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Sull’idea di socialismo che propone Abdullah Ocalan
Raccomandiamo la lettura integrale di questo articolo, di cui abbiamo riportato ampi stralci, dal sito occhisulmondo.info Ho avuto accesso al messaggio sulla Pace e il Socialismo che l’autore Abdullah Öcalan ha inviato dall’isola di Imrali, dove sconta pena in carcere dal 1999, e che è stato letto dall’ex prigioniero politico Veysi Aktaş alla “Conferenza internazionale sulla pace e la società democratica” che si è tenuta a Istanbul il 6 e 7 dicembre 2025, organizzata dal Partito per l’uguaglianza dei popoli e la democrazia. (Qui il link al documento) Il documento dell’autorevole leader comunista curdo delinea le basi della sua proposta di Confederalismo Democratico, che si configura come una nuova idea di socialismo e che tende a contrastare la barbarie della deriva bellicista, necrofila, suprematista e fascista che il capitalismo neoliberista in crisi permanente ha assunto formalmente e sostanzialmente dall’inizio del secolo XXI, dopo essersi imposto, sviluppato e strutturato nell’ultimo quarto del secolo passato. A partire dalla mia personale esperienza teorica e pratica da trent’anni, come attivista nei movimenti eco-politici e di agente in progetti di emancipazione economica comunitaria autogestionaria in America Latina, specificatamente nello Stato di Bahia in Brasile, devo confessare con grande umiltà che il messaggio del compagno Öcalan mi ha profondamente colpito, perché ha fatto risuonare in me il diapason di tonalità concettuali ben precise, riferite a interpretazioni storico-antropologiche, ontologiche ed epistemologiche fondamentali, necessarie a tracciare le basi per la costruzione di un nuovo paradigma, sia ideologico che bio-sociologico, in grado di superare l’attuale devastante status quo multisecolare planetario. Il primo importante richiamo ad un approccio più ampio della critica al capitalismo sorge squillante quando Öcalan ammonisce a considerarne la fonte genealogica non nella più recente Rivoluzione Industriale del XVI secolo, ma nel sistema di civiltà sviluppatosi fin da circa diecimila anni fa in quella che è considerata la culla dell’insediamento originario della specie Homo Sapiens, che successivamente è sopravvissuta all’estinzione delle altre quattro o cinque specie umane scoperte (finora); quella regione che va dal Mediterraneo al Medio Oriente e alla Bassa Mesopotamia, che è esattamente il passaggio, il centro e la congiunzione geografica tra i continenti europeo, asiatico e africano, origine primaria delle specie umane. Il “sistema di omicidio sociale” – come Öcalan definisce la più grande controrivoluzione della specie umana perpetrata nei confronti della precedente civiltà delle comunità claniche – si venne affermando a partire da massicce migrazioni invasive di popoli cacciatori provenienti da est e nord-est. Sulla base delle considerazioni espresse nel suo messaggio, credo che Öcalan non possa non essere stato influenzato dalle teorie e dalle ricerche storiche e antropologiche della scienziata Riane Eisler, descritte nel saggio “Il calice e la spada” pubblicato nel 1996 e seguenti. Lavori nei quali l’antropologa ci propone una teoria alternativa dell’evoluzione culturale sulla base di due modelli: quello androcratico, violento e autoritario (simboleggiato dalla spada), aggressivo, e quello mutuale e gilanico (il calice), accogliente, fondato sulla collaborazione tra i sessi, considerati di pari importanza anche se con diverso ruolo. Un approfondito studio accademico e sul campo nel quale – mostrando che la guerra tra gli uomini e tra i sessi non è determinata divinamente o biologicamente, e che il modello maschile/androcratico non è l’unica opzione sociale e culturale a nostra disposizione – l’autrice ha ricercato nel passato, anche archeologico, gli strumenti per contribuire a disegnare un futuro migliore e un destino di civiltà di tipo nuovo, che sappia resistere agli integralismi e alle barbarie, per una convivenza equa e pacifica di etnie e generi. Di fatto, Riane Eisler dimostra sulla base di ritrovamenti