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Invisibili Proletari senza rivoluzione: il Paese parallelo che non ci crede più
C’è un numerino niente male, scritto in piccolo, tipo i bugiardini delle medicine, in fondo alle colonne dei sondaggi. Non lo legge mai nessuno: tutti troppo impegnati a scrutare il più-zero-virgola-uno di questo e il meno-zero-virgola-due di quell’altro, come fosse una corsa di cavalli. Lunedì scorso quel numerino nascosto diceva: […] L'articolo Invisibili Proletari senza rivoluzione: il Paese parallelo che non ci crede più su Contropiano.
July 16, 2026
Contropiano
A proposito del Movimento “Progetto civico Italia” di Bettini ed Onorato, e delle regole democratiche
La politica italiana possiede la straordinaria e perversa capacità di inventarsi formule apparentemente nuove, finendo col perpetuare vecchi schemi di potere. L’ultimo di questi esperimenti è il “Progetto Civico Italia”, movimento lanciato da Goffredo Bettini, da quarant’anni tattico della sinistra romana, e Alessandro Onorato, assessore al Turismo e ai Grandi Eventi di Roma Capitale. Roma caput mundi, insomma. L’obiettivo da loro dichiarato è quello di mobilitare la rete degli amministratori locali per smuovere il gigantesco bacino dell’astensionismo e ridare voce ai disillusi dalla politica. L’idea si basa sulla convinzione che il pragmatismo del sindaco o dell’assessore sia un buon antidoto alla distanza dei burocrati di partito dal corpo elettorale. Tuttavia, la scommessa poggia su fondamenta piuttosto cedevoli: nel sentimento popolare, infatti, l’amministratore locale non è affatto percepito come un’alternativa pura al sistema di potere burocratico; al contrario, egli è spesso il primo e più prossimo bersaglio del dissenso quotidiano – per le buche, i trasporti, i servizi che non funzionano – o, peggio, viene visto come il gestore di filiere clientelari e del potere sul territorio. Il richiamo al civismo, svuotato di una visione macroscopica, rischia di rivelarsi l’ennesima operazione miope di marketing elettorale per raccogliere qualche voto e blindare posizioni di rendita già acquisite. Il partito dei sindaci e degli assessori di Bettini e Onorato, semplicemente, non è suscettibile, di per sé, di intercettare il voto di chi si astiene; anzi. Se si volesse davvero dare centralità a chi ha smesso di votare, la risposta non andrebbe cercata nelle liste civiche di supporto, ma in una riforma radicale dell’ingegneria istituzionale dello Stato. Oggi l’astensione è solo un fantasma, privo di corporeità e significato politico, poiché il dissenso così espresso non ha alcun peso concreto Esso esiste, nei dati statistici dei talk-show, ma svanisce nell’istante esatto in cui si aprono le porte dei palazzi del potere: “tamquam non esset”. Se il dissenso manifestato con un’astensione qualificata si trasformasse in una minaccia sistemica reale, un vincolo che costringesse in certa misura la politica a cambiare la propria offerta, si invertirebbe la perversa dinamica top down della politica di palazzo. Solo la rappresentatività può davvero curare una democrazia malata. Ed allora occorrono proposte innovative ed anche audaci, comunque capaci di colpire i partiti, e la politica nel suo complesso, per rimetterla al servizio dei cittadini. Bisogna che le formazioni politiche siano colpite nella legittimazione e nelle risorse economiche, costringendole ad aprirsi e dialogare con i cittadini ed i corpi intermedi. Tuttavia, oggi i partiti hanno imparato a ignorare il voto di astensione e se in un collegio elettorale si reca alle urne solo il 30% dei cittadini, il candidato vincente ottiene comunque il 100% del potere, governando, pur legittimamente, ma sulle macerie di una insignificante rappresentatività. La vera svolta dunque può consistere in una legge di revisione costituzionale che introduca un quorum di legittimità per i seggi: se l’affluenza scende sotto una determinata soglia (ad esempio il 50%), i seggi parlamentari equivalenti alla percentuale di astenuti dovrebbero rimanere fisicamente vuoti e corrispondentemente dovrebbero essere ridotti gli emolumenti. Una riforma del genere darebbe finalmente una corporeità visibile e sancirebbe una rilevanza politica obiettiva al dissenso. Di fronte alla prospettiva di veder svanire poltrone, stipendi, contributi pubblici ai gruppi parlamentari e potere di nomina nelle aziende di Stato, i partiti subirebbero un trauma democratico, finanziario e strutturale senza precedenti. Sarebbero letteralmente costretti a cambiare la sostanza della propria offerta politica, a selezionare candidati credibili e a presentare programmi realistici e verificabili, pur di convincere gli scettici ed i disillusi a tornare al voto. Accanto alla costituzionalizzazione del non-voto, la seconda leva per riattivare la fiducia dei cittadini potrebbe consistere nell’evitare