rientrare in Tunisia. Due esseri umani del suo gruppo sono morti per le condizioni estreme. Respinto dalle milizie libiche verso il confine tunisino, S.T. è rimasto per circa venti giorni nella zona militarizzata di Ras Jedir, senza accesso adeguato ad acqua, cibo o cure. S.D., cittadino della Guinea Conakry, nel luglio 2024 ha tentato la traversata con un gruppo di 46 persone. Dopo cinque giorni in mare senza soccorsi, l’imbarcazione è stata intercettata dalla Guardia Nazionale tunisina. Sbarcato a Sfax, ha subito violenze fisiche e la confisca dei propri effetti, poi è stato trasferito lo stesso giorno in una zona desertica al confine libico. Qui, è rimasto detenuto per tredici giorni in condizioni degradanti, testimone di stupri commessi sulle donne detenute alla presenza delle altre persone migranti. Al termine della detenzione il gruppo è stato venduto a trafficanti libici. Imprigionato dopo la vendita nella prigione di Al-Assah in Libia, è stato liberato previo pagamento di un riscatto di 700 euro da parte della famiglia. A. è un cittadino della Sierra Leone. Con lui e il suo ricorso viene restituita in modo crudo la grammatica delle intercettazioni in mare lungo questa rotta. Il 5 aprile 2024, mentre era a bordo di un’imbarcazione partita da Sfax con altre 42 persone, comprese donne incinte e bambini, la Guardia Nazionale tunisina ha lanciato lacrimogeni verso la barca e poi effettuato manovre per bloccarne la corsa, fino a urtarla con una motovedetta e provocarne l’affondamento. Sono annegati in molti, tra cui donne e bambini. A. è sopravvissuto nuotando a lungo prima di essere recuperato. Riportato a terra a Sfax, è stato ammanettato, picchiato, derubato e insultato insieme agli altri sopravvissuti. Con loro, è stato trasportato con la forza in un’area desertica al confine libico e abbandonato senza acqua né cibo. Alcuni dei suoi compagni sono morti durante la notte. Il giorno dopo il gruppo è stato intercettato da uomini armati e condotto in un centro di detenzione in Libia. Una sequenza chiara, ripetuta: mare, violenza, cattura, deserto, confine, detenzione. E poi vendita, acquisto, detenzione ancora. E ancora e sempre violenza. Chi segue questa rotta da anni la riconosce come strutturale e perfettamente “oliata”. Una sequenza che non ha nulla di eccezionale perché la stessa gabbia nel deserto sotto un traliccio elettrico, la stessa zona di Ras Jedir, la stessa vendita alle guardie di frontiera libiche appaiono, con variazioni minime, in tre casi su quattro. E fanno ugualmente parte delle testimonianze dei già citati rapporti. Davanti alla Corte, i quattro ricorrenti contestano alla Tunisia la violazione di diritti sanciti dalla Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli e, nel caso di L., anche dal Protocollo di Maputo sui diritti delle donne in Africa 3. In tutti e quattro i casi si chiede alla Corte di accertare la responsabilità internazionale della Tunisia, disporre un risarcimento integrale dei danni, imporre misure strutturali contro il ripetersi delle violazioni e istituire un meccanismo di monitoraggio dell’attuazione della futura decisione. La procedura non è coercitiva, ma non per questo è priva di valore perché, a seguito di una condanna, lo Stato considerato colpevole deve presentare relazioni periodiche sulle riforme attuate o sul perseguimento dei responsabili. Ma il valore di questa iniziativa sta anche altrove: nell’attivare un meccanismo di consapevolezza a livello di Unione Africana, nella speranza che possa sollecitare iniziative diplomatiche da parte degli Stati di origine dei ricorrenti e, soprattutto, nelle ricadute possibili sul piano europeo. La Tunisia effettua le intercettazioni in mare e gli abbandoni nel deserto grazie ai mezzi, alle unità navali e pickup forniti dall’Unione europea. Difficile, in questo modo, separare la cooperazione Ue-Tunisia dalle violazioni documentate. L’avvocato Masera sottolinea anche che «il ruolo dell’Unione Europea è enorme… La Guardia Costiera tunisina, così come la Guardia Costiera libica, si regge sui fondi, sugli strumenti, sulle dotazioni fornite dall’Unione Europea. Qualche giorno fa, sono ricorsi i tre anni dal memorandum d’accordo UE-Tunisia che è a fondamento delle capacità operative della Tunisia. Ora: se si