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Riparare il mondo e cedere il potere: l’incontro con la Portentosa Cura Intergalattica
C’è un modo molto comune per interrompere la comunicazione tra le generazioni: l’atteggiarsi a custodi della verità da parte dei più maturi. È un atteggiamento spesso saccente, tipico di sempre, ma che oggi acquisisce un peso particolarmente grave. Grazie all’inverno demografico, infatti, la gioventù attuale si trova in una condizione di minoranza assoluta, cosa mai avvenuta per i giovani del passato. Mi riferisco ovviamente all’Occidente (ma a ovest di cosa?), ai Paesi ricchi (ma ricchi per chi?), insomma agli USA, al Canada, al Giappone, all’Europa e – al suo interno – al caso estremo dell’Italia. Non sto a riportare i dati, li vediamo tutti. Calo delle nascite, allungamento della speranza di vita e dinamiche migratorie fanno dell’Italia, insieme al Giappone, un Paese per vecchi. Tutto questo in un contesto di policrisi, ovvero di fratture che si intersecano e si nutrono a vicenda: climatica, politica, migratoria, sociale, energetica, logistica. Mao Zedong avrebbe detto: «Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente». Un po’ la stessa logica del «Tanto peggio, tanto meglio» dei massimalisti nostrani. Anche questo è un giudizio con parametri vecchi, senza senso, che cerca solo di scaricare sui più giovani le nostre responsabilità. Mi vengono in mente le parole di Marco Rossi-Doria ascoltate anni fa a Biella: noi adulti dobbiamo fare due cose essenziali, porci il problema di come riparare il mondo e trovare il modo per cedere il potere alle generazioni successive. Faccio questo preambolo perché sono stato a un incontro organizzato da persone molto più giovani di me a Subiaco, vicino a Roma. Hanno scelto un nome non canonico e provocatorio, specie come acronimo: PCI, Portentosa Cura Intergalattica. Naturalmente usano il femminile sovraesteso: invece di ricorrere al maschile plurale, retaggio della società patriarcale, scelgono il femminile. È una delle pratiche che mi hanno insegnato in questi anni le mie figlie, insieme al rifiuto del binarismo di genere e ad altri elementi propri delle culture alternative contemporanee. Vedo già le smorfie dei lettori più maturi. Bene, vi dico una cosa: se avete questa reazione verso il linguaggio sovraesteso è perché non volete cedere il potere e, soprattutto, non vi interessa riparare il mondo. Al contrario, ho trovato molta attenzione e una profonda disponibilità all’ascolto nelle giornate trascorse con la Portentosa Cura Intergalattica. Cosa possiamo fare noi adulti? Intanto porci in ascolto; dopodiché raccontare, senza sovrabbondare, le nostre esperienze e lasciare che siano loro a scegliere ciò che può servire per costruire un futuro diverso. Così ho fatto, portando l’autocostruzione: una proposta nata dal design radicale degli anni ’70 che arriva fino a noi attraversando i decenni del disimpegno prima e dell’emergenza climatica poi. Giudicate voi come è andata…   Ettore Macchieraldo
August 30, 2026
Pressenza
«L’umanità è ferma». Germinale a Napoli, mostra di arte e pace.
NELL’OPERA DI TERESA CERVO LA FRAGILITÀ DIVENTA POSSIBILITÀ DI TRASFORMAZIONE: UN PERCORSO ATTRAVERSO ARTE, CURA E NONVIOLENZA DI FRONTE ALL’ASSUEFAZIONE ALLA GUERRA E ALLA VIOLENZA. L’opera di Teresa Cervo è equilibrio costante del corpo alla ricerca di se stesso, immersione nella fragilità umana e ricerca di un’identità collettiva, mobile nel suo divenire. La sua ricerca propone la pace attraverso l’amore per la bellezza e il suo vivere lento. Alla passività e all’assuefazione alla violenza contrappone la cura, la relazione e la nonviolenza come possibilità di trasformazione. La leggerezza diventa così una strada di trasformazione dell’uomo: non una fuga dalla realtà, ma una possibilità di attraversare anche i pesi più gravi dell’esistenza. La fragilità può diventare forza, apertura all’altro e occasione di rinascita. Da queste riflessioni nasce la nostra intervista a Teresa Cervo, a partire da Germinale, progetto esposto il 25 marzo nelle stanze dell’Hotel de Bonart e che prosegue nel laboratorio dell’artista nel centro di Napoli. Da queste riflessioni nasce la nostra intervista a Teresa Cervo, a partire da Germinale, progetto esposto il 25 marzo nelle stanze dell’Hotel de Bonart e che prosegue nel laboratorio dell’artista nel centro di Napoli. INTERVISTA A TERESA CERVO Il titolo, Germinale, vive un doppio significato: segna il settimo mese nel calendario della Rivoluzione francese, periodo primaverile di fioritura, e suggerisce un significato nascosto, il germe della malattia quando avvelena corpo e mente. Oggi, in un periodo di guerre lunghe ed estenuanti, questo duplice significato ci pone davanti a un bivio e ci espone davanti alle nostre fragilità per una scelta: fiorire, processo lento di confronto e maturazione, oppure ammalarci, traghettando verso l’inezia e la passività. Germinale, la scultura che ha dato il nome alla mia ultima mostra, è un busto di donna che rappresenta l’umanità e il suo rapporto con l’esperienza della vita e della morte. La mia sensazione è che l’umanità sia ferma, indifferente all’orrore in cui è immersa, anestetizzata dalla quotidiana sovraesposizione ad un flusso continuo di immagini di violenza e di morte che ne riduce la capacità di reazione emotiva e morale. Il bianco quasi totale dell’opera rappresenta il pericolo dell’impotenza appresa, perverso meccanismo per cui l’individuo “sa” di non