quell’indecente teatrino sille regole elettorali che vengono scritte e riscritte, su misura. Negli ultimi trent’anni, le maggioranze di turno hanno troppo soesso approvato leggi elettorali a pochi mesi dal voto, con l’unico scopo di favorire sé stesse o danneggiare gli avversari. La contromisura ideale sarebbe stabilire un principio ferreo: una legge elettorale approvata non può entrare in vigore se non dopo due legislature (circa dieci anni). Applicando quello che il filosofo John Rawls definiva il “velo d’ignoranza”, i leader politici si troverebbero a scrivere le regole del gioco senza sapere se, tra dieci anni, la loro forza politica sarà al governo o all’opposizione, se sarà grande o piccola. Questo scostamento temporale costringerebbe il Parlamento a emanare regole giuste, equilibrate, durature e comprensibili, privando i partiti della facoltà di truccare il campo di gioco alla vigilia di una tornata elettorale. Il progetto di Bettini e Onorato si pone di fronte ad un problema reale, ma propone una soluzione piuttosto discutibile: finché l’astensionismo rimarrà la conferma “che tanto il voto non cambia nulla”, nessun escamotage potrà colmare il baratro della sfiducia. La democrazia italiana si rigenererà solo quando il silenzio di chi non vota assumerà una consistenza fisica e farà il rumore della partecipazione e quando le regole base della democrazia non potranno essere manipolate a piacimento dal potere che pretende. di perpetuarsi. Gregorio De Falco
June 13, 2026
Pressenza
Alle elezioni in Colombia è in vantaggio il candidato che piace a Trump e a Milei
I colombiani dovranno attendere il prossimo 21 giugno per conoscere il loro nuovo presidente. Il primo turno delle elezioni si è infatti concluso con un testa a testa tra due candidati che non hanno sfondato la soglia del 50% dei consensi. Si tratta di Abelardo de la Espriella, esponente dell’estrema destra che contro ogni pronostico ha ottenuto il 43,7% dei voti e di Iván Cepeda, “erede” dell’attuale presidente Gustavo Petro, fermatosi al 40,9% dei consensi, lamentando irregolarità nel conteggio dei voti. Sorridono Donald Trump e Javier Milei all’idea di avere un nuovo alleato nella regione, ma la corsa alla presidenza resta aperta, soprattutto considerando l’elevato astensionismo che ha caratterizzato il primo turno. Abelardo de la Espriella, meglio conosciuto come El Tigre, ha ribaltato i pronostici della vigilia, chiudendo la tornata elettorale del 31 maggio in testa. Avvocato e imprenditore, Abelardo de la Espriella ha concentrato la sua campagna elettorale su toni militaristi e patriottici, promettendo una lotta serrata contro i gruppi paramilitari attivi nel Paese. Il leader del partito Defensores de la Patria si ispira a un altro presidente della regione, Nayib Bukele, che a El Salvador ha sospeso lo stato di diritto per reprimere le gang. Sul piano economico l’influenza è invece argentina, trovando un riferimento nel neoliberismo di Javier Milei, che ha accolto con favore l’esito elettorale. «Se si ripeterà questo risultato al secondo turno — ha scritto su X Milei — non ho dubbi che la Colombia entrerà nuovamente nel concerto delle Nazioni Libere e riprenderà una rotta orientata alla difesa della vita, della libertà e della proprietà». A sorridere è anche il presidente USA Donald Trump, con il quale El Tigre ha dichiarato di voler stringere un’alleanza strategica, superando le attuali ostilità del governo Petro. In continuità con quest’ultimo, Iván Cepeda, senatore e filosofo, ha invece insistito sul mantenimento dell’autonomia rispetto alle mire statunitensi, diventate delle vere e proprie minacce belliche a seguito del golpe in Venezuela. Il candidato progressista intende continuare il programma di pacificazione con i gruppi armati lanciato da Petro e ancora lontano da una conclusione, visti i recenti attacchi. Dopo una prima parte del mandato segnato da ingovernabilità e rimpasti di ministri, Petro ha risalito la china, approvando la riforma del lavoro ed ergendosi quale baluardo americano contro amministrazione Trump e governo Netanyahu. Così negli ultimi mesi il consenso è risalito, fino a conquistare i sondaggi. La realtà ha però raccontato uno scenario differente, con Abelardo de la Espriella in testa. A separarlo da Iván Cepeda sono poco meno di tre punti percentuali. Per il prossimo turno El Tigre potrà contare sul sostegno dei conservatori, fermatisi al 6%. Anche il fronte progressista, che lamenta irregolarità nel conteggio dei voti, cercherà di racimolare voti tra i partiti esclusi dal ballottaggio. Sulla strada della presidenza risulterà cruciale la capacità di mobilitare chi ha deciso di disertare le urne. Al primo turno l’astensionismo è arrivato al 45%, coinvolgendo praticamente un elettore su due. L'Indipendente
June 1, 2026
Pressenza
Quanta democrazia ci sarà nelle urne future?
