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La cucina italiana patrimonio UNESCO, ma la cementificazione fa sparire 1,2 miliardi di cibo all’anno
Tutti pazzi per il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio UNESCO. Una soddisfazione giustificata, anche perché l’agroalimentare italiano rappresenta una straordinaria opportunità di crescita economica per il Paese, a partire dall’export, che nel 2025 raggiungerà  la cifra record di 73 miliardi di euro, nonostante dazi USA, tensioni internazionali e blocchi commerciali. Eppure, come denuncia Coldiretti, l’erosione dei terreni fertili a causa di cementificazione e degrado fa sparire ogni anno cibo per 1,2 miliardi di euro, mettendo a rischio la sovranità alimentare del Paese in un momento delicato a causa delle tensioni internazionali. Sulla base di dati Ispra e in occasione della recente Giornata mondiale del suolo (5 dicembre), Coldiretti, utilizzando i Censimenti agricoli tra il 2000 e il 2020, ha evidenziato come la superficie agricola complessiva sia scesa da 18,8 milioni di ettari a 16,1 milioni, con una diminuzione netta di 2,7 milioni di ettari. Si tratta di un processo che ha generato serie conseguenze sulla cura del territorio e sulla sicurezza idrogeologica italiana, intensificando gli impatti dei cambiamenti climatici e degli eventi meteorologici estremi. Un fenomeno che non si arresta. Secondo l’ultimo Rapporto Ispra, nel 2024 sono stati coperti da nuove superfici artificiali quasi 84 chilometri quadrati, con un incremento del 16% rispetto all’anno precedente, con cantieri e impianti fotovoltaici tra le principali cause. L’espansione incessante delle zone urbanizzate ostacola l’assorbimento adeguato delle acque piovane, che scorrono invece in superficie, elevando i pericoli di inondazioni e smottamenti. Oggi più del 90% dei Comuni italiani ricade in zone esposte a rischi idrogeologici quali frane e allagamenti, una situazione aggravata dai cambiamenti climatici, con eventi estremi più frequenti, anomalie stagionali e precipitazioni brevi ma violente. “Occorre salvaguardare, sottolinea Coldiretti,  il capitale agricolo e i suoli produttivi, valorizzando il ruolo sociale, culturale ed economico delle imprese rurali nelle aree interne. Una posizione condivisa dal 78% degli italiani, secondo il report Coldiretti/Censis 2025, che considerano l’agricoltura il baluardo più efficace per prevenire il dissesto idrogeologico e tutelare il paesaggio.  Da ciò deriva l’urgenza di misure rapide per bloccare il consumo di suoli fertili, a iniziare dall’approvazione della legge sul consumo di suolo bloccata da tempo in Parlamento e che potrebbe fornire all’Italia uno strumento innovativo e avanzato. Ma il suolo va ripristinato anche nelle città, dove le aree verdi urbane rappresentano solo il 2,9% dei territori comunali e i parchi e giardini con aree gioco una porzione ancora più piccola. Da qui l’appello di Coldiretti alla pubblica amministrazione per un cambio di passo necessario a garantire la presenza di alberi, fondamentali per la salute fisica e mentale, per ridurre le emissioni di CO2, migliorare la qualità dell’aria, favorire la biodiversità e ridurre le temperature”. E dell’incessante consumo di suolo si occupa anche il recente 59° Rapporto Censis, che mette in luce come dal 2006 al 2023 il nostro Paese abbia sottratto oltre 129.000 ettari alla disponibilità naturale e paesaggistica. A fronte dei 639,1 kmq consumati tra il 2006 e il 2012, nei soli ultimi tre anni il consumo è stato di 234,4 kmq, a una media annua che ha oscillato tra 70 e 85 kmq. Tra il 2006 e il 2023 il 36,1% del suolo consumato è stato destinato a usi permanenti, il 40,7% è potenzialmente reversibile. Ma il dato nazionale (il 7,16% di suolo consumato nel 2023, rispetto al 7,14% dell’anno precedente) cela profonde differenze territoriali. Alcune regioni del Nord, come la Lombardia, il Veneto e l’Emilia-Romagna, evidenziano una pressione costante, frutto di una combinazione tra dinamiche demografiche, espansione economica e sviluppo infrastrutturale. In questi territori il suolo consumato aumenta in modo più marcato, con valori pro capite che raggiungono i 452 mq in Emilia-Romagna, 449 mq in Veneto, 533 mq in Friuli Venezia Giulia. In regioni come il Molise e la Basilicata invece la pressione appare più contenuta, ma i valori pro capite risultano tra i più alti d’Italia (rispettivamente, 602 mq e 596 mq). La Campania si distingue nel panorama meridionale per un dato significativamente più elevato: con oltre il 10,5% di suolo consumato, si colloca al 4° posto tra tutte le regioni italiane. Come ha rilanciato di recente il WWF, tra gli altri, occorre approvare una legge quadro sul consumo del suolo di cui si discute da moltissimi anni per prevenire nuove impermeabilizzazioni, privilegiando il riuso e la rigenerazione del territorio già cementificato. Una legge basata sulla logica del “Bilancio zero del consumo di suolo” che promuova, anche attraverso strumenti urbanistici comunali rinnovati, il recupero – ai fini dell’adattamento climatico – dei suoli degradati e/o sottoutilizzati e che consenta nuove urbanizzazioni solo in caso di documentata insufficienza del riuso di aree ed edifici dismessi. Qui per approfondire i dati sul consumo di suolo: https://consumosuolo.it/home. Giovanni Caprio
