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Daddy issues
Nel numero 69 osserviamo una modalità del potere che si mostra affabile,
amichevole, familiare, persino amorevole: il paternalismo.
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Narrazioni locali e grandi narrazioni collettive
FARE UN FESTIVAL DI LETTERATURA IN UNA ZONA INDUSTRIALE INSIEME A UN GRUPPO DI
OPERAI LICENZIATI SIGNIFICA NON SOLO ROMPERE LA GABBIA PER CUI LETTERATURA È UNA
QUESTIONE RISERVATA AD ESPERTI, MA DIMOSTRARE CHE UNA SINGOLA LOTTA LOCALE
OPERAIA, QUELLA DEL COLLETTIVO EX GKN DI FIRENZE, PUÒ CONTRIBUIRE IN REALTÀ A
COSTRUIRE UN’ALTRA IDEA DI SOCIETÀ. IL PROGETTO DI REINDUSTRIALIZZAZIONE DELLO
STABILIMENTO PER LA PRODUZIONE DI PANNELLI SOLARI E CARGO BIKE E LA CAMPAGNA DI
AZIONARIATO POPOLARE DIVENTANO COSÌ LE CHIAVI CON LE QUALI TENERE INSIEME LOTTA,
RESISTENZA E CURA
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Foto Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze
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Ho scritto un libro in cui cerco di tenere insieme, mostrandone l’intrinseco
legame, tre fondamentali momenti esistenzial-politici, spesso vissuti ciascuno
per conto suo: resistenza, lotta e cura. Al Festival della letteratura working
class organizzato dal Collettivo operai ex GKN, fra venerdì 10 e domenica 12
aprile, imperniato sull’importanza politica della narrazione, ho potuto
assistere – soltanto assistere, purtroppo – a un incontro in cui i tre momenti
erano, invece, fusi.
Quest’incontro rimanda a una storia, iniziata quasi cinque anni or sono, che
cerca vivamente di proiettarsi verso un difficile futuro. Il tema fondamentale
è: politica e narrazione. È necessario ridare alle parole politica e narrazione
il loro significato storicamente profondo. Politica vuol dire vita vissuta
consapevolmente, quindi non “privatamente”, non “individualmente”, non subita ma
agita nella costruzione di una polis, di una società basata sulla comunità. La
narrazione invece è ciò che stabilisce un rapporto con il tempo storico in cui
si manifesta come la singolarità ineffabile propria di ciascun essere umano, ne
riveli l’intrinseca condizione relazionale ed è quindi alla base della
dimensione collettiva. Narrare, infatti, è cercare sé stessi nell’altro
rivolgendoci a tutti mediante la lingua che riceviamo nascendo: agire la
consapevolezza che il “sé” – l’autocoscienza che caratterizza l’umano – ci viene
dall’altro – l’autocoscienza è relazione. Narrare è dare forma a emozioni che
non sono mai individuali ma tramandate e ricevute in un contesto di collettività
storica.
L’azione politica implica sempre una narrazione: una visione temporale il più
possibile ampia e articolata di una condizione storica. Pensiamo all’importanza
della narrazione marxiana.
Nel tempo storico in cui ci troviamo a vivere, il passaggio chiave mi appare il
costruire narrazioni che nascano da situazioni locali, cioè concrete,
sperimentate, vissute, ma che, insieme, tendano a convergere in una grande
narrazione collettiva, non soltanto calata dal genio di qualcuno, ma sempre
anche e soprattutto raccordo, collegamento, sintesi di molteplici narrazioni
locali già originalmente – anche inconsapevolmente – tese verso un’unità che non
è un ideale, ma è implicita nella condizione relazionale della vita umana.
Ogni gruppo locale teso a occuparsi di problemi collettivi può – anzi dovrebbe –
evolvere verso più ampie forme collettive perché ogni situazione locale dipende
in toto da un più ampio contesto: sta anche qui il passaggio dall’azione
umanitaria all’azione politica. Ma questo più ampio contesto non è, non può
essere, soltanto e soprattutto calato dall’alto. Deve essere scoperto e
costruito dal basso e allora soltanto può incontrare una riflessione più
complessa e farla propria.
Non esistono problemi esistenziali che non siano collettivi, perché l’individuo
è un costrutto storico, una costruzione di potere per controllare meglio
l’insieme sociale. La gabbia dell’individuo, in cui siamo tutti imprigionati, è
il miglior sistema di controllo sociale mai inventato, ma oggi comincia a
manifestarsi il clinamen omicida e biocida di tale invenzione storica.
L’esperienza del Collettivo operaio ex GKN di Firenze, in tempi in cui la classe
operaia non è più un formidabile motore di cambiamento storico, è un tentativo
straordinario di fare di un singolo episodio di lotta operaia un centro di
costruzione sociale dal basso, con diverse modalità di azione intrinsecamente
complementari: che vanno dall’occupazione della fabbrica alla proposta veramente
sovversiva di una fabbrica alternativa basata su un azionariato popolare che
produca beni utili socialmente e non solo al profitto – una fabbrica quindi
senza padrone, ma attiva sulla base di un interesse sociale – passando per la
costruzione di relazioni con situazioni politiche significative in Italia e
altrove, fino all’elaborazione culturale di cui i festival finora organizzati
sono un notevole esempio.
Questo gruppo di operai – alquanto diminuito, ovviamente, in quasi cinque anni
di lotta, resistenza e (mi viene spontaneamente da aggiungere) di cura – ha
avuto appunto la capacità di trasformare un brutale licenziamento in un processo
di trasformazione sociale, creando un rapporto fra le lotte operaie “classiche”
e la situazione storica attuale così radicalmente diversa.
Un festival di Letteratura e classe operaia vuol dire che un gruppo di operai si
riconosce come frazione di una classe operaia che trascende storicamente se
stessa, nei suoi limiti di tipo sindacale e occidentale, unendo la tradizione
della lotta di classe a un progetto di trasformazione sociale che è, insieme,
necessariamente locale e originariamente proiettato verso un progetto
complessivo di trasformazione sociale, ispirandosi a molteplici riferimenti,
anche extraeuropei ed extra occidentali, sudamericani, palestinesi.
Per indicarne i temi fondamentali, la cosa migliore è leggere insieme il
programma del festival. Un passaggio essenziale è indicato con due titoli: La
transizione della working class nella forma romanzo e La transizione dalla
working alla caring class nel racconto italiano. Penso che sia molto originale
il concetto di transizione della classe operaia nella forma romanzo e nel
racconto: la narrazione letteraria qui è intesa come una forma di lotta che è
insieme un’invenzione di scrittura, ovvero una forma creativa di comunicazione e
di costruzione culturale. La letteratura è agita non come questione di esperti,
di talenti individuali, ma come modalità di comunicazione-trasformazione
sociale. La condizione sociale implica una capacità narrativa che non deve
essere solo di pochi e del sistema di potere: anche una legge è una narrazione,
la narrazione del potere.