archeologici (dei quali i primi, risalenti alla civiltà micenea, furono realizzati nell’isola di Creta), che fino a circa 5/6mila anni prima di Cristo le società mediterranee erano basate su schemi comunitari matriarcali, pacifici, senza grandi differenze sociali e sull’adorazione di dee femminili, che erano entità che “davano la vita” (sulla falsariga della Pachamama – Madre Terra, tipica dei nativi dell’America del Sud), mentre successivamente sono intervenute contundenti invasioni di popoli cacciatori e violenti da nord che hanno via via trasformato le culture di tutti i popoli di quelle regioni, precedentemente pacifici e cooperanti, in società maschiliste, patriarcali, autoritarie e belliche. Öcalan esprime gli stessi dubbi che la teoria della Eisler tende a confermare rispetto al postulato dell’analisi marxiana secondo cui l’eventuale soluzione della contraddizione fondamentale Capitale/Lavoro sarebbe in grado automaticamente di esaurire la questione della contraddizione di genere Uomo/Donna, Maschile/Femminile, e – insieme ad essa presumibilmente – anche quella etnico-religiosa, tra società organizzate in grandi agglomerati tendenti alla vocazione competitiva individualistica e votati allo sviluppo esponenziale infinito e lineare, opposte a comunità meno aggressive, che praticano aggregazioni comunitarie minori, cicliche e integrate con l’ecosistema. Un altro passaggio fondamentale del messaggio di Abdullah Öcalan credo sia quello in cui si suggerisce di superare alcuni eccessi del materialismo dialettico classico, che percepiscono le contraddizioni come poli opposti destinati ad annullarsi a vicenda, ed invece intenderle come fenomeni sociali tendenziali ed evolutivi che si sostengono e si plasmano a vicenda. Nel suo messaggio Öcalan evidenzia appunto che “la contraddizione deve essere valutata non con una logica di annientamento, ma attraverso una prospettiva storica trasformativa”. Vorrei umilmente mettere in risalto che questa postura metodologica fonda la pedagogia basata sull’imprescindibile trasformazione del paradigma di potere gerarchico verticale/piramidale e del suo corollario economico lineare (che produce scarti infiniti che stanno distruggendo l’ecosistema planetario finito) utilizzato dall’homo sapiens negli ultimi 100 secoli; declinandolo in un nuovo paradigma di condivisione del potere orizzontale in rete, con la sua corrispettiva attuazione economica circolare, che invece riproduce il naturale circuito biologico, basandosi sul riciclaggio della maggior parte della materia trasformata dall’uomo, in modo da ricondurre l’ineliminabile entropia a parametri sostenibili che ci permettano di affrontare ulteriori migliaia di anni di possibile salvaguardia della specie umana. […] Pertanto, in questo nuovo paradigma biologico e comunitario di rete, rivolto a superare la struttura gerarchica e piramidale delle relazioni sociali e che garantisce pari dignità a tutti i differenti soggetti (i nodi interdipendenti della trama), non c’è spazio per l’annientamento dell’avversario dialogico (la lotta di una classe che abbatte e prende il posto della borghesia). Perché in una rete, se ne distruggi una parte, sarai comunque costretto a ricucire lo strappo per evitare che l’intera trama biologica e sociale (della tela della vita), di cui tutti siamo parte, si disfi. E qui risaltano i concetti fondamentali del tabù della guerra, della pena di morte, dell’omicidio (e anche dell’ecocidio) e della vendetta (bandita e sublimata collettivamente in maniera catartica dall’ancestrale cultura tribale africana); paradossalmente anche nei confronti del male più doloroso e intollerabile. Allo stesso modo, in questo nuovo paradigma di relazioni economiche circolari non c’è spazio per la produzione di beni e strutture che non siano completamente riutilizzabili e riapprofittabili, una volta che eventualmente esauriscano i motivi per i quali sono stati realizzati. Nell’economia circolare non sono previsti scarti e rifiuti, né materiali e né sociali. Tenuto conto che, come ricorda il botanico Mancuso, nel 2021 per la prima volta dall’inizio dei tempi, il