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La malattia mentale – di Marco Ciambellini
La malattia mentale costituisce il nucleo critico dei saperi psy, ed è al centro di dispute riguardanti i criteri di demarcazione della psicopatologia. La malattia mentale pone problemi sulla relazione tra cultura e biologia, tra cervello e fenomenologia, tra coscienza e sociale, tra esistenziale e linguaggi possibili. Finora, nonostante la grande quantità di letteratura [...]
July 11, 2026
Effimera
Il nuovo Piano per gli anziani non autosufficienti che non va e l’affermarsi della “Generazione Sandwich”
“Il nuovo Piano Nazionale per l’assistenza agli anziani non autosufficienti introduce criteri più equi per distribuire le risorse tra le Regioni, ma lascia invariati i principali nodi del settore: un’assistenza ancora frammentata, pochi servizi territoriali a sostegno delle famiglie e risorse insufficienti per rispondere ai bisogni degli anziani non autosufficienti.” È questo il giudizio espresso dal Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza (https://www.pattononautosufficienza.it/)  sull’analisi del Piano Nazionale per la Non Autosufficienza 2025-2027 (https://www.programmagoverno.gov.it/it/notizie/3-miliardi-per-il-piano-nazionale-per-la-non-autosufficienza/), primo documento di programmazione successivo all’approvazione della Riforma della Non Autosufficienza. Il Patto evidenzia come il Piano, pur collocandosi nel percorso della Riforma, finisca per consolidare l’esistente senza introdurre cambiamenti strutturali e senza dare piena attuazione agli obiettivi di trasformazione del sistema di assistenza. Per le famiglie la riforma resta sulla carta, mentre le risorse non sono aumentate e quelle che ci sono non bastano. Il tema dell’assistenza agli anziani non autosufficienti sarà al centro di una conferenza stampa on line che si svolgerà il 16 luglio alle ore 11.30. Con l’occasione il Patto illustrerà le sue proposte per la Legge di Bilancio 2027: https://www.pattononautosufficienza.it/documenti_e_news/il-nuovo-piano-per-lassistenza-agli-anziani-consolida-il-sistema-piu-che-riformarlo/. Insomma, il nostro Paese continua a scaricare gran parte del welfare sulle spalle delle famiglie. In Italia sta emergendo una nuova fascia sociale che ogni giorno tiene in equilibrio il welfare del Paese. Sono uomini e donne nel pieno della vita lavorativa che assistono contemporaneamente figli minori, genitori anziani o altri familiari fragili, sostituendosi in parte ai servizi pubblici e sostenendo sulle proprie spalle il peso crescente della cura. È la cosiddetta “Generazione Sandwich”, protagonista della ricerca “Lavoro di cura domestico – Generazione Sandwich”, di Nuova Collaborazione (Associazione nazionale datori di lavoro domestico) realizzata da Ipsos Doxa su un campione di 5.655 italiani tra i 25 e i 75 anni. Lo studio evidenzia un’Italia profondamente cambiata rispetto al passato. L’invecchiamento della popolazione, il progressivo aumento della non autosufficienza, la riduzione delle reti familiari tradizionali e la crescente difficoltà di accesso ai servizi di assistenza stanno trasformando radicalmente il modo in cui le famiglie vivono la cura. Quello che emerge dall’indagine non è soltanto un problema assistenziale, ma una trasformazione strutturale del modello sociale italiano. La cura entra ormai direttamente nelle dinamiche economiche delle famiglie, nella gestione del lavoro e nella qualità della vita, incidendo anche sulla salute mentale e persino sulle scelte di diventare genitori. Secondo l’indagine, il 15% degli italiani appartiene alla Generazione Sandwich, uomini e donne che si trovano contemporaneamente a prendersi cura dei figli minori e di genitori anziani o familiari non autosufficienti. Sono donne e uomini che hanno un’età tra i 35 e i 54 anni e sono nel pieno della vita professionale, produttiva ed economicamente più impegnativa. Una fascia sociale composta in larga parte da persone pienamente inserite nel tessuto produttivo del Paese: il 61% lavora a tempo pieno, il 67% vive in nuclei in cui entrambi i partner sono occupati e quasi un terzo possiede una laurea. La Generazione Sandwich rappresenta quindi una componente centrale della popolazione attiva italiana, ma allo stesso tempo una delle più esposte al rischio di sovraccarico organizzativo, economico ed emotivo. Siamo di fronte ad una sorta di welfare familiare sostitutivo, ove famiglie e caregiver compensano quotidianamente le carenze dei servizi territoriali e assistenziali attraverso un enorme lavoro invisibile di organizzazione, presenza e gestione. Per il 77% degli italiani, si sottolinea infatti nella ricerca, il principale soggetto che oggi si occupa concretamente della cura di figli e familiari non autosufficienti è proprio la famiglia. Una situazione però che spesso determina una situazione di conflitto tra lavoro e cura: tra