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La Humanity 2 bloccata a Lampedusa mentre aumenta il tasso di mortalità nel Mediterraneo
Il governo più longevo di sempre ha diecimila morti sulla coscienza: mentre il governo Meloni festeggia il calo degli sbarchi sulle coste italiane, il 2026 si conferma l’anno più letale nel Mediterraneo centrale da quando esiste una documentazione sistematica. La nuova barca a vela di SOS Humanity è stata fermata a Lampedusa dopo il suo primo soccorso; Mediterranea Saving Humans denuncia un aumento del 150% del tasso di mortalità lungo la rotta Il 30 agosto 2026 la Humanity 2, la nuova imbarcazione a vela di SOS Humanity, è stata sottoposta a un fermo provvisorio dalle autorità italiane nel porto di Lampedusa. Era rientrata dalla sua prima missione: nei due giorni precedenti l’equipaggio aveva tratto in salvo 71 persone in pericolo nel Mediterraneo centrale. Pochi giorni dopo, il 4 settembre, Mediterranea Saving Humans ha diffuso un comunicato che colloca quel fermo dentro un quadro più ampio, quello di una frontiera che si sposta sempre più lontano e di una rotta che diventa sempre più mortale. La riduzione degli arrivi celebrata dal governo, nella realtà, non racconta la diminuzione delle partenze, ma l’aumento delle morti e degli ostacoli a chi prova a salvare vite in mare. Ph: SOS Humanity Ph: Leon Salner, SOS Humanity IL FERMO DELLA HUMANITY 2 Il primo soccorso è avvenuto il 28 agosto, quando l’equipaggio ha avvistato in acque internazionali al largo della Libia una piccola imbarcazione in vetroresina non idonea alla navigazione, con dodici persone a bordo. Nella notte, mentre navigava verso nord, la Humanity 2 è stata avvicinata da una seconda imbarcazione sovraffollata in difficoltà: in una situazione di pericolo, 59 persone sono state spinte a bordo della barca a vela da soggetti sconosciuti, che hanno poi abbandonato la scena, con alcune persone rimaste ferite durante l’imbarco. Sulla barca di 24 metri l’equipaggio si è trovato a gestire una situazione caotica, informando le autorità competenti non appena l’emergenza è stata messa sotto controllo. All’arrivo nel porto assegnato di Lampedusa, le autorità italiane hanno emesso il provvedimento di fermo per la presunta mancata “comunicazione immediata dell’operazione di soccorso al Centro di coordinamento del soccorso marittimo competente”. Un’accusa infondata che l’organizzazione respinge in pieno: «Le accuse mosse sono scandalose, poiché la Humanity 2 ha agito in ogni momento nel rispetto del diritto internazionale», ha affermato Marie Michel, esperta di politiche di SOS Humanity. «L’equipaggio ha informato le autorità competenti non appena si è assicurato che fosse stato prestato il primo soccorso immediato ai sopravvissuti e che non ci fossero più persone in acqua. Il fermo della Humanity 2 con queste motivazioni assurde dopo la sua primissima missione è un ulteriore segno del tentativo delle autorità italiane di soffocare ogni sforzo di soccorso da parte della società civile». Per il membro dell’equipaggio Ikram Jarmouni il blocco è «una mossa politicamente motivata volta a ostacolare le operazioni di ricerca e soccorso». E ha un costo diretto, misurabile in vite: «Durante la stessa missione sono state prese a bordo 71 persone in pericolo e sono stati avvistati tre cadaveri che galleggiavano in acqua. […] Queste morti sono il risultato diretto della scelta dei governi europei di impedire a tutti i costi alle persone di raggiungere le coste europee, invece di creare percorsi sicuri. Ogni ora in cui questa nave rimane trattenuta sulla base di accuse illegittime è un’ora in cui non è là fuori in mare, ed è esattamente questo l’obiettivo di questo fermo». SOS Humanity ha annunciato di essere pronta a impugnare la decisione, del resto i tribunali italiani, basandosi sul rispetto delle normative internazionali, stanno costantemente dando ragione alle ONG del soccorso civile. «Non accetteremo che l’Unione Europea e i suoi Stati membri lascino morire delle persone e si sottraggano alla responsabilità