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YPJ: Salvaguarderemo le conquiste della Rivoluzione del 19 luglio
Le YPJ hanno affermato che la leadership delle donne è stata la chiave del successo della Rivoluzione del 19 luglio e che le Unità di protezione delle donne hanno costantemente dimostrato il loro ruolo indispensabile e il loro profondo valore sia nella difesa che nella società. Il Comando Generale delle Unità di protezione delle donne (YPJ) ha rilasciato una dichiarazione in occasione del 14° anniversario della Rivoluzione del 19 luglio nel Rojava. La dichiarazione delle YPJ include quanto segue: «La Rivoluzione del Rojava, iniziata il 19 luglio 2012, è stata presentata al mondo come una visione e una convinzione di vita libera. Durante gli anni che sono diventati noti come la Primavera dei Popoli, i regimi autoritari hanno risposto a ogni richiesta di diritti e libertà con repressione e violenza, cercando di sfruttare quei movimenti per i propri interessi.» Nel Rojava, tuttavia, le popolazioni della regione hanno compiuto una scelta che ha cambiato il loro destino. Ogni rivoluzione rivela la sua vera natura nel corso del suo svolgimento; una rivoluzione non è qualcosa che inizia da zero né qualcosa che finisce, bensì un processo continuo e duraturo. La Rivoluzione del Rojava nacque come risposta dei popoli liberi all’autoritarismo e al dominio, aprendo un nuovo capitolo della storia in nome della libertà dei popoli. Guidati dal popolo curdo e ispirati dalla filosofia della Nazione Democratica, i popoli della regione hanno dimostrato dal primo giorno della rivoluzione fino ad oggi, la capacità di difendere le proprie conquiste e di rimanere saldi di fronte a ogni sfida. Questa filosofia di una vita libera e uguale, con le donne in prima linea, è diventata un fondamento solido. Grazie alle sue idee e alla sua visione, il leader Apo (Abdullah Öcalan) ha unito i popoli della regione attorno al modello della modernità democratica e ha gettato le basi per un sistema di organizzazione sociale strettamente legato alla rivoluzione delle donne nel Rojava. Oggi, la Rivoluzione del Rojava entra nel suo quindicesimo anno, dopo quattordici anni di lotta ininterrotta. Nel quattordicesimo anniversario della Rivoluzione del 19 luglio, porgiamo le nostre congratulazioni al leader Apo, ai feriti della rivoluzione e a tutte le donne e i popoli che vi hanno preso parte. La sollevazione popolare contro il regime autoritario del partito Ba’ath ha segnato un nuovo inizio per la trasformazione della regione. Nel corso della storia, il popolo curdo ha sempre respinto le politiche nazionaliste di oppressione perseguite dagli stati. Si è opposto al regime ba’athista e in seguito ha resistito agli attacchi lanciati da gruppi armati contro la regione, riuscendo infine a costruire un proprio governo autonomo. Attraverso il modello della Nazione Democratica e il principio del diritto a una vita uguale, è stato creato uno spazio per tutti i popoli, compresi arabi, turkmeni, armeni, siriaci, assiri e chiunque viva nella regione. Di conseguenza, tutti questi popoli sono giunti a considerare la Rivoluzione del 19 luglio come la propria rivoluzione e come un cammino verso la libertà. Nonostante i calcoli delle potenze che ambivano al dominio nella regione, tali piani fallirono ripetutamente perché le donne e i popoli trovarono la loro libertà nel modello della Rivoluzione del Rojava. Ogni attacco contro la rivoluzione incontrò la resistenza popolare e i popoli liberi rimasero fermamente impegnati nella loro rivoluzione. Le Unità di Protezione Femminile sono sempre state la pietra angolare della salvaguardia e del sostegno della Rivoluzione del 19 luglio. Dalle prime linee della battaglia alla guida della società, hanno svolto un ruolo pionieristico con immensi sacrifici. Una delle caratteristiche distintive della storia della Rivoluzione del Rojava è stato il ruolo centrale delle donne, che ha reso la rivoluzione fonte di ispirazione per persone in tutto il mondo. Questa realtà è innegabile. La leadership femminile è stata la chiave del successo della Rivoluzione del 19 luglio, e le Unità di Protezione Femminile hanno costantemente dimostrato il loro ruolo indispensabile e il loro profondo valore sia nella difesa che nella società. Grandi sacrifici sono stati compiuti per la libertà e la pace in una patria libera. Nel corso di quattordici anni di rivoluzione, ogni giorno è stato segnato dai sacrifici di bambini cresciuti in condizioni difficili. Le combattenti delle Unità di protezione delle donne (YPJ), delle Unità di protezione del popolo (YPG) e delle Forze democratiche siriane (SDF) hanno difeso la patria con tutte le loro forze, sacrificando la propria vita. Il nostro popolo continua a crescere i propri figli in circostanze difficili, ma senza esitazione li dedica alla difesa della patria e alla dignità dell’umanità. I nostri amati figli e figlie hanno dato la vita per la libertà del loro popolo e per la dignità dell’umanità. Per questo motivo, la Rivoluzione del 19 luglio è unica e diversa da qualsiasi altra rivoluzione al mondo. Preserveremo per sempre l’eredità che ci è stata affidata dai nostri martiri. Ricordiamo ancora una volta i martiri Berîvan, Devrim, Slava, Kelhat, Arîn, Ziyad, Sîdar, Şîlan, Denîz, Raman e Koçerîn, insieme a tutti i martiri della rivoluzione, e rinnoviamo il nostro impegno a proseguire sulla via della libertà. Con lo stesso spirito e la stessa determinazione che hanno caratterizzato il primo giorno della rivoluzione, ne salvaguarderemo le conquiste e daremo continuità alla Rivoluzione delle Donne. L'articolo YPJ: Salvaguarderemo le conquiste della Rivoluzione del 19 luglio proviene da Retekurdistan.it.
July 19, 2026
Retekurdistan.it
KNK: Buon 14° anniversario della Rivoluzione del Rojava!