Rome for Climate Justice – evento #3: Migrare nei cambiamenti climatici
Giovedì 6 novembre si è tenuto, nello spazio sociale Communia, il terzo evento del progetto di DinamoPress ed Esc atelier autogestito dedicato alla giustizia climatica. All’iniziativa, che ha trattato del tema delle migrazioni climatiche, hanno partecipato Cristina Cecchini (Asgi), Maria Marano (A Sud) e Chiara Salvini (Infomigrante). Siccità, alluvioni, uragani, innalzamento dei mari e delle temperature… I cambiamenti climatici, causati dagli effetti del sistema capitalista sull’atmosfera, stanno rendendo meno ospitali o inabitabili vaste zone del mondo. Con sempre più frequenza le cause delle migrazioni umane sono dovute alle conseguenze che la crisi ecologica sta avendo sulle vite delle persone, anche se nella narrazione mainstream queste storie sono spesso invisibili o raccontante solamente in modo sensazionalistico. Anche dal punto di vista giuridico, in Italia il riconoscimento del diritto alla protezione internazionale non è quasi mai riscontrato nei casi di persone che hanno dovuto lasciare la propria casa a causa di eventi atmosferici estremi. Eppure le alluvioni in Toscana e in Emilia-Romagna che si sono succedute negli scorsi anni e che hanno portato nel 2023 a circa 30mila sfollati interni, ci mostrano che gli effetti della crisi ambientale si stanno già manifestando nelle nostre vite. Rivedi l’evento dedicato alle migrazioni climatiche e tutti gli altri video del progetto Rome for Climate Justice sul canale Youtube di DinamoPress. La copertina è a cura di DinamoPress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Rome for Climate Justice – evento #3: Migrare nei cambiamenti climatici proviene da DINAMOpress.
COP30, nessun accordo sulle fossili. Le richieste del Sud Globale rimangono inascoltate
La trentesima Conferenza delle Parti si è conclusa e il risultato sembra il peggiore tra quelli ottenuti finora nelle edizioni precedenti. Il documento, infatti, contiene un gran numero di dichiarazioni d’intenti, ma poche indicazioni pratiche e, di fatto, non nomina in alcun modo i combustibili fossili. Un risultato non auspicato ma atteso, dal momento che, anche quest’anno, la COP è stata dominata dalla presenza di lobbisti delle multinazionali, mentre le popolazioni del Sud globale – il più colpito dai cambiamenti climatici – non hanno avuto pari voce in capitolo. Un’implicita ammissione in questo senso è stata fatta dal presidente della COP, che ha ammesso che le speranze della società civile in merito al risultato dell’evento non sono state soddisfatte. Il segretario generale dell’ONU Guterres, dal canto suo, ha invitato popoli e organizzazioni che lottano per il clima a continuare la mobilitazione. Alla cerimonia inaugurale il presidente brasiliano Lula, il cui Paese ha ospitato l’evento, aveva detto chiaramente che la COP30 sarebbe dovuta servire per tracciare l’abbandono progressivo delle fonti fossili, una scelta alla quale alcuni Paesi, tra i quali l’Italia, si sono mostrati ostili. Tanto che, nel documento finale (la Mutirao Decision) queste non vengono nemmeno nominate. Tra i risultati raggiunti vi sono il finanziamento di 1.300 miliardi di dollari entro il 2035 per l’azione per il clima, mentre ci si impegna a triplicare i finanziamenti per l’adattamento ai cambiamenti climatici entro il 2035. Obiettivi finanziari decisamente ambiziosi, cui non corrisponde un adeguato piano di attuazione e di iniziative concrete. E’ stato istituito un ciclo di ricostituzione per la mobilitazione delle risorse del Fondo per la risposta alle perdite e ai danni dovuti ai cambiamenti climatici e sono state lanciate le iniziative Global Implementation Accelerator e Belém Mission to 1.5°, entrambe destinate ad aiutare i Paesi a realizzare i loro piani nazionali per il clima e l’adattamento. Una novità è rappresentata dall’impegno a lottare contro la «disinformazione sul clima» attraverso il contrasto alle «false narrazioni». L’assenza di un discorso circa i gas serra, principali responsabili del riscaldamento globale, ha allarmato molti Paesi