due articoli di Franco Astengo e di Mario Sommella La democrazia piegata a colpi di maggioranza La nuova legge elettorale della destra e il grande inganno contro i cittadini di Mario Sommella Ogni volta la stessa scena. Cambiano i governi, cambiano i partiti, cambiano gli slogan, ma il vizio resta identico: riscrivere la legge elettorale sulla base della convenienza del
Referendum: la vittoria dei senza partito
Riprendiamo stralci di un dossier curato da Pietro Spotorno per «Genova che osa» dove OSA sta per «organizzazione studio agitazione» Analisi del referendum costituzionale 2026: una vittoria dell’elettorato apartitico Studio sui dati ufficiali e sondaggio della nostra comunità una iniziativa di «Genova che osa a.p.s.» A cura: Pietro Spotorno. Supporto alla ricerca e redazionale: Stefano Gaggero. Marzo 2026. Organizzazione, Studio,
Compagnə per il No: dieci ragioni per non restare alla finestra
Una parte rilevante dei movimenti è molto attiva nella campagna referendaria: discute, prende posizione, costruisce argomentazioni e iniziative, si mobilita. Non è un fronte compatto, ma è un pezzo ampio e variegato, che considera il referendum un passaggio decisivo in questa congiuntura. C’è invece un’altra parte del pensiero critico e dell’attivismo radicale che guarda a questo referendum con maggiore distanza. Non per disinteresse o superficialità, ma per ragioni politiche precise: diffidenza nei confronti della magistratura maturata in esperienze dirette o indirette di repressione, critica strutturale alle istituzioni in quanto tali, cultura dell’astensione come gesto politico, percezione che si tratti di uno scontro interno alle élite. La scelta di non votare al referendum è, in questa fase, probabilmente minoritaria anche dentro i circuiti più radicali. Molto più ampia è l’area di chi andrà a votare, ma senza investire energie nella campagna, senza farne un terreno di iniziativa, senza considerarlo un passaggio decisivo. Non è un fronte dell’astensione militante, quanto piuttosto una zona grigia di disimpegno relativo: magari partecipazione individuale, ma assenza di mobilitazione collettiva. È utile prendere sul serio le ragioni di questa doppia distanza – incarnata da chi non andrà a votare e da chi esprimerà la propria preferenza per il No, senza però attivarsi nella campagna referendaria. Non si tratta di richiamare genericamente alla partecipazione, né di un invito moralistico al voto o alla mobilitazione elettorale. Si tratta di interrogarsi, nel complesso, sulla posta in gioco. Questo testo è costruito a partire dai principali “blocchi” che rendono difficile, per una parte del mondo radicale, investire nel referendum. Per blocchi non si intendono errori o mancanze, ma dispositivi politici e culturali: cornici interpretative, abitudini militanti, priorità strategiche che producono distanza ed esitazione. Per ciascun blocco abbiamo provato a fare due operazioni: mettere a fuoco il funzionamento e poi aprire una possibile linea di riarticolazione, un diverso criterio di valutazione che consenta di leggere il voto al referendum non come adesione allo status quo, ma come intervento situato dentro un conflitto più ampio. L’obiettivo non è chiudere il dibattito, ma riaprirlo. Se la mobilitazione per il “No” è un terreno imperfetto, resta comunque uno snodo politico decisivo. E decidere se e come attraversarlo è una scelta che riguarda anche chi non smette di pensare alla trasformazione in termini radicali. 1. PERCEZIONE DI SCARSA INCIDENZA CONCRETA DELL’ESITO REFERENDARIO Come opera il blocco Nel caso del referendum sulla giustizia, moltə attivistə percepiscono i quesiti come aggiustamenti tecnici interni al sistema, non come cambiamenti capaci di incidere sui rapporti di forza reali. Se la diagnosi è strutturale – giustizia come apparato statale classista e repressivo – allora ogni modifica dell’impianto generale è percepita come un dettaglio che non cambia il quadro generale.  Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  Si può superare questa percezione cambiando il criterio con cui si misura l’incidenza. Nel merito del referendum sulla giustizia, la domanda non è se i quesiti trasformino radicalmente il sistema giudiziario, ma quali effetti produce la riforma promossa dal governo negli equilibri tra magistratura, esecutivo e Parlamento. Rafforzano o riducono l’autonomia e il controllo reciproco tra poteri? In una fase segnata dalla torsione autoritaria del governo Meloni, l’esito del voto assume un significato politico generale. Una vittoria del No rappresenterebbe un limite concreto all’offensiva dell’esecutivo.  