In una dichiarazione rilasciata in occasione dell’anniversario della rivoluzione del Rojava, il KNK ha affermato che la scintilla accesa 14 anni fa continua a crescere. Il KNK ha invitato tutti a schierarsi al fianco del popolo del Rojava contro i tentativi di occupazione e divisione. In una dichiarazione rilasciata in occasione dell’anniversario della rivoluzione del Rojava, il KNK ha affermato che la scintilla che si accese 14 anni fa continua a crescere. Il comunicato è come segue: “Il 19 luglio 2012 la voce della rivoluzione si è levata da Kobanê; la scintilla della rivoluzione del Rojava Kurdistan si è accesa ed è cresciuta giorno dopo giorno.” Il Kurdistan Rojava si era preparato da tempo alla rivoluzione. A Dêrik, Qamışlo, Amûdê, Serêkaniyê, Kobanê, Efrîn e in tutta la geografia del Rojava, le persone si stavano preparando ad assumere il controllo del proprio destino e a stabilire un’amministrazione autonoma nella propria terra. Nel mezzo dei disordini interni in Siria, i curdi e gli abitanti del Kurdistan hanno unito le loro forze. Per evitare un vuoto di potere nel Rojava si erano organizzati rapidamente e hanno rafforzato la loro presenza. Da Kobanê a est fino a Dêrik e da Efrîn a ovest, portarono città, paesi, villaggi e frazioni sotto la protezione delle proprie forze di sicurezza interne. Negli ultimi 14 anni i curdi e il popolo del Kurdistan hanno pagato un prezzo altissimo nel percorso verso l’autonomia. Sviluppando diverse forme di governo e statuti, principalmente il modello cantonale, hanno instaurato di fatto un’amministrazione autonoma democratica. Fin dall’inizio gli stati che occupavano il Kurdistan erano preoccupati da questo nuovo sviluppo nel Rojava. La Turchia in particolare lanciò i suoi attacchi contro il Rojava fin dal primo giorno. Kobanê è stato il primo obiettivo perché era il luogo in cui era emersa per la prima volta la volontà di autogoverno del popolo curdo. Inizialmente gruppi islamisti radicali e il sanguinario ISIS attaccarono Kobanê. Gli abitanti di Kobanê opposero una resistenza epica difendendo la loro terra, sconfiggendo l’ISIS e altri aggressori e scrivendo la loro lotta nella storia. Lo Stato turco ha subito una grave sconfitta nella resistenza di Kobanê. Ha quindi rivolto la sua attenzione ad Afrin. Data la sua vicinanza al Mediterraneo ha occupato dapprima Azaz e Jarablus per accerchiare Afrin e tagliarne i collegamenti con il Cantone di Cizîrê. Successivamente, ha attaccato Afrin con carri armati e artiglieria, occupando la regione e sfollando forzatamente la popolazione. Oggi la struttura demografica di Afrin è alterata con turchi e arabi insediati nella zona. In seguito ha occupato anche Serêkaniyê e Girê Spî. La Turchia continua a minacciare l’intera regione del Rojava. Nelle aree controllate dall’Amministrazione autonoma, compie assassinii e attacchi utilizzando droni e tecnologie militari e di intelligence avanzate trasformando la vita della popolazione civile in un inferno. Nonostante ciò, la resistenza del popolo del Rojava continua; tutte le istituzioni dell’Amministrazione autonoma lottano per la sicurezza della popolazione. In Siria si sta delineando una nuova situazione. Circa un anno e mezzo fa, il regime ba’athista è crollato e il governo di Damasco è caduto nelle mani delle forze islamiste. In seguito al crollo del regime, gruppi armati affiliati alla Turchia hanno attaccato le regioni dell’Amministrazione autonoma. Gli attacchi si sono intensificati soprattutto intorno a Shahba, Aleppo e Manbij. Violenti combattimenti hanno interessato la regione di Tishrin. La Turchia ha fornito supporto aereo e terrestre a questi gruppi. Alcune aree sono finite sotto il controllo di gruppi sostenuti dalla Turchia. Nonostante tutti questi attacchi l’Amministrazione autonoma si è difesa ed è riuscita a fermare le offensive. Comunque il regime di Damasco e i suoi alleati non si erano fermati qui. Continuarono i loro tentativi nello smantellare l’Amministrazione autonoma. Dopo aver rafforzato i rapporti con i paesi arabi, l’America e l’Europa, attaccarono Aleppo nella prima settimana del nuovo anno in collaborazione con la Turchia. Poi hanno rivolto la loro attenzione a Raqqa e Deir ez-Zor. Conquistarono numerose aree e avanzarono fino alle vicinanze di Hasakah. Le Unità di protezione del popolo (YPG) e le Unità di protezione delle donne (YPJ) avevano opposto una resistenza su tutti i fronti, difendendo le regioni curde. Il popolo curdo con il sostegno dei suoi alleati si era sollevato in tutte e quattro le parti del Kurdistan e in molte parti del mondo, dimostrando solidarietà nazionale. Di conseguenza il 29 gennaio 2026 fu firmato un accordo con il regime di Damasco. Nonostante tutte queste cospirazioni, attacchi e crisi, il popolo del Rojava continua a difendere unito il proprio paese. Il ruolo delle donne in questa lotta rivoluzionaria non deve essere dimenticato. Le donne, in particolare, occupano una posizione di primo piano e svolgono un ruolo estremamente efficace nella lotta. Tuttavia la situazione generale in Siria rimane complessa e il futuro del Paese è incerto. Il regime di Damasco ha attaccato per primo gli alawiti, perpetrando massacri nella regione di Latakia. In seguito, ha attaccato i drusi, e fin dal primo giorno i cristiani sono stati sottoposti a un’enorme pressione Successivamente sono iniziati gli attacchi contro i curdi. Questo regime anziché trovare soluzioni è diventato fonte di nuovi problemi. Attualmente è in vigore un cessate il fuoco con il regime di Damasco e sono in corso negoziati attraverso il dialogo per attuare l’accordo del 29 gennaio. Tuttavia molte questioni rimangono poco chiare. Il regime di Damasco sta mostrando un atteggiamento negativo nei confronti dell’attuazione dell’accordo e del chiarimento delle sue clausole. Questa è una situazione pericolosa e tutti i curdi devono essere vigili. Bisogna impegnarsi per risolvere i problemi attraverso il dialogo; allo stesso tempo dobbiamo rafforzare le nostre difese affinché nessuno attacchi le nostre conquiste. Proteggere l’Amministrazione autonoma significa proteggere il Kurdistan. In questa occasione, noi, il Congresso nazionale del Kurdistan (KNK) ci congratuliamo con il popolo del Kurdistan e con tutte le istituzioni politiche, amministrative, di sicurezza e militari per il 14° anniversario della Rivoluzione del Rojava Kurdistan. Il KNK esorta tutti i curdi e il popolo del Kurdistan a fornire il massimo sostegno alla protezione dell’Amministrazione autonoma del Rojava, del territorio del Paese e di tutti i suoi abitanti. Li invita a schierarsi al fianco del popolo del Rojava contro ogni tentativo di occupazione e divisione. Possa la rivoluzione democratica, nazionale e patriottica del Rojava Kurdistan avere successo ed essere duratura! Lunga vita alla resistenza e alla vittoria della Rivoluzione del Rojava!   L'articolo KNK: Buon 14° anniversario della Rivoluzione del Rojava! proviene da Retekurdistan.it.
July 18, 2026
Retekurdistan.it
[Kilame Azadî] Kilame Azadî-Il canto della libertà
Puntata con un ospite speciale: la giornalista Daniela Galiè risponde a domande sul libro "Sui tuoi occhi: racconti dalla Rivoluzione del Rojava". Successivamente aggiornamenti dalla Turchia sul processo di pace. dei rischi sicurezza legati all'ISIS in Siria e sulle continue repressioni in Iran. Per concludere, approfondimento di cultura curda con l'etimologia di parole speciali nella dialettica della resistenza curda.
