Patrimonio culturale siciliano, un malato in corsia
La gestione dei beni culturali in Sicilia fa acqua da tutte le parti, ma il vero
problema rimane la mancanza di un indirizzo politico atto ad invertire la
tendenza verso il declino che si registra ormai da diversi anni.
Il clamoroso furto al Museo di Messina ha messo in luce tutte le falle esistenti
nel sistema, lungo tutta la catena di comando e gestione, a partire dai vertici
istituzionali fino ad arrivare all’ultimo anello rappresentato dai custodi che,
al di là delle singole responsabilità che verranno accertate dagli investigatori
e dalla magistratura, non possono diventare, come categoria, il capro espiatorio
utile a coprire responsabilità di ben altro livello.
L’eccezionalità di quanto accaduto, pur significativa per le modalità di
svolgimento e la totale assenza di risposta del sistema di sicurezza, deve,
tuttavia, fare allargare il nostro sguardo verso ciò che ogni giorno i beni
culturali siciliani, insieme alla loro concreta libera fruizione da parte di
tutti, subiscono in termini di assenza delle istituzioni preposte alla tutela,
istituto – quest’ultimo – di rilevanza costituzionale troppo spesso negli anni
dimenticato, per far posto – invece – ad una “valorizzazione” di ispirazione
sempre più economicistica, anziché rivolta alla salvaguardia e alla
conservazione del patrimonio culturale, data l’esiguità delle risorse destinate
al comparto.
La recente notizia della chiusura pomeridiana della Biblioteca Centrale della
Regione Siciliana, dovuta a carenza di personale non risolvibile in tempi brevi,
è un esempio di quanto poco si sia fatto in questi anni in direzione di un
ampliamento degli organici più che dimezzati a causa del ventennale blocco del
turn over, di una formazione professionale adeguata e settoriale del personale,
di investimenti proporzionali alla vastità del patrimonio da gestire e da
preservare.
È bene interrogarsi, in questo caso specifico, su come sia stato possibile che
la direzione della struttura di massima dimensione dipartimentale abbia dovuto
assumere la decisione di chiudere parzialmente i battenti della BCRS. Ovvero, di
un presidio fondamentale che è una delle più importanti istituzioni culturali
dell’Isola, per la mancanza di sole due unità di personale.
Nelle more che vengano svolte le procedure per le nuove dotazioni organiche,
è possibile immaginare che né l’organo politico preposto né gli organi di
gestione – in primis il Dipartimento Beni culturali – abbiano saputo
fronteggiare per tempo una tale evenienza, apparentemente di semplice soluzione,
recuperando le due professionalità richieste per poter consentire ai sempre più
numerosi studenti e studiosi di consultare anche nel pomeriggio le preziose
collezioni librarie e documentali dell’Istituto?
Non sembra vero, ma è così.
Su questo si registra una levata di scudi dei sindacati che però sembra
l’ennesimo tentativo di farsi sentire da chi non vuole ascoltare: “Da anni
denunciamo queste carenze di personale chiedendo la riqualificazione degli
addetti in servizio e soprattutto nuove assunzioni”, ha dichiarato la Fp Cgil
per bocca del suo segretario regionale Salvo Lipari.
Anche il Cobas Codir ha rivolto un appello agli stessi organi istituzioni
responsabili dell’inerzia che ha determinato la chiusura parziale della
Biblioteca, affinché possano risolvere al più presto lo stato di crisi.
Ora si cerca di correre ai ripari con nuove assunzioni: l’assessorato si
starebbe attrezzando per predisporre l’assunzione di 200 figure professionali.
Però l’iter non è semplice e deve passare attraverso la gestione centralizzata
ad opera del Dipartimento della Funzione Pubblica, giacché tutto dovrà essere
compatibile con gli obiettivi del PIAO ed avere adeguata copertura finanziaria.
Come dire: mentre il malato muore il medico continua a discettare.
Queste condizioni di criticità sono ampiamente condivise da quasi tutti gli
altri siti culturali: non solo la BCRS di Palermo, ma anche altre strutture
soffrono la cronica carenza di personale e le conseguenti chiusure parziali o
totali dei loro siti. Infatti non a caso diverse interrogazioni parlamentari
descrivono lo stato di degrado ed abbandono di molti presidi dislocati sul
territorio, con lavori di risistemazione che vanno a rilento ed impianti di
videosorveglianza non adeguati a garantire l’inviolabilità delle sale espositive
e delle aree archeologiche e monumentali.
Anche la gestione del personale proveniente dai vari settori in crisi e dal
bacino del precariato siciliano, che già da diversi anni è a carico della
società in house Servizi Ausiliari Sicilia (SAS), presenta molti aspetti
discutibili, a partire dalla rigidità della convenzione stipulata dalla Regione
con l’ente strumentale che non sempre consente un’adeguata utilizzazione del
personale stesso, peraltro molto spesso penalizzato. Per non parlare della
gestione politico-clientelare con cui questa società, così come altre, sono
state utilizzate nel tempo quale bacino di consenso elettorale, spingendo l’ARS
ad approvare una moratoria sulle assunzioni fino alla prossima scadenza
elettorale regionale.
In definitiva, occorre riqualificare questo settore senza più indugiare, con
assunzione di nuovo personale qualificato e con una formazione specifica che
accresca le competenze degli operatori; con investimenti per adeguare le
strutture e le strumentazioni ai più moderni criteri di allestimento dei siti
museali; con una nuova gestione che superi i processi di esternalizzazione
realizzati in questi anni che, anche se ricondotti sotto il totale controllo
della Regione, determinano un aggravio dei costi ed accrescono l’appesantimento
burocratico aumentando i volume dei procedimenti che invece andrebbero snelliti.
Sarebbe grave che al furto materiale delle opere perpetrato da ladri di
professione debba continuare ad aggiungersi il “furto” quotidiano del nostro
patrimonio culturale ai danni dei milioni di studiosi, visitatori e turisti che
lo amano sicuramente più di quanto non lo amino coloro che in questi anni sono
stati preposti alla sua tutela di questo inestimabile patrimonio comune.
Enzo Abbinanti