del Sud Globale e organizzazioni della società civile. Eppure, oltre 80 Paesi avevano sostenuto la proposta del Brasile di stabilire una tabella di marcia per agire in tal senso. Secondo lo scienziato brasiliano Carlos Nobre, che ha tenuto un discorso prima della plenaria finale, è necessario azzerare l’utilizzo di fonti fossili entro il 2040-2045 per evitare che la temperatura aumenti fino a 2.5° entro metà del secolo. Se questo si realizzasse, infatti, si verificherebbero conseguenze catastrofiche sui nostri ecosistemi, con la quasi totale perdita delle barriere coralline, il collasso della foresta pluviale amazzonica e un accelerato scioglimento della calotta glaciale della Groenlandia. Nel discorso di chiusura dell’evento, il presidente André Corrêa do Lago ha riconosciuto che «alcuni di voi nutrivano ambizioni più grandi per alcune delle questioni in discussione» e che «la società civile ci chiederà di fare di più per combattere il cambiamento climatico», promettendo di cercare di non deludere le aspettative durante la sua presidenza. Per tale ragione, Corrêa do Lago ha annunciato l’intenzione di creare due roadmap in merito: una per arrestare la deforestazione e invertirne la tendenza e una per abbandonare le fonti fossili in modo giusto, ordinato ed equo, mobilitando le risorse necessario in maniera «giusta e pianificata». Un messaggio analogo è arrivato dal segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, che ha ammesso come in un periodo di «divisioni geopolitiche» sia complesso giungere a un accordo comune: «Non posso fingere che la COP30 abbia fornito tutto ciò che è necessario [per affrontare la crisi climatica, ndr]». Anche se la COP è conclusa, «il lavoro non è finito». Guterres ha anche esortato coloro che lottano per il clima a continuare a farlo: «non arrendetevi. La storia e le Nazioni Unite sono dalla vostra parte». L’accordo segna una nuova, profonda sconfitta per i popoli del Sud Globale, che durante il vertice aveano protestato contro la presenza delle lobby delle multinazionali fossili, accusando i governi di essere interessati a tutelare unicamente gli interessi di queste ultime, le quali hanno avuto un peso indubbiamente superiore a quello dei popoli originari durante l’evento. A questi rimangono una nuova serie di promesse e dichiarazioni d’intenti, che verosimilmente cadranno ancora una volta nel vuoto.   L'Indipendente
Belém, COP30 e Vertice dei Popoli: le donne in prima fila
Sono qui ormai da una decina di giorni trascorsi velocissimi, fitti di incontri, di emozioni, di scambi che continueranno a germinare per i giorni e (chissà anni) a venire: esperienza indimenticabile. Era il 7 novembre quando come delegata di un bel po’ di realtà italiane in movimento (Rete delle Mamme da Nord a Sud, Movimento Zero Pfas Italia, Movimento per il clima fuori dal fossile, Forum dell’acqua italiano) ho aperto il quarto incontro internazionale dei danneggiati dalle dighe e dalla crisi climatica qui a Belem, dove si sono uniti i popoli di tutto il mondo. Nei giorni successivi abbiamo continuato a lavorare divisi per gruppi tematici, noi ‘mamme’ nel Gruppo Salute e Infanzia. Solo due giorni dopo ecco cosa postavo sulla mia chat/contatti: 11 novembre 2025, Belém du Pará del Brasile: dichiariamo il quadro della costruzione di un movimento internazionale dei danneggiati dalle dighe e i cambiamenti climatici. Giornate importantissime, faticose e impegnative, piene di emozioni, tutte e tutti uniti per costruire un movimento internazionale dei popoli danneggiati. America, Africa, Europa, Asia, Oceania. Pace, fratellanza, amore, pazienza, perseveranza, diritti, democrazia, volontà, azione, speranza: queste le parole che oggi mi hanno dato tanta felicità. Acqua per la vita, non per la morte! Ai nostri figli lasceremo il nostro esempio, che toccherà poi a loro lasciare ai loro figli. L’indifferenza non è una cosa che le madri possano accettare. Ci unisce l’amore per la Vita!” E eccoci a ieri, 14 novembre. Mentre in tutte le città italiane si snodavano i cortei più o meno partecipati in difesa dell’ambiente, io ero alla Copola Dos Povos (Vertice dei Popoli) che si sta svolgendo qui a Belem in concomitanza della COP30. È un evento parallelo e indipendente che ha l’obbiettivo di dare voce alle comunità locali, ai popoli indigeni e ai popoli di tutto il mondo, ovunque accomunati dallo stesso assedio alla vita. Come italiani siamo stati invitati dal MAB, acronimo che sta per “Movimento dei colpiti dalle dighe e dai cambiamenti climatici”. L’obbiettivo e di consegnare ai governi un documento che porti le istanze delle popolazioni che sono maggiormente colpite da questo cosiddetto sviluppo, che in realtà è solo