Originalissimo il concetto di caring class che in questo agire nasce: classe che
si cura non solo di sé, dei suoi interessi di tipo sindacale, ma che utilizza le
possibilità che le vengono da una tradizione storica di lotta, di organizzazione
legata alla condizione di fabbrica, per affrontare l’interesse collettivo,
interloquendo radicalmente con altre forme di autorganizzazione sociale. La cura
tende a diventare forma di organizzazione sociale nella convinzione implicita
che una società è fondata nella cura reciproca.
Altro tema fondamentale, il rapporto con culture extraeuropee. La poesia
pakistana attraverso le lotte sociali e, passaggio oggi veramente radicale, la
letteratura palestinese dal fiume al mare: da cui si coglie con particolare
forza il carattere attivo, trasformativo, radicalmente politico, della
letteratura, evidentissima nell’esemplare caso palestinese, oggi spinto a un
livello estremo. La questione palestinese è esemplare anche per questo. E
ancora: Il viaggio nel tempo della working class sudamericana con gli interventi
di un notissimo scrittore sudamericano, Paco Ignacio Taibo II, autore anche di
biografie di Pancho Villa e Che Guevara, radicato quindi nella storia sovversiva
del Sudamerica, insieme a uno scrittore e sindacalista argentino, Kike Ferrari,
rimpatriato forzosamente dagli Usa, che campa come addetto alle pulizie nella
metropolitana di Buenos Aires e che, di notte, si dedica alla scrittura. E,
passando a un’altra area cultural-politica fondamentale, Le autobiografie delle
transfughe di classe femministe: l’autobiografia come forma di lotta e di
creatività esemplarmente femminista.
La visione della lotta si trasforma, perdendo il suo carattere di mera
contrapposizione, diventa creativa, cioè produce nuove forme d’esistenza
singolari e, quindi, collettive, trasforma non solo chi lotta ma, nel farlo,
costruisce pezzi di società alternativa in atto: è, contemporaneamente, lotta,
resistenza e cura.
Un altro passaggio fondamentale: Scrivere in transito fra le generazioni, con i
ragazz* del progetto Porto delle storie – laboratorio di scrittura per
adolescenti – e i rappresentanti di altre situazioni giovanili in cui la
scrittura esprime e interferisce con condizioni sociali giovanili
particolarmente difficili, come quelle indicate con il termine gergale
“maranza”. Quest’ultimo incontro vuol porre l’attenzione sulla fondamentale
possibilità per un giovane e un giovanissimo di raccontare la propria storia:
“che cosa per i giovani vuol dire futuro”, che cosa vuol dire “aver voglia di
futuro”, domande che è dir poco definire fondamentali oggi, quando il rapporto
fra le generazioni è interrotto nel tempo del genocidio pubblico di Gaza, nel
tempo dell’eliminazione di ogni vigenza internazionale di qualche forma di
diritto, nel tempo dell’aggravamento inesorabile di ciò che banalmente si
definisce come “crisi ambientale”. Un ragazzo racconta: “non sapevo cosa
scrivere all’inizio, proprio zero”. Un altro alla domanda: come avviene che uno
racconti la sua storia? risponde “non lo so”. Un altro ancora afferma che “il
titolo è la cosa che si vede subito in un racconto”. C’è chi si ispira a testi
diffusi, come Il signore degli anelli e chi afferma invece che “devi sapere di
che cosa vuoi parlare” e chi ancora nota l’importanza dell’amicizia per fugare
il vuoto del futuro.
La scrittura, dunque, come rapporto fondamentale con il futuro: capacità di
tessere lo scorrere inesorabile del tempo, immaginando costruttivamente il
futuro, non con rappresentazioni “private”, bensì nella
comunicazione-con-gli-altri-nel-contesto-sociale.
La scrittura è sempre stata anche fondamentale strumento di potere, ma può
dunque diventare cammino di liberazione, ovvero di lotta, resistenza e cura
dell’altro e quindi di sé.
Importante anche il riferimento alle lotte dei portuali e, in generale, contro
la guerra, nel titolo: Transizioni contro il riarmo. In mare come in terra. E
ancora: significativa, per la possibilità di tessere relazioni europee, la
presenza di un attivista svedese e di uno finlandese impegnati nei loro paesi
nell’organizzazione di analoghi incontri pubblici volti a costruire un legame
intrinseco fra condizione operaia e letteratura.
Infine, senza elencare tutti gli incontri, cito quello finale – in cui parla
anche un rappresentante della Global Sumud Flottilla e Luciana Castellina.
Conclude Dario Salvetti a nome del Collettivo operaio ex GKN che affronta tutta
la complessa, difficile e dolorosa problematica di quasi cinque anni di lotta,
ora in grave difficoltà nell’indispensabile raccolta di fondi per l’innovativo
progetto di fabbrica sociale, che l’indifferenza più che l’aperta ostilità della
Regione Toscana tende a far naufragare. Salvetti chiude con un’affermazione di
continuità nella resistenza del Collettivo operaio nei termini di un progetto
più ridotto, adeguato alle disponibilità finanziarie effettive, che non è una
resa ma una continuazione nel difficile cammino di un’azione costruttiva di
lotta, resistenza e cura.
Vanno ricordati gli interventi, al termine di ogni sessione, sotto il titolo di
“L’elefante nella stanza“, che sono l’irruzione nel festival di azioni politiche
in atto che comprendono una vastissima serie di problematiche politico-sociali:
dal Movimento No tav della Val di Susa alla Brigata Basaglia che si occupa di
cura in determinati contesti di sofferenza, compreso quello dei lavoratori ex
GKN, all’intervento di un migrante africano del Sud Italia, portavoce del
Movimento Right to be di Palermo , di Non una di meno, dei Portuali di Livorno
contro l’industria bellica e altri ancora.
Tutti colgono situazioni esemplari che tengono insieme i tre momenti
fondamentali dell’impegno politico – lotta, resistenza e cura – agito come
impegno di vita e dell’impegno di vita vissuto come impegno politico. La vita o
è politica o è sopravvivenza. La politica o è vita o diventa necessariamente
ricerca di potere.
Nel tardo pomeriggio di sabato, si è svolta a Campi Bisenzio anche una
manifestazione con alcune migliaia di persone, organizzata dal Festival con il
chiaro intento di manifestare, appunto, l’unità di forme diverse di azione,
tradizionalmente separate, ma invece intrinsecamente complementari e quindi
parte integrante di un unico modo di vita che si deve chiama correntemente
politica: esistere in una polis lanciata necessariamente verso il futuro, ma già
in atto qui ora.
