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Daddy issues
Nel numero 69 osserviamo una modalità del potere che si mostra affabile, amichevole, familiare, persino amorevole: il paternalismo. L'articolo Daddy issues sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
Narrazioni locali e grandi narrazioni collettive
FARE UN FESTIVAL DI LETTERATURA IN UNA ZONA INDUSTRIALE INSIEME A UN GRUPPO DI OPERAI LICENZIATI SIGNIFICA NON SOLO ROMPERE LA GABBIA PER CUI LETTERATURA È UNA QUESTIONE RISERVATA AD ESPERTI, MA DIMOSTRARE CHE UNA SINGOLA LOTTA LOCALE OPERAIA, QUELLA DEL COLLETTIVO EX GKN DI FIRENZE, PUÒ CONTRIBUIRE IN REALTÀ A COSTRUIRE UN’ALTRA IDEA DI SOCIETÀ. IL PROGETTO DI REINDUSTRIALIZZAZIONE DELLO STABILIMENTO PER LA PRODUZIONE DI PANNELLI SOLARI E CARGO BIKE E LA CAMPAGNA DI AZIONARIATO POPOLARE DIVENTANO COSÌ LE CHIAVI CON LE QUALI TENERE INSIEME LOTTA, RESISTENZA E CURA -------------------------------------------------------------------------------- Foto Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze -------------------------------------------------------------------------------- Ho scritto un libro in cui cerco di tenere insieme, mostrandone l’intrinseco legame, tre fondamentali momenti esistenzial-politici, spesso vissuti ciascuno per conto suo: resistenza, lotta e cura. Al Festival della letteratura working class organizzato dal Collettivo operai ex GKN, fra venerdì 10 e domenica 12 aprile, imperniato sull’importanza politica della narrazione, ho potuto assistere – soltanto assistere, purtroppo – a un incontro in cui i tre momenti erano, invece, fusi. Quest’incontro rimanda a una storia, iniziata quasi cinque anni or sono, che cerca vivamente di proiettarsi verso un difficile futuro. Il tema fondamentale è: politica e narrazione. È necessario ridare alle parole politica e narrazione il loro significato storicamente profondo. Politica vuol dire vita vissuta consapevolmente, quindi non “privatamente”, non “individualmente”, non subita ma agita nella costruzione di una polis, di una società basata sulla comunità. La narrazione invece è ciò che stabilisce un rapporto con il tempo storico in cui si manifesta come la singolarità ineffabile propria di ciascun essere umano, ne riveli l’intrinseca condizione relazionale ed è quindi alla base della dimensione collettiva. Narrare, infatti, è cercare sé stessi nell’altro rivolgendoci a tutti mediante la lingua che riceviamo nascendo: agire la consapevolezza che il “sé” – l’autocoscienza che caratterizza l’umano – ci viene dall’altro – l’autocoscienza è relazione. Narrare è dare forma a emozioni che non sono mai individuali ma tramandate e ricevute in un contesto di collettività storica. L’azione politica implica sempre una narrazione: una visione temporale il più possibile ampia e articolata di una condizione storica. Pensiamo all’importanza della narrazione marxiana. Nel tempo storico in cui ci troviamo a vivere, il passaggio chiave mi appare il costruire narrazioni che nascano da situazioni locali, cioè concrete, sperimentate, vissute, ma che, insieme, tendano a convergere in una grande narrazione collettiva, non soltanto calata dal genio di qualcuno, ma sempre anche e soprattutto raccordo, collegamento, sintesi di molteplici narrazioni locali già originalmente – anche inconsapevolmente – tese verso un’unità che non è un ideale, ma è implicita nella condizione relazionale della vita umana. Ogni gruppo locale teso a occuparsi di problemi collettivi può – anzi dovrebbe – evolvere verso più ampie forme collettive perché ogni situazione locale dipende in toto da un più ampio contesto: sta anche qui il passaggio dall’azione umanitaria all’azione politica. Ma questo più ampio contesto non è, non può essere, soltanto e soprattutto calato dall’alto. Deve essere scoperto e costruito dal basso e allora soltanto può incontrare una riflessione più complessa e farla propria. Non esistono problemi esistenziali che non siano collettivi, perché l’individuo è un costrutto storico, una costruzione di potere per controllare meglio l’insieme sociale. La gabbia dell’individuo, in cui siamo tutti imprigionati, è il miglior sistema di controllo sociale mai inventato, ma oggi comincia a manifestarsi il clinamen omicida e biocida di tale invenzione storica. L’esperienza del Collettivo operaio ex GKN di Firenze, in tempi in cui la classe operaia non è più un formidabile motore di cambiamento storico, è un tentativo straordinario di fare di un singolo episodio di lotta operaia un centro di costruzione sociale dal basso, con diverse modalità di azione intrinsecamente complementari: che vanno dall’occupazione della fabbrica alla proposta veramente sovversiva di una fabbrica alternativa basata su un azionariato popolare che produca beni utili socialmente e non solo al profitto – una fabbrica quindi senza padrone, ma attiva sulla base di un interesse sociale – passando per la costruzione di relazioni con situazioni politiche significative in Italia e altrove, fino all’elaborazione culturale di cui i festival finora organizzati sono un notevole esempio. Questo gruppo di operai – alquanto diminuito, ovviamente, in quasi cinque anni di lotta, resistenza e (mi viene spontaneamente da aggiungere) di cura – ha avuto appunto la capacità di trasformare un brutale licenziamento in un processo di trasformazione sociale, creando un rapporto fra le lotte operaie “classiche” e la situazione storica attuale così radicalmente diversa. Un festival di Letteratura e classe operaia vuol dire che un gruppo di operai si riconosce come frazione di una classe operaia che trascende storicamente se stessa, nei suoi limiti di tipo sindacale e occidentale, unendo la tradizione della lotta di classe a un progetto di trasformazione sociale che è, insieme, necessariamente locale e originariamente proiettato verso un progetto complessivo di trasformazione sociale, ispirandosi a molteplici riferimenti, anche extraeuropei ed extra occidentali, sudamericani, palestinesi. Per indicarne i temi fondamentali, la cosa migliore è leggere insieme il programma del festival. Un passaggio essenziale è indicato con due titoli: La transizione della working class nella forma romanzo e La transizione dalla working alla caring class nel racconto italiano. Penso che sia molto originale il concetto di transizione della classe operaia nella forma romanzo e nel racconto: la narrazione letteraria qui è intesa come una forma di lotta che è insieme un’invenzione di scrittura, ovvero una forma creativa di comunicazione e di costruzione culturale. La letteratura è agita non come questione di esperti, di talenti individuali, ma come modalità di comunicazione-trasformazione sociale. La condizione sociale implica una capacità narrativa che non deve essere solo di pochi e del sistema di potere: anche una legge è una narrazione, la narrazione del potere. Originalissimo il concetto di caring class che in questo agire nasce: classe che si cura non solo di sé, dei suoi interessi di tipo sindacale, ma che utilizza le possibilità che le vengono da una tradizione storica di lotta, di organizzazione legata alla condizione di fabbrica, per affrontare l’interesse collettivo, interloquendo radicalmente con altre forme di autorganizzazione