Il bilancio di una delegazione in Rojava
Le delegazioni nel Nord e dell’Est della Siria (Rojava) sono state tra le
iniziative di solidarietà internazionale organizzate dopo gli attacchi del 6
gennaio da parte del Governo di Transizione Siriano (STG) verso due quartieri a
maggioranza curda di Aleppo. Questi attacchi in pochi giorni si sono estesi
verso tutta l’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord e dell’Est della
Siria (DAANES).
In tutto il mondo si sono moltiplicate azioni e mobilitazioni, con l’obiettivo
di manifestare l’opposizione agli attacchi coordinati e la complicità
dell’occidente, ma soprattutto di difendere la proposta politica di pace e
convivenza implementata dal Movimento di liberazione per il Kurdistan proprio al
centro del dilaniato Medio Oriente.
Si sono susseguiti così due gruppi; il primo ha passato il confine tra il
Kurdistan Iracheno e il Nord-Est della Siria mentre le linee di autodifesa delle
Syrian Democratic Forces (SDF), assieme alle Unità di Protezione del Popolo
(YPG) e delle Donne (YPJ), stavano rispondendo agli attacchi dell’esercito del
Governo di Transizione Siriano, alla Turchia e alle milizie dell’ISIS. Il
secondo qualche settimana dopo, nel momento delle trattative. Quest’articolo è
una restituzione di entrambe le delegazioni.
LE MODALITÀ DELL’INTEGRAZIONE
Il 30 gennaio sono stati firmati gli accordi per una graduale integrazione della
DAANES nello stato siriano. Proprio questi accordi erano al centro degli
interrogativi che hanno mosso chi ha partecipato alla delegazione, mentre i
media mainstream europei narravano degli avvenimenti come la fine della
rivoluzione.
«Le strade che percorriamo per raggiungere la prima delle città sono dritte, per
chilometri viaggiamo tra i campi, verdi e rigogliosi, quest’anno promettono un
buon raccolto. Questa vista solleva in noi delle domande: come verranno gestite
ora le terre coltivate, che soffrono la siccità a causa dei blocchi dei fiumi e
delle acque da parte della Turchia?» – si domanda Teresa. L’inverno è stato
piovoso, ha anche nevicato, sollevando il morale delle persone. Che ne sarà
dell’impegno nella realizzazione di sistemi democratici di organizzazione
agricola per soddisfare i bisogni della società? Il nostro sguardo passa anche
sui macchinari di estrazione di petrolio. Chi lo gestirà ora? Che ne sarà del
controllo popolare?
> Queste domande, che spesso osservano gli aspetti più pratici, troveranno
> spesso risposte che evidenziano le fondamenta di questa rivoluzione. Tutti i
> rappresentanti ci comunicano che è difficile ora prevedere in che modo
> procederanno gli accordi, ma tutti sono consapevoli dell’importanza di
> assolvere i propri compiti per evitare nuovi attacchi.
Questo accordo è stato imposto con la guerra, ma la grande resistenza popolare
ha reso possibile le trattative. Sul piano militare, un buon esito dei negoziati
tra DAANES e Damasco è il mantenimento dell’autonomia di comando di Forze
Democratiche Siriane (SDF), Unità di protezione del popolo (YPG) e delle Donne
(YPJ).
Sul piano amministrativo invece i rappresentanti del Consiglio del Popolo del
distretto di Derik, che sono tra i primi rappresentanti che le delegazioni
incontrano, raccontano di essere incerti sull’implementazione delle procedure di
integrazione; a una domanda di chiarimento ci viene risposto con un’altra
domanda: «voi per caso sapete come funziona il sistema amministrativo del
Governo di Transizione di Damasco? In un anno di insediamento non hanno fatto
altro che portare avanti guerre e massacri contro diverse comunità in Siria,
come i Drusi e gli Alawiti. Hanno lavorato ben poco sul piano amministrativo».
Teresa continua: «Durante i giorni passati in Rojava capiamo che vanno
sviluppate diverse lenti per comprendere la fase e quali sono le reali garanzie
che permettono di rafforzare le basi della rivoluzione in questo scenario». Una
di queste lenti viene data da Ilham Ehmed, responsabile degli affari esteri e
del processo di integrazione insieme a Mazlum Abdi, il comandante delle SDF.
Quindi viene da chiedersi come sia possibile portare avanti un processo di
integrazione quando la controparte sono bande jihadiste sotto diversa veste, che
lottano contro i principi dell’umanità. Ilham Ehmed risponde evidenziando
un’importante differenza: tutte le organizzazioni attualmente esistenti di
giovani e di donne, così come il sistema delle comuni e dei consigli per
l’autogoverno popolare rimarranno gli stessi. Ciò che cambierà saranno le
persone all’interno delle istituzioni, che lavoreranno insieme a quelle del
governo centrale, ma il movimento sociale resterà invariato.
Allora ci facciamo un’altra domanda: come è possibile portare avanti la
rivoluzione se il nemico che ha compiuto massacri verso il tuo popolo si trova
nell’ufficio accanto al tuo? Ilham ribadisce che ogni persona dell’ex-DAANES che
lavorerà nelle istituzioni ufficiali, così come nelle forze di sicurezza
interne, sarà organizzata anche nel sistema politico confederale, avrà la sua
comune di riferimento (il gruppo organizzativo alla base dell’autogoverno della
società) e parteciperà così al sistema democratico. In questo modo si
contrasterà il rischio di assimilazione.