Questi rapidi accenni e spunti riflessivi sorti dentro un’esperienza molto
significativa mi rimandano con forza, dunque, al mio tentativo di elaborazione
dell’esperienza con i profughi della Rotta Balcanica (a Trieste) nel libro Per
un comunismo della cura della cui problematica la vicenda del collettivo operaio
ex GKN mi sembra un tentativo di sperimentazione. Molto significativo in questa
vicenda è il suo sorgere da un concretissimo episodio di conflitto fra una
proprietà invisibile, tipica dell’oggi, come un Fondo d’investimenti, e alcune
centinaia di operai, licenziati con una mail, che, invece di cadere
nell’individualismo dei “fatti miei”, si sono occupati dei fatti collettivi,
pagando duri prezzi esistenziali, ma, pur alquanto ridotti di numero, ancora in
grado di immaginare ed elaborare una visione e un’azione politiche capace di
organizzare anche incontri come i Festival della letteratura working class.
Questo collettivo operaio è riuscito a fare della working class una caring
class: un’esperienza fondamentale. Anzi, ancora di più: un’esperienza
necessaria.
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Comune-info.
Manifesto per la gentilezza radicale
Il 1° aprile è stato pubblicato un manifesto in cui si afferma che, di fronte
all’odio, “la gentilezza radicale è l’atto più pericoloso che possiamo
compiere.”
Ecco il link per firmarlo: Manifesto per la gentilezza radicale
https://resist.es/peticiones/manifiesto-por-la-bondad-radical/
Noi di Resist.es e Spanish Revolution sosteniamo che la gentilezza non sia
un’opzione estetica, né una qualità individuale. È una posizione politica
consapevole di fronte a un sistema che ha bisogno della paura, della
frammentazione e della violenza simbolica per sostenersi.
La domanda non è più se l’odio esista. La domanda è chi lo produce, chi lo
amplifica e chi ne trae beneficio.
Perché l’odio non è spontaneo. È un’infrastruttura.
Viene fabbricato nei laboratori mediatici, distribuito tramite algoritmi
progettati per massimizzare la reazione emotiva e trasformato in redditività
politica ed economica. Ogni bufala, ogni discorso disumanizzante, ogni narrativa
basata sullo scontro svolge una funzione: spostare l’attenzione, dividere la
società e proteggere le strutture che concentrano il potere.
L’odio è un modello di business.
E come ogni modello di business, ha bisogno di consumatori e consumatrici. Ha
bisogno di clic, ha bisogno di indignazione indirizzata, ha bisogno che qualcuno
creda a quella storia e la riproduca. Ha bisogno che tu, che chiunque, partecipi
inconsapevolmente alla sua catena di valore.
Ecco perché questo manifesto non fa appello alla morale individuale come
rifugio, ma alla responsabilità collettiva come rottura.
Tu, come persona, non sei irrilevante all’interno di questo sistema. Sei un
nodo. Un punto di trasmissione. Uno spazio in cui si decide se l’odio circola o
si ferma.
Ogni volta che condividi senza verificare, alimenti una struttura. Ogni volta
che reagisci sulla base di una rabbia indotta, sostieni una logica. Ogni volta
che accetti una semplificazione interessata, legittimi una narrativa.
Ma accade anche il contrario.
Ogni volta che ti fermi, interrompi il flusso. Ogni volta che ti contrapponi,
introduci un attrito. Ogni volta che scegli di non odiare, rompi una catena di
redditività.
In questo contesto la gentilezza radicale è una pratica di sabotaggio.
Non è ingenuità. È consapevolezza di come operano i meccanismi di produzione
dell’odio. È comprendere che la polarizzazione non è un incidente, ma uno
strumento di governance. È ammettere che la paura è una risorsa politica e che
c’è chi la gestisce come un bene.
Rifiutare l’odio non significa ritirarsi dal conflitto. Significa
riconfigurarlo.
È rifiutarsi di accettare schemi che riducono la complessità a trincee. È
disobbedire alle narrazioni che trasformano le altre persone in minacce. È
smantellare discorsi che hanno bisogno di disumanizzare per funzionare.
Non si tratta di essere neutrali. Si tratta di essere precisi.
Denunciare l’ingiustizia senza amplificare l’odio. Denunciare l’abuso senza
riprodurre la logica del nemico. Indicare le responsabilità senza cadere nella
disumanizzazione.
Perché il sistema ha bisogno che confondiamo la critica con l’odio e la
giustizia con la vendetta.
La gentilezza radicale stabilisce qualcos’altro: un’irriducibile etica della
dignità.
Anche quando è scomoda. Anche quando non genera applausi immediati. Anche quando
non è redditizia.
Da un punto di vista tecnico, ciò implica un’alfabetizzazione mediatica attiva.
Capire come funzionano gli algoritmi di raccomandazione, come si costruiscono le
bolle informative, come operano le campagne di disinformazione. Implica
riconoscere schemi ricorrenti: l’estrema semplificazione, il costante ricorso
alla paura, la creazione di nemici vaghi.
Implica anche costruire alternative. Reti di informazione verificate. Spazi di
conversazione non catturati dalla logica dello scontro. Comunità che
privilegiano la cura rispetto alla reazione.
La gentilezza radicale non è passiva. È strutturale.
Si organizza. Si protegge. Si difende.
Non basta non odiare. Bisogna impedire che l’odio diventi la norma. Non basta
non condividere bufale. Bisogna smantellare le condizioni che le rendono
efficaci. Non basta non cadere nella polarizzazione. Bisogna segnalare chi la
crea.
Questo manifesto è un invito ad assumere quel ruolo.
A capire che ogni gesto quotidiano ha una dimensione politica. A riconoscere che
anche l’indifferenza è una forma di partecipazione. A scegliere consapevolmente
quali dinamiche riprodurre e quali interrompere.
Perché in un ecosistema progettato per trasformare l’odio in profitto, decidere
di non odiare è una forma di insubordinazione.
E in un mondo che ha bisogno che noi abbiamo paura per funzionare, la gentilezza
radicale è l’atto più pericoloso che possiamo sostenere.
Nota
La fede nella “gentilezza radicale” fa parte del bellissimo messaggio di
Rebecca, la vedova di Renee Good, uccisa dall’ICE, che Jane Fonda ha letto
durante la manifestazione No Kings tenutasi a Minneapolis il 28 marzo. Dal
minuto 3:06:35 del video.
https://www.nokings.org/livestreams
Redacción España
Depressione e mondi nuovi
È DIFFUSO DA TEMPO UN MITO, CREATO DA MASCHI DEL NORD DEL MONDO, SECONDO CUI
ESISTE UNO STATO DI SALUTE CHE È LA NORMA. È DIFFUSA DA TEMPO OVUNQUE ANCHE
L’ESPRESSIONE “IO SONO MALATO” INVECE DI “LA MALATTIA È VENUTA A ME”. IN QUESTO
SCENARIO C’È CHI NON RINUNCIA AD APRIRE CREPE. SAPPIAMO METTERE NELLE CONDIZIONI
TUTTI E TUTTE PER RENDERE VISIBILI LE PROPRIE VULNERABILITÀ? SAPPIAMO RISPETTARE
DAVVERO LE FRAGILI DI OGNUNO, SOPRATTUTTO QUELLE PIÙ COMPLICATE E MENO VISIBILI?