arrivasse a una decisione della Corte africana che stabilisse la violazione dei diritti dei migranti, questo, giuridicamente, non avrebbe degli effetti immediati nel togliere la legittimità del memorandum, però potrebbe essere un elemento politico forte». E lo sarebbe anche nei confronti degli stati africani e dell’Unione africana. Sul fronte libico, il nodo è già arrivato in sede penale: sono stati depositati ricorsi alla Corte Penale Internazionale per la complicità di autorità italiane, di altri Stati europei e delle stesse istituzioni dell’Unione nei crimini contro l’umanità commessi in Libia. Un terreno che, se percorso fino in fondo, potrebbe aprire la strada a un’analoga contestazione della responsabilità europea rispetto alla Tunisia. Certo, il precedente libico invita alla cautela. Le violazioni documentate in Libia non hanno prodotto alcuna revisione della cooperazione tra Ue e questo paese. Gli accordi sono stati rinnovati. Nulla garantisce che l’esito sarà diverso per la Tunisia. Masera non nasconde il pessimismo: «Che cosa succede in Tunisia è ormai chiarissimo da molto tempo e il Parlamento europeo non si è mosso di un millimetro». Basti pensare che il 17 giugno la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato la consegna imminente di altre tre navi di ricerca e soccorso a Tunisi. Nel frattempo, il calo degli arrivi dalla sponda sud del Mediterraneo centrale continua a essere narrato come un successo delle politiche di contenimento: secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, dal 1° gennaio al 16 luglio di quest’anno sono approdate 15.391 persone, contro le oltre 30mila registrate nello stesso periodo del 2024 4. Come sempre, i numeri non raccontano chi sia rimasto dall’altra parte del central Med, né come sia stato bloccato, respinto, venduto, comprato e costantemente privato dei propri diritti. Tuttavia, come Luca Masera invita a riflettere, un’eventuale condanna da parte della Corte Africana renderebbe sensibilmente complicato l’inserimento della Tunisia nella lista di paesi terzi “sicuri” come impone il Patto Ue su Migrazione e Asilo. «Da un punto di vista formale è ovvio che non c’è una diretta e immediata conseguenza, cioè la condanna da parte della Corte africana, automaticamente non ha come effetto l’eliminazione della Tunisia dalla lista dei paesi sicuri, tuttavia ne permette la contestazione di fronte alla Corte di giustizia dell’UE. E questo è un passaggio importante: quindi non è una valutazione puramente e arbitrariamente politica che permette di nominare come sicuro qualsiasi paese. C’è comunque un vaglio giudiziario. Ecco, di fronte ad un vaglio giudiziario, la presenza di un’eventuale condanna della Corte africana avrebbe un peso estremamente importante. Innanzitutto, perché tendenzialmente le Corti dei diritti dell’uomo tendono a riconoscere reciprocamente le proprie decisioni. Quindi se ci troviamo di fronte a una sentenza della Corte africana che dice non è un paese sicuro la Tunisia, i giudici di Strasburgo devono prendere in considerazione quella decisione importante. Quindi, sia pure indirettamente e con meccanismi faticosi, una decisione del genere potrebbe avere un impatto sulla qualificazione della Tunisia come paese sicuro», sottolinea Masera. E la Tunisia è sempre più lontana dall’essere terra di difesa di libertà e diritti: le organizzazioni che documentano gli abusi o forniscono assistenza legale e umanitaria alle persone migranti operano in un contesto sempre più ostile, segnato da campagne di criminalizzazione e restrizioni amministrative. Nel paese che è stata la culla della Primavera araba, non solo aumentano le violenze contro chi migra, ma anche la pressione su chi cerca di renderle visibili. Forse, questo ricorso alla Corte Africana permetterà di raccontare cosa accade in Tunisia e di eliminare due versioni incompatibili di una stessa storia. Alla domanda su come possano convivere queste due narrazioni, Masera risponde senza esitazioni: «Tutte queste violazioni sono punite e vietate da una serie infinita di testi internazionali. Non c’è nessun dubbio che ci siano delle violazioni del diritto internazionale. Il problema è che la nostra politica vuole non vederle. L’idea che si concludano degli accordi con la Libia e con