July 9, 2026
Radio Onda Rossa
“SUI TUOI OCCHI. RACCONTI DELLA RIVOLUZIONE DEL ROJAVA”, INTERVISTA ALL’AUTRICE DANIELA GALIÈ
“Raccontare il Rojava è sempre un esercizio rischioso. Il rischio è quello di proiettare categorie familiari su una realtà che familiare non è; di cercare una rivoluzione leggibile, coerente, lineare, capace di rientrare dentro schemi politici già noti. Fortunatamente la realtà del Nord-Est della Siria raramente si lascia disporre in questo modo. Resiste alle sintesi troppo nette, alle definizioni definitive, alle letture che pretendono di fissarla una volta per tutte”. Scrive così, Tiziano Saccucci, nella prefazione al nuovo libro di Daniela Galiè, “Sui tuoi occhi. Racconti della rivoluzione del Rojava”, pubblicato lo scorso 26 giugno da Momo edizioni. “Nel Nord-Est della Siria – si legge nella quarta di copertina del volume – tra città ferite, check-point improvvisati e assemblee popolari, il Rojava continua a esistere come esperienza politica, sociale e umana sospesa tra autodifesa e desiderio di futuro. Questo libro attraversa i territori della rivoluzione curda raccogliendo voci, incontri e frammenti di quotidianità: combattenti delle Ypj, famiglie sfollate, insegnanti, attiviste, giovani cresciuti all’ombra della guerra e donne che hanno trasformato la sopravvivenza in pratica collettiva. Sui tuoi occhi non racconta soltanto il conflitto contro l’Isis o la resistenza di Kobanê. Racconta ciò che viene dopo: la fatica della ricostruzione, le contraddizioni dell’autogoverno, i sogni politici di una società che prova a reinventarsi mentre tutto intorno continua a minacciarne l’esistenza”. “Ho provato a raccontare le storie che ho raccolto nel corso della mia permanenza in nord-est Siria con un linguaggio accessibile. Forse i destinatari e le destinatarie di quello che ho scritto sono principalmente persone che del Rojava sanno poco o nulla, tant’è che l’idea del libro era nata dalla necessità che avevo di provare a raccontare dove fossi stata ai miei alunni e alle mie alunne”, spiega a Radio Onda d’Urto Daniela Galiè. “L’idea era quella di costruire un piccolo ponte tra mondi apparentemente distanti”, prosegue l’autrice.  “Non ho però voluto sacrificare tutto quello che è la ricostruzione storica, politica, militare – precisa Galiè – Ho provato però ad arrivarci tramite le storie delle persone che avevo davanti”.  Daniela Galiè ha deciso di devolvere il 50% del ricavato della vendita del suo libro a “Jinwar”, il villaggio delle donne nella Siria del nord-est, Rojava. Radio Onda d’Urto ha intervistato Daniela Galiè, scrittrice, attivista, insegnante e redattrice di Dinamo Press, per presentare il suo libro “Sui tuoi occhi. Racconti della rivoluzione del Rojava”. Ascolta o scarica.  
July 7, 2026
Radio Onda d`Urto
Sui tuoi occhi: come trovare le parole per spiegare una rivoluzione
Articoli e libri sull’esperienza della Siria del Nord-est si dividono principalmente in due filoni: il primo racconta la guerra da un punto di vista geopolitico, quindi inquadra l’esperienza di autogoverno curda come una delle tante questioni nello scacchiere medio-orientale, una lettura molto diffusa anche a sinistra, tra pagine e gruppi telegram dedicati alla geopolitica e alle analisi strutturali, spesso è un’analisi piatta che aiuta a comprendere le posizioni di fiumi, montagne, risorse, composizione dei gruppi etnici, ma difficilmente ci fa comprendere cosa significhi vivere in guerra. L’altro è un racconto celebrativo dell’esperienza del confederalismo democratico, della resistenza di Kobane, e della lotta all’Isis, che ha contribuito a raccontare il Rojava come esperienza politica, a cui anche il nostro sito ha contribuito. Ma che non è stato sufficiente per comprendere tutta la complessità di questa esperienza e del suo contesto.  Il libro di Daniela Galiè, parte della redazione di Dinamopress, Sui tuoi occhi. Racconti dalla rivoluzione del Rojava, edito da Momo edizioni, prova a superare entrambi gli approcci. Per quanto parta da un punto di vista situato, quello delle reti di solidarietà all’Amministrazione autonoma della Siria del Nord-est, e con queste abbia svolto la propria esperienza sul campo, il libro racchiude una pluralità di voci, di punti di vista, e di geografie, che non nascondono i conflitti e le contraddizioni di un progetto nato in un territorio devastato da più di quindici anni di guerra. > Come spiega Delil Souleiman, un attivista dell’organizzazione Green Nes > intervistato a Qamișlo, «molti parlano dell’impianto ideologico del Rojava, ma > la vita quotidiana qui è un po’ diversa» (p. 191). Tra le pagine prende forma un vero e proprio reportage narrativo che tra interviste e racconti di viaggio, mischia anche la propria esperienza personale e il proprio punto di vista. Non vengono dimenticate le questioni geopolitiche, materiali e militari, queste sono parte del racconto, gli assi lungo i quali si dispiega la storia, che tuttavia eccede queste coordinate. Così l’inchiesta si dipana tra parole, relazioni e sofferenza delle persone incontrate. E la spiegazione dell’esperienza politica diventa un tutt’uno con il racconto delle vite, avendo l’autrice dato ampio spazio alle interviste e alle voci raccolte. Così la guerra non viene presentata a partire dalla linea del fronte ma dai campi profughi che sono sorti dentro e fuori la Siria perché la popolazione è dovuta scappare dai combattimenti: > «Osservare i campi […] mi ha consentito di cogliere come la storia della > guerra non coincida mai con quella delle vittorie dichiarate». E che «la > guerra non si esaurisce con il silenzio della armi, ma con la ricomposizione > delle condizioni di vita. E nei campi, questa ricomposizione resta sempre > incompleta» (p. 45). Sui tuoi occhi è stato scritto in procinto di un momento di svolta della rivoluzione del Rojava, dopo la caduta di Assad, e prima dell’avanzata delle forze del nuovo governo siriano sui quartieri curdi di Aleppo, poi su Raqqa e verso le altre province del Nord-est. A questo attacco il Rojava e la popolazione curda circostante ha risposto con una mobilitazione generale costringendo Damasco a un accordo. Questo prevede una graduale integrazione dei territori autonomi all’interno del nuovo Stato centrale ma è poco chiaro quali saranno le sue prossime tappe. Il