chi presta assistenza, nell’ultimo trimestre, gli impegni di cura hanno interferito con il lavoro nel 51% dei casi, quota che sale al 65% nella Generazione Sandwich. Accanto al costo economico emerge poi con forza anche il costo psicologico della cura. Il 92% degli italiani ritiene che la gestione della cura generi stress mentale per le famiglie. Nell’ultimo trimestre, il 67% degli appartenenti alla Generazione Sandwich dichiara di essersi sentito sopraffatto dagli impegni di cura e il 72% lamenta una forte riduzione del tempo personale. La ricerca evidenzia inoltre un peggioramento del benessere mentale rispetto alla media nazionale: il livello medio di benessere percepito si attesta infatti a 6,8, contro il 7,1 rilevato tra gli italiani intervistati (https://www.nuovacollaborazione.com/). Qui la Guida del Patto per conoscere la Riforma: https://www.pattononautosufficienza.it/wp-content/uploads/2024/10/VOLUME_PATTO_online_definitivo.pdf Giovanni Caprio
July 3, 2026
Pressenza
Faro di Roma: Disarmare la cultura della guerra: dalla militarizzazione della società alla civiltà della cura
DI LAURA TUSSI SU FARO DI ROMA DEL 29 GIUGNO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Laura Tussi, pubblicato su Faro di Roma il 29 giugno 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «La costruzione della pace non passa soltanto attraverso il rifiuto delle guerre e del riarmo, ma richiede una profonda trasformazione culturale capace di contrastare la progressiva militarizzazione della società, della ricerca, della scuola e dell’università. È una riflessione che trova eco anche nelle iniziative dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuola e delle università e nelle analisi del prof. Michele Lucivero, che denunciano la crescente permeabilità delle istituzioni educative alle logiche militari e invitano a promuovere una cultura della pace, della cooperazione e della responsabilità civile…continua a leggere su www.ilfaropdiroma.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Palestina Anima Mundi, un emozionante incontro tra Francesca Albanese e oltre 150 presidi in tutta Italia
C’era anche il Comitato Varesino per la Palestina, tra le oltre 150 piazze, presidi e comitati che hanno partecipato all’evento di venerdì 19 giugno Palestina Anima Mundi. Promotore dell’iniziativa nazionale è stato il Presidio di Cagliari, che dall’Accademia d’Arte Vega ha organizzato un collegamento con tutte le piazza d’Italia che hanno aderito e ha agevolato la diretta sul canale YouTube di PresidioPalestinaCA. Il giornalista Matteo Meloni ha intervistato Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati in occasione della presentazione del suo ultimo libro “La luce del risveglio”. Dalle 20:00 alle 21:00 sono intervenuti diversi attivisti e personalità pubbliche per presentare la serata e portare dati, punti di vista e riflessioni sull’importanza di questo incontro. Molto emozionante la lettura di tutti i punti collegati, una vera mappa dell’Italia che si organizza e resiste. Emerge l’esigenza di non assuefarsi alle pessime notizie e trasformare l’indignazione in militanza attiva, fatta di valori, convivenza e azioni concrete. In questa occasione si è fatto riferimento anche al progetto Cagliari – Città della Pace e del Dialogo nel Mediterraneo, nato e promosso per costruire comunità e ponti di dialogo. L’intervista a Francesca Albanese ha riguardato nella prima parte la presentazione del suo libro e in un secondo momento si è dato spazio alle domande inviate dai vari comitati e presidi. Innanzitutto, la Albanese ha chiarito l’importanza del linguaggio in merito alla decolonizzazione, che non deve essere solo un vezzo linguistico, ma una presa di coscienza forte. Quando si parla dei territori palestinesi, bisognerebbe iniziare a chiamare quella terra Asia occidentale e non Medio Oriente, retaggio storico di un linguaggio nato da paesi colonizzatori, augurandosi che certi modi di pensare, come lo sguardo che si sofferma sul colore della pelle delle persone, spariscano con la nostra generazione. Matteo Meloni ha messo l’accento sulle tantissime fonti e la bibliografia riportate nel libro, citando figure importanti come Edward Wadie Said, scrittore statunitense di origine palestinese e Frantz Fanon, psichiatra francese, nato nei Caraibi, che ha analizzato le questioni raziali, da uomo nero in una terra di bianchi, dove il suo valore come persona veniva nascosto dal razzismo per il colore della sua pelle. Altro autore citato Gabor Maté,  scrittore di origini ungheresi che ha affrontato i temi dello sviluppo e dei traumi infantili e della violenza sulle persone. L’autrice ha confermato l’importanza delle fonti nella realizzazione del suo testo. Dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, con la nascita delle Nazioni Unite, sembra che l’Occidente abbia voluto illudersi, credendo alla favola del mondo migliore