Chi decide cos’è un bosco?Il caso del Bosco Ospizio di Reggio Emilia va oltre la difesa di un’area verde
minacciata da un nuovo insediamento commerciale. Mette in discussione il modo in
cui definiamo il valore della natura urbana, il rapporto tra interessi privati e
beni collettivi e la capacità delle istituzioni di aggiornare decisioni prese in
un contesto ormai profondamente cambiato. Tra crisi climatica, consumo di suolo
e conflitto democratico, la domanda diventa allora politica prima ancora che
amministrativa: chi decide che cosa merita di essere tutelato?
Chi ha il potere di definire cos’è un “bosco”? Non si tratta di una domanda
retorica, ma una questione che emerge con particolare evidenza nella vicenda del
cosiddetto “Bosco Ospizio” di Reggio Emilia, l’area verde di oltre 45.000 metri
quadri che sta per essere sacrificata per costruire l’ennesimo superstore
commerciale. La vertenza appare in qualche modo paradigmatica dei tempi, delle
assuefazioni e delle trappole in cui continuiamo a cascare senza alcuno sforzo
di modificare le nostre abitudini di pensiero e di comportamento.
Conad vanta già tre superstore all’interno dell’area urbana di Reggio Emilia,
oltre a tre supermercati e altri punti vendita. Complessivamente, nella città,
la grande distribuzione alimentare può contare su due ipermercati, quattro
superstore, tredici supermercati e cinque discount, senza contare i minimarket
di quartiere. Ovviamente il progetto si spiega all’interno di una competizione
per fette di mercato.
D’altra parte, val la pena notare che Reggio Emilia, nel biennio 2023-24, si
presenta al 12° posto per consumo di suolo tra i comuni con più di 100.000
abitanti. In questa classifica negativa peraltro si registrano molte città della
nostra Regione: Ravenna, Modena, Parma, Bologna, Ferrara, evidenziando che si
tratta di un problema diffuso nella pianura padana.
In questo contesto una rete di cittadini, costituitasi in “Assemblea permanente
Bosco Ospizio”[1] assieme a Legambiente, sta portando avanti da anni una
contestazione del progetto “P.R.U. IP_6 – OSPIZIO”: così si chiama il progetto
di “riqualificazione urbana” che prevede diversi edifici, strutture commerciali
per 4680 m2 – di cui 2.500 m2 per il solo Conad –, assieme a parcheggi, una
rotatoria e servizi pubblici per il quartiere: una biblioteca e una casa della
salute.
Già nell’ottobre del 2024, in un Consiglio Comunale aperto, Marco Cervino,
ricercatore al CNR, presso l’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima,
aveva sottoposto ai rappresentanti delle istituzioni le evidenze scientifiche
che sottolineavano la ricchezza di vegetazione e il valore dell’area in termini
di conservazione e cattura del carbonio, nonché il contributo al contrasto del
fenomeno dell’isola di calore urbano. Chiariva inoltre come la distruzione del
bosco urbano avrebbe comportato un impoverimento ecologico e il fatto che le
nuove piantumazioni non avrebbero potuto eguagliare o compensare questi effetti.
Nei giorni scorsi, alcuni docenti e ricercatori – Francesco Reyes (professore
Associato in Arboricoltura e Coltivazioni Arboree, Università di Modena e Reggio
Emilia), Lara Maistrello (professoressa Associata in Entomologia Generale ed
Applicata, Università di Modena e Reggio Emilia), Luca Mercalli (presidente
Società Meteorologica Italiana e Ambasciatore Europeo Patto per il Clima) –
hanno preso posizione richiamando il valore ecologico di quest’area. Hanno già
sottolineato l’importanza di un’area di verde spontaneo in una pianura
fortemente urbanizzata come la nostra, in termini di rifugio e punto di
ripopolamento per diverse specie animali, nonché di riproduzione della
biodiversità per alberi, arbusti, erba e fiori[2].
A questa presa di posizione ha fatto seguito un appello di una dozzina di
ricercatrici e ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia
(INGV), che invita ad evitare «la distruzione di un polmone verde nella città di
Reggio Emilia». E ancora una quindicina di colleghi delle Università di Parma e
Bologna (tra cui il sottoscritto) hanno sottoscritto un appello nel quale
invitano le istituzioni e i soggetti privati coinvolti a «sospendere ogni
intervento irreversibile sull’area e di ricercare soluzioni alternative che ne
garantiscano la tutela, riaprendo un confronto pubblico fondato sulle evidenze
scientifiche e sulla partecipazione della cittadinanza». Altri appelli e prese
di posizione si stanno diffondendo in questi giorni, coinvolgendo diverse realtà
territoriali.