sociale. La cura tende a diventare forma di organizzazione sociale nella convinzione implicita che una società è fondata nella cura reciproca. Altro tema fondamentale, il rapporto con culture extraeuropee. La poesia pakistana attraverso le lotte sociali e, passaggio oggi veramente radicale, la letteratura palestinese dal fiume al mare: da cui si coglie con particolare forza il carattere attivo, trasformativo, radicalmente politico, della letteratura, evidentissima nell’esemplare caso palestinese, oggi spinto a un livello estremo. La questione palestinese è esemplare anche per questo. E ancora: Il viaggio nel tempo della working class sudamericana con gli interventi di un notissimo scrittore sudamericano, Paco Ignacio Taibo II, autore anche di biografie di Pancho Villa e Che Guevara, radicato quindi nella storia sovversiva del Sudamerica, insieme a uno scrittore e sindacalista argentino, Kike Ferrari, rimpatriato forzosamente dagli Usa, che campa come addetto alle pulizie nella metropolitana di Buenos Aires e che, di notte, si dedica alla scrittura. E, passando a un’altra area cultural-politica fondamentale, Le autobiografie delle transfughe di classe femministe: l’autobiografia come forma di lotta e di creatività esemplarmente femminista. La visione della lotta si trasforma, perdendo il suo carattere di mera contrapposizione, diventa creativa, cioè produce nuove forme d’esistenza singolari e, quindi, collettive, trasforma non solo chi lotta ma, nel farlo, costruisce pezzi di società alternativa in atto: è, contemporaneamente, lotta, resistenza e cura. Un altro passaggio fondamentale: Scrivere in transito fra le generazioni, con i ragazz* del progetto Porto delle storie – laboratorio di scrittura per adolescenti – e i rappresentanti di altre situazioni giovanili in cui la scrittura esprime e interferisce con condizioni sociali giovanili particolarmente difficili, come quelle indicate con il termine gergale “maranza”. Quest’ultimo incontro vuol porre l’attenzione sulla fondamentale possibilità per un giovane e un giovanissimo di raccontare la propria storia: “che cosa per i giovani vuol dire futuro”, che cosa vuol dire “aver voglia di futuro”, domande che è dir poco definire fondamentali oggi, quando il rapporto fra le generazioni è interrotto nel tempo del genocidio pubblico di Gaza, nel tempo dell’eliminazione di ogni vigenza internazionale di qualche forma di diritto, nel tempo dell’aggravamento inesorabile di ciò che banalmente si definisce come “crisi ambientale”. Un ragazzo racconta: “non sapevo cosa scrivere all’inizio, proprio zero”. Un altro alla domanda: come avviene che uno racconti la sua storia? risponde “non lo so”. Un altro ancora afferma che “il titolo è la cosa che si vede subito in un racconto”. C’è chi si ispira a testi diffusi, come Il signore degli anelli e chi afferma invece che “devi sapere di che cosa vuoi parlare” e chi ancora nota l’importanza dell’amicizia per fugare il vuoto del futuro. La scrittura, dunque, come rapporto fondamentale con il futuro: capacità di tessere lo scorrere inesorabile del tempo, immaginando costruttivamente il futuro, non con rappresentazioni “private”, bensì nella comunicazione-con-gli-altri-nel-contesto-sociale. La scrittura è sempre stata anche fondamentale strumento di potere, ma può dunque diventare cammino di liberazione, ovvero di lotta, resistenza e cura dell’altro e quindi di sé. Importante anche il riferimento alle lotte dei portuali e, in generale, contro la guerra, nel titolo: Transizioni contro il riarmo. In mare come in terra. E ancora: significativa, per la possibilità di tessere relazioni europee, la presenza di un attivista svedese e di uno finlandese impegnati nei loro paesi nell’organizzazione di analoghi incontri pubblici volti a costruire un legame intrinseco fra condizione operaia e letteratura. Infine, senza elencare tutti gli incontri, cito quello finale – in cui parla anche un rappresentante della Global Sumud Flottilla e Luciana Castellina. Conclude Dario Salvetti a nome del Collettivo operaio ex GKN che affronta tutta la complessa, difficile e dolorosa problematica di quasi cinque anni di lotta, ora in grave difficoltà nell’indispensabile raccolta di fondi per l’innovativo progetto di fabbrica sociale, che l’indifferenza più che l’aperta ostilità della Regione Toscana tende a far naufragare. Salvetti chiude con un’affermazione di continuità nella resistenza del Collettivo operaio nei termini di un progetto più ridotto, adeguato alle disponibilità finanziarie effettive, che non è una resa ma una continuazione nel difficile cammino di un’azione costruttiva di lotta, resistenza e cura. Vanno ricordati gli interventi, al termine di ogni sessione, sotto il titolo di “L’elefante nella stanza“, che sono l’irruzione nel festival di azioni politiche in atto che comprendono una vastissima serie di problematiche politico-sociali: dal Movimento No tav della Val di Susa alla Brigata Basaglia che si occupa di cura in determinati contesti di sofferenza, compreso quello dei lavoratori ex GKN, all’intervento di un migrante africano del Sud Italia, portavoce del Movimento Right to be di Palermo , di Non una di meno, dei Portuali di Livorno contro l’industria bellica e altri ancora. Tutti colgono situazioni esemplari che tengono insieme i tre momenti fondamentali dell’impegno politico – lotta, resistenza e cura – agito come impegno di vita e dell’impegno di vita vissuto come impegno politico. La vita o è politica o è sopravvivenza. La politica o è vita o diventa necessariamente ricerca di potere. Nel tardo pomeriggio di sabato, si è svolta a Campi Bisenzio anche una manifestazione con alcune migliaia di persone, organizzata dal Festival con il chiaro intento di manifestare, appunto, l’unità di forme diverse di azione, tradizionalmente separate, ma invece intrinsecamente complementari e quindi parte integrante di un unico modo di vita che si deve chiama correntemente politica: esistere in una polis lanciata necessariamente verso il futuro, ma già in atto qui ora. Questi rapidi accenni e spunti riflessivi sorti dentro un’esperienza molto significativa mi rimandano con forza, dunque, al mio tentativo di elaborazione dell’esperienza con i profughi della Rotta Balcanica (a Trieste) nel libro Per un comunismo della cura della cui problematica la vicenda del collettivo operaio ex GKN mi sembra un tentativo di sperimentazione. Molto significativo in questa vicenda è il suo sorgere da un concretissimo episodio di conflitto fra una proprietà invisibile, tipica dell’oggi, come un Fondo d’investimenti, e alcune centinaia di operai, licenziati con una mail, che, invece di cadere nell’individualismo dei “fatti miei”, si sono occupati dei fatti collettivi, pagando duri prezzi esistenziali, ma, pur alquanto ridotti di numero, ancora in grado di immaginare ed elaborare una visione e un’azione politiche capace di organizzare anche incontri come i Festival della letteratura working class. Questo collettivo operaio è riuscito a fare della working class una caring class: un’esperienza fondamentale. Anzi, ancora di più: un’esperienza necessaria. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Narrazioni locali e grandi narrazioni collettive proviene da Comune-info.