futuro del Rojava è quindi incerto e precario, come del resto lo è stato per questi quindici anni, tra invasioni, ritiri, bombardamenti, occupazioni e spostamenti forzati di popolazioni. Ciò che emerge con forza dal libro, però, è che l’autodifesa e l’autogoverno sono un processo lento fatto di formazione e relazione, che ha sedimentato in questi quindici anni e trova radici anche precedenti, e per questo non sarà così semplice spezzarli ed eliminarli. > «Quando parliamo di difesa, non ci riferiamo esclusivamente alla dimensione > militare», precisa Han Hussein, parte del coordinamento di Kongra star di > Qamișlo, l’organizzazione che si occupa delle donne, «organizziamo corsi e > percorsi formativi per imparare a proteggersi nella vita quotidiana: > riconoscere un rischio, reagire a un’aggressione e costruire reti di supporto > tra vicine» (p. 96). La rivoluzione è una pedagogia, che si dispiega in una molteplicità di ambiti, Galiè tenta di spiegarne molti nei dieci capitoli che compongono il libro: la partecipazione delle donne, i tentativi di organizzare una comunità multietnica e multireligiosa, il sistema di autogoverno, la partecipazione alle decisioni politiche, il sistema di conciliazione comunitario, il sistema economico cooperativo, l’ecologia, l’organizzazione del sistema scolastico, universitario e sanitario. Tutto è illustrato senza tralasciare i simboli, l’iconografia e la mitologia che attraversano i territori del Nord-est della Siria. E così conosciamo le storie dei e delle combattenti morte in battaglia che oggi sono dipinti tra le strade delle città e dei villaggi del Rojava, così come il mito di Ishtar, o la simbologia mediorientale e anatolica della donna serpente. Una menzione speciale meritano i capitoli dedicati alla rivoluzione delle donne e all’esperienza di Jinwar, il villaggio delle donne, dove incontri, emozioni, teoria politica e pensiero femminista si fondono in una prosa coinvolgente.   È quindi un ottimo libro per avere un quadro di insieme di ciò che è accaduto e quali sono le sfide future dell’amministrazione del Nord-est della Siria. Un’ ottima prima lettura nello spirito della casa editrice Momo che fa dell’accessibilità a temi complessi uno dei suoi obiettivi principali e che Daniela, insegnante di materie umanistiche, persegue in uno stile ibrido tra giornalismo, letteratura e saggio politico. Speriamo, quindi, sia il primo di una lunga serie di reportage narrativi da zone del mondo dimenticate. Il 1 luglio il libro sarà presentato a Casale Garibaldi a Roma Immagine di copertina di una delegazione in Rojava via Flickr Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. 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July 1, 2026
DINAMOpress
Contro la Trinity of Power, la lotta del femminismo curdo per l’ecodemocrazia radicale. Intervista a Laura Corradi
Mentre nella confusione del mondo sorgono guerre tra diversi imperialismi, dal 2014, in un piccolo angolo di terra del Nord-Est siriano, nella regione del Rojava, c’è in atto una rivoluzione di stampo ecosocialista ed ecofemminista che si ispira alle teorie del confederalismo democratico[1] di Abdullah Öcalan[2], leader politico curdo e fondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK)[3]. Il confederalismo democratico curdo è diventato negli anni un esempio politico e sociale per moltissimi militanti avendo come obiettivo la creazione di un’ecodemocrazia radicale, la costruzione di una leadership femminista e l’opposizione a patriarcato, capitalismo e Stato: una trinità di potere. Di questo parliamo con Laura Corradi, sociologa ecofemminista, autrice di un interessantissimo studio dal titolo “A Trinity of Power ‘Patriarchy/Capital/State’ in Gender Inequalities Intersectionality, Decoloniality, Kurdish Women and Jineolojî” pubblicato a maggio 2026 sulla prestigiosa rivista Inequalities. Journal of Critical Inequality Studies di Ca’ Foscari. Laura Corradi è un’attivista impegnata nei movimenti femministi, queer, deep ecology, pacifisti, contro il razzismo, per la salute e i diritti sociali. Ha insegnato Feminist Theory e Sociology of Sexualities all’Università di Santa Cruz in California, dove ha appreso l’importanza del metodo intersezionale e l’importanza di intersecare variabili di classe, genere, razza/etnia/cultura, età, orientamenti sessuali, religione, status e diverse abilità, nella ricerca sociologica. Da sempre svolge ricerca con un approccio decoloniale nelle comunità etniche a basso reddito, tra rifugiati/e, tra le popolazioni indigene in India, tra le comunità Maori in Nuova Zelanda e tra i Rom e Sinti in Europa, prestando molta attenzione allo sviluppo dei femminismi indigeni. Tra le più importanti studiose del confederalismo democratico in Rojava, del pensiero di Abdullah Öcalan e del femminismo curdo, è autrice di libri, articoli scientifici e divulgativi, è una grande sostenitrice dei processi di decolonizzazione delle conoscenze e delle metodologie a partire dalle prospettive aborigene. Attualmente è docente universitaria presso la Università della Calabria e si occupa di Sociologia della Salute e dell’Ambiente, di Studi di Genere e Metodo Intersezionale e di Genere e Scienza.  Come è nato il tuo recente studio e quanto tempo ha richiesto di approfondimento e lavoro? Conosco esuli del Kurdistan fin dagli anni ’80 quando ero una studente-lavoratore a Padova – a quei tempi perseguitati da Saddam Hussein, che nei loro confronti mise in atto una vera pulizia etnica, e sono sempre stata solidale con i popoli bersaglio di genocidio, ieri come oggi. Ma ho iniziato a studiare la questione curda nel 2014, quando in Rojava è stata approvata la Carta del Contratto Sociale – una costituzione bellissima la cui lettura mi ha entusiasmata. Era qualcosa di assolutamente nuovo. Per cui proposi alla Direttrice di Leggendaria, Annamaria Crispino, lo spazio per un Inserto ‘Speciale Curde’ – che vide la luce nel 2016 (n. 116 della rivista) col titolo “Jin Jiyan Azadi. Dove le donne vivono libere” per narrare l’esperienza femminista delle donne nella Federazione Rojava. Intervistai la costituzionalista Alessandra Algostino che analizzò il Contratto Sociale nelle sue peculiarità, collegandolo alle Costituzioni della Terra che si affacciavano al mondo in quel periodo. Oltre alla traduzione