soggetti, parti di milizie, sottoposti a procedimento davanti alla Corte Penale Internazionale è una cosa incredibile. Noi l’abbiamo scritto: si tratta di una forma di concorso in un’associazione a delinquere finalizzata alla commissione di crimini contro l’umanità. Quindi si tratta di un dato che, anche giuridicamente è guardabile in termini gravissimi. Ma è ovvio che il dato su cui poi noi tutti insistiamo di più è far passare nell’opinione pubblica l’insostenibilità di questa posizione, cioè l’idea di dire “noi collaboriamo, noi forniamo le armi a delle milizie, a delle strutture – anche statali – che sappiamo ormai da decenni essere sostanzialmente delle bande di torturatori e di estorsori». 1. Tratta, provocato naufragio, abbandono nel deserto: La Tunisia di fronte alla Corte Africana per i Diritti Umani e dei Popoli – ASGI, 30.06.2026 ↩︎ 2. Anno del Memorandum d’intesa anti-flussi firmato con l’Unione europea ↩︎ 3. Protocol to the African Charter on Human and Peoples’ Rights on the Rights of Women in Africa ↩︎ 4. Cruscotto statistico giornaliero 16-07-2026 – Ministero dell’Interno ↩︎
UE: l’accordo con la Tunisia sulla migrazione peggiora le violazioni dei diritti umani
«L’Unione Europea (UE) e i suoi Stati membri dovrebbero denunciare pubblicamente le violazioni dei diritti umani in Tunisia e smettere di finanziare le attività abusive di controllo dell’immigrazione», hanno affermato 46 organizzazioni di tutela dei diritti umani in una dichiarazione congiunta che è stata diffusa ieri. L’appello giunge a tre anni dalla firma, il 16 luglio 2023, del protocollo d’intesa (MoU) tra l’UE e la Tunisia, motivato in gran parte dalla ricerca della cooperazione tunisina per impedire le partenze irregolari di imbarcazioni che trasportano migranti e richiedenti asilo verso l’Europa. Il MoU ha alimentato e normalizzato gravi violazioni dei diritti umani in Tunisia. In alcuni casi, questi abusi hanno persino portato alla morte di persone migranti. Il proseguimento della cooperazione in materia di migrazione con la Tunisia rende l’UE complice delle violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di sicurezza tunisine. Nell’ambito della componente migratoria dell’accordo, l’UE e i suoi Stati membri hanno stanziato 105 milioni di euro per le intercettazioni in mare e le attività di controllo delle frontiere in Tunisia. Almeno 65 milioni di euro sono già stati stanziati per addestrare ed equipaggiare entità responsabili di abusi, in particolare la Guardia Costiera tunisina e il Centro di coordinamento tunisino per il soccorso in mare. «Le persone che abbiamo soccorso da situazioni di pericolo in mare hanno raccontato al nostro equipaggio storie strazianti di torture, violenze sessuali e abusi razzisti subiti in Tunisia», ha affermato Marie Michel, esperta di politiche presso SOS Humanity. «La Guardia Costiera tunisina, sostenuta dall’UE, agisce con violenza contro le persone in pericolo in mare e le riporta con la forza in un sistema di abusi che comporta un alto rischio di essere deportate nel deserto o trafficate verso la Libia. Con ogni euro versato alle forze di sicurezza responsabili, l’UE sta consolidando un sistema di abusi contro persone in cerca di protezione». Da quando l’accordo è stato firmato, gli organismi delle Nazioni Unite e le organizzazioni della società civile hanno documentato gravi violazioni dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza tunisine nei confronti di rifugiati, richiedenti asilo e migranti, tra cui comportamenti pericolosi e violenti durante le intercettazioni in mare; detenzioni arbitrarie; torture e altri maltrattamenti, compresa la violenza sessuale; ed espulsioni collettive verso i paesi confinanti. Rapporti e dossier WOMEN STATE TRAFFICKING: GENERE, RAZZIALIZZAZIONE E VIOLENZA DI STATO TRA TUNISIA E LIBIA Il nuovo report di RR[X] documenta la catena di detenzione, vendita e abuso che colpisce le donne migranti nel silenzio complice dell'UE Roberta Derosas 16 Aprile 2026 La retorica razzista e le pratiche discriminatorie dei funzionari tunisini nei confronti degli africani neri, compresi i cittadini tunisini, hanno alimentato la violenza razzista e il profiling razziale. Le autorità tunisine hanno preso di mira le organizzazioni della società civile che