poter cambiare nulla e smette di reagire. Germinale, tuttavia, conserva ancora il rosso della forza vitale che può rompere questo immobilismo e, mostrandoci le escrescenze che segnano il suo corpo, ci chiede di farle diventare i germogli di una rinascita e non più i segni di un morbo letale. Solo la cura di se stessi e dell’altro, il non essere spettatori del mondo e stranieri ad esso, porterà speranza di vita e di continuità. Penso a “l’umanità è ferma” come un congelamento del legame con l’altro e con il mondo, il cui sentimento vivo, però, non è perduto per sempre ma è lì nei meandri interstiziali della specie: quell’amore caldo che sembra svanito, che nascosto nutre le relazioni umane senza doverle sciupare oppure demolirle. Pare ci sia un’area di non-umanità nell’uomo, luogo inconscio in cui ancora si può sognare ed elaborare i vissuti traumatici (comprese le guerre), uno spazio di prevenzione alla dis-umanizzazione e alla trans-umanità (due livelli differenti ma potenzialmente consequenziali): l’uomo automatico che pericolosamente ha smesso di pensare. Il non-umano come invito a cogliere e accettare la fragilità, il limite e il confine dell’uomo. Un margine che disegna il perimetro tra sé e l’altro e che permette di incontrarsi nella eterogeneità e nella diversità. Potremmo immaginare, allora, il motore del mondo vivo attraverso una comunità attiva e non-violenta e il desiderio dell’uomo come un sogno che incontra la realtà in vita e nella sua pulsione e non in morte e nell’annientamento? Mi torna in mente la speranza come movimento che non è mai di comodo sia nell’essere desiderato in sogno che nel vissuto all’interno della realtà. Diventa un’azione attiva e non-violenta, nel senso che affinché le cose prendano una piega diversa l’impegno dell’uomo è proprio legato alla vita e al suo privilegio di poterla abitare nel bene di tutti. CARTA, FERRO E LEGGEREZZA La carta (nella forma della cartapesta) e il ferro sono i materiali che usi e strumenti di studio e ricerca. Comunicano leggerezza piena e salda pur mantenendo la loro delicatezza. Cosa ne pensi della mobilità e dell’apertura come caratteristiche del femminile-nel-mondo, cioè quella parte della realtà che dà “peso” e che accoglie lo stare-in-relazione con sé e con l’altro? La parola “peso” ha un valore inestimabile per la leggerezza. La carta è legata molto alla leggerezza che a sua volta è collegata alla fragilità. Il gesto con cui si strappa un foglio di carta è semplice e sicuro, ma questo stesso gesto non può essere realizzato con la cartapesta perché è una lavorazione che cambia la natura della carta attraverso la sua stratificazione, strato dopo strato, si struttura e diventa altro. Nell’incontro tra i due materiali che utilizzo, il ferro e la carta, risalta la forza di quest’ultima: in un ambiente ostile il ferro finirà per sgretolarsi e scomparire mentre la carta ha la capacità di resistere. Questa caratteristica mi affascina, portandomi a riflettere sul rapporto tra l’uomo e il suo ambiente. Forse sono proprio le tue sculture di cartapesta e ferro che raccontano questa sfida: la possibilità di un incontro con un ambiente nuovo, diverso e fragile, plurale e molteplice. Le tue opere orientano lungo vie temporali differenti: un passato vivo, un presente incerto e una visione nuova per la società del futuro meno rigida e chiusa, più attiva e non-violenta. Credo che se una stessa scultura comunica, nel tempo, qualcosa di diverso dipende dalla persona che l’opera incontra e ciò che egli trova. Il processo artistico coinvolge il mondo interno dell’individuo, la sua possibilità di cambiamento rispetto al primo sguardo iniziale e a quanto la sua posizione come spettatore si muove dinamicamente. Nel corso degli anni si perde lo stupore della prima volta e la sensazione di incanto della prima fase d’incontro con l’opera. Il secondo sguardo, invece, si rivolge cercando altro ed è quasi un piacere se “quest’altro” è trovato come nuovo ogni volta in ciò che si è già realizzato. Se come artista scopro qualcosa di sconosciuto e non-saputo, attraverso ciò che di diverso ha visto l’altro e che stupisce anche me, ri-guardo il mio stesso lavoro in modo differente e diventa nuova la restituzione che ricevo dall’opera stessa. Si crea una circolarità che ha effetti reali sull’ambiente circostante in modo reciproco e scambievole. Una relazione mutua del dare e dell’avere che richiama, insomma, una dimensione temporale. Il secondo sguardo chiede impegno, lentezza e fatica proprio perché la relazione possa essere ancora vissuta e compresa. In psicologia psicoanalitica, parliamo del secondo tempo di un rapporto umano che cerca un momento differente in cui scoprire l’Altro in se stesso. È l’opera umana che, tesa alla costruzione di nuove intimità, trasforma lo stare insieme in un tempo di conoscenza meno minaccioso. La relazione, perciò, diventa più dinamica e non muore se lo stupore, per quanto meraviglia unica, vive una trasformazione trovando la misura di se stessi con l’altro e viceversa, insomma una conquista del limite. Il “secondo tempo” significa per me, quindi, lentezza e fatica perché alla fine della vita tutto ciò che è veramente importante e potente richiede sforzo. Questa esperienza di impegno e responsabilità non è necessariamente qualcosa di negativo oppure un’espressione punitiva e una espiazione. Purtroppo, inseguiamo un sistema sociale complesso e articolato e ancora molto verticale in cui il culto del potere non prevede il concetto