completa del contratto sociale, l’inserto conteneva anche altri contributi: di ragazze che avevano visitato Rojava in delegazione e dialogato con le organizzazioni delle donne; un articolo di Alessia Drò e Viola Lo Moro sul femminismo anticapitalista delle curde; e interviste raccolte da Radio Onda Rossa nel novembre 2014. ‘Speciale curde’ ottenne una grande diffusione e fu presentato in università, centri sociali, librerie riscuotendo attenzione e ammirazione per questo popolo che stava lottando contro l’Isis mentre costruiva una eco-democrazia diretta, con leadership di genere. Il doppio apicale (un uomo e una donna per ogni carica pubblica) sarebbe il minimo da fare anche qui – ovunque, nelle istituzioni come nelle comunità – ma nel nostro Paese siamo ancora bloccate da moderatismi e conflitti che favoriscono la frammentazione e rallentano in processi di mutamento radicale. Lei parla di una “trinity of power” composta da capitalismo, Stato e patriarcato. Da dove deriva questa espressione? Quale ruolo sta giocando nel nostro mondo contemporaneo, questa trinità di potere, nelle disuguaglianze di genere e nelle disuguaglianze di classe? ‘Trinity of Power’ è una espressione che propongo nel mio lavoro, per sintetizzare la complessa relazione tra patriarcato, capitale e stato – magistralmente analizzata dal leader curdo Abdullah Ocalan, incarcerato da 27 anni in un’isola della Turchia. I suoi scritti mi ricordano molto Antonio Gramsci – che ho imparato a conoscere fin da piccola, grazie a mia nonna. Se penso alle difficoltà di avere solo un libro alla volta, di essere privato di penna o matita per interi periodi, di non poter comunicare con l’esterno … mi rendo conto che il valore del suo lavoro è superlativo.  Nel suo ultimo libro ‘Sociologia della libertà’, Ocalan va alle radici delle oppressioni e sostiene (come altri/e studiosi/e) la tesi per cui le prime forme di patriarcato, capitale e Stato si manifestarono 5000 anni fa, con la sedentarizzazione e la possibilità di accumulare. Il saggio cerca di collegare le innovative proposte politiche del Movimento delle donne curde sul confederalismo democratico e la Jineolojî (gineologia, “Scienza delle donne”). Cosa è la gineologia e qual è il suo rapporto con il femminismo curdo? La gineologia – parafrasando la critica alla “scienza patriarcale e maschilista occidentale” di Vandana Shiva – può essere un “nuovo paradigma di scienza”? Nel mio saggio sintetizzo il lavoro di Ocalan, collegandolo con le proposte politiche del movimento delle donne curde, dal confederalismo mondiale delle donne alla Jineoloji (scienza delle donne) una grande operazione di riscrittura delle scienze dal punto di vista delle donne, a partire da ciò che ancora sopravvive nella vita quotidiana, nelle varie discipline, nelle pratiche delle donne. Da più parti è considerato un ‘nuovo paradigma’ nella costruzione della conoscenza, ha molto in comune con l’esperienza dei femminismi intersezionali e decoloniali, ma come spiego nel saggio, loro vanno oltre il femminismo …. Infine nell’ultima parte del mio lavoro traccio un ponte fra le epistemologie pratiche indigene e questa esperienza curda così vicina a noi. Curda e non solo, perchè coinvolge siriani, ezedi, turcomanni, arabi, armeni – tutte le etnie presenti nel luogo – in una forma di confederalismo democratico che potrebbe essere la soluzione per i conflitti in medio-oriente, e che ricalca le alleanze indigene delle 5 Nations, un tema che ho affrontato in tre saggi su Jacobin Italia. Questo lavoro pubblicato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia sta avendo successo perchè guarda a possibili soluzioni e mi piacerebbe tradurlo in italiano – se durante l’estate ce la faccio – credo potrebbe essere un contributo al dibattito attuale nel nostro paese. All’interno del saggio/studio ‘Trinity of Power’ lei usa il termine ecodemocrazia radicale. Di cosa si tratta e perchè è la forma di organizzazione politica auspicabile di una società che si pretende “orizzontale” e democratica? In Rojava – nelle Amministrazioni Autonome del nord-est della Siria – si stanno sperimentando forme di eco-democrazia radicale in maniera partecipata ridefinendo bisogni, produzione, riproduzione, cooperazione; utilizzando processi decisionali che coinvolgono tutt*, senza i quali sarebbe impossibile pensare alla costruzione di eco-agricoltura ed eco-industria senza un consensus forte. Ma la radicalità della loro democrazia sta anche nell’impegno a generare eco-società ove non alberghino maschilità tossiche, razzismo, abilismo, etc. Il lavoro delle curde nella educazione in generale – e degli uomini in particolare – ci dà un grande esempio. Nella seconda parte del saggio lei parla di intersectional decolonization of knowledge (“decolonizzazione intersezionale della conoscenza”), sottolineando come la messa in discussione del colonialismo storico sia un punto di partenza fondamentale per ripensare oggi un mondo dal basso. La direzione è verso la condivisione dei saperi e il rifiuto di ogni mentalità estrattiva?  Non solo. Nella decolonizzazione intersezionale dei saperi si mette in atto uno smontaggio profondo ….non si tratta solo di condividere i saperi che esistono rifiutando che vengano male utilizzati – per fini estrattivi e distruttivi – ma si tratta di capire come la conoscenza che ci insegnano come “neutrale” sia l’espressione delle idee e degli interessi di una trinità di poteri – patriarcato, capitale, stato – che si è generata nel corso di millenni, con il passaggio dai matriarcati alle prime città-Stato. Nel mio corso di Genere e Scienza, alla Università della Calabria, cerchiamo di decostruire la matrice di ciò che sappiamo, decodificandone l’origine e gli sviluppi in maniera intersezionale. Come ci insegna la sociologa della scienza Sandra Harding, una pioniera della epistemologia femminista, il sapere dominante esprime una supremazia di genere, di classe, e coloniale. Senza una azione critica nei confronti della scienza continueremo ad accettare passivamente qualsiasi tecnologia – anche inutile e dannosa – magari in nome del “progresso”. La costruzione di un sapere liberato può darsi in un percorso di trasformazione sociale dal basso, orientato al benessere della gente e non al profitto, alla competizione, alla guerra. Tale