dove eravamo diventati tutti più buoni, ma bisogna iniziare a fare in conti con questa falsa visione di noi stessi. Siamo in un momento storico in cui è bene prendere coscienza e cercare una visione realmente umanista del mondo, mettendo le persone al centro, garantendo uguali diritti per tutti; a questo proposito ha ricordato i numeri relativi alla distribuzione disomogenea e ingiusta della ricchezza mondiale attuale. Dovremmo tutti far parte della “Famiglia Umana”. Nel libro si cita la saga cinematografica di “Avatar” del regista James Cameron, che racconta lo scontro tra l’avidità umana e l’armonia della natura sul pianeta Pandora. Per la Albanese, soprattutto il terzo film è un inno alla resistenza attraverso l’unione delle forze dei protagonisti, così come ci può insegnare la resistenza dei palestinesi. Si è fatto riferimento al pensiero razzista nei confronti del popolo palestinese; chi, tra gli israeliani, vuole combatterlo subisce punizioni e persecuzioni. La Albanese invita alla protesta e alla resistenza e si augura un cambiamento politico che può avvenire solo grazie all’impegno di molti; non importa da che parte politica stiano, ma è necessario siano integri e incorruttibili e spera che il suo libro possa spingere le persone a impegnarsi per questo. Grazie a quello che abbiamo visto durante questi ultimi anni in Palestina, i giovani sono turbati e sdegnati e questi sentimenti possono essere un motore per evitare l’indifferenza che rende possibile un genocidio. Meloni chiede cosa ne pensa di quanto avviene nel mondo dell’informazione, delle censure e delle manipolazioni sui social da parte dei governi, in primis quello di Israele. La Albanese ha annunciato che sta preparando un rapporto proprio su questo tema che avrà come titolo “Il Mediacidio”, dove viene sottolineato che anche nei media occidentali, persino quelli considerati liberali, le informazioni vengono costantemente manipolate attraverso linee guida da adottare nel modo di comunicare, l’omissione di fatti storici, l’invenzione di fatti appositamente estremizzati, la censura e il licenziamento di giornalisti. Le è stato chiesto, da giurista, cosa pensa della Corte Internazionale di Giustizia e del Diritto Internazionale oggi. Il pensiero della relatrice è che bisognerebbe cambiare prospettiva. Dobbiamo essere consapevoli che anche in Italia ci sono ancora tante ingiustizie; ha citato i fatti del G8 della Scuola Diaz di Genova o il caso Cucchi e fatto riferimento alle tante situazioni irrisolte e ingiuste che ancora oggi, nel 2026, continuano a verificarsi nel nostro Paese. L’Italia è ricca di risorse e talenti e con l’informazione giusta e l’impegno di molti, abbiamo speranza di migliorare nel futuro per contrastare questo necro-capitalismo intento a perseguire profitti a danno dei diritti di tutti. L’appello di Albanese è quello di partecipare allo spazio pubblico con amore e cura, perché il cambiamento si vede nei gesti quotidiani, ci vuole perseveranza, sono processi lunghi che richiedono impegno e costanza: raccontare la Palestina a chi ancora non riesce a vederla, abbracciare anche la comunità ebraica che è contro al genocidio e che fatica a dissentire dal suo governo. È buona pratica la lettura e la diffusione della nostra Costituzione, che purtroppo è rimasta inattuata per decenni, ma che è frutto delle migliori intelligenze, la base del diritto italiano e che vieta il fascismo, cosa che molti hanno dimenticato negli ultimi anni. Cita Enzo Avitabile con “Tutt’ egual song’ ‘e criature” e parla di sua madre e di come nel capitolo “Nutrire” del suo libro “La luce del risveglio” ha voluto renderle omaggio con il ricordo di quando cucinava per lei e per la sua famiglia, in qualsiasi parte del mondo Francesca si trovasse, come nella classica tradizione meridionale d’Italia. Questo la porta a pensare come il Mediterraneo unisca i popoli del sud dell’Europa con quelli del Nordafrica e dell’Asia occidentale, tutti affacciati sullo stesso mare e legati tra loro. Da qui l’importanza di costruire reti trans-mediterranee. Nella seconda parte dell’intervista, si è lasciato spazio alle domande dei presidi e dei collettivi che Meloni ha riportato: Negli ultimi mesi vi è stata una mobilitazione diffusa della società civile; come trasformare questo movimento dal basso in qualcosa che possa essere portato all’attenzioni delle istituzioni? Per prima cosa ringrazio il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele) per tutto quello che fa. È importante sostenere il contenzioso contro Leonardo Spa (partecipata dello Stato) denunciata per la vendita di armi a Israele. Occorre richiedere allo Stato che venga istituita per i lavoratori l’obiezione di coscienza contro l’economia di guerra che permetta di esimersi, sul proprio posto di lavoro, dal collaborare a un lavoro che ha come fine la guerra, la creazione di armi, la logistica di supporto