che il diritto internazionale attribuisce loro di salvare vite umane in mare», ha sottolineato Marie Michel. «Continueremo a garantire che i diritti umani di tutti siano tutelati senza eccezioni: nelle aule di tribunale, nei parlamenti e nelle piazze». UN ANNO DI MORTI IN AUMENTO Dal 14 agosto diverse organizzazioni di ricerca e soccorso hanno rinvenuto complessivamente 30 salme nel corso delle loro operazioni nel Mediterraneo centrale. Il 2026 si è rivelato l’anno più letale nel Mediterraneo centrale secondo i dati di OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni): in media, ogni sei ore una persona muore lungo questa rotta. Il fermo della Humanity 2, inoltre, segue quello di otto navi di soccorso dell’alleanza Justice Fleet bloccate dalle autorità italiane nel solo 2026, un accanimento che aggrava ulteriormente la carenza di capacità di soccorso in mare. Il “governo più longevo di sempre”, come ama definirlo la Presidente del Consiglio Meloni, è nella sostanza dei fatti il più mortifero con oltre 10.000 vite perse – fonte OIM – nel Mediterraneo dall’inizio della legislatura. È su questo scenario di repressione e necropolitica che si inserisce la risposta di Mediterranea al governo Meloni. Tra gennaio e agosto 2026, denuncia l’organizzazione, il tasso di mortalità lungo la rotta del Mediterraneo centrale è aumentato del 150% rispetto allo stesso periodo del 2025. Mentre l’esecutivo si vanta di aver “diminuito gli sbarchi in Italia dell’80%“, crescono i rischi per chi tenta la traversata e continuano i respingimenti verso la Libia: solo nel 2025, oltre 27.000 persone sono state intercettate in mare dalle milizie libiche e riportate indietro, verso un Paese che non può essere considerato un porto sicuro. «Il Governo non ha sconfitto le partenze, ha semplicemente spostato più lontano il confine. E quando il confine si sposta, aumentano le distanze, i rischi e le possibilità che una persona muoia senza che nessuno la veda», ha dichiarato Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans. «Esultare per la diminuzione degli sbarchi significa ignorare deliberatamente ciò che accade prima: le persone che vengono fermate, riportate in Libia, deportate in condizioni terribili o che perdono la vita durante la traversata». Negli ultimi cinque anni la stima è sotto gli occhi di tutti: oltre 10.000 donne, uomini e bambini hanno perso la vita nel Mediterraneo. E’ una strage che prosegue mentre l’Europa investe sempre di più nel controllo delle frontiere esterne e nella collaborazione con Paesi che non garantiscono la tutela dei diritti fondamentali. Il punto riguarda la natura stessa del soccorso. «Vorremmo ricordare al Governo una cosa elementare: il soccorso in mare non è una concessione politica, è un obbligo. E chi viene salvato deve poter sbarcare in un porto sicuro», ha proseguito Marmorale. «Non si può trasformare il numero degli sbarchi in un indicatore di successo se il prezzo di quel risultato è un aumento delle morti e delle persone abbandonate lungo una delle rotte migratorie più letali del mondo». Le due organizzazioni convergono sulla stessa richiesta: canali legali e sicuri d’ingresso, un sistema europeo di ricerca e soccorso adeguato, una politica che metta al centro la vita delle persone. «Se davvero vogliamo mettere fine all’infinita strage nel Mediterraneo, dobbiamo smettere di rendere sempre più difficile e pericoloso l’accesso all’Europa», ha infine concluso Laura Marmorale. «È questo il “successo” che vorremmo poter celebrare: non meno persone che arrivano perché più persone vengono fermate o muoiono, ma meno morti perché nessuno è più costretto a rischiare la vita per cercare sicurezza e futuro». Nel frattempo, la Humanity 2 resta ferma nel porto di Lampedusa. E ogni ora di fermo, come ricorda l’equipaggio, è un’ora in meno passata in mare a cercare chi rischia di non essere visto da nessuno. Melting Pot Europa
September 5, 2026
Pressenza
MIGRANTI: 45 GIORNI DI FERMO CONTRO SEA WATCH. “NON COLLABORIAMO CON I TRAFFICANTI: IL GOVERNO ITALIANO PUO’ DIRE LO STESSO?”