2. CULTURA DELL’ASTENSIONE  Come opera il blocco Per una parte dell’attivismo critico, l’astensione – o il disimpegno nella campagna elettorale – sono una chiara posizione politica. Non votare significa rifiutare il perimetro istituzionale dato, non legittimare un campo di gioco definito dall’alto, non ridurre la politica a un sì/no espresso dentro l’ordine esistente. In questa prospettiva, partecipare al referendum appare come un atto di integrazione nel sistema che si contesta. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  L’astensione può avere un valore politico, ma non sempre produce effetti misurabili. Partecipare a un referendum non implica accettare integralmente il quadro istituzionale: può essere una scelta tattica dentro un terreno dato, per incidere su un passaggio specifico, in una congiuntura determinata. In questa chiave, il voto non sostituisce la critica radicale, ma consente di tutelare – qui e ora – lo spazio politico in cui possono svilupparsi i movimenti reali. 3. SENSAZIONE CHE SIA UNA BATTAGLIA INTERNA ALLE ÉLITE Come opera il blocco Il referendum sulla giustizia può essere percepito come uno scontro tra pezzi di classe dirigente: politica contro magistratura, correnti contro correnti, partiti contro corporazioni. In questa lettura, la posta in gioco non riguarda direttamente le condizioni materiali delle persone o i diritti sociali, ma equilibri interni ai vertici dello Stato. Per chi ha una sensibilità di movimento o una postura radicalmente critica, schierarsi in una contesa tra poteri può essere molto difficile. Questo produce distanza e disimpegno. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Si può superare questa percezione spostando lo sguardo dagli attori in campo agli effetti delle scelte. Anche quando un conflitto è compiutamente istituzionale, le sue conseguenze ricadono sull’equilibrio complessivo dei poteri e quindi sulla società nel suo insieme. Il punto non è schierarsi con un’élite contro un’altra, ma interrogarsi su quale configurazione istituzionale produca più controllo, più concentrazione di potere, più repressione. In questa prospettiva, favorire la vittoria del No significa incidere su regole che non restano confinate “in alto”, ma definiscono il contesto in cui si sviluppano anche i conflitti sociali. 4. COMPLESSITÀ TECNICA DEI QUESITI Come opera il blocco I referendum sulla giustizia intervengono su materie complesse. Per moltə attivistə, che non sono giuristə e non vivono quotidianamente il diritto, il contenuto può risultare opaco, difficile da decifrare senza tempo di studio. Quando non si ha la percezione di comprendere pienamente le conseguenze di una scelta, la prudenza può tradursi in disimpegno. La complessità tecnica diventa così una barriera all’ingaggio politico. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione (chiave autodifesa) È possibile trasformare il referendum in un territorio di intervento politico generale, dentro e oltre il suo contenuto puntuale. In molte stagioni politiche, i referendum sono stati leve per la trasformazione radicale della società. Anche nell’attuale quadro istituzionale, l’occasione è irripetibile: l’affermazione del No configurerebbe un deciso stop all’azione del governo e determinerebbe condizioni politiche complessive potenzialmente favorevoli ai movimenti. 5. ALTRE PRIORITÀ POLITICHE Come opera il blocco Moltə attivistə oggi sono immersə in vertenze percepite come urgenti: regime globale di guerra, violenza di genere, lavoro precario, catastrofe ambientale e climatica. In questo quadro, il referendum sulla giustizia può apparire distante dalle emergenze quotidiane e meno mobilitante rispetto a conflitti che toccano direttamente le condizioni materiali e le forme di vita. Poiché il tempo e l’energia militante sono limitati, si tende a investire dove l’impatto sembra più immediato e visibile. Il risultato non è disinteresse, ma la formulazione di una precisa gerarchia delle priorità. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione L’organizzazione della giustizia non è un tema separato dalle altre priorità, ma un’infrastruttura che le attraversa tutte. Le regole che disciplinano poteri, garanzie e discrezionalità incidono anche sulle specifiche tematiche oggetto dell’azione militante. Non si tratta di spostare l’attenzione dalle vertenze concrete a un piano più astratto, ma di riconoscere che il contesto giuridico condiziona il modo in cui i conflitti si sviluppano. In questa chiave, il referendum non compete con le altre priorità politiche: le interseca. Partecipare diventa allora un modo per incidere sul quadro generale dentro cui le lotte prendono forma. 6. TIMORE DI CONTRIBUIRE ALLA DIFESA DELLO STATUS QUO Come opera il blocco Una parte dell’attivismo radicale teme che partecipare al referendum significhi oggettivamente difendere l’assetto esistente. Se la magistratura e il sistema giudiziario vengono letti come parte di un ordine che produce disuguaglianza e repressione selettiva, allora la mobilitazione per tutelare gli attuali assetti istituzionali può sembrare una presa di posizione difensiva. Questo genera un cortocircuito identitario: per chi si immagina come forza di trasformazione, il rischio è quello di autopercepirsi come conservatorə. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Talvolta, come in questa congiuntura, la posta in gioco è evitare uno spostamento degli equilibri in una direzione peggiorativa. Il criterio per valutare l’azione è situato: quale assetto rafforza maggiormente le garanzie, quale riduce gli spazi di discrezionalità, quale incide sui rapporti tra poteri in conflitto? In questa prospettiva, partecipare non significa santificare lo status quo, ma intervenire dentro una dinamica reale per ostacolare le traiettorie autoritarie del governo. Anche una posizione difensiva, in certe fasi, può essere parte di una strategia più ampia di trasformazione. 7. DISTANZA POLITICA E CULTURALE DALLA NARRAZIONE DOMINANTE DELLA CAMPAGNA REFERENDARIA Come opera il blocco Una parte dellə attivistə può non riconoscersi nel linguaggio, nei testimonial e nelle categorie con cui viene raccontato il referendum sulla giustizia. La campagna referendaria ha spesso i toni da legalismo astratto o è promossa da figure politiche percepite come molto distanti. Il frame comunicativo può risultare estraneo, poco radicato nelle esperienze di conflitto e nelle sensibilità dei movimenti. Questa non-identificazione riduce l’ingaggio. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  Anche se la narrazione dominante nella campagna referendaria non parla il linguaggio dei movimenti, la posta in gioco resta del tutto materiale. Separare le ragioni del No dai volti e dalle retoriche che lo rappresentano consente di riappropriarsi del tema – anche da un punto di vista critico. Inoltre, costruire una narrazione autonoma – con parole, posture e priorità proprie – permette di non subire il frame altrui, ma di intervenire nel dibattito pubblico con le proprie categorie politiche, anche dal taglio radicale. 8. SFIDUCIA VERSO LA MAGISTRATURA Come opera il blocco Una parte dell’attivismo guarda alla magistratura non come contropotere neutrale, ma come parte integrante dell’apparato statale. Repressione dei movimenti, uso selettivo dell’azione penale, disparità di trattamento tra conflitto sociale e reati delle élites alimentano una diffidenza strutturale. In questo quadro, mobilitarsi su un referendum che riguarda l’assetto della giustizia può apparire come una difesa corporativa o come un’idealizzazione di un potere che non viene percepito come alleato.  Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  Si può distinguere tra giudizio sull’operato concreto della magistratura e valutazione degli assetti istituzionali che ne regolano autonomia, equilibrio e responsabilità. Anche senza alcuna idealizzazione, una magistratura meno indipendente è un grosso problema anche i movimenti sociali. Il punto non è difendere una corporazione, ma interrogarsi su quale configurazione istituzionale, tra le opzioni attualmente in campo, produca minori concentrazioni di potere. 