devastazione. In primis la questione dell’acqua, che viene mercificata con la costruzione di dighe e progetti ‘idrogeno-elettrici’, quando non viene proprio depredata, per essere destinata all’estrazione dei minerali. Privazione dell’acqua nel primo caso e restituzione di acqua inquinata da piombo e mercurio nel secondo. Sono sotto accusa anche le coltivazioni intensive che prosciugano i fiumi, l’uso dei pesticidi mediante aerei e droni, che compromettono la vita delle persone. E come sempre i bambini sono le prime vittime. Le multinazionali promettono lavoro e chissà quale “vita migliore”, mentre le popolazioni locali vengono sfrattate con la forza in zone dove l’acqua non esiste più. E non si sa neppure a quanto ammonti questo sfollamento a livello sia globale che  locale, perché spesso coloro che vengono colpiti non vengono censiti, e di conseguenza NON ESISTONO. Dare un volto, parlare con loro, fare amicizia e condividere è un esperienza che ti graffia dentro al cuore. A volte “vedere” non è sentire… Per la prima volta abbiamo parlato anche di Pfas, e soprattutto abbiamo avuto occasione di parlarne con alcuni giornalisti e ambientalisti indiani, per avvisarli della pericolosità degli impianti della Miteni che hanno chiuso (come è noto) in Italia, nel vicentino, ma sono già operativi in India, a poche decine di km da Mumbai, nello Stato del Maharashtra. E così dopo aver già avvelenato il sangue di tanti nostri figli, hanno già cominciato a colpire anche lì e a quanto pare l’opinione pubblica indiana è totalmente all’oscuro della pericolosità di questa situazione. Siamo davvero in tanti e tante. Tante madri, tante donne che in primis pagano le conseguenze maggiori di questo cambiamento climatico e dei danni causati dalla privazione dell’acqua o dalla contaminazione. Tante madri che in primis si sentono responsabili della crescita, della qualità della vita, del quotidiano dei propri figli. Avrei tanto da raccontare, ma non c’è tempo per scrivere, a malapena riesco ad annotare i nomi di chi incontro, con qualche appunto: Paula del Perù, Erica Mendez dal Mozambico, Damaris del Brasile, Giulieta della Repubblica Dominicana, Vilma del Guatemala … ciascuna di loro è un fiume di testimonianze di persone che lottano per la vita dei loro figli e del diritto all’acqua, mentre i governi sono consenzienti e fanno addirittura uccidere chi si oppone. Come sempre le donne sono in prima fila. Come sempre sono quelle che dimostrano più forza e coraggio nell’opposizione a questo capitalismo distruttivo e omicida. Prima o poi anche i responsabili di questo veleno moriranno, con o senza soldi, ma con la coscienza più nera del petrolio. Redazione Italia
Rome for Climate Justice – evento #3: Migrare nei cambiamenti climatici
Siccità, alluvioni, uragani, innalzamento dei mari e delle temperature… I cambiamenti climatici, causati dagli effetti del sistema capitalista sull’atmosfera, stanno rendendo meno ospitali o inabitabili vaste zone del mondo. Con sempre più frequenza le cause delle migrazioni umane sono dovute alle conseguenze che la crisi ecologica sta avendo sulle vite delle persone, anche se nella narrazione mainstream queste storie sono spesso invisibili o raccontante solamente in modo sensazionalistico. Anche dal punto di vista giuridico, in Italia il riconoscimento del diritto alla protezione internazionale non è quasi mai riscontrato nei casi di persone che hanno dovuto lasciare la propria casa a causa di eventi atmosferici estremi. Eppure le alluvioni in Toscana e in Emilia-Romagna che si sono succedute negli scorsi anni e che hanno portato nel 2023 a circa 30mila sfollati interni, ci mostrano che gli effetti della crisi ambientale si stanno già manifestando nelle nostre vite. Giovedì 6 novembre, nello spazio sociale Communia (Via dello Scalo S.Lorenzo, 33), parleremo di clima e migrazioni nel terzo evento del progetto “Rome for Climate Justice”, che ha l’obiettivo di approfondire la questione delle migrazioni climatiche sia a livello locale che internazionale. All’iniziativa parteciperanno: * Cristina Cecchini, Associazione studi giuridici sull’immigrazione * Maria Marano, curatrice del report “Le Rotte del Clima” del programma Migrazioni climatiche di A Sud * Chiara Salvini, Sportello Infomigrante SCOPRI TUTTI I PODCAST E GLI EVENTI DEL PROGETTO L’evento è realizzato nell’ambito del progetto “Rome for Climate Justice”, un’iniziativa promossa da Esc Atelier Autogestito e DINAMOpress con il contributo della Città metropolitana di Roma Capitale. La copertina è a cura di DINAMOpress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Rome for Climate Justice – evento #3: Migrare nei cambiamenti climatici proviene da DINAMOpress.