percorso non può vedere le donne, le popolazioni neo-colonizzate e le comunità indigene, come soggetti subalterni ma come agenti attive e consapevoli del futuro. Recentemente lei, per questo originale saggio, ha ricevuto un premio di livello mondiale dal World Congress of Women Studies, tenutosi in Thailandia, per il miglior lavoro svolto nell’ambito degli studi di genere. Secondo lei, perchè l’importanza dei suoi studi viene riconosciuta “ai margini” del mondo e non viene premiata nell’ambito accademico europeo? Crede che sia un problema di autoreferenzialità accademica o di un incancrenito eurocentrismo duro da sciogliersi? Ho presentato solo una parte di questo saggio al Congresso Mondiale degli Studi delle Donne a Chiang Mai, nell’ambito di un lavoro su Genere e Scienza: “Dalla critica della scienza in Sandra Harding alla Jineoloji – Scienza delle donne curde”. Non mi aspettavo davvero tanto interesse; in Italia sono abituata a non ricevere riconoscimenti per il mio lavoro, anzi. Pensa che l’ultima volta che sono stata bocciata ad un concorso per prof ordinaria, nelle motivazioni c’era scritto che ho “una prospettiva ecofemminista”, che faccio “ricerca militante” e che rigetto in blocco il “neoliberismo, dominazione maschile e colonialismo”, come fosse un peccato. Devo dire che non è solo l’eurocentrismo: se guardiamo alla accademia italiana ancora così ancien regime, in maniera intersezionale, possiamo notare quanto pesino il classismo, l’eteropatriarcato (sia nelle sue forme moleste che in quelle moraliste) e le relazioni di potere … purtroppo anche tra donne.  L’individualismo, la competizione e la sfiducia sono alla base della mancanza di alleanze serie fra donne nell’università italiana – un ambito che conosco da oltre 40 anni. Speriamo che le cose cambino con le future generazioni: la lezione delle curde, le accademie delle donne, le norme di comportamento (non criticare mai una donna davanti agli uomini, non parlare alle sue spalle, offri una critica amorevole …) forse potranno essere raccolte dalle ragazze di oggi e dare frutti domani.   [1] Confederalismo democratico, basato sulle teorie di Abdullah Öcalan ed edotto dall’ecofilosofo Murray Bookchin, è una forma di organizzazione politica che rigetta lo Stato-Nazione e si fonda su tre pilastri: democrazia diretta (dal basso), parità di genere ed ecologia sociale. [2] È stato imprigionato nel 1999 dopo essere stato arrestato in Kenya dai servizi segreti turchi con la collaborazione di governi stranieri come Israele e Stati Uniti. È stato condannato all’ergastolo per reati quali “tradimento” e “separatismo” e per dieci anni è stato l’unico prigioniero dell’isola-prigione di Imrali. Il suo totale isolamento per 23 ore al giorno e i continui rifiuti di visitarlo sono stati denunciati in molte occasioni dalle organizzazioni per i diritti umani, rendendo la sua liberazione una causa inscindibile del popolo curdo. [3]Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) ha annunciato ufficialmente il proprio scioglimento e la fine della lotta armata contro lo Stato turco a maggio 2025. La storica decisione, che ha chiuso quasi 50 anni di conflitto, è stata formalizzata a seguito di un congresso basato sulle direttive dello storico leader Abdullah Öcalan.   Fonti: https://bodypolitics.noblogs.org/ Laura Corradi, “A Trinity of Power ‘Patriarchy/Capital/State’ in Gender Inequalities Intersectionality, Decoloniality, Kurdish Women and Jineolojî”, Inequalities. Journal of Critical Inequality Studies, Ca’ Foscari, Maggio 2026 https://edizionicafoscari.unive.it/en/edizioni4/riviste/inequalities/2026/3/ “Speciale Jin Jiyan Azadì – Dove le donne vivono libere. L’esperienza femminista delle donne curde nella Federazione Rojava” in Leggendaria N. 116, maggio 2016, pp. 43-56. https://bodypolitics.noblogs.org/files/2015/08/Speciale-Jin-Jiyan-Azadì-femminismo-curdo.pdf Carta del Contratto Sociale del Rojava https://www.eleuthera.it/files/materiali/carta%20del%20rojava.pdf Lorenzo Poli
June 26, 2026
Pressenza
Presentazione del libro “Sui tuoi occhi. Racconti della rivoluzione del Rojava”
Cosa significa raccontare un territorio che, troppo spesso, ci appare attraverso la guerra? E cosa resta, oltre il conflitto, nelle vite di chi continua ad abitare, costruire e trasformare quello spazio? Sui tuoi occhi. Racconti della Rivoluzione del Rojava, edito da Momo Edizioni, nasce da queste domande e da un periodo trascorso nel Nord-Est della Siria, un luogo in cui la guerra e le tensioni geopolitiche restano una presenza costante, ma non esauriscono la complessità di ciò che qui accade. Attraverso decine di interviste raccolte sul campo, il libro segue i percorsi di chi ogni giorno dà forma a un’esperienza politica e sociale unica: tra pratiche di autogoverno, trasformazioni della vita quotidiana, processi di emancipazione e ricostruzione. Il libro è una trama di incontri, voci e frammenti di vita che provano a restituire la densità di una rivoluzione ancora aperta, fragile e continuamente messa alla prova. Uno sguardo che si muove tra testimonianza, riflessione e racconto per interrogare ciò che il Rojava ha rappresentato e continua a rappresentare sul piano politico e sociale, ma anche ciò che questa realtà può ancora dire al nostro presente. Un momento di confronto per avvicinarsi a una realtà spesso raccontata da lontano, e per riflettere insieme sulle possibilità, le contraddizioni e le forme di resistenza che continuano ad attraversarla. L’appuntamento è per il 1 luglio alle ore 18.30 presso Casale Garibaldi (via Romolo Balzani 87, Roma). Ne discutiamo con: Daniela Galiè, autrice del libro Viola Paolinelli (Rete Kurdistan) Ludovica Intelisano (Accademia della Modernità Democratica) WWF – Women Weaving Future Rete di solidarietà per l’abitativo occupato “Prosfygika” di Atene Modera il dibattito Dinamopress Aperitivo/cena a cura e a supporto di Dinamopress  Alle ore 21:00 presentazione e visione del film Crossing Istanbul di Levan Akir (2024) rassegna cinematografica Fuori Frame – cinema oltre i margini  More info sul film: https://www.facebook.com/photo/?fbid=1842901370214866&set=a.765897221248625 Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Presentazione del libro “Sui tuoi occhi. Racconti della rivoluzione del Rojava” proviene da DINAMOpress.