della “cura”, l’unica azione che invece potrebbe garantire un mondo sano ed equilibrato in cui poter vivere. RELAZIONE, GUERRA E CURA Sulla soglia della guerra, quindi, sembra che si perpetui una fusione mortale e indifferenziata per l’uomo. Un individuo che non diventa “soggetto” capace e libero, riconosciuto e visto non conquista un pensiero adulto che dialoga e si confronta e l’unico modo per sopravvivere sarà lo scollamento folle con se stesso e con l’altro: esperienza che può portare all’etero- e all’auto-distruzione della specie. Pare assente un investimento psico-corporeo per l’uomo – l’amore caldo – come passaggio necessario per la parola e per l’esistenza umana. Il senso di un mondo-in-salute, infatti, è pensare che nessuno debba schiacciare l’altro e nemmeno farsi schiacciare dall’altro, nessuno è materia da plasmare o manipolare. C’è la storia di una mia scultura che discute di questo: “S’io mi intuassi, come tu t’inmii”. Due teste umane vicine ma che non si fondono, nessuno dei due prende il sopravvento sull’altro, nessuno dei due significa le parole dell’altro. Nella società attuale sembra, perciò, sempre più difficile digerire le separazioni e le perdite. Manca la capacità di elaborare il lutto e affrontare la solitudine. È debole la trasformazione del vuoto in uno spazio d’assenza in cui poter entrare in contatto con un mondo reale e vivo. Probabilmente, è il tempo della lentezza che ci rapporta con la morte e il suo dolore, un movimento di attesa feconda che permette la nascita di un desiderio, figlio dell’elaborazione del lutto. Han Kang scrive delle morti bianche nelle guerre che hanno barbarizzato la Corea. Parla delle persone scomparse il cui lutto appare sospeso in eterno. Cosa ne pensi…? Mi viene in mente una mia scultura il cui titolo è “Ho tre alberi sulla schiena sottili come frecce” un lavoro sull’elaborazione del lutto: tre grandi assenze, tre grandi dolori che mi hanno attraversata come frecce appuntite ma il tempo che ho impiegato a dare corpo all’opera ha fatto sì che lo strazio diventasse il fertile terreno di una rinascita. Un duro lavoro che è stato cura del mio mondo interiore. L’incontro si conclude sulla necessità di restituire a ciascuno una lingua madre. Lingua delle origini che cura, accoglie e dona e che consegna in eredità, a tutti coloro che non ce l’hanno, la capacità di vivere il mondo potendo decifrare la realtà che lo investe. Antonella Musella
August 25, 2026
Pressenza
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa sulle morti sospette di persone bisognose di cura e ascolto
PUBBLICHIAMO UN IMPORTANTE ARTICOLO DEL COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO ANTONIN ARTAUD DI PISA RELATIVAMENTE ALLE CIRCOSTANZE CHE HANNO CAUSATO LA MORTE DI FAKIR, TITOLARE DI UNA DITTA DI TRASPORTI E FACCHINAGGIO, A BOLOGNA NEL LUGLIO SCORSO. NE CONDIVIDIAMO L’IMPIANTO E L’ANALISI CHE PORTA INEVITABILMENTE IL DISCORSO SULLA PROGRESSIVA MILITARIZZAZIONE DI OGNI ARTICOLAZIONE DELLA SOCIETÀ ITALIANA IN UN’OTTICA REPRESSIVA SEMPRE PIÙ PRONUNCIATA. LA LETTURA DI OGNI FENOMENO SOCIALE, COMPRESE QUELLE SITUAZIONI IN CUI SI ESPRIMONO PARTICOLARI SOFFERENZE E BISOGNI, IN CHIAVE ESCLUSIVAMENTE SECURITARIA DIMOSTRA LA COMPLETA INCAPACITÀ E LA PATENTE INADEGUATEZZA DI APPARATI ISTITUZIONALI EVIDENTEMENTE CONVINTI CHE L’UNICA RISPOSTA POSSIBILE SIANO MANETTE E MANGANELLI. COME IL COLLETTIVO, SIAMO ANCHE NOI CONVINT3 CHE «UN VERO CAMBIAMENTO NON PUÒ PASSARE CHE DALLA CONSAPEVOLEZZA DIFFUSA DELLA NECESSITÀ DI UN RITORNO ALLA DISPONIBILITÀ ALLA CURA, QUELLA VERA, FATTA DI ASCOLTO, CAPACITÀ DI RELAZIONE, VICINANZA». NO, DECISAMENTE QUESTA NON PUÒ ESSERE LA NUOVA NORMALITÀ. COMUNICATO STAMPA È passato un mese da quando il 19 luglio scorso a Bologna è stato ucciso Abderrahim Fakir, 42 anni, schiacciato a terra e soffocato dalla polizia durante un fermo. Fakir viveva in Italia da quando aveva sette anni ed era titolare di una ditta di trasporti e facchinaggio. Negli ultimi mesi alla sua avvocata aveva manifestato timori legati all’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione. Aveva paura di essere espulso dall’Italia nonostante avesse i documenti in regola. La sua terribile storia è sparita dai giornali. Non se ne parla già più. Sembra che non rimanga altro da fare che aspettare i risultati dell’autopsia. Anche se non ne abbiamo bisogno per sapere come è morto. Da quando il 3 marzo 2014 Riccardo Magherini è morto schiacciato a terra a Firenze, contenuto e soffocato dai carabinieri, non abbiamo fatto un passo avanti. Siamo rimasti sempre e ancora lì. Riccardo chiedeva aiuto. Come Fakir. Sembra ormai una pratica ordinaria, normale, accettabile quella di rispondere all’inquietudine, allo smarrimento, all’evidente sofferenza, all’intimo turbamento in maniera repressiva e violenta, anche con lo schiacciamento a terra, il ginocchio sulla schiena, le manette, la contenzione, il soffocamento. Le cronache sono piene di storie simili a quella di Fakir o di Riccardo Magherini. Chi vuole, (noi come Collettivo ci siamo cimentati in questa impresa) si prenda la briga di cercarle, studiarle, divulgarle… Tantissime sono le persone decedute in seguito all’esecuzione di un fermo di polizia con annesso Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), all’azione congiunta di divise e camici bianchi, di gazzelle della polizia e ambulanze del 118 o della Croce Rossa. Riccardo e Fakir sono morti come tanti altri. Luigi Marinelli, schiacciato da un ginocchio sulla