Crisi climatica: le emissioni dei super ricchi minacciano il pianeta
Un individuo appartenente allo 0,1% più ricco del pianeta emette in un solo giorno più CO2 di quanto il 50% più povero della popolazione mondiale ne produce in un anno. Dal 1990, la quota di emissioni dei super ricchi è cresciuta del 32%, mentre quella della metà più povera si è ridotta del 3%. Se tutti vivessimo come lo 0,1% più ricco, il “bilancio di carbonio” globale si esaurirebbe in meno di tre settimane, portando il pianeta verso il disastro climatico. E’ quanto si legge nell’ultimo report di OXFAM pubblicato in vista della Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici del 2025 (Cop30) che si terrà dal 10 al 21 novembre a Belem, in Brasile. I super ricchi emettono una quantità enorme di CO2 a causa del loro stile di vita, ad esempio con l’uso di jet e yacht privati; ma non è solo il loro stile di vita a pesare. Essi, infatti, investono anche in attività economiche tra le più inquinanti e ne traggono profitto. Il 60% degli investimenti dei miliardari globali è concentrato in settori devastanti per il clima, come petrolio e miniere. Le emissioni prodotte dagli investimenti di soli 308 miliardari superano quelle di 118 Paesi messi insieme. Il report rileva infatti come in media attraverso i propri investimenti un miliardario sia responsabile dell’emissione di 1,9 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Una quota di emissioni paragonabile a quella prodotta da un jet privato che facesse 10 mila volte il giro del pianeta. Stiamo parlando di un’élite che esercita una forte influenza sui negoziati internazionali sul clima, spesso ostacolando le politiche di transizione ecologica. Alla Cop29 di Baku, ad esempio, risultavano accreditati ben 1.773 lobbisti delle industrie del carbone, del petrolio e del gas, più di quanti fossero i delegati dei 10 Paesi più colpiti al mondo dalla crisi climatica. “Bastano alcuni dati, sottolinea OXFAM, per rendere evidente la deriva che stiamo percorrendo: da qui alla fine del secolo le sole emissioni causate dall’1% più ricco del pianeta potrebbero causare 1,3 milioni di vittime per l’aumento delle temperature e anche un danno economico per oltre 44 trilioni di dollari nei Paesi a basso e medio reddito entro il 2050”. L’impatto della crisi climatica, inoltre, è sempre più forte sulle donne sia nei Paesi ricchi che, soprattutto, in quelli del Sud globale: oggi nel mondo 4 migranti climatici su 5 sono donne, che hanno in media una probabilità 14 volte più alta di restare vittime di disastri naturali rispetto agli uomini; anche nelle città europee ondate di calore sempre più forti e frequenti producono un maggior numero di decessi tra le donne. Per questo, in occasione della Cop30, OXFAM ha lanciato la campagna di sensibilizzazione e attivismo “Climate Justice Is Gender Justice” con l’obiettivo di portare l’attenzione su un tema cruciale come la rilevanza degli aspetti di genere nel contrasto ai cambiamenti climatici. Un tema poco considerato nelle politiche di lotta al cambiamento climatico, definite prevalentemente da uomini: in Europa, ad esempio, meno del 27% dei ministri con delega all’ambiente sono donne. La campagna coinvolgerà centinaia di giovani con tante iniziative e attività di sensibilizzazione fino al Climate Pride del 15 novembre a Roma, in occasione della giornata di mobilitazione globale per il clima che si svolge in simultanea in molti Paesi europei. La Cop30 arriva esattamente a 10 anni dall’approvazione dell’Accordo di Parigi del 2015. In questo lasso di tempo, l’1% più ricco del mondo ha consumato più del doppio del bilancio di carbonio della metà più povera dell’umanità. OXFAM lancia un appello urgente ai governi per un’azione che porti a: * ridurre drasticamente le emissioni dei super ricchi e dei maggiori inquinatori, attraverso una tassazione più marcata dei grandi patrimoni e dei profitti in eccesso delle società di combustibili fossili, sostenendo in particolare la Convenzione delle Nazioni Unite sulla Cooperazione Fiscale Internazionale * ridurre l’influenza economica e politica dei super ricchi, vietando alle società che operano nel settore dei combustibili fossili di partecipare ai negoziati sul clima come la Cop * rafforzare la partecipazione dei Paesi del Sud globale e delle comunità più colpite ai negoziati per il clima, con l’obiettivo di ridurre l’impatto sempre più disuguale della crisi climatica * adottare un approccio equo nella gestione del budget climatico residuo – riflettendo nei piani nazionali le responsabilità storiche e le diverse capacità di azione dei singoli Stati – e assicurando che i Paesi ricchi contribuiscano alla lotta al cambiamento climatico con finanziamenti consistenti, che vengano effettivamente erogati. Qui il Report: https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2025/10/Climate-Plunder-EN-Final-Paper.pdf Giovanni Caprio
Ambiente Europa 2025: il profilo dell’Italia tra progressi e ritardi