June 25, 2026
DINAMOpress
Sull’idea di socialismo che propone Abdullah Ocalan
Raccomandiamo la lettura integrale di questo articolo, di cui abbiamo riportato ampi stralci, dal sito occhisulmondo.info Ho avuto accesso al messaggio sulla Pace e il Socialismo che l’autore Abdullah Öcalan ha inviato dall’isola di Imrali, dove sconta pena in carcere dal 1999, e che è stato letto dall’ex prigioniero politico Veysi Aktaş alla “Conferenza internazionale sulla pace e la società democratica” che si è tenuta a Istanbul il 6 e 7 dicembre 2025, organizzata dal Partito per l’uguaglianza dei popoli e la democrazia. (Qui il link al documento) Il documento dell’autorevole leader comunista curdo delinea le basi della sua proposta di Confederalismo Democratico, che si configura come una nuova idea di socialismo e che tende a contrastare la barbarie della deriva bellicista, necrofila, suprematista e fascista che il capitalismo neoliberista in crisi permanente ha assunto formalmente e sostanzialmente dall’inizio del secolo XXI, dopo essersi imposto, sviluppato e strutturato nell’ultimo quarto del secolo passato. A partire dalla mia personale esperienza teorica e pratica da trent’anni, come attivista nei movimenti eco-politici e di agente in progetti di emancipazione economica comunitaria autogestionaria in America Latina, specificatamente nello Stato di Bahia in Brasile, devo confessare con grande umiltà che il messaggio del compagno Öcalan mi ha profondamente colpito, perché ha fatto risuonare in me il diapason di tonalità concettuali ben precise, riferite a interpretazioni storico-antropologiche, ontologiche ed epistemologiche fondamentali, necessarie a tracciare le basi per la costruzione di un nuovo paradigma, sia ideologico che bio-sociologico, in grado di superare l’attuale devastante status quo multisecolare planetario. Il primo importante richiamo ad un approccio più ampio della critica al capitalismo sorge squillante quando Öcalan ammonisce a considerarne la fonte genealogica non nella più recente Rivoluzione Industriale del XVI secolo, ma nel sistema di civiltà sviluppatosi fin da circa diecimila anni fa in quella che è considerata la culla dell’insediamento originario della specie Homo Sapiens, che successivamente è sopravvissuta all’estinzione delle altre quattro o cinque specie umane scoperte (finora); quella regione che va dal Mediterraneo al Medio Oriente e alla Bassa Mesopotamia, che è esattamente il passaggio, il centro e la congiunzione geografica tra i continenti europeo, asiatico e africano, origine primaria delle specie umane. Il “sistema di omicidio sociale” – come Öcalan definisce la più grande controrivoluzione della specie umana perpetrata nei confronti della precedente civiltà delle comunità claniche – si venne affermando a partire da massicce migrazioni invasive di popoli cacciatori provenienti da est e nord-est. Sulla base delle considerazioni espresse nel suo messaggio, credo che Öcalan non possa non essere stato influenzato dalle teorie e dalle ricerche storiche e antropologiche della scienziata Riane Eisler, descritte nel saggio “Il calice e la spada” pubblicato nel 1996 e seguenti. Lavori nei quali l’antropologa ci propone una teoria alternativa dell’evoluzione culturale sulla base di due modelli: quello androcratico, violento e autoritario (simboleggiato dalla spada), aggressivo, e quello mutuale e gilanico (il calice), accogliente, fondato sulla collaborazione tra i sessi, considerati di pari importanza anche se con diverso ruolo. Un approfondito studio accademico e sul campo nel quale – mostrando che la guerra tra gli uomini e tra i sessi non è determinata divinamente o biologicamente, e che il modello maschile/androcratico non è l’unica opzione sociale e culturale a nostra disposizione – l’autrice ha ricercato nel passato, anche archeologico, gli strumenti per contribuire a disegnare un futuro migliore e un destino di civiltà di tipo nuovo, che sappia resistere agli integralismi e alle barbarie, per una convivenza equa e pacifica di etnie e generi. Di fatto, Riane Eisler dimostra sulla base di ritrovamenti archeologici (dei quali i primi, risalenti alla civiltà micenea, furono realizzati nell’isola di Creta), che fino a circa 5/6mila anni prima di Cristo le società mediterranee erano basate su schemi comunitari matriarcali, pacifici, senza grandi differenze sociali e sull’adorazione di dee femminili, che erano entità che “davano la vita” (sulla falsariga della Pachamama – Madre Terra, tipica dei nativi dell’America del Sud), mentre successivamente sono intervenute contundenti invasioni di popoli cacciatori e violenti da nord che hanno via via trasformato le culture di tutti i popoli di quelle regioni, precedentemente pacifici e cooperanti, in società maschiliste, patriarcali, autoritarie e belliche. Öcalan esprime gli stessi dubbi che la teoria della Eisler tende a confermare rispetto al postulato dell’analisi marxiana secondo cui l’eventuale soluzione della contraddizione fondamentale Capitale/Lavoro sarebbe in grado automaticamente di esaurire la questione della contraddizione di genere Uomo/Donna, Maschile/Femminile, e – insieme ad essa presumibilmente – anche quella etnico-religiosa, tra società organizzate in grandi agglomerati tendenti alla vocazione competitiva individualistica e votati allo sviluppo esponenziale infinito e lineare, opposte a comunità meno aggressive, che praticano aggregazioni comunitarie minori, cicliche e integrate con l’ecosistema. Un altro passaggio fondamentale del messaggio di Abdullah Öcalan credo sia quello in cui si suggerisce di superare alcuni eccessi del materialismo dialettico classico, che percepiscono le contraddizioni come poli opposti destinati ad annullarsi a vicenda, ed invece intenderle come fenomeni sociali tendenziali ed evolutivi che si sostengono e si plasmano a vicenda. Nel suo messaggio Öcalan evidenzia appunto che “la contraddizione deve essere valutata non con una logica di annientamento, ma attraverso una prospettiva storica trasformativa”. Vorrei umilmente mettere in risalto che questa postura metodologica fonda la pedagogia basata sull’imprescindibile trasformazione del paradigma di potere gerarchico verticale/piramidale e del suo corollario economico lineare (che produce scarti infiniti che stanno distruggendo l’ecosistema planetario finito) utilizzato dall’homo sapiens negli ultimi 100 secoli; declinandolo in un nuovo paradigma di condivisione del potere orizzontale in rete, con la sua corrispettiva attuazione economica circolare, che invece riproduce il naturale circuito biologico, basandosi sul riciclaggio della maggior parte della materia trasformata dall’uomo, in modo da ricondurre l’ineliminabile entropia a parametri sostenibili che ci permettano di affrontare ulteriori migliaia di anni di possibile salvaguardia della specie umana. […] Pertanto, in questo nuovo paradigma biologico e comunitario di rete, rivolto a superare la struttura gerarchica e piramidale delle relazioni sociali e che garantisce pari dignità a tutti i differenti soggetti (i nodi interdipendenti della trama), non c’è spazio per l’annientamento dell’avversario dialogico (la lotta di una classe che abbatte e prende il posto della borghesia). Perché in una rete, se ne distruggi una parte, sarai comunque costretto a ricucire lo strappo per evitare che l’intera trama biologica e sociale (della tela della vita), di cui tutti siamo parte, si disfi. E qui risaltano i concetti fondamentali del tabù della guerra, della pena di morte, dell’omicidio (e anche dell’ecocidio) e della vendetta (bandita e sublimata collettivamente in maniera catartica dall’ancestrale cultura tribale africana); paradossalmente anche nei confronti del male più doloroso e intollerabile. Allo stesso modo, in questo nuovo paradigma di relazioni economiche circolari non c’è spazio per la produzione di beni e strutture che non siano completamente riutilizzabili e riapprofittabili, una volta che eventualmente