Questa non è solo una risposta dettata dalla situazione, ma parte della
strategia che dagli anni 2000 viene seguita dal Movimento curdo, a maggior
ragione dalla chiamata di pace del leader Abdullah Öcalan del 27 febbraio 2025.
Abbandonata la lotta armata, l’obiettivo è estendere l’organizzazione a tutta la
società, in modo più capillare, con un’idea di democrazia diversa da quella
degli stati liberali, una democrazia che può esistere solo se ogni persona è
attiva e si organizza per esprimere la sua volontà. Le stesse persone che
incontriamo nelle comuni della società lo confermano: più sarà forte e radicato
il senso di autorganizzazione, minore sarà il potere dello stato.
LA QUESTIONE DELLE DONNE
Uno dei pilastri della rivoluzione in Rojava è la liberazione della donna, che è
stato sviluppato negli anni dal punto di vista di miglioramenti sociali, di una
Unità di Difesa armata, un sistema di co-presidenza nelle istituzioni, e di una
graduale accettazione di questo principio da parte degli uomini.
Le delegazioni ne hanno parlato con Rohilat Afrin, comandante delle YPJ, che ci
dice chiaramente che non verrà accettata una realtà in cui le donne non hanno
voce in capitolo nella politica, non possono educarsi e non possono organizzarsi
per l’autodifesa.
Ci sono alcuni incontri con le responsabili delle strutture delle donne, che
raccontano che l’accordo con Damasco è un enorme passo indietro, perché non
rispetta il sistema della co-presidenza e non contempla la liberazione delle
donne al suo interno. La guerra ha già portato a grandi perdite; le città di
Tabqa e Raqqa, liberate nel 2017 dal controllo dell’ISIS, erano al centro degli
sforzi per concepire la possibilità di un Islam democratico con protagoniste le
donne. I jihadisti che sono tornati a controllare queste città hanno svuotato i
centri come l’associazione delle donne Zenobia, portando tante giovani e donne a
scappare o alla morte.
> Rohilat Afrin parla anche della situazione delle Unità di Difesa delle Donne
> (YPJ), le forze armate femminili che sono state fondate per l’autodifesa delle
> donne. Nell’accordo non sono incluse al momento, ma insiste sul fatto che loro
> ci saranno, perché le donne non sono ancora libere e vogliono difendersi da
> sole.
Le delegazioni incontrano anche delle combattenti ferite. I loro racconti e le
loro parole sono pieni di dignità, e trasmettono la perseveranza e il coraggio
delle giovani che difendono i diritti delle donne e la possibilità di
partecipare alla vita sociale e politica. Queste unità di difesa infatti sono
prima di tutto formate per difendere questi valori e l’esistenza delle donne.
Un giorno la delegazione è andata al centro giovanile, dove insieme ai giovani e
alle giovani del posto dipingevano un murales che raffigura una donna con una
lunga treccia. È il simbolo delle donne che si uniscono, dopo che i jihadisti
hanno tagliato una treccia a una combattente uccisa, profanando il corpo. Per
settimane fino a oggi la risposta è stata larga, dalle bambine alle donne di
ogni età, ci sono state iniziative in cui il simbolo era intrecciarsi i capelli,
con il messaggio che per ogni donna che viene attaccata, altre mille si
solleveranno per difenderla.
Molte conversazioni con le persone riguardavano anche un’altra questione
delicata: le zone a maggioranza araba e la convivenza la popolo curdo e arabo.
La maggioranza araba infatti, ancora molto influenzata dai clan di proprietari
terrieri (vicine all’ex-regime Assad ed ora alleati dei jihadisti al governo),
non ha permesso di creare le condizioni di autodifesa che sono state garantite
in città come Heseke e Qamishlo.
Questa situazione ha contribuito ad accentuare una contraddizione che
indebolisce la proposta di convivenza su cui da decenni lavora il Movimento,
l’unità nelle differenze: la stessa superficialità con cui vengono descritti e
fomentati i conflitti sulla base etnica in Occidente, in questo caso tra Curdi e
Arabi, viene usata anche qui per alimentare questa guerra. Nonostante la forte
presenza di arabi nella società, nelle istituzioni e in ogni grado delle forze
di autodifesa, i pensieri e le conversazioni nei giorni dopo la mobilitazione
generale sono caratterizzate da un senso di tradimento riguardo alla la
resistenza sociale; ed è proprio in questo senso di sofferenza e dolore che
operano le armi del divide et impera per tagliare i legami che tengono assieme
le comunità in lotta multietniche.
Ora la situazione in Medio Oriente è in una rapida escalation, nel centro della
terza guerra mondiale. Tornando dal Rojava abbiamo portato con noi un messaggio:
se verranno attaccate le aree autonome di Shengal e di Qandil, sarà necessaria
una grande risposta internazionale, come è stato per il Rojava.
Abbiamo sentito l’importanza di difendere questa rivoluzione, perché è un
modello di alternativa al capitalismo e al sistema di sfruttamento delle persone
e della natura.
La copertina è di Kurdishstruggle (Flickr)
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