E SE UNA DELLE PIÙ GRANDI PROTESTE CONTRO IL CAPITALISMO – HA SCRITTO UNA VOLTA
JOHANNA HEDVA IN UN TESTO MERAVIGLIOSO (LA TEORIA DELLA DONNA MALATA) – FOSSE
PRENDERSI CURA DELL’ALTRO E DELL’ALTRA OLTRE CHE DI SE STESSI? LA DEPRESSIONE,
CON TUTTE LE CONSEGUENZE PROVOCATE DA UNA SOCIETÀ CHE NON METTE AL CENTRO LA
CURA, ACCOMPAGNA DA DIVERSI ANNI LA VITA DI MAURO ZANELLA. NELLA SUOI IMPEGNI
SOCIALI, NELLA SUA VITA DI INSEGNANTE E NELLA SUA QUOTIDIANITÀ HA PERÒ SCELTO DI
SFIDARE LO STIGMA SOCIALE, AD ESEMPIO, ATTRAVERSO IL RACCONTO. LO HA HA FATTO
UNA PRIMA VOLTA OLTRE DIECI ANNI FA PROPRIO SULLE PAGINE DI COMUNE. TORNA A
FARLO OGGI, PER CAMBIARE LE COSE IN PROFONDITÀ, SCRIVE, PER AIUTARE ALTRI A
SENTIRSI MENO SOLI
Foto di Sebastian Herrmann da Unsplash
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Questo testo è assai diverso dalle decine di articoli che ho scritto negli
ultimi anni. Questa volta parlo di me, ma dalla mia vicenda personale voglio
ugualmente trarre un’esperienza che potremmo definire politica e sociale.
Iniziamo col dire che mi sono messo a giocare con la cosiddetta Intelligenza
Artificiale per vedere cosa dice di me. Cosiddetta perché si tratta pur sempre
di un’invenzione umana che semplifica, rafforza, moltiplica e velocizza le
nostre capacità esattamente come la prima, semplice pietra rozzamente scheggiata
dagli umani. Insomma associo il mio nome completo ad alcune parole: Ucraina,
Rifondazione, Pace e resto sbalordito dalla velocità e dal numero delle
informazioni che vengono elaborate. Poi penso di andare a cercare qualcosa di
più intimo e personale e digito “Mauro Carlo Zanella depressione” e qui vi
riporto ciò che salta fuori: “Mauro Carlo Zanella è un insegnante di scuola
primaria e collaboratore della testata Comune-info, noto per aver condiviso
pubblicamente la sua esperienza personale con la depressione”.
Il suo contributo sul tema si distingue per alcuni punti chiave.
“Testimonianza diretta: nel maggio 2014 ha pubblicato un articolo intitolato
“Soffro di depressione”, in cui racconta il suo vissuto con la malattia dal
punto di vista di un educatore, cercando di rompere il tabù che spesso circonda
la salute mentale nel mondo del lavoro. Impegno sociale e civile: oltre alla
scrittura, Zanella è attivo in ambito politico e sociale. Recentemente (giugno
2025), ha partecipato a manifestazioni civili a Roma (Porta San Paolo),
confermando il suo impegno su temi come la pace e la memoria storica. Contributo
giornalistico: collabora regolarmente con portali di informazione indipendente
come Pressenza e Transform! Italia, dove affronta temi che spaziano dalla scuola
alla critica sociale. Il suo racconto è spesso citato come esempio di
auto-narrazione terapeutica e di coraggio nel mostrare la vulnerabilità in
contesti professionali.”
Ora, a parte il fatto che non sono noto per niente, ma evidentemente in un
istante l’Intelligenza Artificiale ha scovato un vecchio articolo scritto
appunto come lettera per il manifesto e successivamente pubblicato da
Comune-info, che nel bene soprattutto, ma anche nel male, in parte, ha avuto una
grande importanza nella mia vita. Dubito che sia “noto” o ricordato a chi pure
lo lesse a suo tempo, molte persone in verità, al punto che perfino i
giornalisti di radio Rai mi fecero una breve intervista incuriositi da ciò che
avevo scritto.
Che cosa è cambiato da allora?
Il triste riconoscimento della mia fragile condizione: invalidità riconosciuta
al 67%, articolo tre comma tre della Legge 104; per intenderci con questi numeri
i bambini a scuola hanno il diritto all’insegnante di sostegno… e io tuttora
sono un insegnante di scuola primaria.
Sindrome delle apnee notturne (devo dormire con una mascherina, il cpap, e ho
preferito smettere di guidare per non mettere a rischio l’incolumità mia e
soprattutto altrui con un sempre possibile colpo di sonno), una certa obesità
che in effetti va e viene, un tremore essenziale ereditario e, ahimè, una
certificata sindrome bipolare, la cosa più difficile per chi ne soffre da
riconoscere e da accettare e al tempo stesso più invalidante di una “semplice”
depressione stagionale o ciclotimica. Cosa che io stesso ho impiegato anni ad
accettare e quindi affrontare con responsabile pazienza.
“La depressione è finita, sto bene, anzi benissimo, non ho più alcun bisogno di
curarmi, sono guarito finalmente e voi volete farmi credere che la mia euforia è
da controllare e contenere anche farmacologicamente? E per quale motivo dovrei
farlo ora che sono così felice, pieno di energia vitale?” Questo è il
ragionamento. Ma è un ragionamento sbagliato, che può essere perfino pericoloso,
per se stessi ovviamente: si perde ogni prudenza, si fanno scelte avventate, si
pecca di eccessivo e ingenuo ottimismo e ci si mette nei casini, facilitando il
precipitare in una nuova e forse perfino peggiore fase di depressione.
Dopo anni e tentativi di cura infruttuosa per errori miei, ma anche di
psichiatri supponenti a cui mi ero rivolto, ho finalmente trovato al CSM, che
non è in questo caso il Consiglio Superiore della Magistratura, ma il Centro di
Salute Mentale, la struttura pubblica del mio Municipio di Roma, un ottimo
psichiatra che, come ovvio gratuitamente, con competente empatia,
settimanalmente mi visita, anzi direi mi incontra. Parliamo, mi ascolta con
attenzione e se lo ritiene utile aggiusta il tiro: “Proviamo così e poi mi farà
sapere come va”.