alla guerra. Voglio citare i tanti portuali italiani ed elogiare il loro lavoro e le loro proteste per impedire il traffico di armi dirette a Israele e ad altri Paesi dove si violano i diritti umani. Invito a portare idee per essere attuatori della Costituzione, che porti a un multilateralismo decolonizzato e cita Sandro Pertini che si batteva per la libertà e la giustizia sociale. Chi è al governo risponde alle logiche delle lobby, la mobilitazione dal basso può fare emergere le richieste e gli interessi dei popoli. Tutte le minoranze, le persone che si battono per i diritti dei lgbtqia+, per i diritti degli animali, per il cambiamento climatico dovrebbero creare un movimento attivo. Unire le forze per respingere e curare con la cultura e l’istruzione, il razzismo dilagante e ostentato del nostro Paese. Quali sono le conseguenze delle sanzioni USA per lei e la sua famiglia? Non voglio fare la vittima, ma il peso delle sanzioni è durissimo per me e la mia famiglia.  Vivo sotto scorta, solo per aver denunciato quello che ho potuto documentare. Ma nonostante questa gestione mafiosa della politica che ha voluto punirmi, io non mi fermo. Non ho paura, perché chiedo solo giustizia contro l’apartheid palestinese e il genocidio e so di essere nel giusto. Invito a restare umani e solidali, ad appoggiarsi alla società civile, quando i governi sono contro. La politica dovrebbe essere fatta da persone integre e incorruttibili e la sfida è quella di essere “cellule di cambiamento” come il sistema immunitario umano. Cosa pensa del sionismo contemporaneo? Il sionismo che nasce come pensiero con l’obiettivo della nascita dello Stato ebraico si è trasformato nel tempo in un’ideologia contro gli arabi a livello mondiale, tanto è vero che oggi esistono il sionismo cristiano, di alcuni mussulmani, indiano e degli evangelisti americani, che hanno come obiettivo ultimo la realizzazione di Israele come una potenza regionale nell’area dell’Asia occidentale. Le organizzazioni ebraiche Pro Palestina possono migliorare la situazione in Israele? Si tratta di realtà molto piccole e coraggiose, che al momento non possono ottenere grandi risultati, ma vanno sostenute, protette e ascoltate. Cosa può dirci della situazione delle carceri israeliane e dei 400 minori attualmente rinchiusi? Ho denunciato la gravissima situazione delle carceri israeliane, in cui dal 7 ottobre in poi dove sono detenuti 20.000 civili palestinesi, tra cui 400 bambini. All’interno delle carceri si consumano abusi di ogni tipo, torture, stupri, percosse quotidiane. L’Accordo di Associazione UE-Israele, in vigore dal 2000, subordina le relazioni e gli scambi commerciali al rispetto dei diritti umani e dei principi democratici. Cosa altro deve succedere perché Israele venga fermato? Cosa stanno aspettando l’Europa e l’Italia per fermare le relazioni commerciali con Israele? Restando indifferenti a quello che succede nelle carceri israeliane siamo tutti complici. Chi si può immaginare come soggetto terzo che possa guidare la fase di ricostruzione dopo la guerra tra Israele e Palestina? Mi fa paura pensare che a gestire il post-guerra sia un soggetto mosso solo dal potere economico. Dovrebbe essere il diritto a guidare la ricostruzione. I palestinesi si rimetteranno in piedi da soli, ma devono essere certi che Israele se ne vada dai territori occupati e che vengano riconosciuti i danni e i torti subiti come popolo in tutti questi anni. Anche alcuni membri delle Autorità palestinesi sono parte dell’occupazione se non agiscono in nome e a difesa del popolo palestinese. Cosa pensa che accadrà in Palestina nel futuro prossimo? Per prima cosa occorre portare cibo, assistenza e cura alla popolazione che è allo stremo. Abbattere i muri, instaurare una forza di pace per la ricostruzione e creare un mausoleo nella terra di Gaza che testimoni il genocidio. Dare giustizia al popolo palestinese. Anche dopo il nazismo fu difficile pubblicare “Se questo è un uomo” di Primo Levi, per la rimozione che creava nelle persone quella tragedia storica. Oggi dobbiamo testimoniare, parlarne, informare. Ci vuole un forte impegno da parte di tutti. L’intervista si è conclusa con un sentito ringraziamento a tutti i presidi presenti e l’invito di Francesca Albanese a partecipare alle presentazioni del suo libro che a breve si terranno in tutta Italia. Video https://www.youtube.com/watch?v=gzV5wcuU-64 Monica Perri
June 20, 2026
Pressenza
Buona festa della mamma a tutte le madri invisibili – di Nadir Dendoune
Qualche giorno fa, in occasione della "festa della mamma", che in Francia si festeggia il 31 maggio, il giornalista, scrittore e regista Nadir Dendoune ha reso omaggio a sua madre, Messaouda, arrivata dall'Algeria nel 1959, e a tutte le "madri invisibili". Critica a un sistema che relega gli anziani in secondo piano e abbandona [...]
June 12, 2026
Effimera
Società del lavoro o società della cura?