schiena durante l’intervento della polizia nella sua abitazione a Roma il 5 settembre 2011. Giacomo Zotti, morto a Urago d’Oglio in provincia di Brescia durante un TSO, a causa di due iniezioni di sedativo mentre era bloccato dai carabinieri il 26 ottobre 2011. Vincenzo Sapia, soffocato a terra da un carabiniere a Mirto Crosio in provincia di Cosenza il 24 maggio 2014. Andrea Soldi, immobilizzato con una presa al collo, ammanettato e soffocato durante un TSO (non voleva recarsi al CSM a farsi somministrare la dose di psicofarmaci) da tre vigili urbani e uno psichiatra il 5 agosto 2015 a Torino. Arafet Arfaoui, morto a Empoli il 17 gennaio 2019 dopo un’iniezione di sedativo mentre era ammanettato e schiacciato a terra dai carabinieri, con i piedi legati da un cordino di plastica. Igor Squeo, morto a 33 anni in circostanze ancora non chiarite la notte tra l’11 e il 12 giugno 2022 a Milano in seguito a un intervento di polizia e sanitari nel suo appartamento, ammanettato, schiacciato a terra in posizione prona e potentemente sedato. M.M, soffocata a 39 anni all’interno di una chiesa di Vigevano dopo essere stata ammanettata, contenuta e bloccata a pancia in giù da due vigili urbani il 3 novembre 2023. E chissà quante altri. Tante, troppi hanno perso la vita nel corso di un intervento delle forze dell’ordine durante l’esecuzione di un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Il TSO a tutt’oggi continua a essere l’unica pratica considerata “medica” che impone una “cura” indesiderata e involontaria attraverso l’intervento della forza pubblica. A migliaia ne vengono praticati ogni anno in Italia, decine ogni giorno. E troppo spesso finiscono così, con la morte “accidentale” di chi li subisce. Come società e come individui facciamo fatica a empatizzare con chi esprime una sofferenza latente, evitiamo di considerare il dolore interiore e nascosto. Siamo capaci di percepire solamente la minaccia. L’unica risposta a chi si trova in un momento di difficoltà, chiede aiuto ed esige cura, ascolto, vicinanza e accoglienza sono le forze dell’ordine e dosi massicce di neurolettici e sedativi. L’incontro ravvicinato con una persona in forte crisi ha come conseguenza quasi meccanica l’appello a chi ha il monopolio della forza. Farsi carico, prendersi personalmente cura di una persona che esprime difficoltà sembra appartenere a spazi, tempi e dimensioni lontane. Nel nostro tempo, nel nostro spazio, nella nostra dimensione ciò non è più possibile. Si salta a piè pari qualsiasi rapporto umano. Chi urla per strada è potenzialmente pericoloso per sé e per gli altri, e al cittadino che non vuole guai non rimane che una soluzione, chiamare le forze dell’ordine o l’ambulanza per il ricovero coatto in psichiatria. Spesso quando le divise operano insieme ai camici bianchi, le parole si trasformano in armi, le relazioni sono surrogate da bombardamenti di psicofarmaci, contenzione e segregazione in reparti psichiatrici. Fakir è morto perché bravi cittadine alla finestra desiderosi di tranquillità, cellulare alla mano in modalità ripresa video, lo hanno consegnato a uomini in divisa. I quali, ben lungi dal preservare l’incolumità delle persone, hanno messo in atto il loro compito primario: controllare, contenere e reprimere. Le persone sofferenti sono spesso circondate da uno stigma: una modalità collettiva, costruita nei secoli, di osservare la realtà che ci circonda e di rapportarsi alle persone, che trasforma la vulnerabilità in vergogna o pericolo. Dei matti si ride o se ne sta alla larga. Lo stigma psichiatrico va anche oltre: previene e annulla qualsiasi responsabilità personale anche se si mettono in atto trattamenti violenti e contenitivi prolungati. Alle persone considerate matte, pazze, deliranti difficilmente si crede, anche quando denunciano un danno o un abuso. Così agisce lo stigma. Ci si sente più liberi di agire impuniti. Chi è in crisi non è credibile e non è attendibile come testimone. Fakir è stato colpito anche da questo stigma. Dopo la sua morte è stata orchestrata dai media e dal dibattito politico di infimo livello a cui siamo abituati una campagna stampa tesa a screditarlo come persona. Si è detto che forse aveva delle patologie pregresse, che assumeva stupefacenti. È stata perquisita la sua abitazione ed è comparsa la sua cartella clinica di un ricovero risalente a un mese prima della morte, quando era andato al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna per un taglio al polso, durante il quale aveva chiesto un aiuto psicologico. Il fine era chiaro: dimostrare che lui stesso fosse la causa del suo omicidio. La famiglia di Fakir chiede verità e giustizia. La procura di Bologna ha già mostrato da che parte sta lo Stato: il fascicolo sui due poliziotti e i quattro operatori del 118 intervenuti al Pilastro non è stato aperto nel registro ordinario degli indagati, ma nel cosiddetto modello 45 bis, il registro “scudo” introdotto dall’articolo 12 del decreto sicurezza, riservato ai casi in cui si presume sin da subito una causa di giustificazione per chi porta una divisa, in adempimento del dovere. Chi vi finisce iscritto non è formalmente indagato e gli accertamenti procedono su un binario separato e più rapido rispetto a quello ordinario. Per la morte di una persona disarmata, bloccata a terra e ammanettata, il punto di partenza dell’inchiesta è la presunzione che agenti di polizia e i volontari della Croce Rossa abbiano agito legittimamente. Si tratta della prima applicazione