peso di tutte le costruzioni antropiche inorganiche realizzate (cemento, asfalto, plastiche, ecc.) ha superato la massa totale delle forme di vita esistenti sul nostro Pianeta Terra; non è più previsto correre verso il futuro se non si garantisce la socio-biodiversità. Come in un girotondo di mano data, in cui si agisce in comune e ci si prende cura di tutti gli elementi e degli esseri viventi che compongono la rete della totalità dell’ecosistema e della comunità. […] Anche la critica all’imprescindibile centralità dello Stato-Nazione da parte di Öcalan nel suo messaggio è sicuramente  un chiaro segnale della comprensione maturata in anni di esperienza rispetto alla gestione del potere a livello locale, poiché se essa non è distribuita capillarmente ai soggetti coinvolti in prima persona, non potrà mai raggiungere l’obiettivo di soddisfare adeguatamente la maggioranza del popolo. Quando il potere si esercita attraverso la delega esclusivamente in luoghi distanti, nella capitale e nelle metropoli dello Stato-Nazione, spesso non riesce ad interpretare e a determinare le politiche pubbliche appropriate di cui una specifica realtà locale ha veramente bisogno. Il concetto chiave quindi per una concreta strategia rivoluzionaria è il coinvolgimento popolare, cosciente e competente – espresso a livello comunitario, nella partecipazione collettiva confederata. Le grandi infrastrutture ed i servizi universali fondamentali come la fornitura dell’acqua, dell’elettricità, dei mezzi di comunicazione, dei trasporti, della sanità, dell’istruzione e della formazione permanente, della previdenza sociale, della sicurezza pubblica, della giustizia, della ricreazione e dello sport, della nettezza urbana e delle acque reflue, possono e debbono essere di proprietà pubblica statale e non privata. Ma non basta. Per non ingessare il tutto in una pachidermica burocrazia centralizzata, la loro gestione deve essere partecipata da un segmento significativo della società civile, dai propri utenti di tali servizi, dalle persone impegnate nelle organizzazioni dei movimenti popolari a livello comunitario ed in genere dai principali attori politico-economici attuanti nella comunità ad ogni livello; altrimenti – quando gestite esclusivamente dallo Stato-Nazione centrale – finiscono per riprodurre fatalmente i ricorrenti problemi legati al clientelismo, al nepotismo, alla corruzione, alle disfunzioni o all’abbandono della cosa pubblica. I sociologi calcolano che circa il 20% della popolazione in media nel mondo si occupi di politica e di problemi sociali. Una società effettivamente democratica, emancipata e avviata verso la costruzione del socialismo ha l’onere di ampliare costantemente questa percentuale, coinvolgendo settori sempre più ampi di cittadini e di persone che assumano ruoli di partecipazione nella gestione e definizione delle politiche pubbliche ed in generale che si occupino di politica. È necessario che il potere sia condiviso, che passi dall’essere oligarchico (qualsiasi partito, gruppo sociale o classe lo egemonizzi) ad un’ampiezza che si approssimi alla maggioranza della società. Solo così ha senso (e futuro) il nuovo socialismo e solo così esso potrà essere preservato da eventuali controrivoluzioni e restaurazioni. Naturalmente, per poter svolgere il proprio ruolo partecipativo, la popolazione deve poter acquisire coscienza e competenza. Coscienza, per non essere alienati e cooptati dalle pseudo-culture individualistiche, come ad esempio il consumismo, il narcisismo mediatico e la chimera dell’affermazione egoica attraverso l’imperativo delle prestazioni, che troncano l’auspicato passaggio esistenziale dall’Io al Noi attraverso l’empatia con l’altro da sé. Competenza, per poter esercitare adeguatamente il proprio potere di suggerimento, progettazione, decisione, accompagnamento e controllo delle politiche pubbliche messe in atto nella propria comunità di appartenenza e, per raggiungere tale obiettivo, possedere gli strumenti che permettano ai cittadini di saperle scegliere, approvare e difendere. E questo ovviamente postula la necessità di destinare parte significativa