Compagnə per il No: dieci ragioni per non restare alla finestra
Una parte rilevante dei movimenti è molto attiva nella campagna referendaria:
discute, prende posizione, costruisce argomentazioni e iniziative, si mobilita.
Non è un fronte compatto, ma è un pezzo ampio e variegato, che considera il
referendum un passaggio decisivo in questa congiuntura.
C’è invece un’altra parte del pensiero critico e dell’attivismo radicale che
guarda a questo referendum con maggiore distanza. Non per disinteresse o
superficialità, ma per ragioni politiche precise: diffidenza nei confronti della
magistratura maturata in esperienze dirette o indirette di repressione, critica
strutturale alle istituzioni in quanto tali, cultura dell’astensione come gesto
politico, percezione che si tratti di uno scontro interno alle élite.
La scelta di non votare al referendum è, in questa fase, probabilmente
minoritaria anche dentro i circuiti più radicali. Molto più ampia è l’area di
chi andrà a votare, ma senza investire energie nella campagna, senza farne un
terreno di iniziativa, senza considerarlo un passaggio decisivo. Non è un fronte
dell’astensione militante, quanto piuttosto una zona grigia di disimpegno
relativo: magari partecipazione individuale, ma assenza di mobilitazione
collettiva.
È utile prendere sul serio le ragioni di questa doppia distanza – incarnata da
chi non andrà a votare e da chi esprimerà la propria preferenza per il No, senza
però attivarsi nella campagna referendaria. Non si tratta di richiamare
genericamente alla partecipazione, né di un invito moralistico al voto o alla
mobilitazione elettorale. Si tratta di interrogarsi, nel complesso, sulla posta
in gioco.
Questo testo è costruito a partire dai principali “blocchi” che rendono
difficile, per una parte del mondo radicale, investire nel referendum. Per
blocchi non si intendono errori o mancanze, ma dispositivi politici e culturali:
cornici interpretative, abitudini militanti, priorità strategiche che producono
distanza ed esitazione.
Per ciascun blocco abbiamo provato a fare due operazioni: mettere a fuoco il
funzionamento e poi aprire una possibile linea di riarticolazione, un diverso
criterio di valutazione che consenta di leggere il voto al referendum non come
adesione allo status quo, ma come intervento situato dentro un conflitto più
ampio.
L’obiettivo non è chiudere il dibattito, ma riaprirlo. Se la mobilitazione per
il “No” è un terreno imperfetto, resta comunque uno snodo politico decisivo. E
decidere se e come attraversarlo è una scelta che riguarda anche chi non smette
di pensare alla trasformazione in termini radicali.
1. PERCEZIONE DI SCARSA INCIDENZA CONCRETA DELL’ESITO REFERENDARIO
Come opera il blocco
Nel caso del referendum sulla giustizia, moltə attivistə percepiscono i quesiti
come aggiustamenti tecnici interni al sistema, non come cambiamenti capaci di
incidere sui rapporti di forza reali. Se la diagnosi è strutturale – giustizia
come apparato statale classista e repressivo – allora ogni modifica
dell’impianto generale è percepita come un dettaglio che non cambia il quadro
generale.
Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione
Si può superare questa percezione cambiando il criterio con cui si misura
l’incidenza. Nel merito del referendum sulla giustizia, la domanda non è se i
quesiti trasformino radicalmente il sistema giudiziario, ma quali effetti
produce la riforma promossa dal governo negli equilibri tra magistratura,
esecutivo e Parlamento. Rafforzano o riducono l’autonomia e il controllo
reciproco tra poteri? In una fase segnata dalla torsione autoritaria del governo
Meloni, l’esito del voto assume un significato politico generale. Una vittoria
del No rappresenterebbe un limite concreto all’offensiva dell’esecutivo.
2. CULTURA DELL’ASTENSIONE
Come opera il blocco
Per una parte dell’attivismo critico, l’astensione – o il disimpegno nella
campagna elettorale – sono una chiara posizione politica. Non votare significa
rifiutare il perimetro istituzionale dato, non legittimare un campo di gioco
definito dall’alto, non ridurre la politica a un sì/no espresso dentro l’ordine
esistente. In questa prospettiva, partecipare al referendum appare come un atto
di integrazione nel sistema che si contesta.
Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione
L’astensione può avere un valore politico, ma non sempre produce effetti
misurabili. Partecipare a un referendum non implica accettare integralmente il
quadro istituzionale: può essere una scelta tattica dentro un terreno dato, per
incidere su un passaggio specifico, in una congiuntura determinata. In questa
chiave, il voto non sostituisce la critica radicale, ma consente di tutelare –
qui e ora – lo spazio politico in cui possono svilupparsi i movimenti reali.