Sanzione da 7.500 euro e fermo amministrativo di ben 45 giorni ai danni della nave da soccorso dei migranti nel Mediterraneo, la Sea Watch 5. Il Viminale ferma l’imbarcazione battente bandiera tedesca per “non aver rispettato la legge durante le operazioni in mare: le attività di soccorso devono essere gestite dagli Stati competenti e non dalle ong”, fa sapere Piantedosi. “Noi non collaboriamo coi criminali, l’Italia può dire lo stesso?”, replica l’ong Sea Watch, che in una nota ricorda come il 13 agosto “dopo aver soccorso 6 persone in acque internazionali, abbiamo informato l’Italia e i Paesi europei limitrofi, ma non il cosiddetto centro di coordinamento per il soccorso marittimo libico, un’autorità fantoccio che serve a legittimare e rendere interlocutore accettabile quegli uomini e trafficanti che, poco dopo il soccorso, ci hanno puntato contro un fucile intimandoci di allontanarci dal “loro territorio”. Sono queste le “autorità competenti” a cui si riferisce il ministro Piantedosi? Le stesse a cui l’Italia ha versato un miliardo di euro in navi, fondi e addestramento, per poi vederle usare regolarmente per catturare e uccidere persone in mare, e riportarle nei lager gestiti dai trafficanti? L’Italia e l’Europa hanno dato, e continuano a dare, legittimità e protezione a questi criminali, trasformando il Mediterraneo in un far-west. Non sono fantasie: a questi fatti corrispondono nomi e cognomi precisi. Non ci siamo dimenticati di personaggi come Bija, Almasri e Saddam Haftar: criminali internazionali accusati, tra gli altri reati, di traffico di esseri umani, con cui il Governo italiano ha stretto, e continua a stringere, accordi. Noi non collaboriamo con criminali e trafficanti. Il Governo italiano può dire lo stesso? Nonostante il 2026 si preannuncia già come l’anno più mortale dell’ultimo decennio; nonostante nello scorso fine settimana i nostri occhi e quelli di altri membri della società civile abbiano visto 14 corpi senza vita galleggiare alla deriva, vittime di un altro naufragio fantasma, la priorità di questo Governo è tenere ferma per 45 giorni una nave che salva vite in mare. Una mossa di pura propaganda che fa comodo al Governo Meloni, per raccontare una fantomatica gestione delle frontiere che, in realtà, non va oltre i tweet dei suoi Ministri. Mentre si vedono in queste ore i risultati disastrosi in cui hanno gettato l’Unione Europea, dopo aver spinto, nei mesi scorsi, per l’approvazione del Patto europeo su migrazione e asilo, un regolamento che ora altri Stati membri usano per rimandare in Italia i cosiddetti “dublinanti”, come se queste persone fossero pacchi da scambiarsi tra nazioni. Da un Governo incapace di rispondere ai problemi reali degli italiani, tra benzina alle stelle e stipendi fermi da trent’anni, non ci si può aspettare di più. I fischi di Taranto spaventano? Dategli più propaganda anti-ong”. FERMA A NAPOLI – Ora la nave Sea Watch 5 si trova, con l’equipaggio a bordo, ferma al porto di Napoli, a poche decine di metri da dove si trova da fine luglio 2026 Mediterranea, la nave di Mediterranea Saving Humans, arrivata nello scalo partenopeo per effettuare la completa manutenzione dell’imbarcazione “e di tutti i sistemi – spiega Msh – e dotazioni di bordo. È un lavoro tecnico, lungo e complesso ma indispensabile, che ci consentirà di rinnovare le certificazioni e navigare in sicurezza nei prossimi cinque anni”. Sulla vicenda Sea Watch, lo scarica – barile tra sovranismi in corso in Europa, i fatti di Ceuta di quest’estate e le sfide che riguardano oggi il salvataggio di vite in mare, Radio Onda d’Urto ha raggiunto telefonicamente Beppe Caccia, esponente di Mediterranea Saving Humans, attualmente al porto di Napoli: “Il governo italiano e le forze politiche che lo sostengono stanno andando ad incartarsi sulla concreta traduzione di questa linea della propaganda contro i migranti  e dopo aver scatenato la corsa in Europa a chi è più sovranista in casa propria”  Ascolta o scarica  
August 24, 2026
Radio Onda d`Urto
Due giorni a Palermo con Francesca Albanese