delle risorse pubbliche ad attività di formazione permanente durante tutto il percorso di vita delle persone. Un contributo in tal senso si trova anche nel “Saggio sul socialismo” ripubblicato aggiornato dal politico brasiliano Tarso Genro nel 2021, nel quale si riconosce come la vecchia identità operaia sia andata diluendosi, nella modernità industriale, in una accentuata frammentazione della struttura di classe tradizionale. E quindi, “per ricostruire il nuovo soggetto, prima ancora dell’ammodernato progetto socialista stesso, è necessaria una nuova vita pubblica organica, affinché la maggioranza dei lavoratori inizi a condividere nuove identità in un nuovo modo di convivenza, al di fuori della logica del mercato capitalista. E questa condivisione deve essere necessariamente transterritoriale, di genere, culturale e multilingue. Si tratta della creazione di un movimento politico che contenga i germi di un nuovo modo di vivere, alla ricerca di nuove forme di articolazione economica, a partire da un programma minimo in cui le attività produttive – sociali e culturali – contribuiscano ad implementare una nuova esistenza in comune, nuove relazioni e nuovi modi di produrre, sia cibo sano che beni di base dell’industria necessari per una vita dignitosa”. Tali suggerimenti e proposte vengono concretizzandosi oggi in varie parti del mondo attraverso lo sviluppo di relazioni sociali e di lavoro in forma associativa e cooperativistica, alimentando il peculiare settore della “Economia Solidale” e della finanza etica. Questo specifico ambito di attuazione stimola altresì la necessità di avanzare nella sperimentazione di pratiche che contribuiscano a sviluppare forme sempre più efficienti di auto-organizzazione, che vengono portate avanti in varie esperienze concrete di comunità autogestite, come quelle dei zapatisti del Chiapas, dei curdi a Kobane, delle Comunas in Venezuela, dei Comitati di Difesa della Rivoluzione a Cuba o nelle scuole e cooperative agroecologiche dei Sem Terra brasiliani, maggiori produttori di riso bio del mondo. Come credo desideri suggerire Öcalan, le esperienze e le prerogative su menzionate sono le basi del paradigma comunitario democratico confederale, che potrà contribuire a farci superare lo stadio obsoleto degli Stati-Nazione verso forme di convivenza sociale e politica molto più avanzate ed emancipate, che possano permettere la sperimentazione di forme concrete di pace e socialismo e che ci distanzino anche culturalmente dalla fase delle rivoluzioni annientatrici ottocento e novecentesche, per transitare verso processi permanenti, ampiamente inclusivi e partecipati, di co-evoluzione che coinvolgano il più possibile delle socio-biodiversità in reti orizzontali e non gerarchiche. […] Redazione Italia
May 24, 2026
Pressenza
«Pioggia di nuvole»
Louis Perez (*) racconta il “diario” di Denise Bilgin sulla resistenza a Kobanê. «Per molti anni la città ebbe due nomi diversi. Nella lingua parlata da chi viveva lì è Kobanê… nei documenti ufficiali è Ayn al Arab, l’occhio degli arabi». Uno dei luoghi in cui più si è combattuto durante l’assedio di Kobanê è il cartello di benvenuto in
«Favole del reincanto. Molteplicità, immaginario, rivoluzione»
Daniele Barbieri sul libro di Stefania Consigliere (*). A seguire cinque lunghe citazioni che da sole meriterebbero un bel po’ di riflessioni collettive. E’ uscito nel dicembre del 2024 e da allora ha avuto pochissime recensioni. Si tratta invece di una delle letture più appassionanti degli ultimi anni che si aggira – come spiega il sottotitolo – fra «molteplicità, immaginario,
Per un’immaginazione femminista anticoloniale: intrecciare le …
… le radici contro capitalismo e patriarcato Riprendiamo, per gentile concessione di autrice e direttore, un interessante “saggio” di Alice Salimbeni da Machina  C’è una rimozione che attraversa l’Europa – e l’Italia – come una ferita mal cicatrizzata: l’idea di essere «oltre» il colonialismo, di averlo relegato altrove, in un tempo e, soprattutto, in uno spazio che non ci riguarda
PALESTINA: CONVIVERE SENZA UNO STATO