3. SENSAZIONE CHE SIA UNA BATTAGLIA INTERNA ALLE ÉLITE
Come opera il blocco
Il referendum sulla giustizia può essere percepito come uno scontro tra pezzi di
classe dirigente: politica contro magistratura, correnti contro correnti,
partiti contro corporazioni. In questa lettura, la posta in gioco non riguarda
direttamente le condizioni materiali delle persone o i diritti sociali, ma
equilibri interni ai vertici dello Stato. Per chi ha una sensibilità di
movimento o una postura radicalmente critica, schierarsi in una contesa tra
poteri può essere molto difficile. Questo produce distanza e disimpegno.
Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione
Si può superare questa percezione spostando lo sguardo dagli attori in campo
agli effetti delle scelte. Anche quando un conflitto è compiutamente
istituzionale, le sue conseguenze ricadono sull’equilibrio complessivo dei
poteri e quindi sulla società nel suo insieme. Il punto non è schierarsi con
un’élite contro un’altra, ma interrogarsi su quale configurazione istituzionale
produca più controllo, più concentrazione di potere, più repressione. In questa
prospettiva, favorire la vittoria del No significa incidere su regole che non
restano confinate “in alto”, ma definiscono il contesto in cui si sviluppano
anche i conflitti sociali.
4. COMPLESSITÀ TECNICA DEI QUESITI
Come opera il blocco
I referendum sulla giustizia intervengono su materie complesse. Per moltə
attivistə, che non sono giuristə e non vivono quotidianamente il diritto, il
contenuto può risultare opaco, difficile da decifrare senza tempo di studio.
Quando non si ha la percezione di comprendere pienamente le conseguenze di una
scelta, la prudenza può tradursi in disimpegno. La complessità tecnica diventa
così una barriera all’ingaggio politico.
Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione (chiave
autodifesa)
È possibile trasformare il referendum in un territorio di intervento politico
generale, dentro e oltre il suo contenuto puntuale. In molte stagioni politiche,
i referendum sono stati leve per la trasformazione radicale della società. Anche
nell’attuale quadro istituzionale, l’occasione è irripetibile: l’affermazione
del No configurerebbe un deciso stop all’azione del governo e determinerebbe
condizioni politiche complessive potenzialmente favorevoli ai movimenti.
5. ALTRE PRIORITÀ POLITICHE
Come opera il blocco
Moltə attivistə oggi sono immersə in vertenze percepite come urgenti: regime
globale di guerra, violenza di genere, lavoro precario, catastrofe ambientale e
climatica. In questo quadro, il referendum sulla giustizia può apparire distante
dalle emergenze quotidiane e meno mobilitante rispetto a conflitti che toccano
direttamente le condizioni materiali e le forme di vita. Poiché il tempo e
l’energia militante sono limitati, si tende a investire dove l’impatto sembra
più immediato e visibile. Il risultato non è disinteresse, ma la formulazione di
una precisa gerarchia delle priorità.
Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione
L’organizzazione della giustizia non è un tema separato dalle altre priorità, ma
un’infrastruttura che le attraversa tutte. Le regole che disciplinano poteri,
garanzie e discrezionalità incidono anche sulle specifiche tematiche oggetto
dell’azione militante. Non si tratta di spostare l’attenzione dalle vertenze
concrete a un piano più astratto, ma di riconoscere che il contesto giuridico
condiziona il modo in cui i conflitti si sviluppano. In questa chiave, il
referendum non compete con le altre priorità politiche: le interseca.
Partecipare diventa allora un modo per incidere sul quadro generale dentro cui
le lotte prendono forma.
6. TIMORE DI CONTRIBUIRE ALLA DIFESA DELLO STATUS QUO
Come opera il blocco
Una parte dell’attivismo radicale teme che partecipare al referendum significhi
oggettivamente difendere l’assetto esistente. Se la magistratura e il sistema
giudiziario vengono letti come parte di un ordine che produce disuguaglianza e
repressione selettiva, allora la mobilitazione per tutelare gli attuali assetti
istituzionali può sembrare una presa di posizione difensiva. Questo genera un
cortocircuito identitario: per chi si immagina come forza di trasformazione, il
rischio è quello di autopercepirsi come conservatorə.
Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione
Talvolta, come in questa congiuntura, la posta in gioco è evitare uno
spostamento degli equilibri in una direzione peggiorativa. Il criterio per
valutare l’azione è situato: quale assetto rafforza maggiormente le garanzie,
quale riduce gli spazi di discrezionalità, quale incide sui rapporti tra poteri
in conflitto? In questa prospettiva, partecipare non significa santificare lo
status quo, ma intervenire dentro una dinamica reale per ostacolare le
traiettorie autoritarie del governo. Anche una posizione difensiva, in certe
fasi, può essere parte di una strategia più ampia di trasformazione.