Anche quest’estate, come da tre anni a questa parte, Francesca Albanese ha mantenuto fede al suo appuntamento con Palermo. Semplice, sorridente, vestita alla buona, ha firmato a Villa Trabia le copie del suo ultimo libro uscito per Rizzoli, La luce del risveglio. I due incontri, di venerdì 26 e sabato 27 giugno, sono stati organizzati dalla rivista Antimafia 2000, Our voice – Voci nel silenzio (un gruppo che accoglie anche palestinesi), Amnesty International, CISS e Mediterranea Saving Humans. Primo giorno Il primo pomeriggio ha visto un dialogo a due voci tra la dott. Albanese e il procuratore Nino Di Matteo e pertanto ha assunto un taglio piuttosto insolito: si è accostata la ferocia della necropolitica israeliana alla mafia. L’essenza del necrocapitalismo – dice Francesca Albanese – è la concentrazione della ricchezza in pochissime mani: appena 50.000 persone controllano più della metà della ricchezza planetaria, in un intreccio perverso e lucroso fra controllo dei flussi di informazioni e dell’Intelligenza Artificiale, finanza e industria delle guerre. Eni e Leonardo sono complici di genocidio e Israele sta sdoganando un modello di “democrazia” in cui solo alcuni godono di cittadinanza e di diritti, mentre altri, intere popolazioni, sono “zona sacrificabile”, per usare un termine di Agamben. La Palestina non è lontana: lì vige un sistema in cui i profitti contano più dei diritti, come attorno all’ILVA di Taranto o alle raffinerie di Priolo e Augusta. È qui l’analogia con il sistema mafioso ed è qui che la resistenza palestinese si mostra vicina alla lotta antimafia: è necessario che il diritto, il diritto internazionale, nel primo caso, la Costituzione nel secondo, tornino a farsi valere. Bisogna denunciare la giustizia penale a due velocità: accanita contro i deboli e timida e timorosa verso i potenti, i colletti bianchi e la mafia del Palazzo, avverte Di Matteo. E bisogna intervenire contro il genocidio nel rispetto della Convenzione di Ginevra del 1948: riconoscerlo, prevenirlo, fermarlo, punirlo. La Convenzione prevede responsabilità individuali e statali da deferire alla Corte di Giustizia Penale Internazionale, responsabilità ben documentate dei Rapporti di Amnesty, CISS e Mediterranea di cui si parlerà sabato. Mentre l’informazione di regime ci vuole tutti consumatori passivi e bulimici, noi siamo consapevoli che, se non facciamo niente per fermare l’ingiustizia, siamo complici e che l’unica cosa che può fermare lo sterminio è la perseveranza: l’utopia, quando diventa progetto condiviso, si fa politica. Secondo giorno Prende per primo la parola (in inglese: è qui solo da un mese) Yusif, studente di Gaza venuto per frequentare l’Università di Palermo. «Non ho parole per descrivere il dolore che mi porto in petto e non so rispondere a chi mi chiede di raccontare quello che succede a Gaza. Ogni gesto quotidiano può costare la vita, come è accaduto ieri a un mio amico, uscito dalla tenda per andare al mercato e mai più tornato. E poi c’è la catastrofe dell’acqua. Qui a Palermo ho trovato la sicurezza fisica, ma ho lasciato dietro di me la mia famiglia (si interrompe fra le lacrime) che sta lottando per sopravvivere. Se posso chiedere una cosa al mondo, è di non dimenticare Gaza e la Palestina. Non siamo numeri, siamo persone che stanno ancora sognando di continuare la loro vita. Chiediamo solo il diritto di vivere nella nostra terra in pace, un diritto che dovrebbe essere per tutti e che noi non abbiamo.» Sami fa parte dell’organizzazione Youth of Sumud, nata nel 2017 e attiva nell’area C dei territori palestinesi occupati, area decisa dagli accordi di Oslo del 1993, ma che vede ora insediamenti israeliani, di coloni ed esercito. «I coloni stanno trasformandosi in soldati. Dopo il 7 ottobre possono ottenere il porto d’armi senza alcun controllo e minacciano di morte le nostre famiglie. Youth of Sumud aiuta gli abitanti a resistere alle demolizioni, a rimanere nei villaggi dopo un ordine di evacuazione: ricostruire è vietato, non vengono rilasciati permessi, allora aiutiamo le persone ad