Basta così, per ora non aggiungo altro: ora tutto finirà in rete e con un banale
programma di Intelligenza Artificiale chiunque saprà che sono in cura da uno
psichiatra al Centro di Salute Mentale… Per la seconda volta sfido lo stigma
sociale, come fecero decenni fa, ad esempio, gay e lesbiche o chi ha subito
abusi. Per cambiare le cose qualcuno deve iniziare a esporsi, a raccontare, a
sfidare i pregiudizi… La solidarietà compenserà la diffidenza e la condanna, o
perlomeno aiuterà altri a sentirsi meno soli e meno depressi.
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Pubblicato anche su Pressenza
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LEGGI ANCHE:
> La teoria della donna malata
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L'articolo Depressione e mondi nuovi proviene da Comune-info.
“Semiamo la Pace”, sabato 21 marzo a Ovada
Nella giornata dell’equinozio di primavera, l’associazione locale coinvolge la
cittadinanza a compiere un gesto simbolico il cui significato è vividamente
espresso nell’immagine che raffigura e nelle parole che descrivono l’azione
collettiva il cui scopo, ‘coltivare’ e ‘disseminare’ la cultura della pace,
viene concretamente realizzato mediante la pratica dell’attività proposta per
l’occasione all’insegna dell’idea che “prendersi cura è un passo verso la pace”.
Gli organizzatori spiegano:
> Il cammino di Passi di Pace non si ferma e nel mese di marzo l’associazione
> torna a proporre un momento di riflessione attiva e partecipazione
> comunitaria.
>
> Intitolata “Semiamo la Pace”, l’iniziativa nasce dalla convinzione che la pace
> non sia un concetto astratto, ma il risultato di piccoli gesti quotidiani.
>
> In una data carica di significato – che segna l’inizio della primavera e la
> Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle
> mafie – Passi di Pace sceglie di onorare la vita attraverso la cura del
> territorio.
>
> Volontari e cittadini si dedicheranno alla piantumazione dell’aiuola che
> circonda la statua di San Francesco, un luogo-simbolo per la comunità ovadese.
>
> L’attività di riqualificazione urbana è un atto concreto per “prendersi cura”
> del bene comune e, simbolicamente, a tutti i partecipanti verranno donati dei
> piccoli semi, un invito a portare il messaggio della pace anche nelle proprie
> case e nella propria quotidianità.
SEMIAMO LA PACE
sabato 21 marzo, alle ore 16:30
Ovada – piazza dei Cappuccini
INFORMAZIONI E CONTATTI
Redazione Piemonte Orientale
25 parole per parlare di obesità in modo inclusivo
L’obesità è una malattia cronica complessa, caratterizzata da un deposito
eccessivo di grasso che può compromettere la salute e danneggiare la qualità
della vita. È riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e va ben
oltre ai numeri segnati dalla bilancia. Dietro l’obesità ci sono fattori
genetici, ambientali, sociali e psicologici e non a caso è una condizione che
può essere accertata unicamente da un professionista sanitario qualificato. Nel
nostro Paese siamo davanti ad una vera e propria emergenza, con i numeri che
parlano chiaro: 4 adulti su 10 sono in eccesso ponderale (3 in sovrappeso e 1
obeso); 1 bambino su 3 è in sovrappeso o obeso, con rischi precoci di diabete di
tipo 2, ipertensione e patologie cardiovascolari. Nel 2023, secondo l’Istituto
Superiore di Sanità, il 19% dei bambini italiani era in sovrappeso e quasi 1 su
10 obeso. Questi dati evidenziano un problema di salute pubblica che coinvolge
oltre 6 milioni di persone, con forti disparità geografiche e sociali.
Con l’approvazione definitiva del disegno di legge n. 1483, l’Italia diventa il
primo Paese europeo (e uno dei primi al mondo) a riconoscere ufficialmente
l’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante. Una svolta epocale
che ridefinisce la prevenzione, la cura e i diritti dei pazienti, inserendo
l’obesità nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e istituendo un programma
nazionale di intervento. La legge prevede: l’inserimento dell’obesità nei LEA,
con accesso gratuito alle prestazioni sanitarie attraverso il Servizio Sanitario
Nazionale; un programma nazionale per la prevenzione e la cura dell’obesità,
finanziato con 700.000 € nel 2025, 800.000 € nel 2026, 1,2 milioni € annui dal
2027, nonché con fondi aggiuntivi pari a 400.000 € annui per la formazione
universitaria e l’aggiornamento di medici, pediatri e operatori sanitari e
100.000 € l’anno per campagne di informazione pubblica; l’istituzione
dell’Osservatorio nazionale sull’obesità, con compiti di monitoraggio, studio
epidemiologico e indirizzo terapeutico; la Giornata nazionale del 16 maggio,
dedicata alla lotta contro l’obesità e contro il body shaming, simbolicamente
rappresentata dal colore fucsia.
La legge punta molto sulla prevenzione, soprattutto in età pediatrica,
attraverso le campagne educative nelle scuole, in collaborazione con famiglie e
insegnanti, la promozione dell’attività fisica e di corretti stili di vita e la
formazione mirata di medici, pediatri e operatori sanitari per migliorare
diagnosi precoce e gestione multidisciplinare. L’educazione alla salute e la
sensibilizzazione sociale diventano strumenti chiave per ridurre lo stigma e
promuovere un approccio empatico verso le persone con obesità. La quotidianità
che vive una persona affetta da obesità è complicata e difficile, caratterizzata
in molti casi da una sensazione di profonda solitudine, incomprensione, senso di
colpa e percezione di perdita di autocontrollo. Questo genera un circolo vizioso
che può portare l’individuo a perdere il contatto con l’esterno anche a causa
dello stigma, del senso di inadeguatezza e della vergogna.
Secondo i dati Ipsos Doxa, sebbene il tema globale dell’auto-colpevolizzazione
sia molto presente anche in Italia, le persone affette da obesità sono meno
convinte dell’efficacia delle soluzioni basate esclusivamente sullo stile di
vita. Solo la metà (52%) è d’accordo sul fatto che “dieta ed esercizio fisico da
soli possano risolvere l’obesità per la maggior parte delle persone“, una
percentuale notevolmente inferiore alla media globale (63%). Tuttavia, solo un
terzo (34%) riconosce che “la genetica e la biologia siano le cause primarie
dell’obesità“, indicando incertezza sulla natura dell’obesità come malattia.
Allo stesso tempo, più di tre quarti (77%) riconoscono anche che l’obesità è
“una condizione medica che richiede una gestione continuativa“. Ciò evidenzia la
stessa contraddizione osservata a livello globale: un conflitto tra comprensione
razionale e convinzione interiorizzata.