Ogni cinque anni, come previsto dal suo regolamento istitutivo, l’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) pubblica un rapporto sullo stato dell’ambiente nel vecchio continente. “Ambiente Europa 2025″ è il settimo rapporto sullo stato dell’ambiente pubblicato dall’AEA dal 1995 ed è stato elaborato in stretta collaborazione con la Rete europea d’informazione e di osservazione ambientale (Eionet) dell’AEA, composta da esperti e scienziati di spicco nel campo ambientale, provenienti dai 32 Paesi membri dell’AEA e dai sei Paesi cooperanti. Qual è il profilo del nostro Paese che emerge dal Rapporto? L’Italia sta compiendo passi significativi verso la sostenibilità, ma deve affrontare numerose sfide. Il nostro Paese eccelle nell’agricoltura biologica e per le aree protette, che coprono il 21,7% del territorio, tuttavia deve aumentare questa quota per contribuire al raggiungimento dell’obiettivo UE del 30% entro il 2030. Le emissioni di gas serra (GHG) sono diminuite dal 2005, ma sono necessarie ulteriori riduzioni per raggiungere gli obiettivi UE. Quanto alle energie rinnovabili, l’Italia ha superato l’obiettivo del 2020 e punta a raggiungere il 38,7% di utilizzo di energia rinnovabile entro il 2030. Sebbene il consumo di energia sia diminuito, il tasso di riduzione deve però essere raddoppiato per raggiungere gli obiettivi futuri. Le perdite economiche legate al clima sono invece in aumento, evidenziando la necessità di solide strategie di adattamento. E anche la gestione dei rifiuti e le pratiche di economia circolare richiedono miglioramenti. Particolare preoccupazione viene evidenziata a proposito del consumo di suolo, che continua a essere un problema critico: dal 2006, oltre 120.000 ettari sono stati impermeabilizzati, il 40% dei quali concentrato nelle regioni settentrionali, esercitando una pressione significativa sugli ecosistemi. Dal punto di vista climatico, le emissioni di gas serra sono diminuite del 20% negli ultimi 30 anni. Tuttavia, le proiezioni per il 2030 indicano che le emissioni del settore ESR potrebbero diminuire solo del 41% rispetto ai livelli del 2005, non raggiungendo l’obiettivo del 43,7%. Allo stesso tempo, le energie rinnovabili, sebbene in crescita, richiedono una significativa accelerazione negli sforzi per raddoppiare la loro quota e raggiungere il 38,7% entro il 2030. La qualità dell’aria rimane una sfida: i decessi prematuri attribuibili al PM2,5 sono diminuiti del 32%, ma il tasso deve diminuire ulteriormente per allinearsi al piano UE per l’inquinamento zero. La gestione delle risorse idriche mostra segnali incoraggianti: tra il 2016 e il 2021, il numero di corpi idrici in buono stato chimico è aumentato, mentre il numero di corpi idrici non classificati è diminuito rispetto ai livelli del 2010-2015. Tuttavia, la biodiversità acquatica continua a essere minacciata dall’inquinamento e dai cambiamenti climatici. Infine, le perdite economiche dovute a eventi climatici estremi sono in aumento, sottolineando la necessità di un adattamento strutturale. Nonostante i progressi compiuti, la transizione ecologica dell’Italia richiede un approccio più forte e integrato per affrontare sistematicamente le sfide ambientali e climatiche. Il Rapporto dedica particolare attenzione alle sfide socioeconomiche che il nostro Paese ha di fronte. “L’Italia si trova ad affrontare sfide socioeconomiche, tra cui un crescente divario economico generazionale, una scarsa mobilità sociale e una significativa povertà energetica, che colpiscono milioni di famiglie. Più una persona è giovane, più è probabile che si trovi in difficoltà; questo è il risultato di una stagnazione salariale trentennale. In un contesto di mobilità sociale piuttosto scarsa, l’insicurezza economica e i ritardi nelle prestazioni di welfare rendono le persone più a rischio di povertà ed esclusione sociale. La povertà energetica delle famiglie (definita come difficoltà nell’acquistare il paniere minimo di beni e servizi energetici) colpisce il 7,7% delle famiglie e il 9,5% delle famiglie non è in grado di riscaldare adeguatamente la propria casa . I redditi sono inoltre meno distribuiti rispetto alla media UE-27”. Per quanto riguarda l’Europa nel suo complesso, il Rapporto evidenzia come siano stati compiuti progressi significativi nella riduzione delle emissioni di gas serra e dell’inquinamento atmosferico, ma anche come lo stato generale dell’ambiente continui a non essere buono, soprattutto per quanto riguarda la natura, che continua a subire degrado, sfruttamento eccessivo e perdita di biodiversità. Anche gli effetti dell’accelerazione dei cambiamenti climatici sono una problematica urgente. Le prospettive per la maggior parte delle tendenze ambientali sono preoccupanti e comportano gravi rischi per la prosperità economica, la sicurezza e la qualità della vita in Europa. Il Rapporto sottolinea che cambiamenti climatici e degrado ambientale rappresentano una minaccia diretta per la competitività dell’Europa, dipendente dalle risorse naturali. Il documento evidenzia inoltre che il conseguimento della neutralità climatica entro il 2050 dipende anche da una migliore e più responsabile gestione del suolo, dell’acqua e di altre risorse. Protezione delle risorse naturali, mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, insieme alla riduzione dell’inquinamento rafforzeranno la resilienza delle funzioni sociali vitali che dipendono dalla natura, quali la sicurezza alimentare, l’acqua potabile e le difese contro le inondazioni. Qui per approfondire: https://www.eea.europa.eu/en/europe-environment-2025. Giovanni Caprio