IL LAVORO RESTA UNA GALASSIA CHE VA SCOMPOSTA. LA PRIMA DISTINZIONE È TRA LAVORO PRODUTTIVO E LAVORO IMPRODUTTIVO. LA SECONDA È TRA LAVORO RETRIBUITO E LAVORO RIPRODUTTIVO. DI CERTO, SCRIVE GUIDO VIALE, LE ATTIVITÀ DI CURA SONO LA BASE DELLA COSTRUZIONE DI COMUNITÀ FONDATE SULLA RECIPROCITÀ E SUL MUTUO APPOGGIO AGORAI, spazi per generare salute mentale. Iniziativa promossa in maggio a Termoli (Cb) per ragionare di cura, comunità, accoglienza, lotta, prossimità, territorio… Foto di Roberto De Lena -------------------------------------------------------------------------------- I termini delle lingue europee che traducono la parola lavoro sono tradizionalmente legati a concetti come fatica (labor), tortura (travail), servitù (Arbeit e rabota, da cui robot, lavoro meccanico per eccellenza, e forse anche work): per tutti una condanna esistenziale di sapore biblico (“Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”) contrapposta alla condizione (otium: tranquillità per perseguire il proprio perfezionamento) di chi dal lavoro era esentato; la cui negazione (negotium: affari, economici, politici, religiosi, culturali) non precipitava il soggetto nel mondo del lavoro, ma rappresentava solo una temporanea e parziale variante di una esistenza privilegiata decretata “dalla natura”. Con la rivoluzione industriale e l’assetto sociale a cui aveva dato origine, la rappresentazione che i suoi primi teorici ne diedero con l’economia politica ha trasformato il lavoro in mero “fattore della produzione” accanto al capitale e alla terra, a cui corrispondevano le tre classi fondamentali della società: lavoratori, capitalisti e proprietari terrieri, e le tre forme di reddito in cui si ripartiva la produzione della nazione (grosso modo, quello che noi oggi chiamiamo PIL) : salari, profitti e rendite. Ne è nato un equivoco che ci trasciniamo fino ai giorni nostri: con il termine lavoro, prima il linguaggio economico, poi quello sindacale e quello politico hanno preso a indicare indifferentemente sia il fattore della produzione che i lavoratori come classe, gruppo o categoria sociale: espressioni come “le lotte del lavoro” o “la partecipazione del lavoro” a qualcosa sono diventate correnti. Ma il lavoro è per il capitale solo una “risorsa” da spingere al massimo rendimento mentre i lavoratori sono “persone”: immerse in una rete di relazioni che non può e non deve essere ridotta al loro contributo alla produzione. Il lavoro come fattore della produzione capitalistica è intercambiabile (se una “risorsa” non funziona, se ne trova un’altra), astratto (nessuna relazione con quel che produce, anche se fa danno a chi lavora, al territorio, a chi userà quel prodotto, alla Terra tutta), subordinato (anche quando si presenta come “lavoro autonomo”), competitivo (spinge ad asservirsi non solo per “andare avanti”, ma anche per non essere scartato). La vita del lavoratore inteso come persona è invece fatta di relazioni basate, quando scelte volontariamente (e non solo nelle coalizioni tra lavoratori in lotta) sulla reciprocità, che è la base di ogni comunità; sul mutuo appoggio non solo tra persone, ma anche con il territorio, il vivente, la Terra. Tra le due cose – risorsa produttiva e persona – c’è una contraddizione irriducibile. Quell’equivoco – approdato nell’art. 1 della nostra costituzione: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” – ha trovato la sua prima legittimazione nelle dottrina sociale della chiesa cattolica, che ha “santificato” la condanna biblica al lavoro attribuendogli una dignità (a prescindere da ciò a cui mette capo, cioè produce, che sia cibo, salute, inquinamento o armi) che spetta invece solo ai lavoratori: ai loro sforzi per tenere in vita se stessi e le loro famiglie e alle coalizioni e alle lotte sviluppate nel corso del tempo per emanciparsi dagli aspetti più brutali della loro condizione. Anche la recente enciclica di papa Leone XIV, riprendendo considerazioni consolidate nella dottrina cattolica, finisce per riprodurre quell’equivoco: “In esso – cioè nel lavoro, che Leone considera “un bene fondamentale per la persona” – l’essere umano mette in gioco la propria libertà, la propria creatività e la capacità di cooperare, contribuendo all’elevazione culturale e morale della società” (MH, 37). Ora, quanti lavoratori, non solo tra quelli ancora inchiodati a una catena di montaggio o al computer di un call-center, ma anche tra quelli dediti a lavori cosiddetti “creativi”, come per esempio un pubblicitario – che cerca di far comprare a uno sconosciuto un prodotto di cui sa benissimo che non ha alcun bisogno – possono riconoscersi in quella rappresentazione del loro lavoro? Il lavoro è una galassia che va scomposta. La prima distinzione, propria dell’economia classica (e su cui si sono affaticate migliaia di teorici marxisti) è quella tra lavoro produttivo (di plusvalore, di profitto; ma anche di salario) e lavoro improduttivo (che non produce plusvalore, ma consuma salario: è quello del