in assoluto di questa norma in Italia. Siamo con le famiglie di chi subisce abusi di questo tipo, spesso destinate a un doppio lutto, a una doppia perdita: strappate per sempre alla presenza dei propri cari, private della consolazione di una verità processuale plausibile e accettabile. Pochissimi sono i processi che giungono a una conclusione effettiva. Il che aggiunge un ulteriore inquietante elemento alla violenza che famiglie, parenti, amici della persona deceduta a causa dell’abuso sono costretti a sopportare: la privazione anche di una spiegazione, di una successione plausibile dei fatti e delle cause che hanno portato alla morte delle persone a loro più care. Quello che è successo a Fakir e a tutti gli altri è il risultato della perdita di qualsiasi contatto umano. È la conseguenza della delega di azioni, pensieri e rapporti solidali a istituzioni prive per statuto di capacità relazionale, di reale interesse verso le sensazioni altrui e nei confronti di stati d’animo non rispondenti a uno standard conforme. Un vero cambiamento non può passare che dalla consapevolezza diffusa della necessità di un ritorno alla disponibilità alla cura, quella vera, fatta di ascolto, capacità di relazione, vicinanza. Tutte caratteristiche che, inesorabilmente, stiamo, forse per sempre, perdendo in questi anni infami. Ci rifiutiamo di pensare che questa deriva rappresenti la nostra nuova normalità. Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud via San Lorenzo 38, 56100 Pisa antipsichiatriapisa@inventati.org www.artaudpisa.noblogs.org 3357002669  -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Dieci assiomi della cura
1 La cura non può mai prescindere da una richiesta. È questa a connettere anamnesi, diagnosi, interventi e lavoro sul senso. 2 Ogni cura, sociale, familiare, fisica e psicologica che sia, è speculare al tempo e allo spazio in cui è inserita. 3 Ogni cura è un atto politico. Attraverso di […] L'articolo Dieci assiomi della cura su Contropiano.
August 9, 2026
Contropiano
Wish Parade 2026. Per non arrendersi alla distopia
Il 27 giugno 2026, durante un’ondata di caldo estremo diventato ormai quotidiano, migliaia di persone hanno attraversato il centro di Firenze. Occupando le strade da cui siamo espuls3 e riappropriandoci di quei luoghi cannibalizzati da lusso e decoro, insieme … Leggi tutto L'articolo Wish Parade 2026. Per non arrendersi alla distopia sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
La malattia mentale – di Marco Ciambellini
La malattia mentale costituisce il nucleo critico dei saperi psy, ed è al centro di dispute riguardanti i criteri di demarcazione della psicopatologia. La malattia mentale pone problemi sulla relazione tra cultura e biologia, tra cervello e fenomenologia, tra coscienza e sociale, tra esistenziale e linguaggi possibili. Finora, nonostante la grande quantità di letteratura [...]
July 11, 2026
Effimera
Il nuovo Piano per gli anziani non autosufficienti che non va e l’affermarsi della “Generazione Sandwich”
“Il nuovo Piano Nazionale per l’assistenza agli anziani non autosufficienti introduce criteri più equi per distribuire le risorse tra le Regioni, ma lascia invariati i principali nodi del settore: un’assistenza ancora frammentata, pochi servizi territoriali a sostegno delle famiglie e risorse insufficienti per rispondere ai bisogni degli anziani non autosufficienti.” È questo il giudizio espresso dal Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza (https://www.pattononautosufficienza.it/)  sull’analisi del Piano Nazionale per la Non Autosufficienza 2025-2027 (https://www.programmagoverno.gov.it/it/notizie/3-miliardi-per-il-piano-nazionale-per-la-non-autosufficienza/), primo documento di programmazione successivo all’approvazione della Riforma della Non Autosufficienza. Il Patto evidenzia come il Piano, pur collocandosi nel percorso della Riforma, finisca per consolidare l’esistente senza introdurre cambiamenti strutturali e senza dare piena attuazione agli obiettivi di trasformazione del sistema di assistenza. Per le famiglie la riforma resta sulla carta, mentre le risorse non sono aumentate e quelle che ci sono non bastano. Il tema dell’assistenza agli anziani non autosufficienti sarà al centro di una conferenza stampa on line che si svolgerà il 16 luglio alle ore 11.30. Con l’occasione il Patto illustrerà le sue proposte per la Legge di Bilancio 2027: https://www.pattononautosufficienza.it/documenti_e_news/il-nuovo-piano-per-lassistenza-agli-anziani-consolida-il-sistema-piu-che-riformarlo/. Insomma, il nostro Paese continua a scaricare gran parte del welfare sulle spalle delle famiglie. In Italia sta emergendo una nuova fascia sociale che ogni giorno tiene in equilibrio il welfare del Paese. Sono uomini e donne nel pieno della vita lavorativa che assistono contemporaneamente figli minori, genitori anziani o altri familiari fragili, sostituendosi in parte ai servizi pubblici e sostenendo sulle proprie spalle il peso crescente della cura. È la cosiddetta “Generazione Sandwich”, protagonista della ricerca “Lavoro di cura domestico – Generazione Sandwich”, di Nuova Collaborazione (Associazione nazionale datori di lavoro domestico) realizzata da Ipsos Doxa su un campione di 5.655 italiani tra i 25 e i 75 anni. Lo studio evidenzia un’Italia profondamente cambiata rispetto al passato. L’invecchiamento della popolazione, il progressivo aumento della non autosufficienza, la riduzione delle reti familiari tradizionali e la crescente