April 26, 2026
Comune-info
Manifesto per la gentilezza radicale
Il 1° aprile è stato pubblicato un manifesto in cui si afferma che, di fronte all’odio, “la gentilezza radicale è l’atto più pericoloso che possiamo compiere.” Ecco il link per firmarlo: Manifesto per la gentilezza radicale https://resist.es/peticiones/manifiesto-por-la-bondad-radical/ Noi di Resist.es e Spanish Revolution sosteniamo che la gentilezza non sia un’opzione estetica, né una qualità individuale. È una posizione politica consapevole di fronte a un sistema che ha bisogno della paura, della frammentazione e della violenza simbolica per sostenersi. La domanda non è più se l’odio esista. La domanda è chi lo produce, chi lo amplifica e chi ne trae beneficio. Perché l’odio non è spontaneo. È un’infrastruttura. Viene fabbricato nei laboratori mediatici, distribuito tramite algoritmi progettati per massimizzare la reazione emotiva e trasformato in redditività politica ed economica. Ogni bufala, ogni discorso disumanizzante, ogni narrativa basata sullo scontro svolge una funzione: spostare l’attenzione, dividere la società e proteggere le strutture che concentrano il potere. L’odio è un modello di business. E come ogni modello di business, ha bisogno di consumatori e consumatrici. Ha bisogno di clic, ha bisogno di indignazione indirizzata, ha bisogno che qualcuno creda a quella storia e la riproduca. Ha bisogno che tu, che chiunque, partecipi inconsapevolmente alla sua catena di valore. Ecco perché questo manifesto non fa appello alla morale individuale come rifugio, ma alla responsabilità collettiva come rottura. Tu, come persona, non sei irrilevante all’interno di questo sistema. Sei un nodo. Un punto di trasmissione. Uno spazio in cui si decide se l’odio circola o si ferma. Ogni volta che condividi senza verificare, alimenti una struttura. Ogni volta che reagisci sulla base di una rabbia indotta, sostieni una logica. Ogni volta che accetti una semplificazione interessata, legittimi una narrativa. Ma accade anche il contrario. Ogni volta che ti fermi, interrompi il flusso. Ogni volta che ti contrapponi, introduci un attrito. Ogni volta che scegli di non odiare, rompi una catena di redditività. In questo contesto la gentilezza radicale è una pratica di sabotaggio. Non è ingenuità. È consapevolezza di come operano i meccanismi di produzione dell’odio. È comprendere che la polarizzazione non è un incidente, ma uno strumento di governance. È ammettere che la paura è una risorsa politica e che c’è chi la gestisce come un bene. Rifiutare l’odio non significa ritirarsi dal conflitto. Significa riconfigurarlo. È rifiutarsi di accettare schemi che riducono la complessità a trincee. È disobbedire alle narrazioni che trasformano le altre persone in minacce. È smantellare discorsi che hanno bisogno di disumanizzare per funzionare. Non si tratta di essere neutrali. Si tratta di essere precisi. Denunciare l’ingiustizia senza amplificare l’odio. Denunciare l’abuso senza riprodurre la logica del nemico. Indicare le responsabilità senza cadere nella disumanizzazione. Perché il sistema ha bisogno che confondiamo la critica con l’odio e la giustizia con la vendetta. La gentilezza radicale stabilisce qualcos’altro: un’irriducibile etica della dignità. Anche quando è scomoda. Anche quando non genera applausi immediati. Anche quando non è redditizia. Da un punto di vista tecnico, ciò implica un’alfabetizzazione mediatica attiva. Capire come funzionano gli algoritmi di raccomandazione, come si costruiscono le bolle informative, come operano le campagne di disinformazione. Implica riconoscere schemi ricorrenti: l’estrema semplificazione, il costante ricorso alla paura, la creazione di nemici vaghi. Implica anche costruire alternative. Reti di informazione verificate. Spazi di conversazione non catturati dalla logica dello scontro. Comunità che privilegiano la cura rispetto alla reazione.  La gentilezza radicale non è passiva. È strutturale. Si organizza. Si protegge. Si difende. Non basta non odiare. Bisogna impedire che l’odio diventi la norma. Non basta non condividere bufale. Bisogna smantellare le condizioni che le rendono efficaci. Non basta non cadere nella polarizzazione. Bisogna segnalare chi la crea. Questo manifesto è un invito ad assumere quel ruolo. A capire che ogni gesto quotidiano ha una dimensione politica. A riconoscere che anche l’indifferenza è una forma di partecipazione. A scegliere consapevolmente quali dinamiche riprodurre e quali interrompere. Perché in un ecosistema progettato per trasformare l’odio in profitto, decidere di non odiare è una forma di insubordinazione. E in un mondo che ha bisogno che noi abbiamo paura per funzionare, la gentilezza radicale è l’atto più pericoloso che possiamo sostenere. Nota La fede nella “gentilezza radicale” fa parte del bellissimo messaggio di Rebecca, la vedova di Renee Good, uccisa dall’ICE, che Jane Fonda ha letto durante la manifestazione No Kings tenutasi a Minneapolis il 28 marzo. Dal minuto 3:06:35 del video. https://www.nokings.org/livestreams Redacción España
April 10, 2026
Pressenza
Depressione e mondi nuovi