personale al servizio dei ricchi e quello del pubblico impiego). Oggi distinguerli (individuare da dove nasce il valore aggiunto) è sempre più difficile. E inutile. La seconda distinzione è tra lavoro retribuito (quello del breadwinner, il “capofamiglia”) e lavoro riproduttivo (il lavoro domestico, affidato alle donne, non retribuito e non considerato nel calcolo economico della produzione nazionale). A parte l’orrore del termine “lavoro riproduttivo” che abbina un’attività di cura con un’elevata componente affettiva a una condizione che in molti casi sconfina nello schiavismo, la sua problematicità deriva dal fatto che in vari modi si è cercato di promuovere l’emancipazione di coloro che lo svolgono portandolo entro il perimetro del lavoro retribuito. L’obiettivo del salario al lavoro domestico e il movimento che lo sosteneva sono stati la principale manifestazione di questo approccio. Ma così non si propone la liberazione delle donne dalla schiavitù del “lavoro domestico”; se ne sancisce la perpetuazione, pur riconoscendo e retribuendo il suo contributo al funzionamento e al benessere della società che le sfrutta. Il termine “lavoro riproduttivo” finisce poi per ricondurre entro confini “domestici” anche una serie di attività di cura, in gran parte affidate alla componente femminile di ogni società, che sono fondamentali nel creare relazioni di reciprocità, di mutuo appoggio, e con ciò stesso comunità: una serie molto ampia di attività poco studiate e di difficile individuazione che sono il collante della vita associata. Un esempio: diversi processi migratori concentrati in zone ristrette di emigrazione prevalentemente femminile (come quella delle badanti, costrette ad abbandonare la propria famiglia per andare a occuparsi di quelle di altri) hanno mostrato che senza quelle donne quel poco o tanto di comunità preesistente si disgrega. Gli uomini, infatti, spesso disoccupati e mantenuti dalle rimesse delle mogli, non sono in grado di tenerla in vita. Ma al di là della ripartizione di genere del lavoro retribuito e delle attività non retribuite e non riconosciute, occorre prender atto del fatto che in molti lavori retribuiti (non tutti), dal medico al netturbino, dall’insegnante all’agricoltore, ecc., c’è una componente di cura, effettiva o potenziale, che è inclusa nel mansionario e che può venir potenziata, trascurata o ignorata per iniziativa o decisione del lavoratore o della lavoratrice; ma che rientra a pieno titolo tra quelle che concorrono o possono concorrere alla riproduzione, al miglioramento o al peggioramento della convivenza: sia con la comunità, che con il territorio e il vivente tutto. Un obiettivo da perseguire può essere allora quello di potenziare e allargare questa componente – ed è un’impresa collettiva, che non può essere abbandonata alla pur indispensabile discrezione individuale – a scapito di quella su cui viene misurata in genere la produttività del lavoro. Invece di ampliare l’area del “lavoro produttivo”, facendovi rientrare in tutto o in parte il lavoro domestico, forse è meglio cercare di ampliare l’area delle attività di cura, lasciando ad altri strumenti, come il reddito di base, il compito di garantire l’indipendenza economica della persona. È chiaro, per venire al nostro tema, che le attività di cura sono la base della costruzione di comunità fondate sulla reciprocità e sul mutuo appoggio e che queste sono l’ingrediente indispensabile di una democrazia sostanziale, fondata sulla partecipazione e aperta al conflitto. Mentre la la democrazia rappresentativa – che non è necessariamente alternativa, e può essere complementare, a una strutturazione della società su basi comunitarie e convivere con essa – non richiede un tale supporto; può rappresentare i lavoro, qualsiasi cosa si intenda con questo termine, anche nelle forme subordinate in cui si presenta oggi quasi ovunque; anche e soprattutto quando la rappresentanza si allontana sempre più dalle istanze dei rappresentati. Nell’affrontare problemi e obiettivi di questa portata, che hanno sempre al centro il modo in cui conflitto e partecipazione si integrano e bilanciano tra loro, si incontrano quasi sempre due approcci, non sempre complementari; un modello statutario e un modello processuale. Il primo fissa in termini generali i principi e le regole del modello di società, o di qualche sua componente, che si persegue; e promuove la partecipazione “per adesione” ad esso. Il secondo affida al conflitto, sempre caotico e refrattario a uno sviluppo lineare, sia la promozione del coinvolgimento di sempre nuovi partecipanti che la progressiva precisazione o l’ampliamento dei suoi obiettivi. L’uno non esclude l’altro, ma occorre evitare che un accento eccessivo o esclusivo sulle regole finisca per allontanare o escludere da un loro coinvolgimento le componenti più marginali dei suoi potenziali protagonisti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Società del lavoro o società della cura? proviene da Comune-info.