Riprendiamo un articolo di Guido Viale su un tema che ha affrontato già altre volte CONVIVERE SENZA UNO STATO di Guido Viale   In ottant’anni di esistenza lo Stato di Israele ha trasformato una moltitudine di migranti e profughi alla ricerca di un ”focolare” in una falange di criminali. Israele è la Sparta del terzo millennio: tutti i suoi cittadini,
Curdi: appuntamenti a Torino e a Cagliari
Riprendiamo due appuntamenti su lla storia e le lotte del popolo curdo programmati questa fine settimana a Torino e a Cagliari   TORINO I curdi sono spesso visti attraverso una lente problematica: talvolta (dall’Occidente) come un popolo “buono” che, unito e coeso, è implicito di incarnare valori superiori a quelli degli altri (in particolare in Medio Oriente). In altri casi
Il bilancio di una delegazione in Rojava
Le delegazioni nel Nord e dell’Est della Siria (Rojava) sono state tra le iniziative di solidarietà internazionale organizzate dopo gli attacchi del 6 gennaio da parte del Governo di Transizione Siriano (STG) verso due quartieri a maggioranza curda di Aleppo. Questi attacchi in pochi giorni si sono estesi verso tutta l’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord e dell’Est della Siria (DAANES). In tutto il mondo si sono moltiplicate azioni e mobilitazioni, con l’obiettivo di manifestare l’opposizione agli attacchi coordinati e la complicità dell’occidente, ma soprattutto di difendere la proposta politica di pace e convivenza implementata dal Movimento di liberazione per il Kurdistan proprio al centro del dilaniato Medio Oriente.  Si sono susseguiti così due gruppi; il primo ha passato il confine tra il Kurdistan Iracheno e il Nord-Est della Siria mentre le linee di autodifesa delle Syrian Democratic Forces (SDF), assieme alle Unità di Protezione del Popolo (YPG) e delle Donne (YPJ), stavano rispondendo agli attacchi dell’esercito del Governo di Transizione Siriano, alla Turchia e alle milizie dell’ISIS. Il secondo qualche settimana dopo, nel momento delle trattative. Quest’articolo è una restituzione di entrambe le delegazioni. LE MODALITÀ DELL’INTEGRAZIONE Il 30 gennaio sono stati firmati gli accordi per una graduale integrazione della DAANES nello stato siriano. Proprio questi accordi erano al centro degli interrogativi che hanno mosso chi ha partecipato alla delegazione, mentre i media mainstream europei narravano degli avvenimenti come la fine della rivoluzione. «Le strade che percorriamo per raggiungere la prima delle città sono dritte, per chilometri viaggiamo tra i campi, verdi e rigogliosi, quest’anno promettono un buon raccolto. Questa vista solleva in noi delle domande: come verranno gestite ora le terre coltivate, che soffrono la siccità a causa dei blocchi dei fiumi e delle acque da parte della Turchia?» – si domanda Teresa. L’inverno è stato piovoso, ha anche nevicato, sollevando il morale delle persone. Che ne sarà dell’impegno nella realizzazione di sistemi democratici di organizzazione agricola per soddisfare i bisogni della società? Il nostro sguardo passa anche sui macchinari di estrazione di petrolio. Chi lo gestirà ora? Che ne sarà del controllo popolare? > Queste domande, che spesso osservano gli aspetti più pratici, troveranno > spesso risposte che evidenziano le fondamenta di questa rivoluzione. Tutti i > rappresentanti ci comunicano che è difficile ora prevedere in che modo > procederanno gli accordi, ma tutti sono consapevoli dell’importanza di > assolvere i propri compiti per evitare nuovi attacchi. Questo accordo è stato imposto con la guerra, ma la grande resistenza popolare ha reso possibile le trattative. Sul piano militare, un buon esito dei negoziati tra DAANES e Damasco è il mantenimento dell’autonomia di comando di Forze Democratiche Siriane (SDF), Unità di protezione del popolo (YPG) e delle Donne (YPJ). Sul piano amministrativo invece i rappresentanti del Consiglio del Popolo del distretto di Derik, che sono tra i primi rappresentanti che le delegazioni incontrano, raccontano di essere incerti sull’implementazione delle procedure di integrazione; a una domanda di chiarimento ci viene risposto con un’altra domanda: «voi per caso sapete