È DIFFUSO DA TEMPO UN MITO, CREATO DA MASCHI DEL NORD DEL MONDO, SECONDO CUI ESISTE UNO STATO DI SALUTE CHE È LA NORMA. È DIFFUSA DA TEMPO OVUNQUE ANCHE L’ESPRESSIONE “IO SONO MALATO” INVECE DI “LA MALATTIA È VENUTA A ME”. IN QUESTO SCENARIO C’È CHI NON RINUNCIA AD APRIRE CREPE. SAPPIAMO METTERE NELLE CONDIZIONI TUTTI E TUTTE PER RENDERE VISIBILI LE PROPRIE VULNERABILITÀ? SAPPIAMO RISPETTARE DAVVERO LE FRAGILI DI OGNUNO, SOPRATTUTTO QUELLE PIÙ COMPLICATE E MENO VISIBILI? E SE UNA DELLE PIÙ GRANDI PROTESTE CONTRO IL CAPITALISMO – HA SCRITTO UNA VOLTA JOHANNA HEDVA IN UN TESTO MERAVIGLIOSO (LA TEORIA DELLA DONNA MALATA) – FOSSE PRENDERSI CURA DELL’ALTRO E DELL’ALTRA OLTRE CHE DI SE STESSI? LA DEPRESSIONE, CON TUTTE LE CONSEGUENZE PROVOCATE DA UNA SOCIETÀ CHE NON METTE AL CENTRO LA CURA, ACCOMPAGNA DA DIVERSI ANNI LA VITA DI MAURO ZANELLA. NELLA SUOI IMPEGNI SOCIALI, NELLA SUA VITA DI INSEGNANTE E NELLA SUA QUOTIDIANITÀ HA PERÒ SCELTO DI SFIDARE LO STIGMA SOCIALE, AD ESEMPIO, ATTRAVERSO IL RACCONTO. LO HA HA FATTO UNA PRIMA VOLTA OLTRE DIECI ANNI FA PROPRIO SULLE PAGINE DI COMUNE. TORNA A FARLO OGGI, PER CAMBIARE LE COSE IN PROFONDITÀ, SCRIVE, PER AIUTARE ALTRI A SENTIRSI MENO SOLI Foto di Sebastian Herrmann da Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Questo testo è assai diverso dalle decine di articoli che ho scritto negli ultimi anni. Questa volta parlo di me, ma dalla mia vicenda personale voglio ugualmente trarre un’esperienza che potremmo definire politica e sociale. Iniziamo col dire che mi sono messo a giocare con la cosiddetta Intelligenza Artificiale per vedere cosa dice di me. Cosiddetta perché si tratta pur sempre di un’invenzione umana che semplifica, rafforza, moltiplica e velocizza le nostre capacità esattamente come la prima, semplice pietra rozzamente scheggiata dagli umani. Insomma associo il mio nome completo ad alcune parole: Ucraina, Rifondazione, Pace e resto sbalordito dalla velocità e dal numero delle informazioni che vengono elaborate. Poi penso di andare a cercare qualcosa di più intimo e personale e digito “Mauro Carlo Zanella depressione” e qui vi riporto ciò che salta fuori: “Mauro Carlo Zanella è un insegnante di scuola primaria e collaboratore della testata Comune-info, noto per aver condiviso pubblicamente la sua esperienza personale con la depressione”. Il suo contributo sul tema si distingue per alcuni punti chiave. “Testimonianza diretta: nel maggio 2014 ha pubblicato un articolo intitolato “Soffro di depressione”, in cui racconta il suo vissuto con la malattia dal punto di vista di un educatore, cercando di rompere il tabù che spesso circonda la salute mentale nel mondo del lavoro. Impegno sociale e civile: oltre alla scrittura, Zanella è attivo in ambito politico e sociale. Recentemente (giugno 2025), ha partecipato a manifestazioni civili a Roma (Porta San Paolo), confermando il suo impegno su temi come la pace e la memoria storica. Contributo giornalistico: collabora regolarmente con portali di informazione indipendente come Pressenza e Transform! Italia, dove affronta temi che spaziano dalla scuola alla critica sociale. Il suo racconto è spesso citato come esempio di auto-narrazione terapeutica e di coraggio nel mostrare la vulnerabilità in contesti professionali.” Ora, a parte il fatto che non sono noto per niente, ma evidentemente in un istante l’Intelligenza Artificiale ha scovato un vecchio articolo scritto appunto come lettera per il manifesto e successivamente pubblicato da Comune-info, che nel bene soprattutto, ma anche nel male, in parte, ha avuto una grande importanza nella mia vita. Dubito che sia “noto” o ricordato a chi pure lo lesse a suo tempo, molte persone in verità, al punto che perfino i giornalisti di radio Rai mi fecero una breve intervista incuriositi da ciò che avevo scritto. Che cosa è cambiato da allora? Il triste riconoscimento della mia fragile condizione: invalidità riconosciuta al 67%, articolo tre comma tre della Legge 104; per intenderci con questi numeri i bambini a scuola hanno il diritto all’insegnante di sostegno… e io tuttora sono un insegnante di scuola primaria. Sindrome delle apnee notturne (devo dormire con una mascherina, il cpap, e ho preferito smettere di guidare per non mettere a rischio l’incolumità mia e soprattutto altrui con un sempre possibile colpo di sonno), una certa obesità che in effetti va e viene, un tremore essenziale ereditario e, ahimè, una certificata sindrome bipolare, la cosa più difficile per chi ne soffre da riconoscere e da accettare e al tempo stesso più invalidante di una “semplice” depressione stagionale o ciclotimica. Cosa che io stesso ho impiegato anni ad accettare e quindi affrontare con responsabile pazienza. “La depressione è finita, sto bene, anzi benissimo, non ho più alcun bisogno di curarmi, sono guarito finalmente e voi volete farmi credere che la mia euforia è da controllare e contenere anche farmacologicamente? E per quale motivo dovrei farlo ora che sono così felice, pieno di energia vitale?” Questo è il ragionamento. Ma è un ragionamento sbagliato, che può essere perfino pericoloso, per se stessi ovviamente: si perde ogni prudenza, si fanno scelte avventate, si pecca di eccessivo e ingenuo ottimismo e ci si mette nei casini, facilitando il precipitare in una nuova e forse perfino peggiore fase di depressione. Dopo anni e tentativi di cura infruttuosa per errori miei, ma anche di psichiatri supponenti a cui mi ero rivolto, ho finalmente trovato al CSM, che non è in questo caso il Consiglio Superiore della Magistratura, ma il Centro di Salute Mentale, la struttura pubblica del mio Municipio di Roma, un ottimo psichiatra che, come ovvio gratuitamente, con competente empatia, settimanalmente mi visita, anzi direi mi incontra. Parliamo, mi ascolta con attenzione e se lo ritiene utile aggiusta il tiro: “Proviamo così e poi mi farà sapere come va”. Basta così, per ora non aggiungo altro: ora tutto finirà in rete e con un banale programma di Intelligenza Artificiale chiunque saprà che sono in cura da uno psichiatra al Centro di Salute Mentale… Per la seconda volta sfido lo stigma sociale, come fecero decenni fa, ad esempio, gay e lesbiche o chi ha subito abusi. Per cambiare le cose qualcuno deve iniziare a esporsi, a raccontare, a sfidare i pregiudizi… La solidarietà compenserà la diffidenza e la condanna, o perlomeno aiuterà altri a sentirsi meno soli e meno depressi. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su Pressenza -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La teoria della donna malata -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Depressione e mondi nuovi proviene da Comune-info.