9. TENDENZA A PRIVILEGIARE PRATICHE DI CONFLITTO SOCIALE Come opera il blocco Per moltə attivistə, la trasformazione della società si può dare unicamente dal conflitto organizzato e dalla pressione dal basso. Il voto al referendum, soprattutto su questioni tecniche come quelle relative alla giustizia, può apparire come un terreno secondario, addomesticato, poco incisivo rispetto alla forza di uno sciopero o di una mobilitazione di massa. In questa cultura politica, l’istituzione è spesso vista come strumento di gestione dell’esistente, mentre il cambiamento reale viene associato alla rottura e al conflitto. Ne deriva una svalutazione preventiva dello strumento referendario. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Il conflitto, anche il più radicale, non si svolge nel vuoto, ma dentro un quadro di regole che può essere più o meno favorevole. Intervenire su quel quadro generale non significa sostituire la mobilitazione, ma incidere sulle condizioni dentro cui essa si sviluppa. Inoltre, partecipare a un referendum può essere una modalità per ampliare il discorso pubblico, portando nel dibattito istituzionale temi e sensibilità maturate nei movimenti. Non un’alternativa alla piazza, ma un’estensione del terreno dell’iniziativa politica. 10. FATICA MILITANTE E SATURAZIONE POLITICA Come opera il blocco Negli ultimi anni moltə attivistə hanno attraversato una sequenza continua di emergenze, campagne, mobilitazioni e conflitti. Questa esposizione prolungata produce stanchezza, sovraccarico, talvolta disillusione. Un referendum percepito come tecnico o distante rischia di non superare la soglia di attenzione. Quando la saturazione è elevata, l’asticella per attivarsi si alza ulteriormente e si tende a concentrare le forze su ciò che appare più prossimo o identitario. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Si può riaprire lo spazio dell’attivazione se il referendum viene letto come un’azione a basso costo e potenzialmente ad alta resa: un passaggio circoscritto che, senza sostituire le lotte ma intersecandosi ad esse, può incidere sul contesto politico generale e mettere chiaramente in difficoltà il governo. In questa chiave, partecipare non significa “fare una campagna totale”, ma scegliere un obiettivo realistico e misurabile dentro un calendario breve, integrandolo nelle pratiche già esistenti. La copertina è di Marta D’Avanzo (DinamoPress) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Compagnə per il No: dieci ragioni per non restare alla finestra proviene da DINAMOpress.
March 18, 2026
DINAMOpress
Camera Deputati: nuovo regolamento o altri pateracchi?
di Franco Astengo CAMERA DEI DEPUTATI: REGOLAMENTO, FORMULA ELETTORALE Riprendo la notizia da un articolo di Kaspar Hauser pubblicato dal quotidiano «il manifesto»: “Oggi la Camera dei Deputati approverà un’ampia e profonda modifica al proprio Regolamento che, dalla prossima legislatura dovrebbe ridare a questo ramo del Parlamento un ruolo più incisivo rispetto alla funzione di controllo del Governo”. Non entriamo
February 17, 2026
La Bottega del Barbieri
I diversivi
Non se ne sentiva nostalgia, ma la politichetta italica si è rimessa in moto secondo antiche movenze, come se negli ultimi anni nulla fosse accaduto intorno a lei. Guerre, genocidi, rapimenti di capi di stato, crisi economiche e di alleanze ottuagenarie, venir meno di rotte commerciali e coperture nucleari, crollo […] L'articolo I diversivi su Contropiano.
February 5, 2026
Contropiano
“Cosa loro”…
Le meravigliose compagne e i meravigliosi compagni della Campania hanno accolto a pugno chiuso il risultato delle elezioni regionali. È giusto perché sono persone che lottano tutti i giorni, che hanno fatto una dura campagna contro il palazzo e hanno visto le forze comunque crescere. Però Giuliano Granato per poco […] L'articolo “Cosa loro”… su Contropiano.
November 26, 2025
Contropiano
Regionali: valanga astensionista. Quali interrogativi per l’alternativa?
A scrutinio concluso per le tre tornate elettorali che hanno interessato le regioni Veneto, Campania e Puglia, si possono fare valutazioni più puntuali di quelle possibili ieri, sia perché i dati sono definitivi, sia perché indicazioni più generali è bene trarle a mente fredda. E il primo elemento da sottolineare […] L'articolo Regionali: valanga astensionista. Quali interrogativi per l’alternativa? su Contropiano.
November 25, 2025
Contropiano