I rappresentanti di Conad sostengono che nel nuovo piano di riqualificazione gli
alberi che sarebbero abbattuti sarebbero sostituiti da numerosi altri piantati
per compensazione in questa e altre aree, come se un ecosistema sviluppatosi nel
tempo e i suoi effetti in termini di biodiversità e di mitigazione del caldo
potessero essere sostituiti da una sommatoria di piante messe a dimora in mezzo
a edifici e parcheggi. Del resto gli scienziati intervenuti nonché il circolo
locale di Legambiente hanno a più riprese ricordato che le nuove piantumazioni
previste dal progetto non possono compensare l’effetto degli abbattimenti in
termini di stoccaggio della CO2, di filtrazione delle polveri sottili e di
mitigazione dell’isola di carbone urbana.
L’amministrazione locale sostiene il progetto dichiarando fra l’altro di essere
vincolata dalle decisioni prese da amministrazioni precedenti a partire da una
delibera municipale del 2006 e da un accordo siglato nel 2015 tra il Comune e la
cooperativa di consumo. La mancanza di attuazione del progetto comporterebbe il
pagamento di penali economiche. Anche da questo punto di vista il caso appare
emblematico rispetto ai problemi che le forme tradizionali di democrazia stanno
rivelando a fronte di una crescente crisi ecologica e climatica.
In una fra le estati più calde di sempre in Italia, destinata a lasciare dietro
di sé un grande numero di vittime, con anziani, malati e lavoratori all’aperto
tra i più colpiti dal caldo, la capacità attuale di indirizzo e decisione
democratica per proteggere le condizioni di vivibilità di una città appare
fortemente vincolata – se non esautorata – dalla miopia delle concezioni di
sviluppo e delle scelte politiche di vent’anni prima.
È un esempio della implacabile “banalità burocratica” dietro a cui abbiamo
imparato a nascondere i tanti piccoli ecocidi quotidiani che si compiono nelle
città e nei territori. Mentre la consapevolezza scientifica e la sensibilità
sociale sulla questione climatica e ambientale si è approfondita, i processi
decisionali delle istituzioni democratiche che regolano i rapporti tra privati,
istituzioni e cittadini nella gestione dei progetti di sviluppo urbano del
territorio, seguono ancora logiche e priorità che spingono a sacrificare o
sottomettere gli interessi pubblici e collettivi agli interessi e allo
strapotere economico dei privati. In questo modo si produce una progressiva
erosione di quelle dimensioni fondamentali – fiducia, autorità e legittimità –
su cui si sostiene la comunità democratica.
Da questo punto di vista la determinazione dei/delle manifestanti del “Bosco
Ospizio” rappresenta un esempio importante di reazione alla rassegnazione
fatalista e al senso di impotenza che attanaglia le democrazie contemporanee e
l’occasione di ricostruzione di un orientamento collettivo. Se, come la scienza
ci dice da tempo, le ondate di caldo sono destinate ad aumentare in frequenza e
durata, oggi sappiamo per certo che nelle città abbiamo bisogno di ampliare e
non restringere le zone dedicate a parchi, aree verdi, boschi urbani, concependo
questi luoghi come possibili “rifugi climatici”: spazi aperti e conviviali che
possano rappresentare un’alternativa democratica e universalistica rispetto alle
soluzioni private attualmente dominanti.
C’è un altro aspetto importante da sottolineare dal punto di vista della qualità
della democrazia. Nell’aprile 2025 nove persone di Reggio Emilia di età compresa
tra i 25 e i 77 anni – tra studenti, lavoratori e pensionati – sono stati
querelate da Conad e posti/e sotto indagine per violenza privata, invasione
aggravata e danneggiamento in concorso. Per la verità gli/le attivisti/e erano
entrati nell’area boschiva durante l’avvio dei primi lavori, limitandosi a
sedersi pacificamente di fronte al trattore per impedire il taglio della
vegetazione, senza causare danni a cose o persone.
Altre querele sono state depositate da Conad il 3 agosto scorso contro gli
attivisti per “occupazione di area privata” e “violenza privata”, poiché i
manifestanti a più riprese si erano schierati davanti alle ruspe impedendo
l’inizio dei lavori. Nel clima di impoverimento e arretramento democratico nel
quale viviamo, la protesta e la libera espressione dei cittadini per la
conservazione di beni collettivi viene ancora una volta criminalizzata.