March 20, 2026
Comune-info
“Semiamo la Pace”, sabato 21 marzo a Ovada
Nella giornata dell’equinozio di primavera, l’associazione locale coinvolge la cittadinanza a compiere un gesto simbolico il cui significato è vividamente espresso nell’immagine che raffigura e nelle parole che descrivono l’azione collettiva il cui scopo, ‘coltivare’ e ‘disseminare’ la cultura della pace, viene concretamente realizzato mediante la pratica dell’attività proposta per l’occasione all’insegna dell’idea che “prendersi cura è un passo verso la pace”. Gli organizzatori spiegano: > Il cammino di Passi di Pace non si ferma e nel mese di marzo l’associazione > torna a proporre un momento di riflessione attiva e partecipazione > comunitaria. > > Intitolata “Semiamo la Pace”, l’iniziativa nasce dalla convinzione che la pace > non sia un concetto astratto, ma il risultato di piccoli gesti quotidiani. > > In una data carica di significato – che segna l’inizio della primavera e la > Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle > mafie – Passi di Pace sceglie di onorare la vita attraverso la cura del > territorio. > > Volontari e cittadini si dedicheranno alla piantumazione dell’aiuola che > circonda la statua di San Francesco, un luogo-simbolo per la comunità ovadese. > > L’attività di riqualificazione urbana è un atto concreto per “prendersi cura” > del bene comune e, simbolicamente, a tutti i partecipanti verranno donati dei > piccoli semi, un invito a portare il messaggio della pace anche nelle proprie > case e nella propria quotidianità. SEMIAMO LA PACE sabato 21 marzo, alle ore 16:30 Ovada – piazza dei Cappuccini INFORMAZIONI E CONTATTI  Redazione Piemonte Orientale
March 19, 2026
Pressenza
25 parole per parlare di obesità in modo inclusivo
L’obesità è una malattia cronica complessa, caratterizzata da un deposito eccessivo di grasso che può compromettere la salute e danneggiare la qualità della vita. È riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e va ben oltre ai numeri segnati dalla bilancia. Dietro l’obesità ci sono fattori genetici, ambientali, sociali e psicologici e non a caso è una condizione che può essere accertata unicamente da un professionista sanitario qualificato. Nel nostro Paese siamo davanti ad una vera e propria emergenza, con i numeri che parlano chiaro: 4 adulti su 10 sono in eccesso ponderale (3 in sovrappeso e 1 obeso); 1 bambino su 3 è in sovrappeso o obeso, con rischi precoci di diabete di tipo 2, ipertensione e patologie cardiovascolari. Nel 2023, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, il 19% dei bambini italiani era in sovrappeso e quasi 1 su 10 obeso. Questi dati evidenziano un problema di salute pubblica che coinvolge oltre 6 milioni di persone, con forti disparità geografiche e sociali. Con l’approvazione definitiva del disegno di legge n. 1483, l’Italia diventa il primo Paese europeo (e uno dei primi al mondo) a riconoscere ufficialmente l’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante. Una svolta epocale che ridefinisce la prevenzione, la cura e i diritti dei pazienti, inserendo l’obesità nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e istituendo un programma nazionale di intervento. La legge prevede: l’inserimento dell’obesità nei LEA, con accesso gratuito alle prestazioni sanitarie attraverso il Servizio Sanitario Nazionale; un programma nazionale per la prevenzione e la cura dell’obesità, finanziato con 700.000 € nel 2025, 800.000 € nel 2026, 1,2 milioni € annui dal 2027, nonché con fondi aggiuntivi pari a 400.000 € annui per la formazione universitaria e l’aggiornamento di medici, pediatri e operatori sanitari e 100.000 € l’anno per campagne di informazione pubblica; l’istituzione dell’Osservatorio nazionale sull’obesità, con compiti di monitoraggio, studio epidemiologico e indirizzo terapeutico; la Giornata nazionale del 16 maggio, dedicata alla lotta contro l’obesità e contro il body shaming, simbolicamente rappresentata dal colore fucsia. La legge punta molto sulla prevenzione, soprattutto in età pediatrica, attraverso le campagne educative nelle scuole, in collaborazione con famiglie e insegnanti, la promozione dell’attività fisica e di corretti stili di vita e la formazione mirata di medici, pediatri e operatori sanitari per migliorare diagnosi precoce e gestione multidisciplinare. L’educazione alla salute e la sensibilizzazione sociale diventano strumenti chiave per ridurre lo stigma e promuovere un approccio empatico verso le persone con obesità. La quotidianità che vive una persona affetta da obesità è complicata e difficile, caratterizzata in molti casi da una sensazione di profonda solitudine, incomprensione, senso di colpa e percezione di perdita di autocontrollo. Questo genera un circolo vizioso che può portare l’individuo a perdere il contatto con l’esterno anche a causa dello stigma, del senso di inadeguatezza e della vergogna. Secondo i dati Ipsos Doxa, sebbene il tema globale dell’auto-colpevolizzazione sia molto presente anche in Italia, le persone affette da obesità sono meno convinte dell’efficacia delle soluzioni basate esclusivamente sullo stile di vita. Solo la metà (52%) è d’accordo sul fatto che “dieta ed esercizio fisico da soli possano risolvere l’obesità per la maggior parte delle persone“, una percentuale notevolmente inferiore alla media globale (63%). Tuttavia, solo un terzo (34%) riconosce che “la genetica e la biologia siano le cause primarie dell’obesità“, indicando incertezza sulla natura dell’obesità come malattia. Allo stesso tempo, più di tre quarti (77%) riconoscono anche che l’obesità è “una condizione medica che richiede una gestione continuativa“. Ciò evidenzia la stessa contraddizione osservata a livello globale: un conflitto tra comprensione razionale e convinzione interiorizzata. Una malattia cronica, ancora gestita come un fallimento personale: più di otto persone su dieci (84%) affette da obesità hanno cercato o preso in considerazione consigli sulla perdita di peso, ma solo tre su dieci (30%) hanno consultato un medico in merito al proprio peso nell’ultimo anno, sebbene gli italiani si siano mostrati molto meno propensi a provare una dieta alla moda rispetto alla media globale (20% contro 33%). Per le persone affette da obesità che non hanno recentemente consultato un medico in merito al proprio peso, l’ostacolo principale