abitare le grotte che abbiamo attrezzato per la sopravvivenza.» Tina prosegue questo racconto citando il Report di Amnesty International che si occupa degli sfollamenti forzati di beduini, contadini e pastori, ossia della pulizia etnica nell’area C, occupata perché ricca di risorse naturali e per il progetto delle destre di creare un “Grande Israele”. Stanno sorgendo migliaia di nuove unità abitative, secondo un piano governativo gestito da grandi compagnie finanziarie, una delle quali fondata da Smotrich. L’obiettivo è ottenere “il massimo di territorio con il minor numero di palestinesi”. «Buttano gli animali nei pozzi d’acqua o li uccidono in altro modo. Sterminano gli ovini per costringere la gente ad andare via. Il 97% dei processi contro questi abusi finisce nel nulla, ma chi denuncia è arrestato e maltrattato. Il primo rapporto di Amnesty sul genocidio a Gaza non ha ricevuto risposta dal governo israeliano; a questo secondo sulla pulizia etnica in Cisgiordania è stato replicato che l’IDF difende tutti dal “terrorismo”, anche i palestinesi…» Le compagne di Mediterranea ci spiegano la loro volontà di difendere non solo il diritto di movimento ma anche quello di restare nel proprio Paese. Dopo il 7 ottobre la ONG ha iniziato a cooperare con l’Operazione Colomba che esiste già da 20 anni. Nel 2025 è uscito un rapporto sulle violenze subite da 3000 contadini, dall’abbattimento di case alle torture. «Si tratta di un progetto sistematico di genocidio e pulizia etnica, non di casi isolati. Noi facciamo interposizione nonviolenta: viviamo insieme ai palestinesi, facciamo scudo e riportiamo tutto ciò che succede in video e registrazioni. Così raccogliamo prove documentali da presentare alla corte internazionale e, inoltre, custodiamo esperienze di vita che si oppongono alla narrazione di regime.» Amal Kayal del CISS presenta il libro Io ero la numero 5 edito da Momo, che riporta le storie di 26 fra le duecento donne intervistate; sono solo donne di Gaza e tutte hanno subito violenza, fisica o verbale, e minacce. Il rapporto riferisce la violenza di genere nelle carceri ma pure dentro le case e per le strade.  «Hanno appreso dalla Shoah gli ebrei a tatuare numeri sul braccio ai palestinesi arrestati?» si chiede Amal. «Una delle storie racconta di come i soldati hanno aizzato un cane contro un bambino sotto lo sguardo della madre impotente. Altre documentano di come i cani vengono utilizzati per stuprare gli uomini. Le donne fermate sono costrette ad andare in bagno lasciando la porta aperta per gli occhi lascivi delle guardie. Al momento degli arresti vengono svuotati i telefonini e le immagini delle fanciulle e delle adulte trasferite sui cellulari dei soldati che poi ne fanno video da postare su tik tok con didascalie scurrili. La biancheria intima femminile viene strappata dai cassetti e profanata davanti a mariti e figli. In questo modo si colpisce la sacralità delle donne fondata sulla tradizione: gli attacchi alle mogli, madri, sorelle e figlie funzionano anche come una provocazione per gli uomini, oltre che per umiliare e zittire le donne, che taceranno per la vergogna. E poi ci sono le deportazioni forzate. E l’assenza di medicine e l’impossibilità delle cure. Quando sono stata evacuata, a due mesi dall’inizio del genocidio, mio padre ha scoperto un cancro al pancreas che non ha mai potuto curare. I soldati impediscono di portare i bimbi in ospedale, bloccando per giorni i genitori ai posti di blocco. Il mio nome significa Speranza e Immaginazione, eppure nonostante il mio nome bellissimo, sto perdendo la speranza, ma mi dico che essa non è un’opzione per noi, bensì un impegno di resistenza. Scusate la mia rabbia…» Le ribatte Francesca Albanese: «Altro che scusarti! Io provo un grande senso di vergogna, ma anche di gratitudine, perché fare la relatrice speciale mi ha resa una persona diversa e migliore: mi ha permesso di fare la cosa giusta. Vorrei ricordare a tutti noi che cos’è Sumud: è fermezza, tenacia, è una grammatica esistenziale; è più che resistenza, è restare, è l’indigenità di tutti gli abitanti delle zone sacrificate dai potenti; è il contadino che coltiva gli ulivi nonostante i posti di blocco, il ventre che rimane pregno nonostante il genocidio. E noi cosa facciamo? Sumud per noi dev’essere integrità, integrità contro la mafia di Stato, impegno ad attuare la Costituzione ancora incompiuta, rispetto della lista BDS: scelte etiche, consumi etici, investimenti etici, “ognuno come può, ognuno come sa” come diceva Caponnetto.»   Daniela Musumeci