Le guerre uccidono gli uomini e il futuro. Dall’inquinamento bellico alle macerie di Gaza e dell’Ucraina
Le guerre non lasciano solo morti, feriti e traumi collettivi: lasciano anche cicatrici profonde sull’ambiente. Ogni conflitto, oltre a devastare comunità e città, produce una quantità immane di rifiuti tossici, distruzione di habitat, emissioni climalteranti e avvelenamento delle risorse naturali. Un aspetto spesso sottovalutato, perché l’attenzione è comprensibilmente concentrata sulla tragedia umana immediata, ma che diventa sempre più cruciale in un mondo già messo a dura prova dai cambiamenti climatici. La produzione e l’uso delle armi comportano un impatto ambientale enorme. Le industrie belliche sono tra le più inquinanti: richiedono enormi quantità di energia e materie prime, sfruttano miniere di metalli rari e devastano territori in varie aree del mondo. Le emissioni di CO₂ legate al comparto militare restano spesso escluse dagli accordi internazionali sul clima, alimentando un paradosso: mentre i governi si impegnano a ridurre le emissioni civili, le spese militari continuano a crescere senza controlli sulle loro conseguenze ecologiche. Ma l’impatto più devastante si vede sul terreno delle guerre. Le bombe che distruggono centrali elettriche, acquedotti, ospedali e fabbriche rilasciano nell’aria sostanze tossiche che restano a lungo nei polmoni delle persone e nel suolo. I carri armati e i mezzi militari, alimentati da combustibili fossili, devastano terreni e inquinano falde acquifere. I siti industriali bombardati liberano agenti chimici che contaminano aria e acqua. L’attuale guerra a Gaza è un caso emblematico. I bombardamenti massicci hanno ridotto intere città a cumuli di macerie, con polveri sottili e residui tossici che minacciano la salute dei civili e compromettono la qualità dell’aria. La distruzione delle infrastrutture idriche ha aggravato la già drammatica carenza d’acqua potabile, mentre il collasso del sistema di smaltimento dei rifiuti ha trasformato molti quartieri in discariche a cielo aperto. La popolazione vive non solo sotto le bombe, ma anche dentro un ambiente reso quasi invivibile, dove respirare e bere sono diventati atti rischiosi. Ed anche il conflitto in Ucraina ha aperto un fronte drammatico non soltanto sul piano umanitario e geopolitico, ma anche su quello ambientale. Le esplosioni che hanno colpito raffinerie, depositi di carburante e impianti chimici hanno liberato nell’aria sostanze tossiche che hanno contaminato il suolo e le acque. Il rischio di un disastro nucleare legato agli scontri attorno alla centrale di Zaporizhzhia, più volte sotto attacco o minacciata da interruzioni dell’alimentazione elettrica, resta una delle paure più gravi per la salute dell’intero continente europeo. L’uso massiccio di armi convenzionali e pesanti, dai missili ai proiettili di artiglieria, ha disseminato nelle campagne ucraine frammenti metallici e ordigni inesplosi, che renderanno difficoltosa la bonifica per decenni. Le polveri sottili derivanti dai bombardamenti, unite ai roghi di interi quartieri residenziali e infrastrutture industriali, hanno generato un inquinamento atmosferico persistente che minaccia la salute delle comunità locali. La distruzione di dighe e impianti idrici, come l’episodio catastrofico della diga di Kakhovka, ha trasformato territori agricoli in paludi contaminate, cancellato ecosistemi fluviali e messo a rischio l’approvvigionamento d’acqua potabile per milioni di persone. Oltre agli effetti immediati, si profila un danno a lungo termine per la biodiversità, l’agricoltura e la sicurezza alimentare di un’area cruciale per l’export cerealicolo mondiale. La guerra in Ucraina conferma come i conflitti armati, oltre a uccidere e dividere i popoli, lascino cicatrici profonde sull’ambiente, compromettendo risorse vitali e aggravando crisi globali come quella climatica. Gli esperti sottolineano che i danni ambientali delle guerre si protraggono per decenni. Le polveri e i metalli pesanti generati dalle esplosioni contaminano terreni agricoli e acque sotterranee, rendendo difficile ricostruire una vita normale dopo la fine dei conflitti. È accaduto nei Balcani, in Iraq, in Afghanistan, ed è già visibile oggi a Gaza, dove la crisi umanitaria si intreccia con un’emergenza ecologica di proporzioni immani. Le guerre, insomma, sono incompatibili non solo con la pace e la dignità umana, ma anche con la tutela dell’ambiente e del futuro del pianeta. Lottare contro i conflitti significa anche difendere la terra, l’aria e l’acqua da un inquinamento che rischia di essere irreversibile. In questo senso, la causa pacifista e quella ecologista si fondono: senza pace non c’è giustizia ambientale, e senza giustizia ambientale non può esserci una pace duratura. Laura Tussi
“Cose che accadono sulla terra”. Il film di Michele Cinque arriva nelle sale italiane