era la paura di fallire, con il 32% che cita “il timore di non riuscire a mantenere i cambiamenti raccomandati“. Tuttavia, coloro che hanno consultato un medico per la gestione del proprio peso riferiscono che le raccomandazioni erano generalmente incentrate su cambiamenti dello stile di vita, come mangiare in modo più sano (57%), fare più esercizio fisico (56%) e mangiare porzioni più piccole (34%). Ciò rafforza l’idea che l’obesità sia principalmente una questione di disciplina personale, piuttosto che una malattia che richiede una gestione medica a lungo termine: https://www.ipsos.com/it-it/giornata-mondiale-obesita-2026-due-terzi-persone-obese-italia-colpa-condizione. L’obesità non di rado è accompagnata da stereotipi e evitare di inciampare nelle battute e generalizzazioni non è sempre facile, ma necessario. Per questo, quando si parla di obesità, è importante scegliere con cura quali parole usare, rispettando chi vive questa condizione ogni giorno. Ieri, 4 marzo, in occasione del World Obesity Day, promosso dalla World Obesity Federation, Parole O Stili (https://www.paroleostili.it/) e Lilly (https://www.lilly.com/it/), con il patrocinio dell’Associazione Amici Obesi (https://www.amiciobesi.it/),  hanno redatto un glossario di 25 parole per parlare di obesità in modo inclusivo e dare voce a un linguaggio capace di accogliere, includere e promuovere consapevolezza. Qui il glossario “Non c’è forma più corretta”, 25 parole per parlare di obesità in modo inclusivo: https://cdn.sanity.io/files/m0s2vggy/production/db39c6fad40769f42d76332c07759a97b1d753a3.pdf Giovanni Caprio
March 5, 2026
Pressenza
Disallineare le coscienze rispetto al progetto del neoliberismo di guerra
Un appello alle figure operanti nel campo della cura, dell’educazione e della relazione di aiuto a cura di Paolo Bartolini. L’effetto principale del capitalismo consumistico e del neoliberismo che lo esprime al massimo grado è stato la diffusione di un individualismo agitato, performante e maniacale (indispensabile per coprire la depressione sottostante, dovuta al precariato, al nichilismo del tempo e alla sconfitta delle utopie trasformative). I populismi aggressivi e reazionari, fino ai neofascismi dichiarati, offrono una risposta “vitalistica” a larghe masse di persone che stanno scivolando nell’impotenza e nello sconforto. Il colpo di genio delle destre sovraniste e tecno-reazionarie è quello di rianimare energie perdute e canalizzarle dentro un progetto che invochi l’ordine in senso reattivo e gerarchico, cioè per conservare l’impostazione del tecno-capitalismo, producendo i soliti capri espiatori: migranti, donne e soggettività non conformi, generiche élite ridotte a caricature più o meno complottiste (la cupola dei malvagi pedofili che tira le fila del Deep state). Ecco che la rabbia popolare, fondamentale per non precipitare nella depressione di massa e nell’esaurimento dovuto all’iperstimolazione nervosa continua (pubblicità, nuove tecnologie digitali, spettacolarizzazione dei rapporti umani…), viene allontanata da una prospettiva democratica e socialista. Oggi dobbiamo fare attenzione al fatto che la guerra è diventata lo strumento principe per distogliere le masse da una faticosa presa di consapevolezza. Si crea il Nemico e si lavora per compattare la società contro l’avversario esterno, invece di aiutare i ceti subalterni a riconoscere i veri responsabili dello sfacelo: finanza anglosassone, multinazionali, industrie delle armi, classi politiche ultraliberiste e atlantiste, ecc. È fondamentale, come accaduto in Germania, che i giovani reagiscano contro il sistema guerra, che dalla depressione strisciante ne escano per la forza di un sogno e non per l’esaltazione sessista, razzista e fascista delle destre populiste e fascio-liberiste. La lotta si gioca all’incrocio di queste dinamiche psicopolitiche, con l’urgenza di riguadagnare i giovani a una rivoluzione culturale e politica che superi il caos in direzione di un ordine aperto, fatto di giustizia sociale, pace e giustizia eco-climatica. La società della cura, insomma, contro la civiltà della guerra e del profitto. Solo mettendo in movimento energie che rompano la gabbia della paura, dell’isolamento virtuale e dell’attrazione per la violenza, potremo vincere questa sfida e mandare a casa i governanti di centro-destra e centro-sinistra complici del riarmo, della censura e della svendita dei beni pubblici/comuni. Re-incantare il mondo, rianimare la ragione, dare voce ai cuori: siano queste le azioni simboliche e politiche intorno alle quali riunire le vecchie e nuove generazioni, superando sfiducia e disperazione. A questa premessa segue un appello che rivolgiamo agli amici psicologi, psicoterapeuti, counselor, analisti filosofi, psichiatri, psicoanalisti, educatori, insegnanti, formatori, operatori a vario titolo nel campo della salute mentale, dell’orientamento esistenziale e della crescita psico-spirituale… Facciamo sentire, ovunque possibile, la nostra voce contro l’allineamento percettivo auspicato dal Libro Bianco Europeo della Difesa, contro la manipolazione psichica delle masse mobilitate per affrontare un fantomatico Nemico (e per arricchire le industrie di armi), contro la retorica della guerra, del sacrificio eroico, dell’uomo forte (anche quando, come in Italia e altrove in Europa, è una donna). Tutti/e coloro che si occupano di disagio esistenziale e psicologico diffondano gli anticorpi per una ribellione generalizzata al piano dei governi che vorrebbe integrare Scuola, Industria e Difesa militarizzando completamente la società. Non è possibile tollerare passivamente, in questa fase drammatica della storia europea e mondiale – segnata da insopportabili doppi standard e da una crescente criminalizzazione del dissenso – la storiella ridicola della Russia che ci minaccia, l’urgenza del riarmo, il conformismo e l’obbedienza automatica ai diktat provenienti dall’alto. Tutti coloro che come noi lavorano per mestiere e per vocazione a contatto con domande esistenziali brucianti e con un desiderio di “interezza” e “benessere” che puntualmente viene deluso dall’ideologia neoliberista, si impegnino a sviluppare una comune devianza creativa e solidale rispetto alla retorica del riarmo, dello scontro di civiltà, della “sicurezza” senza giustizia sociale, che ci propinano quotidianamente i governanti per spegnere