7. DISTANZA POLITICA E CULTURALE DALLA NARRAZIONE DOMINANTE DELLA CAMPAGNA
REFERENDARIA
Come opera il blocco
Una parte dellə attivistə può non riconoscersi nel linguaggio, nei testimonial e
nelle categorie con cui viene raccontato il referendum sulla giustizia. La
campagna referendaria ha spesso i toni da legalismo astratto o è promossa da
figure politiche percepite come molto distanti. Il frame comunicativo può
risultare estraneo, poco radicato nelle esperienze di conflitto e nelle
sensibilità dei movimenti. Questa non-identificazione riduce l’ingaggio.
Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione
Anche se la narrazione dominante nella campagna referendaria non parla il
linguaggio dei movimenti, la posta in gioco resta del tutto materiale. Separare
le ragioni del No dai volti e dalle retoriche che lo rappresentano consente di
riappropriarsi del tema – anche da un punto di vista critico. Inoltre, costruire
una narrazione autonoma – con parole, posture e priorità proprie – permette di
non subire il frame altrui, ma di intervenire nel dibattito pubblico con le
proprie categorie politiche, anche dal taglio radicale.
8. SFIDUCIA VERSO LA MAGISTRATURA
Come opera il blocco
Una parte dell’attivismo guarda alla magistratura non come contropotere
neutrale, ma come parte integrante dell’apparato statale. Repressione dei
movimenti, uso selettivo dell’azione penale, disparità di trattamento tra
conflitto sociale e reati delle élites alimentano una diffidenza strutturale. In
questo quadro, mobilitarsi su un referendum che riguarda l’assetto della
giustizia può apparire come una difesa corporativa o come un’idealizzazione di
un potere che non viene percepito come alleato.
Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione
Si può distinguere tra giudizio sull’operato concreto della magistratura e
valutazione degli assetti istituzionali che ne regolano autonomia, equilibrio e
responsabilità. Anche senza alcuna idealizzazione, una magistratura meno
indipendente è un grosso problema anche i movimenti sociali. Il punto non è
difendere una corporazione, ma interrogarsi su quale configurazione
istituzionale, tra le opzioni attualmente in campo, produca minori
concentrazioni di potere.
9. TENDENZA A PRIVILEGIARE PRATICHE DI CONFLITTO SOCIALE
Come opera il blocco
Per moltə attivistə, la trasformazione della società si può dare unicamente dal
conflitto organizzato e dalla pressione dal basso. Il voto al referendum,
soprattutto su questioni tecniche come quelle relative alla giustizia, può
apparire come un terreno secondario, addomesticato, poco incisivo rispetto alla
forza di uno sciopero o di una mobilitazione di massa. In questa cultura
politica, l’istituzione è spesso vista come strumento di gestione
dell’esistente, mentre il cambiamento reale viene associato alla rottura e al
conflitto. Ne deriva una svalutazione preventiva dello strumento referendario.
Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione
Il conflitto, anche il più radicale, non si svolge nel vuoto, ma dentro un
quadro di regole che può essere più o meno favorevole. Intervenire su quel
quadro generale non significa sostituire la mobilitazione, ma incidere sulle
condizioni dentro cui essa si sviluppa. Inoltre, partecipare a un referendum può
essere una modalità per ampliare il discorso pubblico, portando nel dibattito
istituzionale temi e sensibilità maturate nei movimenti. Non un’alternativa alla
piazza, ma un’estensione del terreno dell’iniziativa politica.
10. FATICA MILITANTE E SATURAZIONE POLITICA
Come opera il blocco
Negli ultimi anni moltə attivistə hanno attraversato una sequenza continua di
emergenze, campagne, mobilitazioni e conflitti. Questa esposizione prolungata
produce stanchezza, sovraccarico, talvolta disillusione. Un referendum percepito
come tecnico o distante rischia di non superare la soglia di attenzione. Quando
la saturazione è elevata, l’asticella per attivarsi si alza ulteriormente e si
tende a concentrare le forze su ciò che appare più prossimo o identitario.
Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione
Si può riaprire lo spazio dell’attivazione se il referendum viene letto come
un’azione a basso costo e potenzialmente ad alta resa: un passaggio circoscritto
che, senza sostituire le lotte ma intersecandosi ad esse, può incidere sul
contesto politico generale e mettere chiaramente in difficoltà il governo. In
questa chiave, partecipare non significa “fare una campagna totale”, ma
scegliere un obiettivo realistico e misurabile dentro un calendario breve,
integrandolo nelle pratiche già esistenti.
La copertina è di Marta D’Avanzo (DinamoPress)
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