Una malattia cronica, ancora gestita come un fallimento personale: più di otto
persone su dieci (84%) affette da obesità hanno cercato o preso in
considerazione consigli sulla perdita di peso, ma solo tre su dieci (30%) hanno
consultato un medico in merito al proprio peso nell’ultimo anno, sebbene gli
italiani si siano mostrati molto meno propensi a provare una dieta alla moda
rispetto alla media globale (20% contro 33%). Per le persone affette da obesità
che non hanno recentemente consultato un medico in merito al proprio peso,
l’ostacolo principale era la paura di fallire, con il 32% che cita “il timore di
non riuscire a mantenere i cambiamenti raccomandati“. Tuttavia, coloro che hanno
consultato un medico per la gestione del proprio peso riferiscono che le
raccomandazioni erano generalmente incentrate su cambiamenti dello stile di
vita, come mangiare in modo più sano (57%), fare più esercizio fisico (56%) e
mangiare porzioni più piccole (34%). Ciò rafforza l’idea che l’obesità sia
principalmente una questione di disciplina personale, piuttosto che una malattia
che richiede una gestione medica a lungo termine:
https://www.ipsos.com/it-it/giornata-mondiale-obesita-2026-due-terzi-persone-obese-italia-colpa-condizione.
L’obesità non di rado è accompagnata da stereotipi e evitare di inciampare nelle
battute e generalizzazioni non è sempre facile, ma necessario. Per questo,
quando si parla di obesità, è importante scegliere con cura quali parole usare,
rispettando chi vive questa condizione ogni giorno. Ieri, 4 marzo, in occasione
del World Obesity Day, promosso dalla World Obesity Federation, Parole O Stili
(https://www.paroleostili.it/) e Lilly (https://www.lilly.com/it/), con il
patrocinio dell’Associazione Amici Obesi (https://www.amiciobesi.it/), hanno
redatto un glossario di 25 parole per parlare di obesità in modo inclusivo e
dare voce a un linguaggio capace di accogliere, includere e promuovere
consapevolezza.
Qui il glossario “Non c’è forma più corretta”, 25 parole per parlare di obesità
in modo inclusivo:
https://cdn.sanity.io/files/m0s2vggy/production/db39c6fad40769f42d76332c07759a97b1d753a3.pdf
Giovanni Caprio
Disallineare le coscienze rispetto al progetto del neoliberismo di guerra
Un appello alle figure operanti nel campo della cura, dell’educazione e della
relazione di aiuto a cura di Paolo Bartolini.
L’effetto principale del capitalismo consumistico e del neoliberismo che lo
esprime al massimo grado è stato la diffusione di un individualismo agitato,
performante e maniacale (indispensabile per coprire la depressione sottostante,
dovuta al precariato, al nichilismo del tempo e alla sconfitta delle utopie
trasformative). I populismi aggressivi e reazionari, fino ai neofascismi
dichiarati, offrono una risposta “vitalistica” a larghe masse di persone che
stanno scivolando nell’impotenza e nello sconforto. Il colpo di genio delle
destre sovraniste e tecno-reazionarie è quello di rianimare energie perdute e
canalizzarle dentro un progetto che invochi l’ordine in senso reattivo e
gerarchico, cioè per conservare l’impostazione del tecno-capitalismo, producendo
i soliti capri espiatori: migranti, donne e soggettività non conformi, generiche
élite ridotte a caricature più o meno complottiste (la cupola dei malvagi
pedofili che tira le fila del Deep state). Ecco che la rabbia popolare,
fondamentale per non precipitare nella depressione di massa e nell’esaurimento
dovuto all’iperstimolazione nervosa continua (pubblicità, nuove tecnologie
digitali, spettacolarizzazione dei rapporti umani…), viene allontanata da una
prospettiva democratica e socialista.
Oggi dobbiamo fare attenzione al fatto che la guerra è diventata lo strumento
principe per distogliere le masse da una faticosa presa di consapevolezza. Si
crea il Nemico e si lavora per compattare la società contro l’avversario
esterno, invece di aiutare i ceti subalterni a riconoscere i veri responsabili
dello sfacelo: finanza anglosassone, multinazionali, industrie delle armi,
classi politiche ultraliberiste e atlantiste, ecc.
È fondamentale, come accaduto in Germania, che i giovani reagiscano contro il
sistema guerra, che dalla depressione strisciante ne escano per la forza di un
sogno e non per l’esaltazione sessista, razzista e fascista delle destre
populiste e fascio-liberiste.
La lotta si gioca all’incrocio di queste dinamiche psicopolitiche, con l’urgenza
di riguadagnare i giovani a una rivoluzione culturale e politica che superi il
caos in direzione di un ordine aperto, fatto di giustizia sociale, pace e
giustizia eco-climatica.
La società della cura, insomma, contro la civiltà della guerra e del profitto.
Solo mettendo in movimento energie che rompano la gabbia della paura,
dell’isolamento virtuale e dell’attrazione per la violenza, potremo vincere
questa sfida e mandare a casa i governanti di centro-destra e centro-sinistra
complici del riarmo, della censura e della svendita dei beni pubblici/comuni.
Re-incantare il mondo, rianimare la ragione, dare voce ai cuori: siano queste le
azioni simboliche e politiche intorno alle quali riunire le vecchie e nuove
generazioni, superando sfiducia e disperazione.
A questa premessa segue un appello che rivolgiamo agli amici psicologi,
psicoterapeuti, counselor, analisti filosofi, psichiatri, psicoanalisti,
educatori, insegnanti, formatori, operatori a vario titolo nel campo della
salute mentale, dell’orientamento esistenziale e della crescita
psico-spirituale…
Facciamo sentire, ovunque possibile, la nostra voce contro l’allineamento
percettivo auspicato dal Libro Bianco Europeo della Difesa, contro la
manipolazione psichica delle masse mobilitate per affrontare un fantomatico
Nemico (e per arricchire le industrie di armi), contro la retorica della guerra,
del sacrificio eroico, dell’uomo forte (anche quando, come in Italia e altrove
in Europa, è una donna).
Tutti/e coloro che si occupano di disagio esistenziale e psicologico diffondano
gli anticorpi per una ribellione generalizzata al piano dei governi che vorrebbe
integrare Scuola, Industria e Difesa militarizzando completamente la società.