difficoltà di accesso ai servizi di assistenza stanno trasformando radicalmente il modo in cui le famiglie vivono la cura. Quello che emerge dall’indagine non è soltanto un problema assistenziale, ma una trasformazione strutturale del modello sociale italiano. La cura entra ormai direttamente nelle dinamiche economiche delle famiglie, nella gestione del lavoro e nella qualità della vita, incidendo anche sulla salute mentale e persino sulle scelte di diventare genitori. Secondo l’indagine, il 15% degli italiani appartiene alla Generazione Sandwich, uomini e donne che si trovano contemporaneamente a prendersi cura dei figli minori e di genitori anziani o familiari non autosufficienti. Sono donne e uomini che hanno un’età tra i 35 e i 54 anni e sono nel pieno della vita professionale, produttiva ed economicamente più impegnativa. Una fascia sociale composta in larga parte da persone pienamente inserite nel tessuto produttivo del Paese: il 61% lavora a tempo pieno, il 67% vive in nuclei in cui entrambi i partner sono occupati e quasi un terzo possiede una laurea. La Generazione Sandwich rappresenta quindi una componente centrale della popolazione attiva italiana, ma allo stesso tempo una delle più esposte al rischio di sovraccarico organizzativo, economico ed emotivo. Siamo di fronte ad una sorta di welfare familiare sostitutivo, ove famiglie e caregiver compensano quotidianamente le carenze dei servizi territoriali e assistenziali attraverso un enorme lavoro invisibile di organizzazione, presenza e gestione. Per il 77% degli italiani, si sottolinea infatti nella ricerca, il principale soggetto che oggi si occupa concretamente della cura di figli e familiari non autosufficienti è proprio la famiglia. Una situazione però che spesso determina una situazione di conflitto tra lavoro e cura: tra chi presta assistenza, nell’ultimo trimestre, gli impegni di cura hanno interferito con il lavoro nel 51% dei casi, quota che sale al 65% nella Generazione Sandwich. Accanto al costo economico emerge poi con forza anche il costo psicologico della cura. Il 92% degli italiani ritiene che la gestione della cura generi stress mentale per le famiglie. Nell’ultimo trimestre, il 67% degli appartenenti alla Generazione Sandwich dichiara di essersi sentito sopraffatto dagli impegni di cura e il 72% lamenta una forte riduzione del tempo personale. La ricerca evidenzia inoltre un peggioramento del benessere mentale rispetto alla media nazionale: il livello medio di benessere percepito si attesta infatti a 6,8, contro il 7,1 rilevato tra gli italiani intervistati (https://www.nuovacollaborazione.com/). Qui la Guida del Patto per conoscere la Riforma: https://www.pattononautosufficienza.it/wp-content/uploads/2024/10/VOLUME_PATTO_online_definitivo.pdf Giovanni Caprio
July 3, 2026
Pressenza
Faro di Roma: Disarmare la cultura della guerra: dalla militarizzazione della società alla civiltà della cura
DI LAURA TUSSI SU FARO DI ROMA DEL 29 GIUGNO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Laura Tussi, pubblicato su Faro di Roma il 29 giugno 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «La costruzione della pace non passa soltanto attraverso il rifiuto delle guerre e del riarmo, ma richiede una profonda trasformazione culturale capace di contrastare la progressiva militarizzazione della società, della ricerca, della scuola e dell’università. È una riflessione che trova eco anche nelle iniziative dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuola e delle università e nelle analisi del prof. Michele Lucivero, che denunciano la crescente permeabilità delle istituzioni educative alle logiche militari e invitano a promuovere una cultura della pace, della cooperazione e della responsabilità civile…continua a leggere su www.ilfaropdiroma.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Palestina Anima Mundi, un emozionante incontro tra Francesca Albanese e oltre 150 presidi in tutta Italia
C’era anche il Comitato Varesino per la Palestina, tra le oltre 150 piazze, presidi e comitati che hanno partecipato all’evento di venerdì 19 giugno Palestina Anima Mundi. Promotore dell’iniziativa nazionale è stato il Presidio di Cagliari, che dall’Accademia d’Arte Vega ha organizzato un collegamento con tutte le piazza d’Italia che hanno aderito e ha agevolato la diretta sul canale YouTube di PresidioPalestinaCA. Il giornalista Matteo Meloni ha intervistato Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati in occasione della presentazione del suo ultimo libro “La luce del risveglio”. Dalle 20:00 alle 21:00 sono intervenuti diversi attivisti e personalità pubbliche per presentare la serata e portare dati, punti di vista e riflessioni sull’importanza di questo incontro. Molto emozionante la lettura di tutti i punti collegati, una vera mappa dell’Italia che si organizza e resiste. Emerge l’esigenza di non assuefarsi alle pessime notizie e trasformare l’indignazione in militanza attiva, fatta di valori, convivenza e azioni concrete. In questa occasione si è fatto riferimento anche al progetto Cagliari – Città della Pace e del Dialogo nel Mediterraneo, nato e promosso per costruire comunità e ponti di dialogo. L’intervista a Francesca Albanese ha riguardato nella prima parte la presentazione del suo libro e in un secondo momento si è dato spazio alle domande inviate dai vari comitati e presidi. Innanzitutto, la Albanese ha chiarito l’importanza del linguaggio in merito alla decolonizzazione, che non deve essere solo un