June 28, 2026
Pressenza
MIGRANTI: IL TORTURATORE ALMASRI, COCCOLATO IN ITALIA, CONDANNATO A 7 ANNI E 4 MESI IN LIBIA
Il Tribunale penale di Tripoli ha condannato il torturatore libico Almasri ad una pena di 7 anni e 4 mesi di reclusione per “aver violato i diritti dei detenuti”. Per l’ex comandante libico, caduto in disgrazia tra le milizie che controllano l’Ovest della Libia e al centro di un procedimento aperto dalla Corte penale internazionale nei confronti del governo italiano che lo ha…accompagnato in Libia invece di consegnarlo, disposta la perdita della capacità giuridica e la privazione dei diritti civili per tutta la durata della pena e per un anno successivo. Almasri è destinatario di un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità e crimini di guerra, tra cui omicidio, tortura, stupro e violenza sessuale, che sarebbero stati commessi a partire dal 2015 nel carcere di Mitiga. La sua condanna apre ora una nuova fase: per la Cpi e per le organizzazioni per i diritti umani resta aperto il nodo della cooperazione con l’Aja e della complementarità tra giustizia nazionale e internazionale, soprattutto perché il mandato della Corte riguarda un quadro di crimini più ampio. Il commento su Radio Onda d’Urto di Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans. Ascolta o scarica  
June 23, 2026
Radio Onda d`Urto
Processo per la strage di Cutro: per la prima volta la parola alle vittime
Le parti civili nel processo chiedono verità e giustizia: “Oltre che per le vittime, il pieno accertamento di fatti e responsabilità è necessario per evitare nuove Cutro”. Le ONG parti civili – EMERGENCY, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS MEDITERRANEE – sollecitano il pieno accertamento di fatti, decisioni e sottovalutazioni che la notte del 26 febbraio 2023 hanno portato il caicco Summer Love a naufragare a poche decine di metri dalla costa di Steccato di Cutro: “Fare piena luce su ritardi, omissioni e negligenze che ebbero come esito la strage è il solo modo che abbiamo per fare giustizia e restituire dignità alle 94 vittime accertate, ai dispersi e ai loro familiari”. La coalizione di organizzazioni di ricerca e soccorso in mare (SAR) costituitesi parti civili nel processo penale per il naufragio di Cutro era presente all’udienza di oggi, 5 giugno, presso il Tribunale di Crotone con una delegazione ed era rappresentata dai propri legali. Era in udienza come osservatore internazionale, inoltre, Amnesty International Italia. L’udienza di oggi era molto attesa perché per la prima volta il processo ha dato la parola proprio alle vittime. Finalmente una sopravvissuta, che ha anche perso un familiare nel naufragio, ha potuto testimoniare quanto ha visto e il terrore vissuto sulla propria pelle, contribuendo con la sua voce alla ricostruzione degli eventi a bordo della barca. Insieme a lei hanno testimoniato altre due familiari della stessa vittima. La coalizione di organizzazioni SAR ricorda che nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 non venne attivato nessun piano di ricerca e soccorso e il caso del caicco Summer Love fu trattato come un’operazione di law enforcement per la protezione delle frontiere. Inoltre la Guardia di Finanza – che avrebbe potuto chiedere la collaborazione della Capitaneria di porto, attrezzata per stare in mare anche in condizioni meteo avverse – non si avvalse di questa possibilità. Ulteriori elementi utili sono emersi anche dai funzionari della Guardia Costiera ascoltati sempre oggi, oltre che dalle udienze precedenti da cui si evince, tra l’altro, che il caicco Summer