Non è possibile tollerare passivamente, in questa fase drammatica della storia
europea e mondiale – segnata da insopportabili doppi standard e da una crescente
criminalizzazione del dissenso – la storiella ridicola della Russia che ci
minaccia, l’urgenza del riarmo, il conformismo e l’obbedienza automatica ai
diktat provenienti dall’alto. Tutti coloro che come noi lavorano per mestiere e
per vocazione a contatto con domande esistenziali brucianti e con un desiderio
di “interezza” e “benessere” che puntualmente viene deluso dall’ideologia
neoliberista, si impegnino a sviluppare una comune devianza creativa e solidale
rispetto alla retorica del riarmo, dello scontro di civiltà, della “sicurezza”
senza giustizia sociale, che ci propinano quotidianamente i governanti per
spegnere ogni rivolta democratica e soffocare le nostre esistenze dentro il
perimetro dello status quo. Davanti all’esplosione di un malessere epidemico e
trasversale, che è irriducibile a questioni strettamente individuali e
familiari, coloro che operano nel campo della prevenzione, della cura e della
promozione della salute sono chiamati a riconoscere un principio decisivo:
astinenza non significa neutralità. Psiche e Mondo sono facce della stessa
medaglia. Non siamo qui per fare “funzionare” le persone, ma per accompagnarle
verso una possibile autorealizzazione solidale, che non trascuri le sfide enormi
del proprio tempo.
Primi firmatari (in ordine alfabetico)
Lucia Albanesi – counselor in Psicosintesi, formatrice
Luciano Ballabio – formatore, coach, analista biografico a orientamento
filosofico
Paolo Bartolini – analista biografico a orientamento filosofico
Daniela Caterino – professore universitario
Katia Cazzolaro – consulente in pedagogia e coach evolutivo
Laura Ceron – insegnante nella scuola secondaria di secondo grado
Simona Cipollone – insegnante di Lettere nella scuola secondaria di primo grado
Silvia Congiu – analista biografica a orientamento filosofico in formazione
Andrea Ignazio Daddi – insegnante, pedagogista, analista biografico a
orientamento filosofico in formazione
Anna Lisa Decarli – consulente filosofica, formatrice
Alice Di Lauro – Somatic Experiencing, NARM (Neuro Affective Relational Model) e
PPN (Prenatale Perinatale e Nascita) Practitioner, analista biografica in
formazione
Francesca Evandri – counselor, insegnante di sostegno nella scuola secondaria di
primo grado
Roberto Galeazzi – insegnante di sostegno nella scuola primaria
Giustina Giancola – infermiera Salute Mentale
Andrea Gratti – counselor, focusing trainer
Emanuela Libralon – counselor, mediatore familiare
Carola Manfrinetti – insegnante di scuola primaria e di lettere nella scuola
secondaria di primo grado, ora in pensione
Maria Elisabetta Megna – tecnico di laboratorio, counselor in formazione
Raffaele (Lello) Merola – avvocato, preposto a progetti socio-educativi e allo
sviluppo di comunità
Arcangela Miceli – consulente filosofica, docente in Master di Consulenza
Filosofica
Silvia Miliozzi – insegnante di lettere nella scuola secondaria di secondo grado
Chiara Mirabelli – formatrice
Moreno Montanari – analista biografico a orientamento filosofico
Matteo Angelo Mollisi – analista biografico a orientamento filosofico in
formazione
Salvatore Morittu – insegnante di sostegno nella scuola secondaria di secondo
grado
Alessandra Mosca – psicoterapeuta, docente FIGC
Paolo Mottana – filosofo dell’educazione, fondatore della pedagogia immaginale
Silvia Mozzi – pedagogista
Cristina Polato – educatrice
Donatella Pompei – counselor, operatrice di sportello di ascolto per famiglie
con casi di disabilità
Maria Grazia Puca – insegnante nella scuola secondaria di primo grado
Fabiola Righetto – analista biografica a orientamento filosofico
Patrizia Rigoldi – collaboratrice in ambito formativo
Giorgio Risari – counselor filosofico, pedagogista, psicanalista
Daniela Rocco – autrice di strumenti didattici sulla consapevolezza sistemica
Annalisa Santi – insegnante di matematica in pensione, divulgatrice nel campo
della storia della matematica
Claudia Spinnato – fisico e analista biografica a orientamento filosofico in
formazione
Paola Tanoni – sociologa e counselor
Roberta Torreggiani – assistente sociale
Gloria Volpato – psicologa, psicoterapeuta
Giulia Zaccaro – analista biografica a orientamento filosofico in formazione
Redazione Italia
di PRATICHE di CURA, di FLINTA, di GIUSTIZIA TRASFORMATIVA, di COMUNICAZIONE e di NARRAZIONI TOSSICHE, di PATRIARCATO e di SOGGETTIVITÂ TRANSFEMMINISTE
Questo testo è stato elaborato dall’assemblea transterritoriale
ecotransfemminista antispecista Corpi e Terra per contribuire alla COSTITUZIONE
DEL TAVOLO DI CURA di NON UNA DI MENO Corpi & Terra non è un’assemblea separata
ed è attraversata anche da persone che non sono ancora antispeciste, vegane, non
binarie, anarchiche relazionali. Visto che ancora in NUDM non inizia […]
Scuola Estiva di Filosofia: cura vs. consumo, distruzione, guerra
Con il tema della Cura inauguriamo quest’anno un progetto che ci accompagnerà
fino al 2026 e che avrà in Materia il secondo termine di riferimento della
nostra riflessione. È la materia viva come limite immanente della realtà il
soggetto e insieme l’oggetto della cura. L’idea è quella di ragionare sulla
coppia cura/materia nella forma di una interdipendenza reciproca, di un chiasmo:
l’una implica l’altra e viceversa. Chiediamoci allora in prima battuta che cosa
bisogna intendere con “cura“: l’occuparsi di sé che si esercita attraverso la
conoscenza introspettiva oppure, secondo un’accezione più materiale, l’attività
teorica e pratica con cui ci alleniamo ai diversi usi della nostra vita? Se la
cura è una specie di training preparatorio alle sfide dell’esistenza, sia in
senso individuale sia in senso collettivo, allora la cura non è contemplazione,
è riproduzione.
Nella filosofia contemporanea il tema della cura è centrale nei lavori di
Heidegger, di Foucault e nel pensiero femminista: che rapporto c’è con
l’epimeleia degli antichi? E quale significato ha la cura nel XXI secolo di
fronte alla questione della giustizia socio-ecologica? Una volta sganciata dalla
sfera privata e domestica e anche dall’ambito medico, ci convince il fatto di
attribuire alla cura un senso etico-politico in grado di rappresentare il
criterio utile a resettarci. La cura oggi come alternativa al consumo e alla
distruzione, la cura come parola chiave per rifiutare la guerra e come strumento
per attraversare le contraddizioni del mondo presente e per lavorare alla pace.