ogni rivolta democratica e soffocare le nostre esistenze dentro il perimetro dello status quo. Davanti all’esplosione di un malessere epidemico e trasversale, che è irriducibile a questioni strettamente individuali e familiari, coloro che operano nel campo della prevenzione, della cura e della promozione della salute sono chiamati a riconoscere un principio decisivo: astinenza non significa neutralità. Psiche e Mondo sono facce della stessa medaglia. Non siamo qui per fare “funzionare” le persone, ma per accompagnarle verso una possibile autorealizzazione solidale, che non trascuri le sfide enormi del proprio tempo. Primi firmatari (in ordine alfabetico) Lucia Albanesi – counselor in Psicosintesi, formatrice Luciano Ballabio – formatore, coach, analista biografico a orientamento filosofico Paolo Bartolini – analista biografico a orientamento filosofico Daniela Caterino – professore universitario Katia Cazzolaro – consulente in pedagogia e coach evolutivo Laura Ceron – insegnante nella scuola secondaria di secondo grado Simona Cipollone – insegnante di Lettere nella scuola secondaria di primo grado Silvia Congiu – analista biografica a orientamento filosofico in formazione Andrea Ignazio Daddi – insegnante, pedagogista, analista biografico a orientamento filosofico in formazione Anna Lisa Decarli – consulente filosofica, formatrice Alice Di Lauro – Somatic Experiencing, NARM (Neuro Affective Relational Model) e PPN (Prenatale Perinatale e Nascita) Practitioner, analista biografica in formazione Francesca Evandri – counselor, insegnante di sostegno nella scuola secondaria di primo grado Roberto Galeazzi – insegnante di sostegno nella scuola primaria Giustina Giancola – infermiera Salute Mentale Andrea Gratti – counselor, focusing trainer Emanuela Libralon – counselor, mediatore familiare Carola Manfrinetti – insegnante di scuola primaria e di lettere nella scuola secondaria di primo grado, ora in pensione Maria Elisabetta Megna – tecnico di laboratorio, counselor in formazione Raffaele (Lello) Merola – avvocato, preposto a progetti socio-educativi e allo sviluppo di comunità Arcangela Miceli – consulente filosofica, docente in Master di Consulenza Filosofica Silvia Miliozzi – insegnante di lettere nella scuola secondaria di secondo grado Chiara Mirabelli – formatrice Moreno Montanari – analista biografico a orientamento filosofico Matteo Angelo Mollisi – analista biografico a orientamento filosofico in formazione Salvatore Morittu – insegnante di sostegno nella scuola secondaria di secondo grado Alessandra Mosca – psicoterapeuta, docente FIGC Paolo Mottana – filosofo dell’educazione, fondatore della pedagogia immaginale Silvia Mozzi – pedagogista Cristina Polato – educatrice Donatella Pompei – counselor, operatrice di sportello di ascolto per famiglie con casi di disabilità Maria Grazia Puca – insegnante nella scuola secondaria di primo grado Fabiola Righetto – analista biografica a orientamento filosofico Patrizia Rigoldi – collaboratrice in ambito formativo Giorgio Risari – counselor filosofico, pedagogista, psicanalista Daniela Rocco – autrice di strumenti didattici sulla consapevolezza sistemica Annalisa Santi – insegnante di matematica in pensione, divulgatrice nel campo della storia della matematica Claudia Spinnato – fisico e analista biografica a orientamento filosofico in formazione Paola Tanoni – sociologa e counselor Roberta Torreggiani – assistente sociale Gloria Volpato – psicologa, psicoterapeuta Giulia Zaccaro  – analista biografica a orientamento filosofico in formazione Redazione Italia
December 12, 2025
Pressenza
di PRATICHE di CURA, di FLINTA, di GIUSTIZIA TRASFORMATIVA, di COMUNICAZIONE e di NARRAZIONI TOSSICHE, di PATRIARCATO e di SOGGETTIVITÂ TRANSFEMMINISTE
Questo testo è stato elaborato dall’assemblea transterritoriale ecotransfemminista antispecista Corpi e Terra per contribuire alla COSTITUZIONE DEL TAVOLO DI CURA di NON UNA DI MENO Corpi & Terra non è un’assemblea separata ed è attraversata anche da persone che non sono ancora antispeciste, vegane, non binarie, anarchiche relazionali. Visto che ancora in NUDM non inizia […]
August 21, 2025
Corpi e Terra
Scuola Estiva di Filosofia: cura vs. consumo, distruzione, guerra
Con il tema della Cura inauguriamo quest’anno un progetto che ci accompagnerà fino al 2026 e che avrà in Materia il secondo termine di riferimento della nostra riflessione. È la materia viva come limite immanente della realtà il soggetto e insieme l’oggetto della cura. L’idea è quella di ragionare sulla coppia cura/materia nella forma di una interdipendenza reciproca, di un chiasmo: l’una implica l’altra e viceversa. Chiediamoci allora in prima battuta che cosa bisogna intendere con “cura“: l’occuparsi di sé che si esercita attraverso la conoscenza introspettiva oppure, secondo un’accezione più materiale, l’attività teorica e pratica con cui ci alleniamo ai diversi usi della nostra vita? Se la cura è una specie di training preparatorio alle sfide dell’esistenza, sia in senso individuale sia in senso collettivo, allora la cura non è contemplazione, è riproduzione.  Nella filosofia contemporanea il tema della cura è centrale nei lavori di Heidegger, di Foucault e nel pensiero femminista: che rapporto c’è con l’epimeleia degli antichi? E quale significato ha la cura nel XXI secolo di fronte alla questione della giustizia socio-ecologica? Una volta sganciata dalla sfera privata e domestica e anche dall’ambito medico, ci convince il fatto di attribuire alla cura un senso etico-politico in grado di rappresentare il criterio utile a resettarci. La cura oggi come alternativa al consumo e alla distruzione, la cura come parola chiave per rifiutare la guerra e come strumento per attraversare le contraddizioni del mondo presente e per lavorare alla pace. È questa la premessa della XVI edizione della Scuola Estiva di Filosofia “Remo Bodei” di Roccella Jonica (www.filosofiaroccella.it), organizzata dal basso dall’Associazione Scholé e che si svolgerà dal 22 al 29 luglio. Ventinove iniziative tra lezioni, laboratori e incontri che vedranno la partecipazione della cittadinanza interessata e di studentesse e studenti, dottorande e dottorandi provenienti da diverse zone d’Italia e anche dall’estero. Filosofia, studi classici, fisica e storia della scienza saranno i linguaggi attraverso i quali declinare il