Love non venne monitorato come avrebbe potuto e dovuto essere neanche via radar. Ecco perché non si può assolutamente dire che il naufragio è stato una fatalità. Le autorità italiane sono accusate di aver dato priorità all’operazione di polizia e poi considerato l’intervento di soccorso, ma con grave ritardo e con scarso coordinamento a livello locale tra i due corpi di forze dell’ordine coinvolti. Tanto che l’intervento di soccorso non è stato proprio prestato e l’esito che ne è scaturito è stato drammatico. “Capire esattamente quale sia stata la serie di decisioni e sottovalutazioni che hanno portato al naufragio è importante sia per individuare tutte le responsabilità, risalendo la catena di comando delle decisioni, sia per evitare si ripetano stragi simili in futuro” spiegano le ONG parti civili. Esigenza drammaticamente attuale: solo nei primi cinque mesi del 2026 l’OIM ha censito lungo la rotta del Mediterraneo centrale ben 826 persone morte o disperse. “Soccorrere chi è in difficoltà in mare è un dovere prioritario – ricordano infine le ONG parti civili nel processo – e per il buon esito degli interventi di salvataggio la tempestività è un fattore fondamentale”. Sea Watch
June 5, 2026
Pressenza
Palestina: l’insostenibile pesantezza della realtà
Un dossier ricco di articoli e voci. Articoli, voci e link– fra gli altri – di Leonarda Alberizia, Anbamed, BDS, Antonella Bundu, Damiano Censi, Duccio Facchini, Rula Jebreal, Yitzhak Laor, Radio Onda d’urto, David Ruggini, Dario Salvetti, Agnese Stracquadanio, Amina Tridente…   Genocidio a Gaza 30 – 05 Ieri pomeriggio, tre palestinesi sono stati uccisi e altri feriti in un
A 78 anni dalla Nakba, testimonianze per non dimenticare e richiamo alla partecipazione
In questi giorni, in occasione del 78° anniversario della Nakba palestinese, tra Varese e Milano sono state organizzate diverse iniziative per ricordare quell’evento storico e mantenere alta l’attenzione sulla questione palestinese. La Nakba — termine arabo che significa “catastrofe” — coincide con l’esodo forzato di centinaia di migliaia di palestinesi nel 1948 e rappresenta per loro l’inizio della colonizzazione e dell’occupazione dei propri territori. Giovedì 14 maggio si è svolto presso il Circolo Quarto Stato di Cardano al Campo un incontro organizzato dalle associazioni Mediterranea Saving Humans, Operazione Colomba  e il collettivo Da Varese a Gaza, una serata di testimonianza e di confronto costruttivo. Durante l’incontro, Michela, Bianca e Alessandra hanno raccontato le esperienze vissute sul campo tra Libano e Palestina, attraverso testimonianze dirette, fotografie e video particolarmente intensi. Le attiviste hanno descritto la vita delle famiglie, con giornate e notti segnate da continue difficoltà e dalla costante pressione esercitata dai coloni israeliani, tra danneggiamenti, intimidazioni e aggressioni. Nel corso della serata è stato proiettato anche un video girato nel villaggio di Tuwani, a Masafer Yatta, nell’area collinare a sud di Hebron, sotto controllo civile e militare israeliano (area C). Le immagini documentavano il ferimento con arma da fuoco di un palestinese da parte di un colono israeliano. L’uomo, Zakariyā, è sopravvissuto all’aggressione e oggi fortunatamente continua a gestire il proprio negozio di alimentari nel villaggio. La presenza di operatori di pace a fianco dei palestinesi è importante e dà il senso della speranza, perché questa gente non si senta dimenticata da tutti in un contesto dove ogni singola attività della vita quotidiana è accompagnata dalla presenza di parole come “coloni, posto di blocco, aggressione”, dove tutto ruota intorno alla difesa della propria terra e della propria storia. Naturalmente tutte queste vessazioni sono vietate dalla legge internazionale e persino dalla legge israeliana, ma nella pratica nessuno vigila e sanziona quanto avviene. Tutto si svolge alla luce del sole, sotto gli occhi indifferenti e complici del governo israeliano e della comunità internazionale. E la colonizzazione va avanti rimanendo impunita. Oltre