come funziona il sistema amministrativo del Governo di Transizione di Damasco? In un anno di insediamento non hanno fatto altro che portare avanti guerre e massacri contro diverse comunità in Siria, come i Drusi e gli Alawiti. Hanno lavorato ben poco sul piano amministrativo». Teresa continua: «Durante i giorni passati in Rojava capiamo che vanno sviluppate diverse lenti per comprendere la fase e quali sono le reali garanzie che permettono di rafforzare le basi della rivoluzione in questo scenario». Una di queste lenti viene data da Ilham Ehmed, responsabile degli affari esteri e del processo di integrazione insieme a Mazlum Abdi, il comandante delle SDF.  Quindi viene da chiedersi come sia possibile portare avanti un processo di integrazione quando la controparte sono bande jihadiste sotto diversa veste, che lottano contro i principi dell’umanità. Ilham Ehmed risponde evidenziando un’importante differenza: tutte le organizzazioni attualmente esistenti di giovani e di donne, così come il sistema delle comuni e dei consigli per l’autogoverno popolare rimarranno gli stessi. Ciò che cambierà saranno le persone all’interno delle istituzioni, che lavoreranno insieme a quelle del governo centrale, ma il movimento sociale resterà invariato. Allora ci facciamo un’altra domanda: come è possibile portare avanti la rivoluzione se il nemico che ha compiuto massacri verso il tuo popolo si trova nell’ufficio accanto al tuo? Ilham ribadisce che ogni persona dell’ex-DAANES che lavorerà nelle istituzioni ufficiali, così come nelle forze di sicurezza interne, sarà organizzata anche nel sistema politico confederale, avrà la sua comune di riferimento (il gruppo organizzativo alla base dell’autogoverno della società) e parteciperà così al sistema democratico. In questo modo si contrasterà il rischio di assimilazione. Questa non è solo una risposta dettata dalla situazione, ma parte della strategia che dagli anni 2000 viene seguita dal Movimento curdo, a maggior ragione dalla chiamata di pace del leader Abdullah Öcalan del 27 febbraio 2025. Abbandonata la lotta armata, l’obiettivo è estendere l’organizzazione a tutta la società, in modo più capillare, con un’idea di democrazia diversa da quella degli stati liberali, una democrazia che può esistere solo se ogni persona è attiva e si organizza per esprimere la sua volontà. Le stesse persone che incontriamo nelle comuni della società lo confermano: più sarà forte e radicato il senso di autorganizzazione, minore sarà il potere dello stato. LA QUESTIONE DELLE DONNE Uno dei pilastri della rivoluzione in Rojava è la liberazione della donna, che è stato sviluppato negli anni dal punto di vista di miglioramenti sociali, di una Unità di Difesa armata, un sistema di co-presidenza nelle istituzioni, e di una graduale accettazione di questo principio da parte degli uomini.  Le delegazioni ne hanno parlato con Rohilat Afrin, comandante delle YPJ, che ci dice chiaramente che non verrà accettata una realtà in cui le donne non hanno voce in capitolo nella politica, non possono educarsi e non possono organizzarsi per l’autodifesa. Ci sono alcuni incontri con le responsabili delle strutture delle donne, che raccontano che l’accordo con Damasco è un enorme passo indietro, perché non rispetta il sistema della co-presidenza e non contempla la liberazione delle donne al suo interno. La guerra ha già portato a grandi perdite; le città di Tabqa e Raqqa, liberate nel 2017 dal controllo dell’ISIS, erano al centro degli sforzi per concepire la possibilità di un Islam democratico con protagoniste le donne. I jihadisti che sono tornati a controllare queste città hanno svuotato i centri come l’associazione delle donne Zenobia, portando tante giovani e donne a scappare o alla morte.  > Rohilat Afrin parla anche della situazione delle Unità di Difesa delle Donne > (YPJ), le forze armate femminili che sono state fondate per l’autodifesa delle > donne. Nell’accordo non sono incluse al momento, ma insiste sul fatto che loro > ci saranno, perché le donne non sono ancora libere e vogliono difendersi da > sole. Le delegazioni incontrano anche delle combattenti ferite. I loro racconti e le loro parole sono pieni di dignità, e trasmettono la perseveranza e il coraggio delle giovani che difendono i diritti delle donne e la possibilità di partecipare alla vita sociale e politica. Queste unità di difesa infatti sono prima di tutto formate per difendere questi valori e l’esistenza delle donne. Un giorno la delegazione è andata al centro giovanile, dove insieme ai giovani e alle giovani del posto dipingevano un murales che raffigura una donna con una lunga treccia. È il simbolo delle donne che si uniscono, dopo che i jihadisti hanno tagliato una treccia a una combattente uccisa, profanando il corpo. Per settimane fino a oggi la risposta è stata larga, dalle bambine alle donne di ogni età, ci sono state iniziative in cui il simbolo era intrecciarsi i capelli, con il messaggio che per ogni donna che viene attaccata, altre mille si solleveranno per difenderla. Molte conversazioni con le persone riguardavano anche un’altra questione delicata: le zone a maggioranza araba e la convivenza la popolo curdo e arabo. La maggioranza araba infatti, ancora molto influenzata dai clan di proprietari terrieri (vicine all’ex-regime Assad ed ora alleati dei jihadisti al governo), non ha permesso di creare le condizioni di autodifesa che sono state garantite in città come Heseke e Qamishlo.  Questa situazione ha contribuito ad accentuare una contraddizione che indebolisce la proposta di convivenza su cui da decenni lavora il Movimento, l’unità nelle differenze: la stessa superficialità con cui vengono descritti e fomentati i conflitti sulla base etnica in Occidente, in questo caso tra Curdi e Arabi, viene usata anche qui per alimentare questa guerra. Nonostante la forte presenza di arabi nella società, nelle istituzioni e in ogni grado delle forze di autodifesa, i pensieri e le conversazioni nei giorni dopo la mobilitazione generale sono caratterizzate da un senso di tradimento riguardo alla la resistenza sociale; ed è proprio in questo senso di sofferenza e dolore che operano le armi del divide et impera per tagliare i legami che tengono assieme le comunità in lotta multietniche.  Ora la situazione in Medio Oriente è in una rapida escalation, nel centro della terza guerra mondiale. Tornando dal Rojava abbiamo portato con noi un messaggio: se verranno attaccate le aree autonome di Shengal e di Qandil, sarà necessaria una grande risposta internazionale, come è stato per il Rojava. Abbiamo sentito l’importanza di difendere questa rivoluzione, perché è un modello di alternativa al capitalismo e al sistema di sfruttamento delle persone e della natura. La copertina è di Kurdishstruggle (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il bilancio di una delegazione in Rojava proviene da DINAMOpress.
March 23, 2026
DINAMOpress
Cosa resta dell’internazionalismo, oltre la memoria di Orso?
21 Marzo 2026, Casa del Popolo di Grassina (Firenze). In un ritrovarsi di diverse realtà collettive convergenti, dopo sette anni dalla morte di Lorenzo Orsetti – Orso -Tekoser, “combattente” per la difesa del Confederalismo Democratico del Rojava, la comunità fiorentina ricorda ed allarga lo sguardo accogliendo esperienze di scelte di contrapposizione all’escalation di guerra globale. Sono presenti, oltre la famiglia di Lorenzo, con Alessandro, il padre, che del figlio porta soprattutto il tema della scelta di contrapposizione al capitalismo ed al patriarcato, l’anarchia quale strada per rompere il sistema dei poteri, l’internazionalismo quale alternativa, anche i portuali dei CALP di Genova, che nel portare i propri corpi a bloccare le navi militari testimoniano quel boicottaggio nonviolento necessario per essere coerenti nelle prassi; sono presenti anche da remoto i compagni e le compagne che sono adesso a Cuba dove stanno portando solidarietà fatta di pratiche di solidarietà e di contrapposizione ai blocchi, di riconoscenza per chi ha messo la propria esperienza (medica) a servizio anche di altri popoli (i medici rivoluzionari); è presente, sempre da remoto, anche Tony che è stato protagonista nel percorso di rottura dei blocchi verso Gaza