È questa la premessa della XVI edizione della Scuola Estiva di Filosofia “Remo
Bodei” di Roccella Jonica (www.filosofiaroccella.it), organizzata dal basso
dall’Associazione Scholé e che si svolgerà dal 22 al 29 luglio. Ventinove
iniziative tra lezioni, laboratori e incontri che vedranno la partecipazione
della cittadinanza interessata e di studentesse e studenti, dottorande e
dottorandi provenienti da diverse zone d’Italia e anche dall’estero. Filosofia,
studi classici, fisica e storia della scienza saranno i linguaggi attraverso i
quali declinare il concetto di cura, grazie ai contributi di tredici
relatori/relatrici. Per entrare nel merito di alcune delle questioni che saranno
oggetto di discussione, abbiamo invitato Arianna Fermani, dell’Università di
Macerata e direttrice della Scuola Estiva insieme a Bruno Centrone (Pisa),
Giancarlo Cella dell’Università di Pisa e dell’INFN e Paolo Godani
dell’Università di Macerata a un confronto su consumo, distruzione e guerra
intesi come termini opposti alla cura e proprio per questa ragione anche come
problemi e prove empiriche con cui fare i conti. Il tema sarà affrontato durante
l’incontro del 28 luglio, nella serata che anticipa la chiusura della Scuola
affidata quest’anno proprio a Godani.
“CURIA” E “INCURIA”
Ripartiamo dall’antico. Quali sono i termini della filosofia greca che esprimono
il senso della cura da cui possiamo prendere spunto per la nostra attualità? E
quali invece i termini contrari, che danno il senso dell’incuria? Risponde
Arianna Fermani: «Se è vero che, per dirla con Nietzsche, «proprio perché sono
partito da lontano – dico dai Greci – ho fatto un balzo più lontano degli
altri”», allora, forse, può essere utile mettersi nuovamente all’ascolto delle
parole antiche che “dicono” della cura e che dànno anche voce alle numerose
forme di incuria che, allora come ora, distruggono la vita degli individui e
della collettività. Alla grammatica della cura – di sé e degli altri – espressa
da termini quali, ad esempio, epimeleia, melete, therapeia, boetheia, si
contrappongono, nel vocabolario greco, svariate espressioni dell’incuria e
dell’indifferenza, quali, ad esempio, ameleia, oligoresis, aphylaxia o akedia
(da cui il nostro “accidia”)».
L’assenza di cura vissuta quindi come difetto, trascuratezza, negligenza?
«L’incapacità di prendersi cura di se stessi e del mondo – continua Fermani –
implica il cattivo uso del proprio tempo: la trasformazione della scholé, ovvero
del tempo libero da dedicare alla cura di sé e alla propria askesis (cioè al
lavoro, all’esercizio costante in direzione dell’acquisizione o del mantenimento
della propria forma) in rathymia, ovvero in indolenza, rappresenta solo uno dei
profili di una aergia (inattività) che può essere solo foriera di malattia,
bruttezza e squilibrio».
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LA CURA E IL LIMITE
È molto interessante la connessione tra incuria, inattività e disagio
psicofisico; nel mondo contemporaneo però è l’iperattività tecnico-scientifica
della società di mercato a mostrare disinteresse per la cura generando caos e
squilibri al livello planetario: «Abbiamo un’evidenza largamente condivisa che
l’essere umano sia diventato una forza capace di modificare profondamente
l’equilibrio planetario e questo impone una responsabilità nuova e profonda» –
afferma Giancarlo Cella. «La scienza rende possibile definire indicatori globali
che identificano i limiti entro i quali l’umanità può operare senza
compromettere la stabilità del sistema Terra. Il superamento di questi limiti
(climatico, della biodiversità, dei cicli dell’azoto e del fosforo, etc.) indica
una crisi della cura».
Di fronte alle forme di violenza e distruzione che stiamo vivendo tuttavia la
scienza, fin dall’età moderna e poi dalla seconda metà dell’Ottocento in avanti,
non è esente da responsabilità: «La scienza è uno strumento potentissimo –
dichiara Cella. Può essere usata sia per il progresso e la cura, sia per la
distruzione. Penso che lo stesso uso del termine “progresso” sia problematico e
necessiti di essere approfondito. Lo sviluppo industriale, basato su scoperte
scientifiche, ha contribuito all’inquinamento, al riscaldamento globale e alla
perdita di biodiversità. La scienza è stata ed è al servizio di un modello
economico estrattivo che non considera le conseguenze ecologiche a lungo
termine, per non parlare delle tecnologie militari sofisticate e distruttive
rese possibili da fisica, informatica, biologia e chimica». Oltre a mutare la
rappresentazione scientifica della natura per concepire la Terra sempre più come
un sistema complesso, vivente e interconnesso, occorre trasformare la
rappresentazione che abbiamo della scienza stessa. «Credo – continua Cella – che
la scienza possa essere anche parte della soluzione che andiamo cercando. Essa
fornisce strumenti per la diagnosi del cambiamento climatico, propone tecnologie
sostenibili e può guidare transizioni ecologiche se unita a valori etici e
visioni politiche inclusive. Il dubbio è se sia possibile passare da una visione
della scienza che vede come parole chiave ‘controllo’ e ‘dominio’ a un’altra che
le sostituisce con “conoscenza” e “cura”».
CURARE LE MALATTIE SOCIALI?
Abbiamo bisogno di un nuovo Seicento, che teorizzi e metta in pratica riforme
epistemologiche e politiche per una società della cura a venire. «Sono piuttosto
pessimista sul fatto che le prossime generazioni possano vedere nascere una
qualche “società della cura” – interviene Paolo Godanì– Non credo cioè che le
nostre società occidentali, per come si sono degradate negli ultimi decenni e
per il modo in cui oggi stanno correndo alla guerra, avranno la capacità di
autoriformarsi». Però il problema resta. Con quali mezzi possiamo affrontare la
“malattia” della civiltà occidentale? «Ogni “malattia” è un fenomeno collettivo.
Chiama in causa le relazioni che intessiamo tra noi umani e con il resto della
natura». Perciò non esiste cura che non sia politica? «Immagino – e credo che
questo sia anche il compito politico di chi vede come stanno realmente le cose –
che si produrranno sempre più spesso delle forme di abbandono del regime sociale
dominante e del suo modo di vivere, delle pratiche di diserzione o di esodo che
avranno da fondarsi su nuovi modi di stare insieme, su un nuovo modo di
intendere e di realizzare concretamente l’amicizia, la solidarietà e la cura, su
un nuovo modo di praticare una vita comune» – conclude Godani.
La Scuola di quest’anno avrà un enorme vuoto da attraversare, con coraggio e
determinazione ce ne faremo carico collettivamente. Fortunato Maria Cacciatore
non c’è più, il mare e la filosofia per lui facevano parte di un rito
rigenerante al quale non avrebbe mai voluto mancare. Grazie, Fortunato, per il
tuo materialismo, per il tuo comunismo, per la tua generosità.
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