vezzo linguistico, ma una presa di coscienza forte. Quando si parla dei territori palestinesi, bisognerebbe iniziare a chiamare quella terra Asia occidentale e non Medio Oriente, retaggio storico di un linguaggio nato da paesi colonizzatori, augurandosi che certi modi di pensare, come lo sguardo che si sofferma sul colore della pelle delle persone, spariscano con la nostra generazione. Matteo Meloni ha messo l’accento sulle tantissime fonti e la bibliografia riportate nel libro, citando figure importanti come Edward Wadie Said, scrittore statunitense di origine palestinese e Frantz Fanon, psichiatra francese, nato nei Caraibi, che ha analizzato le questioni raziali, da uomo nero in una terra di bianchi, dove il suo valore come persona veniva nascosto dal razzismo per il colore della sua pelle. Altro autore citato Gabor Maté,  scrittore di origini ungheresi che ha affrontato i temi dello sviluppo e dei traumi infantili e della violenza sulle persone. L’autrice ha confermato l’importanza delle fonti nella realizzazione del suo testo. Dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, con la nascita delle Nazioni Unite, sembra che l’Occidente abbia voluto illudersi, credendo alla favola del mondo migliore dove eravamo diventati tutti più buoni, ma bisogna iniziare a fare in conti con questa falsa visione di noi stessi. Siamo in un momento storico in cui è bene prendere coscienza e cercare una visione realmente umanista del mondo, mettendo le persone al centro, garantendo uguali diritti per tutti; a questo proposito ha ricordato i numeri relativi alla distribuzione disomogenea e ingiusta della ricchezza mondiale attuale. Dovremmo tutti far parte della “Famiglia Umana”. Nel libro si cita la saga cinematografica di “Avatar” del regista James Cameron, che racconta lo scontro tra l’avidità umana e l’armonia della natura sul pianeta Pandora. Per la Albanese, soprattutto il terzo film è un inno alla resistenza attraverso l’unione delle forze dei protagonisti, così come ci può insegnare la resistenza dei palestinesi. Si è fatto riferimento al pensiero razzista nei confronti del popolo palestinese; chi, tra gli israeliani, vuole combatterlo subisce punizioni e persecuzioni. La Albanese invita alla protesta e alla resistenza e si augura un cambiamento politico che può avvenire solo grazie all’impegno di molti; non importa da che parte politica stiano, ma è necessario siano integri e incorruttibili e spera che il suo libro possa spingere le persone a impegnarsi per questo. Grazie a quello che abbiamo visto durante questi ultimi anni in Palestina, i giovani sono turbati e sdegnati e questi sentimenti possono essere un motore per evitare l’indifferenza che rende possibile un genocidio. Meloni chiede cosa ne pensa di quanto avviene nel mondo dell’informazione, delle censure e delle manipolazioni sui social da parte dei governi, in primis quello di Israele. La Albanese ha annunciato che sta preparando un rapporto proprio su questo tema che avrà come titolo “Il Mediacidio”, dove viene sottolineato che anche nei media occidentali, persino quelli considerati liberali, le informazioni vengono costantemente manipolate attraverso linee guida da adottare nel modo di comunicare, l’omissione di fatti storici, l’invenzione di fatti appositamente estremizzati, la censura e il licenziamento di giornalisti. Le è stato chiesto, da giurista, cosa pensa della Corte Internazionale di Giustizia e del Diritto Internazionale oggi. Il pensiero della relatrice è che bisognerebbe cambiare prospettiva. Dobbiamo essere consapevoli che anche in Italia ci sono ancora tante ingiustizie; ha citato i fatti del G8 della Scuola Diaz di Genova o il caso Cucchi e fatto riferimento alle tante situazioni irrisolte e ingiuste che ancora oggi, nel 2026, continuano a verificarsi nel nostro Paese. L’Italia è ricca di risorse e talenti e con l’informazione giusta e l’impegno di molti, abbiamo speranza di migliorare nel futuro per contrastare questo necro-capitalismo intento a perseguire profitti a danno dei diritti di tutti. L’appello di Albanese è quello di partecipare allo spazio pubblico con amore e cura, perché il cambiamento si vede nei gesti quotidiani, ci vuole perseveranza, sono processi lunghi che richiedono impegno e costanza: raccontare la Palestina a chi ancora non riesce a vederla, abbracciare anche la comunità ebraica che è contro al genocidio e che fatica a dissentire dal suo governo. È buona pratica la lettura e la diffusione della nostra Costituzione, che purtroppo è rimasta inattuata per decenni, ma che è frutto delle migliori intelligenze, la base del diritto italiano e che vieta il fascismo, cosa che molti hanno dimenticato negli ultimi anni. Cita Enzo Avitabile con “Tutt’ egual song’ ‘e criature” e parla di sua madre e di come nel capitolo “Nutrire” del suo libro “La luce del risveglio” ha voluto renderle omaggio con il ricordo di quando cucinava per lei e per la sua famiglia, in qualsiasi parte del mondo Francesca si trovasse, come nella classica tradizione meridionale d’Italia. Questo la porta a pensare come il Mediterraneo unisca i popoli del sud dell’Europa con quelli del Nordafrica e dell’Asia occidentale, tutti affacciati sullo stesso mare e legati tra loro. Da qui l’importanza di costruire reti trans-mediterranee. Nella seconda parte dell’intervista, si è lasciato spazio alle domande dei presidi e dei collettivi che Meloni ha riportato: Negli ultimi mesi vi è stata una mobilitazione diffusa della società civile; come