con la Flotilla; è presente Dario che continua a essere rappresentante di una esperienza collettiva di lotta di quella che resterà la più importante esperienza di movimento di lavoratori a servizio di una dimensione più grande, contro l’accelerazione oligarchica che viviamo massima in questo tempo. Proprio Dario ricorda l’importanza di stare dentro le contraddizioni delle scelte, porsi accanto senza giudizio, cogliere le prospettive di azioni scomode. Chiaramente non si tratta di idealizzare un martire e nemmeno di leggere di questo la scelta della fuga dal sistema, anche se restano queste due visioni partigiana ed anarchica insieme; forse resta proprio la volontà di trovare forme di lotta che tengano insieme la contrapposizione al potere forte egemonico dittatoriale attraverso un insieme di pratiche, alcune nonviolente, altre che utilizzano strumenti in cui non sempre dobbiamo riconoscersi in modo unanime. Stare sui contorni di queste scelte, rispettare e al tempo stesso portare gratitudine, ringraziare un padre, una madre, una sorella, riconoscersi nell’umano bisogno di essere vivi e vive e testimoniare che un altro mondo è possibile. A Lorenzo, ma soprattutto ad Alessandro, Annalisa, Chiara, alle compagne e ai compagni che quotidianamente scelgono da che parte stare. Emanuela Bavazzano Emanuela Bavazzano
March 22, 2026
Pressenza
ROJAVA: È MORTO SALIH MUSLIM, EX CO-PRESIDENTE DEL PYD, TRA I LEADER DELLA RIVOLUZIONE CONFEDERALE
È morto Salih Muslim, ex co-presidente del Partito dell’Unione Democratica (Pyd), tra le personalità più importanti nella leadership della rivoluzione confederale. Nato a Kobane il 3 marzo 1951, studiò in Rojava e in Siria fino al liceo. In seguito frequentò l’Università Tecnica di Istanbul, dove si laureò nel 1977. Per un periodo, lavorò in Arabia Saudita. Incontrò e conobbe Abdullah Öcalan nel 1983. Dopo il massacro di Qamishlo, in Rojava, del 2003, fu arrestato e imprigionato per sette mesi a causa di una lettera di protesta che scrisse all’allora presidente siriano Bashar al-Assad. Dopo il rilascio dal carcere, nel 2003 si unì al neonato Partito dell’Unione Democratica (Pyd) e divenne membro del suo consiglio esecutivo. Nel 2010, Salih Muslim era stato eletto co-presidente del partito che guida il processo rivoluzionario del confederalismo democratico nella Siria settentrionale e orientale. Dal 2017, poi, aveva ricoperto il ruolo di responsabile delle relazioni estere del Tev-Dem, il Movimento della Società Democratica del Rojava. Nel 2022 il nono congresso del Pyd lo aveva ri-eletto co-presidente, ma due anni dopo – nel 2024 – aveva ceduto l’incarico, continuando comunque a partecipare al Consiglio dei co-presidenti. Svolgendo questi incarichi era diventato un attore di spicco a livello nazionale siriano e a livello internazionale. È morto la sera di mercoledì 11 marzo 2026, all’età di 75 anni, in un ospedale di Erbil, nel Kurdistan iracheno, dov’era stato trasferito e ricoverato a causa dell’insufficienza renale della quale soffriva. La sua salma, accolta da una folla di persone, è arrivata stamattina, giovedì 12 marzo, in Rojava. Sarà sepolto a Kobane accanto al figlio Shervan, caduto nel 2013 combattendo – nelle fila delle Unità di protezione del popolo (Ypg) – contro Daesh a Tal Abyad. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuta Benedetta Argentieri, giornalista di Turning Point Magazine, documentarista, che si è occupata a lungo della rivoluzione del Rojava, dove si è recata in diverse occasioni, e del movimento di liberazione curdo. Ascolta o scarica.
March 12, 2026
Radio Onda d`Urto
[2026-03-01] Brunch Solidale a supporto della staffetta sanitaria per il Rojava @ Rotta Genuina APS
BRUNCH SOLIDALE A SUPPORTO DELLA STAFFETTA SANITARIA PER IL ROJAVA Rotta Genuina APS - Via Braccio da Montone, 115, 00176 Roma RM (domenica, 1 marzo 11:00) Iniziativa di Rotta Genuina a sostegno della staffetta sanitaria per il Rojava prevista questa domenica. Un brunch insieme con spremute d’arancia, torneo di backgammon e piatti kurdi. Occasione per ritirare arance o prenderne un po’!!!  
February 26, 2026
Gancio de Roma