concetto di cura, grazie ai contributi di tredici relatori/relatrici. Per entrare nel merito di alcune delle questioni che saranno oggetto di discussione, abbiamo invitato Arianna Fermani, dell’Università di Macerata e direttrice della Scuola Estiva insieme a Bruno Centrone (Pisa), Giancarlo Cella dell’Università di Pisa e dell’INFN e Paolo Godani dell’Università di Macerata a un confronto su consumo, distruzione e guerra intesi come termini opposti alla cura e proprio per questa ragione anche come problemi e prove empiriche con cui fare i conti. Il tema sarà affrontato durante l’incontro del 28 luglio, nella serata che anticipa la chiusura della Scuola affidata quest’anno proprio a Godani. “CURIA” E “INCURIA” Ripartiamo dall’antico. Quali sono i termini della filosofia greca che esprimono il senso della cura da cui possiamo prendere spunto per la nostra attualità? E quali invece i termini contrari, che danno il senso dell’incuria? Risponde Arianna Fermani: «Se è vero che, per dirla con Nietzsche, «proprio perché sono partito da lontano – dico dai Greci – ho fatto un balzo più lontano degli altri”», allora, forse, può essere utile mettersi nuovamente all’ascolto delle parole antiche che “dicono” della cura e che dànno anche voce alle numerose forme di incuria che, allora come ora, distruggono la vita degli individui e della collettività. Alla grammatica della cura – di sé e degli altri – espressa da termini quali, ad esempio, epimeleia, melete, therapeia, boetheia, si contrappongono, nel vocabolario greco, svariate espressioni dell’incuria e dell’indifferenza, quali, ad esempio, ameleia, oligoresis, aphylaxia o akedia (da cui il nostro “accidia”)». L’assenza di cura vissuta quindi come difetto, trascuratezza, negligenza? «L’incapacità di prendersi cura di se stessi e del mondo – continua Fermani – implica il cattivo uso del proprio tempo: la trasformazione della scholé, ovvero del tempo libero da dedicare alla cura di sé e alla propria askesis (cioè al lavoro, all’esercizio costante in direzione dell’acquisizione o del mantenimento della propria forma) in rathymia, ovvero in indolenza, rappresenta solo uno dei profili di una aergia (inattività) che può essere solo foriera di malattia, bruttezza e squilibrio». * * * * * LA CURA E IL LIMITE È molto interessante la connessione tra incuria, inattività e disagio psicofisico; nel mondo contemporaneo però è l’iperattività tecnico-scientifica della società di mercato a mostrare disinteresse per la cura generando caos e squilibri al livello planetario: «Abbiamo un’evidenza largamente condivisa che l’essere umano sia diventato una forza capace di modificare profondamente l’equilibrio planetario e questo impone una responsabilità nuova e profonda» – afferma Giancarlo Cella. «La scienza rende possibile definire indicatori globali che identificano i limiti entro i quali l’umanità può operare senza compromettere la stabilità del sistema Terra. Il superamento di questi limiti (climatico, della biodiversità, dei cicli dell’azoto e del fosforo, etc.) indica una crisi della cura». Di fronte alle forme di violenza e distruzione che stiamo vivendo tuttavia la scienza, fin dall’età moderna e poi dalla seconda metà dell’Ottocento in avanti, non è esente da responsabilità: «La scienza è uno strumento potentissimo – dichiara Cella. Può essere usata sia per il progresso e la cura, sia per la distruzione. Penso che lo stesso uso del termine “progresso” sia problematico e necessiti di essere approfondito. Lo sviluppo industriale, basato su scoperte scientifiche, ha contribuito all’inquinamento, al riscaldamento globale e alla perdita di biodiversità. La scienza è stata ed è al servizio di un modello economico estrattivo che non considera le conseguenze ecologiche a lungo termine, per non parlare delle tecnologie militari sofisticate e distruttive rese possibili da fisica, informatica, biologia e chimica». Oltre a mutare la rappresentazione scientifica della natura per concepire la Terra sempre più come un sistema complesso, vivente e interconnesso, occorre trasformare la rappresentazione che abbiamo della scienza stessa. «Credo – continua Cella – che la scienza possa essere anche parte della soluzione che andiamo cercando. Essa fornisce strumenti per la diagnosi del cambiamento climatico, propone tecnologie sostenibili e può guidare transizioni ecologiche se unita a valori etici e visioni politiche inclusive. Il dubbio è se sia possibile passare da una visione della scienza che vede come parole chiave ‘controllo’ e ‘dominio’ a un’altra che le sostituisce con “conoscenza” e “cura”». CURARE LE MALATTIE SOCIALI? Abbiamo bisogno di un nuovo Seicento, che teorizzi e metta in pratica riforme epistemologiche e politiche per una società della cura a venire. «Sono piuttosto pessimista sul fatto che le prossime generazioni possano vedere nascere una qualche “società della cura” – interviene Paolo Godanì– Non credo cioè che le nostre società occidentali, per come si sono degradate negli ultimi decenni e per il modo in cui oggi stanno correndo alla guerra, avranno la capacità di autoriformarsi». Però il problema resta. Con quali mezzi possiamo affrontare la “malattia” della civiltà occidentale? «Ogni “malattia” è un fenomeno collettivo. Chiama in causa le relazioni che intessiamo tra noi umani e con il resto della natura». Perciò non esiste cura che non sia politica? «Immagino – e credo che questo sia anche il compito politico di chi vede come stanno realmente le cose – che si produrranno sempre più spesso delle forme di abbandono del regime sociale dominante e del suo modo di vivere, delle pratiche di diserzione o di esodo che avranno da fondarsi su nuovi modi di stare insieme, su un nuovo modo di intendere e di realizzare concretamente l’amicizia, la solidarietà e la cura, su un nuovo modo di praticare una vita comune» – conclude Godani. La Scuola di quest’anno avrà un enorme vuoto da attraversare, con coraggio e determinazione ce ne faremo carico collettivamente. Fortunato Maria Cacciatore non c’è più, il mare e la filosofia per lui facevano parte di un rito rigenerante al quale non avrebbe mai voluto mancare. Grazie, Fortunato, per il tuo materialismo, per il tuo comunismo, per la tua generosità. L'articolo Scuola Estiva di Filosofia: cura vs. consumo, distruzione, guerra proviene da DINAMOpress.
July 20, 2025
DINAMOpress