June 6, 2026
Comune-info
AMERICA LATINA: UN CORPO CHE CAMMINA
Mappatura delle alternative all’economia sociale in America Latina.Il Il pdf di “El cuerpo que camina” è scaricabile QUI Sul portale ecor.network1 il 24 maggio scorso è stato presentato (e reso scaricabile in pdf) un lavoro di Mar Soler Masgrau2, che ispirandosi al concetto di Corpo-Territorio paragona l’America latina ad un corpo e cerca di delinearne le malattie.     America
Società del lavoro o società della cura?
I termini delle lingue europee che traducono la parola lavoro sono tradizionalmente legati a concetti come fatica (labour), tortura (travail), servitù (arbeit e rabota, da cui robot, lavoro meccanico per eccellenza, e forse anche work): per tutti una condanna esistenziale di sapore biblico (“Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”) contrapposta alla condizione (otium: tranquillità per perseguire il proprio perfezionamento) di chi dal lavoro era esentato; la sua negazione (negotium: affari, economici, politici, religiosi, culturali) non precipitava il soggetto nel mondo del lavoro, ma rappresentava solo una temporanea e parziale variante di un’esistenza privilegiata decretata “dalla natura”. Con la rivoluzione industriale e l’assetto sociale a cui aveva dato origine, la rappresentazione che i suoi primi teorici ne diedero con l’economia politica ha trasformato il lavoro in mero “fattore della produzione” accanto al capitale e alla terra, a cui corrispondevano le tre classi fondamentali della società: lavoratori, capitalisti e proprietari terrieri e le tre forme di reddito in cui si ripartiva la produzione della nazione (grosso modo, quello che noi oggi chiamiamo PIL): salari, profitti e rendite. Ne è nato un equivoco che ci trasciniamo fino ai giorni nostri: con il termine lavoro, prima il linguaggio economico, poi quello sindacale e quello politico hanno preso a indicare indifferentemente sia il fattore della produzione che i lavoratori come classe, gruppo o categoria sociale. Espressioni come “le lotte del lavoro” o “la partecipazione del lavoro” a qualcosa sono diventate correnti. Ma il lavoro è per il capitale solo una “risorsa” da spingere al massimo rendimento, mentre i lavoratori sono “persone” immerse in una rete di relazioni che non può e non deve essere ridotta al loro contributo alla produzione. Il lavoro come fattore della produzione capitalistica è intercambiabile (se una “risorsa” non funziona, se ne trova un’altra), astratto (nessuna relazione con quel che produce, anche se fa danno a chi lavora, al territorio, a chi userà quel prodotto, alla Terra tutta), subordinato (anche quando si presenta come “lavoro autonomo”), competitivo (spinge ad asservirsi non solo per “andare avanti”, ma anche per non essere scartato). La vita del lavoratore inteso come persona è invece fatta di relazioni basate, quando scelte volontariamente (e non solo nelle coalizioni tra lavoratori in lotta) sulla reciprocità, che è la base di ogni comunità; sul mutuo appoggio non solo tra persone, ma anche con il territorio, il vivente, la Terra. Tra le due cose – risorsa produttiva e persona – c’è una contraddizione irriducibile. Quell’equivoco – approdato nell’art. 1 della nostra Costituzione: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” – ha trovato la sua prima legittimazione nella dottrina sociale della chiesa cattolica, che ha “santificato” la condanna biblica al lavoro attribuendogli una dignità (a prescindere da ciò a cui mette capo, cioè produce, che sia cibo, salute, inquinamento o armi) che spetta invece solo ai lavoratori, ai loro sforzi per tenere in vita se stessi e le loro famiglie e alle coalizioni e alle lotte sviluppate nel corso del tempo per emanciparsi dagli aspetti più brutali della loro condizione. Anche la recente enciclica di papa Leone XIV, riprendendo considerazioni consolidate nella dottrina cattolica, finisce per riprodurre quell’equivoco: “In esso – cioè nel lavoro, che Leone considera “un bene fondamentale per la persona” – l’essere umano mette in gioco la propria libertà, la propria creatività e la capacità di cooperare, contribuendo all’elevazione culturale e morale della società” (MH, 37). Ora, quanti lavoratori, non solo tra quelli ancora inchiodati a una catena di montaggio o al computer di un call-center, ma anche tra quelli dediti a lavori cosiddetti “creativi”, come per esempio un pubblicitario – che cerca di far comprare a uno sconosciuto un prodotto di cui sa benissimo che non ha alcun bisogno – possono riconoscersi in quella rappresentazione del loro lavoro? Il lavoro è una galassia che va scomposta. La prima distinzione, propria dell’economia classica (e su cui si sono affaticati migliaia di teorici marxisti) è quella tra lavoro produttivo (di plusvalore, di profitto, ma anche di salario) e lavoro improduttivo (che non produce plusvalore, ma consuma salario: è quello del personale al servizio dei ricchi e quello del pubblico impiego). Oggi distinguerli (individuare da dove nasce il valore aggiunto) è sempre più difficile e inutile. La seconda distinzione è tra lavoro retribuito (quello