esauriscano i motivi per i quali sono stati realizzati. Nell’economia circolare non sono previsti scarti e rifiuti, né materiali e né sociali. Tenuto conto che, come ricorda il botanico Mancuso, nel 2021 per la prima volta dall’inizio dei tempi, il peso di tutte le costruzioni antropiche inorganiche realizzate (cemento, asfalto, plastiche, ecc.) ha superato la massa totale delle forme di vita esistenti sul nostro Pianeta Terra; non è più previsto correre verso il futuro se non si garantisce la socio-biodiversità. Come in un girotondo di mano data, in cui si agisce in comune e ci si prende cura di tutti gli elementi e degli esseri viventi che compongono la rete della totalità dell’ecosistema e della comunità. […] Anche la critica all’imprescindibile centralità dello Stato-Nazione da parte di Öcalan nel suo messaggio è sicuramente  un chiaro segnale della comprensione maturata in anni di esperienza rispetto alla gestione del potere a livello locale, poiché se essa non è distribuita capillarmente ai soggetti coinvolti in prima persona, non potrà mai raggiungere l’obiettivo di soddisfare adeguatamente la maggioranza del popolo. Quando il potere si esercita attraverso la delega esclusivamente in luoghi distanti, nella capitale e nelle metropoli dello Stato-Nazione, spesso non riesce ad interpretare e a determinare le politiche pubbliche appropriate di cui una specifica realtà locale ha veramente bisogno. Il concetto chiave quindi per una concreta strategia rivoluzionaria è il coinvolgimento popolare, cosciente e competente – espresso a livello comunitario, nella partecipazione collettiva confederata. Le grandi infrastrutture ed i servizi universali fondamentali come la fornitura dell’acqua, dell’elettricità, dei mezzi di comunicazione, dei trasporti, della sanità, dell’istruzione e della formazione permanente, della previdenza sociale, della sicurezza pubblica, della giustizia, della ricreazione e dello sport, della nettezza urbana e delle acque reflue, possono e debbono essere di proprietà pubblica statale e non privata. Ma non basta. Per non ingessare il tutto in una pachidermica burocrazia centralizzata, la loro gestione deve essere partecipata da un segmento significativo della società civile, dai propri utenti di tali servizi, dalle persone impegnate nelle organizzazioni dei movimenti popolari a livello comunitario ed in genere dai principali attori politico-economici attuanti nella comunità ad ogni livello; altrimenti – quando gestite esclusivamente dallo Stato-Nazione centrale – finiscono per riprodurre fatalmente i ricorrenti problemi legati al clientelismo, al nepotismo, alla corruzione, alle disfunzioni o all’abbandono della cosa pubblica. I sociologi calcolano che circa il 20% della popolazione in media nel mondo si occupi di politica e di problemi sociali. Una società effettivamente democratica, emancipata e avviata verso la costruzione del socialismo ha l’onere di ampliare costantemente questa percentuale, coinvolgendo settori sempre più ampi di cittadini e di persone che assumano ruoli di partecipazione nella gestione e definizione delle politiche pubbliche ed in generale che si occupino di politica. È necessario che il potere sia condiviso, che passi dall’essere oligarchico (qualsiasi partito, gruppo sociale o classe lo egemonizzi) ad un’ampiezza che si approssimi alla maggioranza della società. Solo così ha senso (e futuro) il nuovo socialismo e solo così esso potrà essere preservato da eventuali controrivoluzioni e restaurazioni. Naturalmente, per poter svolgere il proprio ruolo partecipativo, la popolazione deve poter acquisire coscienza e competenza. Coscienza, per non essere alienati e cooptati dalle pseudo-culture individualistiche, come ad esempio il consumismo, il narcisismo mediatico e la chimera dell’affermazione egoica attraverso l’imperativo delle prestazioni, che troncano l’auspicato passaggio esistenziale dall’Io al Noi attraverso l’empatia con l’altro da sé. Competenza, per poter esercitare adeguatamente il proprio potere di suggerimento, progettazione, decisione, accompagnamento e controllo delle politiche pubbliche messe in atto nella propria comunità di appartenenza e, per raggiungere tale obiettivo, possedere gli strumenti che permettano ai cittadini di saperle scegliere, approvare e difendere. E questo ovviamente postula la necessità di destinare parte significativa delle risorse pubbliche ad attività di formazione permanente durante tutto il percorso di vita delle persone. Un contributo in tal senso si trova anche nel “Saggio sul socialismo” ripubblicato aggiornato dal politico brasiliano Tarso Genro nel 2021, nel quale si riconosce come la vecchia identità operaia sia andata diluendosi, nella modernità industriale, in una accentuata frammentazione della struttura di classe tradizionale. E quindi, “per ricostruire il nuovo soggetto, prima ancora dell’ammodernato progetto socialista stesso, è necessaria una nuova vita pubblica organica, affinché la maggioranza dei lavoratori inizi a condividere nuove identità in un nuovo modo di convivenza, al di fuori della logica del mercato capitalista. E questa condivisione deve essere necessariamente transterritoriale, di genere, culturale e multilingue. Si tratta della creazione di un movimento politico che contenga i germi di un nuovo modo di vivere, alla ricerca di nuove forme di articolazione economica, a partire da un programma minimo in cui le attività produttive – sociali e culturali – contribuiscano ad implementare una nuova esistenza in comune, nuove relazioni e nuovi modi di produrre, sia cibo sano che beni di base dell’industria necessari per una vita dignitosa”. Tali suggerimenti e proposte vengono concretizzandosi oggi in varie parti del mondo attraverso lo sviluppo di relazioni sociali e di lavoro in forma associativa e cooperativistica, alimentando il peculiare settore della “Economia Solidale” e della finanza etica. Questo specifico ambito di attuazione stimola altresì la necessità di avanzare nella sperimentazione di pratiche che contribuiscano a sviluppare forme sempre più efficienti di auto-organizzazione, che vengono portate avanti in varie esperienze concrete di comunità autogestite, come quelle dei zapatisti del Chiapas, dei curdi a Kobane, delle Comunas in Venezuela, dei Comitati di Difesa della Rivoluzione a Cuba o nelle scuole e cooperative agroecologiche dei Sem Terra brasiliani, maggiori produttori di riso bio del mondo. Come credo desideri suggerire Öcalan, le esperienze e le prerogative su menzionate sono le basi del paradigma comunitario democratico confederale, che potrà contribuire a farci superare lo stadio obsoleto degli Stati-Nazione verso forme di convivenza sociale e politica molto più avanzate ed emancipate, che possano permettere la sperimentazione di forme concrete di pace e socialismo e che ci distanzino anche culturalmente dalla fase delle rivoluzioni annientatrici ottocento e novecentesche, per transitare verso processi permanenti, ampiamente inclusivi e partecipati, di co-evoluzione che coinvolgano il più possibile delle socio-biodiversità in reti orizzontali e non gerarchiche. […] Redazione Italia
May 24, 2026
Pressenza
«Pioggia di nuvole»
Louis Perez (*) racconta il “diario” di Denise Bilgin sulla resistenza a Kobanê. «Per molti anni la città ebbe due nomi diversi. Nella lingua parlata da chi viveva lì è Kobanê… nei documenti ufficiali è Ayn al Arab, l’occhio degli arabi». Uno dei luoghi in cui più si è combattuto durante l’assedio di Kobanê è il cartello di benvenuto in
«Favole del reincanto. Molteplicità, immaginario, rivoluzione»
Daniele Barbieri sul libro di Stefania Consigliere (*). A seguire cinque lunghe citazioni che da sole meriterebbero un bel po’ di riflessioni collettive. E’ uscito nel dicembre del 2024 e da allora ha avuto pochissime recensioni. Si tratta invece di una delle letture più appassionanti degli ultimi anni che si aggira – come spiega il sottotitolo – fra «molteplicità, immaginario,