forniscono assistenza indispensabile a rifugiati e richiedenti asilo, ricorrendo anche ad arresti e procedimenti penali. A partire da giugno 2024 hanno sospeso le attività relative all’asilo e le procedure di riconoscimento dello status di rifugiato da parte dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), eliminando di fatto l’accesso all’asilo nel Paese. «Da quando il presidente ha definito la migrazione un “piano criminale volto a modificare la composizione demografica della Tunisia” – discorso che ha preceduto la firma del protocollo d’intesa – i nostri meccanismi di assistenza legale hanno registrato un forte aumento delle richieste da parte di migranti e richiedenti asilo», ha affermato Emma Cabrol, direttrice regionale Euro-Mediterranea di Avocats Sans Frontières. «Queste richieste – ha sottolineato – provengono generalmente da persone arrestate nel corso di operazioni di sicurezza su larga scala in cui i loro diritti non sono stati rispettati, da persone sfrattate con la forza dalle loro abitazioni o sottoposte ad abusi da parte di privati, nonché da richiedenti asilo che incontrano gravi ostacoli nell’accedere alla protezione». «Le testimonianze che raccogliamo attraverso la nostra assistenza legale rivelano livelli senza precedenti di violenza e vulnerabilità subiti dai migranti in Tunisia, sia da parte di attori statali che non statali. Con l’aggravarsi degli ostacoli nell’accesso all’alloggio, al lavoro e a percorsi sicuri per lasciare il Paese, molti migranti descrivono la loro situazione come una prigione a cielo aperto», ha infine concluso la direttrice di ASF. Nonostante le gravi preoccupazioni e le raccomandazioni sollevate dal Mediatore europeo e dalla Corte dei conti europea nel 2024, la Commissione europea non è riuscita a dimostrare che il proseguimento dei finanziamenti, della formazione, della fornitura di attrezzature e del sostegno operativo alle autorità tunisine sia conforme agli obblighi giuridici dell’UE e alle garanzie contenute nei suoi strumenti di finanziamento, hanno affermato le organizzazioni. La cooperazione in materia di migrazione non dovrebbe essere considerata separatamente dal contesto dei diritti umani in Tunisia, hanno affermato le organizzazioni. Le stesse istituzioni statali tunisine, sostenute da finanziamenti dell’UE e responsabili del controllo delle frontiere e dell’applicazione delle norme sull’immigrazione – in particolare la Guardia Nazionale tunisina e la polizia – sono anche implicate nella repressione in corso contro il dissenso, l’indipendenza giudiziaria e la criminalizzazione delle organizzazioni non governative, in atto dal 2021, quando il presidente Kais Saied ha preso il potere. Le autorità tunisine hanno intensificato gli abusi contro gli oppositori politici,i giornalisti, gli avvocati e le organizzazioni della società civile, ricorrendo anche ad arresti arbitrari, detenzioni, indagini penali, restrizioni amministrative e altre forme di repressione. Nel febbraio 2026, l’UE ha aggiunto la Tunisia a un elenco dei cosiddetti «paesi di origine sicuri», nonostante le conclusioni di esperti delle Nazioni Unite, di Amnesty International, di Human Rights Watch, dell’Organizzazione mondiale contro la tortura (OMCT) e di giornalisti d’inchiesta secondo cui la Tunisia non è un «luogo sicuro» ai sensi del diritto marittimo. La cooperazione dell’UE in materia di migrazione senza garanzie efficaci, se proseguita, si inserisce in un sistema più ampio di governance autoritaria – e rischia di rafforzarlo e perpetuarlo -, hanno dichiarato le organizzazioni firmatarie. «L’UE non può fingere di difendere i diritti umani mentre rafforza la cooperazione con le autorità tunisine responsabili della repressione del dissenso e degli abusi nei confronti dei migranti», ha concluso Friederike Mager, coordinatrice senior per le attività di advocacy presso l’UE di Human Rights Watch. «A tre anni dal suo accordo illegittimo con la Tunisia, l’UE dovrebbe prendere posizione contro le violazioni e porre i diritti umani – non il controllo dell’immigrazione – al centro del proprio impegno, con parametri chiari e conseguenze concrete qualora gli abusi dovessero continuare». ”A Blueprint For Complicity”. Joint Statement by 46 human rights and humanitarian organizations