alla presenza fisica dei volontari, un’altra importante attività svolta da associazioni come Mediterranea Saving Humans e Operazione Colomba è quella del monitoraggio e della documentazione delle violazioni dei diritti umani, dati riportati in report che testimoniano quanto accade ogni giorno. Nel corso dell’incontro, la parola “resistenza” è stata richiamata più volte, anche attraverso un parallelo con la nostra Resistenza Partigiana, che fu attiva e più breve. Probabilmente per noi occidentali la Resistenza Palestinese è difficile da comprendere fino in fondo, essendo nonviolenta e tramandata di generazione in generazione, ma è una resistenza che richiede sostegno, come quello portato dalle associazioni di supporto civile, dove non intervengono i governi. La serata si è conclusa con un accorato ed emozionante confronto partecipato tra i giovani attivisti e persone di diverse generazioni presenti in sala, che si sono interrogati su come potrebbe andare a finire questa lunga storia del conflitto israelo-palestinese. Nessuno ha saputo dare una risposta certa, ma è emersa una convinzione condivisa: che sia utile mobilitarsi e  partecipare, con piccoli o grandi gesti di resistenza, con il volontariato per prestare sostegno e presenza diretta nei luoghi, piuttosto che rimanere distanti e indifferenti. Come è stato ricordato, non occorre che una persona sia un’attivista e si intenda di politica internazionale. Basta poco: ognuno può dare il suo contributo, pur piccolo che sia, per tenere viva l’attenzione su quello che accade in Palestina.         Monica Perri
May 16, 2026
Pressenza
I maestri dell’odio dietro l’assassinio di Bakari Sako
di Mario Sommella (*) Taranto, piazza Fontana: anatomia di una pedagogia razzista che uccide 1. Un caffè prima del lavoro, e la morte Bakari Sako aveva trentacinque anni, la famiglia rimasta in Mali, una bicicletta usata ogni mattina per raggiungere la stazione e da lì i campi di Massafra. Sabato nove maggio, alle prime luci dell’alba, si è fermato in
Referendum, Giustizia, processo a Mediterranea
Riflessioni post referendum di Casarini sul processo a Mediterranea Saving Humans Il prossimo 12 maggio ci sarà, a Ragusa, la seconda udienza del processo a Mediterranea Saving Humans per i fatti dell’11 settembre 2020, quando l’equipaggio della ONG intervenne in soccorso di 27 persone, precariamente salvate dall’equipaggio della petroliera danese Maersk Etienne, ma ovviamente sistemate in condizioni invivibili da oltre
MIGRANTI: ANCORA UN FERMO AI DANNI DI MEDITERRANEA SAVING HUMANS, “COLPEVOLE” DI SALVATAGGIO
Completato il soccorso e lo sbarco a Porto Empedocle di 92 persone migranti, tra cui 31 minori non accompagnati, alla nave Mediterranea di Mediterranea Saving Humas viene ora nuovamente contestato di “non aver raggiunto senza ritardo” il porto assegnato di Livorno, a oltre 1.200 km di distanza. “Abbiamo deciso – replica MSH – di far sbarcare tutte le persone a Porto Empedocle perché il medico di bordo e lo stesso CIRM hanno certificato che non erano in grado di affrontare altri giorni di navigazione. Nonostante ciò, la nostra nave è stata bloccata. Un provvedimento ingiusto, che punisce chi soccorre vite e lascia il mare senza soccorso. Non accetteremo che queste politiche disumane diventino la norma”. Così Mediterranea Saving Humans, nelle stesse ore in cui si è aperto a Modena il processo che vede parte civile don Mattia Ferrari, cappellano di MSH. L’accusa è diffamazione aggravata nei confronti del titolare di un account su X che da anni pubblica post contro le attività delle ong e della società civile per salvare i migranti.   L’uomo dietro all’account @rgowans è risultato essere un 56enne polacco, che in passato ha avuto un ruolo come addetto ai dati riservati del servizio Frontex. Di questo –  oltre che del recente arresto in Libia per mano del governo di Tripoli del torturatore Almasri – Radio Onda d’Urto ha parlato nell’intervista a Luca Casarini, tra i fondatori e portavoce di Mediterranea Saving Humans. Ascolta o scarica
November 7, 2025
Radio Onda d`Urto