trasformare questo movimento dal basso in qualcosa che possa essere portato all’attenzioni delle istituzioni? Per prima cosa ringrazio il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele) per tutto quello che fa. È importante sostenere il contenzioso contro Leonardo Spa (partecipata dello Stato) denunciata per la vendita di armi a Israele. Occorre richiedere allo Stato che venga istituita per i lavoratori l’obiezione di coscienza contro l’economia di guerra che permetta di esimersi, sul proprio posto di lavoro, dal collaborare a un lavoro che ha come fine la guerra, la creazione di armi, la logistica di supporto alla guerra. Voglio citare i tanti portuali italiani ed elogiare il loro lavoro e le loro proteste per impedire il traffico di armi dirette a Israele e ad altri Paesi dove si violano i diritti umani. Invito a portare idee per essere attuatori della Costituzione, che porti a un multilateralismo decolonizzato e cita Sandro Pertini che si batteva per la libertà e la giustizia sociale. Chi è al governo risponde alle logiche delle lobby, la mobilitazione dal basso può fare emergere le richieste e gli interessi dei popoli. Tutte le minoranze, le persone che si battono per i diritti dei lgbtqia+, per i diritti degli animali, per il cambiamento climatico dovrebbero creare un movimento attivo. Unire le forze per respingere e curare con la cultura e l’istruzione, il razzismo dilagante e ostentato del nostro Paese. Quali sono le conseguenze delle sanzioni USA per lei e la sua famiglia? Non voglio fare la vittima, ma il peso delle sanzioni è durissimo per me e la mia famiglia.  Vivo sotto scorta, solo per aver denunciato quello che ho potuto documentare. Ma nonostante questa gestione mafiosa della politica che ha voluto punirmi, io non mi fermo. Non ho paura, perché chiedo solo giustizia contro l’apartheid palestinese e il genocidio e so di essere nel giusto. Invito a restare umani e solidali, ad appoggiarsi alla società civile, quando i governi sono contro. La politica dovrebbe essere fatta da persone integre e incorruttibili e la sfida è quella di essere “cellule di cambiamento” come il sistema immunitario umano. Cosa pensa del sionismo contemporaneo? Il sionismo che nasce come pensiero con l’obiettivo della nascita dello Stato ebraico si è trasformato nel tempo in un’ideologia contro gli arabi a livello mondiale, tanto è vero che oggi esistono il sionismo cristiano, di alcuni mussulmani, indiano e degli evangelisti americani, che hanno come obiettivo ultimo la realizzazione di Israele come una potenza regionale nell’area dell’Asia occidentale. Le organizzazioni ebraiche Pro Palestina possono migliorare la situazione in Israele? Si tratta di realtà molto piccole e coraggiose, che al momento non possono ottenere grandi risultati, ma vanno sostenute, protette e ascoltate. Cosa può dirci della situazione delle carceri israeliane e dei 400 minori attualmente rinchiusi? Ho denunciato la gravissima situazione delle carceri israeliane, in cui dal 7 ottobre in poi dove sono detenuti 20.000 civili palestinesi, tra cui 400 bambini. All’interno delle carceri si consumano abusi di ogni tipo, torture, stupri, percosse quotidiane. L’Accordo di Associazione UE-Israele, in vigore dal 2000, subordina le relazioni e gli scambi commerciali al rispetto dei diritti umani e dei principi democratici. Cosa altro deve succedere perché Israele venga fermato? Cosa stanno aspettando l’Europa e l’Italia per fermare le relazioni commerciali con Israele? Restando indifferenti a quello che succede nelle carceri israeliane siamo tutti complici. Chi si può immaginare come soggetto terzo che possa guidare la fase di ricostruzione dopo la guerra tra Israele e Palestina? Mi fa paura pensare che a gestire il post-guerra sia un soggetto mosso solo dal potere economico. Dovrebbe essere il diritto a guidare la ricostruzione. I palestinesi si rimetteranno in piedi da soli, ma devono essere certi che Israele se ne vada dai territori occupati e che vengano riconosciuti i danni e i torti subiti come popolo in tutti questi anni. Anche alcuni membri delle Autorità palestinesi sono parte dell’occupazione se non agiscono in nome e a difesa del popolo palestinese. Cosa pensa che accadrà in Palestina nel futuro prossimo? Per prima cosa occorre portare cibo, assistenza e cura alla popolazione che è allo stremo. Abbattere i muri, instaurare una forza di pace per la ricostruzione e creare un mausoleo nella terra di Gaza che testimoni il genocidio. Dare giustizia al popolo palestinese. Anche dopo il nazismo fu difficile pubblicare “Se questo è un uomo” di Primo Levi, per la rimozione che creava nelle persone quella tragedia storica. Oggi dobbiamo testimoniare, parlarne, informare. Ci vuole un forte impegno da parte di tutti. L’intervista si è conclusa con un sentito ringraziamento a tutti i presidi presenti e l’invito di Francesca Albanese a partecipare alle presentazioni del suo libro che a breve si terranno in tutta Italia. Video https://www.youtube.com/watch?v=gzV5wcuU-64 Monica Perri
June 20, 2026
Pressenza
Buona festa della mamma a tutte le madri invisibili – di Nadir Dendoune
Qualche giorno fa, in occasione della "festa della mamma", che in Francia si festeggia il 31 maggio, il giornalista, scrittore e regista Nadir Dendoune ha reso omaggio a sua madre, Messaouda, arrivata dall'Algeria nel 1959, e a tutte le "madri invisibili". Critica a un sistema che relega gli anziani in secondo piano e abbandona [...]
June 12, 2026
Effimera