del breadwinner, il “capofamiglia”) e lavoro riproduttivo (il lavoro domestico, affidato alle donne, non retribuito e non considerato nel calcolo economico della produzione nazionale). A parte l’orrore del termine “lavoro riproduttivo” che abbina un’attività di cura con un’elevata componente affettiva a una condizione che in molti casi sconfina nello schiavismo, la sua problematicità deriva dal fatto che in vari modi si è cercato di promuovere l’emancipazione di coloro che lo svolgono portandolo entro il perimetro del lavoro retribuito. L’obiettivo del salario al lavoro domestico e il movimento che lo sosteneva sono stati la principale manifestazione di questo approccio. Ma così non si propone la liberazione delle donne dalla schiavitù del “lavoro domestico”; se ne sancisce la perpetuazione, pur riconoscendo e retribuendo il suo contributo al funzionamento e al benessere della società che le sfrutta. Il termine “lavoro riproduttivo” finisce poi per ricondurre entro confini “domestici” anche una serie di attività di cura, in gran parte affidate alla componente femminile di ogni società, che sono fondamentali nel creare relazioni di reciprocità, di mutuo appoggio, e con ciò stesso comunità: una serie molto ampia di attività poco studiate e di difficile individuazione che sono il collante della vita associata. Un esempio: diversi processi migratori concentrati in zone ristrette di emigrazione prevalentemente femminile (come quella delle badanti, costrette ad abbandonare la propria famiglia per andare a occuparsi di quelle di altri) hanno mostrato che senza quelle donne quel poco o tanto di comunità preesistente si disgrega: gli uomini, spesso disoccupati e mantenuti dalle rimesse delle mogli, non sono in grado di tenerla in vita. Ma al di là della ripartizione di genere del lavoro retribuito e delle attività non retribuite e non riconosciute, occorre prendere atto del fatto che in molti lavori retribuiti (non tutti), dal medico al netturbino, dall’insegnante all’agricoltore, ecc., c’è una componente di cura, effettiva o potenziale, che è inclusa nel mansionario e che può venir potenziata, trascurata o ignorata per iniziativa o decisione del lavoratore o della lavoratrice, ma che rientra a pieno titolo tra quelle che concorrono o possono concorrere alla riproduzione, al miglioramento o al peggioramento della convivenza sia con la comunità, che con il territorio e il vivente tutto. Un obiettivo da perseguire può essere allora quello di potenziare e allargare questa componente – ed è un’impresa collettiva, che non può essere abbandonata alla pur indispensabile discrezione individuale – a scapito di quella su cui viene misurata in genere la produttività del lavoro. Invece di ampliare l’area del “lavoro produttivo”, facendovi rientrare in tutto o in parte il lavoro domestico, forse è meglio cercare di ampliare l’area delle attività di cura, lasciando ad altri strumenti, come il reddito di base, il compito di garantire l’indipendenza economica della persona. E’ chiaro, per venire al nostro tema, che le attività di cura sono la base della costruzione di comunità fondate sulla reciprocità e sul mutuo appoggio e che queste sono l’ingrediente indispensabile di una democrazia sostanziale, fondata sulla partecipazione e aperta al conflitto. Mentre la democrazia rappresentativa – che non è necessariamente alternativa, e può essere complementare, a una strutturazione della società su basi comunitarie e convivere con essa – non richiede un tale supporto; può rappresentare i lavoro, qualsiasi cosa si intenda con questo termine, anche nelle forme subordinate in cui si presenta oggi quasi ovunque, anche e soprattutto quando la rappresentanza si allontana sempre più dalle istanze dei rappresentati. Nell’affrontare problemi e obiettivi di questa portata, che hanno sempre al centro il modo in cui conflitto e partecipazione si integrano e bilanciano tra loro, si incontrano quasi sempre due approcci, non sempre complementari; un modello statutario e un modello processuale. Il primo fissa in termini generali i principi e le regole del modello di società, o di qualche sua componente, che si persegue e promuove la partecipazione “per adesione” ad esso. Il secondo affida al conflitto, sempre caotico e refrattario a uno sviluppo lineare, sia la promozione del coinvolgimento di sempre nuovi partecipanti che la progressiva precisazione o l’ampliamento dei suoi obiettivi. L’uno non esclude l’altro, ma occorre evitare che un accento eccessivo o esclusivo sulle regole finisca per allontanare o escludere da un loro coinvolgimento le componenti più marginali dei suoi potenziali protagonisti. Tratto dalla relazione presentata all’incontro “Democrazia della cura e cura della democrazia” del 24 maggio 2026 alla quinta Festa dell’economia solidale, SOLIDALIA 2026 Guido Viale
June 2, 2026
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Nel numero 69 osserviamo una modalità del potere che si mostra affabile, amichevole, familiare, persino amorevole: il paternalismo. L'articolo Daddy issues sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.