Quello che mi pare non si riesca ancora a mettere a fuoco è che in un clima e in
un ambiente che si vanno rapidamente trasformando e deteriorando, fino a
minacciare le condizioni di vivibilità nelle nostre comunità, il confronto sugli
usi e le destinazioni degli spazi, sulle modalità di cura e gestione del
territorio e dei suoi beni, diverrà sempre più centrale e questo deve portarci
anche a un ripensamento dei processi di discussione, valutazione e deliberazione
democratica per evitare una perdita in termini di riconoscimento e legittimità.
Di fronte alle nuove forme di conflitti ambientali e territoriali occorre
ricordare che la democrazia e le sue forme, non è qualcosa di scontato, ma
riguarda la capacità di una comunità di costruire nuovi spazi di espressione,
confronto e deliberazione proprio per prevenire ed evitare polarizzazioni e
tensioni e restituire alla città e ai suoi abitanti la libertà di decidere delle
proprie condizioni di vita e sul proprio futuro.
Nella controversia che coinvolge soggetti privati, amministrazioni, associazioni
e cittadini, il conflitto come al solito investe anche il linguaggio e la
definizione di “bosco”. I promotori del progetto di sviluppo urbano e
commerciale negano l’esistenza nell’area di un bosco e la controversia è
arrivata anche in tribunale. Il TAR di Parma non si è ancora pronunciato nel
merito della richiesta da parte di Legambiente e dei cittadini di revocare a
Conad i titoli edificatori concessi, ma nel luglio 2026 ha tuttavia respinto la
sospensione cautelare dei lavori il cui avvio era previsto per il 3 agosto.
Per i giudici non sarebbe individuabile nell’area un “bosco urbano”. Il ricorso
andrà avanti, ma nel frattempo gli scienziati che si basano fra l’altro sulla
classificazione del verde a scala urbana proposta dall’Istituto Superiore per la
Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), il più autorevole organismo
scientifico in materia, hanno già chiarito, dal loro punto di vista, la natura
boschiva ed ecologica dell’area.
copriamo così non solo che ciò che chiamiamo “natura” non è autoevidente e non
si sottrae ad una riflessione “politica”, ma soprattutto, siamo così
profondamente alienati che ci ritroviamo a discutere di cosa è non è ambiente
come se lo potessimo guardare, definire e amministrare “dal di fuori”. Quello di
cui discutiamo attraverso un linguaggio fatto di “piani di sviluppo”, “programmi
di riqualificazione”, “delibere”, “iter autorizzativi”, “diritti di
costruzioni”, “ordinanze”, “compensazioni”, “coperture vegetali”,
“piantumazioni”, riguarda niente meno che “la natura” delle nostre relazioni con
il mondo vivente. L’impermeabilizzazione del linguaggio accompagna quella del
suolo.
Il “Bosco Ospizio” è, d’altronde, un esempio perfetto di quello che Gilles
Clément ha chiamato “Terzo paesaggio”. Quegli spazi un tempo antropizzati (in
questo caso c’era appunto un ospizio) e poi “abbandonati”, nei quali “la natura”
fa il suo lavoro: lentamente riconquista terreno, ricostruendo la boscaglia e
dando rifugio a molte specie che non trovano più spazio altrove.
Clément evidenzia la natura ibrida, sospesa, indecisa di questi spazi, che non
coincidono del tutto con le nostre abituali classificazioni mentali e tantomeno
con le divisioni amministrative. Sono piuttosto qualcosa che si colloca «nel
campo etico del cittadino planetario» e che riguarda non un “bene patrimoniale”
ma «uno spazio comune del futuro».[3]
La decisione di ciò che riconosciamo come paesaggio vivente e in divenire si
mostra sempre più chiaramente come una questione politica e di democrazia.
Quell’area boschiva può continuare a vivere nella misura in cui rimane viva
(nel)la nostra coscienza democratica. Scegliendo di tutelare e lasciare spazio a
questi paesaggi in divenire scegliamo di riconoscere e rigenerare le fondamenta
ecologiche e democratiche della nostra comunità.
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[1] Cfr. https://www.facebook.com/bosco.ospizio.re?locale=it_IT; https://www.instagram.com/bosco.ospizio.re;
[2] Per una visione aerea dell’area si
veda https://www.facebook.com/coambientere/videos/bosco-di-ospizio/496969272892417/”
[3] Gilles Clément, Manifesto del Terzo paesaggio, Quodlibet, Macerata, 2005,
pp. 25 e 61.
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