Michele Cinque racconta i nuovi cowboys italiani in lotta contro il cambiamento climatico. “Cose che accadono sulla terra”, prodotto e distribuito da Lazy Film in collaborazione con Trent Film, inizia il tour nelle sale cinematografiche, le arene e i festival di tutta Italia, a partire da giugno fino a dicembre. Il film, che ha vinto il prestigioso Festival dei Popoli e ora il premio della distribuzione della Regione Lazio, torna da un tour negli Stati Uniti dove è stato premiato all’58°Houston International Film Festival nella categoria Feature documentary e selezionato in concorso al Big Sky documentary festival in Montana. Michele Cinque, regista del pluripremiato Iuventa, co-sceneggiatore e produttore creativo del lungometraggio di Netflix, attualmente in lavorazione, ispirato alla storia dell’ONG tedesca Jugend Rettet, torna a dirigere un documentario per il cinema su un altro tema urgente: il rapporto tra uomo e natura ai tempi della crisi climatica. A 50 km dal Grande Raccordo Anulare, nel “selvaggio west italiano” dei Monti della Tolfa, una famiglia di cowboys ha una missione: continuare ad allevare il proprio bestiame e difenderlo dagli attacchi dei lupi, senza però compromettere l’equilibrio dell’ecosistema. Narrato al femminile e girato nell’arco di due anni, il film esplora il profondo legame tra madre e figlia. Brianna, una bambina di 6 anni, in un dialogo con la madre Francesca, si interroga sulla sua vita e sul suo futuro, rivelando col suo sguardo innocente e originale alcuni temi urgenti con cui lo spettatore è chiamato a fare i conti. Francesca e Giulio, che gestiscono oltre 1.000 ettari, si sono accorti che ormai anche il pascolo brado, una pratica tramandata dai cowboy italiani, i butteri, non è più sostenibile e che la sopravvivenza dei loro animali è strettamente legata alla salute del suolo. Secondo l’International Panel on Climate Change, attualmente il 30% dei suoli mondiali è degradato e si prevede un incremento fino al 90% nel 2050, con gravissime conseguenze sulla produzione alimentare globale. Di fronte alla desertificazione del proprio territorio e alla perdita di molti capi per la siccità, Francesca e Giulio decidono di intraprendere una rivoluzione verde applicando la teoria del pascolo rigenerativo.  Già molto diffusa in diverse aree siccitose in Australia, in Africa, Messico e Stati Uniti, questa tecnica di pascolo invece di utilizzare l’assistenza di fertilizzanti di sintesi e dell’agricoltura intensiva, ottimizza il rapporto tra suolo, piante e animali con mutui benefici per l’ecosistema. L’idea è semplice: imitare il comportamento dei grandi erbivori selvatici, che migrano costantemente per l’effetto delle stagioni e della predazione. Il movimento continuo dei pascoli accelera il ciclo di formazione dell’humus, favorendo la rigenerazione dei suoli e il sequestro del carbonio. Questa pratica, secondo la Royal Society, l’associazione scientifica britannica, è una soluzione a basso costo e a basso contenuto tecnologico che può contribuire alla mitigazione dei cambiamenti climatici, riducendo le emissioni di gas serra associate all’agricoltura convenzionale. Un report della FAO indica le filiere zootecniche come responsabili del 15% delle emissioni globali di gas serra di origine antropica. Ma mentre sono ormai palesi gli impatti ambientali degli allevamenti intensivi, il consumo di carne a livello globale continua a salire; sempre secondo la FAO dalla seconda metà del Novecento è aumentato di 5 volte e le proiezioni al 2050 indicano il trend in continua crescita. Se da un lato si investe su prodotti come la carne sintetica e alternative vegane, la pratica del pascolo rigenerativo ci invita a riflettere sulle modalità di allevamento dei bovini e sul loro impatto sul pianeta. La piccola rivoluzione di Francesca e Giulio, come quelle di migliaia di allevatori in tutto il mondo che si oppongono alle pratiche intensive, testimonia che se usati nel modo corretto gli erbivori possono diventare un alleato nella mitigazione degli effetti del cambiamento climatico. In una sorta di “richiamo della foresta” contemporaneo, “Cose che Accadono sulla Terra”, si confronta anche con un’altra tematica di estrema attualità: la presenza dei lupi. La Commissione Europea ha recentemente approvato la modifica di status da “strettamente protetti” a “protetti”, concedendo maggiore flessibilità agli Stati nella gestione della popolazione dei lupi, che è stimata in circa 20.000 esemplari in Europa, di cui 3.300 solo in Italia, 950 nelle regioni alpine e 2.400 nel resto della penisola. Nel film di Michele Cinque, il lupo è un antagonista per la famiglia di allevatori, ma nel corso della narrazione diventa, in un gioco di specchi, una metafora dell’uomo stesso. La presenza del lupo risveglia paure ancestrali, ma anche la nostra appartenenza al mondo animale e la nostra responsabilità nella sua salvaguardia. Date proiezioni: 23-24-25 giugno Torino, Cinema Massimo 24 giugno, San Donato, Orbetello – Festival Terramara, presso Azienda La Selva 30 giugno, 1-2 luglio Milano, Cinema Palestrina 1-3-4 luglio Bologna, Cinema Arlecchino, Jolly e Bristol 1-4 luglio Bergamo, Cinema Conca Verde 2 luglio Firenze, Arena apriti Cinema dell’estate Fiorentina in Piazza Pitti 4 luglio Ussita, Festival Cosa accade se abitiamo 7 luglio Fermo, Arena Capo d’arco 9-10-11 luglio Roma, Cinema Farnese Il tour prosegue fino a dicembre nei capoluoghi del Lazio e nel resto d’Italia. Su richiesta è disponibile il link per la visione riservata del film. Redazione Italia